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Live Report: Blueneck @ Lovelite, Berlino 12/10/11

Ottobre 14th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

I Blueneck trovati a Berlino sono in tour da pochi giorni, reduci da una data a Parigi e da dodici ore di viaggio in furgone dalla capitale francese a quella tedesca. Raggiungo Duncan Attwood e Rich Sadler, voce e chitarra della band, al banchetto del merchandising e li trovo comprensibilmente in cerca di un attimo di relax, intenti a farsi un paio di birre per riprendersi dalla lunga traversata. Contro ogni previsione sono di ottimo umore, felici di poter fare due chiacchiere nel pre concerto. Faccio il mio esordio acquistando l’intero catalogo della band post rock di Bristol (tre album compreso il nuovissimo e ottimo “Repetitions”) per la modica cifra di venti euro, prima di iniziare a parlare del nuovo lavoro del quintetto inglese. “In realtà quando abbiamo scritto i primi pezzi, il progetto era di pubblicare solamente un ep per dare un seguito a “The fallen host”, album uscito verso la fine del 2009. Poi il materiale ha iniziato a essere sempre più consistente e a prendere una direzione nuova. Alla fine ci siamo ritrovati tra le mani un album completo e ci è sembrato ovvio pubblicarlo così com’è venuto”. Un album più malinconico del precedente, meno aggressivo. “Ogni volta che scriviamo dei pezzi nuovi, contano molto i sentimenti che proviamo nel momento che stiamo vivendo. “The fallen host” è un album istintivo, pieno di rabbia, la stessa copertina ha un qualcosa di demoniaco, quasi inquietante. “Repetitions” invece è una riflessione sul dolore, sul ripetere coscientemente certi errori a tal punto dal diventarne quasi dipendenti. È un disco molto triste. Per me (Dunkan) è come una droga, come essere sotto morfina dopo che ti sei rotto un braccio: senti il dolore, sai di avere un osso rotto, ma contemporaneamente provi quasi piacere. Tendenzialmente è così che nascono i nostri album. Di base siamo una band post rock ma il prossimo disco potrebbe essere super pop oppure la cosa più pesante che abbiamo mai fatto, chi lo sa. In questo periodo stiamo ascoltando molto Bon Iver e l’ultimo dei Low (giusto per staccare un po’) e cavolo, quelli si che sanno scrivere canzoni”. Per una band post rock è meglio lavorare in studio o suonare dal vivo? “Quando ci troviamo a lavorare a qualcosa di nuovo, di solito pensiamo solo a quello e non a come questo potrà suonare di fronte ad un pubblico. È un processo molto intimo e personale, i pezzi li scrive Dunk ma è tutta la band che poi lavora agli arrangiamenti e ognuno ci mette del suo. Quando arriva poi il momento di andare in tour ogni serata è differente, e tutto dipende da dove sei e come ci sei arrivato. E’ tutta una questione d’interpretazione, cambia di volta in volta. C’è capitato di andare a suonare in Polonia e Ucraina e passando con il furgone in autostrada vedi questi paesaggi immensi e desolati che ti mettono addosso una tristezza incredibile. Ci siamo detti: ecco perché la gente da quelle parti apprezza molto la nostra musica, perché la vive da vicino”. Vi apprezzano così tanto che, da quello che so, avete deciso di imbarcarvi in un viaggio interminabile pur di suonare a Kiev. “Abbiamo avuto qualche problema con chi ci affitta il furgone per il tour, più che altro problemi con l’assicurazione. L’unica soluzione era optare per quindici ore di treno per raggiungere Kiev affittando la strumentazione una volta arrivati. Sarà dura, ma contiamo di farcela e suonare per chi vorrà sentirci”. E in Italia? “La verità è che un sacco di gente continua a dirci che dovremmo venire a suonare in Italia, ce lo ripetono in continuazione. Speriamo di poterlo fare l’anno prossimo, magari a Milano, sempre che ce ne sia la possibilità”. Possibilità in senso economico? “I tour come questo non sono fatti per fare soldi. A dirla tutta è già un successo se torni senza averci rimesso qualcosa, quindi cerchiamo di prenderla come se fosse una vacanza: domani saremo a Dresda e poi a Lipsia, una città che adoriamo e dove abbiamo un sacco di amici. Poi a Varsavia, Kiev, Praga… Il bello dell’essere in tour è poter viaggiare, vedere un sacco di posti e conoscere bella gente con cui stringere contatti. E’ questo ciò che conta, ed è quello che alla fine ti porti a casa”. Circondati da magliette, stampe, vinili e cd, la chiacchierata finisce con i cinque presi ad abbozzare la scaletta per il set berlinese: un’ora e dieci di post rock da manuale, molto melodico e zeppo di crescendo, stacchi ed esplosioni improvvise. Nove i pezzi in totale, su tutti le meravigliose “Lilitu”, “UB2” e la doppietta conclusiva “Epiphany” / “Revelations”, accompagnati da poche parole giusto per ringraziare la non troppo nutrita, ma ben predisposta, platea tedesca. Poco prima di mezzanotte il Lovelite chiude i battenti, il concerto finisce ma ci si può fermare a tirare le somme sorseggiando un’ultima birra in compagnia di Attwood e soci. I Blueneck sono una band meritevole di palchi ben più consistenti di quello del pur gradevole club tedesco. Una band con tre album a dir poco interessanti all’attivo e pezzi in grado di catturare l’attenzione anche di chi non fa del post rock il suo genere di riferimento. Dal vivo hanno saputo confermare tutto il confermabile, abbastanza da augurarci di non dover aspettare troppo prima di vederli all’opera dalle nostre parti. Per ora “accontentiamoci” di una bella serata di ottima musica passata in compagnia di persone assolutamente deliziose.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Hank”

“Oig”

“Low”

“Sheila”

“Lilitu”

“Venger”

“UB2”

“Epiphany”

“Revelations”

Live Report: Modà @ Forum, Assago (Mi) 03/10/11

Ottobre 4th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Non si capisce se la tensione sul volto di Kekko sia perché da lì a poco salirà sul palco di un Forum di Assago tutto esaurito, o perché ancora non ci crede e non sa che cosa sta per accadergli. Forse non c’entra la tensione, forse starà leggendo queste parole e dirà “Ma chi, io?”, forse è solo così, serio di suo, concentrato, tutto qui.
Di fatto c’è che lunedì sera a Milano i Modà hanno cantato e suonato davanti a undici mila e passa persone completamente in delirio per loro. Davanti, come di regola, le ragazzine con mille cose da lanciare sul palco ai loro beniamini; dietro, coppie giovani e meno giovani, famiglie con papà che tenevano sulle spalle le figlie di sette anni, signore non proprio di primo pelo, e una miriade di ragazzi sui trenta-trentacinque anni. Qualcuno dice che il pubblico dei Modà non è abituato ad andare ai concerti, come se per andare a sentire musica dal vivo aspettasse solo una data del gruppo milanese. Sta di fatto che tra i fan ce ne è di ogni tipo, e alcune persone che ho attraversato con lo sguardo lunedì sera potevano essere al concerto dei Modà come a un concerto dei Subsonica o dei Muse. Giuro.
Tant’è. Il concerto comincia, la band sa come ammaliare i fan e sui cinque mega schermi montati sullo sfondo appare un video con Kekko e compagnia bella che camminano, uno accanto all’altro. Una presentazione con colpi di pistola, fotografia e musiche westerniane e atmosfere in stlile “Il buono, il brutto, il cattivo”. Quando tocca alla faccia di Kekko prendere il primo piano degli schermi, con il sottotitolo di “The voice”, il Forum esplode letteralmente e la band sale sul palco. Il concerto parte con “Vittima” tratto dall’ultimo album di inediti “Viva i Romantici”, seguita da “Meschina”, presa da “Sala d’attesa” del 2008: la voce di Kekko c’è eccome, ma i suoni inizialmente sono un po’ troppo alti per permettere un’esecuzione pulita dei brani. Il cantante si gode fin da subito i suoi fan, correndo in avanti a braccia aperte come per prendersi tutti quegli undici mila presenti. “Ti amo veramente” spiazza tutti e dimostra la sua potenza da brano pop melodico, mentre su “Come un pittore” il pubblico non si perde una parola e quasi canta sopra la voce del cantante. Si ha come l’impressione che la gente non sia lì tanto per le le canzoni che cantano e che i Modà hanno scritto, quanto perché quelle canzoni e quelle parole vengono pronunciate da Kekko.
“Ciao Milanooooooo”, urla il leader della band, “Non sapete da quanto tempo volevo dirlo”, dice, quasi commosso, intervallando ogni singola parola da un respiro profondo.
Come un treno arrivano le canzoni successive, “Urlo e non mi senti” portata al successo da Alessandra Amoroso (“L’ho scritta per un’altra cantante, ma ci piace così tanto che vogliamo cantarla anche noi”), “Malinconico a metà” e “Nuvole di rock”, uno dei primi successi della band: “Volevo dirvi di continuare a credere nei vostri sogni, qualunque essi siano”, dice Kekko inginocchiandosi in solitaria tra una decina di peluche.
Il live è ancora lungo, e tra brani che fanno saltare tutti come “La notte”, e altri che fanno cantare come “Tutto e niente”, c’è spazio anche per un momento di raccoglimento durante il quale Kekko dedica il brano inedito “Anche stasera” ad un amico scomparso di recente (con tanto di fotografie giganti del ragazzo apparse sui cinque schermi dietro la band: che nessuno me ne voglia, non è mia intenzione mancare di rispetto a nessuno, ma ho trovato personalmente eccessivo la proiezione delle fotografie dell’amico morto, fotografie che, ovviamente, hanno fatto commuovere tutto il pubblico).
Il madley rock incendia la folla, specie su brani più datati come “Uomo diverso”, mentre “Salvami”, nuovo singolo estratto da “Viva i Romantici”, fa cantare tutto il pubblico insieme ad “Arriverà”, canzone arrivata seconda al Festival di Sanremo dove i Modà si sono presentati accompagnati da Emma Marrone (accoppiata perfetta come il brano, potente e melodico al punto giusto). Su “Tappeto di fragole” Kekko prende per mano una bellissima ragazza dal pubblico e la fa sdraiare accanto a lui, la testa appoggiata ad un cuscino, con il cameraman che li riprende dall’altro e proietta le immagini sui maxi schermi: la ragazza, visibilmente incredula, inebetita ed emozionata, fa mangiare unghie, mani e gomiti a la maggior parte delle teen ager (ma non solo, credetemi) presenti in sala.
C’è ancora il tempo per qualche canzone tratta da “Viva i Romantici” e dall’album “Quello che non ti ho detto” del 2006 (suggestiva “Mia”, fatta prima di abbandonare il palco: la prima volta che la sentii risale a dieci anni fa, in macchia, per via di un conoscente che aveva la musicassetta di questo suo amico, tale Kekko…) e un ultimo madley, questa volta acustico.
La band torna sul palco del Forum per due ultime canzoni: “La notte” (già eseguita a metà concerto) e il brano che dà il titolo al loro ultimo disco, “Viva i Romantici”. I Modà salutano il loro il pubblico e tornano dietro le quinte.
Si possono dire soddisfatti i cinque ragazzi che lunedì hanno affrontato il palazzetto di Assago: l’esecuzione dei brani, tra assoli di chitarra riservati prima a Diego Arrigoni poi ad Enrico Zapparoli, è ben riuscita e la voce di Kekko, che a tratti, rosso in volto, sembrava al punto di scoppiare, a retto bene note alte e cambi di tonalità.
Non so ancora, sinceramente, cosa pensare dei Modà: Kekko sembra dare l’impressione di crederci veramente tanto, e dopo anni di gavetta, cinque album pubblicati e repentini cambi di casa discografica (New Music, Carosello…) sembra aver trovato quasi la serenità artistica per poter fare bene e sembra totalmente intenzionato a non fare passi falsi. Staremo a vedere come reggerà la giostra della musica, che prima sale, poi scende, poi risale e così via…

(Daniela Calvi)

Live Report: Verdena @ Comet Club, Berlino 29/09/11

Settembre 30th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Il Comet è un club dieci metri per quindici, o giù di li. Intimo, berlinese, tinto completamente di nero. Ci suonano i Verdena, e fa un po’ impressione vederli così “raccolti” sul palco dopo i trionfi di “Wow” nel nostro paese. Sembra di essere tornati indietro di almeno quattro dischi (perché il tempo, si sa, si misura in musica), quando le location dove suonare erano quello che erano, e i Verdena ancora in tre. Al Comet la formazione ovviamente è quella più recente, con Luca, Alberto e Roberta affiancati oramai in pianta stabile dal fido Omid. I Quattro salgono sul palco alle nove precise, in tipico stile tedesco. Qui i concerti iniziano puntuali e finiscono relativamente presto, giusto per permettere a chi il giorno dopo lavora di non perdersi una data, e a tutti gli altri di aprire la serata con un po’ di musica. Ci sono tanti italiani in platea, qualche tedesco e un paio di curiosi passati a buttare un orecchio, fa caldo e l’unico rimedio ad una temperatura destinata inevitabilmente a salire è trovare teutonicamente conforto in qualche birra. Luca è il primo a sistemarsi on stage per un ultimo ritocco alle pelli, seguito da Roberta, Omid e da un Alberto particolarmente allegro. Il set inizia con la doppietta “Sorriso in spiaggia pt.1 e 2”, la sempre ottima “Miglioramento” e “Rossella roll over”. I Verdena sono in serata: sound pieno e compatto, zero menate tecniche, nessuna interruzione di sorta tra un pezzo e un altro. Una bellezza. Evidentemente la Germania fa bene ai bergamaschi, talmente bene che la “Starless” sentita a Berlino entra direttamente nella top 5 dei pezzi live visti quest’anno. Intensa, carica, pesante, degna dei migliori Motorpsycho: “… e sarò così falso / io sarò così solo per te / è giusto che sia immorale il male che vorrei per te”. Una botta che scuote la Germania intera, picco assoluto di un concerto che da qui in poi si manterrà costante in quanto ad intensità. Diciannove in totale i pezzi in scaletta, su tutti “Lui gareggia”, “Scegli me”, la parentesi acustica “Angie” (Alberto: “Com’è che fa questa?”) e “Razzi, arpia, inferno e fiamme”, “Don Callisto” e una tiratissima “Loniterp” in chiusura di set. Al rientro, acclamatissimo, Luca si accomoda per un breve drum solo che lancia la volata finale “Lei disse” / “Il Gulliver”, due pezzi che chiudono la serata in crescendo dopo un’ora e quaranta di musica. Mesi e mesi di tour hanno reso i Verdena una macchina live perfettamente rodata, in grado di girare a mille: Alberto indiscusso fenomeno carismatico, Roberta impeccabile e particolarmente presa, Luca strepitoso come ormai d’abitudine e Omid “semplicemente” necessario. Poi vederli così, per pochi intimi in terra straniera, ha avuto il suo peso. Peso per una band che in questo mini tour europeo sta ritrovando una dimensione che da troppo tempo (e sul palco si è visto palesemente) le mancava. Peso per noi che per questo motivo abbiamo potuto godere dei migliori Verdena possibili, e che per una volta, senza vergogna, abbiamo provato davvero più gusto nell’essere italiani.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Sorriso in spiaggia pt.1 e 2”

“Miglioramento”

“Rossella roll over”

“Starless”

“Il caos strisciante”

“Badea Blues”

“Nuova luce”

“Lui gareggia”

“Caños”

“Castelli per aria”

“Angie”

“Razzi, arpia, inferno e fiamme”

“Scegli me”

“E’ solo lunedì”

“Don Callisto”

“Loniterp”

“Lei disse (un mondo del tutto differente)”

“Il Gulliver”

Live Report: J-Ax @ Alcatraz, Milano 29/09/11

Settembre 30th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

C’era una volta un ragazzo di Cologno Monzese che sognava di fare musica e spaccare tutto. Insieme all’amico Vito, in arte DJ Jad, fonda, nei primi anni novanta, un duo rap, gli Articolo 31, il resto è leggenda. Sono passati anni da quando J-Ax intonava note d’amore alla sua “Maria bella”, ma il tempo sembra essersi fermato. Oggi Ax ha la stessa energia, lo stesso carisma e la stessa “aria cazzuta” degli esordi. Stasera, con il suo “rap’n'roll”, Alessandro ha letteralmente infiammato l’Alcatraz. Ad aprire le danze è stato chiamato Grido, il fratellino, che da qualche tempo cammina da solo, senza i suoi Gemelli Diversi: canta qualche pezzo tratto dal suo disco d’esordio solista, “Io grido”, e ringrazia Ax per aver creduto in lui. La folla scalpita, sembra già cotta a puntino. Si spengono le luci e parte un cortometraggio in cui un padre cattivo getta nella spazzatura il disco di J-Ax al figlio, ignaro del delirio che si scatenerà sul palco a breve. Lo stage si trasforma in un ring, passa qualche minuto e compaiono l’immancabile Space One e Guido Style, alla chitarra. Lo speaker annuncia l’ingresso del re, del campione: J-Ax entra saltando, accolto da un boato. L’atmosfera si scalda subito con “Ancora in piedi”, seguita da “Recidivo” e “Rapnroll”, pezzi cantati con Jake la Furia e Guè Pequeno, due dei Club Dogo, tra le molte sorprese della serata. I brani sono eseguiti alla perfezione, tantissima carica e molto coinvolgimento del pubblico, che è già in estasi. Ottimi i due DJ ed il batterista, che suonano letteralmente sulla testa di Ax. Si merita una menzione d’onore anche il visual artist che ha realizzato le splendide animazioni dello schermo sul palco. Un gradito regalo per i nostalgici degli Articolo sono “Spirale ovale” e “Domani smetto”, cantate a squarciagola da tutti i presenti, nessuno escluso. Sale l’adrenalina della data di apertura del tour di J-Ax con “Domenica da coma”, seguita a ruota da “I love paranoia” e “Tutta scena”. Il rap’n'roller non sbaglia un colpo, è davvero contento di essere tornato dal vivo con il suo nuovo lavoro, è gasato tanto quanto il pubblico, forse anche di più. Tutto scorre alla perfezione finchè arriva “Na bomba”, bella carica. E’ una notte da ricordare, d’altra parte “La notte vale tutto”: i ragazzi del pubblico sanno tutte le canzoni a memoria, e non sono solo giovanissimi, come sottolinea lo stesso Ax (e noi lo confermiamo, dato che, alle nostre spalle, c’era un gruppo di signore: potevano essere, presumibilmente, le zie dei fratelli Aleotti). La ciliegina sulla torta è “Più stile”, cantata in duetto con Guido, che fa impazzire letteralmente tutti, e anticipa “Farlo con te”, il “cosa” ve lo lasciamo ben immaginare. E’ da più di un’ora che l’ex Articolo 31 non smette di cantare, inneggiare e “tirare in mezzo” il pubblico aizzandolo. E’ il momento di un po’ di sana polemica: “Secondo la maggior parte della gente, voi dovreste essere tutti bimbi minchia e io un cattivo maestro… Qui se non stai attento da un giorno con l’altro diventi un mostro!” e lo dice mentre sul palco salgono Don Joe & Shalbo (altri della “Dogo gang” ). Insieme attaccano con “Il mostro sei tu”. Ma la “vecchia scuola” rimane la migliore, questo Ax lo precisa e fa un passo indietro con “Aumentaci le dosi”, a quando il rap’n roll era un concetto ancora da definirsi, a quando il rap puro della Spaghetti Funk ancora si faceva sentire. E il rap, lui, lo sa fare e, la gente, da lui, ancora lo vuole sentire. Immancabile il “terzetto” di canzoni romantiche: “Sei sicura” (accompagnato alla chitarra acustica dal produttore Franco Godi), “Non è un film”, “Ti amo o ti ammazzo” che preparano il campo all’entrata di Paolo Jannacci (figlio di Enzo) che con la sua fisarmonica supporta il rapper in “Altra vita”. Un fan particolarmente romantico si fa coinvolgere dall’atmosfera e, con una fugace incursione sul palco, dà un bacio ad Ax sulla guancia per poi sparire. Infine, è il momento del bis, è il momento di tornare a scatenarsi con gli ultimi pezzi. Dopo la potentissima “Musica da rabbia” arriva la domanda (e la canzone): “Allora! Era meglio prima?” Risposta: “No!!”. Il cerchio si chiude con “Deca dance” a dimostrazione del fatto che, sì, la dance anni’90 sarà anche finita, ma che non per questo si deve smettere di ballare. Almeno non stasera.

(Rossella Romano/Valeria Mazzucca)

“Ancora in piedi”

“Recidivo”

“Rap’n'roll”

“Fabrizio”

“Aqua nella scquola”

“Spirale”

“Uno di noi”

“Italianimal”

“Da Milano a Pizzo”

“Mi rifiuto”

“Domani smetto”

“Domenica da coma”

“I love paranoia”

“Tutta scena”

“Na bomba”

“Immorale”

“(La notte) vale tutto”

“Più stile”

“Farlo con te”

“Il mostro sei tu”

“Per una volta”

“I love my bike”

“Aumentaci le dosi”

“Questi ragazzini”

“Dentro me”

“Sei sicura”

“Non è un film”

“Ti amo o ti ammazzo”

“Altra vita”

“Accademia più snob”

“Musica da rabbia”

“Meglio prima”

“Deca dance”

Live Report: Glen Hansard @ St.Pauls Within The Walls, Roma 26/09/11

Settembre 27th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Che certi concerti saranno speciali lo capisci al primo istante in cui entri un posto, perché quel posto da solo fa già metà del lavoro. Il posto è St. Pauls Within The Walls, una chiesa anglicana di Roma del 1800, la prima non cattolica-romana costruita entro le mura della città, leggerò poi.

Non una chiesa qualsiasi. E’ una chiesa piccola, bellissima e aggraziata nelle sue decorazioni. Ma rimane comunque una chiesa: “This place is intimidating”, dice Glen Hansard a inizio concerto. E’ in tour da solo, dopo la serie di date in apertura a Eddie Vedder in America. E’ sulla strada con un furgone, la sua solita chitarra scassata, un’altra elettrica, un road manager che sa cantare e un cantante che di volta in volta gli apre le serate (in questa c’è l’amico irlandese Oliver Cole). Glen sta provando le nuove canzoni, quelle che finiranno sul primo disco solista dopo anni con i Frames e dopo il periodo con la Swell Season, che gli è valso un Oscar e quella meritatissima fama che inseguiva da anni.

La chiesa fa metà del concerto perché Glen è davvero intimorito: quando cita, come fa spesso, “Sexual healing” di Marvin Gaye lo fa quasi sottovoce per rispettare la sacralità del luogo, e quando la canzone richiede una parolaccia, fa il segno della croce. E’ un intrattenitore, lo fa con ironia, ma non sta scherzando più di tanto.

E soprattutto adegua la sua musica al posto. Canta voce e chitarra, con i suoi crescendo, ogni tanto esplode come in “Leave”, ogni tanto la sua intensità assume un tono più basso e contenuto, rimane più compressa creando ancora più tensione. I due esempi estremi sono i due video che vedete qua: “Leave”, con il crescendo.

Immagine anteprima YouTube

E una emozionante e tesa “What happens when the heart just stops”, una delle poche canzone suonate alla chitarra elettrica, una delle tante in cui invoca il pubblico a cantare, e ne viene fuori un coro che l’acustica della chiesa, piena di riverbero, fa sembrare un inno religioso.

Immagine anteprima YouTube

La maggior parte della serata, Glen la passa con la chitarra acustica: ed è uno dei rarissimi artisti che non annoia in quella veste. Reggere un concerto così è impresa ardua anche per gente come Springsteen o Vedder (non sto dicendo un’eresia: il tour di “The ghost of Tom Joad” aveva diversi momenti di stanca, l’ultimo tour di Vedder, documentato da “Water on the road”, correva lo stesso rischio).

Ad un certo punto, Glen si fionda sull’organo, ma non funziona. Allora si dirige sul piano a coda in una delle navate laterali (che, per inciso, si trova a 1 metro da dove è seduto il Vostro…) e attacca un nuovo brano, incurante dei flash di cerca di scattargli una foto. Ogni tanto suona l’elettrica, ricordando il suono e la carica del suo allievo Jeff Buckley al Sin-é ( a cui Jeff arrivò grazie a Glen: al tempo era il suo roadie, e Glen – erano i primi anni ‘90- girava per i locali irlandesi grazie alla popolarità derivata dalla sua apparizione in “The committments”). Ogni tanto avanza nelle navate e canta senza amplificazione, divertendosi a fare cover, come suo solito (“Astral weeks”, “You ain’t going nowhere”: Van Morrison e Dylan..,).

Perché Glen ha sempre l’animo del busker. Anche quando propone le canzoni nuove quasi timidamente (“Non diffodetele su internet, per favore, le sto ancora provando”), anche quando chiude il set con una spettacolare versione  di “Forever young”, con il suo supporter Oliver Cole e con il suo roadie, che ha l’aspetto dell’impiegato delle poste ma ha una voce profonda e bellissima che lascia tutti di stucco.

E ha l’animo del busker anche quando dopo il concerto esce per strada e sta per un’ora a chiacchierare con i fan rimasti ad aspettarlo: ha un sorriso e una parola per tutti. Racconta che l’acustica del posto lo ha un po’ messo in difficoltà, chiacchiera, spiega e soprattutto ascolta. Mi dice di ricordarsi di quella volta che ha suonato per me a Milano, con quella spettacolare versione di Drive All Night, un regalo che io non ho mai dimenticato. “Dovremmo rifarlo, mi dice”. Ma chissa se è vero che se lo ricorda, chissa se è solo gentile: se anche fosse così, non ha nulla di quella paraculaggine di certi artisti, né sul palco né fuori. E’ semplicemente uno a cui piace fare il suo lavoro, è grato di poterlo fare, lo fa bene, benissimo.

La presenza di artisti come Hansard mi ricorda che c’è vita musicale oltre lo scioglimento della tua band preferita.

Una cosa che ovviamente so bene, ma questi erano i giorni giusti perché qualcuno come Glen Hansard me lo ricordasse.

(Gianni Sibilla)

Dal suo blog For Those About To Blog

Live Report: Friendly Fires @ Lido, Berlino 22/09/11

Settembre 23rd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

La prima volta che vidi i Friendly Fires dal vivo fu nel giugno del 2009, nella medesima location dove si tiene il concerto di questa sera. Il Lido, club indie-rock berlinese nel pieno centro di Kreuzberg.

A quel tempo i tre giovanotti inglesi stavano promuovendo il loro primo eponimo album, uscito nel settembre del 2008 e caratterizzato da un’ottima miscela tra elettronica, funk e new-wave. Quel concerto mi lasciò in bocca un bel sapore, apprezzai la bella carica sul palco della band di St.Albans ed il loro sound fresco e ballabile anche dal vivo.

Sono trascorsi due anni ed è passata parecchia acqua sotto i ponti. I Nostri hanno girato per il mondo in tour ed hanno dato alle stampe il secondo album “Pala”, un lavoro che ha confermato le buone qualità del disco d’esordio.

I primi a salire sul palco sono gli anglo/berlinesi I Heart Sharks, trio che propone un’interessante miscela tra elettronica, indie-rock e sfumature dubstep. Indubbiamente da tenere d’occhio per il futuro.

Sono quasi le 22 quando i Friendly Fires fanno il loro ingresso sul palco dell’ex teatro berlinese, a questo punto bello pieno per lo show. I ragazzi sono cresciuti e si presentano in sei, con due fiati ed un tastierista in più, mentre il frontman Ed MacFarlane spicca per la camicia variopinta e la sua faccia da ragazzo imberbe.

Uno si aspetta un inizio all’insegna del nuovo disco ed ecco invece una bella doppietta tratta da “Friendly Fires”: la funkeggiante “Lovesick” e la tribal/new-wave dell’ottima “Jump in the pool”. Si capisce subito che i Nostri non sono cresciuti solo di numero, ma anche sotto altri aspetti: tengono il palco da band sicura ed esperta ed hanno acquisito una personalità invidiabile. Ad esempio il cantante dopo tre brani scompare ed è già tra le prime file del pubblico a cantare a squarciagola la recente “Blue cassette”.

E’ difficile staccare gli occhi di dosso da MacFarlane che pare quasi indemoniato per come si muove e saltella da una parte all’altra del palco. Lo show alterna gli episodi dei due album all’attivo, con picchi di gradimento per il primo singolo estratto dal secondo album “Love those days tonight” e per quella che è forse la canzone più amata in assoluto dei FF, la sognante “Paris”.

Piccola pausa e la band torna on stage in quattro, lasciando i fiati negli spogliatoi. Il bis è affidato ad uno degli episodi migliori di “Pala”, ovvero la danzereccia “Hawaiian air” ed all’ultimo singolo tratto dal primo disco, “Kiss of life”, qui proposta in una coinvolgente e prolungata versione tribale e psichedelica. A fine concerto, dopo altre due passeggiate tra la folla, Ed è sudato e spompato all’inverosimile, mentre il pubblico può ritenersi più che soddisfatto: settanta minuti carichi, senza soste o cadute di stile, ed una band capace di una grande prova di maturità. Adesso possiamo dirlo senza titubanze: i Friendly Fires sono pronti per i grandi palcoscenici e c’è da scommettere che non tarderanno ad arrivare.

(Ercole Gentile)

SETLIST:

Lovesick”

Jump n the pool”

Blue cassette”

True love”

On board”

Chimes”

Skeleton boy”

Show me lights”

Hurting”

Live those days tonight”

Pull me back to earth”

Paris”

Encore

Hawaiian air”

Kiss of life”

Live Report: Avril Lavigne @ Forum, Assago 11/09/11

Settembre 12th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Il Forum di Assago non è mai stato variopinto come stasera. Un arcobaleno di tonalità fluo, tutte dedicate a lei: Avril Lavigne. E’ bastato un tocco di pianoforte, un ticchettìo appena accennato che la folla, composta per lo più da ragazzine e da qualche volto noto (come il batterista dei Finley che si aggira discreto tra il pubblico) sia impazzita completamente. Un rombo assordante di urla, grida e di piedi picchiati a terra. Poi esce lei, la regina della serata e tutto si colora si verde: le ragazzine quasi si pentono di aver dato fiato alle trombe troppo presto. Ma la voce delle colorate e neo-punk teenager ritorna in un sol momento quando la bella canadese saluta Milano e attacca, con una stellina in mano, il primo singolo, estratto dal nuovo album “Goodbye lullaby”, intitolato “Black star”.  Sembra in ottima forma Avril: abbigliamento poco ricercato, passeggiate qua e là sul palco, saltelli, saluti al pubblico e un’intonazione niente male. La band alle sue spalle esegue perfettamente tutti i brani, come un compito in classe. “Italyyyyyyy?” Chiama Avril, e il Forum risponde. Si sentono più le urla che la chitarra di “Sk8ater boy” e forse e’ meglio così: i volumi troppo alti e i troppi effetti non rendono giustizia all’intro del brano, mentre sul ritornello la canzone riprende melodia e tiro. Avril non è di molte parole: a parte qualche “grazie” e alcuni “vi amo”, si relaziona poco col pubblico, se non abbassandosi a cantare, ogni tanto, rivolta ai fan nelle prime file ed incitando, talvolta, i ragazzi degli spalti. La punkette bionda imbraccia la chitarra quando e’ il momento di “He wasn’t”, cantata davvero bene, ma velocissima ed il ‘nanananan’ raccoglie tutti i fan in un solo e grande coro. Seduta sul pianoforte, dopo aver cantato “Alice”, omaggio ad “Alice in wonderland”, Avril intona la cover di “Fix you” dei Coldplay, non adatta al pubblico della serata, inizialmente ammutolito (ce li immaginiamo, i meno navigati, che si chiedono come abbiano fatto a perdersi un inedito della Lavigne di tale intensità musicale). Notevole l’esecuzione di una delle sue hit più famose, “When you’re gone”, sulla stessa scia di “Fix you”: sul finale, visto il testo e le sonorità malinconiche del brano, sarebbe stato piacevole se Avril, anziché ridere nervosamente e urlare “Milano”, si fosse preparata in maniera più raccolta per il brano successivo. Ma questa sembra essere a tutti gli effetti una festa, e forse, va benissimo così. “Wish you were here”, Il nuovo singolo, lo conoscono proprio tutti, ma è “Nobody’s home”, cantata in acustico, a colpire dritto al cuore i ragazzi del pubblico. Si arriva presto all’ultima parte del concerto, introdotta da una jam session dei musicisti che accompagnano Avril in tour: sono davvero bravi ma fin troppo professionali. Con “Girlfriend”, un medley di “Airlpanes” di B.O.B ed Hayley Williams, mischiata ad “Happy ending”, ed “I’m with you”, durante la quale la cantante indica affettuosamente il pubblico, si volge al termine. Il bis viene concluso con la super hit “Complicated”, pezzo che ha donato “fortune & fame” alla bella interprete. I fan presenti lasciano il palazzetto soddisfatti, di certo hanno passato una bella serata, da ricordare durante il lungo inverno tra lezioni, compiti ed interrogazioni. Per molti di loro, infatti, domani sarà il primo giorno di scuola.
(Daniela Calvi & Rossella Romano)
Setlist:
Black star
WTH
Smile
He wasn’t
I always get what i want
Alice
Fix you
When you’re gone
Wish you were here
Nobody’s home
(Unwanted musical piece)
Girlfriend
Airplanes/My happy ending
Don’t tell me
I’m with you
I love you
Hot
Complicated

Live Report: Paul Simon @ Arena Civica, Milano 17/07/11

Luglio 18th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Vi è mai accaduto di entrare in un negozio di strumenti musicali e commuovervi nel vedere le decine e decine di strumenti diversi, le mille forme, gli innumerevoli colori e di sognare tutta la musica del mondo, la più bella, lì, in quel momento? Il palco del Milano Jazzin’Festival nell’attesa che il concerto abbia il suo inizio appariva proprio così: chitarre, tamburi, strumenti a fiato di ogni foggia e molto altro ancora. Abbastanza per poter sognare del bello e del buono, come sottolineato alla mie spalle. Lei, vaga “chissà come sarà il concerto ?”, lui con la verità in tasca “rischia di essere uno dei pochi che giustifica il prezzo del biglietto!”. Con il beneplacito di Giove Pluvio che, dopo aver mandato acqua dal cielo per una mezz’ora e fatto fare affari ai venditori di impermeabili fuori dall’Arena, ha pensato bene di risparmiare la serata milanese, alle 21.10 senza roboanti presentazioni in tutta calma gli otto musici e il quasi settantenne Paul Simon, jeans maglietta nera e camicia blu sbottonata fuori dai pantaloni, si presentano e iniziano il loro concerto. Ed è grande musica dalla prima all’ultima nota. La band è perita ed affiatata e quando nove persone suonano d’intesa un repertorio di tale rispetto non si può rimanere delusi. Le due ore del concerto sono corse veloci senza scadimenti di tono. Le canzoni del nuovo “So beautiful or so what” non hanno sfigurato al cospetto dei classici del repertorio sixties o del periodo di “Graceland”. E tra una visita a una New York che forse non esiste più e un omaggio agli amati ritmi africani e caraibici, passando dalla intensa interpretazione di “Hearts and bones” alle travolgenti “That was your mother”, “Diamonds on the soles of her shoes” e “Gone at last”; fino alle cover di “Vietnam” del guru del reggae Jimmy Cliff, al classico che più classico non si può “Mystery train” di Junior Parker sino a “Here comes the sun” (sempre alle mie spalle, lei interrogativa “ma questa non è dei Beatles ?” lui prigioniero del suo personaggio “sì, ma dovrebbe averla scritta lui”) la serata è veramente perfetta, gestita con una grazia che pochi artisti si possono permettere e che il pubblico ha seguito partecipe con una luce tutta particolare negli occhi. Pubblico che, alla conclusione del primo set, abbandonate le sedie, si è assiepato sotto il palco e da lì lo ha seguito fino al termine. Allora Paul Simon riguadagnata la ribalta e accompagnato dalla sola chitarra intona una “The sound of silence” particolarmente ispirata che esalta una voce ancora intatta nonostante il trascorrere del tempo seguita da “Kodachrome” e allora è apoteosi.

Mi sono reso conto che questa estate tutta la nostalgia per la musica con cui sono cresciuto mi sta presentando un conto piacevolissimo da saldare. Dopo aver salutato Bob Dylan, Roger Waters ora Paul Simon e quasi quasi mercoledì farò un salto, sempre da queste parti, a vedere come se la passa mister Robert Plant.

(Paolo Panzeri)

Setlist:

The boy in the bubble

Dazzling blue

50 ways to leave your lover

So beautiful or so what

Vietnam

That was your mother

Hearts and bones

Mystery train

Slip slidin’ away

Rewrite

Peace like a river

The obvious child

The only living boy in New York

The afterlife

Questions for the angels

Diamonds on the soles of her shoe

Gumboots

The sound of silence

Kodachrome

Gone at last

Here comes the sun

Crazy lov

Late in the evening

Still crazy after all these years

You can call me Al

Live Report: John Mellencamp @ 10 Giorni Suonati, Vigevano 09/07/11

Luglio 10th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Lo abbiamo aspettato più di vent’anni. Almeno dai tempi di “Scarecrow” e di “The lonesome jubilee”, formidabili dischi anni Ottanta che piazzarono John Mellencamp, allora ancora noto con il nome di battaglia di “Cougar”, in un’ideale santissima trinità del rock americano a fianco di Bruce Springsteen e di Tom Petty. Con una band che valeva (e vale) quasi quanto gli E Streeters e gli Heartbreakers, e un ruolo da pioniere nel percorso a ritroso verso le radici, il Midwest rurale messo in ginocchio dai cataclismi naturali e dal nuovo ordine mondiale, i fantasmi delle sacre icone del blues, del folk e del country. E’ così che si è fatto presentare ieri sera al festival “10 giorni suonati” al Castello di Vigevano: un film documentario di un’ora sul “making of” dell’ultimo album “No better than this” registrato in mono in tre luoghi simbolo della American Music, il vocione del Johnny Cash di “God’s gonna cut you down”  e una introduzione preregistrata che ricorda la sua vicinanza a Woody Guthrie e agli agricoltori americani. In completo scuro, che poi abbandonerà per restare in maglietta nera, ciuffo e muscoli da blue collar rocker, attacca con la band “Authority song” e ci si accorge subito che dal 1983 ad oggi le cose sono ovviamente cambiate: meno ferocia, passo più lento e atmosfera più rockabilly rispetto all’originale di “Uh-huh”. Il ponte ideale, in fondo, per approdare a “No one cares about me” dall’ultimo album, con quel ritmo chick-a-boom da Million Dollar Quarter ai Sun Studios di Memphis (uno dei santuari in cui è andato a registrare con T-Bone Burnett), e a “Death letter”, blues sincopato di Son House rivisitato anche dai Grateful Dead, i White Stripes e tanti altri. Quando sul palco arrivano il violino di Miriam Sturm, in lungo e di rosso vestita, e la fisarmonica di Troye Kinnett (che suona anche organo e pianoforte) il mood della serata è definito: musica acustica ed elettrica, country folk e rock’n'roll, contrabbasso e basso elettrico, con due set di batteria per Dane Clark e due chitarre elettriche, imbracciate da Andy York e dal fedelissimo Mike Wanchic, che sciorinano power chords e intessono solidi arpeggi senza aver neppure bisogno di sfogarsi in assoli. Mellencamp ha la voce incatramata da mille sigarette: affaticata, rugosa ma carismatica e perfetta per le sue ultime canzoni. Che parlano di tempo che passa, di morte e di destino ineluttabile. Di una vita che, alla fine, è corta anche nei suoi giorni più lunghi (“Longest days”), come gli spiegò una volta la nonna centenaria e come racconta nell’unico momento di colloquio con la platea. Lo storytelling è affidato a canzoni come “West End”, le dichiarazioni di intenti a pezzi come “Save same time for dream”,  il contatto con il pubblico agli incitamenti ai battimani di “Check it out” e “Cherry bomb”, di “Jack and Diane” e “Small town”, vecchi classici da radio FM tramutati in spiritual o ballate agresti.  Una commovente “Jackie Brown”  e l’intermezzo strumentale di “The old rugged cross”, tradizionale di sapore irlandese e di matrice cristiana datato 1912, dimostrano che è il fiddle della Sturm la vera solista di una band senza solista (Mellencamp lo sa, e se la abbraccia più volte).

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Dopo quei momenti così rarefatti “Rain on the scarecrow” è un rombo di tuono, il vecchio coguaro ritira fuori gli artigli e ricomincia a ringhiare. Da lì in poi il concerto cambia ritmo e volume, tra gli irresistibili riff stonesiani di “Crumblin’ down”, il boogie rock della recente  “If I die sudden” (a proposito della caducità della vita..), l’immancabile “Pink houses” e un’esplosiva “Rock in the U.S.A.” con tanto di fan chiamato sul palco a urlare nel microfono. Così anche i vecchi cronisti e i nostalgici del vecchio Cougar sono sistemati, anche se intanto sta scoccando la mezzanotte, i bis non rientrano nel programma e chi ha perlustrato in anticipo le scalette del tour lamenta la mancanza di tre pezzi dalla setlist (sulla brevità del concerto, un’ora e quaranta scarse, varranno forse le parole spese dal promoter Claudio Trotta su Facebook a proposito dell’esibizione dei Black Crowes di due giorni prima: le trovate a questo indirizzo. Ma sono piccoli fastidi, tutto sommato. Quel che conta è che Mellencamp aveva ragione, quando spiegava alla nonna di avere ancora tante canzoni da cantare prima di essere pronto per l’aldilà.

(Alfredo Marziano)

Setlist:

“Authority song”
“No one cares about me”
“Death letter”
“John Cockers”
“Walk tall”
“The West End”
“Check it out”
“Save some time to dream”
“Cherry bomb”
“Jack and Diane”
“Jackie Brown”
“Longest days”
“Small town”/”The old rugged cross”
“Rain on the scarecrow”
“Crumblin’ down”
“If I die sudden”
“Pink houses”
“Rock in the U.S.A.”

Live Report: Black Crowes @ 10 Giorni Suonati, Vigevano 07/07/11

Luglio 8th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Un giorno bisognerebbe dare mandato ad un accademico serio di fare uno studio sociologico sull’uso delle T-Shirt ai concerti.  Guardando quelle che il pubblico indossa per andare a determinati show si possono ricostruire significati, immaginari, aspettative, storie. Soprattutto le storie.
Ieri sera, al Castello di Vigevano, sembrava di essere ad un raduno di ex partecipanti di un festival fricchettone dei primi anni ’90, tipo Lollapalooza. Magliette degli Allman Brothers Band, dei Grateful Dead, persino dei String Cheese Incident. Qualche “tie-die” di californiana memoria. L’inevitabile maglietta di Springsteen (che va sempre bene per ogni occasione). E poi ovviamente un sacco di magliette dei Black Crowes.
Magliette che incorniciavano le belle facce di un pubblico un po’ “agé”, perché i fratelli Robinson non hanno certo il fascino trasversale degli Arcade Fire o di qualche band attuale, anche se sono bravi, molto bravi, molto di più.
Non suonavano in Italia da 10 anni, ma chi li ha conosciuti negli anni ’90 non se li è dimenticati ed è venuto a dire “goodbye to the bad boys”, che poi andranno in pausa a tempo indeterminato dopo questo breve giro di concerti europei, iniziato proprio a Vigevano.
La situazione, poi, era perfetta, o quasi. Il bel Festival “10 giorni suonati”, nella stupenda cornice – non è una banalità – del cortile del Castello di Vigevano. Un posto dove ti puoi sedere appoggiato ad un albero o a un muro di cinta, godere la musica respirando gli odori degli stand veramente gastronomici e del fumo, non solo di quello della griglia. Sempre che si riesca a sopravvivere alle zanzare – sono loro il motivo del “quasi” – che al calar del sole volano come squadroni in formazione d’attacco.
La serata inizia alle 9 e qualche minuto con il bluesman nostrano Paolo Bonfanti, che sostituisce l’annunciato e assente Justin Townes Earle. I Nostri salgono sul palco quasi alle 10 e mezza, e attaccano forte con “Sting me”. Sarà una delle una delle 11- canzoni-11 per un concerto che durerà poco più di un ora e mezza: a fine serata sarà il rimpianto maggiore, la brevità per una band che fa concerti anche da tre ore e passa.
Immagine anteprima YouTubePer il resto, è stato uno dei concerti dell’anno: riassunto perfettamente dall’esecuzione del capolavoro della band, “Wiser time”, che parte piano, con Chris Robinson – magrissimo, barbuto e capelli lunghi, sembra quasi un Cristo – che intona la melodia per poi lasciare spazio alla jam strumentale, mentre lui balla in trance, con il suo stile unico:  parte con un assolo di tastiere, per poi finire su due assoli di chitarra – l’ultimo, ovviamente è del fratello Rich Robinson – e riprendere la melodia. Il tutto dura venti minuti, più o meno, ma sarebbe potuto durare l’intero concerto, e sarebbe stato fantastico lo stesso. Perché gli assoli e le jam strumentali possono essere pallosissimi e inutili se dati in mano alla band sbagliata, ma i Black Crowes giocano sui loro canovacci con una grazie ed un’intensità che non ha pari.
Le canzoni sono solo 11 perché buona parte, soprattutto le ballate come “Thorn in my pride” e “She talks to angels” sono costruite in questo modo dilatato, e si alternano a canzoni più secche, come “Jealous again” e il finale trionfale con “Remedy”.
Rimane un po’ amaro in bocca per non aver potuto sentire nessuna delle fenomenali cover che ogni tanto piazzano in scaletta (Dylan, Stones) e/o qualche numero acustico, e pensando che con ogni probablità non li si vedrà da queste parti per molti, molti anni. Ma il concerto di ieri sera rimane uno degli eventi memorabili di questa densa stagione estiva.

(Gianni Sibilla)

Setlist:
Sting Me
Jealous Again
Good Morning Captain
Soul Singing
Wiser Time
Poor Elijah / Tribute To Johnson
Oh Josephine
Thorn In My Pride
Hard to handle
She Talks To Angels

Encore:
Remedy

Dal Vivo
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