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Live Report: Tricky @ Live Club, Trezzo D’Adda 25/04/13

Aprile 27th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Andare ad un live di Tricky equivale ad una scommessa. Molto di quello che succede sul palco è improvvisato e strettamente legato al mood della serata. Tricky stesso è un personaggio umorale ed imprevedibile, in qualsiasi momento potrebbe far cose memorabili o avere gesti di stizza.

Poco dopo le 23 sale la band, composta da giovani musicisti, alcuni già conosciuti nel precedente tour. Basso e tastiere affidati a due ragazze, mentre batteria e chitarra riportano in parità i sessi con due ragazzi. Ovviamente immancabile sul palco la vocalist, condicio sine qua non di praticamente tutte le creazioni di Tricky, sia in studio che on-stage. Anche per questo tour e per gran parte dell’ultimo disco che verrà pubblicato il mese prossimo, il ruolo è occupato da Francesca Belmonte, sinuosa cantante italo-irlandese già spalla di Tricky negli ultimi lavori.

Adrian Thaws, in arte Tricky, entra poco dopo accompagnato dalla più fedele delle sue compagne, una densa e voluminosa nuvola di fumo che gli esce dalla bocca offuscandone le sembianze. Dal primo istante della sua presenza sul palco, sembra chiaro che la performance sarà una scommessa vincente. Ci è andata bene; Tricky è carico, impugna l’asta del microfono con decisione e scuote la testa violentemente. Iniziano sempre così i suoi celebri movimenti corporei, espressione sincopata della sua musica, oscura e nervosa, complessa e sensuale. Una delle variabili che avrebbe potuto compromettere la buona riuscita del live era la possibilità che ci fosse poca gente, tra ponti vacanzieri ed un artista non troppo mainstream poteva accadere. Invece il pubblico c’è, partecipa, e risponderà sempre meglio durante il corso del concerto. Basti pensare che al quinto pezzo, Past Mistake dall’album Knowle West Boy del 2008, Tricky invita già persone sul palco. Ne salgono a caso una quindicina, ma ad Adrian non bastano. Mentre la band continua l’esecuzione del brano, prolungandola senza apparentemente limite, lui continua a fare gesto alle persone di salire; ad un certo punto sembra quasi una minaccia, si arriva al punto che sul palco ci siano una quarantina di persone.

Ed eccolo lui al centro, maestro e guida di un rituale collettivo, che costituisce l’obiettivo di ogni suo live: cercare di creare e mantenere una tensione che lega lui alla band, fino a convogliarla in un legame al limite dell’ erotico col suo pubblico. E’ per questo che un concerto di Tricky dipende da molti fattori, prima di tutto l’attenzione dei suoi musicisti, che non si possono permettere la minima distrazione dai suoi “ordini”. La maggior parte dei pezzi cominciano canonici come su disco, poi Tricky li gestisce durante il loro incedere come un direttore d’orchestra, destrutturando e ricostruendo la struttura delle canzoni a piacimento. Non hanno un genere, sono uno dei livelli massimi di contaminazione tra musica elettronica e rock, tra dub e hip hop. Il repertorio spazia, pescando molto e coraggiosamente dall’album non ancora uscito. Tra queste sono già riconoscibili tracce diffuse via internet, come Nothing’s Changed, Does It e Nothing Matters. Certo non mancano brani storici accolti da maggior clamore dal pubblico, Overcome e Vent per esempio, o della cover che vede ancora Ace Of Spades dei Motorhead come un momento topico con pubblico sul palco a pogare.

Il concerto dura circa un’ora e mezza, Tricky a fine live è completamente perso nella sua performance, non si sa se per merito di quello che si fuma durante lo spettacolo o per pura e genuina estensione musicale; la cosa sicura è che anche questo galvanizza il pubblico a partecipare al suo “delirio”, in un finale lunghissimo e travolgente. Da denotare il ruolo decisivo di Francesca Belmonte, ragazza sempre piuttosto timida e schiva sul palco, dotata non solo di una bellissima voce ma anche della capacità di intervenire in maniera delicata e decisa nei momenti in cui Tricky si fa da parte per raggiungere le sue catarsi. La band saluta, Tricky ringrazia generosamente e scende dal palco energico come vi era salito, e Alessio Bertallot può cominciare il dj set per far sfogare nel dancefloor l’adrenalina accumulata dal pubblico.

(Marco Danelli)

Live Report: The Ark @ Live Club, Trezzo (Mi) 12/05/11

Maggio 13th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Gli Ark festeggiano i vent’anni di carriera sciogliendosi: compilation celebrativa appena uscita (“Arkeology – The complete single collection”) e tour d’addio in corso. Eccoli a Trezzo per l’ultima data italiana in assoluto, una serata all’insegna della nostalgia e dell’amarcord, con una scaletta pensata per non deludere i fedelissimi accorsi al capezzale della band morente per l’estremo saluto. Il live di Trezzo è popolato quindi dai parenti stretti e dagli amici più cari, quelli che mai per un secondo hanno abbandonato il sestetto svedese in tutti questi anni, una platea selezionatissima quasi completamente epurata dai fan dell’ultima ora e dai soliti curiosi di passaggio. Il set degli Ark inizia intorno alle undici, senza nessuna apertura, com’è giusto che sia. La band guidata da Ola Salo si presenta sul palco di bianco vestita con tutine succinte e stivaletto laccato d’ordinanza, attaccando con “Hey modern days” e “Clamour for glamour”. E’ ovviamente Salo a fare gli onori di casa, introducendo la serata, spiegandone il significato e dando il via a una serie di ringraziamenti che si protrarranno per tutta la durata del set. Gli Ark si sciolgono perché è ora che si metta la parola fine a questa esperienza, perché “… dopo vent’anni non siamo più così giovani, e ogni momento vissuto insieme è stato speciale…”. Speciale come il rapporto con la fan base italiana, indomabile e affettuosissima come da tradizione. E qui, con un po’ di campanilismo, vanno rinnovati i complimenti alle platee nostrane, tra le migliori in assoluto: faremo rumore, saremo maleducati e chiassosi, i quattro quinti di noi non parlano una parola d’inglese ma diecimila, mille o anche solo dieci persone, i cori saranno sempre da stadio e l’amore incondizionato. Vale per Springsteen come per gli Ark, per i Pearl Jam come per l’ultima delle band salite sul palco. Comunque. La prima parte del set prosegue con “Echo chamber”, “Breaking up with God” (uno dei due inediti della nuova raccolta) e “Father of a son” seguita da un “Drum solo” che permette alla band di abbandonare momentaneamente il palco per un veloce cambio d’abito. Gli Ark si ripresentano in livrea nera con uno dei pezzi più interessanti e riusciti della serata, “Superstar”, impreziosito da un ottimo assolo di Jepsson “Jepson” Mikael nel finale. Arriveranno poi in ordine: “Tell me this night is over”, “Disease”, le acclamatissime “Prayer for the weekend” e “Let your body decide” e, prima del finale di set, l’interessante “Laurel Wreath”, con Salo che abbandona la tuta nera per sfoggiare un completino composto da cappello da poliziotto, bretelle, petto nudo, pantaloni aderenti e stivali al ginocchio. A questo punto è tempo di fare quattro chiacchiere. Salo introduce “It takes a fool…” ringraziando nuovamente il pubblico italiano per i dieci anni passati insieme (praticamente da “We are the Ark” in poi) e invita tutti a dare fondo alle ugole per quello che a tutti gli effetti è il manifesto della band svedese. Gli Ark, che piaccia o no, sanno suonare e stare su un palco. E, lo dico senza problemi, “It takes a fool to remain sane” è un gran pezzo, un singolone destinato inevitabilmente a trasformarsi in un evergreen, pietra angolare e fondamenta dell’intera discografia degli Ark. Una band che, con questo live-show, ha trovato il modo migliore per andarsene a testa alta chiudendo il set principale di Trezzo con l’ironica “One of us is gonna die young” (in cui trova posto anche un accenno di “Forever young” degli Alphaville tanto per far capire il tono): “Abbiamo vissuto in fretta, siamo morti giovani e d’ora in poi potrete parlare degli Ark come di uno splendido cadavere. Vent’anni sono una vita breve, ma siamo felici di averla passata con voi”. Baci e abbracci e si passa quasi immediatamente all’encore. Tre pezzi in scaletta: “Patchouli”, “Stay with me” richiesta dalle prime file – “… avete cantato meravigliosamente “Superstar”, è l’ultima data in assoluto, quindi se volete sentire una canzone in particolare, questo è il momento” – e l’incalzante, glam, kitsch e strabordante “Calleth you, comet I”, ultimo respiro esalato prima del passaggio a miglior vita. Una chiusura con il botto che strappa un fiume di applausi e qualche lacrima commossa dei più affezionati (o meglio affezionate, vista la stragrande maggioranza femminile). Finito tutto, la sensazione è di aver partecipato al funerale di un conoscente, qualcuno che sapevamo già essere una brava persona ma che, dopo una così bella dimostrazione d’affetto da parte di chi gli è sempre stato vicino, avremmo voluto conoscere meglio. Come si dice in questi casi? Se non sbaglio che sono sempre i migliori che se ne vanno e che erano dei bravissimi ragazzi. La verità è che credevano davvero in quello che facevano e, con alti e bassi, è stato bello finché è durato. Per di più hanno avuto il coraggio di smettere quando è suonata la loro ora e per questo si meritano una lode extra: bravi Ark, è stato davvero un piacere.

(Marco Jeannin)

“Hey modern days”

“Clamour for glamour”

“Echo chamber”

“Breaking up with god”

“Father of a son”

“Drum solo”

“Superstar”

“Tell me this night is over”

“Disease”

“Prayer for the weekend”

“Let your body decide”

“Laurel Wreath”

“It takes a fool to remain sane”

“One of us is gonna die young”

“Patchouli”

“Stay with me”

“Calleth you, cometh I”

Live Report: Godspeed You! Black Emperor @ Live Club, Trezzo (Mi) 27/01/11

Ggennaio 28th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Tutto quello che riguarda il concerto dei Godspeed You! Black Emperor, escludendo la parte “sonora” vera e propria o “set” che dir si voglia, potrebbe rientrare nella categoria “me la sto tirando e me ne vanto”. L’atmosfera al Live Club di Trezzo è un po’ questa. E mi ci metto anch’io nella schiera di quelli che hanno fatto della partecipazione a questo concerto un vanto. Fuori dai denti, i GY!BE sono una delle band più elitarie del globo. Pochissime etichette, quasi nemmeno quella scontata di appartenenza a un genere visto le mille influenze che concorrono a creare il suono della band canadese, tanto che dire post rock non è mai stato sufficiente. Non c’è nemmeno un frontman, anche se Efrim Menuck è un po’ quello che parla più degli altri, ma guai a farglielo notare. I GY!BE, sciolti nel 2003, tornano dopo sette anni e qualche progetto parallelo in più (Set Fires To Flames e Thee Silver Mt. Zion su tutti), ma senza una parola di troppo, come se niente fosse. Il Live di Trezzo si riempie abbastanza in fretta, il pubblico è composto quasi completamente da appassionati e reduci della stagione d’oro del post rock, tutta gente che ha coscienza di quello che sta andando a fare, che ha un’opinione (complicata) in merito e che difficilmente descriverà su facebook la serata accompagnando i commenti con degli autoscatti. Il set è aperto da Colin Stetson, sassofonista americano (collaboratore di Tom Waits, Tv On The Radio, Feist, National e via dicendo) che tra le altre cose è membro stabile degli Arcade Fire versione live. Quello che propone in questa sua uscita solista è una sorta di avantgarde jazz fatto d’improvvisazioni eseguite principalmente con il sassofono basso. Un’apertura interessante e in linea con lo spirito della serata. I GY!BE salgono sul palco poco dopo le dieci in formazione a otto, con due batterie, violino, violoncello, due bassi e due chitarre. La parola “Hope” a lettere cubitali è riprodotta sullo sfondo da quattro proiettori super8 gestiti da un tecnico che per tutta la durata del concerto non farà altro che cambiare le centinaia di pellicole a disposizione per creare un effetto split screen con doppia esposizione, un commento visivo alla parte strumentale. Un’installazione vera e propria, tutta rigorosamente analogica e manuale. Le due ore successive si possono grossolanamente suddividere in sei macro movimenti, sei suite della durata media di venti minuti che scandiscono una scaletta (termine quanto mai riduttivo) che spazia lungo tutti e quattro i lavori della band canadese. Due ore di accelerazioni e cavalcate post-rock, divagazioni classiche e sperimentali, contrappunti acustici, crescendo interminabili ed esplosioni elettriche. La band gira che è un piacere, tecnicamente impeccabile e “emotivamente” carica. Un set ipnotico supportato da un sonoro pressoché perfetto. Grandissimo lavoro al mixer, dove per una volta trovo un tecnico del suono che non abbandona nemmeno per un secondo la console, aiutandosi nell’arduo compito di dare spessore e credibilità al suono con appunti di ogni genere. Complimenti a lei e alla band per la scelta azzeccata e professionale. Quello dei GY!BE è un genere oggettivamente difficile da digerire se non si è pratici dell’ambiente. Eppure per quanto ostico, riesce comunque a raggiungere il suo scopo, in altre parole quello di elevare il semplice ascolto a livello di esperienza uditiva (o audiovisiva come in questo caso). Un’esperienza che in versione live è amplificata cento volte sotto il profilo della quantità e dell’intensità. I GY!BE ci sono mancati per troppi anni. Forse sono mancati a pochi, forse questi pochi che amano una band che ha preso il nome da un documentario giapponese in bianco e nero del 1976 su una banda di motociclisti (i Black Emperor) rimarranno sempre in pochi (e ammettiamolo, ci piace così). Quello che conta è che tutti abbiamo avuto la possibilità di apprezzarli dal vivo in un live davvero perfetto che sarebbe potuto durare tranquillamente altre quattro ore.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Hope drone”

Moya”

Albanian”

Dead Metheny”

East hastings”

Chart #3”

World police and friendly fire”

Lift yr. skinny fists, like antennas to heaven…

Gathering storm”

BBF 3”

Live Report: Deftones @ Live Club, Trezzo (Mi) 06/12/2010

Dicembre 7th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Il tour dei Deftones a supporto di “Diamond eyes” credo sancisca il passaggio definitivo al terzo atto della storia della band. Primo atto: nasce, cresce, fiorisce. Secondo atto: il tempo passa, le mode cambiano, i generi si adeguano. Non i Deftones che con coerenza continuano per la loro strada, non più però sotto i riflettori. Terzo atto: la band supera indenne la sfida del tempo, uscendo con un ottimo disco (di successo) che gli consente di riprendersi il palco principale, non più da neonati e nemmeno in fase di accanimento terapeutico, ma come band viva e strepitosamente in forma. La prova lampante è stato il set di Trezzo, ultima tappa del tour per i Deftones in questo 2010. Il taglio di una serata si capisce già dalle prime battute. Per i Coheed and Cambria c’è già il pienone, e metà della platea carica a mille conosce la spalla tanto quanto il main act. E aggiungerei che i CC si meritano questo e altro: entusiasmo a profusione, sound potente e tecnica da vendere. Per chi non li conosce ma ama il genere, sono la versione incazzata dei Mars Volta, però con una dose pesantissima di bassi e chitarre di stampo alt metal. Ottimi loro, ed eccezionale Claudio Sanchez, il capelluto frontman della band (manco a dirlo) di Woodstock. Alle nove e trenta salgono però sul palco i Deftones. Ventiquattro pezzi, scaletta perfetta per un’ora e quarantacinque minuti filati, compreso il rientro (che si merita un capitolo a parte). Chino Moreno, in camiciola nera e Converse, ingrana la quarta appena messo piede on stage, Sergio Vega sostituisce ovviamente Chi Cheng al basso, Stephen Carpenter sempre più capelluto (e “abbondante” sui fianchi) fa stridere la sua chitarra dal sound inconfondibile, il vero marchio di fabbrica dei Deftones. Al resto pensano Abe Cunningham a pestare dietro ai tamburi e Frank Delgado al “Mac” (oramai uno strumento vero e proprio). I primi cinque pezzi in scaletta spaccano completamente platea e timpani, un’apertura tra le più pesanti mai registrate: “Rocket skates”, “Around the fur”, “My own summer (shove it)”, “Be quite and drive (far away)”, “Elite”. Poderosi, compatti, perfettamente rodati: bentornati Deftones. Arriva poi la sezione “White pony” con “Knife party”, “Korea” e “Digital bath”, che introduce il corpo centrale riservato a pezzi del nuovo “Diamond eyes”. Pezzi che dal vivo suonano ancora più duri e ricchi di pathos (vedi l’intensa “Risk” dedicata a Cheng, ancora in coma semi-cosciente dopo essere stato investito nel 2008 da un automobilista ubriaco). Il calo controllato di ritmo della parte centrale permette a tutti di tirare il fiato prima del finale. Da notare l’arrivo in fila di “Bloody cape”, seguita da “Minerva”, “Passenger”, “Change” e “Back to school”, questi ultimi tra i pezzi più belli e riusciti di sempre della band di Sacramento. Finale con il botto dunque, pausa brevissima e rientro per l’encore. Chino si presenta a dorso nudo, ringhia al basso di Vega che inizia a saltare e dimenarsi completamente fuori controllo. Il motivo è semplice: adrenalina, o meglio “Adrenaline”. Tre pezzi tutti dal disco del lontano 1995, un concentrato di furia nu metal micidiale: “Birthmark”, “Engine no.9” e “7 words”. Volano scarpe, persone, denti e la baracca chiude i battenti con la platea che incita la band a tornare sul palco nonostante l’ora e tre quarti appena trascorsa senza sosta. I Deftones oramai non devono più provare niente a nessuno. Non sono più una band giovane tanto quanto non sono un gruppo di persone di mezza età, bollite e fuori tempo massimo. Stanno dimostrando di essere passati dall’altra parte della barricata, dove vivono quei gruppi che fanno da punto di riferimento per tutti gli altri, per chi vuole mettere in piedi una band nuova di zecca e per chi avrebbe bisogno di un ripassino sul l’argomento “come si sta su un palco e spaccare” (per restare in tema “Back to school”). Per tutta risposta, in platea il coro è stato sempre e solo uno: “Tonight we feel like more”.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Rocket skates”

Around the fur”

My own summer (shove It)”

Be quiet and drive (far Away)”

Elite”

Knife party”

Korea”

Digital bath”

Diamond eyes”

CMND/CTRL”

Risk”

Beauty school”

Xerces”

Prince”

You’ve Seen the butcher”

Sextape”

Bloody cape”

Minerva”

Passenger”

Change (in the house of flies)”

Back to school”

Encore

Birthmark”

Engine No. 9”

7 Words”

Live Report: Stone Sour @ Live Club Trezzo 12/11/2010

Novembre 14th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Tutti sanno che Corey Taylor è un gran chiacchierone. Che si tratti degli Slipknot o degli Stone Sour, un live con Taylor sul palco si trasforma quasi automaticamente in un torrente di battute e complimenti: “Siete il pubblico migliore di sempre… i più folli… vi garantisco che questo è il miglior live del tour… oh my God, oh my God…” eccetera. Che messa così fa un po’ paraculo, ma ci sono tanti buoni motivi per garantire sulla sincerità del vocalist “tutto collo e tatuaggi” di Des Moines. I concerti metal sono un mondo a parte: il pubblico, senza ombra di dubbio, è il più caldo in assoluto. Si sta bene alle serate metal, perché per quanto un filino nerd, la totalità della gente presente in sala ha come unico obiettivo (oltre a bere birra a fiumi) quello di non smettere nemmeno per un secondo di sostenere i propri beniamini, cascasse il mondo. Succede così per gli Hellyeah, gruppo spalla fondato dall’ex batterista dei Pantera Vinnie Paul Abbot, una band amatissima dal pubblico di Trezzo che si meriterebbe un posto da headliner. Gli Hellyeah (il cui nome è già tutto un programma) spingono sull’acceleratore già in partenza, accendono la folla e trasformano il Live nella bolgia ideale per il set degli Stone Sour. Forse non tutti sanno che gli Stone Sour rappresentano il primo amore di Corey Taylor, ancor prima degli Slipknot. Non sono il solito side project di un frontman in cerca di soddisfazioni personali, quanto una vera e propria band, nata nel lontano 1992 quando il grunge si preparava a conquistare il mondo. Altri tempi, ma seppur con qualche tira e molla (dello stesso Taylor che nel ’95 si unisce agli Slipknot per poi tornare non prima di cinque anni), gli Stone Sour hanno raggiunto la maggiore età proprio con questo tour di presentazione dell’ultimo album, “Audio Secrecy”, ufficialmente il quarto per la band statunitense. Il Live club è pieno fino all’orlo. Chiedendo agli addetti ai lavori mi arrivano voci di duemila persone circa, forse qualcuna di più, tutti presenti all’appello prima delle otto, in netto anticipo sulla scaletta: il set degli Stone Sour attacca intorno alla dieci e mezzo. Quattordici pezzi di cui almeno sei pescati da “Audio Secrecy”, con Taylor che non manca di ricordare il titolo del disco, chiede in quanti l’hanno comprato, in quanti lo compreranno e in quanti lo vogliono sentire. Se questa non è una presentazione… Giù dal palco di rimando si grida, si alzano le corna al cielo – quelle con indice e mignolo, niente pollice perché quello non è metal – si “poga” duro e volano scarpe e indumenti per tutta l’ora e un quarto del concerto. Sfido chiunque a partecipare a un live di questo tipo e non divertirsi un mondo. Intro con “Mission statement” seguita dalla trucissime “Reborn” e “Made of scars”. Pausa per tirare il fiato e via con il singolone “Say you’ll haunt me”, quasi mite in confronto al sound arcigno del trio d’inizio. Al Live si sta bene (menzione d’onore al light design, una volta ogni tanto), si sente bene (che non vuol dire solamente volumi alti, dettaglio tutt’altro che trascurabile) e vederlo pieno in ogni ordine di posto è un ottimo colpo d’occhio. Come già detto Taylor non perde occasione di parlare, giocare con il pubblico e benedire il tutto con una sana e abbondante dose di f**k elargiti a piene mani. “Let’s be honest” e “Your god” sono il corpo centrale del set prima della pausa ad hoc, firmata dall’ottima e acclamatissima “Bother”, con Taylor solo alla chitarra costretto a interrompersi almeno tre volte per lasciare spazio ad applausi e grida d’approvazione. “Bother” lancia l’altro singolo (da “Come what(ever) may”) “Through glass”, prima della doppietta finale, “Digital (did you tell) / Get inside” che chiude la prima parte del set e apre all’encore. La band torna sul palco poco dopo, si presenta (formazione classica a cinque con due chitarre, basso, batteria e voce) e spara filate “The bitter end”, “Hell & consequences” e la spigolosa “30/30 – 150” che chiude il set nel tripudio generale. Raccolgo la scaletta dal mixer, ringrazio per la bella serata e abbandono il Live in fretta per evitare il traffico all’uscita del parcheggio. Le somme le tiro al casello dell’autostrada, con l’autoradio spenta per dare tregua alle orecchie e alla testa. Gli Stone Sour sono un’ottima band e Corey Taylor è un gran chiacchierone, l’ho già detto e lo ripeto. Parla a raffica e, a pelle, sembra sempre in bilico tra la leccaculaggine e l’ingenuità. Mi è però impossibile dargli torto quando definisce quello di Trezzo il “miglior live in assoluto di tutto il tour”: effettivamente quello del Live club è stato un set riuscitissimo, vissuto e divertente come solo un genere verace come il metal sa regalare. E Taylor l’ha capito. Non è un paraculo, è uno che si ciba veramente dell’energia di serate come questa.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Mission statement”

Reborn”

Made of scars”

Say you’ll haunt me”

Unfinished”

Let’s be honest”

Your god”

Bother” (Taylor solo)

Through glass”

Digital (did you tell)”

Get inside”

Encore:

The bitter end”

Hell & consequences”

30/30-150”

Live Report: Thievery Corporation @ Live Club Trezzo (Mi) 28/05/10

Maggio 31st, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Rob Garza e Eric Hilton sono la base dei Thievery Corporation. Intorno a loro gravitano circa una quindicina di elementi, di cui buona parte vocalist da tutto il mondo, che si alternano sul palco nei live e in studio per dare vita a questo collettivo elettronico, dub, reggae, trip hop, acid jazz, che fa pure world music d’ispirazione indiana e brasiliana con quel tocco bossa nova che non sta mai male. Tanta, tantissima carne al fuoco dunque. Mettiamoci poi che i Thievery Corporation non facevano tappa per un live nel nostro paese da cinque anni ed eccovi servita l’occasione ghiotta da non lasciarsi scappare. La location è quella del piacevole Live Club di Trezzo, appena fuori Milano. Affluenza discreta (il club è pieno per metà) che non rende giustizia a quello che a conti fatti è stato fino ad ora uno dei set più interessanti di quest’anno. Due ore e venti abbondanti di energia reggae pompata senza sosta, con l’ultimo “Radio retaliation” a farla da padrone in scaletta. Un album politicamente schierato (a sinistra) che dal vivo si traduce in un’esibizione corale di ottimo livello. Mi piazzo a lato del mixer, lontano dal vivo della platea in zona divanetti. Rubo la scaletta che conta la bellezza di ventotto pezzi (ma non eseguita interamente, almeno un paio mancano all’appello) quando le luci si spengono. Si comincia con “A warning dub”, “Mandala”, “Shadows” e “Lebanese blonde”. Un inizio corposo che stabilisce la cifra di quello che sarà l’intero live: tanta gente sul palco pronta a caricare la platea ad ogni occasione, e gente sotto il palco che non vede l’ora di lasciarsi andare. Bello. “Until the morning” arriva per quinta in versione remix, un buon modo per non annoiarsi mai anche con pezzi arcinoti e dare nuova vitalità al concetto di singolo. Un po’ come fanno i Massive Attack live per “Teardrop” insomma, e con successo aggiungerei. Il set non ha pause. I pezzi si susseguono molto velocemente lasciando poco spazio alle parole e molto alla musica. La gente comincia a scaldarsi e anche i più ingessati devono cedere sotto i colpi di un sound innegabilmente coinvolgente. Si balla e la testa inizia a ciondolare al ritmo delle percussioni e dei bassi potentissimi che riempiono il Live. La band tira più che può, concedendo un attimo di respiro solo dopo un’ora e mezza per quella che è solamente una “fine primo tempo”. La seconda parte è possibilmente ancora più densa, dub. “Sound the alarm” e “Assault on babylon” e “Warning shots” sono una tripletta micidiale: c’è gente che balla anche in bagno, giusto per non perdere il ritmo. Ci si avvia alla conclusione su pezzi come “Sweet tides” (ottima e acclamata), “The richest man in Babylon” e “Pueblo unido” che, ricordando da che parte stanno i nostri, chiude il set per la seconda volta. C’è tempo però ancora per “Marching the hate machine” prima dei saluti finali. La band lascia il palco nell’entusiasmo generale di chi ha vissuto un ottimo concerto, sudato e divertente. Cosa dire? I Thievery Corporation sono un vero piacere da vedere e vivere live. Una dimensione che permette al loro sound di esprimersi al meglio, vuoi per i volumi, vuoi perché questa è musica che ha bisogno di spazio e respiro. Un primo spiraglio d’estate che lascia solo immaginare cosa sarebbe vederli all’aperto. Magari la prossima volta…

(Marco Jeannin)

Live Report: In Flames @ Live Club Trezzo d’Adda (Mi) 19/11/09

Novembre 20th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

La cosa più strana di tutte è la dicitura sul biglietto: concerto di musica leggera.
Forse sono io che proprio non ci arrivo, ma tanto leggeri gli In Flames non mi sembrano. Il bel Live di Trezzo ospita il quasi tutto esaurito dell’unica data italiana della band svedese. Tanto amore e tanta fedeltà da parte dei fan intorno a questo gruppo di death metal che più passa il tempo, più sembra ammorbidire gli spigoli.
E inevitabilmente salta fuori la parola “melodic” davanti alle altre due. Roba da storcere il naso? Solo se sei un fedelissimo. Dal vivo però tutto questo non conta, perché sul piatto vengono messi i cavalli di battaglia, l’artiglieria pesante. Spicco in platea come l’unico non vestito di felpa nera con cappuccio. La mia camiciola a quadrettini rossa fa la sua figura almeno tanto quanto la maglietta dei Mogwai che fa capolino timida, bersagliata immediatamente da un paio di sguardi truci.
La seconda cosa in ordine di stranezza è entrare al Live per gli In Flames e sentire i Sigur Ros a tutto spiano accompagnati da un costante ma significativo borbottio in platea (evidentemente l’apertura dei Sybreed non ha placato le voglie). Proprio non si possono sopportare eh? La mia maglietta dei Mogwai però si sente un po’ più a proprio agio. Mancano venti minuti alle dieci quando scatta l’ora del putiferio e qui bisogna attingere ad una serie di espressioni di genuina ammirazione da rivolgere a tutte le persone presenti in sala. Perché si può dire tutto al “popolo del metal”, ma non che non sia il più caldo in assoluto. Nell’ora e mezza scarsa di concerto – senza pause e senza rientri – sono veramente pochissimi i momenti di silenzio: c’è un continuo inneggiare alla band con cori da stadio, roba da far impallidire il più duro dei duri svedesi. La band se ne accorge molto presto e fa notare che dovremmo trasferirci in Svezia ad insegnare alle folle nordiche come si esulta. Tutto questo nonostante l’amarezza per la sconfitta della nazionale di calcio svedese contro l’Italia in amichevole. Dettaglio trascurabile? Mica tanto. Rende perfettamente l’idea del clima che si va costruendo al ritmo dei pezzi più duri e di vecchia data che si mischiano con la produzione più recente.
E da quasi profano mi rendo comunque conto immediatamente dell’enorme differenza che prima ho cercato di inquadrare con la parola “melodic”. Ci sono quindi gli In Flames del prima (quelli degli anni Novanta) e gli In Flames del dopo (quelli dei più recenti Duemila). Cosa ci sia stato nel mezzo non è dato saperlo. Ad ogni modo pezzi come “Pinball map”, “Trigger” e “Only for the weak” sono dei veri spacca folla. Guardandomi intorno vedo che buona parte della platea conosce tutti i pezzi a memoria e condivide la rabbia nelle urla di Ander Fridén. Il momento più divertente però capita quando un ragazzo in prima fila viene chiamato a cantare sul palco tra l’invidia generale. Fridén cede il microfono e si mette in disparte. Risultato? Sarà l’emozione, o un improvviso attacco di panico, beh… niente voce! E via che partono i cori di insulti tra le risate generali. Scherzi a parte, il set come ho già detto ha proposto un’ora e mezza scarsa di musica di buon livello qualitativo. Si sente che gli In Flames sono ormai dei veterani e che sanno stare sul palco. Quando arriva il momento dei classici la bolgia si fa pressante fino alle ultime file e anche i più irriducibili che “pogano” a braccia conserte sono costretti a sciogliersi al ritmo del doppio pedale. E’ così che “Take this life “ e la conclusiva “My sweet shadow” chiudono un set molto sudato e partecipatissimo, abbracciando virtualmente ogni singolo componente della platea e dando appuntamento al prossimo album che è ai nastri di partenza stando alle dichiarazioni di Friéden: “Non ci vedrete tanto presto. Dobbiamo tornare in Svezia a scrivere il nuovo F*****issimo album”. Per dei fan di tale livello, quello che sarà il decimo album in quindici anni non è ancora abbastanza.

(Marco Jeannin)

SETLIST

1. Cloud connected
2. Embody the invisible
3. Pinball map
4. Delight and angers
5. Disconnected
6. Square nothing
7. Trigger
8. The hive
9. Only for the weak
10. Drifter
11. Clayman
12. Come clarity
13. Leeches
14. Alias
15. The mirror’s truth
16. The quiet place
17. Take this life
18. My sweet shadow

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol