Live Report: Darkstar @ Circolo Magnolia, Milano 14/02/13
Ffebbraio 16th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Dieci pezzi inclusa l‘intro; cinquanta minuti di elettronica, ombre, synth, drum machine, controluce, fumo. Questi i Darkstar al Circolo Magnolia in una gelida serata di metà febbraio. San Valentino.
James Buttery, Aiden Whalley e James Young: un nuovo album uscito da poco da portare sul palco, l’affascinante “News from nowhere”, il primo pubblicato con la Warp dopo l’ottimo esordio “North” del 2010 targato Hyperdub. Il trio londinese negli ultimi tre anni ha suonato, suonato e suonato. Girato i club di mezzo mondo portandosi appresso quel mood elettronico generato dall’impasto di atmosfere che ricordano tutti, ma che solo riunite sotto il marchio Darkstar trovano il giusto equilibrio. Un equilibrio scuro che la nuova, tanto attesa prova in studio non ha intaccato, e che la data al Magnolia ha fatto risplendere in tutta la sua luce: quando si dice “il destino nel nome”. Cinquanta minuti in totale dunque, vissuti in modo particolarmente intenso, dal primo attacco all’ultima pausa, dalla piccola ma attenta platea del circolo milanese. La durata ideale: sul palco l’impressione è che le cose, tutte le cose, abbiano trovato la giusta collocazione. Il sound ormai è sicuro, pieno, cupo ma ricco di tante sfumature che la nuova prova in studio (in modo particolare) ha portato in dono; nelle prime file si bisbiglia il nome degli Animal Collective, specialmente durante la prima parte del live, quella più variopinta, vedi “Armonica” e l’ottima “Amplified ease” per dirne due. Poi tocca alla discesa; le luci si attenuano e la macchina del fumo inizia a lavorare a pieno regime. Dei Darkstar è percepibile solo la silhouette, scontornata dalle luci al neon che sullo sfondo, lentamente, cambiano di tonalità passando dal viola acceso al blu scuro, al rosso fuoco. E non è un caso che la seconda parte del live (diciamo da “You don’t need a weatherman” in poi) sia quella, a tutti gli effetti, da ricordare: a questa musica serve il tempo necessario per prendere corpo all’interno di chi la ascolta, ma soprattutto di chi la suona. Chiamiamolo riscaldamento, che in serate così ci può anche stare. Ecco quindi che “Timeaway”, e soprattutto la doppietta “Deadness”/“Hold me down”, sparate in sequenza, trascinano a forza il set ad un livello superiore. E non mi riferisco solamente al crescendo, impeccabile e seducente, con cui sono impreziositi questi pezzi nella loro veste live. E’ proprio il vedere come l’uno, “Deadness”, preso da “North”, sia il trampolino di lancio ideale per gli otto minuti di “Hold me down”, traccia di chiusura del nuovo “News from nowhere”. Due pezzi legati da un rapporto stretto di causa ed effetto che la dicono lunga sul percorso intrapreso dal trio londinese. I Darkstar visti al Magnolia sono una band già eccellente ma con un potenziale enorme. Siamo ancora agli inizi, sia ben chiaro: per quanto due dischi oggi siano già tanti nella maggior parte dei casi, non lo sono in questo. I Darkstar evidentemente ci tengono a preparare le cose con calma ed estrema cura, e mi riferisco sia agli album che ai live; servirà tempo per vederli fiorire ma viste le premesse c’è di che stare felici. Qualche appunto per chiudere? A mente fredda si pensava a quanto il live milanese avrebbe potuto essere “ancora meglio” se, ad accompagnare la musica, la band avesse previsto anche dei visual. Effettivamente non avrebbero stonato, tant’è che la contemporanea proiezione in sottofondo di “Microcosmos” (documentario naturalistico del 1996 di Claude Nuridsany e Marie Pérennou) sugli schermi del Magnolia, ha contribuito non poco, con i suoi insetti e altri invertebrati, a creare una certa atmosfera. C’è andata bene ma va anche detto che, con pezzi di questo genere in scaletta, a fornire i visual provvede la mente di chi ascolta. Bastano cinque minuti.
P.s. Spezziamo una lancia in favore dell’apertura allucinante di Larry Gus. Vero nome Panagiotis Melidis, Gus è un produttore greco ma milanese d’adozione. Prende il palco in solitaria alle dieci e mezzo in punto, si piazza senza batter ciglio dietro alle macchine e per quarantacinque minuti non molla la presa, letteralmente posseduto da una frenesia inarrestabile. Un pazzo “unleashed”. E i suoi pezzi non sono neanche male. Da tenere d’occhio.
(Marco Jeannin)
“Intro”
“Armonica“
“Gold”
“Amplified ease”
“Young hearts”
“You don’t need a weatherman”
“A day’s pay for a day’s work”
“Timeaway”
“Deadness”
“Hold me down”
Mariam Wallentin e suo marito Andreas Werliin girano per il Magnolia in attesa dell’inizio del set. Poca gente, atmosfera rilassata, serata tranquilla. Sul maxi schermo danno il secondo tempo di Barcellona – Real Madrid e, vista la mancanza di un banchetto del merchandising, tanto vale buttare un occhio alla partita. Nessun opening act da registrare, nemmeno i
Qualcuno deve aver detto ai
Greg Dulli è per molti un vero idolo. La giovinezza di tanti, tra cui il sottoscritto, è stata segnata indelebilmente da un uso vorace dei dischi degli
James Allan chiede scusa al nutrito pubblico milanese del Magnolia per la mezz’ora di ritardo con cui sale sul palco: “Scusatemi, è colpa mia, sono in ritardo”. Il perché non si conosce, ma basta la sua presenza a far tacere i fischi di una platea sullo spazientito andante. Allan è cool, i
Quando i texani
