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Live Report: Placebo @ Mazdapalace Milano 09/10/2006

Ottobre 10th, 2006 in Archivio by Redazione Rockol

E dire che le premesse della vigilia apparivano tutt’altro che incoraggianti. Giusto qualche giorno prima era rimbalzata in rete la notizia che i Placebo avevano dovuto annullare una data in Francia per un’improvvisa tonsillite contratta da Brian Molko, non nuovo a questo genere di defaillance. Per non parlare dello sciagurato incidente al braccio occorso al batterista Steve Hewitt quest’estate, con conseguente cancellazione dei concerti previsti a Roma e Pordenone a fine giugno. C’era ben poco da essere ottimismi insomma. E invece, non solo il concerto al Mazda di Milano si è tenuto regolarmente ma è stato anche eccellente. Molto meno algido e spocchioso del solito, testa rasata e ordinaria camicia a righe, Brian Molko è apparso in ottima forma, rilassato e finanche scherzoso. “Questa è per noi una serata speciale”, dichiara al pubblico che affolla il Mazda. “In questo stesso posto, nel 1895 (ripete due volte la data, sbagliando di proposito di un secolo intero), suonammo con un certo David (allude a Bowie): quella fu la nostra prima esibizione in Italia”. In serata di grazia anche il bassista Stefan Olsdal e il batterista Steve Hewitt, che, coadiuvati da un secondo chitarrista e da un tastierista, hanno assicurato fluidità e vigore elettrico al motore ritmico della macchina Placebo. A fare da didascalia al canto nasale di Molko e al guitar rock della band, al solito caratterizzato da riflessi pseudopunk e da un certo gusto romantico-decadente di scuola Cure (impressione generata soprattutto dagli arrangiamenti live delle ballad più torpide come “Follow the cops back home”), ci pensano le luci (fasci monocromatici e strobo a volontà) e gli schermi, una decina di pannelli sui quali, a ritmo anfetaminico, si alternano immagini live e granulosi filmati preregistrati. Costruita in larga misura sulle canzoni dell’ultimo album “Meds” (ben nove) e orfana delle popolari “Pure morning” e “Slave to the wage”, la scaletta ha tuttavia riservato diverse sorprese ai fan italiani, come l’inserimento di una acclamatissima “Special K”, “Without you I’m nothing”, “I know” e “Bionic” (queste ultime due dal primo album, 1996), da tempo assenti nei loro live set. Nel programma c’è anche spazio per un paio di ripescaggi da “Sleeping with ghosts”, come “The bitter end” e “Special needs” (per la verità meno esaltante della versione in studio). Dopo un’ora e mezza di riff granitici, drumming tuonante e brillanti trame di basso e tastiera arrivano i bis: prima, la cover di “Running up the hill” (fortemente destrutturata rispetto alla versione originale di Kate Bush, indugia in un finale, tutto dissonanze elettriche, tirato un po’ troppo per le lunghe), e poi, in folgorante sequenza, “Taste in men” (con il celebre giro di basso in loop che fa sobbalzare tutto il Mazda Palace) e “Twenty years”, salutata da una ovazione generale.Prossime sortite dei Placebo nel nostro paese: il 25 e il 26 novembre, a Jesolo e a Bologna. Facendo gli scongiuri, se i nostri replicano il miracolo di Milano, tuoni e lampi sono assicurati.

(Leo Mansueto)

Live Report: Foo Fighters @ Mazdapalace Milano 23/01/2006

Ggennaio 24th, 2006 in Archivio by Redazione Rockol

Vecchie casse e amplificatori ammassati sul palco, a fare da sfondo. Vecchie chitarre, quelle da metallari, imbracciate dai musicisti. Vecchi effetti speciali: laser verdi che disegnano geometrie in movimento sul tetto del palazzetto, che è pure vecchiotto lui, uno dei luoghi tipici della musica live milanese di anni ’80-‘90. E, infine, musica che pesca a piene mani dal passato: dal metal, dal pop, dal punk. Ma che musica. A prendere separatamente gli elementi che compongono il concerto dei Foo Fighters ci sarebbe da arrabbiarsi, o perlomeno da rimanere un po’ delusi da un atteggiamento tanto retrò/nostalgico. E, entrando nel PalaMazda (già Palatrussardi, location concertistica ormai superata, oggi usata occasionalmente e di fatto rimasta uguale a 20 anni fa) si potrebbe avere pure la sensazione che la massa di pubblico che lo affolla sia lì per le glorie passate di Dave Grohl (che fu pur sempre il batterista dei Nirvana). Sbagliato su tutta la linea: la gente è lì per i Foo Fighters, di cui conosce a menadito la discografia, e che si sono ormai conquistati una credibilità autonoma, suggellata dall’ultimo quasi-capolavoro, “In your honor”, doppio CD Acustico/elettrico uscito lo scorso anno. Ed è sbagliata pure l’impressione nostalgica: perché è vero che Grohl, sul palco pesca a piene mani dal passato musicale (e usa pure vecchi trucchi da mestierante del palco per accattivarsi il pubblico, come dire parolacce nella lingua locale), ma è altrettanto vero che l’energia che sprigiona la sua band è nuova, nuovissima: un muro di chitarre che ti arrivano dritte alla pancia, come nell’iniziale “In your honor”. In fin dei conti il gioco è chiaro: rivisitare generi come il metal classico (da cui arrivano tutti quei riff granitici), il punk (la furia del canto) e il power-pop (la melodia di alcuni passaggi, gli arpeggi che intervallano le canzoni: è ciò in cui i FF alla fine riescono meglio) riesce solo a chi è grande autore e un grande performer: e Grohl è entrambe le cose. Ha costruito un repertorio di canzoni solidissime, da “Learn to fly” a “My hero”, e le suona in modo trascinante. Forse i FF eccedono in qualche virtuosismo di troppo, come assoli di chitarra e batteria, ma è nel gioco anche questo. Insomma: uno dei primi concerti del 2006, e già si comincia bene, anzi benissimo. “Veniamo una volta ogni 2-3 anni in Italia e facciamo in modo che uno show vi faccia sentire bene per tutto il tempo tra una volta e l’altra”, dice Grohl al pubblico a un certo punto. Che un concerto abbia questo effetto così duraturo è impossibile. Certo è che quello dei Foo Fighters ha fatto bene al pubblico, se non per 2 anni, almeno per qualche piacevolissima ora.

(Gianni Sibilla)

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