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Live Report: Darkstar @ Circolo Magnolia, Milano 14/02/13

Ffebbraio 16th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Dieci pezzi inclusa l‘intro; cinquanta minuti di elettronica, ombre, synth, drum machine, controluce, fumo. Questi i Darkstar al Circolo Magnolia in una gelida serata di metà febbraio. San Valentino.

James Buttery, Aiden Whalley e James Young: un nuovo album uscito da poco da portare sul palco, l’affascinante “News from nowhere”, il primo pubblicato con la Warp dopo l’ottimo esordio “North” del 2010 targato Hyperdub. Il trio londinese negli ultimi tre anni ha suonato, suonato e suonato. Girato i club di mezzo mondo portandosi appresso quel mood elettronico generato dall’impasto di atmosfere che ricordano tutti, ma che solo riunite sotto il marchio Darkstar trovano il giusto equilibrio. Un equilibrio scuro che la nuova, tanto attesa prova in studio non ha intaccato, e che la data al Magnolia ha fatto risplendere in tutta la sua luce: quando si dice “il destino nel nome”. Cinquanta minuti in totale dunque, vissuti in modo particolarmente intenso, dal primo attacco all’ultima pausa, dalla piccola ma attenta platea del circolo milanese. La durata ideale: sul palco l’impressione è che le cose, tutte le cose, abbiano trovato la giusta collocazione. Il sound ormai è sicuro, pieno, cupo ma ricco di tante sfumature che la nuova prova in studio (in modo particolare) ha portato in dono; nelle prime file si bisbiglia il nome degli Animal Collective, specialmente durante la prima parte del live, quella più variopinta, vedi “Armonica” e l’ottima “Amplified ease” per dirne due. Poi tocca alla discesa; le luci si attenuano e la macchina del fumo inizia a lavorare a pieno regime. Dei Darkstar è percepibile solo la silhouette, scontornata dalle luci al neon che sullo sfondo, lentamente, cambiano di tonalità passando dal viola acceso al blu scuro, al rosso fuoco. E non è un caso che la seconda parte del live (diciamo da “You don’t need a weatherman” in poi) sia quella, a tutti gli effetti, da ricordare: a questa musica serve il tempo necessario per prendere corpo all’interno di chi la ascolta, ma soprattutto di chi la suona. Chiamiamolo riscaldamento, che in serate così ci può anche stare. Ecco quindi che “Timeaway”, e soprattutto la doppietta “Deadness”/“Hold me down”, sparate in sequenza, trascinano a forza il set ad un livello superiore. E non mi riferisco solamente al crescendo, impeccabile e seducente, con cui sono impreziositi questi pezzi nella loro veste live. E’ proprio il vedere come l’uno, “Deadness”, preso da “North”, sia il trampolino di lancio ideale per gli otto minuti di “Hold me down”, traccia di chiusura del nuovo “News from nowhere”. Due pezzi legati da un rapporto stretto di causa ed effetto che la dicono lunga sul percorso intrapreso dal trio londinese. I Darkstar visti al Magnolia sono una band già eccellente ma con un potenziale enorme. Siamo ancora agli inizi, sia ben chiaro: per quanto due dischi oggi siano già tanti nella maggior parte dei casi, non lo sono in questo. I Darkstar evidentemente ci tengono a preparare le cose con calma ed estrema cura, e mi riferisco sia agli album che ai live; servirà tempo per vederli fiorire ma viste le premesse c’è di che stare felici. Qualche appunto per chiudere? A mente fredda si pensava a quanto il live milanese avrebbe potuto essere “ancora meglio” se, ad accompagnare la musica, la band avesse previsto anche dei visual. Effettivamente non avrebbero stonato, tant’è che la contemporanea proiezione in sottofondo di “Microcosmos” (documentario naturalistico del 1996 di Claude Nuridsany e Marie Pérennou) sugli schermi del Magnolia, ha contribuito non poco, con i suoi insetti e altri invertebrati, a creare una certa atmosfera. C’è andata bene ma va anche detto che, con pezzi di questo genere in scaletta, a fornire i visual provvede la mente di chi ascolta. Bastano cinque minuti.

P.s. Spezziamo una lancia in favore dell’apertura allucinante di Larry Gus. Vero nome Panagiotis Melidis, Gus è un produttore greco ma milanese d’adozione. Prende il palco in solitaria alle dieci e mezzo in punto, si piazza senza batter ciglio dietro alle macchine e per quarantacinque minuti non molla la presa, letteralmente posseduto da una frenesia inarrestabile. Un pazzo “unleashed”. E i suoi pezzi non sono neanche male. Da tenere d’occhio.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Intro”

Armonica

Gold”

Amplified ease”

Young hearts”

You don’t need a weatherman”

A day’s pay for a day’s work”

Timeaway”

Deadness”

Hold me down”

Live Report: Wildbirds & Peacedrums @ Magnolia, Milano 03/05/11

Maggio 4th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Mariam Wallentin e suo marito Andreas Werliin girano per il Magnolia in attesa dell’inizio del set. Poca gente, atmosfera rilassata, serata tranquilla. Sul maxi schermo danno il secondo tempo di Barcellona – Real Madrid e, vista la mancanza di un banchetto del merchandising, tanto vale buttare un occhio alla partita. Nessun opening act da registrare, nemmeno i Dodos che pure stanno suonando in quel di Milano, più precisamente al Rocket, e che divideranno il palco con i Nostri durante le prossime date italiane. Non stasera: in cartellone ci sono solamente i Wildbirds & Peacedrums. Loro, marito e moglie, sembrano non curarsi troppo della forma e, in silenzio, salgono sul palco interno del circolo milanese per dare inizio al set intorno alle undici. Dieci i pezzi in scaletta, in pratica tutto l’ultimo “Rivers” ma con i brani presentati in ordine differente rispetto alla tracklist originale del disco. Disco che, per la cronaca, è la summa di due Ep, “Retina” e “Iris”, pubblicati separatamente nel 2010 e uniti più tardi in un unico supporto. L’attacco è notevole, con l’ottimo singolo “Bleed like there was no other flood” qui leggermente riarrangiato rispetto alla versione originale e “fuso” con le successive “Tiny holes in this world” e “Under land and over sea” in un unico pezzo della durata approssimativa di venti minuti. In altre parole una discesa vertiginosa nei meandri di un suono scuro, giocato interamente sulle percussioni (batteria, xilofoni, kalimba, steel drum e via dicendo) amalgamate in un background sintetico d’accompagnamento (il duo in versione live diventa trio con l’aggiunta di una tastiera e di un synth) e impreziosito dalla voce ipnotica di una stupenda Mariam, questa sera di blu vestita. Musica sperimentale, a tratti spigolosa, spiritualmente affine a Björk (vere anime gemelle) e al trip hop (dei Portishead di “Third”?), ma meno elettronica e più soul. Una formula vincente, un flusso continuo, fluido e costante, con qualche esplosione più ruvida negli assoli/coda di Andreas alla batteria, vere improvvisazioni accompagnate fedelmente da Mariam che spesso abbandona il microfono per cantare a bordo palco, rivolgendosi direttamente a una platea ammutolita come per esempio nello stupendo finale per sola voce di “Tiny holes in this world”. Da “Under land and over sea” in poi la faccenda si fa più tradizionale, i pezzi vengono separati diventando così più riconoscibili. Ottime “The well”, “Fight for me” e una densa “Peeling off the layers” a fare da chiusura dopo quaranta minuti abbondanti di set. Finale in crescendo che strappa applausi entusiasti a tutti i presenti, riportando i tre (un filo imbarazzati) sul palco per “The wave” che chiude la serata dopo quasi un’ora di musica. Le prime impressioni a caldo sono tutte per Mariam: impossibile non innamorarsi di lei almeno sei o sette volte nel giro di venti minuti. Poi, pensandoci bene, è dei Wildbirds & Peacedrums nella loro interezza che è impossibile non innamorarsi. Sarà per il sound, per le idee, per l’atmosfera che sanno creare o molto più semplicemente per la bellezza dei pezzi. La verità è che il set di Milano è stato una vera chicca, loro sono assolutamente fenomenali e l’unica pecca è stata non poter spendere qualche soldo acquistando il minimo indispensabile in questi casi. Che ne so, i tre album, gli Ep, gli Lp, i singoli, la maglietta, la felpa, il poster, la spilla, gli adesivi…

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Bleed like there was no other flood”

“Tiny holes in this world”

“Under land and over sea”

“The lake”

“The well”

“Fight for me”

“The Drop”

“The course”

“Peeling off the layers”

Encore

“The wave”

Live Report: Chapel Club @ Magnolia, Milano 07/04/11

Aprile 8th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Qualcuno deve aver detto ai Chapel Club che la data del Magnolia sarebbe stata deserta. Si aspettavano un paio di persone al massimo, niente di più. E invece di gente ne è venuta. Non tantissima, ma abbastanza da stupire piacevolmente Lewis Bowman, colpito dall’affluenza e dall’affetto che Milano ha riservato alla band londinese. Affetto ben riposto aggiungerei, vista la qualità del set proposto. Li avevamo lasciati a settembre all’I-Day di Bologna, persi sull’enorme palco a scaldare il pomeriggio giusto prima degli Arcade Fire, e li ritroviamo in un piccolo circolo milanese, finalmente a loro misura. I Chapel Club sono una band nuova, girano da due o tre anni, e il primo album “Palace” è stato pubblicato solamente un paio di mesi fa. Eppure la sensazione è che di loro si senta parlare già da un pezzo, e sembra di aver a che fare con una band esperta e non all’esordio, come, di fatto, è. Una band già al netto di una gavetta oramai assodata, fatta di singoli, pubblicazioni, live e via dicendo, supportata da un costante aggiornamento di stato attraverso i vari social networks ufficiali, vedi Twitter (“Wonderful to be in Milan again. We even have a “favourite” restaurant!”) e Facebook tanto per citarne due. Insomma, se una fan base solida esiste, è perché la band se l’è coltivata amorevolmente fin dal principio, si sono fatti conoscere a dovere e con costanza e adesso possono raccogliere i frutti di tutto questo lavoro. Non c’è da stupirsi allora per le affluenze “inattese”, almeno tanto quanto non c’è da recriminare per un set di quarantacinque minuti visto che è comunque di un esordio che stiamo parlando. Sul palco poi i cinque ragazzi inglesi si sono comportati egregiamente: suono pulito e preciso per un’ottima resa live. I Chapel Club dal vivo suonano esattamente come su disco, e per una volta va preso come un complimento. L’atmosfera è densa e si respira effettivamente aria di Smiths (con Bowman a fare il piccolo Morrissey) e Jesus and Mary Chain. Una bella conferma, forse l’ultima che mancava per convincere definitivamente della bontà del progetto. Complimenti quindi alla voce caldissima e suadente di un Bowman gradevolmente sornione e complimenti alla sezione ritmica batteria/basso di Rich Mitchell e Liam Arklie, veri protagonisti del suono dei Chapel Club, spina dorsale a sostegno dei riverberi chitarristici di Michael Hibbert e Alex Parry. Tanta qualità sparsa in tutti e dieci i pezzi in scaletta, partendo da “Surfacing”, e passando per le ottime “Roads” e “Bodies” pescate dall’ep “Wintering” (vinile in vendita al banchetto per la modica cifra di cinque euro!), fino ai due episodi migliori di tutto il set, “All the easter girls”, già convincente su disco, e la meravigliosa “The shore”, indicata da Bowman come “la mia preferita in assoluto” e oggettivamente una spanna sopra tutti gli altri pezzi in lista. La band rinuncia al siparietto dell’uscita e rientro per completare il set tutto in un colpo. Mossa azzeccata che chiude la serata intorno alla mezzanotte. Avrebbero potuto suonare qualche pezzo extra? Forse, ma per questa volta va benissimo così. Una serata di (ottime) conferme dunque, per una band in palla e meritevole di elogi. Siamo lieti di poter comunicare ufficialmente che i Chapel Club, da oggi, sono abili e arruolati nel novero di quelle band da cui è lecito aspettarsi grandi cose.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Surfacing”

“Blind”

“Roads”

“Fine light”

“O maybe I”

“Bodies”

“Paper thin”

“All the eastern girls”

“Five trees”

“The shore”

Live Report: Twilight Singers @ Magnolia, Milano 06/04/11

Aprile 7th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Greg Dulli è per molti un vero idolo. La giovinezza di tanti, tra cui il sottoscritto, è stata segnata indelebilmente da un uso vorace dei dischi degli Afghan Whigs, ascoltati in ogni dove, sempre e comunque, consumati fino all’osso dalla prima all’ultima nota. Oggi, più grandicelli, si sbranano con la stessa voracità i dischi dei Twilight Singers (tra cui il recente nuovo lavoro “Dynamite steps”) benché con spirito diverso. Non ci sono più le chitarre taglienti di Rick McCollum, ma la voce è sempre la stessa, i crescendo sono ancora potenti, le melodie assassine. Greg Dulli arriva al Magnolia intorno alle nove, attraversa il parco e lo incrocio mentre faccio due passi di fianco alla biglietteria. Tenuta nera, trolley d’ordinanza e carisma anche quando dorme. “Hello”. Mi saluta, lo saluto, stretta di mano. Grazie Greg. Che poi non è questa gran cosa fuori dal comune. Oddio, è comunque il “signor Afghan Whigs”, ma di recente è diventato anche il signor “amico di Manuel Agnelli”, e di discese nel nostro paese ne abbiamo registrate parecchie. E’ uno di casa, si trova bene a Milano e non manca di ricordarlo appena salito sul palco del Magnolia, intorno alle undici e dieci. Con lui ci sono Dave Rosser alla chitarra, Rick Nelson al violino, Scott Ford al basso e Greg Wieczoreck alla batteria. E Manuel Agnelli appunto, leader degli Afterhours e milanese doc che non disdegna di ammazzare un mercoledì in compagnia di buoni amici. Il Magnolia è pieno (fin troppo) e già sufficientemente caldo per la buona esibizione dei Mad Martigans sul palco interno. Mezz’oretta buona di alternative, un po’ post/math rock e un filino grunge, accolta con entusiasmo da chi non è preso dal finale di Chelsea-Manchester proiettato sugli schermi del circolo Arci. Nessuna distrazione invece per il main act. Diciannove pezzi in scaletta per i Twilight Singers, un’ora e mezza di musica. Dulli attacca con “Last night in town”, “Fat city” e la bella “Gunshot”. Qualche problema d’intonazione, un paio di stecche e finalmente il live ingrana con “Forty dollars” (con la classica tag di “She loves you” dei Beatles). Manuel Agnelli, nuovamente capellone, se ne resta in disparte a fare da “membro qualsiasi”, prendendosi poi la scena per “I milanesi ammazzano il sabato”. La sua e quella di Dulli sono due voci simili per timbro e intonazione, eppure diverse quando si parla d’interpretazione, con Agnelli più cupo e tormentato, mentre Dulli cavalca i riff di chitarra lasciando trasportare dall’onda a briglia sciolta. Arrivano qui i due momenti migliori del live, una immensa “Too tough to die”, pescata dal repertorio di Martina Topley-Bird, e “Love”. Dulli è uno che sul palco parla, racconta, introduce la band e, cosa graditissima, presenta anche se stesso. Parla delle sue esperienze a Milano, del suo incontro con Agnelli, dell’Italia. Poche parole certo, ma sufficienti a far capire il legame che c’è tra lui e il nostro paese, tra lui e noi. Un legame che si consolida ovviamente sul palco con pezzi come “Get lucky”, “Teenage wristband” e “On the corner”, ultimo singolo in ordine di pubblicazione che precede il ritorno sul palco di Agnelli per “La vedova bianca/My time (has come)”, scritta in Sicilia al tavolino di un bar nel 2005 durante le registrazioni di “Ballate per piccole iene” (di cui Dulli è il produttore). Il set principale si chiude e la band lascia il palco per ritrovarlo pochi minuti dopo, incitando la platea a darci dentro un pelo di più: “Non siete mica di New York! Fatevi sentire, fate i milanesi!”. Finale che nello specifico conta tre pezzi: “The killer”, “Waves” e la bellissima cover di Björk, “Hyperballad”, per una conclusione di grande intensità. Dulli presenta di nuovo la band tra gli applausi convinti del Magnolia, saluta e prende congedo. Un concerto in crescendo, concreto e solido tanto quanto i pezzi che hanno fatto la fortuna dei Twilight Singers, affascinanti e travolgenti anche in versione live. Speravo, pregavo di non restarci male, perché un idolo è pur sempre un idolo, e le delusioni si sa, sono sempre dietro l’angolo. Con un Greg Dulli così però, era praticamente impossibile.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Last city in town”

“Fat city”

“Gunshot”

“She was stolen”

“I milanesi ammazzano il sabato”

“Too tought to die”

“Love”

“Annie Mae”

“Bonnie Brae”

“Get lucky”

“Teenage wristband”

“Candy cane crawl”

“Never seen no evil”

“On the corner”

“La vedova bianca”

Encore

“The killer”

“Waves”

“Hyperballad”

Live Report: Everything Everything @ Magnolia, Milano 22/03/11

Marzo 23rd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Gli Everything Everything si sono fatti notare l’anno scorso con l’album d’esordio “Man alive”. Un disco molto interessante, ottimamente accolto dalla critica (e dal sottoscritto per Rockol), che ha portato la band di Manchester all’attenzione anche di chi non vive di pane e indie tutti i giorni. Anche se di “indie” in senso stretto non stiamo parlando: ci hanno già provato in molti a definire gli Everything Everything, e questa volta, per andare sul sicuro, abbiamo fatto due chiacchiere direttamente con Jeremy Pritchard (basso) e Alex Robertshaw (chitarra) giusto prima del concerto milanese al circolo Magnolia. Li trovo sul tour bus in pieno relax da pre-concerto: Jeremy è molto gentile e disponibile, giochicchia con il portatile e, al mio arrivo, spegne immediatamente il televisore per poi sistemarsi la giacca di pelle, mentre Alex se ne resta defilato a fumare comodamente sul divanetto. “Il tour sta andando molto bene, abbiamo appena fatto quattro date in Germania, una a Vienna e finalmente siamo arrivati in Italia. Non vedevamo l’ora di poter girare per la strada in maglietta”. Nostalgia del bel tempo? “Quando è inverno, sogni di suonare ai festival all’aperto, ma quando hai passato tutta l’estate al sole hai voglia di chiuderti in qualche locale e stare per conto tuo. E’ una specie di ciclo: amiamo suonare per conto nostro tanto quanto con altre band, all’aria aperta”. E in Italia? Jeremy sembra contento di poter suonare nel nostro paese: “Venivo spesso qui da piccolo in vacanza, ho sempre amato la vostra storia (e il cibo, il calcio, le donne…), ma per gli altri è il primo assaggio e sono un po’ nervosi”. Come sono nati gli Everything Everything? “Michael e Jonathan erano vecchi compagni di scuola, mentre io li ho conosciuti all’università. Alex invece faceva parte di un’altra band, ma siamo cresciuti più o meno ascoltando le stesse cose, sai… Radiohead, Nirvana… i Beatles, il pop, il rock, il Jazz, un po’ di tutto. E’ stato abbastanza facile andare d’accordo”. E così è nato il vostro nome. “Probabilmente sì, ma soprattutto ci piaceva molto per il suono e la ritmica nel pronunciarlo, e per le possibilità di dargli ogni volta un significato diverso”. Parlando dei Radiohead e del “metodo” di pubblicazione del loro ultimo album, Jeremy e Alex ammettono che “Non esiste artista vivente che non vorrebbe essere nella loro posizione, fare esattamente quello che vogliono e quando vogliono, come pubblicare un disco nel giro di una settimana, o perché no, di un’ora. Come band siamo felici che qualcuno si stia muovendo in questo senso, in totale libertà, e speriamo un giorno di poterlo fare anche noi”. Anche se poi, aggiungo io, finisce che la maggior parte della gente scarica illegalmente il disco. “Questo è vero, ma è una cosa che capita no? Sappiamo che spesso non è facile procurarsi gli album: in Germania abbiamo incontrato persone che hanno ammesso di aver scaricato illegalmente il nostro disco. Sono le stesse che abbiamo trovato poi al banchetto a comprarsi la copia originale…”. “Man alive” è un disco molto vario e personale, in qualche modo distante dal canone indie contemporaneo. Voi cose ne pensate? “In realtà non ci sentiamo una band indie, se per indie si intende un genere. Siamo più una band indipendente in senso stretto. I testi li scrive Jonathan, e il resto viene in modo naturale, senza pensarci su troppo. La realtà è che ci siamo accorti di avere un “nostro” sound dopo tutti gli altri, e adesso ci siamo dentro fino al collo. Finché i risultati ci soddisfano, rimarremo su questi binari, dopodiché si vedrà. Spesso quando ci chiedono da dove viene il nostro stile, non sappiamo cosa rispondere: è tutto molto più semplice di come sembra, questo è il nostro modo di fare musica e cercheremo di farlo al meglio finché potremo”. Progetti in vista? C’è qualcosa che bolle in pentola? Alex ridacchia: “Bolle è la parola giusta. Sì, stiamo cucinando qualcosa di nuovo, già stasera abbiamo in scaletta un pezzo inedito. Vista la quantità di lavoro che ci stiamo mettendo speriamo di non stracuocerli”. L’ultima domanda riguarda una dichiarazione rilasciata dalla band qualche mese fa, definitasi come la band preferita di “Harry Potter”: “Non so da dove sia uscita questa cosa” risponde divertito Jeremy guardando un Alex sull’incredulo andante. “Credo sia colpa di Jonathan, non ho idea del perché. Forse gli hanno chiesto di descrivere la band a un bambino di otto anni…”. Intorno alle undici e venti li ritrovo sul palco in formazione completa. Jonathan sfoggia una chioma biondo platino e tutti e quattro una bella tutina grigia integrale a mo’ di uniforme. Un’oretta secca di concerto per tredici pezzi in scaletta, in pratica tutto “Man alive” escusa “Two for nero” sostituita da “Hiawatha doomed” (già bonus track su itunes), più la nuova “Kimosabe”. Un set breve, ma intenso. Gli Everything Everything suonano dal vivo come su disco, impresa non facile viste le ritmiche vertiginose, i cambi di tempo e la complessità generale dei pezzi. Bravi loro e peccato per la poca gente del Magnolia, pieno solo per metà probabilmente a causa delle concomitanti date di Peter Frampton alla Salumeria e di Caparezza all’Alcatraz. Ad ogni modo pezzi strepitosi come la tripletta iniziale “Qwerty fingers”, “Schoolin’” e “MY KZ, UR BF” o le acclamate “Come alive Diana”, “Suffraggette suffragette” (accorpata nel finale di prima parte a “Weights”) e la conclusiva “Photoshop handsome” hanno fatto la loro porca figura, confermandosi come tra le cose migliori in assoluto prodotte nel 2010, anche dal vivo. A conti fatti un’ottima presentazione: gli Everything Everything sanno suonare (e cantare) molto bene e lo fanno con estrema naturalezza. I margini di miglioramento sono evidenti, ma si può già intravedere quale potrà essere il futuro della band. In questo senso ottima la nuova “Kimosabe”, un pezzo solido e come sempre complesso, ma più riflessivo e maturo. Che i nostri stessero prendendo sempre più spunto dai Radiohead si era già capito (e dal vivo è quasi palese). Quello che ancora aveva bisogno di essere confermato è che a loro, al contrario di altri, questa operazione riesce particolarmente bene, tanto da far aumentare notevolmente le attese per il nuovo lavoro, a quanto pare già in cantiere.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Qwerty finger”

“Schoolin”

“MY KZ, UR BF”

“Hiawatha doomed”

“Leave the engine room”

“FInal form”

“Come alive Diana”

“NASA is on your side”

“Tin (the man hole)”

“Weights”

“Suffragette suffragette”

Encore

“Kimosabe”

“Photoshop handsome”

Live Report: Glasvegas @ Circolo Magnolia, Segrate (Mi) 14/03/11

Marzo 16th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

James Allan chiede scusa al nutrito pubblico milanese del Magnolia per la mezz’ora di ritardo con cui sale sul palco: “Scusatemi, è colpa mia, sono in ritardo”. Il perché non si conosce, ma basta la sua presenza a far tacere i fischi di una platea sullo spazientito andante. Allan è cool, i Glasvegas sono cool, le magliette bianche con scritta argentata a caratteri cubitali “GLASVEGAS”, beh, anche queste sono cool. E soprattutto chiamano gente. I nostri, dopo un primo album di successo all’attivo, sono pronti a tornare sul mercato con “Euphoric /// Heartbreak \\\”, il classico secondo lavoro che si spera confermi quanto di buono è stato fatto finora. Ecco dunque un bel tour di “prova”, per testare i pezzi dal vivo (come già anticipato a Rockol durante l’intervista pomeridiana) e rodare la nuova formazione che vede Jonna Lofgren alla batteria al posto di Caroline McKay. I Glasvegas del 14 marzo hanno suonato al Magnolia per poco meno di un’ora. Tredici pezzi di cui tre pescati dal disco nuovo: “The world is yours” usato come apertura, “Shine like stars” (senza dubbio la migliore del trio) e “Euphoria take my hand” trainato da una bella cover di “Moon river” (pezzo meraviglioso di Johnny Mercer e Henry Mancini del 1961, cantato da Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany” e vincitore nel ’62 dell’Oscar come miglior canzone). Del vecchio repertorio hanno fatto una bella figura ovviamente “It’s my own cheating heart that makes me cry” (dal vivo forse anche meglio che su disco), la danzereccia “Go square go” (con James Allan a cantare in mezzo alla gente), “Geraldine”, la conclusiva “Ice cream van” e la cover indovinata di “Be my baby” delle Ronettes. Pochi minuti di pausa e rientro con i soli cugini Allan (James e Rab) on stage per “Flowers and football tops” in versione tastiera e voce, prima del finale in crescendo di “S.A.D. Light” e “Daddy’s gone”, in grado quest’ultima di scatenare le ugole di tutti i presenti in cori quasi da stadio. Un set ben oltre le attese, buono il sound, ottima la risposta del pubblico milanese (entusiasta e divertito) e ottima la band sotto tutti i punti di vista: chiudendo un occhio su un paio di stecche del carismatico James Allan, coperte a dovere da basso batteria e chitarra, l’impressione è che i quattro scozzesi siano cresciuti rispetto agli esordi e abbiano finalmente trovato la quadratura del cerchio, in studio e sul palco.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“The world is yours”

“It’s my own cheating heart that makes me cry”

“Shine like stars”

“Polmont on my mind”

“Be my baby” (The Ronettes cover)

“Moon river” (Audrey Hepburn cover)

“Euphoria, take my hand”

“Geraldine”

“Go square go”

“Ice cream van”

Encore:

“Flowers and football tops”

“S.A.D. light”

“Daddy’s gone”

Live Report: Wovenhand @ Circolo Magnolia Milano 29/11/2010

Novembre 30th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Wovenhand al Magnolia, una di quelle date che passano immancabilmente inosservate, ma che spesso riservano più di una sorpresa. Non sono tra le band più conosciute, il Magnolia non è in centro ed è lunedì. Ergo poca gente? Mica vero, anzi. David Eugene Edwards è un personaggio, non ci sono dubbi. Ha fondato i Wovenhand nel 2001 come progetto solista staccandosi dai 16 Horsepower. La creatura è cresciuta e si è trasformata in una band a tutti gli effetti (reclutando membri dai 16 Horsepower stessi…) che nel corso degli anni ha dato alle stampe almeno tre album su otto (tra inediti, colonne sonore e progetti vari) di ottima fattura come “Mosaic”, “Ten stones” e l’ultimo meraviglioso “The threshingfloor”, protagonista come da copione della serata milanese e di questo tour. Per chi non lo sapesse, siamo nel campo del rock psichedelico, spesso virato verso uno stoner pesante e fortemente influenzato da elementi folk e world music, in modo particolare dalle melodie tradizionali nativo americane. Sentire Edwards e compagnia dal vivo è un’esperienza che va dal mistico al trascendentale, uno spettacolo lisergico d’altri tempi che non sarebbe per niente dispiaciuto ai Doors ed ai loro fan. Edwards come Jim Morrison: sciamanico, affascinante, ascetico. Il set dura la bellezza di un’ora e quaranta per un totale di soli tredici pezzi, un conto che rende l’idea delle dilatazioni di ogni singolo momento: suoni prima tesi e poi rilassati, accompagnati dal pestare incessante dei tamburi e della batteria, il tutto immerso in una nebbiolina artificiale ad hoc che rende l’atmosfera particolarmente densa. Il set si apre con una cover dei Joy Divison, “Heart and soul”, tanto per rimanere in tema “poeti maledetti”. Arriveranno poi “Threshing floor” l’arcigna “A holy measure”, assolutamente ipnotica nel suo incedere rarefatto pronto a esplodere in un finale imponente, “His rest”, “Raise her hands” e la conclusiva “Your Russia”. Si fatica a distinguere un pezzo dall’altro, le pause sono rarissime e Edwards non concede tregua alla sua perenne salmodia, scacciando spiriti a mani aperte in trance perpetua. Uno spettacolo che cattura, un sound in cui è facile (e auspicabile) perdersi. L’encore si apre con la ballata “Whistling girl”, uno dei pezzi più attesi della serata, seguita dall’intensa “Winter shaker”, che chiude il tutto esaurendo la quantità di aggettivi attribuibili al suono dei Wovenhand e al carisma del loro leader. E’ molto facile criticare quando i live non sono all’altezza delle aspettative, più difficile rendere giustizia a set ottimi come quello dei Wovenhand al Magnolia. La verità è che quando c’è la sostanza, non si fa caso a dettagli come i piccoli problemini tecnici in avvio o la completa mancanza di comunicazione verbale tra band e pubblico: dopo un’ora e quaranta di musica di questo tipo non m’interessa sapere cosa ne pensa la band di Milano, basta un grazie sincero (di un Edwards provato) nel finale e siamo tutti contenti. Sarebbe bello sentir parlare sempre più spesso dei Wovenhand, anche fuori dalla cerchia degli appassionati più ortodossi, magari un po’ nostalgici. I live, in questo senso, rimangono l’occasione migliore per “diffondere il verbo” e vanno supportati in ogni modo. In un mondo ideale oltre alle magliette con la facciona di Jim Morrison, i teenager dovrebbero girare anche con le t-shirts dei Wovenhand. Magari con il tempo… chissà. Per adesso accontentiamoci di promuoverli a pienissimi voti.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Heart and soul”

Sinking hands”

Threshing floor”

A holy measure”

Raise her hands”

His rest”

Orchard gate”

Kingdom of ice”

The speaking hands”

Tin finger”

Your russia”

encore

Whistling girl”

Winter shaker”

Live Report: Midlake (+ Beach House) @ Circolo Magnolia Milano 13/07/10

Luglio 14th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Quando i texani Midlake vennero a suonare al Rainbow di Milano, nella primavera del 2007, eravamo tra le trenta e le quaranta persone. Pochissimi, ma alla fine tutti soddisfatti del concerto del gruppo americano, reduce dalla pubblicazione del buonissimo secondo album “The trials of Van Occupanther”. Piccola soddifazione, quindi, vedere come questa volta l’attesa per l’esibizione dei Midlake sia decisamente maggiore rispetto ad allora. L’ottima location estiva del Magnolia, all’Idroscalo di Milano, non tracima di gente, ma è abbastanza piena da far contenti tutti: pubblico, organizzazione e band. Questo grazie anche al successo dell’ultimo disco “The courage of the others” che ha riscosso consensi praticamente unanimi, grazie ad un sound indie-folk ancora più compatto.

Ad aprire le danze sono gli attesi Beach House, duo (lui/lei) di Baltimora che con l’ultimo lavoro “Teen dream” ha conquistato numerosi consensi in ambito indie: sul palco sono accompagnati per l’occasione da un terzo elemento. Le atmosfere indie-pop malinconiche e sognanti sono indubbiamente degne di note, ma forse non proprio adatte ad un concerto estivo da birra media in mano. Il set raggiunge l’ora di durata ed alla lunga stanca, tutto sembra ripetersi troppo: decisamente meglio su disco.

Sono quasi le 23,30 quando i Midlake fanno il loro ingresso in campo, schierati in sette e pronti a giocarsi la partita. Si comincia con “Children of the ground” e la band sembra davvero in forma: la voce di Tim Smith è di quelle che entrano sotto pelle e la sua compagine lo segue davvero bene.

La setlist si muove tra le canzoni degli ultimi due dischi, con esecuzioni pregevoli che aggiungono sempre un tocco particolare ai pezzi, non tralasciando anche eccellenti improvvisazioni quasi prog.

Si passa da “Van Occupanther” alla title-track dell’ultimo album, passando per “Rulers, ruling all things”, la splendida “Roscoe” che in molti cantano a squarciagola, “Acts of man”, “Core of nature”, “Bandits” e “Head home”.

Piccola pausa e si riprende per gli ultimi due brani, episodi in cui i Midlake danno il massimo e ringraziano il pubblico per il calore: “Fortune” e la bellissima “Branches”.

Insomma, i Midlake hanno saputo regalare un buon concerto ad un accaldata Milano, anche se forse far durare meno il set dei Beach House e far cominciare il set un pochino prima avrebbe aiutato. Ma va bene anche così.

(Ercole Gentile)

Live Report: Liars @ Circolo Magnolia Milano 12/05/10

Maggio 13th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Strano gruppo, i Liars. Per quanto ci si prova, non è facilissimo etichettarli. Funk punk, no wave o noise sono parole che non bastano a definire il loro sound, la loro capacità di stordire e ammaliare nello stesso momento. Ma è indubbio che il gruppo newyorchese – che ormai ha sede anche a Berlino – sa come giocarsi le proprie carte, sia su disco che dal vivo. Anzi, sembra che con il passare degli anni i Liars sappiano stare sul palco meglio di prima. Sono sempre stati potenti e rumorosi, ma forse in passato lo erano troppo, a differenza di ora. Il concerto al Magnolia, seconda delle quattro date italiane, ha confermato tutte queste impressioni. La band si presenta piuttosto tardi, verso le undici e mezza, dopo le esibizioni dei gruppi spalla Fol Chen e R.U.N.I.

Ad aprire le danze ci pensa “A visit from drum play”. Poi già dal secondo pezzo “No barrier fun” si inizia a capire che tipo di scaletta è stata scelta: molte canzoni dell’ultimo album “Sisterworld” e solo pochi estratti dai primi lavori. E c’è subito un’altra cosa che salta agli occhi guardando i Liars dal vivo: un frontman come Angus Andrew se lo possono permettere in pochi. Canta come su disco se non meglio, sempre con quel fascino un po’ da freak, ma soprattutto tiene il palco con un’autorità davvero invidiabile.

Il resto del gruppo sta in disparte, quasi nell’ombra, ben contento di lasciare a lui l’avanguardia, ma fa comunque egregiamente la sua parte: i chitarristi lo sostengono spesso con synth e percussioni, la batteria di Julian Gross fa sempre il suo dovere. Si prosegue con grande energia, tra “Clean island” e il singolo “Scissor”, un ottimo pezzo che dal vivo rende ancora di più per come il gruppo riesce a trasmettere l’energia del ritornello, dopo una partenza sostenuta solo dalla voce di Angus. Come detto sono molti gli estratti da “Sisterworld”: “I can still see an outside world” parte lenta, ma cresce pian piano. “Here come all the people” non perde le suggestioni arabeggianti apprezzate nell’album. Ma non mancano i classici – sempre questa parola abbia senso parlando dei Liars – della band come “Sailing to Byzantinum” e “Plaster casts of everything”, che fanno sempre ottima figura. Tutto d’un fiato fino alla conclusione di “Broken witch”, davvero coinvolgente per com’è satura di suggestioni elettroniche alla Radiohead. Ecco, se dobbiamo trovare un difetto non da nulla dobbiamo parlare della durata del concerto: un’ora e mezzo scarsa, troppo poco per un gruppo del genere. Ma purtroppo l’inizio alle undici e trenta, francamente davvero troppo tardi per un posto fuori dal centro milanese come il Magnolia, ha forse penalizzato un po’ la band. Pazienza, con questa intensità ai Liars perdoniamo questo ed altro.

Scaletta:

A visit from drum play

No barrier fun

Clear island

I can still see an outside world

We fenced other gardens with the bones of our own

Scissor

The overachieves

The other side of Mr.Heart Attack

Scarecrows on a killer slant

Sailing to Byzantinum

Here comes all the people

Plaster casts of everything

Proud evolution

Encore:

Be quiet Mr.Heart Attack!

Broken witch

(Giovanni Ansaldo)

Live Report: Imogen Heap @ Circolo Magnolia Milano 08/03/10

Marzo 10th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Una cosa che adoro in un’artista (ancora più se di sesso femminile) è la capacità di sdrammatizzare e di dialogare con il pubblico. Comporre e suonare canzoni tutt’altro che leggere e spensierate e poi dal vivo, tra un pezzo e l’altro, metterla sul ridere, creare quell’atmosfera divertente e rilassata che riesce a fare apprezzare ancor più, poi, l’intensità dei brani.
Questo è accaduto ieri sera al Circolo Magnolia di Milano (non stracolmo di gente, ma neanche vuoto) dove si è esibita la cantautrice inglese, in bilico tra pop, indie ed elettronica, Imogen Heap.
Fresca di pubblicazione del suo secondo album solista “Ellipse”, l’ex voce del duo elettronico Frou Frou è passata dall’Italia per tre date, l’ultima delle quali si tiene proprio nella città meneghina (le altre sono state a Roma e Ravenna).
La serata viene aperta dall’americano Back Ted N-Ted (che suonerà poi con la stessa Imogen) che esibisce un bel mix di cantautorato con elettronica, indie-rock, ma anche pop un po’ troppo caciarone: da tenere d’occhio comunque.
Al centro del piccolo palco del Magnolia troneggia un albero (il logo della cantante) addobbato da molte luci per una calda e accogliente atmosfera.
Sono le 23 e 10 quando Imogen Heap entra in scena, alta e piazzata, con un vestito nero pieno di “piume”. Esordisce chiedendo il silenzio: dovrà campionare parecchi suoni durante la serata e quindi è essenziale ridurre i rumori al minimo, ma solo per pochi attimi.
Come si diceva prima, tra un brano e l’altro Imogen scherza con il pubblico, accetta di buon grado chi vorrebbe essere lei (“E’ molto complicato, non te lo consiglio”) e chi le urla continuamente che vorrebbe sposarla. C’è chi le regala una mimosa e chi un dipinto. Lei Racconta storie divertenti su come sono nati alcuni brani e coinvolge il pubblico a partecipare attivamente con lei, come in “Just for now”, per esempio, dove divide la gente in settori ed ognuno dovrà cantare con una tonalità diversa. Splendido.
Si alternano brani in cui fa tutto da sola e canzoni nelle quali è accompagnata dal già citato Ted e da altri due musicisti agli archi e anche la setlist spazia in tutto il suo repertorio: da due singoli dei Frou Frou (tra cui la famosissima “It’s good to be in love”) all’ultima “First train home”, lasciando l’altra hit tratta dal suo primo album (“Speak for yourself”, 2005) nei bis (“Hide and seek”).
Un’ora e quaranta che volano via in un attimo. Un bellissimo concerto, a livelli sinceramente molto più alti delle mie aspettative. Ho quasi l’impressione che dal vivo anche la sua musica renda di più, acquisti una carica ed una sensibilità maggiori rispetto al disco. Il fascino della simpatia.

(Ercole Gentile)

Dal Vivo
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