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Live Report: Glen Hansard @ Limelight, Milano 20/02/13

Ffebbraio 21st, 2013 in Reports by Redazione Rockol

di Gianni Sibilla

Il LimeLight. Una storica discoteca milanese. Una volta si chiamava Propaganda, poi City Square. Qua sono passati pezzi di storia del rock, tra fine anni ’80 e anni ’90: i Pearl Jam, i R.E.M., i Neville Brothers, i Jane’s Addiction. Poi, ad un certo punto è sparito dal circuito della musica live cittadina, per riaffiorare solo occasionalmente. Ha un senso che Glen Hansard suoni qua dentro: non perché sia già storia del rock. Ma perché il suo concerto è stato un riassunto della storia, della potenza di questa musica.

Dentro il locale è uguale a se stesso, da quasi 20 anni. Un palco ampio, una platea, un’entrata rialzata, una balconata che è chiusa e stasera viene usata dagli artisti come camerino.
Nel locale ci sono un migliaio di persone: quasi pieno, ma si gira tranquillamente e si vede bene da quasi ogni posto.
Si comincia presto con un breve concerto di Lisa Hannigan – che accompagna Glen in questo tour. Con tutto il bene che le si può volere (e gliene vogliamo tanto) lo spettacolo vero inizia alle 9 e mezza con Hansard. Che, sorpresa, è accompagnato da 10 elementi: ovvero i Frames, la sua band storica, più fiati e archi. Un suono pieno, e ricco, che va dal rock al soul al cantautorato puro.
La lezione di storia della musica inizia quasi subito, quando la Van Morrisoniana “Love Don’t Leave Me Waiting” si trasforma “Respect” di Aretha Franklin – tirando fuori tutte le note scure della voce di Glen: è già un momento da brividi, ma il meglio deve ancora venire. Dopo la parte centrale più delicata e acustica – folk irlandese in tutto e per tutto – Glen fa esplodere il locale attaccando le prime note di “Wishlist” dei Pearl Jam. “E’ una richiesta” dice: vero, perché prima del concerto Glen è venuto a suonare in redazione per un “Live@Rockol” che pubblicheremo presto, e dove ha cantato proprio quella canzone Linkare a http://vine.co/v/b6wnV0nWXzm), su nostra richiesta – andando via si è portato via il testo dicendoci “Magari la suono stasera”….
La versione sul palco parte acustica e vede l’entrata della band alla fine. Uno dice: momento più bello del concerto? No, non è ancora finita. Glen attacca un 1-2 da brividi per i fan di vecchia data dei Frames, “Fitzcarraldo” seguito da “Santa Maria”, due canzoni con un crescendo e una potenza da brividi. Poi, dopo il bis, chiama sul palco Lisa Hannigan: assieme, cantano “O sleep”, ma soprattutto “Falling slowly”  – con la voce della Hannigan che rimpiazza quella di Marketa Irglova degli Swell Season. Una versione emozionante, come è sempre emozionante quella canzone (ma con la Hannigan è ancora meglio, se possibile).
C’è tempo per un altro tuffo nella storia, con una sgangherata versione di “Breed” dei Nirvana, chiesta da un ragazzo in platea, che viene chiamato sul palco a cantarla. Glen la dedica a Kurt Cobain (che ieri avrebbe compiuto gli anni); poi in realtà la canta quasi tutta il bassista, con il ragazzo che si sbraccia felice sul palco.
Quindi il finale e che finale. Una stupenda “This gift” (brano poco conosciuto, solo nella deluxe edition dell’album solista “Rythm and repose”). E, soprattutto: una lunghissima “Passing trough” di Leonard Cohen, che inizia con la band che canta a bordo palco senza amplificazione, con archi e fiati. Suono da New Orleans e il gruppo si trasforma in una marching band, che scende a cantare tra il pubblico, in platea. E poi, lentamente, torna sul palco e sale le scale che portano alla balconata, sempre cantando e suonando. E continua, anche sopra. Viene diffusa musica per segnalare che il concerto è finito, ma Glen sta ancora cantando, in balconata.
Quasi 3 ore di concerto. Probabilmente qualche chiacchiera di troppo che allenta la tensione tra una canzone e l’altra. Ma un’intensità e una carica senza pari. Il fatto è Glen Hansard fa ballare gli zoppi – come il sottoscritto in questo periodo, che alle prime note di “Wishlist” ha fatto un salto che ancora un po’ faceva far crack al malandato ginocchio…
Il bello è che ad ogni passaggio italiano il suo pubblico aumenta, aumenta l’entusiasmo e aumenta il modo in cui lui sa trascinare queste platee. Glen Hansard fa ripassare la storia del rock, ma se continua così ne farà parte presto.
SETLIST:
You Will Become
Maybe Not Tonight
Talking with the Wolves
Love Don’t Leave Me Waiting / Respect
Philander
When Your Mind’s Made Up
Low Rising
Bird of Sorrow
Leave
Maybe I Was Born To Hold You In These Arms
Come Away to the Water
Wishlist (Pearl Jam)
High Hope
Fitzcarraldo
Santa Maria
Song of Good Hope
Say It to Me Now
O Sleep (Con Lisa Hannigan)
Falling Slowly  (con Lisa Hannigan)
Breed (Nirvana)
This Gift
Passing Through (Leonard Cohen)

Live Report: Glen Hansard @ Apostel Paulus Kirche, Berlino 13/12/12

Dicembre 14th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Glen Hansard è uno di quei musicisti che quando li scopri non lasci più. Quando ascolti la sua voce, o quando lo vedi con quella sua figura ‘bonacciona’, tipica da irlandese, ti sembra di ritrovare un vecchio amico. E’ rassicurante sapere che c’è.

La carriera del frontman dei Frames ha avuto una svolta (soprattutto negli Usa) dopo la vittoria dell’Oscar nel 2008 per la miglior canzone originale con “Falling slowly” (dal film “Once”, in cui recita anche come protagonista), dopo del quale si è dedicato al progetto Swell Season sempre con la pianista Marketa Irglova e poi al suo primo album solista “Rhythm and repose” (diciamola tutta, non proprio un disco indimenticabile).

Dal vivo però dicono sia sempre un uragano, ed allora eccoci all’Apostel Paulus Kirche: si tratta di una chiesa protestante pienamente in funzione situata nell’ovest berlinese, dallo stile gotico ed imponente. La location è affascinante, tra volte, colonnati e banchi; le luci sono perfette e tutto lascia presagire che potrebbe essere il luogo perfetto per un concerto del buon Glen.

La serata inizia con l’apertura della cantautrice irlandese Nina Hynes: ottima voce per un set coinvolgente che sembra l’ideale riscaldamento per attendere l’arrivo di Hansard.

La chiesa si riempie, i banchi sono colmi di ‘fedeli’, così come le navate laterali ed i soppalchi. Sono le 21 circa quando dalla folla spunta la chioma rossa del cantautore e la sua band (che poi altro non sono che i fidi Frames, più due fiati e tre giovanissimi archi berlinesi): attaccano subito con quattro brani tratti proprio dall’ultimo disco, tra cui l’ottima “You will become”. L’atmosfera inizia a scaldarsi con l’arrivo di “When your mind’s made up”, canzone facente parte sia del repertorio Frames che Swell Season. Il pubblico canta, Glen approva e si scioglie. La setlist spazia in tutti i progetti di Hansard, ed uno dei momenti più emozionanti è quando rimane da solo con la sua caratteristica chitarra acustica bucata per eseguire tre brani, tra cui una ‘furiosa’ versione di “Astral weeks” di Van Morrison (guarda video qui sotto). Potrebbe benissimo tenere un intero concerto così, con voce e chitarra, e non ci si annoierebbe un attimo.

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Lo show prosegue con il cantautore dublinese che diventa sempre più ’storyteller’ e racconta come nasce ogni pezzo. La prima parte si chiude con una coinvolgente e danzereccia cover del classico funk “Baby don’t you do it” di Marvin Gaye.

Durante il break una parte di pubblico si sposta davanti al palchetto e quando si ricomincia c’è una gradita sorpresa: on stage arriva la pura bellezza di Lisa Hannigan, che ha aperto quasi tutte le date del tour di Hansard, ma a causa di impegni personali non quella berlinese. Insieme eseguono due canzoni, tra cui una “Falling slowly” letteralmente da brividi. Standing ovation, gente in lacrime e finale affidato ad uno dei pezzi storici dei Frames come “Fitzcarraldo”.

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Tutti in piedi a saltare e salutare Glen, che però di smettere di suonare non ne ha proprio voglia. Così, ad impianto staccato, esegue una cover di “Passing through” di Leonard Cohen, con tutta la ciurma (Hannigan compresa) al seguito, il pubblico ai cori e la ‘banda’ che se ne va passando ‘in processione’ tra i banchi della chiesa.

Dopo uno show del genere ci si sente al caldo anche se fuori ci sono –5 gradi ed un sorriso ti si stampa sulla faccia, anche se la giornata è stata pesante. Se tutte le volte che si esce da una chiesa ci si sentisse così, credo che la Messa sarebbe sempre sold-out. Grazie Glen, alla prossima.

(Ercole Gentile)

ps. Glen Hansard sarà in Italia il 20 febbraio a Milano, il giorno successivo a Roma ed il 22 a Firenze.

Live Report: Glen Hansard @ St.Pauls Within The Walls, Roma 26/09/11

Settembre 27th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Che certi concerti saranno speciali lo capisci al primo istante in cui entri un posto, perché quel posto da solo fa già metà del lavoro. Il posto è St. Pauls Within The Walls, una chiesa anglicana di Roma del 1800, la prima non cattolica-romana costruita entro le mura della città, leggerò poi.

Non una chiesa qualsiasi. E’ una chiesa piccola, bellissima e aggraziata nelle sue decorazioni. Ma rimane comunque una chiesa: “This place is intimidating”, dice Glen Hansard a inizio concerto. E’ in tour da solo, dopo la serie di date in apertura a Eddie Vedder in America. E’ sulla strada con un furgone, la sua solita chitarra scassata, un’altra elettrica, un road manager che sa cantare e un cantante che di volta in volta gli apre le serate (in questa c’è l’amico irlandese Oliver Cole). Glen sta provando le nuove canzoni, quelle che finiranno sul primo disco solista dopo anni con i Frames e dopo il periodo con la Swell Season, che gli è valso un Oscar e quella meritatissima fama che inseguiva da anni.

La chiesa fa metà del concerto perché Glen è davvero intimorito: quando cita, come fa spesso, “Sexual healing” di Marvin Gaye lo fa quasi sottovoce per rispettare la sacralità del luogo, e quando la canzone richiede una parolaccia, fa il segno della croce. E’ un intrattenitore, lo fa con ironia, ma non sta scherzando più di tanto.

E soprattutto adegua la sua musica al posto. Canta voce e chitarra, con i suoi crescendo, ogni tanto esplode come in “Leave”, ogni tanto la sua intensità assume un tono più basso e contenuto, rimane più compressa creando ancora più tensione. I due esempi estremi sono i due video che vedete qua: “Leave”, con il crescendo.

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E una emozionante e tesa “What happens when the heart just stops”, una delle poche canzone suonate alla chitarra elettrica, una delle tante in cui invoca il pubblico a cantare, e ne viene fuori un coro che l’acustica della chiesa, piena di riverbero, fa sembrare un inno religioso.

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La maggior parte della serata, Glen la passa con la chitarra acustica: ed è uno dei rarissimi artisti che non annoia in quella veste. Reggere un concerto così è impresa ardua anche per gente come Springsteen o Vedder (non sto dicendo un’eresia: il tour di “The ghost of Tom Joad” aveva diversi momenti di stanca, l’ultimo tour di Vedder, documentato da “Water on the road”, correva lo stesso rischio).

Ad un certo punto, Glen si fionda sull’organo, ma non funziona. Allora si dirige sul piano a coda in una delle navate laterali (che, per inciso, si trova a 1 metro da dove è seduto il Vostro…) e attacca un nuovo brano, incurante dei flash di cerca di scattargli una foto. Ogni tanto suona l’elettrica, ricordando il suono e la carica del suo allievo Jeff Buckley al Sin-é ( a cui Jeff arrivò grazie a Glen: al tempo era il suo roadie, e Glen – erano i primi anni ‘90- girava per i locali irlandesi grazie alla popolarità derivata dalla sua apparizione in “The committments”). Ogni tanto avanza nelle navate e canta senza amplificazione, divertendosi a fare cover, come suo solito (“Astral weeks”, “You ain’t going nowhere”: Van Morrison e Dylan..,).

Perché Glen ha sempre l’animo del busker. Anche quando propone le canzoni nuove quasi timidamente (“Non diffodetele su internet, per favore, le sto ancora provando”), anche quando chiude il set con una spettacolare versione  di “Forever young”, con il suo supporter Oliver Cole e con il suo roadie, che ha l’aspetto dell’impiegato delle poste ma ha una voce profonda e bellissima che lascia tutti di stucco.

E ha l’animo del busker anche quando dopo il concerto esce per strada e sta per un’ora a chiacchierare con i fan rimasti ad aspettarlo: ha un sorriso e una parola per tutti. Racconta che l’acustica del posto lo ha un po’ messo in difficoltà, chiacchiera, spiega e soprattutto ascolta. Mi dice di ricordarsi di quella volta che ha suonato per me a Milano, con quella spettacolare versione di Drive All Night, un regalo che io non ho mai dimenticato. “Dovremmo rifarlo, mi dice”. Ma chissa se è vero che se lo ricorda, chissa se è solo gentile: se anche fosse così, non ha nulla di quella paraculaggine di certi artisti, né sul palco né fuori. E’ semplicemente uno a cui piace fare il suo lavoro, è grato di poterlo fare, lo fa bene, benissimo.

La presenza di artisti come Hansard mi ricorda che c’è vita musicale oltre lo scioglimento della tua band preferita.

Una cosa che ovviamente so bene, ma questi erano i giorni giusti perché qualcuno come Glen Hansard me lo ricordasse.

(Gianni Sibilla)

Dal suo blog For Those About To Blog

Live Report: Swell Season @ Conservatorio Milano 07/02/10

Ffebbraio 8th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Su “For those about to blog” potete trovare un post del nostro Gianni Sibilla sul concerto (e sulla giornata) milanese degli Swell Season.
Buona lettura!

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