Blog

Live Report: Klaxons @ Magazzini Generali, Milano 02/12/2010

Dicembre 3rd, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Non è semplice portare in tournée il tuo secondo album, soprattutto se il primo era molto meglio. Questo è l’arduo compito che spettava stasera ai Klaxons, giovane band inglese capace di fare il grande botto con l’esordio “Myths of the near future”, venire adottata dalla rivista Nme e vincere addirittura i prestigiosi Mercury Prize, salvo poi ritrovarsi alle prese con la difficoltà di concludere il nuovo disco. Dopo due anni di lavorazione il gruppo è stato costretto dalla casa discografica a buttare tutti i demo, cambiare produttore e ricominciare le registrazioni. Il risultato è stato “Surfing the void”, un lavoro che ha lasciato più di qualche dubbio. Ecco, che le canzoni di quell’album siano state molto “sofferte” lo si capisce anche dalla loro resa dal vivo, come ha confermato il concerto ai Magazzini Generali, teatro della loro unica data italiana.

Quando i ragazzi londinesi salgono sul palco sulle note di una intro strumentale, dopo il concerto della band di spalla Is Tropical, sono già quasi le dieci. Il locale che li accoglie è un po’ lontano dal sold-out: sotto il palco c’è il pienone, ma dietro il mixer iniziano ad aprirsi gli spazi. I Klaxons danno inizio alle danze con “Flashover”, estratta da “Surfing the void”, abbastanza carica e distorta da risvegliare i sensi. James Righton, incurante del freddo polare che c’è fuori, si presenta in t-shirt, mentre il bassista e cantante Jamie Reynolds ha la solita aria stralunata, con i suoi capelli perennemente spettinati. Riesce a fare meglio di lui solo il chitarrista Simon Taylor-Davies.

Già al secondo pezzo “The same place” però l’impressione è che queste nuove canzoni non funzionino benissimo. Lo si capisce ancora di più quando la band ripesca i brani vecchi “As above, so below” e soprattutto “Gravity’s rainbow”, il primo vero momento degno di nota della serata. Intendiamoci, i Klaxons non sono una live band memorabile: di sbavature qua e là se ne sentono parecchie, ma i ragazzi nel complesso sanno come far divertire il pubblico, che risponde abbastanza bene alla loro musica. L’acustica dei Magazzini poi non li aiuta di certo, anche se sembra un po’ migliore rispetto alle ultime occasioni. Poi è il turno anche dell’acclamatissima “Golden skans”, dedicata a Milano visto che la band ha registrato parte dell’ultimo disco proprio qui insieme al produttore Robert Ford, e colorata da un set di luci blu elettrico.

Quando invece si torna al presente con “Venusia” e “Valley of the calm trees”, torna la delusione. Poi per fortuna ci pensa la doppietta “Two receivers”/”Magick”, davvero il momento della serata che riesce di più a scuotere i Magazzini, a riportare in alto il livello di adrenalina. Forse il pezzo che funziona di più tra i nuovi è proprio la titletrack “Surfing the void”, proposta nei bis ad anticipare la chiusura con i fuochi d’artificio di “Atlantis to Interzone”, la canzone migliore mai scritta dai Klaxons, acida e coinvolgente. Il gruppo è abile a piazzarla in fondo alla scaletta, riuscendo così a lasciare un’ottima impressione finale. Lo dimostra la soddisfazione del pubblico che, appena passate le undici e un quarto, torna soddisfatto a casa. Un trucco abile, ma che non basta a cancellare i tanti dubbi iniziali.

(Giovanni Ansaldo)

Setlist:

Flashover

The Same Space

As above, so below

Gravity’s rainbow

Venusia

Golden skans

Twin flames

Valley of the calm trees

Two receivers

Magick

Cypherspeed

Echoes

Encore:

It’s not over yet

Surfing the void

Atlantis to Interzone

Live Report: Zaz @ Magazzini Generali, Milano 01/12/2010

Dicembre 2nd, 2010 in Reports by Redazione Rockol

In automobile guidando verso i Magazzini Generali pensavo alla possibile affluenza al concerto: un piovoso meteo più adatto ai lupi che agli uomini può rompere gli equilibri. A volte accade che ti aspetti il pienone e ti ritrovi ad avere il vicino a tre metri, a volte l’esatto contrario. Il primo indizio che sarebbe stata una serata del secondo tipo l’ho avuto non trovando immediatamente parcheggio, la definitiva conferma vedendo davanti al locale un nutrito gruppetto di persone che mendicava il biglietto d’ingresso poiché il live risultava sold out. Un pochino rimango sorpreso, ma non molto. Questa ragazza francese è una delle rivelazioni dell’anno, la sua “Je veux” è parte immancabile, da qualche mese a questa parte, della programmazione di ogni stazione radio e nel suo paese natale l’omonimo disco d’esordio è stato un fortunato caso discografico. Il concerto inizia alle 21, Zaz in abito nero senza maniche guadagna il centro del palco sulle note di “Les passants”, unica presenza femminile accompagnata da quattro discreti musicanti di sesso maschile. Il pubblico è ben disposto verso la cantante che, di suo, tiene la scena con grande naturalezza, simpatia e carisma, come un folletto saltella ovunque, comunica gioia e coinvolge il pubblico con gag e battute sino a farlo divenire parte integrante dello spettacolo nel controcanto di “Ni oui ni non”. Come prevedibile è la più nota “Je veux” che riscuote i battimani più convinti da parte dei convenuti. In bilico tra jazz, swing e pop a volte ci sono dei piccoli passaggi a vuoto che intaccano l’armonia del set, ma sono dettagli, la voce di Zaz non è così perfetta e suadente come su disco e forse il paragone con Edith Piaf è azzardato, come sempre accade quando si scomodano i santi, però la sua versione di “Dans ma rue” è ispirata al punto giusto e avrebbe meritato l’acustica di un teatro per essere perfetta.

Il sorriso grande come il sole di Zaz ci congeda, è trascorsa un’ora e venti. La ragazza francese supera la prova concerto, nell’attesa di cimentarsi con il secondo, terribile e difficile, album. La serata dei Magazzini Generali è ancora lunga, sta per avere inizio un dj set. Io guadagno l’uscita, guardo il cielo, fa freddo ma non piove e non nevica.

(Paolo Panzeri)

Live Report: Broken Social Scene @ Magazzini Generali Milano 11/11/2010

Novembre 12th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Dopo i Gaslight Anthem, i Magazzini fanno il pieno anche con i Broken Social Scene. Non c’è il tutto esaurito ma poco ci manca, l’affluenza è copiosa e davanti si comincia a stare stretti già durante il set dei Picastro. Ecco, due paroline sui Picastro vanno spese. Il gruppo spalla esiste per una serie di buoni motivi, tra i quali scaldare la platea, presentarsi nel migliore dei modi sfruttando la data di qualche fratello maggiore e via dicendo. Insomma: un antipasto come si deve, di quelli che ti fanno venire fame. Cosa che evidentemente sfugge ai Picastro, terzetto letargico (chitarra, batteria e violoncello) senza un briciolo di voglia di vivere. Che poi se uno ci si mette d’impegno, delle cose positive (pochine) le trova nei cinque pezzi presentati alla platea milanese, ma serve tanta, tanta buona volontà. Questi se ne vanno come sono venuti e tanti saluti. Mah. Appena suonate le dieci invece tocca ai ben più briosi Broken Social Scene. La band di Toronto si presenta in formazione a nove, in netta sovrabbondanza di chitarre, come di consuetudine (quattro !!!), e carica a puntino. I nostri hanno festeggiato dieci anni di attività da poco, dieci anni che hanno prodotto quattro album, di cui l’ultimo “Forgiveness rock record” uscito giusto quest’anno e protagonista assoluto della serata in questione. A guidare il collettivo c’è come sempre Kevin Drew, di blu incappucciato, accompagnato dal fido Brendan Canning, leggermente più defilato rispetto al co-fondatore del collettivo canadese. Il suono dei Magazzini è potente, fin troppo. Se l’anno scorso era il volume a latitare, quest’anno la manopola è stata girata a dovere. Ogni tanto sparisce ancora una chitarra o parte della voce nel mixer (dettagli), ma in compenso le prime file possono tornare a casa senza l’udito. Sul palco invece funziona tutto, esattamente quello che ci si aspetterebbe da una band canadese, alla maniera dei più popolari Arcade Fire: la band gira in modo molto organico, i “nove” (espressione che fa un po’ Tolkien, ma garantisco che questi sono molto più piacevoli) si scambiano posizioni e strumenti, ognuno fa il proprio mestiere e il risultato è un set energico di ottimo indie rock (sono gli stessi Canning e Drew a ricordarci il Juno awards vinto nel 2003 da “You forgot it in people” come miglior album alternative, forse per tirarsela un po’) che dal vivo si prende qualche libertà prog e più tradizionalmente rockettara. Le quattro chitarre si fanno sentire imbastendo livelli sonori interessanti, una d’accompagnamento, due linee solistiche che giocano a farsi da contrappunto e la quarta a legare il tutto. Si comincia con “World sick”, seguita da “Texico bitches” e dalla superba “7/4 Shoreline”, forse uno dei pezzi migliori dei BSS. Arrivano poi “Fire eyed boy” e la tirata rock un po’ Motorpsycho (loro però fanno tutto solamente in tre, e questo potrebbe, dico potrebbe, dare da pensare) “Forced to love”. Qui si chiude quella che Drew definisce l’apertura ufficiale del set ed è lo stesso Drew a riportare alla memoria i sei anni passati dall’ultima data in Italia del collettivo canadese. Un amarcord che scalda gli animi e apre alla parte centrale del set. Una parte centrale a dire il vero, un filino troppo lunga e “composta”. I Broken Social Scene sono un piacere da vedere e da ascoltare. L’impressione però è che tutto sia molto ordinato, un po’ freddino anche quando il suono si dilata, i pezzi si allungano e si entra quasi nel campo della jam, con tromba e sax ad accompagnare, eccezion fatta per l’ottima “Meet me in the basement” con cui si chiude la prima parte del set in un crescendo tiratissimo. Tanto che Drew, e finalmente aggiungo io, in piena carica agonistica decreta la fine di quella farsa che è l’uscita della band prima dell’encore. Il buon Kevin si piazza davanti al microfono e non lo molla per un secondo. Piuttosto passeggia ma il palco non lo abbandona mai. Il rientro conta quattro pezzi (in ordine diverso rispetto alla scaletta “rubata” a fine concerto) che con il resto fanno un totale di ventuno. “Looks just like the sun”, “Ibi dreams of pavement / It’s all gonna break” e “Major label debut” (titolo capolavoro) portano a casa game, set e partita. Sinceramente? Sono rimasto piacevolmente colpito, non che ce ne fosse bisogno, dalla quantità e dalla densità dell’intero set milanese dei Broken Social Scene, un collettivo ormai adulto e impossibile da accostare a una qualsiasi band indie. Sanno suonare, lo fanno bene – e tanto – e hanno dalla loro almeno cinque o sei pezzi ben sopra la media. La sensazione di aver assistito a un set con il freno a mano tirato però rimane e mi lascia con la curiosità di sapere come sarebbe stato altrimenti. Viste poi le potenzialità della band, toccate con mano in tutti e ventuno i pezzi in scaletta, un punticino al giudizio finale va tolto. Giudizio che, comunque, non può non essere più che positivo.

(Marco Jeannin)

SETLIST

World sick

Texico bitches

7/4 shoreline

Eye’d boy

Forced to love

All to all

Stars and sons

Cause=time

Sweetest kill

House director

Hotel

Guilty cubicles

Superconnected

Anthems for a 17 year-old girl

Lover’s spit

KC Accidental

Meet me in the basement

Encore

Looks just like the sun

Ibi dreams of pavement / It’s all gonna break

Major label debut

Live Report: Trentemoller @ Magazzini Generali Milano 15/10/10

Ottobre 16th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

La serata non era iniziata troppo bene. Coda all’uscita della tangenziale, lavori che rallentano il traffico anche alle otto di sera quando con tutta la buona volontà pensi che comunque non siamo all’ora di punta e che in qualche modo, forse, te la potrai ancora cavare. Non a Milano: qui è sempre l’ora di punta. E per di più se quelli intorno a te capiscono che hai un pelino fretta, sei spacciato. La mia marcia di avvicinamento ai Magazzini Generali per la seconda data italiana (dopo Roma) di Anders Trentemøller, è stata caratterizzata quindi dalla oramai solita paura di arrivare in ritardo, imbottigliato nel traffico milanese del venerdì. Raggiunti i Magazzini intorno alle otto e mezza, con mio grande stupore mi rendo conto però che non solo non sono in ritardo, ma sembra addirittura che io si a arrivato in anticipo. Nessun teenager che pressa per chissà quale dj set, nessuna coda. Riesco a conquistare la prima linea a ridosso delle transenne senza il minimo sforzo, e a godermi l’apertura dei Chimes & Bells in santa pace in compagnia di una trentina di persone. I Chimes & Bells sono un duo danese guidato dalla bionda Cæcilie Trier che propone un delicato mix di Indie e Alternative sul depresso andante, ma comunque piacevole e ben strutturato. Sul palco pochi strumenti e tanta buona volontà, elemento quanto mai necessario quando ci si ritrova a suonare per pochi intimi. Ad ogni modo l’apertura è più che degna e prepara al set principale del dj e produttore danese di passaggio in Italia per presentare il suo secondo album, “Into the great wide yonder”, pubblicato a maggio di quest’anno. I Magazzini lentamente, ma con costanza,  si riempiono e, quando manca un quarto alle dieci, la capienza è ottimale e il set può avere inizio. Il palco è allestito con una serie di quinte a scomparsa agghindate con delle strisce di stoffa rossa che, una volta posizionate, trasformano il tutto in una sorta di gabbia. E’ attraverso le maglie di questa gabbia che s’intravede l’ingresso della band che accompagna Trentemøller: batteria, basso e chitarra e due vocalist che si alternano anche alle percussioni. In mezzo a tutti si posiziona Anders: capello corto, abito scuro. E scuro è anche il set che per un’ora e trentacinque minuti abbondanti riempie i Magazzini di quel mix di elettronica, trip-hop, indie e perché no industrial che ha fatto e sta facendo la fortuna di questo ragazzo residente a Copenaghen, in attività dal 1997. Le casse pompano, la gente si diverte e in pochissimo si viene catapultati dentro il sound massiccio che arriva dal palco. Un sound decisamente più votato alla componente Techno-Industrial che a quella Trip hop: se su disco il riferimento potevano tranquillamente essere i Portishead, faccia a faccia la sensazione è più quella di confrontarsi con un giovane Trent Reznor (ovviamente fatte le debite proporzioni). La scaletta da par suo si divide tra il vecchio e il nuovo in maniera abbastanza equa, con pezzi come “… Even though you’re with another girl”, “Past the beginning of the end”, “Sycamore feeling” e la stupenda “Tide” (che si candida ad essere uno dei pezzi rivelazione di quest’anno) a rappresentare il nuovo, e dall’altra parte quelle “quasi” vecchie glorie già rodate sul palco, vedi “The very last resort” e la delicatissima “Miss you” accolta con entusiasmo in modo particolare dalla parte femminile (una parte sostanziosa) della platea, o la caricatissima “Silver surfer, ghost rider go!!!”, il pezzo ideale per chiudere in piena carica agonistica il set. Le orecchie dolgono e il tempo per rifiatare è molto poco. L’encore è composto da un pezzo solo, “Moan”, forse la più attesa dal pubblico milanese, la chiusura ideale che permette anche ai più ingessati di sciogliersi quell’attimo e decretare il buon successo della serata. Serata che si chiude poco dopo le undici nell’evidente soddisfazione generale. Tolgo il disturbo con la testa che inizia a farsi sentire e assolutamente colpito dalla bontà del set. Trentemøller versione live è un compendio di elettronica senza troppi compromessi, a tratti cupa, ipnotica e di ottima fattura, che dal vivo si rivela molto più aggressiva di quanto si possa immaginare. La colonna sonora ideale per ribaltare un venerdì sera iniziato non troppo bene.

(Marco Jeannin)

Live Report: Goldfrapp @ Magazzini Generali Milano 07/10/10

Ottobre 8th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Che sarebbe stato un concerto “cool” lo si poteva immaginare, ma non fino a questo punto. Basta pronunciare solamente il nome del gruppo protagonista del concerto ai Magazzini Generali, che si apre un mondo: parlo dei Goldfrapp. Ore 21, via Pietrasanta 14: all’interno del locale una piccola folla è stipata a ridosso del palco, la gente c’è ma si sta comodi. Al piano superiore sono stati già occupati i posti migliori: scendo e mi posiziono tra una varietà di individui a dir poco singolari: tantissimi “fashionisti” (e c’era da aspettarselo), clubber moderati e persone comuni. Le luci si abbassano e il palco comicia a brillare. Salgono i musicisti, due donne e due uomini. E poi arriva lei, Allison Goldfrapp.

Tra lievi scie di vento, riccia che più riccia non si può, vestita con un abito fatto da frange spesse di materiale vinilico, Allison intona le prime note di “Crystalline Green”. La voce della cantante è davvero perfetta, sembra di ascoltare un disco e sul palco è una vera diva. I musicisti non sono da meno, ma di sicuro è lei la regina della serata. Il live prosegue con i brani tratti principalmente da “Head First”, ultimo album della band: ci sono tutti i pezzi più famosi, da “Alive” a “Believe”, e ovviamente “Rocket”, che incendia la pista. Ballano tutti, persino un signore distinto sulla sessantina, uno dei cosiddetti “insospettabili”. Nonostante il volume decisamento basso, l’atmosfera è carica, ed Allison accende gli animi con brani come “Ride a white horse”, “Number one” e la stra-nota “Ooh La La “, che suscita il delirio di molti. Un concerto ben calibrato, tra brani nuovi e meno recenti, un mix tra sonorità ricche di sinth, stile Depeche Mode prima maniera, raffinatezze alla Roisin Murphy ed electro “spinta”, che caratterizza i Goldfrapp dei primi tempi. Il resto dei brani sono estratti da “Black Cherry” del 2003, da “Supernature” del 2005 e da “Seventh Tree” del 2007. Un concerto bello da vedere e da ascoltare, senza effetti secenici particolari, se non le luci e i tre cambi d’abito di Allison che, nell’ordine, è passata dal primo vestito adi un abito color argento dalle balze onnipresenti ad una lunga giacca a frange rosa shocking. Se si chiudevano gli occhi per un istante sembrava di essere in club newyorkese degli anni ‘80 (anche se i Goldfrapp sono inglesi), in cui Grace Jones era la regina assoluta.

Il live si chiude con “Strict machine” e arriva, a malincuore, il momento di tornare a casa. Vado via dai Magazzini con una sensazione di benessere, ma di poca sazietà musicale, aspettandomi forse un concerto un po’ più ricco.  Impossibile, comunque, non restare abbagliati da Allison Goldfrapp (dall’età davvero indefinibile) stasera, una vera e propria regina del dancefloor, degna di competizione con la “material girl” Madonna.

(Rossella Romano)

Setlist
Crystalline Green
Dreaming
I Wanna Life
Number 1
Alive
Believer
Shiny and Warm
Train
Ride a White Horse
Ooh La La

Primo Bis
Little Bird
Hunt

Secondo Bis
Rocket
Strict Machine

Live Report: Black Rebel Motorcycle Club @ Magazzini Generali Milano

Maggio 8th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Solitamente un concerto tende ad iniziare sul presto quando la carne al fuoco è tanta. E reduce dall’ultima tornata italiana dei BRMC, quando il trio formato da Peter Hayes, Robert Levon Been e dall’allora batterista Nick Jago imperversò per due ore e mezza abbondanti nel compianto Rolling Stone, non ho potuto non attribuire alla probabile durata torrenziale del set una partenza così anticipata (e perfettamente puntuale).
Purtroppo quella dei Magazzini Generali si è rivelata una falsa partenza, per due motivi che il ct della nazionale inglese Fabio Capello definirebbe “tecnico-tattici”. Quello tecnico riguarda come sempre la location: “War machine” e “Mama taught me better” sono le due track d’apertura più anonime della storia dei live per mancanza di volume, presa sul pubblico e resa sonora. Il vero concerto inizia solamente con “Red eyes and tears”. Il motivo tattico invece è legato alla setlist che la band di San Francisco propone al pubblico milanese. E pure qui va aperta una parentesi nella parentesi. I pezzi in scaletta sono diciotto. Tenendo conto che la discografia comincia ad essere consistente e che si tratta di una band con un ottimo seguito live c’è da stare abbastanza allegri. Abituati poi come siamo a set indie di un’oretta e poco più, trovarsi di fronte ad un vero live fa tirare finalmente un sospiro di sollievo. Il primo problema però nasce quando ti accorgi che per una band come i BRMC diciotto pezzi in realtà non sono molti (basta spulciare le scalette delle date precedenti del tour in corso, con picchi addirittura di trenta), che in un’ora e mezza scarsa tutto si chiuderà e che probabilmente la colpa è dovuta al fatto che il venerdì sera ai Magazzini bisogna fare le cose abbastanza di fretta perché poi c’è da lasciare spazio al dj set. Questo non può che incidere sulla scaletta che viene immancabilmente tagliuzzata alla bene e meglio lasciando fuori pezzi come “Shuffle your feet” e “Love burns”, tanto per citarne un paio. Questo da un lato. Dall’altro è stranissimo vedere snocciolati i pezzi spacca platea, quelli che hanno fatto la fortuna del gruppo, tutti concentrati nella parte centrale del set lasciando poi inizio e fine concerto a momenti trascurabilissimi.
Dopo i primi tre pezzi che ho già accennato, arrivano la titletrack dell’ultimo lavoro “Beat the devil’s tattoo” seguita da “Bad blood” e dall’amatissima “Ain’t no easy way”, un pezzo che sebbene semiacustico riesce comunque a mandare in delirio le prime file, evidentemente vogliose di qualcosa che li scuota fino alle fondamenta. E i più esagitati dovranno attendere la conclusione di “Aya”, pezzo nuovo e molto interessante, prima di dare fuoco alle polveri con la doppietta “Berlin”/“Weapon of choice” direttamente dall’ottimo “Baby 81”. E pure qui la povera “Berlin” patisce la mancanza di chitarra e voce, perse chissà dove nel mixer dei Magazzini. “Annabel Lee” è la camomilla che precede l’inno travolgente “Whatever happened to my rock n’ roll” che la band si ostina a piazzare a metà set, evidentemente fuori posto (e penso al finale…). “Mercy”, “Conscience Killer” (ottima), “Six barrel shotgun” e “Spread your love” sono il poker finale prima dell’encore. Un rientro assolutamente inutile e trascurabile: “Stop”, “Shadows keeper” e “Open invitation” non servono praticamente a nulla se non a rimpinguare la scaletta che ha già dato quello che doveva dare. La gente non salta, non partecipa e il concerto si chiude inevitabilmente in calando. Un concerto che messo così sembra peggiore di quello che in realtà è stato. C’è da dire che per come si pone il duo (perché dai, la batteria di Leah Shapiro non fa testo), la sensazione è sempre quella che siano in tour per farti un piacere. Ma fa parte della loro immagine da bei tenebrosi e lo capisco, anche se devo ammettere che Been sembrava realmente annoiato. Quando però si rimboccano le maniche, i BRMC sanno come fare le cose per bene, e il risultato è un rock stoner arcigno che entra fino alle ossa e ci rimane. I dettagli (e che dettagli) però fanno la differenza tra un concerto memorabile e uno anonimo. Visto poi come ci avevano abituato, il disappunto è ancora più marcato. Non mi sembra però il caso di farne una colpa alla band. Se alle dieci e mezzo sono già in auto sulla via del ritorno non è certo per colpa loro…

(Marco Jeannin)

Live Report: Hot Chip @ Magazzini Generali Milano 18/03/10

Marzo 22nd, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Non si fatica a credere al sold out degli Hot Chip ai Magazzini Generali. Fanno indie elettronica, tanto basta a garantire un’affluenza ed un interesse ben oltre la norma in questo periodo.
I Magazzini si riempiono (sopra e sotto) di persone che hanno un gran voglia di ballare e la serata prende immediatamente la piega sperata quando Alexis Taylor (il più acclamato in assoluto) e compagnia prendono posto sul palco verso le nove e quaranta. Quella di Milano è l’ultima data del tour degli Hot Chip prima dell’estate, bene o male tutti si aspettano qualcosina di più che la solita routine. Si attacca con “Hand me down your love” e “Thieves in the night”: le casse pompano a livelli più che accettabili, le prime file reagiscono all’iniezione di elettronica e la quasi totalità dei Magazzini inizia a ballare senza sosta. Fa molto caldo, ma questo non scoraggia i più arditi a tenere il cappuccio delle (coloratissime) felpe ben piazzato in testa. Il prototipo del modaiolo elettro pop prevede più o meno pantaloni a sigaretta, scarpe alla “ritorno al futuro”, occhiali con montatura color pastello e maglietta a righe sotto una giacca con le maniche rimboccate. Esattamente il pubblico del giovedì all’interno del locale milanese.
Gli Hot Chip fanno moda, sono di moda almeno tanto quanto la loro musica. Ecco spiegato il sold out e cotanto entusiasmo: non è altro che il loro momento. Il set prosegue carico per quasi un’ora e venti. Arrivano “One pure thought”, “Brothers” e la bella “One life stand” prima di “Over and over”, il pezzo che fa da spartiacque tra la prima parte del concerto e la seconda, fomentando ancora di più se possibile gli entusiasmi di una platea che le conosce davvero tutte. Per chi non è troppo ferrato con il genere, il concerto non può che essere comunque piacevole ed interessante. Gli Hot Chip funzionano meglio live che su disco, hanno il doppio del carattere e fanno divertire. Il finale prevede “Alley cats”, “Take it in”, “Boy from school” e la bellissima “We have love”, uno dei pezzi più interessanti dell’intero lotto che lancia la volata ad una versione dilatata di “Hold on” per il tripudio generale di tutti i presenti in evidente alterazione alcolica. Poca pausa prima del rientro. Non mancano i saluti di rito da “fine del tour”, ma la band a parte questo non si concede con troppe chiacchiere. Tre pezzi per chiudere. “I feel better” permette di riscaldarsi dopo l’interruzione, “No fit state” invece vince la palma d’oro di migliore pezzo della serata con quel suo crescendo travolgente. Accolta un po’ più freddamente, ma solo perche il “tunz-tunz” è più delicato e il pezzo un pelino più fine. “Ready for the floor” è il classicone che chiude definitivamente il concerto di Milano nel tripudio generale. Tutti contenti, soddisfatti e molto sudati. Come ho già detto vedere gli Hot Chip live è molto interessante, vuoi per la carica inattesa oppure per l’affetto che la gente trasmette in diretta. E’ senza dubbio il loro momento: vedremo quanto dura.

(Marco Jeannin)

Live Report: Bloody Beetroots @ Magazzini Generali Milano 25/02/10

Ffebbraio 26th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

E’ possibile che il pubblico riesca a rovinarti un concerto? Già, perchè di concerto si trattava, ma evidentemente la maggior parte del giovanissimo pubblico (l’età media senza esagerare sarà stata sui 18 anni) che affollava ieri sera i Magazzini Generali di Milano non l’ha capito.
Il dubbio si instilla nella mia mente fin dall’ingresso dove scopro che per entrare si deve essere in lista e aver prenotato l’ingresso alla serata tramite i pr, in classico stile italian-disco.
Ok Bloody Beetroots sono un fenomeno nuovo, di musica elettronica, ma lo spirito del disco d’esordio “Romborama” non mi sembrava questo, anzi sono quasi certo che non è questo: Bob Rifo (il titolare del progetto) viene dal punk, è un ammiratore di fumettisti “ribelli” come Tanino Liberatore e ha mostrato in più di un’intervista di essere una persona acuta. Insomma cosa c’entra tutto questo con molta della gente che c’è stasera ai Magazzini Generali?
Poco: molti sono qui perchè la musica di Bloody Beetroots adesso “spacca”, i ragazzini possono fare casino coi soldi di papà e come recita la maglietta di uno di loro “essere presi bene al 100%”. Forse anche grazie ad un aiutino chimico.
Impossibilitato a consolarmi con una birra (qualsiasi consumazione costa 8 euro), attendo l’inizio del set che arriva alle 23,20. Devo ammettere che quando le luci si spengono, la nebbia avvolge il palco, le urla del pubblico coprono tutto con un grande boato, l’atmosfera è davvero eccitante. Si fa fatica a riconoscere quanti sono i Bloody Beetroots: sembrano in tre in questa nuova versione live che si chiama Death Crew 77, non più un dj set, ma una vera band per un vero concerto.
Si salta e si balla con i mascherati Bob Rifo e soci (che faremo fatica a vedere per tutto il concerto a causa di uno studiato gioco di fumo e di luci), non c’è che dire: i Bloody sanno come si fa, con i loro potenti sbalzi alla Justice e Daft Punk. “Warp 1.9” è una bomba. Il concerto ogni tanto vira verso il rock puro ed anche sul punk tanto caro a Bob, prima di tornare all’electro quasi techno.
Sarebbe stato un gran bel concerto se si fosse potuto vedere, ballare e anche pogare. Per l’ultima opzione si può andare nelle prime file per il resto si può andare…fuori visto che la gente non sta ferma un secondo in qualsiasi parte del locale: attenzione non intendo che balla e salta, intendo decine e decine di persone che continuano a spostarsi, senza tregua. Il fastidio è alle stelle:non posso ballare, fatico ad ascoltare e sono continuamente urtato da spintoni e ragazzini ubriachi (beati loro che se lo possono permettere!).
Cedo ed esco. Mi spiace Bob, magari verrò a sentirti da qualche parte, all’estero, visto il super tour mondiale che stai per intraprendere. Peccato farsi rovinare un concerto carico ed esplosivo da un pubblico così.
Non me ne vogliate ragazzi, forse sto solo invecchiando.

(Ercole Gentile)

Live Report: Mastodon @ Magazzini Generali Milano 04/02/10

Ffebbraio 5th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Dopo diverse apparizioni italiane in festival (Jammin’ Festival 2007, Gods of Metal 2009) e come spalla (a Tool e Metallica, ad esempio), i Mastodon tornano nel Belpaese per la prima volta come headliner. E decidono di far cominciare il loro tour europeo proprio da qui.
“Crack the skye”, il loro ultimo disco, ha conquistato davvero tutti. Diciamo più che altro che ha allargato il bacino di utenza della formazione di Atlanta: il quarto album è stato infatti un lavoro meno metal, più progressive/psichedelico, avvicinando ai Mastodon anche orecchie meno abituate al genere.
I Magazzini Generali sono una location piuttosto inusuale per il pubblico metal, ma per una volta dobbiamo dire che il sound è stato quasi impeccabile: ci volevano le chitarre toste dei Mastodon a raddrizzare l’acustica del locale milanese.
Dopo il set degli onesti Totomoshi, alle 21,30 scatta l’ora dei Mastodon. Più barbuti e baffuti che mai in prima linea ecco Brent Hinds (chitarra,voce), Bill Kelliher (chitarra, voce) e Troy Saunders (basso, voce). Alle loro spalle il batterista rasato Brann Dailor ed un tastierista aggiunto per l’occasione.
La prima parte del concerto è tutta dedicata al bellissimo ultimo album, eseguito tutto di un fiato come un concept-album vuole. La miscela di energia e psichedelia, chitarre grezze e assoli da signori musicisti rendono l’atmosfera perfetta, così come i video lisergici proiettati alle loro spalle.
Ci si perde nei meandri del loro mondo parallelo, soprattutto nei saliscendi sonori della splendida “The czar”, ma anche nella title-track o nelle sfuriate di “The last baron”.
I Mastodon lasciano il palco infuocato e tornano pochi minuti dopo per dargli il colpo di grazia con brani più violenti ed aggressivi tratti dai loro precedenti dischi: ci sono “Where strides the behemoth”, “Mother Puncher” e “March of the fire ants” dal loro debutto del 2002 (“Remission”), “Iron tusk” e “Aqua dementia” da “Leviathan”, e “Cyrcle of Cysquatch” da “Blood mountain”.
Insomma quello dei Mastodon è un concerto che ha lasciato il segno: un’ora e venti potente sognante, convincente. Così si fa.

(Ercole Gentile)

SETLIST

01. Oblivion
02. Divinations
03. Quintessence
04. The Czar
05. Ghost Of Karelia
06. Crack The Skye
07. The Last Baron

08. Circle Of Cysquatch
09. Aqua Dementia
10. Where Strides The Behemoth
11. Mother Puncher
12. Iron Tusk
13. March of the Fire Ants

Live Report: Ian Brown @ Magazzini Generali Milano 19/01/2010

Ggennaio 20th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Il sottoscritto ha un colpa, ed è meglio dirla subito: una conoscenza non strabiliante degli Stone Roses, band fondamentale della scena musicale inglese a cavallo tra fine Ottanta e primi Novanta, fautrice di una innovativa fusione tra rock, pop e dance. Insieme agli Happy Mondays formarono la cosidetta scena di Madchester.
Da lì l’influenza su tutta la scena brit-pop che nascerà a breve, Oasis in testa (anche come movenze e attitudine).
Conscio comunque dell’importanza che Ian Brown, il leader degli Stone Roses, ha avuto nella storia della musica degli ultimi venti anni, decido di andare a sentire la sua esibizione milanese, convinto anche dall’ascolto dell’ultimo discreto disco solista “My way”.
In Inghilterra Ian è praticamente un idolo, i suoi concerti sono stracolmi e appena può il Festival di Glastonbury lo ingaggia per esibirsi.
In Italia non sono in molti invece i presenti alla sua unica data italiana ai Magazzini Generali, il locale fatica a riempirsi e nelle prime file a urlare e sbraitare ci sono alcuni alticci connazionali di Ian.
Il concerto comincia che sono quasi le 22. L’ex Stone Roses è accompagnato dalla sua band composta da un batterista, un chitarrista, un tastierista (ed effetti), un bassista ed un percussionista.
Il sound è pieno, la fusione tra rock ed elettronica crea una psichedelia dalla quale è difficile sfuggire. Ian sul palco ha le classiche e sfacciate movenze che da anni lo rendono unico (anzi, anche imitato, vedi un certo Liam Gallagher), l’unico problema è la voce e questa volta la rinomata cattiva acustica dei Magazzini non c’entra. Già perchè Ian dal vivo canta proprio così, stona a ripetizione, non ne azzecca una che sia una: agli inglesi non importa (basta cercarsi alcuni video su YouTube per vederli comunque in visibilio), ma a noi un po’ si, evidentemente. Non sono l’unico insofferente infatti, i pareri attorno a me sono tutti simili e dispiace perchè le sonorità, l’atmosfera e lo stesso Ian sono davvero coinvolgenti.
Però quando uno ti stona per un’ora e mezza nelle orecchie infastidisce. Che si chiami Ian Brown o meno. Il rispetto rimane, la gente al concerto un po’ meno.

(Ercole Gentile)

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol