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Live Report: One Direction @ Forum, Assago (Mi) 20/05/13

Maggio 21st, 2013 in Reports by Redazione Rockol

C’è un uomo, nelle file in fondo del concerto più atteso dell’anno. E’ in piedi.

Il 95% degli uomini e donne sopra i 16 anni è lì per lavoro o per accompagnare qualcuno. Sono seduti e quasi tutti hanno la faccia rassegnata e/o chinata su uno smartphone. Sembrano esausti: hanno probabilmente sudato sette camice per trovare un biglietto per le loro figlie/sorelline/nipoti.
Quell’uomo no. Balla. Ha una maglietta bianca con una scritta a mano: “Daddy directioner”.
Ha la faccia felice, quell’uomo. Ha capito tutto: l’evento è una festa anche per lui, non solo per la figlia.
Gli One Direction arrivano a Milano, per la seconda data italiana, dopo l’Arena di Verona. Ed è una festa davvero. Lo è per le ragazze che assediano il Forum di Assago, dentro e fuori: senti arrivare urla dall’interno fin dal parcheggio, a sua volta assediato da altre ragazze che cantano e da altri genitori che aspettano.
E il concerto dei One Direction è un bel concerto – fatevene una ragione, voi che vorreste che il gruppo inglese facesse schifo. Invece.
Solo che quasi non lo senti, il concerto.
Anche se sei dentro. Perché ogni mossa, ogni entrata, ogni parola dei cinque ragazzi viene accompagnata da urla, a livelli assordanti. La scena non è molto diversa da altre già viste in altre ere, con altri gruppi. Ma sembra tutto più forte, questa volta – perché gli One Direction sono una macchina da guerra.
Il concerto, dicevamo: senza fronzoli, un palco con un megaschermo sullo sfondo, una struttura con la band diligentemente messa ai lati e una pedana elevata sui cui gli One Direction ogni tanto salgono per cantare. Il resto del palco è vuoto, loro non fanno mossette o balletti (non sono una boy band anni ’90), ma semplicemente cantano e si muovono, mentre il megaschermo rimanda citazioni che non c’entrano nulla con i teenager ma ammiccano ai genitori: dai collage simil-Rotella, ad un lyric video su “One thing” fatto con la grafica bauhaus (che certo fa più “cool” su una copertina dei Franz Ferdinand, ma qua funziona benissimo), ai fumetti, agli Space Invaders degli anni ’80.
Ma per il resto è tutto qui: cinque ragazzi che cantano musica pop, lo fanno bene e si vede che divertono – e sono allenati benissimo.
Perché ovviamente c’è del metodo, nella costruzione dello spettacolo, e il metodo è la semplicità: l’unico effetto speciale è un’uscita dalle botole, e la passerella che si solleva e viaggia sospesa sopra la platea del Forum fino a portare i cinque ad una pedana in mezzo: in quel momento in cui cantano un po’ di cover: “One way or another” dei Blondie, “Teenage kicks” degli Undertones (su cui il vostro severo recensore si è lasciato andare ad un balletto), persino una improvvisata (?) versione di “I’ll be there for you” dei Rembrandts, ovvero la sigla di Friends, richiesta via Twitter sui megaschermi.
Nella seconda parte dello show i ragazzi imbracciano pure le chitarre, accennano qualche suonata. Tengono bene il palco, e si vede che non avranno problemi a cantare negli stadi l’anno prossimo quando sarà il momento – si parla già di San Siro.
Alternano brani lenti come “Summer love” (su cui intravedo due genitori che ballano abbracciati come fosse un lento Motown degli anni ’60) ad un finale più rock ed elettrico con “Teenage dirtbag” dei Wheatus, “Rock me” che cita “We will rock you” dei Queen e il primo bis “Live while you’re young” che plagia “Should I stay or should I go”.
Fuori dal Forum, alla fine, la festa sembra un po’ meno tale: ancora tante ragazzine che hanno atteso e ora vedono le facce felici delle coetanee che escono. E soprattutto macchine in seconda, terza fila che bloccano le rotonde: genitori che attendono. Loro, sicuramente, non si sono divertiti. Ma le figlie sì, e pure qualche genitore che era dentro.
Sicuramente il Daddy Directioner si è divertito un sacco.
(Gianni Sibilla)

Live Report: Beyoncé @ Forum, Assago (Mi) 18/05/13

Maggio 20th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Si esce leggermente frastornati dal concerto di Beyoncé per il delirio di luci, bassi profondi, fuochi pirotecnici, visual sontuosi, spettacolari coreografie, grandi performance vocali ma anche tanto zucchero, inevitabile kitsch e pubblico in delirio.
Però usciamo anche con alcune certezze: Beyoncé con questo suo tour si vuole imporre come una regina del pop che vuol piacere a tutti. Il tema regale infatti è uno dei concept che ricorre più spesso nei video che inframezzano lo show, dove Beyonce indossa i panni di un’incipriata Maria Antonietta, un’oziosa Cleopatra e un’imperiosa Elisabetta I. Del resto se il marito Mr. Shawn “Jay Z” Carter, a cui è intestato il tour (scatenando in USA il solito vespaio femminista), intitola ironicamente il suo disco insieme a Kanye West “Watch the throne”, allora tutto torna.
Ma Mrs. Carter non è una regina altezzosa che guarda dall’alto i suoi sudditi o impone il suo stile: lo show si trasforma presto in una sorta di grande spettacolo ecumenico che soddisfa ogni gusto, sesso ed età. Si parte con la danza marziale di “Run the world” e “End of time” con un tripudio di luci strobo e fuochi artificiali, per poi passare alle ballad (“Flaws and all”, “1+1” forse la parte più debole dello show), passando dagli episodi più nigga (“Diva” e “Baby boy”) a quelli più scenografici dove i ledwall orizzontali si abbassano per permettere di giocare con le silhouette di Beyonce e del corpo di ballo, creando effetti di profondità e sdoppiamento piuttosto efficaci. Il tutto inframezzato dai video molto arty e decadenti che sembrano firmati da Floria Sigismondi, altri invece di stile pop-barocco, tutti orchestrati da una direzione artistica perfetta.
Lei si cambia d’abito, balla, sculonetta, sorride, canta con voce potente e sicura sempre con microfono in mano e ovunque si muova ha sempre il vento tra i capelli (questo è un mistero vero, come se sotto di lei ci fosse una macchina eolica che la segue).
Rispetto alle altre reginette del pop Lady Gaga e Rihanna o alla regina madre Madonna, lo show di Beyonce è certamente più vario ed energetico, edulcorato per il target famiglie ma musicalmente superiore. Basterebbe solo citare “Why don’t you love me” eseguita con piglio da moderno rhythm & blues da una band ben rodata e che mi ha ricordato il miglior Prince, come pure “Single Ladies” che, per chi scrive, rimane uno dei pezzi pop più innovativi degli ultimi vent’anni. Non mancano poi le hit come “Crazy in love” (spurgata dal rap di Jay-Z, ma accompagnata da un visual tra il bling-bling e lo stile art decò del Grande Gatsby di Luhrmann) e “Love on top” salutate con un boato, e pure un nuovo pezzo (“Grown Woman”) utilizzato per i nuovi spot Pepsi.
Come ogni regina che si rispetti sono tanti gli omaggi distribuiti durante il concerto ai passati regnanti della black music: dalla Donna Summer di “Love to love me baby” nell’originale “Naughty girl” a Michael Jackson (citazioni sparse di “Human nature” e “Off the Wall”), dal botta-e-risposta del Ray Charles di “What’d I said” fino al vero e proprio tributo a Whitney Houston prima del bis “Halo”. Come tutti gli spettacoli del genere ogni cosa è programmata al secondo, niente è lasciato al caso e la parola improvvisazione è praticamente bandita. La band – composta da 11 elementi, tutta al femminile – sta nelle retrovie, in un palco rialzato, disposto in linea orizzontale e spesso viene anche coperto dai videowall. I momenti forse più imbarazzanti sono quando Queen B. interagisce con il pubblico con un filo di voce, spesso roca, quasi a farla sembrare rotta dall’emozione e con le solite frasi molto ruffiane di circostanza, ma che scatena il delirio del pubblico adorante. Come quando la regina scende dal palco e si sposta nel cossiddetto “B Stage”, nel bel mezzo del forum dove esegue i brani più acustici come “Irreplaceable” e raccogli il calore del pubblico insieme ad asciugamani e bandiere italiane.
Per la cronaca il concerto è stato preceduto dal set minimale (solo basi e tastiera) di Luke James: morbido r&b ben eseguito con voce sicura e padronanza del palco. Se azzecca il singolo giusto sarà possibile vederlo nei piani alti delle charts (il nuovo disco “Made to love” uscirà il 16 luglio).

(Michele Boroni)

SETLIST
Who run the World
End of time
Flaws and all
If I were a boy
Get me bodied
Baby boy
Diva
Naughty girl
Party
Freak um
I care
I miss you
Schoolin life
Why don’t you love me
1+1
Irreplaceable
Resentement
Love on top
Survivor
Crazy in love
Single ladies
Grown woman
Halo

Live Report: Tricky @ Live Club, Trezzo D’Adda 25/04/13

Aprile 27th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Andare ad un live di Tricky equivale ad una scommessa. Molto di quello che succede sul palco è improvvisato e strettamente legato al mood della serata. Tricky stesso è un personaggio umorale ed imprevedibile, in qualsiasi momento potrebbe far cose memorabili o avere gesti di stizza.

Poco dopo le 23 sale la band, composta da giovani musicisti, alcuni già conosciuti nel precedente tour. Basso e tastiere affidati a due ragazze, mentre batteria e chitarra riportano in parità i sessi con due ragazzi. Ovviamente immancabile sul palco la vocalist, condicio sine qua non di praticamente tutte le creazioni di Tricky, sia in studio che on-stage. Anche per questo tour e per gran parte dell’ultimo disco che verrà pubblicato il mese prossimo, il ruolo è occupato da Francesca Belmonte, sinuosa cantante italo-irlandese già spalla di Tricky negli ultimi lavori.

Adrian Thaws, in arte Tricky, entra poco dopo accompagnato dalla più fedele delle sue compagne, una densa e voluminosa nuvola di fumo che gli esce dalla bocca offuscandone le sembianze. Dal primo istante della sua presenza sul palco, sembra chiaro che la performance sarà una scommessa vincente. Ci è andata bene; Tricky è carico, impugna l’asta del microfono con decisione e scuote la testa violentemente. Iniziano sempre così i suoi celebri movimenti corporei, espressione sincopata della sua musica, oscura e nervosa, complessa e sensuale. Una delle variabili che avrebbe potuto compromettere la buona riuscita del live era la possibilità che ci fosse poca gente, tra ponti vacanzieri ed un artista non troppo mainstream poteva accadere. Invece il pubblico c’è, partecipa, e risponderà sempre meglio durante il corso del concerto. Basti pensare che al quinto pezzo, Past Mistake dall’album Knowle West Boy del 2008, Tricky invita già persone sul palco. Ne salgono a caso una quindicina, ma ad Adrian non bastano. Mentre la band continua l’esecuzione del brano, prolungandola senza apparentemente limite, lui continua a fare gesto alle persone di salire; ad un certo punto sembra quasi una minaccia, si arriva al punto che sul palco ci siano una quarantina di persone.

Ed eccolo lui al centro, maestro e guida di un rituale collettivo, che costituisce l’obiettivo di ogni suo live: cercare di creare e mantenere una tensione che lega lui alla band, fino a convogliarla in un legame al limite dell’ erotico col suo pubblico. E’ per questo che un concerto di Tricky dipende da molti fattori, prima di tutto l’attenzione dei suoi musicisti, che non si possono permettere la minima distrazione dai suoi “ordini”. La maggior parte dei pezzi cominciano canonici come su disco, poi Tricky li gestisce durante il loro incedere come un direttore d’orchestra, destrutturando e ricostruendo la struttura delle canzoni a piacimento. Non hanno un genere, sono uno dei livelli massimi di contaminazione tra musica elettronica e rock, tra dub e hip hop. Il repertorio spazia, pescando molto e coraggiosamente dall’album non ancora uscito. Tra queste sono già riconoscibili tracce diffuse via internet, come Nothing’s Changed, Does It e Nothing Matters. Certo non mancano brani storici accolti da maggior clamore dal pubblico, Overcome e Vent per esempio, o della cover che vede ancora Ace Of Spades dei Motorhead come un momento topico con pubblico sul palco a pogare.

Il concerto dura circa un’ora e mezza, Tricky a fine live è completamente perso nella sua performance, non si sa se per merito di quello che si fuma durante lo spettacolo o per pura e genuina estensione musicale; la cosa sicura è che anche questo galvanizza il pubblico a partecipare al suo “delirio”, in un finale lunghissimo e travolgente. Da denotare il ruolo decisivo di Francesca Belmonte, ragazza sempre piuttosto timida e schiva sul palco, dotata non solo di una bellissima voce ma anche della capacità di intervenire in maniera delicata e decisa nei momenti in cui Tricky si fa da parte per raggiungere le sue catarsi. La band saluta, Tricky ringrazia generosamente e scende dal palco energico come vi era salito, e Alessio Bertallot può cominciare il dj set per far sfogare nel dancefloor l’adrenalina accumulata dal pubblico.

(Marco Danelli)

Live Report: EELS @ Alcatraz, Milano 18/04/13

Aprile 21st, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Chi sono gli eels, una band o il progetto di una cantautore californiano un po’ pazzo? Non esiste un’unica risposta, tutto nasce da Mr.E (Mark Everett), genialoide songwriter barbuto, figlio di un altrettanto geniale padre arrivato ad un passo dal nobel e di una famiglia di artisti di cui è l’unico discendente. Da lui parte il progetto eels che dal 1996 ad oggi viene incarnato da musicististi sempre diversi. Ora qualcosa sembra essere cambiato, E ha trovato una nuova famiglia da cui farsi adottare, una famiglia formata da due chitarristi, The Chet e P-Boo, il bassista Honest Al (anche se nell’ultimo disco il basso è stato suonato da Kool G Murder) e il batterista Knuckles.

E’ grazie a loro se gli eels sono di nuovo una band e non solo l’emanazione dell’ego di E, e questa grande sintonia, che già traspariva nell’ultimo disco “Wonderful, glorious”, è apparsa ancora più evidente nel concerto che ha infiammato, la scorsa sera, l’Alcatraz di Milano.

Nonostante l’attesa per il ritorno dal vivo degli eels, si temeva di assistere ad una replica del tour di “Tomorrow morning” in cui la band aveva portato in scena uno spettacolo tanto rumoroso quanto confuso. Fortunatamente i tanti concerti insieme hanno affinato l’amalgama tra i musicisti che si sono presentati sul palco vestiti con la medesima “divisa”, una tuta nera della Adidas che ricordava quella indossata da Adam Sandler ne “I Tenenbaum” di Wes Anderson, occhiali scuri e barba incolta.

Se l’impianto luci è piuttosto scarno, a stupire un gremito Alcatraz ci ha pensato l’originale disposizione dei musicisti sul palco in due file una seconda fila rialzata dove stazionavano i due chitarristi e il bassista e la prima fila con, da un lato, la batteria di Knuckles e, dall’altro, quasi in disparte rispetto al resto della band, E.

L’onore di aprire la serata è spettata alla cantautrice Nicole Atkins che ha presentato una manciata di canzoni dai suoi due album che ne hanno fatto apprezzare il talento e le indubbie doti vocali, nonostante l’assenza di una band a suo supporto, alla lunga, ha un po’ pesato sulla sua esibizione. Dopo pochi minuti è iniziato lo spettacolo degli eels che hanno iniziato da subito a schiacciare l’acceleratore con un gruppo di brani tra rock e blues come “Bombs away”, “Kinda fuzzy”, “Tremendous Dynamite” e la cover di “Oh well” dei Fletwood Mac. Nonostante l’avvio al fulmicotone, gli eels mostrano subito di aver trovato finalmente un ottimo equilibrio rispetto al precedente tour, dosando energia e melodia andando a ripescare anche tra dischi più vecchi, come nel caso di “The sound of fear” presa da “Daisies of the galxy” del 2000.

Man mano che lo show procede Mr.E inizia a mostrare quanto sia cambiato rispetto agli esordi, quando dichiarava apertamente di trovare i concerti una vera noia: dialoga con il pubblico e con i suoi fidi compari a cui chiede lunghi abbracci, perché, non smetterà di ripeterlo fino alla fine, vuole troppo bene a questi ragazzi. Lo spettacolo si fa ancora più folle quando su uno dei momenti più rumorosi del concerto anche i roadie entrano in scena simulando una discussione sul palco. Il momento più divertente vede come protagonista The Chet, che E definisce il suo “bro”, il suo fratello, con cui, in una cerimonia solenne celebrata dal bassista Honest Al, si scambia la promessa reciproca di suonare assieme per almeno altri dieci anni, sugellando il tutto con la segreta stretta di mano degli eels.

Nonostante le gag la band continua a macinare rock proponendo brani come “New Alphabet”, “Peach blossom”, “Prizefighter”, ma anche canzoni più melodiche come “In my dreams” e “On the rope”.

La prima parte del concerto si conclude con due proiettili rock: uno dal passato, l’oscura “Souljacker Pt.1”, e la più recente “Wonderful glorious”, ma non c’è il tempo di respirare che la band torna tra il clamore della folla per due bis dove E inizia a suonare una delle prime canzoni scritte per gli eels, la malinconica e romantica “My beloved monster” che viene mescolata con un altro grande classico, la bellissima “Mr. E’s Beautiful Blues”.

Il concerto volge al termine, ma quando la maggior parte del pubblico è uscita dal locale, la band, come da sua tradizione, torna sul palco per le ultime due canzoni, “Dog faced boy” e “Go eels!” un brano molto semplice che permette ai singoli componenti di presentarsi con i loro assoli.

Una volta conclusa anche quest’ultima parte dello show lasciamo entusiasti il locale con la consapevolezza che Mr.E non è più solo, ha un nuova famiglia con cui è tornato a fare della grande musica.

(Giuseppe Fabris)

Live Report: Woodkid @ Elita Festival, Teatro Parenti, Milano 10/04/13

Aprile 11th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

La settimana del Salone del Mobile a Milano. La riconosci dalla qualità di inviti ad eventi spesso improbabili – e dal fastidio diffuso che generano nei milanesi. Più di moda del Salone de Mobile c’è solo il lamentarsi sui social network del FuoriSalone, gli eventi paralleli diffusi nella città.

In mezzo a questi eventi c’è il Design Week Festival, una serie di concerti organizzati da Elita nella “splendida cornice” del rinnovato teatro Parenti – perdonate l’espressione stereotipata, ma corrispondente alla realtà. Il vecchio teatro di Porta Romana da qualche anno è stato ristrutturato in maniera davvero bella, diventando un’area polifuzionale usata persino troppo poco per una città che ha fame di spazi per concerti.
Comunque, il Design Week Festival 6 giorni di concerti, dal 9 al 14 aprile, con nomi quasi grossi, ma “di tendenza” (siamo a meno di 10 righe di recensione e sono già al secondo stereotipo…), ma anche questo descrive bene sia il tono della serata di ieri, sia l’artista principale in cartellone.
Si arriva al Teatro Franco Parenti all’ora della prima performance e fuori c’è una coda che fa il giro dell’isolato. Perché Woodkid è il nome di cui si parla, ora. Regista di videoclip di primissimo piano trasformato in cantante, autore di un primo album, “The golden age” davvero di altissimo livello. Risultato: serata esaurita con largo anticipo e “il pubblico delle grandi occasioni” (daje, terzo stereotipo…).
Però, ancora una volta, è tutto vero: evento indiscutibilmente modaiolo, ma uno dei concerti più interessanti di questi primi mesi del 2013. La serata si apre con un po’ di ritardo, con Andrea Nardinocchi che suona per una ventina di minuti. E’ una delle prime uscita live importanti dopo il Festival di Sanremo. Andrea si presenta con una mini-band: le sue loopstation, una persona che smanetta su computer ed elettronica ed un chitarrista. E’ migliorato ancora da quando l’avevamo visto suonare in redazione: controlla meglio il palco, e l’aiuto della mini-band rende il suono più pieno. Bravissimo.
Durante il concerto di Nardinocchi molta gente rimane nel foyer a chiacchierare e bere, lasciando la platea della sala principale (liberata dalle sedie, presenti solo in balconata) piena solo a metà. Non sarà così all’arrivo di Woodkid, poco dopo. Stipata all’inverosimile, e ripagata da un’inizio spettacolare, che smarrisce in un attimo i dubbi che erano circolati tra gli addetti ai lavori nei giorni precedenti al concerto – Woodkid aveva annullato all’ultimo tutte le interviste previste, ed erano circolate voci di fortissimo stress dell’artista.
Sul palco, si fa accompagnare da una band di sette elementi: due percussionisti, tre fiati, tastiere, effetti. L’intro è da manuale, non solo per il suono pieno (che richiama perfettamente quello orchestrale e complesso dell’album), ma per l’uso delle luci – che disegnano geometrie dal basso – e dei visual.
D’altra parte, chi non se un regista come lui poteva pensare ad uno spettacolo di questo tipo? Il bello però è che la messa in scena non prevarica ma la musica, ma si integra ad essa.
Semmai, compensa quello che è il limite maggiore di Woodkid: la sua presenza scenica.  Lui è a suo agio, sorridente, scherza, mostra emozione (“E’ il primo concerto dopo l’uscita del disco”, spiega). Ha una gran voce anche dal vivo – con solo qualche cedimento nel finale. Ma non si può dire che abbia un gran carisma sulla scena: balla, saltella, incita il pubblico – ma i grandi performer sono un’altra cosa. Tutto però appunto compensato dal design dello spettacolo: che rende benissimo soprattutto sui pezzi più ritmati e che fanno uso maggiore delle percussioni (su tutti “Conquest of spaces”, con immagini che sembrano un viaggio nello spazio, e “Run boy run”) – e mostra un po’ la corda sui pezzi più tranquilli.
Il pubblico è entusiasta, reagisce persino con euforia (reazioni hipsteriche, verrebbe da dire con una battutaccia) agli inizi di canzoni che dimostra di conoscere già a memoria. Poco più di un’ora e il concerto è già finito – d’altra parte c’è solo un album da suonare.
Ma quell’ora è poco più si è dimostrata come uno dei migliori spettacoli musicali del momento.

Live Report: Beach House @ Magazzini Generali, Milano 11/03/13

Marzo 12th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

La notte si fa più scura poco prima dell’alba. “Turtle island”, introdotta come “un pezzo molto vecchio” e posta in apertura di encore, trasforma il suo incedere vellutato in una litania eterea; il lamento di un fantasma che vede l’alba sorgere dietro la collina, “Irene”, con tutta la sua scintillante bellezza in crescendo. Stacco di batteria, reprise dilatato, luce che d’improvviso invade la platea. La data dei Beach House ai Magazzini Generali? Una lunga notte di soli ottanta minuti; dream pop in senso stretto. Alex e Victoria guadagnano il palco alle dieci in punto, dopo una bizzarra apertura ad opera di Marques Toliver, act unico ed iper entusiasta per voce e violino che in una ventina di minuti riesce a farsi amare e odiare come pochi. C’è chi apprezza tra la tanta, tantissima, gente accorsa al capezzale del duo di Baltimore, ma l’attenzione è, chiaramente, tutta per loro. Le luci si spengono, il palco si tinge di buio. Uno stage allestito molto elegantemente con una serie sbarre sfalsate e poste di sbieco, da cui pendono una serie di perline fitte e luccicanti. Sullo sfondo un cielo stellato. Nell’aria una bella atmosfera. E sarà proprio “atmosfera” la parola chiave dell’intero set, perché è su questa che i Beach House hanno costruito prima quattro dischi, poi il loro spettacolo dal vivo. Tocca quindi alle luci fare il grosso del lavoro, luci di taglio, soffuse, colorate di chiaro e di scuro che disegnano silhouette o rabbuiano il viso di Victoria quel tanto che basta a renderla poco più che una figura nella notte. “Wild”, “Troublemaker”, “Norway”, “Other people” e l’ottima “Lazuli” arrivano una in fila all’altra, accompagnate solamente da loro stesse.

C’è un distacco palpabile tra quello che avviene sul palco e ciò che vive la platea, ma è una tensione che instaura comunque un rapporto. Il gioco sta nel lasciarsi prendere dalla melodia e dalla quieta eleganza di un suono così ben vestito di (non) luce. “Gila” e “Silver soul” ricoprono i Magazzini di stelle, sempre molto delicatamente: siamo nel pieno della notte, quando il sonno ormai è profondo e i sogni sono perfettamente definiti. Dream. Pop. Ed è grazie alla voce di Victoria, alla sua interpretazione, che si può compiere questa magia. E’ lei infatti a guidare la ninna nanna, a fare la differenza. Per carità, ci sono momenti di debolezza, tipo “The hours” e “New year” in cui vorresti che il sogno si movimentasse almeno un po’. Eppure è proprio intorno a questa insistenza, alla “ripetitività” di una forma che gira l’intera serata; del resto è proprio su questo concetto che si fonda una qualsiasi ninna nanna a regola d’arte; dolci forme di ipnosi, e i Beach House lo sanno bene. Tanto che è proprio a questo punto che i tre (perché sul palco c’è anche Daniel Franz, non dimentichiamolo: è lui ha maneggiare l’impastatrice) pensano bene di cambiare marcia, piazzando nello slot finale i pezzi più corposi. “Zebra”, introdotta da un piccolo aneddoto (“Questa è la nostra terza volta a Milano; una volta sono caduta sul palco, speriamo di non farlo di nuovo”), suona maliziosa, molto sexy. Su “Wishes”, qualcuno addirittura canticchia; la marea ondeggia. Con “Take care” la palla da discoteca si trasforma in una luna piena: l’unica luce accesa in sala è puntata su di essa, mentre il palco piomba nel buio più totale. Tanti i nasi che guardano in su. Tante le stelle, bello il controluce e il gioco di specchi. “Myth” ce la possiamo godere quindi in pieno relax, mentre “10 mile stereo” chiude il main set dissolvendo il tutto in bianco. Un pezzo “precisamente da finale”. I pochi ringraziamenti e l’uscita dal palco portano via nemmeno un minuto. Il rientro è il momento in cui la notte si fa più scura, poco prima dell’alba. “Turtle island”, introdotta come “un pezzo molto vecchio” e posta in apertura di encore, trasforma il suo incedere vellutato in una…

(Marco Jeannin)

SETLIST

Wild”

Troublemaker”

Norway”

Other people”

Lazuli”

Gila”

Silver soul”

The hours”

New year”

Zebra”

Wishes”

Take care”

Myth”

10 mile stereo”


Turtle island”

Irene”

Live Report: Cody ChesnuTT @ Salumeria della Musica, Milano 11/03/13

Marzo 12th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Rispetto ai canonici concerti pop rock, i live set di black music hanno una caratteristica che li differenziano: sono la messa in scena di un grande racconto, il più delle volte personale ed estremamente coinvolgente. Può riguardare un’ossessione (verso il sesso o la religione, come ad esempio i concerti della prima parte della carriera di Prince, fino a ‘Purple Rain’), la celebrazione delle propria grandezza (James Brown e la gran parte dei set hip-hop ), la vita del ghetto (Gil Scott Heron e tutta la old school rap), una lunga dichiarazione d’amore (Marvin Gaye) o una conversione spirituale (Al Green e centinaia di altri). Il concerto di ieri di Cody ChesnuTT alla Salumeria della Musica è stato il racconto di una redenzione. La sua.

La storia è piuttosto nota. Dopo l’esordio nel 2002 con “The Headphone Masterpiece” straordinario caravanserraglio lo-fi della black music inciso in camera da letto con un registratore a quattro piste, e dopo il successo planetario di “The Seeds 2.0” insieme ai Roots, disorientato e confuso Chesnutt si è inabissato in una spirale di droghe ed eccessi che lo hanno tenuto alla larga dalla musica per quasi dieci anni. Ora è tornato, ripulito, fiero e con idee musicali molto più chiare. Nel 2012 è uscito “Landing on a Hundred”, uno dei dischi più belli dell’anno, che lo rappresenta in pieno. E non è un caso che il concerto di ieri fosse basato esclusivamente su questo disco. Nemmeno una canzone dal precedente album è stata suonata (già, nemmeno il successone “The Seed 2.0”). Il racconto di una redenzione, dicevamo. Gioiosa, viva ed estremamente coinvolgente.

Cody ChesnuTT entra sul palco col suo elmetto da cantiere, che ormai è diventato il simbolo del suo personaggio, coadiuvato da un’affiatata band di quattro elementi che va dritta come un treno. Il messaggio è chiaro fin dalle prime canzoni “I was a dead man, I was asleep, I was a stranger in a foreign land .. Darkness, no sense of direction” (da “Till I Met Thee”) oppure “I used to smoke crack back in the day. I used to gamble with money and lose” (“Everybody’s Brother”) e sul palco compaiono le reincarnazioni di Curtis Mayfield con il suo falsetto vellutato, la mimica e la gestualità con il microfono di Al Green, il passo morbido di Marvin Gaye e l’energia trascinante di Sam Cooke.

E’ una festa del soul. E Cody ChesnuTT si concede senza alcuna remora, scendendo dal palco, facendosi immortalare dai fotografi compulsivi delle prime file, interagendo con il pubblico con gran mestiere. La band non fa rimpiangere i lussuriosi arrangiamenti di fiati e il soul orchestrale che caratterizzava il disco. Da segnalare la straordinaria performance in puro stile Marvin Gaye di “Love is more than a wedding” dilatata fino a 10 minuti, il blues e i continui cambi di tempo di “Under the spell of the handout” e il crescendo di “Don’t wanna go the other way”.

Un’ora e mezzo di set tiratissimo in una cornice, quella della Salumeria della Musica, che nel desolante panorama milanese si conferma la venue ideale per la buona musica suonata e sudata. Alla fine del concerto, Cody ChesnuTT e la band si sono spostati verso il banchetto del merchandising per firmare magliette e vinili. I grandi professionisti si vedono anche da queste cose.

(Michele Boroni)

Live Report: Everything Everything @ Tunnel, Milano 06/03/13

Marzo 8th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Reduci da uno show a Monaco e quasi pronti per salire sul palco del Tunnel per l’unica tappa italiana del loro tour europeo, incontriamo i mancuniani Everything Everything per fare due chiacchiere poco prima dell’inizio del soundcheck. La band è uscita da poco con il nuovo album, “Arc”, successore del fortunato “Man alive”, un ottimo lavoro che due anni fa è valso ai quattro la nomination al prestigioso Mercury Prize, gli oscar inglesi della musica.

Riguardo al titolo del nuovo disco e al suo significato è Jeremy Pritchard, bassista della band di Manchester, a darci le prime spiegazioni: “’Arc’ vuol dire tante cose. Per noi è una linea che sale e scende, la linea della storia, una sorta di arco narrativo che traccia i contorni dell’intera esistenza dell’uomo, dall’inizio dei tempi a oggi. Il fulcro del disco è capire a che punto della linea ci troviamo e cosa succederà una volta raggiunto l’apice, se mai lo raggiungeremo. Pezzi come ‘Radiant’ trattano l’argomento in modo particolarmente ‘apocalittico’, altri invece come ‘Don’t try’, che tra l’altro è la traccia di chiusura, hanno un approccio più positivo. C’è una sorta di ottimismo che si alterna a momenti più cupi, una curva fatta di saliscendi emotivi che determina l’andamento dell’intero album, come del resto quello della nostra vita o della vita di chiunque”.<br>Un disco che rispetto ai tempi dell’esordio, “Man alive”, sembra avere le idee più chiare dal punto di vista del sound e, più ampiamente, del “genere”; in parole povere “Arc” è una variazione sul tema pop. “Possiamo chiamarlo pop ‘a modo nostro’” precisa Pritchard. “Il pop è un concetto molto ampio. Il nostro modo di essere pop consiste nel dare priorità alla melodia, non è questione di tecnica o di strumenti, e nemmeno di durata o forma. E’ solamente un fatto di sintesi, pezzi chiari e concisi; ‘hit’ melodiche e con una certa ritmica. Questo per noi significa essere pop”.

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Un’attitudine che gli Everything Everything hanno affrontato apertamente già a partire dal tipo di artwork scelti per accompagnare visivamente il disco; non ultimo quello di copertina dove la band ha deciso di metterci letteralmente la faccia. “Quello che volevamo è dare una dimostrazione di confidenza. Volevamo essere più coraggiosi rispetto al passato, dare un’immagine più chiara e definita del nostro essere” prosegue il bassista. “L’idea di mettere le nostre facce in copertina non è nuova ma rende sicuramente il concetto. Negli anni Sessanta quasi tutti mettevano la loro faccia sui dischi; successivamente anche a David Bowie e i Kraftwerk hanno fatto lo stesso. E’ un modo di porsi graficamente semplice e classico, pop in senso stretto, che trasmette un senso di forte identità visiva. E’ un tentativo di renderci anche più riconoscibili agli occhi della gente: quelli in copertina siamo noi ”.<br>Dal punto di vista del songwriting e dei testi invece, “Arc” prende spunto da una serie di elementi extra musicali che hanno influenzato il processo di scrittura alla radice. E’ il batterista Michael Spearman a spiegarci come: “Ad essere onesti c’è una montagna di cose che hanno influenzato questo disco, in modo particolare Jonathan (voce e songwriter del gruppo). Lui ha un approccio quasi futurista, è affascinato dal rapporto tra l’uomo e la tecnologia, da come le cose stanno cambiando e cambieranno ancora, tanto forse da renderci sempre meno umani. John ama la storia e la scienza, e quando scrive trasmette la sua visione di una realtà quasi distopica, ma decisamente ancorata alla vita vera. Questo si riflette nel suo modo di scrivere, nella sua arte. Arte che, per come la intendiamo noi, ha un’importantissima funzione sociale: può descrivere la realtà, aiutandoti a comprenderla, o può farti evadere da essa. O magari tutte e due le cose”.

Per convogliare la loro arte nella giusta direzione, gli Everything Everything si sono affidati nuovamente al produttore David Kosten, già al loro fianco ai tempi del disco d’esordio: “Con David si lavora alla grande” ammette Pritchard. “C’è una sorta di profonda comprensione reciproca che ci lega. Ci conosce bene, conosce le dinamiche del gruppo e di noi quattro presi come singoli. La prima volta che ci siamo incontrati, tre o quattro anni fa (ai tempi eravamo una band molto giovane), ha capito subito che tipo di gruppo fossimo, forse addirittura prima di noi stessi. Ci ha detto chiaramente ‘questo è ciò che sapete fare meglio e dovete continuare a fare’. Da outsider quindi è diventato un insider; quando si lavora in studio è il quinto membro della band. E’ nella band senza essere nella band. E’ il nostro punto di vista esterno, e sa essere obiettivo”.<br>Un aiuto necessario se si pensa alle responsabilità che una nomination come quella al Mercury Prize porta con sé. “In realtà la nomination per ‘Man alive’ ci ha trasmesso una certa sicurezza che crediamo si percepisca nel nuovo disco. Il Mercury è stata una cosa grossa per noi, siamo cresciuti guardando le esibizioni e comprando i dischi di conseguenza. Poi un giorno ti capita di conoscere Chris Martin, e Noel Gallagher ti presenta Bono che sta giusto passando di li. E’ stata un’esperienza abbastanza bizzarra”.

E a proposito di esperienze straordinarie, la band è reduce dal tour come band di supporto dei Muse. Tour che ha toccato anche l’Italia e che ha catapultato la band di Manchester su palchi di tutt’altro livello rispetto al solito. “Quella del supporto ai Muse è stata una vera sfida” ammette Spearman a Rockol. “La loro è una produzione enorme e hanno una marea di gente che li segue. Noi siamo solamente una piccola band che si è ritrovata al centro di un palco pazzesco; è una cosa che ti può intimidire, ma in senso buono perché ti stimola a concentrarti sull’esibizione e dare il meglio ogni volta che tocca a te. Va detto che l’acustica dei posti dove ci siamo trovati a suonare è completamente diversa da quella a cui siamo abituati”.<br>“Nelle grandi arene e nei palazzetti il suono esce dalle casse ma non torna indietro” precisa Pritchard, “mentre nei club è tutto più contenuto, in un certo senso molto più intenso. Devi per forza imparare a gestire questa situazione e cercare di trasmettere il più possibile. E’ una cosa che abbiamo vissuto anche l’anno scorso quando abbiamo aperto per gli Snow Patrol, giusto prima di entrare in studio per registrare ‘Arc’, e credo che la cosa abbia influenzato in modo particolare l’arrangiamento dei nuovi pezzi. Le prove, infatti, le abbiamo tenute in una sala molto ampia, la stessa usata dagli Elbow, che ha in pratica un’acustica da caverna; non è un’arena ma ci si avvicina. Tutte queste cose hanno indirizzato in qualche modo il sound del disco e credo che il risultato si senta chiaramente”.

La conferma arriva qualche ora dopo, quando la band, suonate le dieci e mezzo, sale sul palco del club milanese. L’attacco è immediato, “Undrowned”, il bel singolo “Kemosabe” e l’ottima “Torso of the week” sono l’introduzione ad uno spettacolo sostanzialmente privo di punti deboli, condotto egregiamente da un Jonathan Higgs in serata e nettamente più sicuro rispetto alla data del 2011 che il quartetto tenne sempre qui a Milano, sponda Magnolia. “Noi veniamo da Manchester, scusate se abbiamo portato la pioggia”. La pioggia effettivamente non manca, ma pare non aver scoraggiato la platea meneghina, in evidente debito di riconoscenza verso i ragazzi inglesi. “Feet for hands” si fa quindi apprezzare per il sound pieno e sicuro, segnando la fine del riscaldamento (vocale e strumentale) e l’inizio della competizione vera e propria. Competizione che vede in episodi come “Final form”, impeccabile esibizione di pop progressivo, e “Duet”, alcuni dei momenti migliori in assoluto. Gli Everything Everything sono, tra le band giovani, quella con probabilmente il più ampio margine di crescita. Perché sanno suonare, possiedono un’ottima tecnica, ma soprattutto hanno dei buoni pezzi che la possono convogliare nel modo più emotivamente efficace. Pezzi diretti, complessi ma semplici. Il famoso “pop a modo loro”, tanto per capirci. Promossi quindi i pezzi nuovi, così come le vecchie glorie, vedi “Schoolin’” e l’acclamata “Photoshop handsome”, vestita pesante giusto per affrontare meglio il palco. “Grazie ragazzi, perché le state cantando davvero tutte. L’ultima volta che siamo venuti in Italia era con i Muse. Un c**** di posto gigante. Sapete una cosa? Preferisco mille volte questa sera. Vi vedo in faccia e voi vedete me”. Poco da aggiungere, le serate che vanno per il verso giusto si riconoscono subito, e questa non ha fatto eccezione. “The peaks” si trasforma così in un piccolo saggio di emotività per preparare a dovere il terreno per il finale da “doppio singolo”: “Suffragette suffragette” e “Cough cough” chiudono il main set in un crescendo di ritmiche a dir poco schizofreniche; il marchio di fabbrica degli Everything Everything. “Grazie fottutamente mille. Siete stati grandi stasera”. Prego, è vero.

La band si prende quindi giusto pochi minuti per la tradizionale scenetta uscita/rientro per poi ripresentarsi con in dote un encore da manuale. “MY KZ, UR BF” funge da decompressione dopo il primo finale tirato, “Choice Mountain” distende gli animi e apre al pezzo migliore della serata, e di rimando uno dei migliori di “Arc”, “Radiant”. “Questa sera ci siamo sentiti accolti. E’ sempre bello essere qui, è bello il vostro essere italiani. Restate italiani, sempre”. Il consiglio suona strano, per quanto comunque lusinghiero. Un pericolo, quello di suonare strana, che “Don’t try” non sembra dovrà mai correre; il finale è in puro stile EE: improvvisamente tronco e in sfavillante bellezza. Aggiungerei anche sopra le aspettative, più per loro che per noi. Perché forse una risposta del genere non se l’aspettavano. In barba alla pioggia e al freddo, quando una serata deve andare bene, ogni cosa sembra impegnarsi per farla girare alla perfezione. L’ho già detto ma conviene ripeterlo, che non fa mai male. Bravi.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Undrowned”

Kemosabe”

Torso of the week”

Feet for hands”

Final form”

Duet”

Armourland”

Schoolin’”

Photoshop handsome”

The peaks”

Suffragette suffragette”

Cough cough”

Encore

MY KZ, UR BF”

Choice mountain”

Radiant”

Don’t try”

Live Report: Local Natives @ Tunnel, Milano 28/02/13

Marzo 1st, 2013 in Reports by Redazione Rockol

E se fosse stato un amore da un disco solo? Tremendo. Non ci si deve pensare, anche se a dirla tutta, passati i tre anni (“Gorilla manor” è addirittura del 2009), il sospetto è nato. Poi, per fortuna, al quarto è nato anche “Hummingbird”, e tutti abbiamo tirato un bel sospirone di sollievo. I Local Natives li avevamo incrociati alla Casa 139, in quel di via Ripamonti. Li ritroviamo al Tunnel, freschi di pubblicazione di un secondo album che ci hanno fatto davvero sudare. Un disco, a conti fatti, inferiore al precedente, ma che in ogni caso conferma i Local Natives come una realtà solida, tangibile; qualcosa di più che un amore da un disco solo. Non c’è più Andy Hamm a suonare il basso, ma in compenso abbiamo guadagnato Aaron Dessner (direttamente da casa National), che “Hummingbird” non solo l’ha prodotto, ma l’ha addirittura suonato. Il tempo passa e la band cambia, se non vuole morire; è inevitabile.

L’apertura della data al Tunnel è affidata ai londinesi Wall, un trio sotto le righe che guadagna il palco poco dopo le nove in totale sordina, attirando fronte palco una magra quantità di persone destinata comunque a rimpolparsi nel corso del set. Il loro è un synth pop molto lento ed essenziale, a volte fin troppo, che va rapidamente a dissolversi una volta uscito dagli strumenti. Questo nonostante i due bassi sfoggiati a tratti contemporaneamente. Niente di scandaloso, per carità; a modo suo la giovane vocalist sa anche come essere sexy. Un pelo più di nervo nel gestire il tempo a disposizione non avrebbe però guastato.

Sgomberato il palchetto del club milanese, sono gli stessi Local Natives a sistemarsi l’armamentario. Passate del dieci e venti le luci si spengono, il Tunnel è al nono mese e questo bambino non resta che farlo venire fuori. “You & I”: l’inizio è di quelli che lasciano il segno. L’impasto di voci è ben amalgamato, corposo e caldo come una colata di miele. Penso: “A che punto saranno i Midlake?”, ma i ragazzi di Silver Lake non me lo fanno pensare per molto; anche perché i baffi di Taylor Rice sono come me li ricordavo, e vederli tarantolati sotto il suo naso è sempre uno spettacolo più che gratificante. “Grazie mille, è splendido essere di nuovo qui”. “Breakers” arriva bella, ma “Wild eyes” lo è di più. Tanto che il primo boato è tutto per lei, così come il primo coro sul ritornello, ricambiato con la prima tirata ritmica a cinque sul palco (e con dei bassi mostruosamente sovraesposti). Eccoli qui i Local Natives, quelli che NON fanno world music. “Black Balloons” deve trarre giovamento dal singolo che la precede giusto perché, nonostante l’immancabile e sempre ottimo crescendo, ha una spina dorsale più deboluccia delle sorelle maggiori. Un problema congenito che affligge buona parte delle nuove arrivate, per quanto in maniera differente di caso in caso. Per dire, “Heavy feet” ha lo stesso problemino ma una melodia migliore che riesce a sopperire a un timido difetto come questo. Nel frattempo, il momento di leggera flessione è sottolineato dal chiacchiericcio che gradualmente s’intensifica nelle retrovie. Quella del Tunnel è una di quelle date regolate dal comandamento “se non la conosco, non mi interessa”. E’ vero, per quanto siano quasi sempre e solo le persone sistemate dalla metà in poi a rispettare questa maledetta regola, ogni volta mi stupisco di come uno possa pagare un biglietto per poi dedicarsi a tutto tranne che al concerto. Misteri della fede. Nel frattempo la band sul palco è decisamente mobile, coinvolta da cima a fondo. Kelcey Ayer si alterna a Rice nel ruolo di padrone di casa anche solo per ringraziare, ma è Rice a incappare nell’inevitabile: “La prima volta che sono venuto a Milano avevo diciotto anni. Insomma, mi piaceva, c’è dell’ottimo cibo”. Sospirone in platea. Non se ne può più. Rice però se ne accorge e recupera: “… e adesso qui c’è un sacco di gente. Grazie mille. Due settimane fa è uscito il nostro nuovo disco e ne siamo molto orgogliosi”. Parte “Ceilings”, un pezzo intimo e compatto e fin troppo sottovalutato, seguito dall’ottima cover di “Warning sing” dei Talking Heads; un bel regalo (scelta impeccabile) che prende il posto della prevista “Camera talk” già segnata in scaletta. “Mt. Washington” accentua invece il carattere compassato della parte centrale del live; un live condotto magistralmente da una band che pezzo dopo pezzo ha dimostrato di aver aggiunto un livello di coesione e di confidenza con il proprio sound ormai invidiabile. Il repertorio funziona perché la scaletta è ben assemblata e la band gira spedita e senza intoppi: passati trenta minuti metà del lavoro è archiviato e la strada si fa tutta in discesa. “Colombia”, frastornata dal chiacchiericcio, è l’antipasto a “World news”, uno dei pezzi più amati della serata; la chiacchiera s’interrompe e al suo posto partono i cori. Di nuovo: “Se non la conosco, non mi interessa”; ma se la conosco… “Airplanes”? Questa la conoscono tutti: fuori i telefonini. “Grazie, grazie davvero”. Che gran pezzo. “Bowery” chiude infine il main set in netto crescendo, con la sua atmosfera appena più cupa, ma enormemente affascinante. La migliore della serata? Probabilmente.

La pausa è breve, i cinque tornano sul palco con una buona interpretazione di “Wooly mammoth” che riscalda i motori in vista della doppietta di coda. Stacchi, riprese, crescendo, cambi di tempo e ritmica: l’essenza dei Local Natives è da cercare in pezzi come “Who knows, who cares”, a mio parere il più bello e profondo mai scritto dalla band, e “Sun hands”, quest’ultima chiamata a dirigere a colpi di reni le operazioni di ritiro. In tutto è passata un’ora e dieci, dall’inizio alla fine. Volata. Altro che amore: una botta e via.

(Marco Jeannin)

SETLIST

You & I”

Breakers”

Wild eyes”

Black Balloons”

Heavy feet”

Ceilings”

Warning sing” (Talking heads cover)

Mt. Washington”

Colombia”

World news”

Airplanes”

Bowery”

Wooly mammoth”

Who knows, who cares”

Sun hands”

Live Report: Baustelle @ Teatro degli Arcimboldi, Milano 25/02/13

Ffebbraio 26th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Forse lo avevo già scritto da qualche parte – amo ripetermi – ma di concerti dei Baustelle ne avrò visti senza esagerare una quindicina. Ne ho visti talmente tanti (dal 2004) di live dei Bau da potermeli ricordare in tutti i modi possibili, dalle date con le location più adatte a quelle con il pubblico più sbagliato, gratis in una piazzetta dietro il centro di Milano o in versione semi-acustica sul palco del Teatro Ariston per un Premio Tenco, al Forum con i suoni ovattati o al mare, a Donoratico, per un 25 aprile indimenticabile, in locali che non esistono più (Rolling Stone e Rainbow) e in luoghi magici come Villa Arconati.

Insomma, di tanti che ne ho visti, quello di ieri sera al Teatro degli Arcimboldi di Milano è quello che più mi ha stupita.
Avevo già notato dei passi da gigante da parte di Francesco Bianconi – per quello che riguarda l’intonazione e la padronanza dello strumento ‘voce’ – nel tour di “Amen”: sul palco, a differenze dei tanti concerti visti in precedenza, era più sicuro di sé, le parole si comprendevano meglio e il timbro usciva più pulito. Ma era una fase di passaggio, una fase di transito dal ragazzo con la chitarra in mano e il ciuffo davanti agli occhi usati come schermo protettivo all’uomo che ieri sera ha trascinato la sua band, i Baustelle, in uno dei concerti più belli di questo mio 2013 (sì, lo so che siamo a febbraio…).

Il concerto di presentazione di “Fantasma” a Milano è stato un successo, una santa messa alla quale curiosi, fan affezionati, addetti ai lavori e parenti (mi sono ritrovata, senza volerlo, in ottava fila in mezzo penso alle fidanzate e ai parenti della famiglia Baustelle, cosa che mi ha creato un po’ di agitazione iniziale ma non so perché), hanno partecipato con rispetto e dedizione, con la sensazione che pervade solo chi li ama davvero: questa serata sarà magica, questo concerto sarà perfetto, non possono permettersi di fare errori e conoscendo la band, non ne faranno. E così è andata. Tutto perfetto. La logistica del palco, ovvero la disposizione dei musicisti, degli strumenti, dell’orchestra, hanno creato un’armonia perfetta grazie anche alle luci (eccezionali, complimenti vivissimi al tecnico) e agli abiti di scena, sobri ma eleganti, soprattutto Rachele Bastreghi, bella e raffinata come sempre. La pulizia dei suoni e la limpidezza delle voci hanno fatto la differenza e sono stati supportati da silenzi attoniti del pubblico e dalla tensione palpabile che si percepiva su alcuni canzoni come nella tripletta più bella del campionato musicale dei Baustelle, ovvero “Il Finale”, resa indimenticabile dall’apertura orchestrale verso la fine del brano, “Radioattività”, dove accompagnata dal versatile e preciso Diego Palazzo al pianoforte Rachele Bastreghi, in piedi, con tutti gli occhi puntati addosso, regala un’interpretazione commovente, misurata e travolgente al tempo stesso, e “Diorama” uno dei brani che ha trovato da subito consenso da parte de fan e che dal vivo rende ancora meglio.
La seconda parte del live prevede qualche sorriso in più, un’interazione decisamente più rilassata con il pubblico da parte della band e un’espressione più o meno distesa sul volto di tutti quanti. Il filotto iniziale è andato, quello nuovo, centrale, più corposo con brani come la scoppiettante “Cristina”, la drammatica “Contà l’inverni” e l’evocativa “Monumetale” dove per la seconda volta tutto il pubblico rimane a bocca aperta per la magnifica interpretazione di Rachele Bastreghi, si conclude con brani del passato come “L’areoplano”, la commovente “Alfredo” e “Il corvo Joe”. Bianconi ha dimostrato di essere un bravo, ottimo cantante, le canzoni e i brani strumentali sono ognuna una piccola opera d’arte e gli arrangiamenti con l’orchestra danno nuove vesti a canzoni come “Charlie fa suf”, “La guerra è finita” e “Andarsene così” lasciate per il bis.
Una nota a parte va direttamente ad Enrico Gabrielli, una persona e un musicista intelligente, consapevole e divertente e all’Ensemble Symphony Orchestra che ha egregiamente accompagnano i Baustelle e travolto tutto il pubblico degli Arcimboldi. Perfetta la sezione ritmica, specialmente Sebastiano De Gennaro, tarantolato ed elegante nel sua consolle di percussioni orchestrali, mentre una piacevole scoperta è stato un’inedito Ettore Bianconi, svagato, versatile e ottimo ballerino specie sui brani più ritmati. La famiglia Baustelle, in conclusione, è una bellissima comunità, una gioia da vedere e da sentire.

(Daniela Calvi)

SETLIST

Fantasma (Titoli di coda)
Il futuro
Nessuno
Il finale
Radioattività
Diorama
L’orizzonte degli eventi

Cristina
Contà l’inverni
Monumentale
La Morte
La Natura
Maya
L’aeroplano
Col Tempo (cover di Leo Ferré)
Corvo Joe
Alfredo
L’estinzione della razza umana
Fantasma (titoli di coda)

Charlie fa surf
La guerra è finita
Andarsene così

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol