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Live Report: Paul Weller @ Castello di Vigevano, 12/07/12

Luglio 13th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Fosse stato un concerto reunion dei Jam sarebbe stato un trionfo. Il (poco) pubblico accorso ieri sera al Castello di Vigevano, sede del festival Dieci giorni suonati, per vedere Paul Weller non deve avere molto apprezzato la sterzata elettronica e sperimentale di “Sonik kicks”, a giudicare dall’accoglienza freddina riservata alle numerose selezioni (otto) dal nuovo album. E in tanti si sono risvegliati dal torpore solo durante i bis, quando il Modfather e il suo quintetto hanno sciorinato in pochi minuti “Art school” (con il tastierista Andy Crofts estemporaneo frontman, voce solista e chitarra), il riffone di “In the city” e una “Town called malice” con cui resta impossibile tenere fermi mani e piedi. L’atmosfera e il mood del concerto ne hanno un po’ risentito e chissà cosa ne pensa Paul, abituato a tirare sempre dritto e a non guardarsi indietro.

Aveva cominciato, un’ora e cinquanta minuti prima, con il rock&roll spiccio, abrasivo e marziale di “Wake up the nation”, “22 dreams”, “Moonshine” e “Kling I klang”, materiale dagli ultimi tre album, ma è indubbio che i primi veri brividi di piacere sono arrivati con una versione rallentata, funkeggiante e jammata di “Into tomorrow”, il singolo che a inizio anni ‘90 segnò la rinascita artistica di Weller dopo gli sbandamenti post scioglimento Style Council.

La formazione che lo accompagna è rodata e multitasking, solida anche sul versante vocale: Crofts, Steve Cradock (sempre puntuale con la sua bella collezione di chitarre), Andy Lewis (basso) e una sezione ritmica a doppia cassa (il picchiatore Steve Lewis è ora affiancato da Ben Gordelier, che suona in piedi le sue percussioni) gli permettono di giocare a tutto campo cavalcando la musica di almeno cinque decenni. Sul palco si fuma, si cambiano chitarre, ci si scambia strumenti e postazioni passando da pezzi di tre minuti tre a improvvisazioni dilatate, dal soul alla psichedelia, dal kraut rock al dub (“Study in blue” è l’intermezzo più anomalo ed enigmatico, con le sue melodiche, il suo incedere svagato e un ininfluente cameo vocale della giovane moglie Hannah Andrews). Ma è vero, come mormora qualcuno in platea, che i brani di “Sonik kicks” faticano un po’ a integrarsi con il resto del set e che il meglio arriva quasi sempre dal back catalog: una pianistica e tambureggiante “Stanley road” recuperata da un oblio immeritato, una “Start!” (ancora i Jam) che non fa nulla per nascondere la sua strettissima parentela con la “Taxman” dei Beatles, una furente “From the floorboards up” che si accende in un bel duello tra la Fender di Weller e la Gibson di Cradock.

Sono le loro chitarre elettriche (nessun intermezzo acustico, nel mini tour italiano) a firmare i momenti più esaltanti dello show. E la palma del pezzo più ispirato, stavolta, tocca alla recente e poco lodata “Pieces of a dream”, dilatatissima e con un bell’intreccio di tre voci (anche se quella di Weller non sembra sempre al massimo della forma): lui si accende una delle tante sigarette, legge il testo (o gli accordi?) da un foglio e poi lo butta via, siede al piano elettrico e poi imbraccia la sei corde per un assolo intenso e incisivo mentre lì dietro un organo Sixties rievoca l’epoca d’oro dell’acid rock californiano. Più tardi si va a colpo sicuro con la esaltante jam chitarristica di “Foot of the mountain” (Neil Young sempre dietro l’angolo), con le dolcezze di “You do something to me” (un evergreen, la più bella canzone d’amore in repertorio) e il trascinante gospel rock di “Broken stones”, ma a Weller sta stretto il ruolo del crowd pleaser, del piacione: e anche se ha rinunciato al gusto un po’ perverso di presentare l’album nuovo in blocco, il doo wop bowiano di “That dangerous age”, gli stridori dark di “Around the lake”, la combustione lenta di “Paperchase” e gli ubriacanti vortici sonori di “Drifters” non sono un piatto facile da digerire per chi è rimasto affezionato al suo periodo “classico”.

Sembra patire un po’ anche lui la compostezza trattenuta del pubblico (“gente, siete ancora con noi?”, chiede a un certo punto), e rinfrancarsi nel calpestare i sentieri più battuti di “Whirlpool’s end”, altro gran tourbillon chitarristico, e di “The changingman”. Un manifesto filosofico, una dichiarazione di intenti della sua continua volontà di cambiamento e di trasformazione. E pazienza se, prima e dopo, sotto il palco si applaude e ci si scalda soprattutto con i vecchi classici dei Jam, la band che lui ha giurato di non volere mai più riformare.

(Alfredo Marziano)

Setlist

“Wake up the nation”

“22 dreams”

“Moonshine”

“Kling I klang”

“Into tomorrow”

“Stanley road”

“That dangerous age”

“The attic”

“From the floorboards up”

“Start!”

“Around the lake”

“Pieces of a dream”

“Study in blue”

“Paperchase”

“Dragonfly”

“You do something to me”

“Foot of the mountain”

“Drifters”

“Broken stones”

“Whirlpool’s end”

Bis

“All I wanna do (is be with you)”

“Fast car/slow traffic”

“Art school”

“In the city”

“The changingman”

“A town called malice”

Live Report: Traffic Festival (The Specials, Paul Weller, Statuto) Torino 15/07/10

Luglio 17th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

C’è ancora troppa luce e fa ancora troppo caldo quando l’elegantissimo Mixo, torinese traslocato a Roma e a Radio Capital, annuncia l’arrivo sul palco degli Statuto, gloria locale e apripista della “mod night” al Traffic Festival tornato alla (splendida) sede originaria della Reggia di Venaria Reale dopo il tragicomico ping pong dei giorni precedenti. Il pubblico è ancora sparuto e composto principalmente di supporters, ma loro sciorinano imperterriti il loro ska dal ritmo scoppiettante, un mix di spensieratezza pop (“Piera”, “Abbiamo vinto il Festival di Sanremo”), orgoglio proletario e incrollabile fede granata: prima di “Ragazzo ultrà” sul palco sale una delegazione di tifosi del Toro con uno striscione che dice no alla tessera per l’ingresso negli stadi. oSKAr (in occhiali scuri, giacca e camicia d’ordinanza: una tortura, con quell’afa) si prodiga cantando del mare che a Torino non c’è, di tristi giornate trascorse alla catena di montaggio (“In fabbrica”), di giovani vite spezzate (“Un fiore nel cemento”, dedicatad a Piero “lo skin”), di periferie metropolitane identiche in ogni parte del mondo. La sezione fiati pompa il giusto, la band suona precisa e se c’è un posto dove vedere gli Statuto è Torino, protagonista o sfondo di quasi tutte le canzoni. Il sound del gruppo è ironico ed easy (a volte anche troppo), i pezzi ritmati funzionano meglio delle ballate ma gli Statuto hanno un lato serio e sentimentale e ci tengono a ricordare chi non c’è più: l’amico Gigi Restagno (icona mod e conduttore radiofonico), i tifosi Gabriele Sandri e Matteo Bagnaresi, vittime di morti assurde mentre seguivano la squadra del cuore in trasferta.

A spazzare la malinconia, venti minuti dopo, ci pensa il Modfather in persona, Paul Weller (nel presentarlo, Mixo ricorda con emozione di averlo visto con i Jam al Festival di Reading del ’78). Pure lui, con il suo bel maglioncino a V, sembra non accorgersi del caldo canicolare. Fuma una sigaretta dietro l’altra, dice “grazie” e “buonasera”, guarda compiaciuto la mezza luna in lontananza dopo essere partito lancia in resta con “The changingman”, “Push it along” e “From the floorboards up” e prima di tuffarsi nelle canzoni di “Wake up the nation”, la cui immagine di copertina campeggia sul pianoforte. “Moonshine” è frenetica e convulsa come sul disco, “Up the dosage” alza il dosaggio disco-techno, “No tears to cry” fa cantare anche chi non sa niente dei Walker Brothers ed “Aim high” conserva il suo feeling alla Bobby Womack (Paul non si avventura nel falsetto della versione di studio: colpa della nicotina?). Peccato che a 25-30 metri di distanza dal palco il suono esca confuso, saturo, gracchiante: si perdono così le sfumature della minisuite “Trees”, i ricami chitarristici di un Steve Cradock infoulardato (belli gli arpeggi simil-mandolino e la lap steel “siderale” di “You do something to me”, suggestive le lunghe divagazioni psichedeliche di “Pieces of a dream”), le dissonanze dello svagato valzerone “One bright star” che cede il passo a un solo di batteria di Steve Pilgrim. La cacofonia raggiunge il top sulla versione trip-hop di “Wild wood”, e lo schieramento di tastiere (due, a volte tre: al quintetto base si è aggiunto un sesto elemento) disperde i suoi sforzi nell’etere. Va decisamente meglio con i brani più secchi e stringati: i Jam di “Strange town” e di “Sound affects” (due selezioni, le gloriose “Pretty green”,“Start!”), gli Style Council di “Shout to the top!”, il soul rock contagioso di “Broken stones” (con un cenno a “Oh happy day”). La brevissima “Fast car/slow traffic” e “Come on let’s go” sono le ultime rasoiate, dopo un’ora e venti a tutta birra (anche se sul palco si beve soprattutto acqua) Paul saluta per far spazio agli headliner Specials, e delle due l’una: o aveva fretta di andarsene, o se la tira così poco da cedere senza problemi le luci della ribalta alla band di Coventry per la prima volta in Italia.

Belli da vedere, gli Specials, anche se è meglio non indugiare troppo sui primi piani dei maxischermi (Terry Hall s’è un po’ gonfiato, Neville Staple sembra il più invecchiato). Dopo una intro strumentale attaccano “Do the dog”, dal primo leggendario album riproposto quasi per intero (11 brani su 14) e sembra tutto come ai vecchi tempi: non fosse che manca Jerry Dammers e che al governo non c’è più la lady di ferro. Con le loro giacche e borsalini, con gli scacchi sulla batteria e sulle tracolle delle chitarre, sono ancora stilosissimi (un altro spettacolo è quella specie di Jack Black che si agita al mixer, facendo incazzare di brutto il fonico di palco italiano). Ray Bradbury ha ancora il “boost” giusto per spingere la band con i suoi ritmi in levare, i chitarristi Roddy Byers e Lynval Golding percorrono il palco in lungo e in largo come terzini fluidificanti, il basso di Horace Panter pulsa nel petto, la sezione fiati è impeccabile mentre Hall e il toaster Staple hanno il fiato per reggere i 60 minuti di performance. “Gangsters” è sempre un gioiello, “Doesn’t make it alright” e la cocktail music di “Stereotype” ricordano che i nostri sanno variare mood e bpm. Con “Monkey man”, “Rat race” e “Concrete jungle” ballano tutti e quando arriva il ritmo indolente di “A message to you Rudy” l’arena è un dancefloor a cielo aperto (25 mila persone, riportano le agenzie: mah, a occhio sembrano meno). “Nite klub” e “Too much too young”, in chiusura, alzano ulteriormente – ce ne fosse bisogno – la temperatura mentre “Little bitch” viene velenosamente dedicata a Dammers (questa potevano risparmiarsela). Torino è come Coventry, il motto finale è “Enjoy yourself”. Ma è mezzanotte e mezza, scatta il coprifuoco. Mannaggia, neanche il tempo per “Ghost town”: però per un concerto gratis (girano volontari giallovestiti a raccogliere libere offerte) non ci possiamo proprio lamentare.

(Alfredo Marziano)

Setlist di Paul Weller:

“The changingman”

“Push it along”

“From the floorboards up”

“Moonshine”

“Up the dosage”

“Strange town”

“No tears to cry”

“Aim high”

“Shout to the top”

“Trees”

“You do something to me”

“One bright star”

“Pieces of a dream”

“Broken stones”

“Wild wood”

“Pretty green”

“Start!”

“Fast car, slow traffic”

“Come on let’s go”

Setlist degli Specials:

“Do the dog”

(Dawning of a) New era”

“Gangsters”

“It’s up to you”

“Monkey man”

“Rat race”

“Hey little rich girl”

“Blank expression”

“Doesn’t make it alright”

“Concrete jungle”

“Stereotypes”

“Man at C&A”

“A message to you Rudy”

“Do nothing”

“Little bitch”

“Nite klub”

“Too much too young”

“Enjoy yourself”

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