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Live Report: A Perfect Day Festival – Giorno 1 – 31/08/12

Settembre 1st, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Va detto: se un festival lo chiami A Perfect Day, un minimo te la vai a cercare. Si chiama pioggia, solitamente bagna, e tende a cadere quando ne faresti a meno (e viceversa). Magari proprio in un “giorno perfetto”. Scherzi a parte, a Villafranca di Verona, il primo giorno di festival è stato sì caratterizzato dall’acqua, ma, per una volta, senza alcun tipo di conseguenza sul regolare svolgimento dello show. Non un ritardo, non un disagio. E questo va sottolineato fin dal principio, perché di eventi martoriati, rimandati, sospesi e presi a male parole per colpa del tempo, ne abbiamo già una bella collezione, specialmente nel nostro paese. Questa volta è filato tutto liscio, cosa che ci permette di concentrarci al meglio sull’unico argomento che ci sta davvero a cuore: la musica. Musica che nella cornice dello splendido Castello Scaligero, pare aver davvero trovato la sua dimensione ideale. E “chisseneimporta” della pioggia o del freddo; che nevichi pure: vorrà dire che faremo a pallate.

In questo clima autunnale dunque, tocca ai DZ Deathrays (qui al loro debutto assoluto in Italia), aprire le danze. Un’apertura tutto sommato dignitosa per la band di Brisbane. Dieci pezzi per una quarantina di minuti circa di fronte ad una platea già discretamente nutrita e particolarmente attiva. Punk rock casinista che gli stessi DZ hanno ottimamente ribattezzato party / trash. E va benissimo così. Non piaceranno a tutti per il loro essere innegabilmente un pelo sopra le righe (rispetto al target della giornata s’intende, non certo in assoluto), ma sono del parere che gruppi del genere siano la fortuna dei festival. Fanno ballare, dimenticare la fatica di ore di attesa a chi ha pazientemente devoluto la giornata alla causa, e danno una scossa ai più flemmatici. Dalla prima “Rad solar” fino all’ultima “Teeth” lo spazio libero per commenti o pensieri è davvero poco: non imprescindibili, ma sicuramente degni di rispetto.

Passati i DZ Deathrays è il turno dei più conosciuti Temper Trap. Stessa provenienza (l’Australia), ma diverso il campo da gioco, diverse le regole e diverso lo “sport”. Dal punk trash si passa ad un più soffice e rilassato indie rock, a tratti soffuso, spesso e volentieri portato al limite tanto da lambire i confini del fatidico post. Il senso comune, l’approccio mainstream, colloca i Temper Trap nel novero delle celebri one hit band. Niente di più sbagliato. O meglio, è vero che, se siamo qui a parlarne, buona parte del merito va al successo di “Sweet disposition”. Come sempre però, è la parte meno conosciuta, il “sotto” dell’iceberg, a colpire, a scombinare le carte. E questo “sotto” altro non è che un sound corposo, denso, che la performance live di Villafranca ha restituito impeccabilmente in tutto il suo splendore. Merito di Dougy Mandagi, vocalist estremamente talentuoso e, a quanto pare, incapace di steccare, e di una band che dal vivo è riuscita a trasmettere quel senso di atmosfera intima e travolgente che non sempre emerge così efficacemente su disco. Molto bene dunque “Repeater” e “Need your love”, chiamate ad aprire un set della durata complessiva di un’oretta buona, per tredici pezzi in totale. Bene anche “Trembling hands”, “Resurrection” e davvero ottima la tiratissima “Drum song”, un pezzo che solitamente farebbe da coda alla prima parte del set, per dare poi spazio alla mega hit, chiamata ovviamente a chiudere la pratica in crescendo. Un’ottima impressione dunque: è stato bello vedere Mandagi farsi un giro sotto la pioggia, perché sono proprio piccoli gesti che la dicono lunga sul clima che si può creare quando le cose vanno bene. E’ stato bello sorprendersi: non succede tutti i giorni. Ed infine, è stato bello farlo in mezzo a tante persone, colte dalle medesime sensazioni: anche questa è una merce più unica che rara.

Tocca ai Two Door Cinema Club poi, raccogliere il testimone. Un passaggio curioso per quanto mi riguarda. Non perché abbia qualcosa contro i TDCC, al contrario. Non mi sarei però certo mai aspettato di vederli in cartellone di fianco ai Killers a giocarsi lo slot temporale di prima serata, tenendo conto poi della notorietà dell’act che li ha preceduti. Considerazioni che lasciano evidentemente il tempo che trovano. L’accoglienza riservata alla band nord irlandese è clamorosa, complice una platea oramai quasi completa, una condizione meteorologica ormai stabile, e soprattutto, l’evidente avvenuta deflagrazione di un successo che potremmo fin qui definire “carsico”, ma palesemente emerso in quest’ultimo periodo. I TDCC hanno un disco appena uscito da portare in tour, sono giovani, fanno un dignitoso indie rock bello spigliato e tanto basta. Poco altro da aggiungere: la performance dei ragazzi cade in contemporanea con l’intervista a Brandon Flowers e Ronnie Vannucci (che potete leggere qui), per cui tutto quello che si riesce a sentire è il rimbombo delle casse dal backstage e le urla di una platea entusiasta come neanche ci fossero gli U2 dei tempi d’oro on stage. Tornando fronte palco per il finale, è evidente che la band nel frattempo ha fatto tutto come si deve: “Come back home” e “I can talk” sono due buonissimi biglietti da visita, per quanto molto simili a certi pezzi dei Maccabees, che, sinceramente, continuo a preferire. Tenderei comunque a lasciarli generalmente in attesa di giudizio, per insufficienza di prove. Sarà per la prossima volta.

Prove che raccogliamo a sufficienza invece, per testimoniare il ritorno dei Killers in Italia: sono loro la portata principale di questo primo giorno di festival. Killers che guadagnano il palco intorno alle dieci e venti, in orario perfetto, come da scaletta. Diciotto pezzi in totale, novanta minuti tra main set ed encore. Il palco, come sempre, vede spiccare la tradizionale “K” luminosa, posta sullo sfondo, mentre una tastiera / fulmine guadagna la ribalta giusto perché c’è un nuovo disco in uscita e il fulmine ne è il simbolo. Rispetto all’ultimo tour (che passò anche dalla vicina Verona per un’ottima data all’Arena), ci sono meno palme e ammennicoli vari. Il maxi schermo alle spalle della band proietta una serie di visual legati ai pezzi in scaletta, le fiammate da fondo palco saranno solamente un paio e non mancherà l’immancabile sparata di coriandoli dorati. Tutto questo per uno spettacolo leggermente più sobrio da un punto di vista estetico / scenografico, ma, senza alcun dubbio, più solido ed efficace da quello sonoro. Posto che la scena è l’habitat naturale del frontman, a Villafranca lo show dei Killers ci ha restituito una band in palla nella sua completezza, vogliosa di suonare e particolarmente felice di poterlo fare in una location così bella. Sarà lo stesso Flowers a confermalo a più riprese, cogliendo ogni volta l’occasione per ringraziare la risposta travolgente di una platea composta per la maggior parte di veri afecionados della band di Las Vegas. Molto bene dunque la nuova “Runaways”, primo singolo estratto dal nuovo “Battle born”, e decisamente adatto a fare da apertura ad una scaletta costruita a regola d’arte, con un grande incipit formato dalla tripletta “Somebody told me”, “Smile like you mean it”, e “Spaceman”, un corpo centrale di grande qualità con i pezzi più amati dai fan più attenti, vedi le ottime “A dustland fairytale” (uno dei pezzi migliori dei Killers) e “Read my mind” (anticipata da un breve snippet della cover di “Romeo and Juliet” dei Dire Straits, la vera chicca della serata), e un finale magistrale con una mitragliata dei cinque pezzi che, sparati l’uno dopo l’altro, garantiscono letteralmente il classico botto: “Mr. Brightside” e “All these things that I’ve done” in chiusura di set, più l’encore “Bones”, “Jenny was a friend of mine” e “When you were young”. I Killers sanno intrattenere, hanno pezzo in grado di farlo nel migliore dei modi, e quando incontrano una platea che sa come “gestire la situazione”, la combinazione non può essere che letale. Gusto per fare le pulci a tutto, non sempre il lavoro in zona mixer è stato impeccabile, nonostante l’innegabile performance vocale di un Flowers in netto e costante miglioramento (è stato lui stesso a confermarci, nel pre concerto, che, da che ha smesso di bere e fumare, è diventato un cantante nettamente migliore rispetto al passo). Qui però, cercando di stilare un bilancio finale, va fatto un discorso di priorità, e, per una volta più che un discorso di qualità va presa in considerazione la resa complessiva, spettacolo e divertimento compresi. Pace e amen se non sempre le chitarre erano perfette, o se il synth ha “spiccato” un po’ troppo. Il concerto di Villafranca aveva come primo obiettivo quello di preparare la strada per un prossimo ritorno in vista della promozione del nuovo lavoro e riscaldare i motori (sopra e sotto al palco), reduci dalla pausa dell’ultimo periodo. Obiettivo di gran lunga superato: che sia un live di estivo, invernale, ad un festival o in un palazzetto, quando hai voglia di suonare non c’è scusa che tenga per risparmiarsi. Con la pioggia o con il sole.

(Marco Jeannin)

SETLIST

DZ DEATHRAYS

“Rad solar”

“Cops capacity”

“L.A. Lightning”

“Teenage kickstarts”

“Gebbie street”

“The mess up”

“No sleep”

“Dollar chills”

“Debt death”

“Teeth”

THE TEMPER TRAP

“Repeater”

“Need your love”

“Love lost”

“Rabbit hole”

“Fader”

“Happiness”

“Trembling hands”

“Miracle”

“Soldier on”

“Science of fear”

“Resurrection”

“Drum song”

“Sweet disposition”

TWO DOOR CINEMA CLUB

“Cigarettes in the theatre”

“Undercover Martyn”

“Do you want it all?”

“This is life”

“Wake up”

“You’re not stubborn”

“Next year”

“Sleep alone”

“Sun”

“Something good can work”

“Settle”

“Handshake”

“Eat that up”

“What you know”

“Some day”

“Come back home”

“I can talk”

THE KILLERS

“Runaways”

“Somebody told me”

“Smile like you mean it”

“Spaceman”

“This is your life”

“Miss atomic bomb”

“For reasons unknown”

“Bling (Confession of a king)”

“Shadowplay” (Joy Division cover)

“Human”

“A dustland fairytale”

“Romeo and Juliet” (Dire Straits cover)

“Read my mind”

“Mr. Brightside”

“All these things That I’ve done”

Encore

“Bones”

“Jenny was a friend of mine”

“When you were young”

Live Report: Brandon Flowers @ Alcatraz Milano 04/10/10

Ottobre 5th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Ph. Gianmatteo BrunoSono le dieci quando le luci si abbassano. Un uomo vestito di nero sale sul palco e inizia a cantare una canzone quasi country. No, non è lo spirito di Johnny Cash. E’ Brandon Flowers, in versione solista e spiazzante. Messe da parte le piume, i lustrini e le tastiere dei Killers, è a Milano a presentare il suo disco solista, “Flamingo”. L’Alcatraz è gremito, ma non esaurito (originariamente il concerto doveva essere ai Magazzini Generali). Il pubblico non sembra spazientito dall’attesa, e sembra conscio di quello che lo aspetterà: il tipico concerto da solista di un leader di una band affermata. Flowers è accompagnato da ben sei elementi, sul palco disadorno, a parte qualche drappo. E la sua musica solista è analoga: decisamente più secca, con qualche orpello a cui non riesce a rinunciare. Come il discorsetto da crooner consumato su “Crossfire” – Flowers è di Las Vegas, casa dei Sinatra&co- o certi cori che fanno tanto Killers.

La scaletta è ovviamente centrata su “Flamingo”. Ma la prima sorpresa arriva alla quarta canzone, con una riuscita cover di “Bette Davis’ eyes”, che Flowers canta sicuro, non facendo rimpiangere la voce roca di Kim Carnes, che la fece diventare una hit negli anni ‘80. La seconda sorpresa è la presenza in scaletta di un paio di brani dei Killers – scelta che i leader solistizzati spesso evitano volentieri in questo genere di concerto, per non subire accuse di speculazione. Anche se le scelte cadono su “Losing touch” – non esattamente il brano più famoso dei Killers –  e sulla conclusiva “When we were young”, cantata in versione acustica e spoglia alla fine, terminando il tutto più o meno come era iniziato.
Alle 11 e 10 è tutto finito: poco più di un’ora di concerto – si capisce perché era iniziato così tardi. Flowers ci sa fare, sa tenere il palco e sa scrivere buone canzoni, ed è evidente anche in queste circostanze. Ma alla fine si esce comunque rimpiangendo un po’ il sound divertente e caciarone dei Killers.
(Gianni Sibilla)
(foto di Gianmatteo Bruno)
setlist:
On the Floor
Crossfire
Magdalena
Bette Davis Eyes
Jilted Lovers & Broken Hearts
Right Behind You
Was It Something I Said?
Hard Enough
Losing Touch
Swallow It Play
Only the Young
Playing With Fire
Encore:
The Clock Was Tickin’
When You Were Young

Live Report: The Killers @ Arena di Verona 08/06/09

Giugno 9th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

All’Arena di Verona una birra costa sei euro. Già. Una misera lattina di birra, sei euro. Cos’è? C’è ancora da finire di pagare l’arena come la Salerno – Reggio Calabria? Ma non c’era la crisi? Quale strana magia ha permesso un così esplicito furto alla luce del sole? Ci penso mentre prendo posizione in uno dei sedili sacrificatissimi della tribuna numerata. L’Arena è bella, impossibile negarlo, e suonarci deve fare uno strano effetto. Ecco, sommando i vari indizi si può capire il livello che i Killers hanno raggiunto in Italia (e nel mondo): possono permettersi l’Arena tre mesi dopo essere venuti a Milano, la riempiono con gente dagli otto agli ottant’anni e la birra costa sei euro (l’ho già detto lo so, ma questa non la passano liscia).
I Killers hanno fatto il botto, riempiendo quel vuoto lasciato dalla scomparsa delle – oramai vecchie – boyband e tanti saluti: il momento giusto per vederli è proprio questo, mentre ancora cavalcano un’onda di dimensioni considerevoli e prima del passaggio agli stadi e a ben altre platee, cosa che dopo quello che ho visto ieri, mi sento di dare quasi per certa. Il concerto dell’Arena in questo senso ha emesso il suo verdetto.
Apertura in mano a Juliette Lewis che con il suo nuovo gruppetto, i The New Romantiques, riesce a caricare bene un po’ tutti. Non mi entusiasma troppo, ma sa stare sul palco come si deve e ha il piglio da vecchia rock star glam.
I Killers attaccano ad un quarto alle dieci sotto un cielo carico di nuvoloni neri che minacciano pioggia. Il fan club ha provveduto a distribuire il necessario per la coreografia che dovrebbe consistere in un tricolore gigante per le tribune e una K di stagnola per la platea. Alla gente sembra importare poco: l’eccitazione è già fuori controllo (parte la “ola”, si battono i piedi, l’Arena sembra scoppiare in un colpo d’occhio meraviglioso) e il tutto si perde appena i quattro di Las Vegas mettono piede sul palco addobbato con palme e luci degne della città natale.
Un’ora e mezza il set, completo di un rientro con tre pezzi. Ora e mezza costantemente accompagnata da mani alzate, applausi e salti. Uno dei concerti più partecipati a cui mi è capitato di assistere: i Killers hanno di che essere contenti. Dal punto di vista musicale la scaletta è buona. Inizio al fulmicotone con “Human” e “Somebody told me”, per poi calare di ritmo nella parte centrale, almeno fino alla bella cover dei Joy Division, “Shadowplay”. E qui non posso esimermi dal notare che, nonostante venga proiettato un video con gli estratti da Control di Anton Corbijn, addetti ai lavori e qualche sparuto gruppetto a parte, nessuno ha riconosciuto il pezzo. Questo per ridimensionare un po’ i facili entusiasmi: non tutti sono tenuti a conoscere i Joy Division, ma vedere la storia della musica ignorata clamorosamente mette in luce i limiti evidenti di un pubblico oramai evidentemente pop, con tanti saluti a Ian Curtis a cui i Killers, come tanti altri, devono la vita (Il nome della band, per chi non lo sapesse, deriva da un video dei New Order, “Crystal”, in cui è presente una band fittizia, appunto denominata The Killers). Comunque. Basta poco per riprendersi: “Spaceman” fa letteralmente tremare gli spessi muri dell’Arena e apre la via al finale in cui spiccano “Mr. Brightside” e il nuovo inno indie pop eletto per acclamazione “All these things that I’ve done”. Niente da dire: a questo punto sono convinto che se si candidassero alle europee, questi assassini vincerebbero a mani basse. Mietute migliaia di vittime, colpite al cuore senza via di scampo, i Killers si concedono pochi minuti di pausa per concludere con la bella “Bones” accompagnata dal video diretto nientepopòdimenochè da Tim Burton (ma anche questo all’Arena lo sanno in pochi…), seguita da “Jenny was a friend of mine” e dalla spettacolare “When you were young”, condita da fiamme sul palco e cascate di scintille (e una fulminea invasione di palco di un ragazzo “amabilmente scortato” nelle segrete dell’Arena).
Ore undici e un quarto e tutti a casa. Me ne esco accompagnato dai cori di chi non è ancora sazio, convinto dalla bontà di un live molto divertente e ben condotto da Brandon Flowers (la cui voce cristallina, va detto, sta migliorando sempre di più con il passare del tempo) che ha incoronato indubbiamente i Killers come beniamini assoluti di un pubblico che forse non se li merita fino in fondo, ma che d’altro canto forse si sono anche un po’ cercati.

(Marco Jeannin)

Dal Vivo
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