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Live Report: Beach House @ Magazzini Generali, Milano 11/03/13

Marzo 12th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

La notte si fa più scura poco prima dell’alba. “Turtle island”, introdotta come “un pezzo molto vecchio” e posta in apertura di encore, trasforma il suo incedere vellutato in una litania eterea; il lamento di un fantasma che vede l’alba sorgere dietro la collina, “Irene”, con tutta la sua scintillante bellezza in crescendo. Stacco di batteria, reprise dilatato, luce che d’improvviso invade la platea. La data dei Beach House ai Magazzini Generali? Una lunga notte di soli ottanta minuti; dream pop in senso stretto. Alex e Victoria guadagnano il palco alle dieci in punto, dopo una bizzarra apertura ad opera di Marques Toliver, act unico ed iper entusiasta per voce e violino che in una ventina di minuti riesce a farsi amare e odiare come pochi. C’è chi apprezza tra la tanta, tantissima, gente accorsa al capezzale del duo di Baltimore, ma l’attenzione è, chiaramente, tutta per loro. Le luci si spengono, il palco si tinge di buio. Uno stage allestito molto elegantemente con una serie sbarre sfalsate e poste di sbieco, da cui pendono una serie di perline fitte e luccicanti. Sullo sfondo un cielo stellato. Nell’aria una bella atmosfera. E sarà proprio “atmosfera” la parola chiave dell’intero set, perché è su questa che i Beach House hanno costruito prima quattro dischi, poi il loro spettacolo dal vivo. Tocca quindi alle luci fare il grosso del lavoro, luci di taglio, soffuse, colorate di chiaro e di scuro che disegnano silhouette o rabbuiano il viso di Victoria quel tanto che basta a renderla poco più che una figura nella notte. “Wild”, “Troublemaker”, “Norway”, “Other people” e l’ottima “Lazuli” arrivano una in fila all’altra, accompagnate solamente da loro stesse.

C’è un distacco palpabile tra quello che avviene sul palco e ciò che vive la platea, ma è una tensione che instaura comunque un rapporto. Il gioco sta nel lasciarsi prendere dalla melodia e dalla quieta eleganza di un suono così ben vestito di (non) luce. “Gila” e “Silver soul” ricoprono i Magazzini di stelle, sempre molto delicatamente: siamo nel pieno della notte, quando il sonno ormai è profondo e i sogni sono perfettamente definiti. Dream. Pop. Ed è grazie alla voce di Victoria, alla sua interpretazione, che si può compiere questa magia. E’ lei infatti a guidare la ninna nanna, a fare la differenza. Per carità, ci sono momenti di debolezza, tipo “The hours” e “New year” in cui vorresti che il sogno si movimentasse almeno un po’. Eppure è proprio intorno a questa insistenza, alla “ripetitività” di una forma che gira l’intera serata; del resto è proprio su questo concetto che si fonda una qualsiasi ninna nanna a regola d’arte; dolci forme di ipnosi, e i Beach House lo sanno bene. Tanto che è proprio a questo punto che i tre (perché sul palco c’è anche Daniel Franz, non dimentichiamolo: è lui ha maneggiare l’impastatrice) pensano bene di cambiare marcia, piazzando nello slot finale i pezzi più corposi. “Zebra”, introdotta da un piccolo aneddoto (“Questa è la nostra terza volta a Milano; una volta sono caduta sul palco, speriamo di non farlo di nuovo”), suona maliziosa, molto sexy. Su “Wishes”, qualcuno addirittura canticchia; la marea ondeggia. Con “Take care” la palla da discoteca si trasforma in una luna piena: l’unica luce accesa in sala è puntata su di essa, mentre il palco piomba nel buio più totale. Tanti i nasi che guardano in su. Tante le stelle, bello il controluce e il gioco di specchi. “Myth” ce la possiamo godere quindi in pieno relax, mentre “10 mile stereo” chiude il main set dissolvendo il tutto in bianco. Un pezzo “precisamente da finale”. I pochi ringraziamenti e l’uscita dal palco portano via nemmeno un minuto. Il rientro è il momento in cui la notte si fa più scura, poco prima dell’alba. “Turtle island”, introdotta come “un pezzo molto vecchio” e posta in apertura di encore, trasforma il suo incedere vellutato in una…

(Marco Jeannin)

SETLIST

Wild”

Troublemaker”

Norway”

Other people”

Lazuli”

Gila”

Silver soul”

The hours”

New year”

Zebra”

Wishes”

Take care”

Myth”

10 mile stereo”


Turtle island”

Irene”

Live Report: Brad @ Magazzini Generali, Milano 23/02/13

Ffebbraio 25th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Questo pezzo l’ho scritto in memoria di Andy Wood. Qualcuno lo conosce? E’ qui con noi stasera, tornato dal mondo dei morti”. Ci scherza, Shawn Smith, dopo tanti anni. Ma è intorno a questo momento che gira tutto. E’ qui che il cerchio si chiude. Il cantante è sul palco da solo; nel backstage, Stone Gossard sta rifiatando dopo aver passato l’ultima ora e un quarto imbracciando una chitarra, tessendo assoli, rispondendo agli sguardi di chi ai Magazzini è venuto anche solo per incrociare il suo. Stone Gossard, che con Andy aveva una band, i Mother Love Bone. Dalla fine dei MLB, dalla morte di Andy, sono nati i Pearl Jam. I Pearl Jam di Jeff (Ament) e dello Stone che si riposa mentre on stage partono prima le note di “Wrapped in my memory” e poi i versi di “Crown of thorns”. La voce di Smith è quella di un gran cantante, uno dei migliori in assoluto. I Brad una band. Una vera band, con un sound unico e particolare, e soprattutto un groove pazzesco. Rock, alternative, blues, addirittura il funk: mettiamoli tutti su un palco, aggiungiamo vent’anni di esperienza ed eccoci qui. Il set inizia puntualissimo alle venti e quarantacinque. Prima è toccato ai New Killer Shoes scaldare, bene, la platea. Un quartetto tutto riff e melodia che si sta facendo conoscere con ottimi pezzi quali “Leave me alone” e “Love rocket”. L’attacco dei Brad invece è soffice, quasi delicato; “Takin’ it easy” più che un titolo sembra un invito. La voce di Smith però si scalda in fretta e il groove inizia a fluire dalle casse del locale milanese ormai gremito. “Good news” e “Nadine” arrivano di fila impostando un crescendo che vede in “Secret girl” la prima vera esplosione della serata. Dura, tirata, incalzante. Di fianco agli amplificatori, sul palco, si intravede un roadie dalla barba modello ZZ Top che salta in preda al demone. “Waters deep”, heavy e cadenzata, regala il primo assolo strappa applausi di Gossard. Ecco cosa intendeva quando ci diceva di avere più libertà come “chitarrista solista” nei Brad rispetto ai PJ. “20th century” ha un tiro che ricorda quasi i Faith No More in versione “smooth”, mentre “The only way” è la ballatona che, come da copione, abbassa i toni, introdotta da un gentile “it’s wonderful to be here” di Smith. Non dirlo a noi Shawn…

My fingers” invece è di nuovo super tirata, Seattle sound con il basso scatenato, mentre Gossard, di fianco, tesse melodie ruvide, come suo solito mischiando timidezza e irruenza. La quintessenza dei Brad, una live band superiore. “Diamond blues” è un blues standard, classico; bello e semplice. Poi tocca a Stone prendersi il palco, e alla sua “Bayleaf”, un pezzo risalente all’omonimo disco solista di Gossard (edito nel 2001) e che ha fatto il suo esordio on stage con i Brad poche settimane fa. Un pezzo, a dire il vero, abbastanza nella norma. E’ comunque l’occasione per farsi più vicini ad un musicista fondamentale: Stone è adorato da tutti, l’affetto della platea milanese è solo l’ennesimo esempio di questo amore. E lui? Lui ringrazia, si volta, accorda la Les Paul e torna a essere “solo” un chitarrista, perché c’è una “Price of love” da farcire di malinconia. Commovente. “Last bastion” incisiva, classica e unica. “Upon my shoulders” il trionfo di Smith e del suo falsetto iper emotivo. Pensate a Cee Lo Green. Adesso dimenticatelo. Prendete un disco dei Brad e un pezzo come “Upon my shoulders” e rivedete le vostre priorità. Anche senza falsetto e alle prese con la furia alternative di “Sweet Al George”, non c’è gara. Questo, pezzo tra l’altro, sarebbe bello farlo cantare anche a Eddie Vedder, giusto per vedere l’effetto che fa. Chissà, magari un giorno. Il main set si chiude con uno dei pezzi più amati dalla gente, “Screen”, accolta da un vero e proprio boato, cantata e vissuta come si canta e si vive un grande classico. E qui si ritorna all’inizio di tutto, a quel “Questo pezzo l’ho scritto in memoria di Andy Wood. Qualcuno lo conosce?”. Al punto in cui questo live è andato oltre. Oltre il ricordo, oltre la memoria. Oltre l’affetto e oltre l’entusiasmo. Al punto in cui si è capito che i Brad non sono una band temporanea, non un side project qualunque. Tutto è collegato: vent’anni di storia, Andy Wood, i Pearl Jam, i Temple Of the Dog, i Soundgarden, e i Brad. Un mondo e un suono che questa band ha saputo fare suo (e viceversa), e che dopo tantissimo tempo anche noi in Italia siamo riusciti a toccare con mano. E quando la musica ha una storia alle spalle, allora diventa qualcosa di più. Sul palco te ne accorgi, ascoltando te ne accorgi. Per “The day bring” il resto della truppa si riunisce infine al cantante. Il roadie “ZZ Top” ci sta ancora dando dentro, e non si fermerà per “Lift”, figuriamoci quando Stone lancia l’attacco di “Jumpin’ Jack Flash”; non a caso i Rolling Stone. La band si prende poi un minuto per ringraziare tutta la crew per il lavoro svolto durante questo tour, ormai agli sgoccioli, e tributare il giusto omaggio ad una platea davvero encomiabile. Lo fa con “Buttercup”, la più bella di tutte.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Takin’ it easy”

Good news”

Nadine”

Secret girl”

Waters deep”

20th century”

The only way”

My fingers”

Diamond blues”

Bayleaf”

Price of love”

Last bastion”

Upon my shoulders”

Sweet Al George”

Screen”

Wrapped in my memory” (in memoria di Andy Wood)

Crown of thorns” (Mother Love Bone cover)

The Day brings”

Lift”

Jumpin’ Jack Flash” (The Rolling Stones cover)

Buttercup”

Live Report: Archive @ Magazzini Generali, Milano 24/11/12

Novembre 26th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Concerto di un altro livello. Questo credo abbiano pensato tutti i presenti al termine delle due ore e un quarto suonate della band fondata da Darius Keeler e Danny Griffiths.

Gli Archive sono stati accolti dal sold out, ultimi biglietti in cassa alle 18, per una data neanche tanto comunicata dai magazine di settore. Il live inizia presto, bisogna finire entro le 22, e loro non vogliono giustamente privare i fan di una perfomance completa. Allora si anticipa. Già alle 19.40 si spengono le luci e degli altisonanti rintocchi di campana richiamano le persone all’ordine e la loro attenzione verso il palco.

Pollard Berrier, uno dei vocalist della band (paese d’origine: Austria) è a centro palco e intona senza troppi preamboli “Wiped out”, prima traccia di “With Us Until You’re Dead”, l’ultimo disco della band uscito a settembre di quest’anno. La voce riempie le mura del locale e al momento massimo della sua estensione parte puntuale il groove elettronico che dà corpo al brano. Un riff di chitarra gli dona tensione, entrano pulsanti batteria e percussioni aggiunte, ed il pezzo ha già cambiato forma tre volte. Dall’estremo sinistro del palco Keeler dirige come un maestro d’orchestra i suoi musicisti dando sicurezza e coesione dalla postazione synth, di fronte a lui Griffiths alle tastiere disegna le melodie di piano. La luce blu dei fari accorcia la distanza con il pubblico, completamente rapito già da ora e come sarà per tutto il concerto. Neanche il tempo di riaversi dall’impatto che entra sul palco Maria Q e parte “You Make Me Feel”. La cantante italo-inglese, con il gruppo dal ‘99 e diventata meritatamente una delle vocalist principali dal 2006, incarna ora il lato più soul delle composizioni degli Archive. Sulle composizioni tecnologiche e complesse la sua voce galleggia profonda e sensuale, ed il pubblico l’ accoglie come se fosse una di casa. Si susseguono senza soluzione di continuità canzoni del passato e del presente: “Sane”, “Interlace” e “Stick Me in My Heart” che vede finalmente l’entrata della seconda voce femminile del gruppo, una novità intravista quest’anno nel videopromo della band. Si tratta di Holly Martin, giovanissima vocalist dal capello lungo e biondo che ci mette ben poco a conquistare la platea. Basterà infatti l’entrata in scaletta di “Violently”, primo singolo del 2012, per poterne apprezzare davvero le capacità. Una voce incredibilmente decisa e potente racchiusa in una ragazza dall’aspetto esile quanto dolce; inutile dire che il brano viene una bomba.

A questo punto del concerto è chiaro a tutti cosa siano gli Archive del 2012, un vero e proprio collettivo di musicisti di spessore enorme; la loro musica dal vivo rappresenta più di una conferma dell’ottimo disco pubblicato quest’anno. Ritengo stiano portando in tour una delle massime espressioni della musica moderna, una sintesi perfetta della contaminazione tra rock ed elettronica. Ma non solo. Nella loro produzione si intrecciano frammenti di musica classica, intermezzi industrial, ritmiche techno, aperture pop. Ad oggi è quanto mai inconsistente definire il loro genere Trip-Hop. Così si era arrivati a definirli dopo i primi due dischi, ma al di là del fatto che già la definizione del genere è sempre stata poco soddisfacente di suo, qui è chiaro che la musica degli Archive è qualcosa di notevolmente oltre. Sono presenti chiari retaggi di un suono dub, cupo e ipnotico caro al genere “d’origine”, ma la ricchezza dei contenuti sonori attuali e la quantità di strumenti suonati dal vivo, ne disintegrano metaforicamente i limiti. I musicisti on-stage sono nove, di questi ben quattro sono vocalist eccellenti che si alternano dietro al microfono come voce principale. Ogni canzone prevede un rapido spostamento di postazione da parte di David Penney, vocalist e polistrumentista della band arrivato nel 2006. Dietro a tutti Steve Barnard alla batteria scandisce ora delicatamente, ora energicamente, il ritmo dei brani. La struttura dei Magazzini Generali a volte vibra troppo sotto i suoi colpi ed il suono arriva spesso schiacciato, rivelando così l’unico difetto del live, l’inadeguatezza della sua location. Il concerto non ne esce comunque rovinato, la gente balla, si commuove, si diverte e viene completamente risucchiata dalle atmosfere sognanti create da questo collettivo straordinario.

(Marco Danelli)

Setlist

Wiped Out

You Make Me Feel

Sane

Interlace

Stick Me in My Heart

Conflict

Violently

New Track 1

Again

Fuck You

Pills

New Track 2

Danger Visit

Damage

Rise

Silent

Hachet

Controlling Crowds

Kings Of Speed

Waste

Twisting

The feeling Of Losing Everything

Bullets

Live Report: Lisa Hannigan @ Magazzini Generali, Milano, 7/5/2012

Maggio 8th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Sono le nove e mezza quando Lisa Hannigan sale sul palco. Lungo vestito nero da sera che lascia scoperte le spalle, imbraccia una chitarra e suona “Little bird”, da sola. Il pubblico dei Magazzini Generali si zittisce di colpo e ascolta rapito la ragazza irlandese e la sua voce delicata e potente allo stesso tempo.

A quel punto della serata, almeno un dubbio è risolto. Chi, e quanti, sarebbero venuto a vedere Lisa Hannigan? I fan di Damien Rice? O qualcuno che l’ha finalmente scoperta, grazie all’ultimo disco, “Passenger”? “Fino a qualche settimana fa, questo sarebbe stato un concerto da 50 persone”, commenta orgogliosa la discografica italiana che ha promosso, e tanto, il disco. E ha ragione: grazie all’esposizione di “Knots” e “What I’ll do”, Lisa Hannigan ha quasi riempito la discoteca milanese, con 700 e passa persone.

Il secondo dubbio, quello musicalmente più importante, viene sciolto dalla seconda canzone in poi: “Si, è brava. Ma è capace di andar oltre le canzoncine voce e chitarra? Perché di cantautrici folk ne abbiamo già fin troppe… ” E infatti la sorpresa è che Lisa Hannigan si fa accompagnare da una band di 5 elementi che vanno oltre il classico basso-batteria-chitarra acustica. Ci sono tastiere, banjo, mandolini, un multistrumentista che passa dallo xilofono alla tromba. Poi c’è lei: che canta e si dimena, spesso sbattendo i piedi scalzi sul palco. Suona anche lei di tutto, dall’harmonium, alla chitarra elettrica, all’ukulele..

Il suono che ne esce è ricco, sfaccettato: segno che Lisa ha saputo prendere la lezione che le ha dato il produttore Joe Henry per “Passanger” e portarla sul palco, andando ben oltre il folk minimale del primo album solista “Sea sew”. E’ un crescendo di intensità, fino a “What I’ll do”, che tutti conoscono a memoria: quando Lisa esce, il pubblico rimane a fare “Uo-ho-eh-eh-ah-ah” per un paio di minuti buoni.

Nel primo bis, arriva un’altra, piacevolissima sorpresa: Lisa e la band escono con una bottiglia di whiskey e fanno un brindisi al grande Levon Helm, intonando questa bella versione corale di “The night they drove Old Dixie down”.

Immagine anteprima YouTube

C’è ancora tempo per “Knots”, anche questa cantata a memoria dal pubblico. Dopo poco più di un’ora il concerto è finito. Troppo breve, il repertorio è ancora limitato con due dischi (spiace non abbiano suonato “Eye of the tiger”, cover dei Survivor – ricordate la colonna sonora di “Rocky”  - provata al soundcheck). Ma va bene così: Lisa Hannigan è un’artista che ha trovato una sua identità su disco, e sa tenere bene il palco. Vedremo quando il suo ex partner tornerà finalmente in Italia quest’estate, ma quella che è uscita bene dalla fine del rapporto musicale con Damien Rice è lei.

(Gianni Sibilla)

Live Report: Michael Kiwanuka @ Magazzini Generali, Milano 20/04/12

Aprile 22nd, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Il nuovo Otis Redding? Non esageriamo, e poi il Southern soul non è esattamente il suo terreno d’azione. Michael Kiwanuka, ventiquattrenne londinese di origini ugandesi figlio di espatriati sfuggiti alla folle dittatura di Idi Amin Dada, è tutt’altro che uno shouter o un animale da palcoscenico. Un tipo riflessivo e sensibile, piuttosto, un talento in via di maturazione con un bel presente e un futuro promettente: lo ha dimostrato ieri sera a Milano, confezionando un set  persino migliore del suo già convincente album d’esordio uscito il mese scorso. Un indizio importante di spessore e qualità artistica, al di là di tutto l’hype che in questo periodo lo circonda e che lui, timido e gentile, sembra non far nulla per alimentare.
Accompagnato da un bel quintetto multirazziale in cui spiccano un percussionista capace di belle invenzioni  e un chitarrista dalla spettacolare capigliatura afro, il ragazzo di Muswell Hill ha sciorinato una miscela folk-soul che sa tanto di anni Settanta e di Camden Town, di giornate piovose e di quartieri suburbani, intervallata a sprazzi di funk gioioso e danzabile. “I’ll get along”, il titolo con cui decide di aprire lo show, è uno dei pezzi migliori dell’album ma l’inizio del concerto è un po’ didascalico: piacevole, puntuale ma senza grandi guizzi, tra gli aromi latineggianti di “I need your company” e il folk dondolante della suggestiva “I’m getting ready”. La serata cambia faccia e si alza di  tono  con “Tell me a tale”, la miglior canzone in catalogo la cui intrigante scansione  jazz folk, anche in assenza dell’arrangiamento fiatistico della versione di studio, consente al sestetto di allungare il passo e dilatare la partitura  in belle improvvisazioni amplificate da echi e riverberi.
Il pubblico (molti giovani in sala, la promozione in radio e tv sta facendo la sua parte; ma in platea c’è anche Ron) sembra gradire e si scalda, e la parte centrale dell’esibizione ne diventa il momento migliore. Dopo avere imbracciato una Telecaster rossa e attaccato un accattivante groove  per presentare i componenti del gruppo, Michael snocciola in sequenza la malinconica “Worry walks behind me” (jazz ballad da ore piccole con un bel solo di chitarra elettrica), una swingante  “Bones” che evoca il doo wop e molto ricorda il Van Morrison classico del periodo “Moondance” (stavolta la chitarra è una semiacustica) e una intensa versione di “Waterfall” (alias “May this be love”) di Jimi Hendrix, perla nascosta di “Are you experienced?” (1967) che Kiwanuka dedica alla memoria di Levon Helm scomparso il giorno prima. Avvolgente, psichedelica e originale, con quei rintocchi percussivi quasi trip-hop e folate d’organo molto Sixties, è probabilmente la cosa migliore e più sorprendente dello show.
Il giovane musicista e i suoi compagni sono molto loro agio con le cover, e lo confermano più avanti anche con “I don’t know” di Bill Withers, lui sì uno dei padri spirituali di  Kiwanuka che gli rende giustizia con un omaggio pulsante e ultrafunky chiuso da una coda di sole voci e percussioni.  La precedono due canzoni in versione solo, voce e chitarra acustica (“E’ così che nascono quasi tutti i miei pezzi”, spiega Michael) e la title track dell’album “Home again”, forte di una  melodia che rammenta certe cose di Randy Newman (è un ragazzo di buoni ascolti, Kiwanuka). “Any day will do fine”, a ritmo accennato di bossa nova, e la ninna nanna delicata di “I won’t lie” danno modo di apprezzare al meglio la sua bella voce nera, educata ma vigorosa con belle inflessioni da “cantante dell’anima”. E sulle stesse note intimiste chiude il bis “Lasan”, un voce+chitarra+basso che non ha trovato posto sul disco ma che fa stabilmente parte del repertorio. Un’ora e dieci minuti di concerto, dal disco di debutto manca all’appello un brano soltanto e non si può chiedere di più: la “prima” italiana è andata bene, l’impressione è che questo possa essere l’inizio di una bella storia.
(Alfredo Marziano)

Setlist
“I’ll get along”
“I need your company”
“Always waiting”
“I’m getting ready”
“Tell me a tale”
“Groove”
“Worry walks behind me”
“Bones”
“Waterfall (May this be love)”
“Any day will do fine”
“I won’t lie”
“Home again”
“I don’t know”
Bis
“Lasan”

Live Report: Gomez @ Magazzini Generali, Milano 14/04/12

Aprile 15th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Per la serie: i piccoli misteri del rock’n'roll. Perché i Gomez in questi anni non sono mai diventati “famosi”? Non è semplice dare una risposta. Di dischi molto sopra la media ne hanno fatti diversi: “Bring it on” e “Liquid skin” su tutti. Dai loro esordi nel 1998, hanno sempre dimostrato un’ottima capacità di unire un gusto per la melodia tipicamente Brit alla sperimentazione sonora. Sono stati perfino in grado di piazzare diversi singoli nelle serie TV americane, da “Dr.House” a “Grey’s Anatomy”. Niente da fare: più si esamina la questione, meno se ne viene a capo. Per carità: la band inglese in questi anni si è costruita una solida nicchia di appassionati, soprattutto in patria e negli Stati Uniti, ma stupisce come non lo abbia fatto anche nel resto d’Europa e del mondo vista la sua qualità.

Dopo averli visti dal vivo stasera a Milano, i dubbi aumentano. Il concerto dei Gomez ai Magazzini Generali, seconda tappa del tour italiano, è stato l’ennesimo scherzo del destino: ottima performance, arrangiamenti e scaletta impeccabili. Davvero nulla di cui lamentarsi.

Sono le 20.45 quando il gruppo sale sul palco. Del resto, vista l’incombente serata discotecara è l’unico modo per riuscire a suonare due ore. E si parte col botto. Il synth di “Get miles”, a breve raggiunto da basso e chitarre bluesy, dà l’assist alla voce di Ben Ottewell. Il pezzo carbura lentamente, ma costruisce un crescendo implacabile. E’ il segno che sarà uno show coi fiocchi.

Tocca poi alle progressioni acustiche di “These 3 sins”, con Ian Ball alla voce, sparigliare le carte e gettare un po’ di spensieratezza nell’aria. Per il terzo brano “The place and the people”, estratto dall’ultimo album “Whatever’s on your mind”, al microfono c’è invece il polistrumentista Tom Gray. Nota bene: i Gomez hanno tre cantanti, tutti di buon livello. Cosa che non molte band possono permettersi.

La scaletta pesca poco dall’ultimo disco, ma tocca invece tutta la discografia del gruppo. Ad inaugurare la serie di ballate pop, una delle varie specialità della casa, ci pensa “See the world”, con i suoi riff di chitarra acustica. Non è un caso se l’hanno scelta per la colonna sonora del “Dr.House”: non è un pezzo per palati finissimi, ma scorre via che è un piacere. Ma la forza della band si Southport è anche e soprattutto questa: la capacità di costruire piccoli Bignami del pop-rock, con un orecchio ai Beatles e un’altro al folk dei “redneck” americani. Come “Catch me up”, che vede di nuovo Tom Gray alla voce, o come la malinconica “We haven’t turned around”, forse uno dei pezzi più belli mai scritti dal quintetto.

“Get myself arrested” è invece uno dei brani più apprezzati e cantati dal pubblico, mentre “Airstream driver” esalta le doti non comuni del batterista Olly Peacock e trascina con il suo muro di chitarre appoggiato su un synth bello quadrato. Pop cubista di classe. Il pubblico, entrato alla spicciolata durante i primi tre pezzi, neanche a dirlo a causa dell’orario di inizio dello show, inizia incuriosito e mano a mano diventa più caldo. Anche chi, e probabilmente sono la maggioranza, non ha grandissima familiarità con il repertorio del gruppo.

Del resto è difficile non rimanere intrappolati nel pastiche sonoro dei Gomez: prendete “In our gun”, che comincia felpata, con il basso di Tom Gray a costruire trame jazz, e chiude tesa ed elettronica con lo stesso basso stavolta del tutto distorto. Oppure si potrebbe citare la spassosa “Machismo”, che strizza l’occhio a ritmiche hip hop. A chiudere il set regolare ci pensa invece “How we operate”, che dopo il riff iniziale lascia sola la voce di Ben Ottewell prima di ripartire a tutta velocità e chiudersi con una sorta di jam session, con un Peacock ancora da applausi. Semplicemente un gran bel pezzo.

Al rientro per i bis c’è subito “Devil wil ride”, coinvolgente cavalcata rock in odore di gospel. Tom Gray, come spesso ha fatto durante il concerto, incita la folla e gigioneggia. Tocca a poi a “Make no sound”, suonata in modo impeccabile e arricchita ancora da una coda strumentale di ottimo gusto, avvicinarsi ai titoli di coda. Sono sole le 22.30, ma tant’è. I Gomez chiudono con l’orecchiabile singolo “Options”, meritandosi gli applausi di un pubblico ormai conquistato.

Poi, mentre si esce dai Magazzini Generali, non si può non tornare con la mente alla nostra domanda iniziale. “Ma perché i Gomez non sono famosi?”. Certo, nessuno di loro ha il phisique du role della rockstar. Sembrano più dei nerd, a dirla tutta. Ma questo non basta a risolvere l’arcano. Se verranno rivalutati negli anni a venire, perlomeno potremo concederci un frase di rito. “Ve l’avevamo detto”.

(Giovanni Ansaldo-Marco Jeannin)

Scaletta:

Get miles

These 3 sins

The place and the people

See the world

Catch me up

Get myself arrested

We haven’t turned around

Airstream driver

I will take you there

Our goodbye

Here comes the breeze

In our gun

Machismo

Rhythm & blues alibi

GirlShapedLoveDrug

How we operate

Encore:

Devil will ride

Make no sound

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Live Report: Maccabees @ Magazzini Generali, Milano 12/02/12

Ffebbraio 13th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Fa un freddo cane, le strade sono gelate nonostante il sale, e la domenica sera non è mai una collocazione fortunata per un concerto. Mettiamola così, almeno non nevica, e di questi tempi è già grasso che cola. Eppure… Eppure quella dei Maccabees a Milano è stata una data pressoché perfetta. Ottima gente, ottima band, ottima musica. Poco prima delle nove salgono sul palco i We Are Augustines, trio newyorkese dall’entusiasmo a dir poco contagioso. Se esistesse lo “stadium indie rock” come genere, loro ne sarebbero di certo i capi indiscussi. I pezzi proposti sono una manciata, ma bastano a conquistare la nutrita (e ben predisposta) platea meneghina, grazie anche ad una notevole quantità di cori, riffoni sanguigni e schitarrate ad libitum. Forse un pelo ripetitivi, questo va detto, ma direi comunque un’ottima apertura, quantomeno ideale per scaldare gli infreddoliti. Per chi li volesse rivedere a breve, Billy McCarthy e compagni saranno ospiti di Letterman il 24 febbraio. In bocca al lupo. Per quanto riguarda i Maccabees invece, c’è ben poco da fare gli auguri. La band inglese (in formazione classica a sei con voce, due chitarre, basso, batteria e tastiere), ha già ufficialmente fatto il botto, tanto in patria quanto oltre confine: il pubblico di Milano stupisce per competenza, coinvolgimento e attaccamento alla maglia, la platea le sa tutte e ha una gran voglia di farsi quattro salti. Lo spettacolo parte subito in quarta con l’ottima “Child”, introdotta manco a dirlo da “Given to the wild (intro)” che accoglie la band on stage. Vengono poi sparate a raffica “Feel to follow”, “Wall of arms” e una tiratissima “No kind words”, giusto per buttare le fondamenta del set.

I Maccabees sono in palla, il suono arriva pieno, quasi massiccio, e la voce di Orlando Weeks rasenta la perfezione in quanto a intonazione e interpretazione. Niente da dire, chapeau. Il motore così ben oliato e carico permette ai Nostri di mettere sul piatto una parte centrale ottimamente bilanciata e tecnicamente impeccabile, giocata sull’alternanza di momenti più soft e crescendo irresistibili (uno dei marchi di fabbrica della band albionica), trainati dai tre White, Hugo, Will e soprattutto Felix, questa sera particolarmente ispirati. Molto bene la bella “Glimmer”, già convincente su disco, strepitosa la combo “Went away” / “William Powers”. Dal palco arrivano poche parole, Weeks non è quel gran comunicatore, ma poco importa. Sono i pezzi a parlare per tutti, e tanto basta. “First love” riporta ai tempi di “Colour it in” e viene accolta con un significativo boato, giusto per sottolineare che buona parte dei presenti segue la band fin dagli inizi; idem dicasi per “X-ray”, una vera scheggia indie rock, affilata a dovere. “Can you give it” è lo spartiacque che introduce alla tripletta che chiude il set regolare, nel dettaglio “Forever I’ve known” (forse uno dei momenti migliori dell’intera discografia della band) e due tra i pezzi più attesi della serata, “Love you better”, amatissima opening track del fortunato “Wall of arms”, e il singolo tratto dal nuovo “Given to the wild”, “Pelican”, che scatena le danze dei Magazzini. Weeks ringrazia sinceramente colpito da cotanta risposta, e i sei guadagnano il backstage per pochi minuti. Il rientro quasi immediato conta tre pezzi, una “Unknow” penalizzata dalla ripartenza a freddo, ma comunque di grandissima qualità, seguita da una molto più convincente e spigliata “Precious time”, e da quello che a tutti gli effetti si candida come pezzo di chiusura per eccellenza da qui alla fine dei tempi per i Maccabees: “Grew up at midnight” è il finalone in crescendo, il commiato in pompa magna.

Arrivati a questo punto, resta poco da dire. I Maccabees hanno messo in piedi un set senza sbavature, a tratti travolgente come raramente capita di vedere. Poche chiacchiere: sanno suonare e lo fanno molto, molto bene. Sia ben chiaro, ci avevano già convinto su disco, ma vederli live ha rafforzato non di poco questa convinzione: sono davvero una delle band migliori in circolazione. E poco importa se per vederli in azione abbiamo dovuto sfidare un freddo impossibile. Vorrà dire che la prossima volta ci vestiremo più pesanti.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Given to the wild (intro)”

“Child”

“Feel to follow”

“Wall of arms”

“No kind word”

“Glimmer”

“Went away”

“William Powers”

“First love”

“X Ray”

“Can you give it”

“Forever I’ve known”

“Love you better”

“Pelican”

“Unknow”

“Precious time”

“Grew up at midnight”

Live Report: dEUS @ Magazzini Generali, Milano 08/12/11

Dicembre 9th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Tre motivi validi per vedere i dEUS live, sempre e comunque. Il primo: Tom Barman. Citando la recensione di Rockol della data estiva a Grugliasco “…sul palco Barman è sempre uno spettacolo: stiloso, carismatico, teatrale mentre si dimena pennando la Stratocaster o percuotendo un paio di pad elettronici, la voce roca e suggestiva perfetta per le sue canzoni di sapore sempre un po’ cinematografico”. La pura verità, niente da aggiungere. Secondo: lo stacco a metà di “Instant street” e il conseguente crescendo. Uno dei momenti più alti della musica contemporanea. Terzo: la canotta di Klaas Janzoons. Uno dei momenti più bassi della musica contemporanea. Vederlo sovrastare la platea sfinendo il violino alle prese con il finale tiratissimo di “Suds & soda”, diciamoci la verità, non sarebbe la stessa cosa senza l’imprescindibile ascella al vento. Entrando ai Magazzini Generali si viene accolti da un messaggio che invita tutti i presenti a condividere la serata sui vari social network (Twitter in testa) in tempo reale. Un modo come un altro per rendere la platea partecipe in modo attivo, per avvicinarci alla band, “keep them close”. E fa piacere vedere Mauro Pawlowski passeggiare beato e sorridente in mezzo alla gente nel pre concerto, firmare autografi e scattare qualche foto ricordo, atteggiamento che la dice lunga su come i dEUS stanno vivendo questo nuovo tour. Il tempo a disposizione però non è molto. Poco dopo le nove salgono sul palco gli SX, interessante trio belga che sfodera un buon indie pop costruito quasi interamente intorno al synth, sufficientemente carico e tirato. Qualche buona idea specialmente nella seconda parte, nulla per cui perdere il sonno, ma sicuramente da tenere d’occhio. Di tutt’altra pasta invece il set dei Nostri. Alle dieci in punto, i cinque prendono posizione on stage. L’apertura è istantanea, “The final blast”, “The architect” e “Constant now” suonano molto bene: la band è carica e ha evidentemente voglia di suonare senza andare troppo per il sottile. Buon per noi. Barman ringrazia, sbraita e si dimena come un leone in gabbia. “Oh your God”, la sempre ottima “Slow” (accolta da un piccolo boato) e la nuova “Second nature”, sono il preludio alla svolta definitiva, il primo turning point. Che manco a dirlo arriva a metà della solita immensa “Instant street”. La platea milanese, fino a questo momento fin troppo imballata, si scioglie definitivamente. Quello che arriva è un rock tirato a lucido, spesso, aggressivo, ma soprattutto suonato magnificamente nonostante la “non perfetta” acustica dei Magazzini Generali. Sono le chitarre di Barman e Pawlowski a farla da padrone, le vere protagoniste di un set concepito per mettere meritatamente in risalto i pezzi del nuovo “Keep you close”, un album passato fin troppo in sordina ma che a conti fatti ci ha restituito i dEUS in una forma invidiabile, addirittura vicina ai fasti del trio “Worst case scenario” / “In a bar, under the sea” / “The ideal crash”. E pezzi come la splendida “Dark set in”, anticipata da “If you don’t get what you want” (dal vivo ancora meglio che su disco), ne sono la prova. Molto bene come sempre anche “Magdalena”, “Ghost” e la titletrack “Keep you close”, tre pezzi chiamati a costituire il corpo centrale dello show prima della chiusura del set regolare affidata alla ballata alternative “Sister dew”, ma soprattutto alla splendida “Bad timing”, un trionfo di distorsione che sei anni fa segnò il ritorno dei Nostri in grandissimo stile, la loro “rivoluzione tascabile”. I dEUS abbandonano il palco dopo un’ora secca per ritrovarlo quasi immediatamente. Quattro i pezzi riservati al primo encore: la partenza delicata “The end of romance” cede il posto ai sei minuti abbondanti dell’animalesca “Sun ra” e al rap sgangherato di “Fell off the floor, man”, una delle chicche della serata, pescata direttamente da “In a bar, under the sea” e impreziosita dagli scambi allucinati di un duo Barman / Pawlowski a questo punto in piena trance da live. L’attacco del finale viene rimandato da un piccolo problema tecnico alla chitarra di Barman, che per “tappare il buco” invita un ciarliero Pawlowski, il “mago della geografia”, a intrattenere goffamente una platea giustamente divertita dal siparietto. Risate perentoriamente smorzate dall’attacco delicato di “Hotellounge”. Pezzo incredibile, sofferto, malinconico, esplosivo. I dEUS chiudono il set nel miglior modo possibile, o almeno l’impressione è questa. C’è infatti spazio per un secondo rientro, giusto per sfinire le ugole al grido di “Friday! Friday!” e rendere il meritato tributo al violino di un Klaas Janzoons fino ad ora relegato al ruolo di impeccabile gregario. “Suds & soda” è il finale in trionfo, degna conclusione di un live magistrale arrivato a sfiorare le due ore di durata. Un live senza una sbavatura, impeccabile e travolgente, rivitalizzato da un album degno di questo nome e che conferma quanto detto in apertura. Ci sono tre buoni motivi per vedere i Deus dal vivo, sempre e comunque. Tom Barman, lo stacco a metà di “Instant Street” e l’accoppiata canotta / violino di Klaas Janzoons. Il quarto è che i Deus suonano da Dio: teniamoceli stretti.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“The final blast”

“The architect”

“Costant now”

“Oh your God”

“Slow”

“Second nature”

“Instant street”

“If you get what you want”

“Dark set in”

“Magdalena”

“Ghost”

“Keep you close”

“Sister dew”

“Bad timing”

ENCORE

“The end of romance”

“Sun Ra”

“Fell of the floor, man”

“Hotellounge (Be the death of me)”

ENCORE 2

“Suds & Soda”

Live Report: Low @ Magazzini Generali, Milano 28/11/11

Novembre 29th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Tra gli Smashing Pumpkins al Forum di Assago e Noel Gallagher all’Alcatraz, i Low sembrano il manzoniano vaso di coccio tra vasi di ferro. Eppure il pubblico milanese (molto indie, in gran parte giovane) non li abbandona a se stessi: il lungo corridoio dei Magazzini Generali è decisamente affollato almeno fino alla zona mixer e all’area del bar. E quando Alan Sparhawk (voce e chitarra), la moglie Mimi Parker (voce e percussioni, che suona in piedi a centro palco) e il bassista Steve Garrington attaccano senza dire una parola due brani dal primo album di diciassette anni fa, “I could live in hope”, si capisce subito che è valsa la pena di essere venuti fin qui a vederli. L’incedere sepolcrale di “Lazy” e l’ondeggiante tessuto a maglie larghe di “Lullaby” fanno drizzare le antenne anche ai più scettici e disattenti, in un rispettoso e assorto silenzio che rende giustizia alle atmosfere sospese e al feeling  intenso che subito si sprigionano dal palco evocando gli aspri, rarefatti e gelidi paesaggi di Duluth, Minnesota da cui i tre provengono (il fantasma del conterraneo Bob Dylan, però, è lontano). Austeri e assorti, i Low usano bene i pochi arnesi a disposizione: le chitarre (due, non serve altro) da cui Sparhawk estrae liquidi arpeggi, vibrati, echi in delay e piccoli grumi di suoni distorti, una sezione ritmica all’osso e soprattutto  due voci nate per vivere in simbiosi: profonda e tenebrosa quella di Alan, limpida e maestosa quella di Mimi, che ammalia nei controcanti quanto nelle sortite soliste.
“Try to sleep”, il “singolo” dall’ultimo, eccellente album “C’mon” è, imprevedibilmente, l’unico pezzo zoppo della serata: la ninna nanna non ingrana, qualcosa non funziona anche a livello vocale, meglio passare oltre e farsi  catturare dagli  accordi younghiani  e il fragoroso fuzz bass di “Violent past” (Garrington vi ricorre spesso, nel corso dello show). Tra “You see everything” e “Witches”, altri piatti forti del disco nuovo, il pubblico riconosce e saluta con entusiasmo la minacciosa “Monkey”, uno dei due titoli che – ripreso da Robert Plant in studio e dal vivo con i Band Of Joy – ha traghettato il nome dei Low presso il pubblico mainstream del rock. E’ uno dei momenti forti di un concerto modellato sulla traccia melodica dell’ultimo album, resa tuttavia più scheletrica e spettrale dall’assenza delle sovraincisioni di studio. La desolata “Done” spettrale e scheletrica lo è di suo, mentre alla fine del  valzer di “On the edge of” Sparhawk si rivolge finalmente al pubblico con poche, sibilline parole (“Come state? Mi ricordo di ognuno di voi. Prima ancora che voi e io cominciassimo a parlare”).
Il termine “slowcore” non gli piace, ma in mancanza di espressioni migliori serve a descrivere il passo funereo di pezzi come “Majesty/Magic”, roba da hardcore fans. Con “Breaker” il ritmo aumenta e Sparhawk canta a pieni polmoni, mentre è logico che sia “Nothing but heart”, con la sua unica  frase ripetuta all’infinito, a chiudere la setlist con quel coinvolgente  crescendo che ne fa l’architrave di “C’mon”.
Sono battimani ad accogliere il primo bis, una delicata e quasi solare “Sunflower”, mentre il finale di “Laser beam”, con la voce potente e cristallina di Mimi di nuovo sugli scudi, ha la purezza e la solennità di un inno religioso o di un canto di montagna. Poco prima i Low hanno cantato dell’ “ultima tempesta di neve dell’anno”, e si capisce che la loro musica non potrebbe venire che da lì: dal Grande Nord americano battuto dal vento e dai ghiacci, dal suo senso di isolamento che ispira al trio una musica spaziosa, metafisica e trascendente. Appena terminata l’ora e mezza di esibizione, il pubblico corre numeroso al banchetto del merchandising a comprare cd e vinili (soprattutto vinili): indizio inconfutabile di uno show che ha lasciato il segno.
(Alfredo Marziano)

Setlist
“Lazy”
“Lullaby”
“Try to sleep”
“Violent past”
“I see everything”
“Monkey”
“Witches”
“Especially me”
“Done”
“On the edge of”
“Murderer”
“Last snowstorm of the year”
“Majesty/Magic”
“Breaker”
“Nothing but heart”

Bis
“Sunflower”
“Laser beam”

Live Report: DJ Shadow @ Magazzini Generali, Milano 31/05/11

Giugno 3rd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Il concept è già di per sé avvincente: suonare all’interno di una sfera enorme su cui vengono proiettati dei visual mixati live con la musica. Dentro la sfera chi ci mettiamo? DJ Shadow. Il gioco è fatto: Shadowsphere. Joshua Paul Davis sbarca in Italia dopo dodici anni (l’ultima volta era il 1999, sempre a Milano) con il suo nuovo progetto, un esperimento audiovisivo particolarmente complesso, tecnologicamente avanzato e senza dubbio intrigante. Teatro dell’esibizione i Magazzini Generali. L’affluenza è buona nonostante la sfortunata collocazione settimanale (martedì): molti i curiosi di passaggio, diversi clubber professionisti in alta uniforme sempre e comunque mega cool, un buon numero di indie rockers defilati e, dulcis in fundo, qualche b-boy a prima vista troppo cresciutello. Davis sale sul palco intorno alle nove e trenta, saluta, ringrazia e si infila nella grossa sfera posta a centro palco. Dopo una piccola intro, le casse dei magazzini iniziano pompare elettronica, samples e campionamenti a tutto spiano. I visual proiettati sono un concentrato d’immagini studiate per creare effetti tridimensionali e giochi di prospettiva, sfruttando nel modo migliore il globo sferico/consolle sistemato con cura davanti a uno schermo di dimensioni cinematografiche. Sfera che cambia ripetutamente aspetto diventando per esempio la morte nera di Star Wars, una palla da basket, da calcio, da baseball, da bowling, da biliardo, il sole, il globo terrestre, una palla di neve in bianco e nero che rotola di fronte ad un camino accesso (citazione da “Quarto potere”?), una sfera di cristallo, la torre della tv di Alexanderplatz a Berlino, un teschio che viaggia tra le corsie di un supermercato, l’iride di un occhio immenso che scruta la platea (meraviglioso), una ruota, un pendolo, il quadrante di un orologio. E poi ancora prospettive aeree, strade che scorrono veloci, paesaggi (digitali) distorti, circuiti, pianeti, fiori che nascono, un bosco di notte, soggettive sbollate, pigmenti che si sciolgono lentamente nell’acqua, uno schermo televisivo dove vengono fatte esplodere (nel tripudio generale) le faccione di Simon Cowell, Susan Boyle, Lady Gaga, Justin Bieber e Fergie, tanto per ricordare quando il DJ ombra sia legato ed affezionato a quel tipo di mondo.

E la musica? Shadow sta per pubblicare un nuovo lavoro intitolato “The less you know the better” – che andrà sicuramente ad incrementare la sua collezione privata, composta si dice da più di sessantamila album – da cui pesca gli inediti “I gotta rock” (già reperibile sull’omonimo ep fresco di stampa) e “Def surround us”. E’ però sui successi del passato che si fonda il set, qui in versione ovviamente remixata, e pompati all’estremo. “Building steam with a grain of salt”, “Walkie talkie” e “This time” aprono le danze: il suono è corposo, sintetico, acido e trip hop da manuale. Arriva poi la già citata “Def surround us”, seguita da “Redeemed”, “Stem/long stem”, “Six days”, e dall’acclamatissima “Organ donor” in chiusura di set. La gente balla, canta, accompagna Shadow che compare sporadicamente ruotando la sfera per mostrarne l’interno. Pochissime le parole spese: “Quella di stasera è tutta roba mia, spero che vi piaccia”, e “Forse questo è il mio show migliore in Italia. Non parlo la vostra lingua ma grazie mille”. Da uno che si chiama Shadow, non mi aspettavo certo un comizio. Rientro quasi immediato per l’encore con “Blood on the motorway”, “Napalm brain/scatter brain” e la travolgente “High noon” in chiusura dopo un’ora e mezza passata velocissima, mentre sullo schermo scorrono prima le immagini della costruzione della sfera e poi i titoli di coda, proprio come in un film: regia, produzione, contributi, effetti digitali, cast, crew e via dicendo.

Shadowsphere è senza dubbio uno spettacolo da vedere: l’idea è buona e la realizzazione anche meglio. Il matrimonio audio/video funziona alla perfezione, coinvolge e fa ancora più effetto se si considera che stiamo parlando di un live. Tutto questo tripudio d’immagini però non deve distrarre dal fulcro della questione: prima di tutto, e sopra tutto, DJ Shadow si è confermato un grandissimo musicista. Speriamo solo di non dover aspettare altri dodici anni prima di rivederlo su un palco italiano.

(Marco Jeannin)

Dal Vivo
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