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Live Report: moe. @ Salumeria della Musica, Milano 25/03/12

Marzo 26th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Vecchi hippies in maglietta tie-dye che scuotono barbe e zazzere bianche in una improvvisata idiot dancing.  Giovani americani dall’aria trasognata che si baciano incuranti di quel che gli succede intorno. Microfoni a giraffa posizionati sopra il mixer a uso e consumo dei “traders” che si scambiano le registrazioni dei concerti con il beneplacito del gruppo. In piccolo, ieri sera alla Salumeria della Musica di Milano, si sono riprodotti tutti gli ingredienti tipici (mancava solo l’odore di cannabis…) del classico show da jamband. Come avviene con i Phish,  gli String Cheese Incident o i Widespread Panic, con cui i protagonisti della serata, i moe. di Buffalo (New York), condividono una lunga militanza sulla scena, vent’anni abbondanti di carriera, che negli Usa li porta a riempire stabilmente teatri e arene.
La loro prima apparizione in Italia coincide con  l’ultima data del loro tour europeo, versione “compact” di uno show che negli States dura normalmente tre ore suddivise in due set.  Qui il set è uno solo, ma alla fine le lancette segnano 120 minuti di concerto: e a dimostrare quanto dilatata sia la loro musica basti sapere che i pezzi in scaletta, completamente diversi da una sera all’altra, sono undici soltanto. Alla Salumeria, preceduti dal virtuoso della chitarra acustica Jeff Aug (un discepolo di Leo Kottke e Michael Hedges), i moe. servono il loro inebriante cocktail a base di Grateful Dead, Frank Zappa e college rock (si chiama ancora così?), forti di una affiatatissima formazione che mette in campo l’agile batteria di Vinnie Amico, le percussioni multiformi di Jim Loughlin,  il basso fusion di Rob Derhak (a centro palco), le pirotecniche chitarre elettriche di Chuck Garvey e Al Schnier e tre voci intercambiabili che sono in realtà l’elemento meno distintivo del sound.
Sembrano una vecchia fraternity band in rimpatriata, ex compagni di università con i capelli radi e le pancette prominenti complici le lattine di birra che ancora tracannano sul palco. Ma quando ingranano sanno fare piccole magie: suonano in scioltezza e relax, con un tiro spesso più rock di gran parte dei loro colleghi della scena jam e altrettanta propensione alla trance psichedelica. Il loro forte, la loro specialità, che li ha resi un pilastro di un genere sempre poco  praticato e frequentato in Italia, anche se la Salumeria, per fortuna, è abbastanza piena da non sembrare una riunione di carbonari.
L’inizio, a dire il vero, non è entusiasmante: il Southern shuffle con chitarra slide di “Stranger than fiction”, il pop rock accattivante di “Downward facing dog”, la ballata del border “Shoot first” (con più di qualche assonanza con i Calexico) e lo strambo valzer di “Chromatic nightmare” condotto dal vibrafono di Loughlin dimostrano che  il formato canzone verso cui inclina l’ultimo album  “What happened to the La Las” non è il loro forte, una vernice di facciata che dal vivo serve principalmente a scaldare i motori prima di sciogliere le briglie. A Milano succede dopo una ventina di minuti con “Puebla”, uno dei pezzi nuovi, e con il vecchio classico “Timmy Tucker”: è li che i moe. cambiano marcia e cominciano a incantare con il ritmo che sale, Derhak sorridente che strappa note slap dal basso e le due chitarre che si intrecciano in un’ipnotica ragnatela, più jazzy e ricercata quella di Garvey, più fluida e incline a progressioni trascinanti quella di Schnier che ogni tanto strimpella anche una tastiera. E’ l’inizio di un viaggio che non sai mai dove ti porterà, verso un break jazzato, una breve oasi reggae o il funk alla Sly Stone di “George”.
La versione di “Can’t you hear me knockin’ ” dei Rolling Stones offre ritmi dispari e spezzati, i vecchi cavalli di battaglia “Rebubula” e “Akimbo” stacchi, riff concentrici, power chords e fantasmi di Jerry Garcia, con una musica che col passare dei minuti è diventata un magma fluido e pulsante e che non lascia più tregua. Prendere o lasciare, le jamband sono così e i moe. in volo libero uno show spettacolare e acrobatico, senza virtuosismi fini a se stessi e una capacità irresistibile di coinvolgimento per chi sia disposto a lasciarsi andare. Musica ottimista, energizzante, luminosa: “joyful sounds”, secondo la definizione dei succitati String Cheese Incident. Speriamo che tornino, prima o poi.
(Alfredo Marziano)

Setlist:
“Stranger than fiction”
“Downward facing dog”
“Shoot first”
“Chromatic nightmare”
“Puebla”
“Timmy Tucker”
“George”
“Can’t you hear me knockin’ ” (Rolling Stones cover)
“Rebubula”
(bis)
“Gone”
“Akimbo”

Dal Vivo
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