Blog

Live Report: My Chemical Romance @ Palasharp, Milano 07/03/11

Marzo 8th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Parola d’ordine: cautela. Più per chi legge, che per chi scrive. L’essere sopra i Trenta (o i Venti, dipende dai casi), non è un motivo valido per girare alla larga da una band come i My Chemical Romance. Tanto meno se si parla di live. Vedere per credere: PalaSharp non esaurito, ma discretamente pienotto se si butta uno sguardo in platea dalle gradinate. E mica solamente di ragazzine, ah no. C’è un po’ di tutto: bambini, adolescenti saltellanti con parrucca rosa e fidanzato al seguito, ma anche signori distinti di mezza età dallo sguardo curioso e, ovviamente, un plotone di accompagnatori defilato nelle zone più remote del palazzetto, pronto a riportare a casa nipoti e membra stanche a fine concerto. Un pubblico da pop band, se ne consideriamo l’eterogeneità, per un set ovviamente più punk che rock (benché a tratti palesemente hard) e perché no, pure funkeggiante (almeno nello spirito). Apertura in mano ai LostAlone, tre ragazzi piacevolmente animati da un fuoco hardcore versione “unrated”, evidentemente molto amati dal pubblico milanese visto il fragoroso boato d’accoglienza ma sconosciuti al sottoscritto (lo ammetto). Quasi quaranta minuti di set, emo punk abbastanza carico ed entusiasta per una band che al sesto anno di vita inizia ad avere un seguito corposo tra i giovanissimi, tanto da permettersi il lusso di far cantare i pezzi più noti a una platea già carica per l’arrivo dei “Fabolous Killjoys”. I MCR salgono sul palco del PalaSharp in formazione a sei, con due chitarre, voce, basso, batteria e tastiere. Nessuno sfondo (se non qualche luce al led), né tantomeno costumi o coreografie studiate a tavolino: uno show senza troppe regole prestabilite, esattamente come anticipato a Rockol da Gerard Way e compagni nell’intervista prima del concerto. Piatto forte della serata il nuovo album “Danger days”, un lavoro meno cupo e più punk rock rispetto al precedente concept “The black parade”, per la gioia dei nuovi adepti, e il disappunto della corrente più emo hardcore dei seguaci della band del New Jersey. Un’ora e mezza di set e venti pezzi proposti. Dopo una piccola introduzione si comincia subito con il singolo “Na Na Na”, “Thank you for the venom” e “Planetary (Go!) a fare da incipit. Le prime smentite a chi frettolosamente tende a catalogare i MCR alla stregua di una emo-boy band arrivano con la grintosa “Hang ‘em high”, inaspettatamente aggressiva e pesante in versione live. E via via le altre, su tutte l’arcinota “SING”, “Mama” (gustosa marcetta strampalata e incalzante molto amata dalla platea milanese vogliosa di dare fiato alle trombe), e a far valere il prezzo del biglietto, il quintetto cardine/spina dorsale dell’intero live: “I’m not okay (I promise)”, “Famous last words”, “DESTROYA”, “Welcome to the Black Parade” e quella “Teenagers” che vince il contest riservato al miglior pezzo della serata (davvero ottima sia per intensità che per coinvolgimento). Uscita, rientro di rito e finale con una “Give ‘em hell, kid” (anticipata da una sbiadita intro di piano) non prevista in scaletta, seguita da “Bulletproof heart” in chiusura definitiva di set. Oggettivamente un buon concerto, immagino strepitoso per gli under venti con le ossa ancora da farsi presenti al PalaSharp (molti, anzi, molte delle quali forse alla prima esperienza live), e potenzialmente divertente anche per i “fuori quota” più scettici. Cautela dunque: i My Chemical Romance sono una band che da una parte flirta con le ragazzine dalle bandane glitterate in debito d’ossigeno schiacciate in prima fila, e dall’altra ti piazza prima un concept-album sull’imminente morte di un ragazzo malato di cancro (“The black parade”) per poi calarsi nei panni di una “gang” di rivoluzionari del futuro, in lotta perenne contro la grande corporation (la Better Living Industries di “Danger days”). Vederli live significa tastare con mano questo dualismo: on stage giocano a fare le rock star tardo adolescenti ammiccando senza sosta, ma se i pezzi funzionano, un motivo ci sarà. Un addio onesto al caro PalaSharp (ex PalaTrussardi, PalaVobis, PalaTucker e Mazda Palace), teatro negli ultimi venticinque anni di concerti memorabili di gente come Peter Gabriel, Paul McCartney, U2, The Cure, Depeche Mode, Radiohead, R.E.M., Nirvana, Faith No More, Neil Young, Prince, Metallica, Black Sabbath e tanti, tantissimi altri: con i My Chemical Romance cala tristemente il sipario su uno dei luoghi storici della musica live milanese.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Na Na Na (Na Na Na Na Na Na Na Na Na)”

“Thank you for the venom”

“Planetary (GO!)”

“Hang ‘em high”

“SING”

“Vampire money”

“Mama”

“The only hope for me is you”

“House of wolves”

“Summertime”

“I’m not okay (I promise)”

“Famous last words”

“DESTROYA”

“Welcome to the black parade”

“Teenagers”

“Helena”

“Cancer”

“Vampire will never hurts you

Encore

“Give ‘em hell, kid” (con intro al piano)

“Bulletproof heart”

Live Report: Interpol @ Palasharp Milano 17/11/2010

Novembre 18th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

I sogni a volte diventano realtà. E ieri sera il sogno di tutti i presenti si è magicamente realizzato: il ritorno degli Interpol in grande, grandissimo stile. Ore 20.30, Palasharp, Milano. Il palazzetto è gremito ma vivibile, l’ atmosfera si comincia a scaldare con il live dei Surfer Blood (dalla Florida), è la prima volta che vengono in Italia, sono emozionati e si sente. Dopo tre quarti d’ora di rock virato all’indie, qualche minuto di pausa e arrivano loro, il piatto forte. Salgono sul palco in gruppo, la poca luce ed il fumo permettono di riconoscerne a stento le sagome. Daniel Kessler accarezza le corde della sua chitarra, Paul Banks inizia a cantare: il live si apre con “Success”. Ed è un boato generale. Paul, con un “grazie” pronunciato in modo impeccabile, introduce i presenti nella New York degli Interpol: scura, scurissima. Si prosegue con “Say hello to the angels”, “Narc” e “Length of love”. Il pubblico, tra i più eterogenei presenti ad un concerto, scalpita e gli Interpol si scaldano a dovere. I più attenti avranno notato il “passo del grillo” sfoderato da Kessler dopo il primo brano: doppio incrocio e saltello laterale, un vero idolo. Sembra che il tempo si sia fermato, tutto è avvolto da un’aura indefinibile, la musica ti entra dentro e non puoi fare altro che essere pervaso dalle onde, potenti e dolci al tempo stesso, rilasciate dagli strumenti degli, ormai tre, Interpol dopo la dipartita di Carlos D. Tanti brani del passato, come “My chemestry”, “Slow hands”, la bellissima “C’mere”, estratta dal secondo album “Antics”, uno dei più riusciti del gruppo, e “NYC”, brano di amore/odio verso la loro città natale, straordinaria quanto crudele. Non manca, però, qualche pezzo del nuovo album eponimo, come “Summer well”, “Lights” e “Barricade”, sulla quale Banks sfodera, nella nostra lingua madre: “‘Barricade’, come si dice in italiano? Non lo so!”. L’idioma scorrevole sarà merito di Valeria Bilello, compagna di Kessler? Chi lo sa. Il live scorre bene e gli Interpol sono davvero carichi. Intanto il Palasharp si è riempito fino all’inverosimile: i mille flash e le luci dei cellulari sembrano stelle nella notte, il buio rende tutto ancor più avvolgente. Banks e soci, elegantissimi nei loro completi total black, minimal come la scenografia sul palco, chiudono con “PDA”, “Memory Serves” e “Not even jail”. Salutano e spariscono dietro le quinte. Applausi a scroscio e incitazioni del pubblico li fanno uscire nuovamente per altri tre pezzi: l’emozionante “The lighthouse”, “Evil”, apprezzatissima dai presenti, e il pezzo forte, “The Heinrich Maneuver”, che chiude un concerto sicuramente degno di nota. Chiunque abbia pensato che gli Interpol fossero gelidi ha avuto la prova che non lo sono affatto. Sarà che sono di parte, che seguo i “boys from NYC” dai tempi di “Turn on the bright lights”, che aspettavo questo concerto da tempo e che a Milano non pioveva da circa 24 ore, ma le sensazioni provate sono davvero indescrivibili, e chi c’era può confermare. Ringrazio gli Interpol per l’ora e mezza davvero ben suonata e splendidamente cantata, nonchè il gentile benefattore che ha perso una t-shirt del concerto accanto alla mia auto.

(Rossella Romano)

Setlist

Success

Say Hello To The Angels

Narc

Length of Love

Summer Well

Rest My Chemistry

Slow Hands

C’mere

NYC

Barricade

Take You On A Cruise

Lights

PDA

Memory Serves

Not Even Jail

The Lighthouse

Evil

The Heinrich Maneuver

Live Report: Dave Matthews Band @ Palasharp Milano 22/02/10

Ffebbraio 25th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Chiedete a chi era in piazza Napoleone a Lucca, il 5 luglio dell’anno scorso, e vi dirà: non c’è confronto, “quello” è stato in concerto della Dave Matthews Band in Italia. E’ d’accordo pure lui, il sudafricano della Virginia, che non a caso quella serata speciale (“lo show della vita”) l’ha voluta celebrare con un lussuoso cofanetto che qui da noi va a ruba.
Siccome però io a Lucca non c’ero, m’accontento: delle due ore e quaranta di spettacolo invece delle tre ore e un quarto di allora, degli assoli più contenuti e imbrigliati, dell’acustica non perfetta nella prima parte dell’esibizione, della scenografia decisamente meno suggestiva del Palasharp di Milano.
Da buoni musicisti jam (anche se magari l’etichetta non piace), Matthews e i suoi hanno un motore diesel, ci mettono un po’ a scaldarsi e lo stesso frontman all’inizio ammette di essere un po’ ingolfato (“il vostro cibo mi fa mangiare troppo, il vostro vino mi fa bere troppo, le vostre donne…mi fanno pensare troppo”). A Milano partono rilassati e sommessi, con la sequenza “Proudest monkey”/“Satellite”, prima di alzare il ritmo con “You might die trying’” e dare molto spazio (otto selezioni) alle canzoni dell’ultimo “Big whiskey and the GrooGrux king”, un disco che dopo gli inciampi delle precedenti prove di studio ha messo d’accordo più o meno tutti, e che suona solare e contagioso nonostante l’alone incombente della scomparsa di LeRoi Moore cui è dedicato.
Dal vivo comunque è davvero un’altra cosa, anche nelle serate non particolarmente memorabili: un bollente calderone fusion di funk, jazz, world music e American song che magari non ti tira subito dentro per i capelli ma che alla fine ti imprigiona come una ragnatela. Sono anche uno spettacolo da vedere, a dispetto dell’aspetto dimesso e ordinario del leader e dell’uso parco delle luci, con quel bel mix di pelle bianca e nera, di timbri e stili musicali differenti. Il trombettista Rashawn Ross è una montagna di carne, il violinista elettrico Boyd Tinsley un muscoloso folletto rasta che spesso si presenta danzante al proscenio, il sassofonista Jeff Coffin il più entusiasmente negli assoli assieme al chitarrista Tim Reynolds, un manico che con nonchalance snocciola riff alla Slash, scale vertiginose alla Steve Vai, fraseggi liquidi e contrappunti slide. E poi c’è la potentissima sezione ritmica, con Stefan Lessard al basso e Carter Beauford dietro la batteria, monumentale maestro in guanti bianchi di poliritmi e di potenza musicale, oltre che icona assoluta per la band e per i fan: l’equivalente di ciò che Clarence Clemons rappresenta per Bruce Springsteen e la E Street Band. La cosa bella è che suonano originali e difficilmente paragonabili a qualcun altro (Peter Gabriel, forse, nelle ascensioni vocali di “Don’t drink the water”? Certe escursioni strumentali di Sting, ai tempi del tour di “The dream of the blue turtles”?). E formidabili nelle cover: potentissima la loro versione di “Burning down the house” dei Talking Heads, mentre al Prince di “Sexy MF” va solo un divertito accenno. Nei bis Matthews si concede un intimo spot acustico in solitaria (“Baby blue”), poi chiude le danze con l’amatissima “Ants marching” e alla fine non c’è nessuno che possa lamentarsi. Non i reduci di Lucca, men che meno i tipi del fan club che danzano attaccati alle transenne con le loro maschere da scimmia.

(Alfredo Marziano)

Setlist:
“Proudest monkey”
“Satellite”
“You might die trying”
“Funny the wait it is”
“Seven”
“Squirm”
“Crash into me”
“So damn lucky”
“Lying in the hands of God“
“Why I am”
“Dancing nancies”
“Shake me like a monkey”
“Jimi thing”
“Burning down the house”
“You and me”
“Don’t drink the water”

Bis:
“Baby blue”
“Everyday”
“Ants marching”

Live Report: Editors @ Palasharp Milano 04/12/09

Dicembre 5th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Il dubbio era: come suoneranno dal vivo gli Editors? Non che non l’abbiano mai fatto, o che non siano mai passati dalle nostre parti, anzi. Ma l’ultimo disco, “In this light and on this evening”, ha spiazzato un po’ di fan, con i suoi suoni elettronici. Fan che, peraltro, sono parecchio numerosi: il concerto è stato spostato dall’iniziale sede dell’Alcatraz al ben più capiente PalaSharp, che non è pienissimo – le parti alte delle tribune sono coperte da teli neri – ma è comunque bello denso, con un gran colpo d’occhio.
Le prime note sono quelle della title-track, e riproducono il suono a base di sintetizzatori vintage, beat e chitarre. Poi si attacca con un’altra title track, “An end has a start”, e la band ritorna al suono che l’ha fatta conoscere, fatto di riferimenti new-new-wave e una voce cavernosa che ricorda inevitabilmente Ian Curtis dei Joy Division.
Così la risposta alla domanda iniziale è molto semplice: gli Editors suonano come su disco. Alternano canzoni vecchie e canzoni nuove, sound “vecchio” e “nuovo”. Le ultime sembrano funzionare meglio, sia per l’impatto visivo (uno schermo di led con illustrazioni molto semplici e vintage, quasi da videogioco 8-bit), sia perché permettono al gruppo di lasciarsi andare un po’ di più, abbandonando la forma-canzone che sembrano cercare troppo rigidamente nei brani vecchi, risultando a tratti freddi (problema peraltro comune a colleghi come Interpol e Franz Ferdinand).
La scaletta rispetta in larga parte quella dei concerti recenti, con i colpi migliori alla fine: l’1-2 di “You are fading”- “Bricks and mortar” e i bis con “Munich” – una delle tante canzoni di queste nuove band a rubare la chitarra in controtempo di “Marquee moon” dei Television – e “Papillon”, vero trionfo di electrorock.

(Gianni Sibilla)

Live Report: Massive Attack @ Palasharp Milano 07/11/09

Novembre 10th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Il clima della serata è perfetto. O meglio: piove a dirotto, ma l’atmosfera si rende decisamente ideale per un concerto come quello dei Massive Attack, cupo ed elettronico. Quindi giungere nel palazzetto bagnati fradici diventa meno pesante.
La band di Bristol, composta oggi da Robert “3D” Del Naja e Daddy G, è alle prese ormai da anni con la realizzazione del nuovo album, a ben sei di distanza dal precedente “100th window”, firmato dal solo 3D.
Nel mese di ottobre ci fu dato però un assaggio di nuovo materiale con l’EP “Splitting the atom”, quattro brani, convincenti e variegati con usuali ospiti di spessore come Tunde Adebimpe dei Tv On The Radio, Guy Garvey degli Elbow, Horace Andy e Martina Topley Bird. Gli ultimi due li vedremo anche questa sera sul palco, la seconda anche in apertura per cantare le sue canzoni, accompagnata solo da un batterista vestito da ninja.
Sono le 21,40 quando il collettivo sale sul palco: backing band, lo statuario Daddy G, Del Naja (che spesso interagirà con il pubblico in italiano, mostrando le sue origini) e poi nel corso della serata saliranno, come anticipato, il leggendario Horace Andy, Martina Topley Bird e la vocalist soul Deborah Miller.
Si parte con una sfilza di brani nuovi, ben quattro: l’effetto è un po’ spiazzante per il pubblico, ma non si può negare che gli episodi funzionano alla grande. Cupi e lancinanti, sonorità trip-hop che si fanno quasi totalmente electro come nell’intro strumentale di “Bulletproof love” dall’ultimo EP e nelle inedite “Hartcliff star” e “Babel” (la prima cantata da Del Naja e Daddy G, la seconda dalla Topley-Bird), canzoni che vedremo probabilmente sul prossimo album.
Si prosegue con “16 seeter”, rifacimento di un brano del 1974 di Horace Andy chiamato “Girl I love you”: il sound resta deciso e oscuro, nonostante la voce acuta del cantante giamaicano.
Attacco imprevisto quindi, tutto all’insegna novità e notevolmente convincente: le aspettative per il nuovo lavoro si fanno davvero alte a questo punto.
“Risingson” apre il sipario sul repertorio della band, ma è solo un attimo: ecco subito l’inedita “Red light” cantata dalla splendida Martina (in un affascinante vestito rosso), un ritmo inizialmente più tranquillo, che si fa nota dopo nota più veloce e martellante.
Si prosegue con “Future proof” e con quello che resta il più grande successo dei Massive, quella “Teardrop”, qui suonata in versione alternativa (riconosciuta solo dopo qualche nota dal pubblico) e cantata da Martina vestita in una sorta di kimono fiorito, con il quale canta anche la successiva “Psyche”, pezzo sognante e leggero tratto dall’ultimo EP.
“Mezzanine” apre la strada ad una incredibile versione di “Angel” cantata da Andy, un brano trascinato fino alla fine, chitarre a tutto volume e pubblico letteralmente in delirio, così come per la leggendaria “Safe from harm”, tratta dal primo album “Blue lines” del lontano 1991 e qui cantata dalla voce nera di Deborah Miller.
La prima parte del concerto si chiude con una versione potentissima di “Inertia creeps” (a parere di chi scrive uno dei brani più belli della loro discografia) e con il Palasharp che salta e urla.
Il primo encore si apre con l’electro/hip-hop di “Splitting the atom” dall’ultimo omonimo EP, (con Daddy G al microfono, coadiuvato da Martina) e continua con la leggendaria “Unfinished sympathy” cantata sempre dalla Miller e con “Marakesh”, altro splendido inedito, psichedelico e tirato per diversi minuti.
Fuori e dentro di nuovo per una chiusura in grande stile con una versione extralarge di “Karmacoma” e platea ad osannare i loro beniamini.
Due parole a parte per la scenografia, l’usuale schermo orizzontale creato dalla United Visual Artists: l’effetto è sempre emozionante e robotico, vengono lanciati messaggi politici (in questo caso vengono riportati titoli dei giornali che parlano di Berlusconi, della misteriosa morte di Stefano Cucchi, delle discutibili leggi sull’immigrazione del Governo Italiano ecc.) e diffusi dati sugli sprechi e abusi compiuti dalle multinazionali. Tutto sempre efficace ed intelligente, però una domanda mi sorge spontanea: possibile che negli ultimi sei anni (è la stessa scenografia di quando li vidi al Forum di Milano nel 2003 ed al Flippaut nel 2006) nessuno sia stato in grado di creare per loro un effetto altrettanto d’impatto ma allo stesso tempo nuovo? Vabbè, solo un piccolo appunto.
Si, perchè non c’è che dire: gran bella serata. Un concerto in cui si è ballato, riflettuto e soprattutto si è avuta la conferma che i Massive Attack sono ancora in grande, grandissima forma. A questo punto urge l’arrivo del nuovo disco, di nuove emozioni e di nuovi concerti.

(Ercole Gentile)

SETLIST:
“Bulletproof love”
“Hartcliff star”
“Babel”
“16 seeter”
“Risingson”
“Red light”
“Future proof”
“Teardrop”
“Psyche”
“Mezzanine”
“Angel”
“Safe from harm”
“Inertia creeps”

“Splitting the atom”
“Unfinished sympathy”
“Marakesh”

“Karmacoma”

Live Report: Afterhours @ Palasharp Milano 06/11/09

Novembre 9th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

“Ultima data fino all’estate 2010″, dicevano i cartelloni. Sei-sette
mesi senza una band dal vivo sono pochissimi nel mondo normale, ma non in quello degli Afterhours, e tantomeno nella loro Milano.
L’ultimo concerto milanese (e del tour) doveva essere una festa, e una festa è stata. Doveva svolgersi 2 mesi fa, ma una brutta influenza
mise KO Manuel Agnelli. Questa sera, invece, sembra in gran forma, fin
dalle prime note. Il Palasharp è bello pieno (ma non pienissimo) e
quando Agnelli sale sul palco, da solo con la chitarra e attacca le
prime note di “Strategie” è come se un match di pugilato iniziasse
subito con un bel gancio al volto. L’inizio di serata è al fulmicotone, con molte hit messe in apertura, e con una scaletta che
sostanzialmente rispetta quelle di questa ultima parte di tour. Le
sorprese della serata sono la presenza degli archi del Gnu Quartet, e
la presenza sul palco di Edda, ex cantante dei Ritmo Tribale, che
accompagnato dagli After intona la sua “Milano” quantomai appropriata
alla serata.
Il pubblico chiaramente apprezza, e apprezza anche la lunghezza del
concerto, che forse nella parte centrale perde un po’ nel ritmo della
scaletta. Ma si tratta di inezie: gli After sono tornati a casa, e il
pubblico sembra non averne mai abbastanza. Aspettare ben sette mesi per un concerto della band sarà dura.

Live Report: Marlene Kuntz (feat. Franz Di Cioccio e Manuel Agnelli) @ Palasharp 08/09/09

Settembre 9th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Le impressioni iniziali non sono delle migliori; arrivando al
concerto, la ex-festa dell’Unità (ora Festa Democratica) milanese
sembra dimessa, anzi dismessa: pochi stand e spazio, rispetto a quello
occupato negli anni passati. Una volta entrati nel glorioso palazzotto
milanese, le impressioni non cambiano: sembra vuoto.
E’ vero, i Marlene Kuntz sono in giro da due anni e passa. Con questa
tranche del tour, più rock e meno intimista di quelle precedenti, sono
passati almeno altre due volte in zona Milano, negli ultimi mesi. Il
tempo (molto tempo: sono le dieci passate) che il concerto inizi, la
gente si raduna sotto il palco, ed è più di quella che sembrava
inizialmente. Insomma, un buon pubblico, che i Marlene scalda fin da
inizio scaletta, con il recupero di “classici” veloci come “Festa
mesta” e “Sonica”, accolte trionfalmente e cantate a gran voce.
I suoni sono più tesi ed energici che nel passato recente, anche se la
scaletta ha un moto sinuoso, con rallentamenti ed accelerazioni. E’
impreziosita dalle presenze di due grandi, Franz Di Cioccio, che
canta e suona la batteria su “Impressioni di settembre”, pezzo della
PFM ormai in repertorio da tempo della band cuneese. “Premiata
kuntzeria marconi”, scherza l’incontenibile batterista, che fin dal
concerto si può vedere nel backstage che scalpita per salire sul
palco, e quando ci è sopra non riesce a star fermo dall’entusiasmo.
Tornerà nell’ultimissima canzone della serata, “Ineluttabile”,
inscenando un altro “duello” ai tamburi con Luca Bergia. In
quest’ultima canzone, in realtà, sembra che Di Cioccio vada un po’ per
conto suo, ma l’effetto è comunque pregevole… L’altro ospite è Manuel
Agnelli, che rende il favore all’ospitata di Godano al Primo Maggio.
Anche questa volta si esegue “Il paese è reale”, ma con una formula
diverse: canta solo Agnelli, i Marlene si limitano – si fa per dire –
a marlenizzare la canzone, in maniera davvero esemplare.
Ancora qualche data aspetta i Marlene, che poi inizieranno a pensare
al futuro: completare il progetto Beautiful, assieme a Howie B e
Gianni Maroccolo, i progetti per un nuovo album, la direzione musicale
da prendere… Sia quel che sia, serate come queste dimostrano che i
Marlene sono e rimangono una delle più belle realtà del rock italiano.

Live Report: Franz Ferdinand @ Palasharp Milano 30/03/09

Aprile 1st, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Il contesto è quello del Palasharp di Milano, una volta sede di numerosi concerti degni di nota, attualmente più utilizzato per altri scopi che per la musica. Infatti, anche in questo caso, il palazzetto è stato un ripiego, dovuto alla grande richiesta di biglietti che i Franz Ferdinand hanno fatto registrare durante le prevendite. E questo nonostante un prezzo d’ingresso non proprio abbordabile (35 euro). Quindi niente Alcatraz, ma Palasharp. E pensare che solo lo scorso 21 novembre i Nostri si esibirono presso i piccolissimi Magazzini Generali.

Alex Kapranos e soci si sono “allargati” e lo si nota non solo dalla quantità di gente che è affluita al concerto,ma anche dalla varietà: non solo assidui frequentatori di eventi musicali, occhialuti e magliette a righe, ma anche asoltatori di primo pelo, se non al primo concerto (come nel caso di alcune ragazzine accompagnate dalle divertite mamme), quasi. Un fenomeno accostabile, con tutte le differenze del caso, a quello italiano dei Subsonica: dai centri sociali ai palazzetti esauriti.

Passiamo alla musica. I Franz Ferdinand dal vivo hanno già dimostrato di saperci fare, di non essere delle belle statuine (vedi Interpol), di divertirsi e far divertire. E non si smentiscono neanche questa volta. Il gruppo scozzese sceglie di mescolare le carte, specialmente nelle prima parte del concerto, e pescare da tutti e tre gli album fino ad oggi prodotti. La partenza è affidata a “Dark of the matinée”, tratta dal primo eponimo album d’esordio, seguita da “No you girls” e dalla carica irresisitibile di “Do you want to?”, grande singolone da “You could have it so much better”.

I ritmi si placano, ma di poco, con “Tell her tonight”, “Twilight omens” e la leggerezza di “Walk away”. Il pubblico salta e canta, andando in completo visibilio sull”incredibile cambio di tempo di “Take me out”. La performance continua veloce e mordente con “Turn it on”, “Bite hard”, “40 ft.” e “What she came for”,prima di stordire gli amanti della prima ora con una splendida versione di “Michael” e quelli dell’ultima con il singolone “Ulysses” dal terzo disco “Tonight: Franz Ferdinand”.

Piccola pausa e con i bis arrivano anche belle sorprese. Si ricomincia con un classico come “Jacqueline”, per poi passare ad una tiratissima versione di “Outsiders” (tratta dal secondo disco), brano funkeggiante ed elettronico che vede alla fine del pezzo tutto il gruppo assiepato sulla batteria di un compiaciuto Paul Thomson, con Alex Kapranos a percuotere con foga la grancassa. Gli otto minuti di “Lucid dreams” non vengono tagliati per l’occasione, anzi vedono un duello alla tastiera tra Kapranos e Nick McCarthy (chitarrista e dopo il parziale cambio di sound degli ultimi tempi, tastierista) sulla parte più elettronica del brano. E il Palasharp si trasforma in un gigantesco club.

La chiusura è affidata a “This fire”, una delle canzoni più amate dei Franz Ferdinand, con presentazione del gruppo, il quale, per terminare, si va a prendere gli applausi, inchinandosi al cospetto del proprio pubblico.

Applausi meritati, perché i Franz Ferdinand non saranno la band dal sound più originale del mondo, ma sicuramente sanno come far divertire chi ha deciso di seguirli dal vivo: facendoli ballare, facendoli saltare, muovendosi e divertendosi loro stessi sul palco, eseguendo i pezzi con personalità e originalità rispetto alle versioni su disco. E non è poco di questi tempi.

Insomma forse 35 euro sono un po’ esagerati, però non posso negare di essermi divertito…

SETLIST:

Matinee
No You Girls
Do You Want To?
Tell Her Tonight
Twilight Omens
Walk Away
The Fallen
Take Me Out
Turn It On
Bite Hard
40’
What She Came For
Michael
Ulysses

Jacqueline
Outsiders
Lucid Dreams
This Fire

(Ercole Gentile)

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol