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Live Report: A Perfect Day Festival – Giorno 2 – 01/09/12

Settembre 4th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Secondo giorno per l’A Perfect Day festival, seconda tornata di gruppi e seconda imbarcata di acqua pomeridiana. Il prato del Castello Scaligero inizia gradualmente a cedere spazio ad una divertente fanghiglia umida, generando un profumo vagamente simile a quello di una stalla. Condizioni non propriamente ideali, che però non sembrano aver scoraggiato nessuno dei presenti. Visto l’andazzo della prima giornata, la gente ha pensato bene di attrezzarsi in modo corretto, così da non dover patire troppo la pioggia, a tratti davvero battente. Come diceva quel tale: “Non esiste buono o cattivo tempo ma buono o cattivo equipaggiamento”. Arrivare al festival con un tacco dodici a spillo, ecco, non è stata una grande idea. E mi riferisco alla donzella letteralmente infilzata nel terreno che durante il set dei Franz Ferdinand ha cercato in tutti i modi di darsi alle danze più sfrenate. Che dire… A queste persone non si può che guardare con una certa tenerezza. Il mondo è bello perché è vario.

Purtroppo la pioggia non porta solamente disagi in zona palco. Il tempo perso a destreggiarmi nel traffico e a trovare parcheggio m’impedisce di arrivare in tempo per l’esibizione dei Palma Violets dei quali riusciamo però ad avere la scaletta. Peccato. Cercherò di recuperare in un’altra occasione, per questa volta è andata così.

Tempistiche rispettate invece per i Vaccines, chiamati a riscattarsi dopo l’annullamento della data all’I Day Festival dello scorso anno a Bologna. Vaccines che ovviamente si presentano in formazione a quattro di fronte alla platea veronese. Tanto entusiasmo misto a curiosità per questa band / fenomeno inglese, molte le persone pronte a sfinirsi le ugole sotto la pioggia battente. Il set prevede quindici pezzi, pescati dal disco d’esordio e dal nuovo in arrivo, per l’incredibile durata di quarantacinque minuti netti. Un set interlocutorio. I Vaccines hanno dato l’impressione di essere evidentemente una band in crescita da un punto di vista della presenza scenica. L’esperienza sui palchi di mezzo mondo inizia inevitabilmente a pagare. Da quello qualitativo invece, la strada da percorrere è sembrata essere ancora molta. I pezzi, per quanto semplici, mancano di carattere, il sound non è così pieno come ci si potrebbe aspettare da una band che per lunghi tratti suona con basso batteria e due chitarre. Stesso discorso per la parte vocals: l’agitarsi di Young non aiuta la performance, votata più al colpo d’effetto che alla sostanza. Che tradotto significa qualche stecca di troppo e un paio di pezzi ripresi per i capelli. La figura migliore la fa Pete Robertson alla batteria, puntuale e aggressivo nello scandire ritmiche non esageratamente complesse ma fondamentali a reggere la baracca. Tutto questo però, pare non aver sfiorato minimamente i tanti ammiratori della combo londinese. Da “No hope”, passando per “Wreckin’ bar (Ra Ra Ra)”, la nuova “Teenage icon”, l’acclamatissima “Post break up sex”, fino alle conclusive “If you wanna”, “Bad moon” e “Nørgaard”, sono stati davvero pochi i momenti di tregua dal canto e dai cori della platea. Una grande dimostrazione di affetto che supera di gran lunga qualsiasi genere di aspettativa. Parlando dei Killers dicevo come a volte durante uno show si debba fare un discorso di priorità, privilegiando la resa complessiva ad un’eventuale ricerca spasmodica della perfezione sonora. Valeva per i Killers, una band che ha già più volte dimostrato di essere in grado proporre uno show come si deve. Non vale per i Vaccines, che di cose da dimostrare ne hanno ancora una bella sfilza. Ad ogni modo sarà il tempo come sempre a stabilire chi ha ragione. Se tra cinque anni saremo ancora qui a parlare di un loro live vissuto dal pubblico come quello di Villafranca, vorrà dire che mi sono sbagliato.

I Vaccines abbandonano il palco per far posto ai post rockers scozzesi Mogwai, una band di tutt’altro livello, caratura e qualità. Qui la faccenda inizia davvero a farsi interessante.

La band di Glasgow arriva all’A Perfect Day nei panni dell’outsider, inserita in una giornata all’insegna dell’indie rock, caratterizzata da un pubblico tendenzialmente mainstream, per quanto sempre all’interno di un genere “alternativo”. Come sempre è Stuart Braithwaite a introdurre il set con il tradizionale, imprescindibile: “We’re Mogwai, from Glasgow”. Da qui in poi a parlare saranno quasi esclusivamente gli amplificatori, e lo faranno a volumi mostruosi per circa un’ora e venti. Un set imponente, magistrale, a tratti violento, portato avanti con l’abilità di chi il genere ha contribuito a definirlo: il post rock, questo sconosciuto. La reazione della maggior parte dei presenti infatti, va dal sorpreso allo stranito. Se ti trovi i Mogwai di fronte, e non sai a cosa stai andando incontro, effettivamente non puoi non arrivare porti un paio di domande. Domande che si spera trovino prima o poi risposta, magari tornando a casa e cercando di capire chi benedetti siano questi Mogwai, da dove vengono, e perché una volta lanciata la batteria di “How to be a werewolf”, è stato letteralmente impossibile concentrarsi su altro. I Mogwai sono questo, un assalto frontale che raramente lascia scampo, un’esperienza sonora da vivere da cima a fondo, anche solo per il gusto di sapere cosa si prova a perdere i sensi rimanendo svegli. Il set di Villafranca conta tredici pezzi da cui è effettivamente molto, molto difficile pescare uno o più vincitori. Conviene limitarsi allora a mettere l’accento su quelli che non sempre si ha la fortuna di sentire, come “Ex cowboy”, “Stanley Kubrick” e “Travel is dangerous”, e sul finale impossibile di “Mogwai fear satan”, una cavalcata elettrica di rara intensità, capace di zittire anche il più molesto tra i presenti. Qualcuno si è chiesto che senso ha avuto mettere i Mogwai tra i Vaccines e i Franz Ferdinand. La risposta è che mettere i Mogwai in qualsiasi parte, ha sempre senso. Toccherà poi a chi gli sta intorno, rendere il confronto quantomeno alla pari.

Il set dei Mogwai lascia la platea del Festival alle prese con qualche fischio di troppo nelle orecchie da smaltire durante il cambio palco. Cambio palco che, come previsto, porta in dono i Franz Ferdinand, al ritorno in terra d’Italia dopo qualche anno di assenza. I quattro scozzesi capitanati da un pimpante Alex Kapranos si presentano con una scaletta / greatest hits da diciassette pezzi, da esaurire nel giro di un’oretta e mezza. “Do you want to”, “No you girl” e “Tell her tonight” aprono il set impostando quello che sarà un po’ il modus operandi della serata: poche chiacchiere, pezzi tirati da sgranare in sequenza a mo’ di rosario, e via finché il fisico tiene (e l’orologio lo permette). I Franz Ferdinand visti a Villafranca hanno dato immediatamente l’impressione di essere una band ormai rodata e perfettamente in grado di tradurre al meglio un repertorio di pezzi ormai consolidati sia da un punto di vista tecnico, che da quello della resa live. Passata la prima metà del set, viene spontaneo notare la differenza di sound, di pulizia e di qualità rispetto ai Vaccines. D’accordo: esperienza diversa, band diversa, altri tempi e altri modi. Però quattro sono i Vaccines, e quattro i Franz Ferdinand; due le chitarre, uno il basso e una la batteria. E uno soprattutto il genere. Macché, un altro mondo. Kapranos e compagni si prendono il tempo giusto per salutare il pubblico, scherzare, farlo interagire con un paio dei classici cori e contro cori, rendere omaggio all’ottima location (il vero punto forte di questo festival, un “A Perfect Day” più volte sottolineato dallo stesso Kapranos, evidentemente ben predisposto dalla situazione ambientale), senza però mai interrompere il fluire scorrevole del live. Ottime come sempre “Walk away” e “Can’t stop feeling” (intervallata da uno snippet di “I feel love” Donna Summer), letteralmente spaccaplatea i singoli “The dark of the matinée”, “Take me out” e “Ulysses”, giustamente piazzati a metà e a tre quarti del set per bilanciare al meglio la scaletta di un set che ha fatto della varietà la sua arma migliore. I Franz Ferdinand ormai sono una band sufficientemente matura per capire quando è ora di tirare un po’ di più, o abbassare il ritmo per far rifiatare. Cosa questa che permette al pubblico di integrarsi meglio nel live, ballare quando c’è da ballare, cantare quando sollecitato e rispondere al meglio alle esortazioni di quello che possiamo finalmente chiamare Frontman, con la “f” maiuscola. Il main set si conclude con “Outsiders”, come sempre con tutti e quattro i membri della band a picchiare contemporaneamente sulla batteria. Una chicca già vista nel precedente tour, ma di grande effetto, ideale per chiudere in levare un crescendo comunque fin qui più che convincente. Quattro i pezzi riservati all’encore, nello specifico “Jacqueline”, “Trees & Animals”, “The Fallen” e ovviamente la super attesa “This fire” per chiudere in bellezza. Poche altre cose da aggiungere. I Franz Ferdinand non saranno una di quelle band idolatrate dalla critica, ma in quanto a live sanno il fatto loro. Che poi è una delle migliori qualità che una band possa avere. Il live all’A Perfect Day è servito a darcene l’ennesima conferma, in attesa di vederli finalmente tornare con un nuovo lavoro in studio – da cui i FF hanno pescato tre pezzi per questo live: “Right thoughts! Right words! Right action!”, “Scarlet & Blue” e la già citata “Trees & Animals”, ad un primo ascolto buone, ma non eccelse – che si spera non tardi ad arrivare.

(Marco Jeannin)

SETLIST

PALMA VIOLETS

“Sex beat”

“Rattsnake higway”

“All the garden birds”

“Tom the drum”

“Chicken clippers”

“Best of friend!

“Snep up”

“Last of the junker wire”

“Fourteen”

VACCINES

“No hope”

“Wreckin’ bar (Ra Ra Ra)”

“Tiger blood”

“I always knew”

“Wetsuit”

“Teenage icon”

“Under your thumb”

“Ghost town”

“Post break-up sex”

“All In White”

“Change of heart, Pt. 2”

“Blow it up”

“If you wanna”

“Bad mood”

“Nørgaard”

MOGWAI

“How to be a werewolf”

“I’m Jim Morrison, I’m dead”

“Rano pano”

“Killing all the flies”

“White noise”

“Ex-cowboy”

“Auto rock”

“Stanley Kubrick”

“Travel is dangerous”

“Mexican Grand Prix”

“Hunted by a freak”

“Mogwai fear Satan”

“We’re no here”

FRANZ FERDINAND

“Do you want to”

“No you girls”

“Tell her tonight”

“Walk away”

“Right thoughts! Right words! Right action!”

“The dark of the matinée”

“Scarlet blue”

“Michael”

“Can’t stop feeling” (con snippet di “I Feel Love” di Donna Summer)

“Take me out”

“Ulysses”

“40′”

“Outsiders”

Encore

“Jacqueline”

“Trees & Animals”

“The fallen”

“This fire”

Live Report: Mogwai @ Estragon, Bologna 09/03/11

Marzo 10th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

I fan dei Mogwai sono come un fiume carsico. Non ne senti parlare, scorrono quasi interamente sottoterra per poi riemergere con forza in superficie, ma solamente in rigorose occasioni ben selezionate, vedi i live, quando ti accorgi che sono una quantità bella consistente. Che poi non tutti siano coscienti di che cosa sia un live dei Mogwai, questo è un altro paio di maniche: il pubblico dell’Estragon spazia dal feticcione ipercompetente in tenuta da scafato post rocker (maglia degli Slint e compagnia bella), al neofita che scalda l’attesa con chiacchiere da bar (della musica, non dello sport). Gli stessi che al banchetto del merchandising si fanno due risate perché, con le magliette, le felpe e quant’altro, si vendono per la modica cifra di due euro i tappi per le orecchie marcati Mogwai. Poco dopo le nove sale sul palco RM Hubbert, massiccio chitarrista acustico, sul cui sito ufficiale compare un’iniziativa quantomeno curiosa denominata “We play for food”. Bene: volete organizzare una serata con RM Hubbert? Niente di più facile. Vi basterà invitare in casa (o dove volete) un po’ di gente amante della musica, preparare la cena per tutti e il buon “Hubby” sarà lieto di suonare un set informale per chiunque sia così gentile da averlo come ospite. Un ragazzone così non si può che adorarlo al primo colpo. E a giudicare dalla stazza, deve averne fatte di date… Ad ogni modo, per quanto riguarda la serata con i Mogwai (che non credo l’abbiano convinto a suonare promettendogli una cena), “Hubby” si presenta sul palco accompagnato solamente da una chitarra acustica. Un set d’apertura completamente strumentale, di una mezz’oretta abbondante: fingerpicking di qualità, molto soft e delicato, ma purtroppo ignorato da buona parte della platea, troppo impegnata a fare altro e a farlo maleducatamente ad alta voce. A mettere tutti a tacere ci pensano i Mogwai, sul palco bolognese dieci minuti dopo le dieci. Il saluto è sempre lo stesso, “We are Mogwai from Glasgow”. Stuart Braithwaite appare visibilmente dimagrito, mentre Dominic Aitchison sfoggia un bel barbone quasi folk. L’attacco spetta a “White noise”, seguita dalla meravigliosa “Killing all the flies” e da “Death rays”. Lentamente l’Estragon si svuota di parole e si riempie di volume, di quel famoso muro sonoro denso e impenetrabile che ha reso celebre il quintetto scozzese. Benvenuti a un set dei Mogwai, dove l’unica cosa che conta è ciò che si sente. Benché l’Estragon non sia dotato di un’acustica delle migliori, il lavoro fatto in zona mixer dai tecnici dei Mogwai è come sempre ottimo. I primi tre pezzi servono per assestare il tiro, mentre “How to be a werewolf” (straordinariamente coinvolgente, accompagnata dal bel video ufficiale che scorre sul fondale) e “San Pedro”, iniziano a scardinare le difese uditive del pubblico. Pochissime parole come di consueto, solamente qualche “grazie” pronunciato da Stuart e niente di più. “I’m Jim Morrison” (leggermente riarrangiata) è accolta con lo stesso entusiasmo riservato ai pezzi dell’ultimo “Hardcore will never die, but you will”, segno che per quanto sulla via del cambiamento (pezzi più corti e nettamente più diretti), la fanbase dei Mogwai ha comunque apprezzato i due lavori più recenti del gruppo. Entusiasmo supportato da una resa live impeccabile, che trasforma anche un pezzo apparentemente innocuo come “White noise” in una cavalcata post rock notevolmente più massiccia che su disco.

Che i Mogwai fossero una live band però già si sapeva, non l’ho scoperto io e in ogni caso, non l’ho scoperto oggi. “New path to Helicon, pt.1” è un pezzo che merita un capitolo a parte. Dominic cede il basso a Stuart che si siede defilato in zona amplificatori. Parte in silenzio quello che a conti fatti è uno dei pezzi migliori dell’intera discografia. Pulita, incredibilmente travolgente, esaltante: la quintessenza dei Mogwai. Da qui in poi il set si mantiene su livelli ottimi, senza però eguagliare i picchi della prima parte. Spigolosa ad hoc “Rano pano”, accolta ovviamente come si compete a un singolo, più delicata invece “Friend of the night”, forse l’unico pezzo che perde qualcosina in versione live in quanto ad energia. Ad accompagnare la band, aggiungendo una chitarra in “You’re Lionel Richie”, sale poi sul palco Luke Sutherland, musicista e scrittore scozzese di chiare origini africane, già al lavoro con la band ai tempi di “Cody”. Una specie di sesto Mogwai se consideriamo che su “Hardcore will never die” suona e canta (ebbene si), in cinque pezzi su dieci. A questo punto Stuart ringrazia per la serata “amazing”, e introduce gli ultimi due pezzi in scaletta. “Hunted by a freak” è ormai un grande classico e si comporta da tale, mentre “Mexican Gran Prix” con Sutherland a dividersi le parti vocali con il solito Barry Burns, è la sorpresa più bella della serata (giustamente tenuta in caldo per il gran finale di prima parte), così grintosa da non far rimpiangere le vecchie chiusure alla “Batcat” e “We’re no here” tanto per intenderci. Piccola pausa per far riposare le orecchie e rientro quasi immediato con il divertissement elettronico vocoderizzato “George Square Thatcher death party” che riscalda l’ambiente prima del finale di “My father, my king”: una tirata elettrica unica di più di trenta minuti, quasi insostenibile a livello uditivo, post rock come raramente capita di sentire. Una maratona interminabile e forse per questo da considerarsi eroica, in primis per il pubblico visibilmente provato dell’Estragon. Caos a livelli audio improponibili: la cassa di destra cede dopo dieci minuti sotto i colpi della chitarra di Braithwait, un’accetta affilata. Uno dopo l’altro, i Mogwai lasciano il palco arrivati quasi a due ore di concerto, nel bel mezzo di una tempesta drone fatta di distorsioni lancinanti, lasciando al solo John Cummings il compito di tramortire definitivamente la platea bolognese arrivata al termine del set quasi completamente priva di udito. Una chiusura incredibile, ostica e senza ombra di dubbio, memorabile. Appuntamento dunque a Milano e poi chissà: andare ai live dei Mogwai ogni volta che se ne presenta l’occasione, è sempre un piacere. E dopo un concerto come questo è facile ricordarsi il perché.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“White noise”

“Killing all the flies”

“Death rays”

“How to be a werewolf”

“San Pedro”

“I’m Jim Morrison, I’m dead”

“New path to Helicon, pt.1”

“Rano Pano”

“Friend of the night”

“You’re Lionel Richie”

“Hunted by a freak”

“Mexican Gran Prix”

Encore

“George Square Thatcher death party”

“My father, my king”

Dal Vivo
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