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Live Report: dEUS @ Magazzini Generali, Milano 08/12/11

Dicembre 9th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Tre motivi validi per vedere i dEUS live, sempre e comunque. Il primo: Tom Barman. Citando la recensione di Rockol della data estiva a Grugliasco “…sul palco Barman è sempre uno spettacolo: stiloso, carismatico, teatrale mentre si dimena pennando la Stratocaster o percuotendo un paio di pad elettronici, la voce roca e suggestiva perfetta per le sue canzoni di sapore sempre un po’ cinematografico”. La pura verità, niente da aggiungere. Secondo: lo stacco a metà di “Instant street” e il conseguente crescendo. Uno dei momenti più alti della musica contemporanea. Terzo: la canotta di Klaas Janzoons. Uno dei momenti più bassi della musica contemporanea. Vederlo sovrastare la platea sfinendo il violino alle prese con il finale tiratissimo di “Suds & soda”, diciamoci la verità, non sarebbe la stessa cosa senza l’imprescindibile ascella al vento. Entrando ai Magazzini Generali si viene accolti da un messaggio che invita tutti i presenti a condividere la serata sui vari social network (Twitter in testa) in tempo reale. Un modo come un altro per rendere la platea partecipe in modo attivo, per avvicinarci alla band, “keep them close”. E fa piacere vedere Mauro Pawlowski passeggiare beato e sorridente in mezzo alla gente nel pre concerto, firmare autografi e scattare qualche foto ricordo, atteggiamento che la dice lunga su come i dEUS stanno vivendo questo nuovo tour. Il tempo a disposizione però non è molto. Poco dopo le nove salgono sul palco gli SX, interessante trio belga che sfodera un buon indie pop costruito quasi interamente intorno al synth, sufficientemente carico e tirato. Qualche buona idea specialmente nella seconda parte, nulla per cui perdere il sonno, ma sicuramente da tenere d’occhio. Di tutt’altra pasta invece il set dei Nostri. Alle dieci in punto, i cinque prendono posizione on stage. L’apertura è istantanea, “The final blast”, “The architect” e “Constant now” suonano molto bene: la band è carica e ha evidentemente voglia di suonare senza andare troppo per il sottile. Buon per noi. Barman ringrazia, sbraita e si dimena come un leone in gabbia. “Oh your God”, la sempre ottima “Slow” (accolta da un piccolo boato) e la nuova “Second nature”, sono il preludio alla svolta definitiva, il primo turning point. Che manco a dirlo arriva a metà della solita immensa “Instant street”. La platea milanese, fino a questo momento fin troppo imballata, si scioglie definitivamente. Quello che arriva è un rock tirato a lucido, spesso, aggressivo, ma soprattutto suonato magnificamente nonostante la “non perfetta” acustica dei Magazzini Generali. Sono le chitarre di Barman e Pawlowski a farla da padrone, le vere protagoniste di un set concepito per mettere meritatamente in risalto i pezzi del nuovo “Keep you close”, un album passato fin troppo in sordina ma che a conti fatti ci ha restituito i dEUS in una forma invidiabile, addirittura vicina ai fasti del trio “Worst case scenario” / “In a bar, under the sea” / “The ideal crash”. E pezzi come la splendida “Dark set in”, anticipata da “If you don’t get what you want” (dal vivo ancora meglio che su disco), ne sono la prova. Molto bene come sempre anche “Magdalena”, “Ghost” e la titletrack “Keep you close”, tre pezzi chiamati a costituire il corpo centrale dello show prima della chiusura del set regolare affidata alla ballata alternative “Sister dew”, ma soprattutto alla splendida “Bad timing”, un trionfo di distorsione che sei anni fa segnò il ritorno dei Nostri in grandissimo stile, la loro “rivoluzione tascabile”. I dEUS abbandonano il palco dopo un’ora secca per ritrovarlo quasi immediatamente. Quattro i pezzi riservati al primo encore: la partenza delicata “The end of romance” cede il posto ai sei minuti abbondanti dell’animalesca “Sun ra” e al rap sgangherato di “Fell off the floor, man”, una delle chicche della serata, pescata direttamente da “In a bar, under the sea” e impreziosita dagli scambi allucinati di un duo Barman / Pawlowski a questo punto in piena trance da live. L’attacco del finale viene rimandato da un piccolo problema tecnico alla chitarra di Barman, che per “tappare il buco” invita un ciarliero Pawlowski, il “mago della geografia”, a intrattenere goffamente una platea giustamente divertita dal siparietto. Risate perentoriamente smorzate dall’attacco delicato di “Hotellounge”. Pezzo incredibile, sofferto, malinconico, esplosivo. I dEUS chiudono il set nel miglior modo possibile, o almeno l’impressione è questa. C’è infatti spazio per un secondo rientro, giusto per sfinire le ugole al grido di “Friday! Friday!” e rendere il meritato tributo al violino di un Klaas Janzoons fino ad ora relegato al ruolo di impeccabile gregario. “Suds & soda” è il finale in trionfo, degna conclusione di un live magistrale arrivato a sfiorare le due ore di durata. Un live senza una sbavatura, impeccabile e travolgente, rivitalizzato da un album degno di questo nome e che conferma quanto detto in apertura. Ci sono tre buoni motivi per vedere i Deus dal vivo, sempre e comunque. Tom Barman, lo stacco a metà di “Instant Street” e l’accoppiata canotta / violino di Klaas Janzoons. Il quarto è che i Deus suonano da Dio: teniamoceli stretti.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“The final blast”

“The architect”

“Costant now”

“Oh your God”

“Slow”

“Second nature”

“Instant street”

“If you get what you want”

“Dark set in”

“Magdalena”

“Ghost”

“Keep you close”

“Sister dew”

“Bad timing”

ENCORE

“The end of romance”

“Sun Ra”

“Fell of the floor, man”

“Hotellounge (Be the death of me)”

ENCORE 2

“Suds & Soda”

Live Report: Low @ Magazzini Generali, Milano 28/11/11

Novembre 29th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Tra gli Smashing Pumpkins al Forum di Assago e Noel Gallagher all’Alcatraz, i Low sembrano il manzoniano vaso di coccio tra vasi di ferro. Eppure il pubblico milanese (molto indie, in gran parte giovane) non li abbandona a se stessi: il lungo corridoio dei Magazzini Generali è decisamente affollato almeno fino alla zona mixer e all’area del bar. E quando Alan Sparhawk (voce e chitarra), la moglie Mimi Parker (voce e percussioni, che suona in piedi a centro palco) e il bassista Steve Garrington attaccano senza dire una parola due brani dal primo album di diciassette anni fa, “I could live in hope”, si capisce subito che è valsa la pena di essere venuti fin qui a vederli. L’incedere sepolcrale di “Lazy” e l’ondeggiante tessuto a maglie larghe di “Lullaby” fanno drizzare le antenne anche ai più scettici e disattenti, in un rispettoso e assorto silenzio che rende giustizia alle atmosfere sospese e al feeling  intenso che subito si sprigionano dal palco evocando gli aspri, rarefatti e gelidi paesaggi di Duluth, Minnesota da cui i tre provengono (il fantasma del conterraneo Bob Dylan, però, è lontano). Austeri e assorti, i Low usano bene i pochi arnesi a disposizione: le chitarre (due, non serve altro) da cui Sparhawk estrae liquidi arpeggi, vibrati, echi in delay e piccoli grumi di suoni distorti, una sezione ritmica all’osso e soprattutto  due voci nate per vivere in simbiosi: profonda e tenebrosa quella di Alan, limpida e maestosa quella di Mimi, che ammalia nei controcanti quanto nelle sortite soliste.
“Try to sleep”, il “singolo” dall’ultimo, eccellente album “C’mon” è, imprevedibilmente, l’unico pezzo zoppo della serata: la ninna nanna non ingrana, qualcosa non funziona anche a livello vocale, meglio passare oltre e farsi  catturare dagli  accordi younghiani  e il fragoroso fuzz bass di “Violent past” (Garrington vi ricorre spesso, nel corso dello show). Tra “You see everything” e “Witches”, altri piatti forti del disco nuovo, il pubblico riconosce e saluta con entusiasmo la minacciosa “Monkey”, uno dei due titoli che – ripreso da Robert Plant in studio e dal vivo con i Band Of Joy – ha traghettato il nome dei Low presso il pubblico mainstream del rock. E’ uno dei momenti forti di un concerto modellato sulla traccia melodica dell’ultimo album, resa tuttavia più scheletrica e spettrale dall’assenza delle sovraincisioni di studio. La desolata “Done” spettrale e scheletrica lo è di suo, mentre alla fine del  valzer di “On the edge of” Sparhawk si rivolge finalmente al pubblico con poche, sibilline parole (“Come state? Mi ricordo di ognuno di voi. Prima ancora che voi e io cominciassimo a parlare”).
Il termine “slowcore” non gli piace, ma in mancanza di espressioni migliori serve a descrivere il passo funereo di pezzi come “Majesty/Magic”, roba da hardcore fans. Con “Breaker” il ritmo aumenta e Sparhawk canta a pieni polmoni, mentre è logico che sia “Nothing but heart”, con la sua unica  frase ripetuta all’infinito, a chiudere la setlist con quel coinvolgente  crescendo che ne fa l’architrave di “C’mon”.
Sono battimani ad accogliere il primo bis, una delicata e quasi solare “Sunflower”, mentre il finale di “Laser beam”, con la voce potente e cristallina di Mimi di nuovo sugli scudi, ha la purezza e la solennità di un inno religioso o di un canto di montagna. Poco prima i Low hanno cantato dell’ “ultima tempesta di neve dell’anno”, e si capisce che la loro musica non potrebbe venire che da lì: dal Grande Nord americano battuto dal vento e dai ghiacci, dal suo senso di isolamento che ispira al trio una musica spaziosa, metafisica e trascendente. Appena terminata l’ora e mezza di esibizione, il pubblico corre numeroso al banchetto del merchandising a comprare cd e vinili (soprattutto vinili): indizio inconfutabile di uno show che ha lasciato il segno.
(Alfredo Marziano)

Setlist
“Lazy”
“Lullaby”
“Try to sleep”
“Violent past”
“I see everything”
“Monkey”
“Witches”
“Especially me”
“Done”
“On the edge of”
“Murderer”
“Last snowstorm of the year”
“Majesty/Magic”
“Breaker”
“Nothing but heart”

Bis
“Sunflower”
“Laser beam”

Live Report: DJ Shadow @ Magazzini Generali, Milano 31/05/11

Giugno 3rd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Il concept è già di per sé avvincente: suonare all’interno di una sfera enorme su cui vengono proiettati dei visual mixati live con la musica. Dentro la sfera chi ci mettiamo? DJ Shadow. Il gioco è fatto: Shadowsphere. Joshua Paul Davis sbarca in Italia dopo dodici anni (l’ultima volta era il 1999, sempre a Milano) con il suo nuovo progetto, un esperimento audiovisivo particolarmente complesso, tecnologicamente avanzato e senza dubbio intrigante. Teatro dell’esibizione i Magazzini Generali. L’affluenza è buona nonostante la sfortunata collocazione settimanale (martedì): molti i curiosi di passaggio, diversi clubber professionisti in alta uniforme sempre e comunque mega cool, un buon numero di indie rockers defilati e, dulcis in fundo, qualche b-boy a prima vista troppo cresciutello. Davis sale sul palco intorno alle nove e trenta, saluta, ringrazia e si infila nella grossa sfera posta a centro palco. Dopo una piccola intro, le casse dei magazzini iniziano pompare elettronica, samples e campionamenti a tutto spiano. I visual proiettati sono un concentrato d’immagini studiate per creare effetti tridimensionali e giochi di prospettiva, sfruttando nel modo migliore il globo sferico/consolle sistemato con cura davanti a uno schermo di dimensioni cinematografiche. Sfera che cambia ripetutamente aspetto diventando per esempio la morte nera di Star Wars, una palla da basket, da calcio, da baseball, da bowling, da biliardo, il sole, il globo terrestre, una palla di neve in bianco e nero che rotola di fronte ad un camino accesso (citazione da “Quarto potere”?), una sfera di cristallo, la torre della tv di Alexanderplatz a Berlino, un teschio che viaggia tra le corsie di un supermercato, l’iride di un occhio immenso che scruta la platea (meraviglioso), una ruota, un pendolo, il quadrante di un orologio. E poi ancora prospettive aeree, strade che scorrono veloci, paesaggi (digitali) distorti, circuiti, pianeti, fiori che nascono, un bosco di notte, soggettive sbollate, pigmenti che si sciolgono lentamente nell’acqua, uno schermo televisivo dove vengono fatte esplodere (nel tripudio generale) le faccione di Simon Cowell, Susan Boyle, Lady Gaga, Justin Bieber e Fergie, tanto per ricordare quando il DJ ombra sia legato ed affezionato a quel tipo di mondo.

E la musica? Shadow sta per pubblicare un nuovo lavoro intitolato “The less you know the better” – che andrà sicuramente ad incrementare la sua collezione privata, composta si dice da più di sessantamila album – da cui pesca gli inediti “I gotta rock” (già reperibile sull’omonimo ep fresco di stampa) e “Def surround us”. E’ però sui successi del passato che si fonda il set, qui in versione ovviamente remixata, e pompati all’estremo. “Building steam with a grain of salt”, “Walkie talkie” e “This time” aprono le danze: il suono è corposo, sintetico, acido e trip hop da manuale. Arriva poi la già citata “Def surround us”, seguita da “Redeemed”, “Stem/long stem”, “Six days”, e dall’acclamatissima “Organ donor” in chiusura di set. La gente balla, canta, accompagna Shadow che compare sporadicamente ruotando la sfera per mostrarne l’interno. Pochissime le parole spese: “Quella di stasera è tutta roba mia, spero che vi piaccia”, e “Forse questo è il mio show migliore in Italia. Non parlo la vostra lingua ma grazie mille”. Da uno che si chiama Shadow, non mi aspettavo certo un comizio. Rientro quasi immediato per l’encore con “Blood on the motorway”, “Napalm brain/scatter brain” e la travolgente “High noon” in chiusura dopo un’ora e mezza passata velocissima, mentre sullo schermo scorrono prima le immagini della costruzione della sfera e poi i titoli di coda, proprio come in un film: regia, produzione, contributi, effetti digitali, cast, crew e via dicendo.

Shadowsphere è senza dubbio uno spettacolo da vedere: l’idea è buona e la realizzazione anche meglio. Il matrimonio audio/video funziona alla perfezione, coinvolge e fa ancora più effetto se si considera che stiamo parlando di un live. Tutto questo tripudio d’immagini però non deve distrarre dal fulcro della questione: prima di tutto, e sopra tutto, DJ Shadow si è confermato un grandissimo musicista. Speriamo solo di non dover aspettare altri dodici anni prima di rivederlo su un palco italiano.

(Marco Jeannin)

Live Report: Rumer @ Magazzini Generali, Milano 20/05/11

Maggio 21st, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Sedie, tavolini, una tenda montata per proteggere la sala dai rumori della zona bar e creare un’atmosfera più intima. Per una sera i Magazzini Generali di Milano assomigliano a un club londinese e sembra di stare al Ronnie Scott’s o al Jazz Cafè: le condizioni ideali per Rumer, la “new sensation” anglopakistana (scoperta qualche tempo fa anche da Rockol con The Observer) per la prima volta in Italia sull’onda di “Seasons of my soul”, disco amatissimo dalla critica e anche dal pubblico internazionale (già un milione di copie vendute, metà delle quali in Inghilterra). Davanti a una platea di addetti ai lavori e di invitati che hanno resistito all’invito alla fuga di un pigro e caldissimo venerdì sera (ospite illustre Paolo Nutini in compagnia della sua band) il breve showcase cattura pian piano l’attenzione com’è nello stile discreto e suadente della ragazza. Una che, come la connazionale Adele, punta una volta tanto sul talento e non su un fisico da modella (indossando con beata disinvoltura un abitino floreale che più British non si può…), anteponendo le doti canore al marketing. Sul palco è timida e un po’ impacciata, assorta e concentrata; disegna figure immaginarie con le mani, ondeggia lievemente al ritmo della musica, sussurra tra un pezzo e l’altro poche parole quasi incomprensibili. Il missaggio e l’acustica del locale all’inizio non aiutano, ma è un sollievo essere accarezzati da una vocalità così cristallina, naturale, mai spinta, mai inutilmente aggressiva. Assecondata da una band numerosa, elegante e professionale (sul palco sono in nove, con tanto di mini sezione fiati e di coriste) la cantautrice propone il suo repertorio in versioni molti simili a quelle del disco, lasciando giusto spazio a qualche breve solo di sax, di tromba e di chitarra elettrica. Il pubblico mostra di gradire i brani più noti, la suadente “Slow”, “Aretha” e la ultrabacharachiana “Am I Forgiven”, ma il momento più intenso è forse “Thankful”, intensa e poetica ballata pianistica vicina al magico periodo “Blue” di Joni Mitchell. C’è tempo anche per un paio di cover, ma al posto di “Alfie” e di “It might be you” (da “Tootsie”) arrivano stavolta “Sara smile” di Hall & Oates (e chissà se è un incitamento a se stessa: il suo nome di battesimo è Sarah con la h finale) e “You’ve really got a hold on me” dei Miracles di Smokey Robinson, ben giocata tra pause e ripartenze. Scelte sintoniche col personaggio, e che servono a rimarcare ulteriormente il suo orizzonte di riferimento: i Settanta e i Sixties, la Motown e il blue-eyed soul, accanto al soft-rock e alle musiche da film. Sembra planata qui da un altro mondo e da un’altra epoca, Rumer, e anche in dimensione live il suo vintage pop e il suo atteggiamento un po’ naif fanno l’effetto di un alito di vento fresco. Fatica un po’ a sciogliersi, quello sì, e per lasciarsi andare avrebbe forse bisogno di un concerto su distanze più lunghe e di un pubblico “vero” (intanto, chi s’è le persa, può rimediare domani in tv a “Quelli che il calcio”). Attendiamo la riprova portando a casa la sensazione di un talento genuino che – a trentadue anni – deve ancora sbocciare per intero.

(Alfredo Marziano)

Set list:

Come to me high”

Am I forgiven”

Saving grace”

Slow”

Blackbird”

Sara smile”

Take me as I am”

Thankful”

Aretha”

You’ve really got a hold on me”

Live Report: James Blake @ Magazzini Generali, Milano 21/04/11

Aprile 22nd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

James Blake ha solo 22 anni. Ha lo sguardo algido, i capelli alla moda. Quasi come uno di quei ragazzi che si vedono sulle copertine delle riviste. Eppure, dietro questo suo aspetto “patinato” si nasconde un musicista di grande talento e ambizione. Un artista che ha in testa un progetto ben preciso: fondere il soul “bianco” con la musica dubstep. Per dirla con altre parole, far incontrare uno dei generi più tradizionali della musica leggera con la cultura underground dei club londinesi. Certo, non è ancora detto che James sia in grado di riuscirci. Il suo omonimo disco d’esordio però ci ha dato un’antipasto molto interessante di quello che ha intenzione di fare e ci ha mostrato che il talento non gli manca. E vederlo dal vivo non fa che confermare quest’impressione: Blake ha uno stile unico, che non è facile trovare in giro.
Sono quasi le undici quando il giovane inglese sale sul palco dei Magazzini Generali di Milano. Questa per lui è l’unica data italiana: il locale è tutto esaurito, anche perché i biglietti sono stati assegnati gratuitamente con un concorso online. Ad aprire le danze ci pensa “Unluck”, la stessa traccia che apre l’album. Sul palco James, che si alterna tra piano e sintetizzatore, è accompagnato da due soli musicisti: un batterista e un chitarrista (che a tratti suona anche la drum machine). Il suono live riprende esattamente quello sentito in studio: tutte le canzoni sono costruite su beat elettronici minimali, la chitarra fa sempre e solo da sottofondo, mentre quando Blake si china sul piano sembra quasi in grado di fermare il tempo. La sua voce, già molto bella al naturale, spesso viene arricchita da echi, vocoder e autocampionamenti. Anche i silenzi, quasi come fossimo ad un concerto di musica d’avanguardia, fanno letteralmente parte delle canzoni.
L’impressione iniziale però, lo diciamo con sincerità, è di straniamento: non è semplice sintonizzarsi con le frequenze di James Blake, anche a causa della struttura così irregolare dei pezzi. Bastano però due o tre brani e un po’ di concentrazione per entrarci dentro. E a quel punto non se ne vorrebbe uscire più. Così, dopo la strumentale “Tep and the logic” ci pensa “I never learnt to share” a regalare il primo vero picco emotivo della serata. Il pezzo nasce lento e suadente, ma piano piano esplode in una brillante progressione di bassi elettronici.
Come detto il giovane artista durante le canzoni si autocampiona, si crea da solo il proprio tappeto vocale passo dopo passo e riesce a confondere l’orecchio in modo davvero sublime. Subito dopo ecco un altro passaggio da ricordare: il trio suona “Lindisfarne I/II”, un brano che nella prima parte suona come uno spiritual cantato da un androide ma nella seconda diventa una ballata pop alla Anthony and The Johnsons.
Dopo la seconda traccia strumentale “Klavierwerke”, un pezzo che piacerebbe a Four Tet e Burial, ecco la stupenda doppietta finale con i singoli “Limit to your love” e “Wilhelms screma”. La prima, cover di Feist dei Broken Social Scene, è il paradigma della musica di James Blake: nasce come un delicato pezzo soul, ma progressivamente diventa altro, guidata dai soliti potenti bassi elettronici. Stesso dicasi per “Wilhelms Scream”, sul cui finale sembra di vedere i fantasmi mentre ci si perde tra i suoni creati da Blake. E’ questa la forza del giovane musicista inglese: tutte le sue canzoni sembrano avere due, se non tre anime.
Il concerto è finito, il pubblico lo saluta con un’ovazione e invoca il bis. James torna sul palco e suona “Enough thunder”, un brano inedito per voce e pianoforte, e sparisce definitivamente nel backstage con il solito sguardo timido e quell’espressione algida sul viso.
James Blake, per usare una metafora calcistica, ha i numeri per diventare un “dieci”, cioè un fuoriclasse.  Lo dimostra anche e soprattutto dal vivo. La strada musicale che ha scelto però non è semplice: nei prossimi anni dovrà fare davvero l’equilibrista per tenere in piedi e far evolvere lo stile che ha creato. Certo è presto per dirlo, ma noi siamo pronti a scommettere che ce la farà.

(Giovanni Ansaldo)

Setlist:
“Unluck”
“To care (like you)”
“Give me my month”
“Tep and the logic”
“I never learnt to share”
“Lindisfarne I/II”
“Klavierwerke”
“Limit to your love”
“Wilhelms scream”

Encore:
“Enough thunder” (inedito)

Live Report: Eugenio Finardi @ Magazzini Generali 24/02/11

Ffebbraio 25th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Una rapida occhiata in giro fa capire che l’appuntamento ai Magazzini Generali è dedicato quasi esclusivamente a nostalgici ed affezionati del cantautore milanese. Una buona affluenza per salutare il ritorno di Eugenio Finardi alla classicità del concerto rock dopo avere vagato dove lo portava il talento e l’intelletto – entrambi presenti in grandi dosi -, tra un’escursione nel fado con Marco Poeta e Francesco Di Giacomo; una nel blues con il cd dei sogni “Anima blues”, come ha sottolineato durante il concerto introducendo “Mojo philtre” e un’altra ancora con la rilettura delle canzoni del poeta russo Vladimir Vysotski con l’aiuto dell’ensemble di musica contemporanea Sentieri Selvaggi. Giusto per rimanere nelle cose più significative dell’ultimo decennio.<br> Finalmente un concerto rock, un ritorno alle origini assecondato da cinque giovani compagni di avventura: due chitarre, basso, hammond (e tastiere in generale) e batteria. Sin dall’attacco di “In trappola” si legge negli occhi di Eugenio, nonostante qualche piccolo problema di audio che verrà sempre più aggiustato con l’andare del concerto, la gioia di – parole sue – “…finalmente suonare con una chitarra alla mia destra e una alla mia sinistra…” e negli occhi dei musicisti la felicità di poter supportare uno che era Grande prima ancora che loro fossero nati. Il mio personale entusiasmo sale in quota con la seconda canzone della serata “questa è la prima canzone del mio primo album”, questa è “Se solo avessi”. Una canzone del 1975, una canzone che ha il pregio di materializzare le sonorità di tutta un’epoca e una stagione che, con atroci e devastanti e imperdonabili difetti, era intrisa di illusioni più grandi della vita. Questo è il motivo per il quale propone “Giai phong”, ispirata dalla lettura di Tiziano Terzani, nonostante a distanza di tempo e al cospetto della storia risulti molto meno trionfale di quando fu scritta. Dedica “Soweto” a Nelson Mandela “l’unico tra i grandi che non mi ha mai deluso dimostrando che si può gestire il potere senza essere stronzi”. Riascoltando “F104”, del 1981, ci si accorge di come è drammaticamente attuale e di come non ci sia limite al peggio. Nella setlist non mancano le “radiofoniche” “Dolce Italia”, “La forza dell’amore” e “Uno di noi”, cover di “One of us” di Joan Osborne “una che avevo perso di vista e poi ho scoperto che in fondo non è finita male, è la cantante dei Grateful Dead”. Personalmente ho trovato un filo sotto la mia attesa “Non è nel cuore”, ma non saprei neppure avvalorarne il motivo. Il concerto fila gioioso tra il parlato a introdurre la gran parte delle canzoni di Finardi e i voli chitarristici di Paolo Zanetti e Giovanni Maggiore.

In chiusura di concerto arrivano, come da copione, i cavalli di battaglia “La radio” e “Extraterrestre”, il pubblico gradisce la proposta e non poteva essere altrimenti. L’uscita di scena dura giusto l’attimo perché si gridi “fuori, fuori!” e via all’attacco di “Musica ribelle”. La voce di Eugenio è decisa, i ghirigori in punta di voce qui non servono, la potenza del messaggio e delle note è intatto nonostante quest’anno cada giusto giusto il trentacinquesimo anniversario della canzone. Una coda musicale che prelude ai saluti finali, così penso io e mi aggiungo…anche perché dopo una canzone del genere non si può fare niente altro…e invece l’uomo vestito di nero con una bianca coda di capelli imbraccia nuovamente la chitarra e parte “Hey Joe”. Una credibile “Hey Joe”, in un attimo capisco che è sempre il momento di ascoltare “Hey Joe” e capisco che il ragazzino che ero non ha sbagliato ad amare di un amore particolare Eugenio Finardi. Prima di congedarsi, dopo quasi due ore di concerto, “un’altra canzone che è di grande attualità”: “Saluteremo il signor padrone”. So long, Eugenio!

(Paolo Panzeri)

Live Report: Klaxons @ Magazzini Generali, Milano 02/12/2010

Dicembre 3rd, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Non è semplice portare in tournée il tuo secondo album, soprattutto se il primo era molto meglio. Questo è l’arduo compito che spettava stasera ai Klaxons, giovane band inglese capace di fare il grande botto con l’esordio “Myths of the near future”, venire adottata dalla rivista Nme e vincere addirittura i prestigiosi Mercury Prize, salvo poi ritrovarsi alle prese con la difficoltà di concludere il nuovo disco. Dopo due anni di lavorazione il gruppo è stato costretto dalla casa discografica a buttare tutti i demo, cambiare produttore e ricominciare le registrazioni. Il risultato è stato “Surfing the void”, un lavoro che ha lasciato più di qualche dubbio. Ecco, che le canzoni di quell’album siano state molto “sofferte” lo si capisce anche dalla loro resa dal vivo, come ha confermato il concerto ai Magazzini Generali, teatro della loro unica data italiana.

Quando i ragazzi londinesi salgono sul palco sulle note di una intro strumentale, dopo il concerto della band di spalla Is Tropical, sono già quasi le dieci. Il locale che li accoglie è un po’ lontano dal sold-out: sotto il palco c’è il pienone, ma dietro il mixer iniziano ad aprirsi gli spazi. I Klaxons danno inizio alle danze con “Flashover”, estratta da “Surfing the void”, abbastanza carica e distorta da risvegliare i sensi. James Righton, incurante del freddo polare che c’è fuori, si presenta in t-shirt, mentre il bassista e cantante Jamie Reynolds ha la solita aria stralunata, con i suoi capelli perennemente spettinati. Riesce a fare meglio di lui solo il chitarrista Simon Taylor-Davies.

Già al secondo pezzo “The same place” però l’impressione è che queste nuove canzoni non funzionino benissimo. Lo si capisce ancora di più quando la band ripesca i brani vecchi “As above, so below” e soprattutto “Gravity’s rainbow”, il primo vero momento degno di nota della serata. Intendiamoci, i Klaxons non sono una live band memorabile: di sbavature qua e là se ne sentono parecchie, ma i ragazzi nel complesso sanno come far divertire il pubblico, che risponde abbastanza bene alla loro musica. L’acustica dei Magazzini poi non li aiuta di certo, anche se sembra un po’ migliore rispetto alle ultime occasioni. Poi è il turno anche dell’acclamatissima “Golden skans”, dedicata a Milano visto che la band ha registrato parte dell’ultimo disco proprio qui insieme al produttore Robert Ford, e colorata da un set di luci blu elettrico.

Quando invece si torna al presente con “Venusia” e “Valley of the calm trees”, torna la delusione. Poi per fortuna ci pensa la doppietta “Two receivers”/”Magick”, davvero il momento della serata che riesce di più a scuotere i Magazzini, a riportare in alto il livello di adrenalina. Forse il pezzo che funziona di più tra i nuovi è proprio la titletrack “Surfing the void”, proposta nei bis ad anticipare la chiusura con i fuochi d’artificio di “Atlantis to Interzone”, la canzone migliore mai scritta dai Klaxons, acida e coinvolgente. Il gruppo è abile a piazzarla in fondo alla scaletta, riuscendo così a lasciare un’ottima impressione finale. Lo dimostra la soddisfazione del pubblico che, appena passate le undici e un quarto, torna soddisfatto a casa. Un trucco abile, ma che non basta a cancellare i tanti dubbi iniziali.

(Giovanni Ansaldo)

Setlist:

Flashover

The Same Space

As above, so below

Gravity’s rainbow

Venusia

Golden skans

Twin flames

Valley of the calm trees

Two receivers

Magick

Cypherspeed

Echoes

Encore:

It’s not over yet

Surfing the void

Atlantis to Interzone

Live Report: Zaz @ Magazzini Generali, Milano 01/12/2010

Dicembre 2nd, 2010 in Reports by Redazione Rockol

In automobile guidando verso i Magazzini Generali pensavo alla possibile affluenza al concerto: un piovoso meteo più adatto ai lupi che agli uomini può rompere gli equilibri. A volte accade che ti aspetti il pienone e ti ritrovi ad avere il vicino a tre metri, a volte l’esatto contrario. Il primo indizio che sarebbe stata una serata del secondo tipo l’ho avuto non trovando immediatamente parcheggio, la definitiva conferma vedendo davanti al locale un nutrito gruppetto di persone che mendicava il biglietto d’ingresso poiché il live risultava sold out. Un pochino rimango sorpreso, ma non molto. Questa ragazza francese è una delle rivelazioni dell’anno, la sua “Je veux” è parte immancabile, da qualche mese a questa parte, della programmazione di ogni stazione radio e nel suo paese natale l’omonimo disco d’esordio è stato un fortunato caso discografico. Il concerto inizia alle 21, Zaz in abito nero senza maniche guadagna il centro del palco sulle note di “Les passants”, unica presenza femminile accompagnata da quattro discreti musicanti di sesso maschile. Il pubblico è ben disposto verso la cantante che, di suo, tiene la scena con grande naturalezza, simpatia e carisma, come un folletto saltella ovunque, comunica gioia e coinvolge il pubblico con gag e battute sino a farlo divenire parte integrante dello spettacolo nel controcanto di “Ni oui ni non”. Come prevedibile è la più nota “Je veux” che riscuote i battimani più convinti da parte dei convenuti. In bilico tra jazz, swing e pop a volte ci sono dei piccoli passaggi a vuoto che intaccano l’armonia del set, ma sono dettagli, la voce di Zaz non è così perfetta e suadente come su disco e forse il paragone con Edith Piaf è azzardato, come sempre accade quando si scomodano i santi, però la sua versione di “Dans ma rue” è ispirata al punto giusto e avrebbe meritato l’acustica di un teatro per essere perfetta.

Il sorriso grande come il sole di Zaz ci congeda, è trascorsa un’ora e venti. La ragazza francese supera la prova concerto, nell’attesa di cimentarsi con il secondo, terribile e difficile, album. La serata dei Magazzini Generali è ancora lunga, sta per avere inizio un dj set. Io guadagno l’uscita, guardo il cielo, fa freddo ma non piove e non nevica.

(Paolo Panzeri)

Live Report: Broken Social Scene @ Magazzini Generali Milano 11/11/2010

Novembre 12th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Dopo i Gaslight Anthem, i Magazzini fanno il pieno anche con i Broken Social Scene. Non c’è il tutto esaurito ma poco ci manca, l’affluenza è copiosa e davanti si comincia a stare stretti già durante il set dei Picastro. Ecco, due paroline sui Picastro vanno spese. Il gruppo spalla esiste per una serie di buoni motivi, tra i quali scaldare la platea, presentarsi nel migliore dei modi sfruttando la data di qualche fratello maggiore e via dicendo. Insomma: un antipasto come si deve, di quelli che ti fanno venire fame. Cosa che evidentemente sfugge ai Picastro, terzetto letargico (chitarra, batteria e violoncello) senza un briciolo di voglia di vivere. Che poi se uno ci si mette d’impegno, delle cose positive (pochine) le trova nei cinque pezzi presentati alla platea milanese, ma serve tanta, tanta buona volontà. Questi se ne vanno come sono venuti e tanti saluti. Mah. Appena suonate le dieci invece tocca ai ben più briosi Broken Social Scene. La band di Toronto si presenta in formazione a nove, in netta sovrabbondanza di chitarre, come di consuetudine (quattro !!!), e carica a puntino. I nostri hanno festeggiato dieci anni di attività da poco, dieci anni che hanno prodotto quattro album, di cui l’ultimo “Forgiveness rock record” uscito giusto quest’anno e protagonista assoluto della serata in questione. A guidare il collettivo c’è come sempre Kevin Drew, di blu incappucciato, accompagnato dal fido Brendan Canning, leggermente più defilato rispetto al co-fondatore del collettivo canadese. Il suono dei Magazzini è potente, fin troppo. Se l’anno scorso era il volume a latitare, quest’anno la manopola è stata girata a dovere. Ogni tanto sparisce ancora una chitarra o parte della voce nel mixer (dettagli), ma in compenso le prime file possono tornare a casa senza l’udito. Sul palco invece funziona tutto, esattamente quello che ci si aspetterebbe da una band canadese, alla maniera dei più popolari Arcade Fire: la band gira in modo molto organico, i “nove” (espressione che fa un po’ Tolkien, ma garantisco che questi sono molto più piacevoli) si scambiano posizioni e strumenti, ognuno fa il proprio mestiere e il risultato è un set energico di ottimo indie rock (sono gli stessi Canning e Drew a ricordarci il Juno awards vinto nel 2003 da “You forgot it in people” come miglior album alternative, forse per tirarsela un po’) che dal vivo si prende qualche libertà prog e più tradizionalmente rockettara. Le quattro chitarre si fanno sentire imbastendo livelli sonori interessanti, una d’accompagnamento, due linee solistiche che giocano a farsi da contrappunto e la quarta a legare il tutto. Si comincia con “World sick”, seguita da “Texico bitches” e dalla superba “7/4 Shoreline”, forse uno dei pezzi migliori dei BSS. Arrivano poi “Fire eyed boy” e la tirata rock un po’ Motorpsycho (loro però fanno tutto solamente in tre, e questo potrebbe, dico potrebbe, dare da pensare) “Forced to love”. Qui si chiude quella che Drew definisce l’apertura ufficiale del set ed è lo stesso Drew a riportare alla memoria i sei anni passati dall’ultima data in Italia del collettivo canadese. Un amarcord che scalda gli animi e apre alla parte centrale del set. Una parte centrale a dire il vero, un filino troppo lunga e “composta”. I Broken Social Scene sono un piacere da vedere e da ascoltare. L’impressione però è che tutto sia molto ordinato, un po’ freddino anche quando il suono si dilata, i pezzi si allungano e si entra quasi nel campo della jam, con tromba e sax ad accompagnare, eccezion fatta per l’ottima “Meet me in the basement” con cui si chiude la prima parte del set in un crescendo tiratissimo. Tanto che Drew, e finalmente aggiungo io, in piena carica agonistica decreta la fine di quella farsa che è l’uscita della band prima dell’encore. Il buon Kevin si piazza davanti al microfono e non lo molla per un secondo. Piuttosto passeggia ma il palco non lo abbandona mai. Il rientro conta quattro pezzi (in ordine diverso rispetto alla scaletta “rubata” a fine concerto) che con il resto fanno un totale di ventuno. “Looks just like the sun”, “Ibi dreams of pavement / It’s all gonna break” e “Major label debut” (titolo capolavoro) portano a casa game, set e partita. Sinceramente? Sono rimasto piacevolmente colpito, non che ce ne fosse bisogno, dalla quantità e dalla densità dell’intero set milanese dei Broken Social Scene, un collettivo ormai adulto e impossibile da accostare a una qualsiasi band indie. Sanno suonare, lo fanno bene – e tanto – e hanno dalla loro almeno cinque o sei pezzi ben sopra la media. La sensazione di aver assistito a un set con il freno a mano tirato però rimane e mi lascia con la curiosità di sapere come sarebbe stato altrimenti. Viste poi le potenzialità della band, toccate con mano in tutti e ventuno i pezzi in scaletta, un punticino al giudizio finale va tolto. Giudizio che, comunque, non può non essere più che positivo.

(Marco Jeannin)

SETLIST

World sick

Texico bitches

7/4 shoreline

Eye’d boy

Forced to love

All to all

Stars and sons

Cause=time

Sweetest kill

House director

Hotel

Guilty cubicles

Superconnected

Anthems for a 17 year-old girl

Lover’s spit

KC Accidental

Meet me in the basement

Encore

Looks just like the sun

Ibi dreams of pavement / It’s all gonna break

Major label debut

Live Report: Trentemoller @ Magazzini Generali Milano 15/10/10

Ottobre 16th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

La serata non era iniziata troppo bene. Coda all’uscita della tangenziale, lavori che rallentano il traffico anche alle otto di sera quando con tutta la buona volontà pensi che comunque non siamo all’ora di punta e che in qualche modo, forse, te la potrai ancora cavare. Non a Milano: qui è sempre l’ora di punta. E per di più se quelli intorno a te capiscono che hai un pelino fretta, sei spacciato. La mia marcia di avvicinamento ai Magazzini Generali per la seconda data italiana (dopo Roma) di Anders Trentemøller, è stata caratterizzata quindi dalla oramai solita paura di arrivare in ritardo, imbottigliato nel traffico milanese del venerdì. Raggiunti i Magazzini intorno alle otto e mezza, con mio grande stupore mi rendo conto però che non solo non sono in ritardo, ma sembra addirittura che io si a arrivato in anticipo. Nessun teenager che pressa per chissà quale dj set, nessuna coda. Riesco a conquistare la prima linea a ridosso delle transenne senza il minimo sforzo, e a godermi l’apertura dei Chimes & Bells in santa pace in compagnia di una trentina di persone. I Chimes & Bells sono un duo danese guidato dalla bionda Cæcilie Trier che propone un delicato mix di Indie e Alternative sul depresso andante, ma comunque piacevole e ben strutturato. Sul palco pochi strumenti e tanta buona volontà, elemento quanto mai necessario quando ci si ritrova a suonare per pochi intimi. Ad ogni modo l’apertura è più che degna e prepara al set principale del dj e produttore danese di passaggio in Italia per presentare il suo secondo album, “Into the great wide yonder”, pubblicato a maggio di quest’anno. I Magazzini lentamente, ma con costanza,  si riempiono e, quando manca un quarto alle dieci, la capienza è ottimale e il set può avere inizio. Il palco è allestito con una serie di quinte a scomparsa agghindate con delle strisce di stoffa rossa che, una volta posizionate, trasformano il tutto in una sorta di gabbia. E’ attraverso le maglie di questa gabbia che s’intravede l’ingresso della band che accompagna Trentemøller: batteria, basso e chitarra e due vocalist che si alternano anche alle percussioni. In mezzo a tutti si posiziona Anders: capello corto, abito scuro. E scuro è anche il set che per un’ora e trentacinque minuti abbondanti riempie i Magazzini di quel mix di elettronica, trip-hop, indie e perché no industrial che ha fatto e sta facendo la fortuna di questo ragazzo residente a Copenaghen, in attività dal 1997. Le casse pompano, la gente si diverte e in pochissimo si viene catapultati dentro il sound massiccio che arriva dal palco. Un sound decisamente più votato alla componente Techno-Industrial che a quella Trip hop: se su disco il riferimento potevano tranquillamente essere i Portishead, faccia a faccia la sensazione è più quella di confrontarsi con un giovane Trent Reznor (ovviamente fatte le debite proporzioni). La scaletta da par suo si divide tra il vecchio e il nuovo in maniera abbastanza equa, con pezzi come “… Even though you’re with another girl”, “Past the beginning of the end”, “Sycamore feeling” e la stupenda “Tide” (che si candida ad essere uno dei pezzi rivelazione di quest’anno) a rappresentare il nuovo, e dall’altra parte quelle “quasi” vecchie glorie già rodate sul palco, vedi “The very last resort” e la delicatissima “Miss you” accolta con entusiasmo in modo particolare dalla parte femminile (una parte sostanziosa) della platea, o la caricatissima “Silver surfer, ghost rider go!!!”, il pezzo ideale per chiudere in piena carica agonistica il set. Le orecchie dolgono e il tempo per rifiatare è molto poco. L’encore è composto da un pezzo solo, “Moan”, forse la più attesa dal pubblico milanese, la chiusura ideale che permette anche ai più ingessati di sciogliersi quell’attimo e decretare il buon successo della serata. Serata che si chiude poco dopo le undici nell’evidente soddisfazione generale. Tolgo il disturbo con la testa che inizia a farsi sentire e assolutamente colpito dalla bontà del set. Trentemøller versione live è un compendio di elettronica senza troppi compromessi, a tratti cupa, ipnotica e di ottima fattura, che dal vivo si rivela molto più aggressiva di quanto si possa immaginare. La colonna sonora ideale per ribaltare un venerdì sera iniziato non troppo bene.

(Marco Jeannin)

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol