Live Report: A Perfect Day Festival – Giorno 3 – 02/09/12
Settembre 4th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Terzo e ultimo giorno di festival. Dovendo sceglierne uno dei tre a rappresentare al meglio il concetto di “giorno perfetto”, ecco, questo è oggi: dEUS, Mark Lanegan, Sigur Ros. Può esistere una line up migliore da giocarsi in un pomeriggio? Difficile, davvero difficile. In una location più suggestiva? Impossibile. Mettiamoci poi che finalmente il tempo sembra aver concesso definitivamente una tregua…
A Villafranca splende il sole, la gente è arrivata in largo anticipo per godersi la domenica e tutto, davvero tutto, sembra andare per il verso giusto. Una giornata perfetta.
Giornata che si apre con una bella sorpresa, gli Alt-J. La band di Cambridge sale sul palco intorno alle cinque, durante le operazioni di accesso del pubblico all’interno del Castello Scaligero. Buona parte del potenziale pubblico infatti, mentre i nostri iniziano il set, è ancora all’esterno della location, ordinatamente in coda, in attesa di prendere posto all’interno della fortezza. Un piccolo disguido che poteva essere evitato anticipando di poco (vista l’affluenza copiosa già di buon ora) l’apertura dell’unico cancello d’ingresso. Dettagli. Gli Alt-J, ovviamente, si curano poco degli aspetti logistici e si concentrano sulla parte live show con un set molto interessante, chiamato a solleticare l’interesse di chi ancora non aveva avuto l’occasione di venire a contatto con la loro musica. Undici pezzi, pescati sostanzialmente dal primo e unico disco pubblicato, “An awesome wave”. Undici pezzi convincenti, soffusi, affascinanti. Quello degli Alt-J è un indie folk ispirato, d’atmosfera, alla Wild Beasts per intenderci (ovviamente meno sintetico/dream pop) perfetto per inaugurare un pomeriggio di sole dopo giorni di pioggia. Il giudizio non può che essere estremamente positivo. Riuscire a conquistare un pubblico così esigente come può esserlo (in parte) quello dei Sigur Ros, è da considerarsi un grande successo. Gli Alt-J ce l’hanno fatta con una manciata di pezzi in poco meno di un’ora. Complimenti.
Ad una novità come gli Alt-J poi, succede una realtà più che consolidata. Anzi, due. Prima tocca ai veterani per eccellenza della scena alternativa, i dEUS, poi al principe dei sopravvissuti, il come sempre luciferino, ammaliante, trascendente Mark Lanegan. Una combo in grado di dettare legge con uno schiocco di dita.
Sono i dEUS i primi a prendersi la scena. Come sempre impeccabili, Tom Barman e compagni sfoderano un set solido, già testato più volte, di fronte ad una platea già praticamente gremita. L’inizio è in grande stile: “The architect”, “Constant now”, “Oh your god” e l’inarrivabile “Instant street”. Un modo come un altro per giustificare nel giro di venti minuti l’intero prezzo del biglietto. La risposta in platea è buona, non eccessivamente entusiasta, ma buona. C’è chi approva apertamente e chi si lancia in un paio di battimani convinto, sospinto dalla verve del sempre perfetto Tom Barman. Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Avere uno come lui nel gruppo, è come giocare a calcio con Ronaldo o Messi; palla in cassaforte. Similitudini calcistiche a parte, dei quattordici pezzi proposti dai dEUS, non è possibile trovarne uno fuori posto. Interessante la nuovissima “Quatre mains”, decisamente a proprio agio in veste live; stesso discorso per le più vecchiotte “Fell off the floor, man”, “Sun Ra”, e per l’imprescindibile “Suds & Soda”, un pezzo che, anche qui, se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Idem la conclusiva “Roses”, dedicata a tutti i fan italiani del gruppo belga. Fan Italiani che però paiono latitare vagamente, specialmente nella seconda parte del set caratterizzata da un generale calo dell’attenzione e relativo raffreddamento generale. Peccato. In ogni caso è stato un gran piacere rivedere per l’ennesima volta all’opera i dEUS.
E poi Mark Lanegan. L’uomo che non parla. Solo un “thank you” da registrare in tutta la performance, e va bene così. Perché da uno come Mark Lanegan non ci si deve aspettare un comizio, figuriamoci una battuta. Da Mark Lanegan ci si aspetta la solita lezione di stile e carisma, che si tratti di una data in un locale intriso di fumo, in un palazzetto gremito, o in un festival in un castello a fine estate. E a Villafranca, lezione fu. Sedici pezzi in totale tra repertorio solista, materiale Screaming Trees e cover (due nella fattispecie: “Devil in my mind” delle sempre ottime Smoke Fairies e “Creeping coastline of lights” firmata Leaving Trains). Poco da dire. E’ Mark Lanegan. La sensazione è che sul palco ci sia solo lui, che la platea si vuota e che quello che stai sentendo provenga da un altro mondo. Molte le persone colte alla sprovvista; molti quelli che hanno preferito snobbare il buon Mark perché “chissà questo da dove salta fuori”. Mettiamola così: conoscendolo non se la sarà presa. Anzi, probabilmente è stato pure meglio così. Chi mi ama, mi segua…
Passato l’infernale Lanegan, arriva finalmente il momento dei Sigur Ros. Ad accompagnare il cambio palco non c’è la solita playlist di sottofondo, quanto un unico, interminabile drone perpetuo. Una scelta non casuale, che aiuta a capire, ad entrare con largo anticipo nel mood che dominerà poi l’intero show. Uno show atteso spasmodicamente da tutti i presenti, chiamati a raccolta da un successo ormai completamente sdoganato che ha catapultato la band islandese nel gotha degli act da non perdere a qualunque costo. La barriera è finalmente infranta, i Sigur Ros appartengono a tutti. Ma la domanda da porsi è: i Sigur Ros vogliono appartenere a tutti? Il set di Verona in questo senso ha dato più di una risposta. Perché un conto è piacere, vendere dischi, concentrarsi sui pezzi che hanno fatto successo. Un altro è essere una band, essere un sound, essere un’attitudine. I Sigur Ros non sono solamente i Sigur Ros di “Takk”, e questo forse doveva essere chiarito a chi ha fatto di tutto per essere a Villafranca, agli irriducibili del battimani ad ogni costo. Che cosa è successo? E’ successo che Jonsi e compagni (undici per l’esattezza) hanno messo in piedi un set di quasi due ore all’insegna del post rock più soffuso e, a tratti, indigeribile. Ritmo estremamente blando, anche quando i pezzi sono quello che dovrebbero dare una scossa. “Sæglópur”? “Hoppípolla”? “Með blóðnasir”? Sì, li abbiamo sentiti. Ma la festa di colori e risate che c’era rimasta negli occhi dopo il tour del 2008, ormai è finita. E il suo posto l’ha preso una cosciente malinconia, la consapevolezza di essere qualcosa di più di un solo pezzo, di un solo disco, di una moda. Coscienza dei propri limiti. Ecco, l’ora e cinquanta di Villafranca è stato questo: una passo indietro fatto spontaneamente. Esattamente quello che il nuovo “Valtari” è; un ritorno alle radici, restituite all’antico smalto con estrema semplicità. Capiamoci, grandissima band. Ma non quella che forse, con superficialità, ci si aspettava. Anzi, se devo dirla tutta, reggere per quasi due ore è stata una bella impresa. La band sta cambiando, evolvendo. “Popplagið” nel 2012, non è la “Popplagið” di tre, quattro anni fa, e questo è parso evidente a chi dei Sigur Ros aveva già fatto esperienza. Per tutti gli altri probabilmente stiamo parlando del concerto della vita. Per quanto mi riguarda, inizio a pensare che forse una pausa a questo punto non sarebbe male. Del resto anche uno di loro, Kjartan Sveinsson, non era sul palco perché “stanco dei tour”. Non credo sia un caso.

