Blog

Live Report: Smashing Pumpkins @ Forum, Assago (Mi) 28/11/11

Novembre 29th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Andare ad un concerto con aspettative basse è un’arma a doppio taglio. Perché certi gruppi toccano il fondo, ma possono sempre iniziare a scavare (terribile); o possono deluderle comunque, le aspettative, ma in un modo che non ti aspetti.

Lo ammetto, sono andato al concerto degli Smashing Pumpkins per affetto e per dovere di cronaca, con motivazione bassissima.  Gli Smashing Pumpkins sono stati uno dei gruppi rock più importanti degli anni ‘90. Ma anche nel loro periodo d’oro avevano qualcosa che non funzionava, dal vivo: li ho visti in tutte le diverse incarnazioni – la formazione originale, quella senza Jimmy Chamberlin alla batteria, e quella finale con Melissa Auf Der Maur al basso – e non ho mai visto concerti memorabili. Forse solo quello al Porto Antico di Genova, fine anni ‘90, il tour di “Ava Adore”, quando suonarono su un barcone attacato al molo – ma lì fece molto la scenografia.

Poi arrivò la fine, e i percorsi tortuosi di Billy Corgan, prima con gli Zwan, poi solista. Poi il ritorno con gli SP, con un disco come “Zeitgeist” – discutibile – e il progetto “Teagarden by kaleidoscope” che ha prodotto qualche buona canzone, ma insomma. Vedremo con “Oceania”. Riassumendo: il rischio era di trovarsi di fronte ad una brutta cover band dei vecchi Smashing Pumpkins, con il solo Billy Corgan attorniato da figuranti.
Invece.
L’arrivo al Forum rivela un palazzetto pieno, ma non pienissimo (il terzo anello è praticamente chiuso, qualche buco nel secondo), ma questo è un problema più di Milano, che non ha posti che siano una via di mezzo tra i 2000 e rotti dell’Alcatraz e i 10.000 abbondanti del Forum pieno. Un minaccioso cartello all’entrata avvisa che non si possono introdurre catene, borchie e oggetti contudenti. Bah.
Il pubblico è vario, e quando arriva sul palco la band esplode nell’inevitabile acclamazione. Gli Smashing Pumpkins versione 2011 attaccano duro con una nuova canzone, “Quasar”. E lì iniziano le sorprese perché 1)capisci immediatamente che non sarà un concerto nostalgico e consolatorio 2)che la nuova formazione ha un bel sound, tosto e compatto. Sono tutti giovani: la bassista Nicole Fiorentino è bella e scenografica, come da tradizione del gruppo. Ma anche gli altri se la cavano bene.
Man mano che il concerto va avanti, la band si diverte e si perde in lunghe divagazioni elettriche, in lunghe schitarrate, su canzoni nuove o secondarie dal vecchio repertorio. Per dire: da “Siamese dreams” arrivano “Soma” e “Geek USA”. Insomma, praticamente nessuno dei brani più famosi. Un piccolo rallentamento con “Muzzle”, per poi riprendere con le lunghe cavalcate elettriche, eseguite benissimo.
Ed è a quel punto che mi ricordo perché non mi hanno mai convinto dal vivo, gli Smashing Pumpkins: Corgan ha sempre avuto la tendenza a esagerare con queste lunghe divagazioni musicali, dal vivo. Corgan ha spesso scritto grandi canzoni, ma dal vivo la sue band hanno sempre avuto la tendenza a lasciarsi andare, a dimenticarsi di quelle canzoni. Gli Smashing Pumpkins 2011 non fanno eccezione: pur con un ottimo sound, e con un atteggiamento che non è per niente autocelebrativo – e questo fa loro grandissimo onore.
Le (poche) hit arrivano solo in finale di concerto, dopo quasi 2 ore di queste lunghe jam: “Cherub rock”, seguita da “Tonight, tonight”. Poi “Zero” e “Bullet with butterfly wings” nei bis, tutte accolte da boati.
Insomma: non hanno deluso gli Smashing Pumpkins, o forse hanno deluso ma in un modo un po’ diverso da quello che ci si poteva aspettare. Perché la scelta di essere poco consolatori, di fare una scaletta di questo genere – lo ripetiamo – è da ammirare. E perché la nuova formazione suona davvero bene. Però forse qualcosa di più potevano concedere. La sensazione è che per sembrare nuovi, gli Smashing Pumpkins di oggi siano già diventati vecchi, ispirandosi ad un suono che è il loro, ma che sembra sembra più adatto ad un club degli anni ‘90 che ad un palazzetto del 2011.
(Gianni Sibilla)
SETLIST:
Quasar
Panopticon
Starla
Geek U.S.A.
Muzzle
Lightning Strikes
Soma
Siva
Oceania
Frail and Bedazzled
Silverfuck
Pinwheels
Pale Horse
Thru the Eyes of Ruby
Cherub Rock
Tonight, Tonight
Encore:
For Martha
Zero
Bullet With Butterfly Wings

Live Report: Low @ Magazzini Generali, Milano 28/11/11

Novembre 29th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Tra gli Smashing Pumpkins al Forum di Assago e Noel Gallagher all’Alcatraz, i Low sembrano il manzoniano vaso di coccio tra vasi di ferro. Eppure il pubblico milanese (molto indie, in gran parte giovane) non li abbandona a se stessi: il lungo corridoio dei Magazzini Generali è decisamente affollato almeno fino alla zona mixer e all’area del bar. E quando Alan Sparhawk (voce e chitarra), la moglie Mimi Parker (voce e percussioni, che suona in piedi a centro palco) e il bassista Steve Garrington attaccano senza dire una parola due brani dal primo album di diciassette anni fa, “I could live in hope”, si capisce subito che è valsa la pena di essere venuti fin qui a vederli. L’incedere sepolcrale di “Lazy” e l’ondeggiante tessuto a maglie larghe di “Lullaby” fanno drizzare le antenne anche ai più scettici e disattenti, in un rispettoso e assorto silenzio che rende giustizia alle atmosfere sospese e al feeling  intenso che subito si sprigionano dal palco evocando gli aspri, rarefatti e gelidi paesaggi di Duluth, Minnesota da cui i tre provengono (il fantasma del conterraneo Bob Dylan, però, è lontano). Austeri e assorti, i Low usano bene i pochi arnesi a disposizione: le chitarre (due, non serve altro) da cui Sparhawk estrae liquidi arpeggi, vibrati, echi in delay e piccoli grumi di suoni distorti, una sezione ritmica all’osso e soprattutto  due voci nate per vivere in simbiosi: profonda e tenebrosa quella di Alan, limpida e maestosa quella di Mimi, che ammalia nei controcanti quanto nelle sortite soliste.
“Try to sleep”, il “singolo” dall’ultimo, eccellente album “C’mon” è, imprevedibilmente, l’unico pezzo zoppo della serata: la ninna nanna non ingrana, qualcosa non funziona anche a livello vocale, meglio passare oltre e farsi  catturare dagli  accordi younghiani  e il fragoroso fuzz bass di “Violent past” (Garrington vi ricorre spesso, nel corso dello show). Tra “You see everything” e “Witches”, altri piatti forti del disco nuovo, il pubblico riconosce e saluta con entusiasmo la minacciosa “Monkey”, uno dei due titoli che – ripreso da Robert Plant in studio e dal vivo con i Band Of Joy – ha traghettato il nome dei Low presso il pubblico mainstream del rock. E’ uno dei momenti forti di un concerto modellato sulla traccia melodica dell’ultimo album, resa tuttavia più scheletrica e spettrale dall’assenza delle sovraincisioni di studio. La desolata “Done” spettrale e scheletrica lo è di suo, mentre alla fine del  valzer di “On the edge of” Sparhawk si rivolge finalmente al pubblico con poche, sibilline parole (“Come state? Mi ricordo di ognuno di voi. Prima ancora che voi e io cominciassimo a parlare”).
Il termine “slowcore” non gli piace, ma in mancanza di espressioni migliori serve a descrivere il passo funereo di pezzi come “Majesty/Magic”, roba da hardcore fans. Con “Breaker” il ritmo aumenta e Sparhawk canta a pieni polmoni, mentre è logico che sia “Nothing but heart”, con la sua unica  frase ripetuta all’infinito, a chiudere la setlist con quel coinvolgente  crescendo che ne fa l’architrave di “C’mon”.
Sono battimani ad accogliere il primo bis, una delicata e quasi solare “Sunflower”, mentre il finale di “Laser beam”, con la voce potente e cristallina di Mimi di nuovo sugli scudi, ha la purezza e la solennità di un inno religioso o di un canto di montagna. Poco prima i Low hanno cantato dell’ “ultima tempesta di neve dell’anno”, e si capisce che la loro musica non potrebbe venire che da lì: dal Grande Nord americano battuto dal vento e dai ghiacci, dal suo senso di isolamento che ispira al trio una musica spaziosa, metafisica e trascendente. Appena terminata l’ora e mezza di esibizione, il pubblico corre numeroso al banchetto del merchandising a comprare cd e vinili (soprattutto vinili): indizio inconfutabile di uno show che ha lasciato il segno.
(Alfredo Marziano)

Setlist
“Lazy”
“Lullaby”
“Try to sleep”
“Violent past”
“I see everything”
“Monkey”
“Witches”
“Especially me”
“Done”
“On the edge of”
“Murderer”
“Last snowstorm of the year”
“Majesty/Magic”
“Breaker”
“Nothing but heart”

Bis
“Sunflower”
“Laser beam”

Live Report: Lenny Kravitz @ Forum, Assago (Mi) 21/11/11

Novembre 22nd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

E’ lunedì sera, fuori fa freddo e c’è la nebbia. Saranno stati in molti questa sera ad essersi chiesti se davvero ne sarebbe valsa la pena, spingersi fino alle porte di Milano per assistere allo spettacolo di quel ragazzone che ha fatto un nuovo disco e che ora è in giro per l’Europa per presentarlo. Tant’è. Poco ci manca a definire pieno il Mediolanum Forum di Assago, pronto ad accogliere Lenny Kravitz e il suo “Black & White America tour” che, eccezionalmente per le due tappe nel nostro Paese (quella di oggi a Milano e quella di ieri a Treviso), si tinge di verde bianco e rosso diventando “Black & White Italia”. A intorpidire gli animi – e non solo – del pubblico ancora infreddolito ci pensa l’eccellente rhythm and blues di Raphael Saadiq che si diverte con la sua band tanto che l’ampio spazio del Forum sembra trasformarsi per un attimo in un locale di musica dal vivo.

Un’ atmosfera decisamente diversa da quella che subito si crea con l’arrivo sul palco di Lenny, la rock star con la flemma misteriosa e finto-dimessa di chi indossa uno spesso cappello di lana e (il solito) paio di occhiali. Grossi, da sole, a specchio. Ma, a dimostrare che l’apparenza non è tutto, il nostro non perde troppo tempo e apre il concerto con “Come on get it”. Con il brano estratto dal suo ultimo lavoro in studio Lenny può facilmente dimostrare quanta dimestichezza lui abbia con la musica, con il rock e con la chitarra elettrica. Lui e il suo amico e braccio destro Craig Ross, che si presenta da solo, senza tante parole, ma con molti assoli che, accompagnati dalle vorticose e psichedeliche proiezioni alle spalle dei musicisti, preannunciano uno spettacolo dagli intenti tutt’altro che pacati.

E infatti subito la band attacca con un quartetto di grandi hit composto da “Always on the run”, “American woman”, “It ain’t over til it’s over” e una “Mr. cab driver” prolungata dagli esercizi di bravura dei tre fiati. Kravitz può facilmente tornare agli anni di “Mama said”, i primi ‘90, giocare con il passato dei tempi di “5″ – son già trascorsi 13 anni? – tornare al periodo rasta o funky. Si sta parlando della sua acconciatura perché in quanto ad attitudine Lenny è sempre uguale a se stesso: in bilico tra quel rock, soul e funky che hanno determinato la sua fortuna nonché la sua storia sin dalle origini, proprio quella che racconta con il brano “Black and white America”. Guardando lui e lo spettacolo che fa, un concetto appare evidente: consapevolezza. La piena coscienza delle proprie capacità e dei propri punti di forza porta l’artista a introdurre in scaletta brani come “Fields of joy” o “Fly away” e ad intonare strofe in falsetto con la stessa naturalezza con cui si mette in posa tra una canzone e l’altra, ostentando quel fare da modello tenebroso in attesa di essere immortalato dalle macchine fotografiche. Sguardo rivolto all’infinito (ma dove guarderà poi?), testa leggermente reclinata all’indietro e postura da divo. Esibizionismi a parte, solo con “Stand” si entra nel vivo dello spettacolo. Nonostante il singolo dal vivo riesca decisamente peggio che nella sua versione in studio, il pubblico lo aspettava da tempo e, contento comincia a scomporsi e sciogliersi un po’ di più seguendo la scia di uno di uno spettacolo che è come un diesel. Il brano è il giro di boa, in buona sostanza e, da ora in avanti, quell’energia rockeggiante rimasta un po’ troppo in sordina si fa decisamente sentire. L’onda verde del rock si innesca – che ironia – con il grande classico “Rock’n'roll is dead”, prosegue con “Rock star city life” e “Where are we running” per poi culminare nella potentissima “Are you gonna go my way”: senza dubbio il brano meglio riuscito di tutta la serata.

Dopo la pausa c’è il momento acustico: Lenny esegue per la prima volta dal vivo “Push”, il secondo singolo di “Black and white America” nuovo di pacca, e regala a seguire una piccola perla intonando una dolcissima “I belong to you” in versione unplugged. Il gran finale è tutto per “Let love rule” canzone che ben si presta ad essere prolungata abbastanza da poter scendere dal palco e salutare tutti i fan, quelli nel parterre e quelli sugli spalti. A destra e a sinistra, in prima fila e in fondo, Lenny ha proprio voglia di mostrare a tutti da vicino quanto è bello. Fa il giro completo del palazzetto dello sport e torna sul palco per il gran saluto finale. E allora, soddisfatto, finalmente sorride.

(Valeria Mazzucca)

Setlist:

Come on get it’

Always on the run’

American woman’

It ain’t over til it’s over’

Mr. cab driver’

Black and white America’

Fields of joy’

Stand by my woman’

Believe’

Stand’

Rock and roll is dead’

Rock star city life’

Where are we running’

Fly away’

Are you gonna go my way’

Encore:

Push’

I belong to you’

Lot love rule’

Live Report: Fleet Foxes @ Teatro Smeraldo, Milano 20/11/11

Novembre 21st, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Al Teatro Smeraldo, ieri sera, è andato in scena un piccolo festival della musica (semi)acustica e dell’harmony singing, il canto armonico a più voci che – nel pop e nel rock- è una specialità in cui eccellono da sempre gli americani. Da Portland (dove vive oggi la californiana ventottenne Alela Diane) a Seattle, patria dei Fleet Foxes, pare questa una delle rotte preferite dai giovani musicisti del Nord Ovest statunitense che tengono d’occhio la tradizione.
La Diane, accompagnata dal marito Tom Bevitori e dal papà Tom Menig (con qualche comparsata delle Volpi, il batterista/arrangiatore/cantautore Joshua Tillman, il chitarrista babyface Skyler Skielset e l’hippy barbuto Christian Wargo) si è presentata in Europa e in Italia in formazione ridotta rispetto all’incarnazione elettrica da “full band” del terzo e più recente album prodotto da Scott Litt (a lungo sodale dei R.E.M.) : il set di nove canzoni, tutto sommato, ci ha guadagnato puntando molto sui delicati ed equilibratissimi intrecci vocali del trio che evocano antiche ballate appalachiane  e Alela ne è uscita fuori bene, come una specie di sintesi tra la Gillian Welch di oggi e le Michelle Shocked e Natalie Merchant dei tempi che furono (soprattutto in “The wind”, con “Long way down” uno dei pezzi migliori di un repertorio che necessita forse di un ulteriore salto di qualità per diventare davvero importante). Decisamente promossa, comunque, e meritevole di essere rivista fuori dalla posizione scomoda di opening act, con le luci accese a intermittenza per permettere ai ritardatari di prendere posto in attesa degli headliner della serata.

Attesissimi, perché in tre anni (era il 15 novembre del 2008 quando si esibirono ai Magazzini Generali di Milano) le aspettative e il passaparola sui Fleet Foxes sono cresciuti a dismisura, complice il sorprendente successo riscosso in Inghilterra prima ancora che in patria e la grande eco che sulla stampa specializzata italiana ha avuto il loro nuovo album “Helplessness blues”, gratificato in copertina da tutte le principali testate di settore. Davanti a un pubblico prevalentemente giovane e alternative-trendy, assorto, eccitato, e molto preparato sul repertorio, i sei di Seattle hanno sfoggiato una nuova e solida professionalità amplificata dall’ottima acustica dello Smeraldo: soprattutto nei celestiali impasti vocali pilotati dal frontman Robin Pecknold, timbro limpidissimo, camicione a quadri d’ordinanza e pochissime parole in direzione del pubblico (è timidezza, non arroganza).

I suoi compari non sono da meno, jolly intercambiabili capaci di riprodurre correttamente i raffinati arrangiamenti dei dischi passando con disinvoltura da uno strumento all’altro (soprattutto Morgan Henderson, minuto folletto con barbone e berretto di lana alle prese con violino, chitarra  acustica ed elettrica dodici corde, sax, flauto e contrabbasso a volte suonato con l’archetto). Mischiando la sequenza dei brani del primo e secondo album più un paio di selezioni dall’Ep di esordio “Sun Giant”, i Foxes sembrano intessere un’unica suite, un presepe di suoni incantati e luccicanti che evoca gli a cappella gregoriani degli Steeleye Span e proietta su scenari magici ed esoterici (gli stessi che compaiono sullo schermo alle loro spalle: montagne innevate, stelle luminose, simboli e figure geometriche) la vocalità solare dei Beach Boys e di Graham Nash (da solo e con Crosby, Stills & Young) in chiave più umbratile e intimista.

E’ il loro fascino e forse  anche il loro unico limite: sono neo hippie ma non improvvisatori né intrattenitori, e lo si capisce dalla concentrazione e le pause con cui si preparano tra un pezzo e l’altro. In “Mykonos” e “Lorelai” evocano paesaggi di fiaba (con sfumature dark, nel secondo caso), in “English house” addirittura reminiscenze di pop e doo wop anni Cinquanta mentre “Battery kinzie” è un salmo gioioso, “Bedouin dress” un folk un po’ gitano e “White winter hymnal” esattamente quel che promette il titolo, un inno laico alla stagione invernale che i ragazzi in platea e galleria non si fanno pregare per intonare. Introdotto da un giro di chitarra nello stile del compianto Bert Jansch, anche “Sim sala bim” si presta al battimani del pubblico, che si entusiasma per la radiosa melodia di “Your protector” (Simon & Garfunkel ne sarebbero andati fieri) e per il sogno ad occhi aperti di “Montezuma” (che inizia in trio, solo voci e chitarre) mentre il momento più “off” dell’esibizione (e della produzione discografica) è quella bizzarra coda di “An argument” in odor di free, con Henderson apparentemente lanciato all’inseguimento del fantasma di Archie Shepp.

E’ solo una breve parentesi, prima che il flusso armonico e delicato della loro musica ricominci a scorrere culminando nel finale galoppante di “Grown ocean”. In tutte le date europee la scaletta ha seguito un percorso sostanzialmente prestabilito, e dunque è una bella e inattesa sorpresa il primo bis, una cover di “These days” (Nico, via Jackson Browne) che Pecknold canta in duetto con Alela Diane lasciando a lei il presidio del registro più basso per sfoggiare il suo nitido falsetto. “Sun it rises” vede tornare in scena la band al completo per un folk rock marziale e molto psichedelico che spiana la strada a “Blue ridge mountains”, una delle più belle e riconoscibili melodie in repertorio mentre, a dispetto del titolo,  “Helplessness blues” è un finale “up” su note giubilanti accatastate nel finale cacofonico e liberatorio di uno show suadente e suggestivo  con l’unico difetto di essere forse  troppo ancorato a una partitura. Personalmente voto per più fuori programma alla “These days”, sognando di vederli un giorno ancora più liberi, più freak, più intrepidi e avventurosi.

(Alfredo Marziano)
Setlist:
“The Plains/Bitter dancer”
“Mykonos”
“English house”
“Battery kinzie”
“Bedouin dress”
“Sim sala bim”
“Your protector”
“White winter hymnal”
“Ragged wood”
“Montezuma”
“He doesn’t know why”
“Lorelai”
“The shrine/An argument”
“Blue spotted tail”
“Grown ocean”

Bis:
“These days” (Robin Pecknold e Alena Diane)
“Sun it rises”
“Blue ridge mountains”
“Helplessness blues”

Live Report: Incubus @ Forum, Assago (Mi) 15/11/11

Novembre 16th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Di questi tempi uscire da un concerto con il sorriso stampato sulle labbra e arrivare a casa con la stessa espressione, non è un’impresa facile. Stasera di sorrisi smaglianti ed occhi luccicanti ce ne saranno stati davvero parecchi, soprattutto sul volto delle ragazze presenti al live. In questo nebbioso inverno milanese è appena andata in scena la performance di uno dei gruppi più attesi di questa stagione, gli Incubus, il cui leader risponde al nome di Brandon Boyd. Forse ora avete capito il perché di cotanta gioia sui volti delle donzelle (e della sottoscritta). Ma Brandon non è solamente un bellissimo uomo, ha anche talento da vendere ed una voce che fa a dir poco venire i brividi. Ma andiamo con ordine. Il live inizia puntualissimo, a stemperare l’attesa ci sono i Fin, band alternative inglese, all’inizio quasi timida poi in notevole rialzo sonoro. Il pubblico, in attesa di Boyd e soci, chiacchiera, mangia un panino o sorseggia una birra tranquillamente, l’ambiente è pieno ma non all’inverosimile. A colpo d’occhio, si nota una forte maggioranza tra la folla di surfisti a riposo invernale e di snowboarder senza tavola, magari “parcheggiata” all’esterno. Camicie a scacchi come se piovesse e un tocco di glam, che non guasta mai. E’ giunta l’ora di vedere i nostri beniamini sul palco: il concerto si apre con “Megalomaniac”, ed è un boato generale. Si nota subito che la band è davvero in forma, i musicisti sono tutti carichi e Brandon doma il palco in maglietta bianca, giacca e jeans neri. Si capisce sin dall’inizio che sarà un live particolare: alle spalle degli Incubus si susseguiranno, nel corso della serata, tantissime video proiezioni artistiche: dalle foto, ai disegni animati, alle grafiche. Un live che rispecchia a pieno la passione per l’arte di Boyd è soci. Anche la copertina dell’ultimo “If not now when” è tratta da una mostra fotografica dell’artista e performer Petit.

Nel live si mescolano bene pezzi nuovi a brani del passato. “Promises promises” e la title track del disco sono le più apprezzate. Il concerto è molto intenso e Brandon si toglie la giacca. L’atmosfera diventa di fuoco alle prime note di “Anna Molly”. Boyd ringrazia mille volte il pubblico: “Grazie Milano”, e fa un inchino. Sono da togliere il fiato le immagini che lo immortalano, in primo piano, in bianco e nero sul mega-schermo alle spalle del gruppo. Incalza potente anche “In the company of wolves”, suonata alla perfezione. Momento romantico con due pezzi acustici: prima c’è “Defiance”, poi Brandon si siede accanto al chitarrista e intona la splendida “Love Hurts”, in cui passa il microfono al pubblico, che canta tutte le parole. C’è pure “Pardon me”, ed è qui che viene il bello: Brandon rimane a petto nudo, si scatena salta, balla, è davvero entusiasta. Tra le tante proiezioni, gli scratch di Chris Kilmore e la sua abilità ai piatti, nonché il suo braccialetto che riporta il titolo dell’ultima fatica in studio, le rullate di batteria del prode Jose Pasillas e le schitarrate del “ricciolone” Mike Einziger. Scariche di energia per “Dyg”, seguita a breve distanza da una intro/ breve jam session in cui Boyd suona le percussioni, ed inizia subito “Nice to know you”. Una pioggia di “Grazie mille” da Brandon e dalla band, il pubblico è in visibilio, inneggia al cantante ininterrottamente. Si scivola verso la fine con la celeberrima “Drive”, un coro unico, e con “Wish you were here”. Inchino di rito e sparizione tattica per riprendersi dalla fatica. Brandon non ha sbagliato una nota, ha un’intonazione incredibile e i suoi compagni non sono da meno in quanto a bravura. Gli Incubus tornano sul palco per altri due pezzi: “A certain shade of green” e la soave “Tomorrow’s food”, accompagnata da un video con un collage di immagini che ripercorrevano le fasi dell’esistenza per varie forme di vita, davvero poetico.

Il concerto è finito davvero. Brandon ringrazia di nuovo, lancia un asciugamano e scompare con gli altri membri della band. Chi si aspettava un concerto “hard” alla Incubus prima maniera, forse è rimasto un po’ deluso. Dalla mia, posso solo dire che la marea di sorrisi e di occhi brillanti c’era ed illuminava l’uscita del Forum.

(Rossella Romano)

Live Report: Other Lives@Tunnel, Milano 8/11/11

Novembre 9th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

A volte vedere un concerto è come avere una piccola rivelazione. All’improvviso, sembra di fiutare un moto nuovo nell’aria. E realizzare che quella che si ha di fronte è una band diversa dalle altre, che ha qualcosa in più da dire. Ecco, retorica a parte, per chi scrive questo è quello che è successo ieri sera al Tunnel di Milano di fronte agli Other Lives. Rockol aveva già scritto di “Tamer animals”, un bel disco di folk-pop orchestrale con canzoni solide e toccanti.

Ma dopo aver visto Jesse Tabish e compagni dal vivo questa sensazione è rafforzata: il gruppo di Stillwater ha davvero i numeri per uscire dal sottobosco underground perché la sua musica è complessa e stratificata, a tratti quasi progressiva, ma si muove con armonia e grazia, come un’onda. E perché ha da proporre delle belle canzoni, un dettaglio che non va mai trascurato.

Lo si capisce appena passate le dieci, quando la band americana fa timidamente la sua comparsa sul palco del Tunnel. Poi attacca “As I lay my head down” e in un attimo l’atmosfera cambia. Poi il concerto prosegue con il tappeto di trombe di “Dark horse”, che esalta la voce del frontman Jesse Tabish. Ecco, per quest’ultimo ci sarebbe da aprire un capitolo a parte: ha un carisma non appariscente ma forte e la sua voce è profonda, senza tempo.

Il set prosegue. “Landforms”, con le sua atmosfere da film americano anni ‘50, diventa piano piano una piccola suite, mentre Tabish balla come un indio muovendo i tasti del piano. A tratti passa alla chitarra acustica, come per il singolo “For 12″: un delicato folk rafforzato dalle fughe sonore della viola di Colby Owens. Un altro colpo al cuore, che fa capire perché i Radiohead abbiano voluto gli Other Lives come gruppo spalla per il loro nuovo tour americano. L’ottima “Tamer animals”, con la sua batteria nervosa, sembra invece rubata ai National di “Boxer”.

Il concerto non è basato solo sulle composizioni dell’ultimo disco: “E minor” è tratta dall’omonimo esordio “Other Lives”, un disco pop raffinato e anch’esso sottovalutato. A chiudere il set regolare arriva poi uno dei pezzi migliori della band: “Dust bowl III”, un folk desertico che si apre all’improvviso nei ritornelli, intenso come una danza della pioggia. Il momento più toccante della serata.

Il pubblico del Tunnel, partito abbastanza timido, si accende piano piano. Più i brani passano, più gli applausi si allungano. Al punto che la band fa due bis: nel primo arriva una splendida versione per piano e voce di “Black tables”, dove si sente tutta la venerazione vocale di Jesse Tabish per Thom Yorke. Nel secondo, tra le altre, compare addirittura la cover di “The partisan” di Leonard Coen, poco prima dei titoli di coda.

Gli Other Lives sono una band su cui ci sentiamo di scommettere per il futuro. Non conquisteranno le masse, ma la loro proposta artistica è originale, solida e dal forte impatto emotivo. E il frontman Jesse Tabish, timido ed educato fuori dal palco, quando calca la scena acquista un magnetismo invidiabile. La loro musica è ambiziosa, epica. Ma ha sempre un senso di precarietà e di sofferenza che la rendono interessante. Per citare il verso della loro gemma “Dust bowl III”, “Just like the wind blows into the great unknown”. Proprio come il vento che soffia nel grande ignoto.

(Giovanni Ansaldo)

Live Report: Crosby & Nash @ Teatro Smeraldo 30/10/11

Ottobre 31st, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Crosby & Nash son tornati in Italia con due assi nella manica: un paio di voci miracolosamente risparmiate dalle intemperie della vita (quella di Croz, visibilmente dimagrito, appena più sottile e leggera che ai vecchi tempi) e un gran chitarrista che non ti aspetti. Trattasi di quel Shane Fontayne che ai tempi della militanza a fianco di Bruce Springsteen, nel tour senza E Street Band del 1992-93, aveva attirato più critiche che lodi, e che ora (a 57 anni, non più un ragazzino neanche lui) si dimostra all’altezza di stilisti come Jeff Pevar e Dean Parks, gli assi della sei corde che prima di lui si sono cimentati con il repertorio glorioso di C&N, CSN e CSN&Y. Il suo tiro e le sue pose da rocker, ieri sera allo Smeraldo di Milano, hanno ridato vento alle vecchie bandiere freak di Crosby, “Long time gone”, “Almost cut my hair” e una clamorosa “Wooden ships”, rievocando in modo più che convincente il raga rock e i riff coltraniani dell’inno Byrdsiano “Eight miles high” anche senza l’ausilio delle classiche Rickenbacker dodici corde. Non solo: Fontayne, rivelatosi a sorpresa chitarrista di ottimo tocco, ha estratto il meglio anche dagli intricati cerchi concentrici di “Déjà vu”, pretesto per una lunga, jazzata e liquida jam con spazi solistici per tutti i musicisti, e dai pigri timbri slide di “Marrakesh express” e di “Laughing”, la perla del concerto che il vecchio David ha ricordato scherzando di aver scritto “forse quando avevo cinque anni”, e di avere poi accantonato per anni nell’attesa della formazione giusta con cui riproporla. Eccola: nella nuova line up, accanto al figlio ritrovato James Raymond nel ruolo di direttore d’orchestra e all’affidabile batterista Steve DiStanislao, si segnala  un’altra new entry, il bassista Kevin McCormick, basco, occhiali, pizzetto e tonnellate di mestiere strappati a Jackson Browne. La scomoda verità è che, senza la zavorra di uno Stephen Stills apparso decisamente fuori forma nel tour del’anno scorso, C&N ci guadagnano. Rifulgono come sempre nell’harmony singing (alla fine di “Wind on the water” si danno il cinque, ed è una delizia ascoltare con che finezza – coadiuvati ancora da Fontayne, ottima voce e chitarra acustica – intessono la melodia beatlesiana di “Blackbird”), confessano con disarmante semplicità di amare ancora suonare (Nash, prima di intonare “Just a song before I go”), e a settant’anni non hanno ancora abbandonano l’impegno eco-sociale: plaudono all’Italia che ha detto no al nucleare (per introdurre “Don’t dig here”), attaccano la General Electric e l’avidità delle multinazionali prima della rabbiosa “They want it all” (ancora Fontayne in primo piano), rendono merito al movimento Occupy Wall Street e recuperano  “What are their names” (brevissima e a cappella, come nel tour precedente) per denunciare lo stato della nazione e l’irresponsabilità della classe politica. Le canzoni nuove portano la firma di Raymond (“è dura avere in famiglia uno più bello di te, che ti surclassa come musicista e a volte scrive canzoni più belle delle tue”, scherza il compiaciuto papà) e di Croz, il “tipo strano” della premiata coppia che confessa di essere nervoso temendo di non ricordare le parole della sua inedita, e subito riconoscibilissima, “Slice of time”, e che omaggia uno dei suoi autori preferiti, Marc Cohn, con una sentita versione di “Old soldier” (Nash all’armonica, prima di far cantare il pubblico con la filastrocca pop di “Our house”). C’è spazio anche per una bella medley tra “Orleans” (un altro estratto dal crosbyano “If I could only remember my name”, un disco da isola deserta per molti over 50 in platea) e “Cathedral”, una delle cose più visionarie che Nash  abbia mai prodotto, mentre la sua “Military madness” è un monito pacifista valido per tutte le stagioni. Crosby è l’incantatore di serpenti che irretisce i palati fini, l’inglese Graham  l’artigiano delle melodie singalong che tutti ricordano. Non c’è “Chicago”, stasera, ma non può mancare il bis di  “Teach your children” cantata a gola spiegata e a luci accese dal partecipe pubblico composto in gran parte da nostalgici buongustai.  Che spettacolo. Sarà anche grandad rock, rock da nonnetti. Ma, please, datecene ancora.
(Alfredo Marziano)

1° Set:
“Eight miles high”
“Wasted on the way”
“Long time gone”
“Marrakesh express”
“Lay me down”
“Old soldier”
“Just one songe before I go”
“Slice of time”
“Don’t dig here”
“Critical mass”/”Wind on the water”
“Almost cut my hair”
“Déjà vu”

2° set
“Simple man”
“Guinnevere”
“Our house”
“Laughing”
“What are they names”
“They want it all”
“Broken bird”
“Blackbird”
“In my dreams”
“Orleans”/”Cathedral”
“Military madness”
“Wooden ships”
Bis:
“Teach your children”

Live Report: Kooks @ Alcatraz, Milano 27/10/11

Ottobre 28th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Stasera, a Milano, si respirava una leggera brezza proveniente dalla costa inglese, che da Brighton è giunta sino all’Alcatraz. Questo piacevole venticello, che man mano incalza sino a diventare un uragano, si chiama Kooks. Sold out per la band capitanata da Luke Pritchard, giovane indie di belle speranze, che ha dato il meglio di sé sul palco meneghino. Tantissimi i fan, di un’età compresa tra i 18-20 (parecchi) e i 40 ed oltre, acconciati alla Pritchard maniera: maglietta bianca o a righe, cardigan o giacchetta slim, pantalone con risvolto e scarpa stringata. Questo per lui. Per lei, invece, vestitino o t-shirt abbinata a calzoncini/gonnellina, calza scura, stivaletto o parigina con tacco basso. Tra il pubblico, spunta anche Benedetta Mazzini, figlia di Mina e nota rocker e attrice. L’atmosfera è già bella calda e Luke e soci salgono sul palco intonando “Is it me?”. Cominciano le danze.

Una pedana rialzata, montata a bordo palco, permette al leader dei Kooks di farsi vedere da tutti, persino da quelli che il concerto se lo vogliono gustare in fondo, fuori dalla ressa. Arriva subito la cantatissima “Always where I need to be” e il pubblico è già in delirio. Al termine del brano Luke testa il suo italiano “Grazie, grazie”, e per ora non aggiunge altro. Arrivano veloci “Sofa song” e “Match box”, tutti saltano e si dimenano, band compresa. “State bene? Noi stiamo benone. E’ bellissimo essere qui con voi”, urla Luke in un inglese strettissimo. “Questa che stiamo per suonare fa parte del nostro nuovo disco, ‘Junk of the heart”, e il gruppo attacca “Rosie”. E’ un intonato vero Pritchard e il resto dei musicisti non è da meno in quanto a bravura. Incalza “She moves in her own way”, pezzo tra i più cantati, al termine del quale il frontman ride in segno di assenso e di felicità, poi ci riprova con la nostra lingua “Grazie, grazie, non parlo italiano, grazie”, cavandosela egregiamente. Si continua a danzare su “Killing me, “Eskimo kiss” e “You don’t love me”. Brevissima pausa, Luke imbraccia la chitarra acustica e sale sulla parte rialzata del palco: “Ora vi vedo tutti”, esclama e saluta con la mano. Da solo intona “Seaside” e “Tick of time”, momento molto romantico del live. Si scivola veloci verso la fine, ancora qualche brano come “How’d you like that “ e “Mr Nice Guy” fino a giungere ad uno dei primi episodi dei Kooks, “Ooh la”: “Questa canzone è tra le prime che abbiamo scritto” dice il cantante. Asciugandosi un po’ il sudore, Pritchard esclama “Mi servirebbe la fascetta ma non ce l’ho”. Per chi non lo sapesse, la fascetta a cui l’artista fa riferimento è quel cordino elastico portato per “domare” le proprie capigliature dai ragazzi filo hipster, gli MGMT possono essere un esempio ben rappresentativo. La fine del live sembra essere decretata da “Shine on” e da “Do you wanna”, ma Luke e soci, dopo essersi fatti un pochino acclamare tornano sul palco. Un sorso di birra e il gruppo attacca “Saboteur” e la title track dell’ultimo lavoro, “Junk of the heart”. La conclusione del live è tutta per “Naive”, che ha portato i Kooks nell’olimpo musicale, cantata da tutti i presenti. Un ragazzo, mentre usciamo dal locale esclama :”Mi è piaciuto da Dio”. Non si può trovare alcuna espressione migliore di questa.

(Rossella Romano)

Setlist:

1.Is it me?

2.Always where I need to be

3.Sofa song

4.Matchbox

5.Rosie

6.She moves in her own way

7.Killing me

8.Eskimo kiss

9.You don’t love me

10.Seaside

11.Tick of time

12.See the sun

13.How’d you like that

14.Mr Nice guy

15.Ooh la

16.Shine on

17.Do you wanna

18.Saboteur

19.Junk of the heart

20.Naive

Live Report: Blueneck @ Lovelite, Berlino 12/10/11

Ottobre 14th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

I Blueneck trovati a Berlino sono in tour da pochi giorni, reduci da una data a Parigi e da dodici ore di viaggio in furgone dalla capitale francese a quella tedesca. Raggiungo Duncan Attwood e Rich Sadler, voce e chitarra della band, al banchetto del merchandising e li trovo comprensibilmente in cerca di un attimo di relax, intenti a farsi un paio di birre per riprendersi dalla lunga traversata. Contro ogni previsione sono di ottimo umore, felici di poter fare due chiacchiere nel pre concerto. Faccio il mio esordio acquistando l’intero catalogo della band post rock di Bristol (tre album compreso il nuovissimo e ottimo “Repetitions”) per la modica cifra di venti euro, prima di iniziare a parlare del nuovo lavoro del quintetto inglese. “In realtà quando abbiamo scritto i primi pezzi, il progetto era di pubblicare solamente un ep per dare un seguito a “The fallen host”, album uscito verso la fine del 2009. Poi il materiale ha iniziato a essere sempre più consistente e a prendere una direzione nuova. Alla fine ci siamo ritrovati tra le mani un album completo e ci è sembrato ovvio pubblicarlo così com’è venuto”. Un album più malinconico del precedente, meno aggressivo. “Ogni volta che scriviamo dei pezzi nuovi, contano molto i sentimenti che proviamo nel momento che stiamo vivendo. “The fallen host” è un album istintivo, pieno di rabbia, la stessa copertina ha un qualcosa di demoniaco, quasi inquietante. “Repetitions” invece è una riflessione sul dolore, sul ripetere coscientemente certi errori a tal punto dal diventarne quasi dipendenti. È un disco molto triste. Per me (Dunkan) è come una droga, come essere sotto morfina dopo che ti sei rotto un braccio: senti il dolore, sai di avere un osso rotto, ma contemporaneamente provi quasi piacere. Tendenzialmente è così che nascono i nostri album. Di base siamo una band post rock ma il prossimo disco potrebbe essere super pop oppure la cosa più pesante che abbiamo mai fatto, chi lo sa. In questo periodo stiamo ascoltando molto Bon Iver e l’ultimo dei Low (giusto per staccare un po’) e cavolo, quelli si che sanno scrivere canzoni”. Per una band post rock è meglio lavorare in studio o suonare dal vivo? “Quando ci troviamo a lavorare a qualcosa di nuovo, di solito pensiamo solo a quello e non a come questo potrà suonare di fronte ad un pubblico. È un processo molto intimo e personale, i pezzi li scrive Dunk ma è tutta la band che poi lavora agli arrangiamenti e ognuno ci mette del suo. Quando arriva poi il momento di andare in tour ogni serata è differente, e tutto dipende da dove sei e come ci sei arrivato. E’ tutta una questione d’interpretazione, cambia di volta in volta. C’è capitato di andare a suonare in Polonia e Ucraina e passando con il furgone in autostrada vedi questi paesaggi immensi e desolati che ti mettono addosso una tristezza incredibile. Ci siamo detti: ecco perché la gente da quelle parti apprezza molto la nostra musica, perché la vive da vicino”. Vi apprezzano così tanto che, da quello che so, avete deciso di imbarcarvi in un viaggio interminabile pur di suonare a Kiev. “Abbiamo avuto qualche problema con chi ci affitta il furgone per il tour, più che altro problemi con l’assicurazione. L’unica soluzione era optare per quindici ore di treno per raggiungere Kiev affittando la strumentazione una volta arrivati. Sarà dura, ma contiamo di farcela e suonare per chi vorrà sentirci”. E in Italia? “La verità è che un sacco di gente continua a dirci che dovremmo venire a suonare in Italia, ce lo ripetono in continuazione. Speriamo di poterlo fare l’anno prossimo, magari a Milano, sempre che ce ne sia la possibilità”. Possibilità in senso economico? “I tour come questo non sono fatti per fare soldi. A dirla tutta è già un successo se torni senza averci rimesso qualcosa, quindi cerchiamo di prenderla come se fosse una vacanza: domani saremo a Dresda e poi a Lipsia, una città che adoriamo e dove abbiamo un sacco di amici. Poi a Varsavia, Kiev, Praga… Il bello dell’essere in tour è poter viaggiare, vedere un sacco di posti e conoscere bella gente con cui stringere contatti. E’ questo ciò che conta, ed è quello che alla fine ti porti a casa”. Circondati da magliette, stampe, vinili e cd, la chiacchierata finisce con i cinque presi ad abbozzare la scaletta per il set berlinese: un’ora e dieci di post rock da manuale, molto melodico e zeppo di crescendo, stacchi ed esplosioni improvvise. Nove i pezzi in totale, su tutti le meravigliose “Lilitu”, “UB2” e la doppietta conclusiva “Epiphany” / “Revelations”, accompagnati da poche parole giusto per ringraziare la non troppo nutrita, ma ben predisposta, platea tedesca. Poco prima di mezzanotte il Lovelite chiude i battenti, il concerto finisce ma ci si può fermare a tirare le somme sorseggiando un’ultima birra in compagnia di Attwood e soci. I Blueneck sono una band meritevole di palchi ben più consistenti di quello del pur gradevole club tedesco. Una band con tre album a dir poco interessanti all’attivo e pezzi in grado di catturare l’attenzione anche di chi non fa del post rock il suo genere di riferimento. Dal vivo hanno saputo confermare tutto il confermabile, abbastanza da augurarci di non dover aspettare troppo prima di vederli all’opera dalle nostre parti. Per ora “accontentiamoci” di una bella serata di ottima musica passata in compagnia di persone assolutamente deliziose.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Hank”

“Oig”

“Low”

“Sheila”

“Lilitu”

“Venger”

“UB2”

“Epiphany”

“Revelations”

Live Report: Modà @ Forum, Assago (Mi) 03/10/11

Ottobre 4th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Non si capisce se la tensione sul volto di Kekko sia perché da lì a poco salirà sul palco di un Forum di Assago tutto esaurito, o perché ancora non ci crede e non sa che cosa sta per accadergli. Forse non c’entra la tensione, forse starà leggendo queste parole e dirà “Ma chi, io?”, forse è solo così, serio di suo, concentrato, tutto qui.
Di fatto c’è che lunedì sera a Milano i Modà hanno cantato e suonato davanti a undici mila e passa persone completamente in delirio per loro. Davanti, come di regola, le ragazzine con mille cose da lanciare sul palco ai loro beniamini; dietro, coppie giovani e meno giovani, famiglie con papà che tenevano sulle spalle le figlie di sette anni, signore non proprio di primo pelo, e una miriade di ragazzi sui trenta-trentacinque anni. Qualcuno dice che il pubblico dei Modà non è abituato ad andare ai concerti, come se per andare a sentire musica dal vivo aspettasse solo una data del gruppo milanese. Sta di fatto che tra i fan ce ne è di ogni tipo, e alcune persone che ho attraversato con lo sguardo lunedì sera potevano essere al concerto dei Modà come a un concerto dei Subsonica o dei Muse. Giuro.
Tant’è. Il concerto comincia, la band sa come ammaliare i fan e sui cinque mega schermi montati sullo sfondo appare un video con Kekko e compagnia bella che camminano, uno accanto all’altro. Una presentazione con colpi di pistola, fotografia e musiche westerniane e atmosfere in stlile “Il buono, il brutto, il cattivo”. Quando tocca alla faccia di Kekko prendere il primo piano degli schermi, con il sottotitolo di “The voice”, il Forum esplode letteralmente e la band sale sul palco. Il concerto parte con “Vittima” tratto dall’ultimo album di inediti “Viva i Romantici”, seguita da “Meschina”, presa da “Sala d’attesa” del 2008: la voce di Kekko c’è eccome, ma i suoni inizialmente sono un po’ troppo alti per permettere un’esecuzione pulita dei brani. Il cantante si gode fin da subito i suoi fan, correndo in avanti a braccia aperte come per prendersi tutti quegli undici mila presenti. “Ti amo veramente” spiazza tutti e dimostra la sua potenza da brano pop melodico, mentre su “Come un pittore” il pubblico non si perde una parola e quasi canta sopra la voce del cantante. Si ha come l’impressione che la gente non sia lì tanto per le le canzoni che cantano e che i Modà hanno scritto, quanto perché quelle canzoni e quelle parole vengono pronunciate da Kekko.
“Ciao Milanooooooo”, urla il leader della band, “Non sapete da quanto tempo volevo dirlo”, dice, quasi commosso, intervallando ogni singola parola da un respiro profondo.
Come un treno arrivano le canzoni successive, “Urlo e non mi senti” portata al successo da Alessandra Amoroso (“L’ho scritta per un’altra cantante, ma ci piace così tanto che vogliamo cantarla anche noi”), “Malinconico a metà” e “Nuvole di rock”, uno dei primi successi della band: “Volevo dirvi di continuare a credere nei vostri sogni, qualunque essi siano”, dice Kekko inginocchiandosi in solitaria tra una decina di peluche.
Il live è ancora lungo, e tra brani che fanno saltare tutti come “La notte”, e altri che fanno cantare come “Tutto e niente”, c’è spazio anche per un momento di raccoglimento durante il quale Kekko dedica il brano inedito “Anche stasera” ad un amico scomparso di recente (con tanto di fotografie giganti del ragazzo apparse sui cinque schermi dietro la band: che nessuno me ne voglia, non è mia intenzione mancare di rispetto a nessuno, ma ho trovato personalmente eccessivo la proiezione delle fotografie dell’amico morto, fotografie che, ovviamente, hanno fatto commuovere tutto il pubblico).
Il madley rock incendia la folla, specie su brani più datati come “Uomo diverso”, mentre “Salvami”, nuovo singolo estratto da “Viva i Romantici”, fa cantare tutto il pubblico insieme ad “Arriverà”, canzone arrivata seconda al Festival di Sanremo dove i Modà si sono presentati accompagnati da Emma Marrone (accoppiata perfetta come il brano, potente e melodico al punto giusto). Su “Tappeto di fragole” Kekko prende per mano una bellissima ragazza dal pubblico e la fa sdraiare accanto a lui, la testa appoggiata ad un cuscino, con il cameraman che li riprende dall’altro e proietta le immagini sui maxi schermi: la ragazza, visibilmente incredula, inebetita ed emozionata, fa mangiare unghie, mani e gomiti a la maggior parte delle teen ager (ma non solo, credetemi) presenti in sala.
C’è ancora il tempo per qualche canzone tratta da “Viva i Romantici” e dall’album “Quello che non ti ho detto” del 2006 (suggestiva “Mia”, fatta prima di abbandonare il palco: la prima volta che la sentii risale a dieci anni fa, in macchia, per via di un conoscente che aveva la musicassetta di questo suo amico, tale Kekko…) e un ultimo madley, questa volta acustico.
La band torna sul palco del Forum per due ultime canzoni: “La notte” (già eseguita a metà concerto) e il brano che dà il titolo al loro ultimo disco, “Viva i Romantici”. I Modà salutano il loro il pubblico e tornano dietro le quinte.
Si possono dire soddisfatti i cinque ragazzi che lunedì hanno affrontato il palazzetto di Assago: l’esecuzione dei brani, tra assoli di chitarra riservati prima a Diego Arrigoni poi ad Enrico Zapparoli, è ben riuscita e la voce di Kekko, che a tratti, rosso in volto, sembrava al punto di scoppiare, a retto bene note alte e cambi di tonalità.
Non so ancora, sinceramente, cosa pensare dei Modà: Kekko sembra dare l’impressione di crederci veramente tanto, e dopo anni di gavetta, cinque album pubblicati e repentini cambi di casa discografica (New Music, Carosello…) sembra aver trovato quasi la serenità artistica per poter fare bene e sembra totalmente intenzionato a non fare passi falsi. Staremo a vedere come reggerà la giostra della musica, che prima sale, poi scende, poi risale e così via…

(Daniela Calvi)

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol