Live Report: St. Vincent @ Tunnel, Milano 24/02/12
Ffebbraio 27th, 2012 in Reports by Redazione Rockol
A tre mesi di distanza dall’ultimo, ottimo passaggio in quel di Milano, St. Vincent (al secolo Annie Erin Clark) fa registrare il tutto esaurito al Tunnel. Un successo ottenuto grazie ai tre album di ottimo livello fino a qui pubblicati: il buon esordio “Merry me”, il disneyano “Actor” e l’ultimo, recente, “Strange mercy”. Un disco, quest’ultimo, più sintetico dei precedenti, quasi elettronico, a tratti spigoloso e meravigliosamente dissonante. E per quanto riguarda il live, si parte proprio da qui. Le luci si spengono puntualmente poco dopo le nove, come da programma. Nessuna apertura, pochissimi fronzoli. La gente arriva alla spicciolata e solo dopo quattro o cinque pezzi si raggiunge la capienza massima. Sono ancora in molti, infatti, a non considerare plausibili gli orari d’inizio segnalati sui biglietti e sui vari mezzi d’informazione. Un’abitudine ai limiti dell’ostinazione, calcificata da anni e anni di ritardi biblici e che con fatica faticheremo a levarci di dosso. Pazienza. Annie da par suo, sembra non badare all’orario e, accompagnata sul palco da synth, tastiere e batteria, apre il set con una tripletta pescata da “Strange mercy”, nello specifico “Surgeon”, l’interessante “Cheerleader” e “Chloe in the afternoon”.
Molto bene i suoni in platea, incisivo l’impatto di St Vincent sul pubblico. “Save me from what I want” e “Actor out of work” confermano il piglio della serata, un mix asciutto di Moog e chitarra elettrica in contrasto con la dolcezza vocale di Annie, un dolce amaro in grado di far risaltare ottimamente le melodie e l’abilità compositiva della quasi trentenne dell’Oklahoma. “Dilettante”, interrotta e ripresa da capo per un problema di corde (“It’s live music… sometimes strings just go bad”), sembra un pezzo di Colin Stetson, però cantato da un usignolo e con l’aggiunta di un paio di schitarrate dure e pure. Che piglio. Che voce. Stesso discorso per “Black rainbow”, un cucchiaio di miele con il mal di gola: dolce, rinfrancante, vellutata, eppure con un retrogusto quasi amaro evidenziato da un finale anche qui tirato.
St Vincent versione live è minimale, quasi cacofonica, aggressiva a tal punto da rendere lo spettacolo a tratti duro da seguire, un’esecuzione ai limiti del genere. Difficile dire poi quale genere: dream pop? Indie rock? Alternative? Elettronica? La verità è che nell’ora e venti di musica si è sentito un po’ di tutto, e credo che difficilmente si potesse chiedere di più (o di meglio, che dir si voglia). Molto bene dunque il singolo “Cruel”, giustamente piazzato a metà set e non in chiusura come in altre occasioni, idem dicasi per “Champagne year”.
“Neutered fruit” è introdotta dai ringraziamenti retrodatati di Annie per la tappa novembrina al Teatro Dal Verme (“… una serata bellissima seguita da una delle cene migliori di tutta la mia vita”), mentre “Strange mercy” abbassa i toni aprendo poi alla tirata nuovamente elettronica “Marrow”, un pezzo a cavallo tra Prince e Vangelis versione “Blade Runner”, seguito dalla cover dal sapore vagamente punkeggiante di “She is beyond good and evil” firmata in originale dal seminale The Pop Group di Mark Stewart. “Northern lights” e l’affascinante “Year of the tiger” infine, mandano tutti negli spogliatoi in vista del gran finale: Annie lascia il palco per pochi minuti, giusto il tempo di rifiatare prima dell’encore aperto da una toccante versione di “The Party” per voce e tastiera, e chiuso da una travolgente “Your lips are red”, accolta con entusiasmo da un po’ tutta la platea del Tunnel. Qui Annie si lascia andare definitivamente, suona, canta, si tuffa dal palco facendosi trasportare fino a centro platea, senza perdere un colpo, travolta dal suo stesso suono.
Biancaneve che canta nella tana del Bianconiglio, un finale tiratissimo per una favola allucinante e spaventosa. Il ritorno sul palco coincide con il reprise finale che chiude il set in una dissolvenza in nero e manda tutti a casa dopo i saluti di rito, chiudendo così una serata quasi perfetta sotto ogni punto di vista. Ottima location, bene la gente, meravigliosa St Vincent.
(Marco Jeannin)
SETLIST
“Surgeon”
“Cheerleader”
“Chloe in the afternoon”
“Save me from what I want”
“Actor out of work”
“Dilettante”
“Black rainbow”
“Cruel”
“Champagne year”
“Neutered fruit”
“Strange mercy”
“Marrow”
“She is beyond good and evil” (The Pop Group cover)
“Northern lights”
“Year of the tiger”
Encore
“The party”
“Your lips are red”
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Il Burlesque è un’arte sublime, alla quale non si può assolutamente resistere. Si è vittime dello scintillio di lustrini, dei movimenti sinuosi di ventagli di piume e si è accecati letteralmente dalla luce emanata da queste creature divine. A metà tra showgirl e dive, assolutamente padrone di palco e movimenti, queste artiste sono capaci di trasportarti nei mondi da loro creati: dal negozio di caramelle, all’Inghilterra di Emily Bronte sino ai fasti del Circo. Come narra la storia, il Burlesque è nato nell’Ottocento in Inghilterra e viene successivamente esportato negli USA. Di impronta comica e teatrale la scuola inglese, basata sullo strip e sullo stile “showgirl” quella statunitense, questa forma di espressione soddisfa qualsiasi palato. Stasera di palati soddisfatti ce ne sono stati parecchi. Al Teatro Smeraldo, infatti, è andata in scena “En evening of Burlesque”, kermesse di performer inglesi del genere, tutte di nota fama internazionale. A guidare gli spettatori nello sfavillante susseguirsi delle star, Miss Ivy Page, sensualissima e burrosa cantante dalla chioma rosso fuoco, che apre lo spettacolo intonando “Why don’t you do right”, introdotta dalla coreografia di quattro conigliette. Le performance sono quasi tutte accompagnate da un trio di musicisti, che suonano pezzi vintage dal vivo. Il palco prende subito vita con l’esibizione della splendida Slinky Sparkles, deliziosa caramellaia dal fisico statuario. Senza esitazioni, i bon bon vengono sostituiti dall’irriverenza della “perfetta rosa inglese” (“a perfect english rose”) come la definisce Ivy: è Ginger Blush, che con la sua freschezza comica, l’espressività, la sua “boccetta magica” e i suoi uccellini, nelle vesti di una lady vittoriana, suscita risate fragorose. Il Burlesque non è solo uno spettacolo in cui sono protagoniste le donne: è noto, infatti, che i primi spettacoli in Inghilterra furono interpretati da uomini. Il “macho” della serata è Adriano Fettuccini, improbabile giocoliere nelle vesti di un perfetto uomo della City. Con giocoleria ed equilibrismo, ammalia il pubblico, e lo diverte con il suo strip sul monociclo, che rivela un paio di boxer con la “Union Jack”. E’ il turno, successivamente, della strabiliante Amber Topaz, meravigliosa nel suo completo di piume verdi, canta dapprima “In these shoes”, seguita da “My heart belongs to daddy”, interpretata dalla diva delle dive Marilyn Monroe in “Let’s make love”. Il numero di Amber è travolgente, come lei. Chiude la prima parte Chrys Columbine, la regina del neo burlesque, pianista, fotografata da Playboy, la quale folgora il pubblico con uno strip raffinato e contemporaneo. La seconda parte è un turbinio di numeri con Slinky Sparkles nei panni della showgirl, sensualissima con i suoi ventagli di piume, seguita da Hotcake Kitty, che scoppia i suoi palloncini colorati per mostrarsi in tutto il suo splendore. Ancora una volta, l’arte circense stupisce con Chloe Lloyd, ginnasta e imperatrice degli hula-hop: lascia senza fiato con la sua coreografia. Tanta energia e seduzione con le segretarie retrò interpretate dalle “Folly Mixture”: Liberty Sweet, Bettsie Bon Bon, Saffron Cheveux e Angie Sylvia sono una miscela davvero esplosiva. Chiudono la serata le note della biondissima ed eterea Chrys Columbine, che riesce a svestirsi suonando il piano, e il gran finale di Amber Topaz con le Folly: sulle note di “Cabaret”, la stella del Burlesque “made in Britain” mette in scena un numero da applausi a cascata, anche quando inserisce nel testo del brano l’espressione in italiano “bella topa”. Tra un numero e l’altro, moltissime le interazioni di Ivy con il pubblico: ha persino insegnato alla platea a riprodurre uno “shimmy” con le spalle. Uno spettacolo del genere non va letto, va di certo visto.
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