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Live Report: Mumford & Sons @ Teatro Romano, Verona 02/07/12

Luglio 3rd, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Siamo sempre a caccia del concerto perfetto. Del resto è un po’ la speranza di tutti quelli che oltrepassano i cancelli: che la serata che ci si appresta a vivere abbia qualcosa di speciale, che sia diversa da tutte le altre. Perché questa è la nostra serata, il nostro concerto, la nostra occasione. Serate che poi iniziano tutte nello stesso identico modo: biglietto alla mano, controllo della borsa, grazie e buona serata. “Per me suoneranno questa”. “Cosa non darei perché facessero…”. “Ho sentito che una volta…”. Si sceglie il posto, ci si sistema, e si spera che il tizio altissimo che fa lo gnorri gironzolando con mezza birra in mano non si piazzi proprio di fronte a noi. Le luci infine si spengono, e tutte le aspettative, la tensione e le ansie covate durante l’attesa, si sciolgono in un unico, massiccio applauso liberatorio.

I Mumford & Sons fanno tappa a Verona, nella cornice del meraviglioso Teatro Romano, per rinfrescare a tutti le idee in vista della prossima pubblicazione (settembre a quanto pare) del nuovo, attesissimo disco. Una data “tecnica”, studiata per testare i pezzi nuovi di fronte ad un pubblico di devoti che ha già dato più volte prova di grande fedeltà. I Mumford sono il fenomeno indie folk del momento, la band imperdibile, il gruppo da sentire anche se non li conosci. Ecco allora che i biglietti per i sudatissimi live vengono bruciati nel giro di poche ore. Scongiurate le minacce di pioggia, poco prima delle nove sale sul palco Adam Stockdale aka Albatross, act singolo per voce e chitarra chiamato a fare da spalla alla band londinese. Il suo è un set minimale, una manciata di pezzi folk senza troppe pretese, accolti con entusiasmo dalla già carica platea veneta. Niente di trascendentale, questo va detto, ma l’aria che si respira è di grande festa: la gente sorride, canta, applaude e trasmette elettricità.

E mentre il cielo si fa via via più scuro, venti minuti prima delle dieci si spengono i fari che illuminano il proscenio. Sul palco salgono i Mumford & Sons, accompagnati da un piccolo trio di fiati e da un paio di altri turnisti chiamati a rendere ancora più corposo il sound del quartetto londinese (e sopperire alla menomazione di Marcus Mumford, recentemente infortunatosi alla mano: niente chitarra per lui). Nel silenzio di una platea rapita dai primi tocchi di banjo, il set decolla con il primo degli inediti della serata, “Lover’s eyes”. Inedito per modo di dire, perché a quanto pare l’intero Teatro Romano conosce a memoria le parole di quella che sembra essere l’ennesima poesia in parole e musica firmata Mumford e figli. Un prologo che lentamente cresce di spessore, fino all’esplosione finale che letteralmente catapulta buona parte della platea a ridosso del palco. Addio ai posti numerati, alle recinzioni e a qualsivoglia restrizione.

“Little lion man”, “Winter winds”, “White blank page”. Come in un video di Romanek, le luci calde sparate dal fondo del palco disegnano i controluce delle sagome delle mani costantemente alzate a sfiorare le cime dei cipressi che si stagliano sullo sfondo. “Non c’era mai capitato di trovare qualcuno che conoscesse a memoria i pezzi che non sono ancora usciti. O meglio, nessuno bene come voi. Questa cosa fa un po’ paura”. Hai ragione Marcus, questa cosa fa un po’ paura. Ma è anche la dichiarazione d’amore più pura e incondizionata che un pubblico possa regalare alla propria band. “Below my feet” è la quiete prima del balzo: “Roll away your stone” ma soprattutto “Lover of the light” trasformano definitivamente le gradinate in una bolgia che raramente ci è capitato di vedere. Irresistibili: i Mumford sono irresistibili. Punto. “Thistle & Weeds” e “Ghosts that we knew”, impeccabili, chiudono la parentesi sugli inediti. Inediti che, accoglienza a parte, sembrano già funzionare alla perfezione su un palco, fugando in anticipo le paure legate alla pubblicazione di un eventuale “Sight no more” versione due. Ok, lo stampo è quello, ma una parvenza di evoluzione sembra esserci, sia nel songwriting che nell’approccio interpretativo. Che poi era la cosa che ci premeva di più scoprire da una data come questa. “Awake my soul” spegne però qualsiasi pensiero sul nascere. Perché a una preghiera come questa, gridata verso un cielo tempestato di stelle, non si può non dedicarsi completamente. “Whispers” e “Dust bowl dance” chiudono infine il set principale, con band e platea in piena trance live. La gente salta, canta e si abbraccia. Ringrazia e chiede a gran voce un encore che però, stranamente, sembra farsi attendere. Un mistero immediatamente svelato. I Mumford escono dopo qualche minuto di meritato riposo, ma senza guadagnare il palco. Da un’uscita laterale, i quattro salgono le scale che portano ad una piccola terrazza posta dietro la platea. E qui, sullo sfondo della facciata di una chiesa, completamente in acustico e a voce alta, arriva la “Sister” che non ti aspetti, forse uno dei momenti più alti mai goduti in assoluto in un live. La platea si fa religiosamente silenziosa per lasciare spazio alle quattro voci dei Mumford che lambiscono la calda serata veronese quasi come un vento fresco, una brezza leggera e corroborante.

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Roba da lasciarci la pelle. Poco meno di cinque minuti da tenere stretti nei giorni, settimane e mesi a venire: “E’ stato davvero speciale per noi, quindi grazie per averci permesso di farlo”. Grazie a voi ragazzi. Dal più profondo del cuore. “The cave” a questo punto diventa la chiusura quasi ovvia, forse necessaria, di un set trionfale che difficilmente verrà dimenticato per tanti motivi.

Primo per la bellezza della location: il Teatro Romano è davvero una perla senza eguali, per atmosfera, splendore e per l’impatto che ha su chi si trova sul palco. Poi per l’incredibile platea veronese, a tratti fin troppo perfetta, responsabile in larga parte dell’incredibile serata: sono così tante le volte in cui ti immagini come sarebbe potuta andare se la gente fosse stata al top, che quando succede non sembra vero. E infine per la bravura di una band che non smette mai di stupire. Questo è stato il concerto dei Mumford & Sons a Verona. Certi concerti passano senza lasciare un segno, altri te li fanno rimpiangere da lontano perché quella maledetta sera tu non potevi esserci. Non questa volta. Non oggi.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Lover’s eyes”

“Little lion man”

“Winter winds”

“White blank page”

“Below my feet”

“Roll away your stone”

“Lover of the light”

“Thistle & Weeds”

“Ghosts that we knew”

“Awake my soul”

“Whispers”

“Dust bowl dance”

ENCORE

“Sister”

“The cave”

Live Report: Mumford & Sons @ Teatro dell’Arte Milano 10/09/10

Settembre 11th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Forse i più sorpresi erano proprio loro, i Mumford & Sons. Probabilmente non si aspettavano che il loro primo concerto a Milano diventasse un piccolo trionfo. Quella di ieri sera al Teatro dell’Arte era la seconda volta in Italia per il gruppo inglese, dopo la data dell’anno scorso al Covo di Bologna. E a giudicare da com’è andata bisogna augurarsi che il gruppo guidato da Marcus Mumford torni presto, perché ha dimostrato di essere una delle band più interessanti in circolazione. C’è qualcosa di spirituale nella loro musica, che arriva prima allo stomaco che all’orecchio. Forse è questo che li rende così intensi, così trascinanti, soprattutto dal vivo.

A dire la verità, la serata non era cominciata proprio nel migliore dei modi. A causa delle lacune organizzative del teatro c’erano troppi spettatori nel parterre e circa 50 persone sono state costrette a spostarsi in galleria, una situazione che ha creato malumori più che comprensibili. Ad aprire il concerto, iniziato quindi con 45 minuti di ritardo, ci hanno pensato i Fanfarlo. La band londinese fonde folk e indie rock e ha regalato un’esibizione davvero niente male. Ma il piatto forte doveva ancora arrivare.

Quando i Mumford & Sons salgono sul palco sono già le undici e un quarto. Si parte con “Sigh no more” che, come spesso capita con i pezzi del gruppo inglese, parte piano, in modo quasi bucolico, per poi impennarsi e diventare un’irresistibile cavalcata folk. Così, quando il banjo di Winston Marshall inizia le sue pennate, il Teatro dell’Arte è già una polveriera. La cosa che stupisce è che, se si escludono due o tre pezzi, la band non usa la batteria. Ma francamente sembra non averne bisogno, per come riesce a infiammare il palco.

Come detto, si crea da subito un clima di festa. Anche gli artisti sono visibilmente stupiti, ma di certo non può che far loro piacere. Il cantante-chitarrista Marcus è la vera anima dei Mumford & Sons, nonostante il carattere timido e educato. Quando parla tra una canzone e l’altra, a volte in un italiano stentato, sembra quasi nascondersi. Ma quando imbraccia la chitarra e canta è tutta un’altra storia: la sua voce, che sa essere aspra o delicata a seconda delle occasioni, è il vero punto di forza di questa band. Ma i meriti non sono tutti suoi: il banjo di Winston Marshall ad esempio è altrettanto importante, soprattutto per la forza ritmica che riesce a dare ai pezzi.

Come detto, il pubblico reagisce alla grande, cantando a squarciagola le “hit” “Little lion man”, “Roll away your stone” e “The Cave”, forse il momento più intenso della serata. Ma non mancano anche episodi più riflessivi come l’ottima “Timshel”, che a tratti sembra un vero e proprio spiritual, o la tormentata “Thistle & weeds”, più elettrica e quasi psichedelica. C’è spazio anche per due nuove canzoni, “Nothing is written” e “Lover of the light”. Interessante la prima, da risentire la seconda.

Il set dura circa un’ora e mezzo e scorre via così, come un’onda, fino alla conclusiva e struggente “White blank page”, che diventa un vero e proprio tripudio per la band. Quando il gruppo esce dal palco tra gli applausi, ancora incredulo per l’accoglienza trionfale, Marcus strappa perfino una promessa. “Torneremo presto”, dice sorridendo. Non è detto, ma noi lo speriamo.

(Giovanni Ansaldo)

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