Settembre 3rd, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Inutile girarci attorno. L’attrazione della serata, per la maggior parte del pubblico presente alla prima giornata della Magnolia Parade di Milano, è lui. Mark Lanegan, idolo di diverse generazioni di rockettari: da chi il grunge lo visse in prima persona con i suoi Screaming Trees, ai più giovani amanti delle sonorità ruvide e grezze di Queens Of The Stone Age (con i quali collaborò per il capolavoro “Songs for the deaf”), Mark Lanegan Band e Gutter Twins (con Greg Dulli), da ascoltatori soft (vedi i lavori con Isobel Campbell), fino a patiti di musica elettronica (con, appunto, i Soulsavers).
Il duo inglese, autore di melodie electro largamente contaminate dal rock, ma anche dal gospel, dal folk-country e sonorità cinematiche alla Morricone, ha ben pensato di “portarsi dietro” il massiccio Mark, probabilmente sicuri di un incremento notevole di pubblico. Ed in effetti così è, pur avendo i Soulsavers numerosi estimatori conquistati con l’ottimo secondo album “It’s not how far you fall, it’s the way you land” del 2007 e alcuni appena acquisiti grazie al freschissimo nuovo lavoro “Broken”.
Il programma della serata prevede diversi gruppi italiani in apertura (tra cui The Leeches e Octopus), nella giornata più rock di un’ottima rassegna dedicata alla scena elettronica che porterà a Milano (fino al 4 settembre) realtà internazionali di altissimo spessore come Peaches, Moderat, Matthew Herbert, Nouvelle Vague e altri.
Sono le 23,15 quando i Fratelli Calafuria lasciano il palco. Una ventina di minuti per il cambio di strumentazione, il tempo per un’ultima birra e per guadagnarsi agilmente il posto in prima fila.
I Soulsavers si presentano come una vera e propria band composta da basso, chitarra, batteria, una splendida tastierista e voce femminile e Lanegan in prima linea.
Gigante è l’unico termine che mi sovviene per descrivere il cantante di Seattle che ho proprio davanti a me: alto, grosso, enormi piedi chiusi in anfibi neri, sguardo di ghiaccio, una sola parola di ringraziamento e caratteristica voce fumosa (anche se eccezionalmente non accende neanche una sigaretta sul palco: avrà smesso?).
Il set funziona, il sound è ovviamente molto più rock che su disco, ma sempre mantenendo un’atmosfera delicata e soffusa, con brani pescati dal primo album come “Ghosts of you & me”, “Jesus of nothing” e “Kingdoms of rain”, ma anche con le nuove “You will miss me when I’m burn” e “Some misunderstanding”, mentre il freno a mano viene tolto sull’aggressiva “Death bells”. Prima della pausa c’è spazio per “Hit the city”, brano del 2004 firmato dalla Mark Lanegan Band e accolto con grande carica dal pubblico milanese.
Si riprende dopo un minuto di break con “By my side”, etereo brano di “Broken” cantato dalla graziosa creatura in gonnella, prima del grande ritorno di Lanegan sul palco per il finale, sulla canzone che forse più rappresenta il nome Soulsavers, “Revival”.
Set conciso, poco meno di un’ora, ma soddisfacente per i Soulsavers e per lo statuario Mark: niente di trascendentale, ma tutto al posto giusto.
Chiudo con una menzione speciale per la bella organizzazione del festival: location capiente (siamo all’Idroscalo, per chi non conoscesse il Magnolia), ottimo cibo e birra a prezzi onesti, così come il prezzo del biglietto. Sembra quasi di non essere a Milano…
(Ercole Gentile)
Tags: magnolia, mark lanegan, soulsavers
Maggio 15th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Report dedicato a tutti quelli che ritengono il post-rock un genere morto e sepolto.
Queste persone dovrebbero farsi un giro ad un live di gruppi come Mogwai, Explosion In The Sky, TWDY, e compagnia, giusto per farsi un’idea di quanto si sbagliano. L’ennesima conferma è arrivata un mercoledì sera al circolo Magnolia di Segrate, all’interno dell’idroscalo milanese. A scaldare le platee questa volta sono di turno i 65 Days of Static, band tra le più quotate nel giro del math rock, una delle derivazioni più interessanti del già citato post rock.
Il genere prende il nome dalla grande complessità sonora e abilità tecnica proposta, fatta di tempi allucinanti e costruzioni melodiche vertiginose sparate con precisione quasi matematica appunto. Un genere dunque che, partendo da una matrice esplicitamente post rock, si è evoluto contaminandosi pesantemente di jazz ed elettronica spinta all’estremo, fino ad assumere a tratti le movenze meno raffinate della Techno. Ecco quindi che assistere ad un set dei 65 DOS vuol dire essere travolti da un muro sonoro che riporta alla mente Chemical Brothers, Aphex Twin, Prodigy, Isis e Mogwai in egual misura. Alle dieci e un quarto, ora del mio arrivo, il locale è già completamente stipato di gente, evidentemente già da molto tempo pronta sotto al palco: dai feticcioni puristi della tecnica al neofita amante del punk hardcore, tutti inaspettattamente (almeno per quanto mi riguarda) in trepidante attesa.
Il set, iniziato alle undici, non riserva grosse sorprese: la band di Sheffield è molto carica ed entusiasta. Colpisce la presenza del microfono, utile a scambiare due parole in un italiano stentato, cosa che apprezzo particolarmente e che fa guadagnare punti. Il tutto dura circa un’ora e un quarto, compreso il rientro. La band propone i pezzi più noti tratti dal bel “The Fall of Math” e da “The destruction of small ideas” subito riconosciuti e accompagnati da relativi boati, più qualche brano inedito accolto molto bene da tutti i presenti. C’è chi si dimena e chi ascolta semplicemente ad occhi chiusi. Il concetto è che la serata può dirsi riuscita soprattutto grazie alla complicità di una platea avara di questa complessità molto affascinante. E forse è in questo senso che la band mostra un po’ la corda: è palpabile il talento, ma altrettanto evidente è la consapevolezza piena dello stesso. Tradotto in parole povere la band se la tira un pelino, ma soprattutto se la tira buona parte di chi ascolta. Il segreto di un seguito così ben nutrito e folto credo sia dunque dovuto all’alone elitario che questo genere di band si porta coscientemente appresso. Ad ogni modo, in situazioni come queste conviene rendere merito ad una formazione in ascesa e cominciare a pensare che la prossima volta si potrà puntare a locali più capienti in modo tale che tutti possano godere di ciò per cui hanno pagato, senza rischiare di restare defilati fuori da un capannone come quello del pur piacevole Magnolia.
(Marco Jeannin)
Tags: 65 days of static, magnolia, milano
Aprile 22nd, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Inizialmente non ci avevo quasi pensato. Però, se ci si riflette un attimo, è strano che il concerto del gruppo di Nina Persson si tenga in un locale piccolo come il Magnolia di Segrate. E’ vero, non in molti (almeno in Italia) conoscono gli A Camp e probabilmente non in molti sanno che c’è la vocalist svedese Cardigans che si cela dietro questo progetto.
Fermi dal 2001, gli A Camp sono tornati quest’anno con un buon album come “Colonia” e quindi l’attesa di sentire l’album e, diciamo la verità, di vedere dal vivo, in una location così intima, Nina Persson, è alta.
Ad aprire il set c’è il conterraneo svedese Kristofer Astrom, cantautore folk-rock dalle buone doti, sound caldo e avvolgente che prepara il terreno (suonando poi con loro anche in un paio di episodi) a Nina e soci.
La quantità di pubblico sotto il tendone del Magnolia non è eccessiva, anzi, e così ci si riesce a piazzare senza difficoltà tra le prime file. Sono le 23 e 10 quando gli A Camp salgono sul palco, allestito per l’occasione con soffuse lampade cinesi e paraventi che creano un’atmosfera piacevole e calorosa.
Nina, oggi quasi 35enne, entra sul palco con garbo, sempre bellissima ed intona la leggiadra, sognante e swingata “The crowning”, prima traccia dell’ultimo lavoro.
Dopo un paio di brani Nina e soci si sciolgono, iniziano a comunicare in modo disinvolto con il pubblico, in particolare il chitarrista, mai stanco di tessere le lodi del vino rosso italiano che pian piano sorseggia durante la serata.
Il concerto prosegue in modo delicato e soffice, senza scossoni da brividi, ma senza mai stancare: la voce di Nina è di quelle che non si dimenticano e sentire dal vivo canzoni come “Bear on the beach”, “Golden teeth and silver medals” (sulla quale entra a duettare Kristofer Alstrom), “Chinatown” e “Stronger than Jesus” è un vero piacere.
Sono trascorse un’ora e 15 minuti quando gli A Camp salutano un pubblico soddisfatto: lo saranno anche loro pur avendo tagliato “The weed had got there first” prevista come ultimo brano in scaletta?
Bè, in ogni caso, è un piacere scoprire dopo circa dieci minuti che Nina Persson scende tra la gente e si reca al banchetto dei CD e magliette per firmare autografi e scattare foto con i fans. Un bellissimo gesto di umiltà (ricordiamoci che con i Cardigans la cantante ha venduto milioni di copie e riempito palazzetti) che rende la serata ancora più bella e lei ancora più graziosa e degna di rispetto.
(Ercole Gentile)
SET LIST:
THE CROWNING
LOVE HAS LEFT THE ROOM
FREQUENT FLYER
ANGEL SADNESS
ROCK N ROLL GHOST
GOLDEN TEETH
HERE ARE MANY WILD ANIMALS
WALKING THE COW
DONE IT AGAIN
BEAR ON THE BEACH
I SIGNED THE LINE
ALGEBRA
A CAN BUY YOU
CHINATOWN
MY AMERICA
STRONGER THAN JESUS
SONG FOR THE LEFTOVERS
BOYS KEEP SWINGING
Tags: a camp, cardigans, magnolia, nina persson