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Pearl Jam @ Alpine Valley Music Theatre, East Troy, Wisconsin, 3/4 settembre

Settembre 9th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

(Luca Villa di PearlJamOnline.it – uno dei più important fan-site non solo italiani – è stato uno dei fortunati spettatori del weekend celebrativo che la band di Eddie Vedder ha tenuto lo scorso weekend. Gli abbiamo chiesto questo report in prima persona di quello che è successo. Tutti gli altri dettagli sull’evento li trovate qua)

“Venti anni di Pearl Jam non ci fanno sentire vecchi. Per noi è come una rinascita, un nuovo inizio” così dice Ed Vedder, a metà del secondo show della sua band ad Alpine Valley, suggestivo quanto sperduto angolo verde del Wisconsin, dove i Pearl Jam hanno scelto di celebrare la propria ventennale carriera con un doppio show nel corso di un evento lungo un weekend che ha regalato ai fan arrivati da tutto il mondo set pieni di rarità, apparizioni speciali e la consapevolezza di vedere una band al massimo del suo splendore, circondata da amici e colleghi che hanno contribuito collettivamente alla riuscita dell’evento.

Kelly Curtis, il manager della band, aveva iniziato a pensare a questo festival-evento dieci anni fa, durante una serata alcolica a Las Vegas. Superato lo scetticismo iniziale della band, poco propensa a eccessi autocelebrativi, Curtis è riuscito a coinvolgere gruppi di grande spessore come Strokes, Queens Of The Stone Age e gli altri grandi veterani di Seattle, i Mudhoney, legati indissolubilmente a doppio filo ai Pearl Jam nella ramificata genealogia musicale di Seattle risalente ai primi Anni Ottanta (fu dalle ceneri dei Green River che nacquero i Mudhoney, Mother Love Bone e in seguito gli stessi Pearl Jam). Artisti meno conosciuti come Star Anna, David Garza, Jason Lytle dei Grandaddy e Young Evils hanno trovato spazio accanto a grandi performer come Glen Hansard, Joseph Arthur, John Doe e altri, che si sono alternati entrambe le giornate in uno speciale second stage creato appositamente per loro (mentre Mudhoney, Strokes e QOTSA hanno avuto l’onore di calcare il palco principale).All’interno della zona espositiva collegata alla venue è stato persino allestito un Pearl Jam Museum dedicato alla memorabilia, dove i fans estasiati hanno potuto ammirare, tra le varie cose, la cassetta originale “Mamasan”, accanto ai poster delle varie ‘epoche’ e cimeli personali donati dai membri della band, tra cui facevano bella mostra t-shirts, abiti e quaderni di Vedder e gli eccentrici cappelli di Jeff Ament. Per avere un’immagine realistica della reale devozione che contraddistingue i fans della band, basti sapere che la durata media della coda per entrare al museo si aggirava sulle due ore.
Già nel corso del pomeriggio della prima giornata, sotto una pioggia battente, si è capito che non si trattava di un ‘normale’ festival quando Mike McCready è salito sul palco per un paio di pezzi durante il set di Star Anna, giovane promessa di Seattle. Durante il successivo set di Joseph Arthur è stato il turno di Jeff Ament, Matt Cameron e Mike McCready, che sono saliti sul palco per suonare il nuovo singolo dello stesso Ament, “When the fire comes”, e una cover di Arthur, la bellissima “In the sun”. Ovviamente Vedder non è stato da meno e si è unito agli Strokes sul main stage per cantare la loro Juicebox. “Cazzo, la canta meglio di me!” ha dovuto ammettere un divertito Julian Casablancas, che non ha mancato di dichiarare la sua devozione per i Pearl Jam: “Sono stati la prima band di cui ho suonato e cantato tutte le canzoni. E Lui ha la miglior voce che io abbia mai sentito”.
Alle 21.30 di Sabato è arrivato il momento più atteso: sulle note dell’ormai familiare intro di Philip Glass sono comparsi i Pearl Jam, che hanno dato vita ad un set forse non del tutto compatto ma a dir poco originale, aperto da un’intensissima versione di “Release”. Vedder, la sera seguente, ha scherzato sul fatto che avrebbero potuto suonare qualunque canzone e il pubblico l’avrebbe riconsciuta all’istante. E così è stato. Per la gioia dei fans, sono state proposte in rapida successione varie ‘perle’ come “Who you are” (con Glen Hansard e Liam Finn ai cori), “In my tree”, “Deep”, “Help help”, “Education” (con Liam Finn) e “Push me pull me”. Si è anche assistito alla premiere assoluta della versione full band di “Setting forth”, tratta da “Into the wild” di Ed Vedder, e di “In the moolinght” con la partecipazione di Josh Homme. Durante “Not for you” è stato il turno di Julian Casablancas che ha duettato con Vedder. A seguire sono state proposte due canzoni presenti nella colonna sonora di “Singles”, “State of love and trust” (con Dhani Harrison, il figlio di George,  alla chitarra) e “Breath”. Il rischio di un evento del genere era l’eccesso di auto-celebrazione, ma la modestia, l’umiltà e la gratitudine dimostrati dalla band in ogni singolo momento di questo lungo weekend ha dissipato ogni dubbio. Vedder, d’altronde, ha voluto mettere le cose in chiaro da subito: “Benvenuti al PJ20! E benvenuti al 14° dei Queens of the Stone Age, al 10° degli Strokes, al 14° Liam Finn, al 23° dei Mudhoney… e poi c’è un tizio che ha cominciato nel 1977 in una band che si chiamava X… la torta è sua, Mr John Doe, benvenuti al 34° di John Doe!”.
“Quando sei un ragazzo, è  difficile da immaginare, pensi che la musica sia la cosa più potente dell’universo, ma gli adulti che ti circondano sono pragmatici e ti dicono che non potrai mai avere successo in una band. Trovati un bel lavoro da muratore. Noi non li abbiamo ascoltati. Voglio ringraziare il ragazzo che ero ai tempi per aver creduto nella sua passione” ha commentato Vedder dopo un’epica versione di “Better man”. Ha poi proseguito ringraziando Boom, il tastierista ormai membro effettivo della band, per essere stato presente ad ogni show della band negli ultimi dieci anni. Durante il primo encore, dopo una tiratissima versione di “Reaviewmirror”, un Vedder visibilmente emozionato ha presentato Chris Cornell, il cantante dei Soundgarden. La band ha quindi eseguito, per la prima volta nella sua carriera, “Stardog champion”, cover dei Mother Love Bone, la band nella quale hanno militato Ament e Gossard prima di formare i Pearl Jam, capitanata dal defunto leader Andy Wood, grande amico dello stesso Cornell. In un toccante omaggio all’amico scomparso, Chris ha proposto insieme ai Pearl Jam un’intensa versione di “Say hello 2 heaven” (mai suonata dal vivo insieme a Gossard e company), seguita da “Reach down” (impreziosita da un incredibile trio di coristi: Vedder, Hansard e Finn) e da “Hunger strike”, l’anthem dei Temple of The Dog, che ha sicuramente fatto scendere più di una lacrima ai presenti. Lo show della prima serata si è concluso con una versione al cardiopalma di “Kick out the jams” degli MC5 suonata insieme ai Mudhoney.
La seconda giornata si è aperta nuovamente con vari pop-up di Mike McCready, Matt Cameron e Jeff Ament nei set di Star Anna e di Joseph Arthur. Durante il set di Liam Finn, che il giorno prima aveva tributato i Pearl Jam con un’originale quanto bizzarra cover di “Habit”, il cantante dei Pearl Jam è salito sul palco per suonare la batteria e cantare il pezzo che il giorno prima il giovane Finn aveva eseguito in solitaria. Poco dopo, nuova incursione di Vedder durante lo splendido set di Glen Hansard per un emozionante duetto su “Falling slowly”. Con un cielo pieno di nuvole in movimento e con il sole che finalmente splendeva nel magico scenario dell’Alpine Valley Music Theatre, la sensazione era di assistere a qualcosa di unico. Continuando con questo gioco di contaminazioni e tributi musicali reciproci che tanto piace ai membri dei Pearl Jam, Vedder è salito on stage anche durante il set di John Doe per cantare “The Golden State” e per parlare della liberazione dei West Memphis Three dopo 18 anni di carcere. Non solo, durante il set dei Queens Of The Stone Age Vedder ha suonato il cowbell e fatto i cori su “Little sister”, mentre durante il concerto degli Strokes ha nuovamente duettato con Casablancas su “Juicebox”.
Ovviamente l’attesa era tutta per i Pearl Jam, che nel corso del pomeriggio avevano deciso di anticipare di mezz’ora l’inizio del loro show in quanto, come riportava un comunicato stampa, “per la band l’unico rammarico della sera precedente è di non di aver potuto suonare per più tempo”. “Wash” ha dato il via ad uno di quegli shows che sono già entrati a far parte della storia della band. “Given to fly” (dedicata a Dennis Rodman, presente in platea) ha emozionato tutti, così come una riuscitissima versione di Daughter con in coda la cover dei Dead Moon, “It’ Ok”. Durante “Love boat captain”, Vedder ha ricordato commosso le recenti tragedie dell’Indiana State Fair e del Pukkelpop in Belgio, lasciando intendere quanto il ricordo di Roskilde sia ancora una ferita dolorosamente viva nei loro cuori. Se la prima serata, così piena di chicche e rarità, è stato principalmente uno show per i die-hard fans della band, questo secondo concerto ha fatto capire meglio ai presenti perchè i Pearl Jam vengono considerati, a distanza di vent’anni dalla pubblicazione di “Ten”, una delle rock bands più importanti di questi ultimi due decenni. Anche la seconda serata ha regalato pezzi raramente suonati negli ultimi anni come “Habit” (con Liam Finn), Leatherman, una carichissima versione di “Satan’s bed”, “Red mosquito” (sulla quale ha cantato un superlativo Casablancas) e “The new world” (cover degli X con John Doe) intervallati da pezzi di sicuro impatto emotivo come “Unthought known” (dedicata al “settimo” membro della band, il producer Brendan O’Brien), “Small town”, “Black” e “Jeremy”, che ha concluso il main set.  Nel primo encore, Vedder, armato di sola chitarra acustica, è salito sul palco per proporre una nuova ballata scritta il pomeriggo stesso e che ha riassunto lo spirito dell’intero evento, “Couldn’t have told me back then that it would someday be allowed to be so in love with life, as deeply as we are now, never thought we would, never thought we could, so glad we made it, I’m so glad we made it, I’m so glad we made it to when it all got good.” In certi momenti sembrava quasi di vedere quei vecchi video del tour di “The river” di Bruce Springsteen, quando il Boss saliva sul palco per suonare un paio di pezzi in acustico. Lo spirito e le intenzioni sono sicuramente quelle. A seguire, un paio delle migliori ballate dei Pearl Jam, Just Breathe e Nothingman, quindi un simpatico siparietto tra Vedder e Gossard ha introdotto “No way”, composta dallo stesso Gossard, il quale voleva con molto modestia saltare la sua canzone per lasciare spazio alla cover di Public Image dei PIL, mentre Vedder insisteva per il contrario. La scelta è stata lasciata al pubblico, con risultato scontato: sono state suonate entrambe. “Smile”, cantata insieme a Glen Hansard, e “Spin the black circle”, dedicata ai gestori di piccoli negozi di musica che stanno purtroppo chiudendo in questi anni, hanno chiuso il primo set. Vedder ha ringraziato Jeff e Stone per la loro amicizia che dura da 25 anni. Un grande momento: Jeff Ament ha anche mandato un bacio “al volo” a Gossard.
Dopo due ore e mezza di musica tutti i presenti pensavano ad un altro paio di canzoni prima della conclusione dello show e invece… “E’ un onore per me fare gli auguri a questa band, tenere insieme una band per vent’anni non è facile, quindi facciamo un po’ di casino per questi magnifici vent’anni” ha detto Chris Cornell prima di dare vita alla seconda reunion di questo festival dei Temple Of The Dog sull note di “Hunger strike” e di memorabili versioni di “Call me a dog” e “All night thing”, che non venivano eseguite live da oltre vent’anni. “Siccome ieri sera non ricordavo alcune parole è meglio che la riproviamo ora”  ha detto Cornell prima di buttarsi in un’ incredibile versione di “Reach down” con Mike McCready a farla da padrone. Una tostissima versione di “Sonic reducer”, cover dei Dead Boys, ha visto la partecipazione di Steve Turner e Mark Arm dei Mudhoney come ai vecchi tempi (questa cover è stata spesso eseguita dalla due bands nel tour di Vs. del 1993). Vedder ha quindi ringraziato Matt Cameron, riconoscendogli il grande merito di aver tenuto in piedi la band negli ultimi dieci anni e ha ricordato anche Neil Young, che li ha presi sotto la sua ala protettrice tanti anni fa. I ringraziamenti finali sono stati tutti per la ‘grande famiglia’ dei Pearl Jam, tecnici e roadies che da anni li accompagnano fedelmente, e per le grandi donne presenti nel backstage, mogli e compagne. Per concludere questa celebrazione non potevano certo mancare Alive, il loro anthem più conosciuto, “Rockin’ in the free world” di Neil Young suonata con tutti i musicisti presenti all’evento e una “Yellow ledbetter” con protagonista assoluto Mike McCready, che ha deliziato tutti eseguendo “The Star-Spangled Banner” sull’outro del pezzo.
Non c’era davvero modo migliore per celebrare i vent’anni dei Pearl Jam. In questi due shows la band ha fatto capire quanto la loro musica abbia avuto un impatto incommensurabile sui fan, sulle bands da loro invitate (vedere Casablancas che si divertiva come un bambino a cantare le canzoni della sua band preferita è stato grandioso) e, in generale, sulla musica rock delle ultime due decadi. Vedere Vedder e Cornell cantare insieme i pezzi dei Temple Of The Dog è stata forse l’emozione più forte. E così come Kelly Curtis aveva iniziato a pensare a questo evento durante una nottata alcolica di dieci anni fa, i Pearl Jam sono stati in grado di ubriacarci della loro musica per un intero week end dove tutto è stato perfetto, in ogni minimo particolare. Ma, come ha detto anche Eddie Vedder, questo è solo l’inizio.

(Luca Villa – PearlJamOnLine.it)

Live Report: Pearl Jam @ HJF Venezia 06/07/10

Luglio 7th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Sembrava dovesse accadere di nuovo. Sul palco dell’Heineken Jammin’ Festival al Parco San Giuliano di Venezia stanno suonando i Gossip di Beth Ditto: il cielo si fa sempre più nero ed il vento inizia a soffiare forte. Per chi c’era quel venerdì 15 giugno 2007 (ma forse anche per chi solo due giorni prima aspettava i Green Day) si è rifatto vivo lo spettro della bufera che spazzò via anche i Pearl Jam. E’ una maledizione. Invece questa volta il Dio del rock guarda giù e decide che la tempesta si può scaricare nei dintorni, lasciando solo qualche goccia (che serve a scacciare via le gigantesche zanzare che assediano l’area) d’acqua al festival.

Sono le 18,15 quando la pioggia cessa ed i ritrovati Skunk Anansie di Skin salgono sul palco per un’ora e dieci in cui incendiano letteralmente Venezia: chitarre, energia e la carica infinita della frontman (che per ben due volte si lancia sul pubblico) lasciano letteralmente a bocca aperta e non possono non farci sperare che la band inglese continui in questa direzione. Ci sono i classici “Charlie big potato”, “Because of you”, “Hedonism”, “Secretly”, ma c’è anche spazio per l’inedito singolo “My ugly boy” che verrà inserito nel nuovo lavoro in uscita nei prossimi mesi. Quindici brani ed un set che lascia il segno.

Alle 19,45 è l’ora di Mr. Ben Harper ed i suoi Relentless 7. Quasi tutti i componenti sembrano essere andati a fare acquisti per lo show, comprando t-shirt di ogni tipo: dalla più tamarra scritta Italian Stallion al leone simbolo di Venezia, fino alla “Io non me ne frego” (una campagna lanciata da una ONG contro la povertà) di Ben. Sono in forma i ragazzi e si lanciano tra rock, blues e soul, in un set che vede i suoi picchi in una personale rilettura di “Heartbreaker” dei Led Zeppelin, nell’inno “Diamonds on the inside” e soprattutto quando Ben chiama sul palco “un mio amico, ma anche un vostro amico” Eddie Vedder per un indimenticabile duetto su “Under pressure” dei Queen. Un momento da pelle d’oca che lascia presagire quanto di buono sta per arrivare.

Sono le 21.30 passate quando i Pearl Jam salgono sul palco: un ritorno atteso, dopo ben quattro anni di assenza. Ad aspettarli ci sono 40.000 persone (qualcuno vocifera quasi 50.000), il pubblico più numeroso di quest’ultima edizione del festival. E non c’era modo migliore per riabbracciare i fan italiani: la band ha regalato uno show trascinante, durato più di due ore – e non era scontato trattandosi di un festival – con una scaletta ottima, in grado di aggiungere ai pezzi storici anche qualche chicca inaspettata. Il cielo, ora, è sereno e non fa nemmeno troppo caldo. Vedder e soci decidono subito di colpire dritto al cuore: parte “Given to fly”, in una versione piuttosto veloce e tirata, e da lì in poi non c’è più un momento di pausa. Segue “Corduroy”, anticipata da un frammento di “Interstellar Overdrive” (non a caso oggi cade l’anniversario della morte di Syd Barrett). <br>

L’esibizione prosegue tutta d’un fiato, tra qualche ovvia concessione all’ascoltatore medio – la ballata “Elderly woman behind the counter in a small town” è sempre perfetta per spezzare il ritmo – e qualche sorpresa gradita, come la b-side “Breath”, scritta per la colonna sonora di “Singles” e arricchita dall’assolo di un Mike McCready in splendida forma. Dopo “MFC”, dedicata ad un gruppo di amici romani di Eddie in compagnia dei quali ha composto il pezzo, le chicche continuano: ecco dunque una devastante “Even flow” e la malinconica “Present tense”, forse uno dei pezzi più belli mai scritti dal gruppo, che dal vivo forse rende ancora meglio che su disco. Il pubblico li segue fedelmente e rumorosamente. Dell’ultimo album “Backspacer” ci sono pochissime tracce, se si fa eccezione per i singoli (entrambi però già amati e cantati a gran voce dal pubblico) “The fixer” e “Just Breathe” e le non memorabili “Got some” e “Unthought known”. Ma al di là di tutto i Pearl Jam si confermano come sempre dei veri animali da palcoscenico: Vedder, che beve a canna varie bottiglie di vino rosso per tutto il concerto (offrendole poi alle prime file), sembra davvero contento di essere tornato in Italia e fa di tutto per dimostrarlo. La sezione ritmica Cameron-Ament non sbaglia un colpo. Il timido Gossard fa come sempre il suo dovere, mentre McCready si conferma un solista come ce ne sono davvero pochi in giro.

Terminata la prima parte della scaletta, comincia la lunga serie dei bis, che offrono da subito un ospite speciale: Ben Harper, già salito sul palco con i suoi Relentless 7, torna con la sua slide-guitar per accompagnare “Red Mosquito”. Come il cacio sui maccheroni, viene da dire. Poi tocca a “State of love and trust” infiammare di nuovo la platea e riportare alla mente gli anni del grunge, quando Seattle era la capitale del rock. Raccontare tutti i momenti degni di nota sarebbe difficile, vista la passione che i Pearl Jam riescono a mettere sul palco e a trasmettere al pubblico. Anche il secondo encore non è da meno: c’è spazio per “Arms Aloft”, pezzo di Joe Strummer and The Mescaleros, e per l’immancabile e toccante “Black”, che ispira un coro collettivo veramente da brividi. Il tutto fino alla chiusura “Alive” e “Rockin’ in the free world”, omaggio al maestro Neil Young, durante la quale tornano sul palco anche Ben Harper e i Relentless 7, per una vera e propria festa finale. Rimane un’impressione: sono veramente pochi i gruppi in grado di fare rock come i Pearl Jam. “Un tempo l’Italia ci sembrava lontana come la luna, oggi finalmente l’abbiamo conquistata”. Forse il pubblico del rock, vista l’affluenza ed il calore, l’avevano già più che conquistato. L’intensità di queste due ore di musica ce l’hanno ulteriormente confermato.

(Giovanni Ansaldo / Ercole Gentile)

Scaletta:

Given to fly

Interstellar overdrive – Corduroy

World wide suicide

The fixer

Elderly woman behind the counter in a small town

Breath

Mini fast car

Even flow

Present tense

Do the evolution

Unthought known

Porch

Primo Encore:

Red Mosquito (con Ben Harper)

Just Breathe

State of Love and Trust

Arms Aloft

Jeremy

Secondo Encore:

Got Some

Once

Black

PIL

Alive

Keep on Rockin’ in the free world (con Ben Harper)

Live Report: Pearl Jam @ Hyde Park London 25/06/10

Giugno 28th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Arrivare ad Hyde Park non è troppo difficile: fermata Marble Arch, due passi fuori dalla metro e già si viene catapultati nella ressa che lentamente passa i controlli biglietto alla mano. Ci sono i Pearl Jam, tanto basta a mobilitare mezza città e richiamare da tutta Europa chi non vuole perdersi nulla del nuovo tour della band di Seattle. Sono io, invece, che mi perdo buona parte del cartellone pomeridiano dell’ottimo Hard Rock Calling, arrivando appena in tempo per sentire la coda dei sudatissimi Hives e conquistare una posizione decente nella prima spianata davanti al palco principale. A fare da apripista a Vedder e famiglia c’è Ben Harper, uno che in casa Pearl Jam non è per nulla straniero. Ha a disposizione un’oretta scarsa da utilizzare con i suoi Relentless Seven. Set riuscito a metà: Ben fatica ad ingranare e come se non bastasse patisce il confronto quando Vedder sale sul palco per duettare in “Under pressure”. Un totale di sette pezzi che solo nel finale convincono. Poco male, visto che la maggior parte dei presenti è ormai proiettata al set principale, agli headliner. Vedere i Pearl Jam che raccolgono abbastanza gente da riempire uno stadio e mezzo la dice lunga su quanto oramai i Nostri siano diventati un punto di riferimento non solo per l’ormai quasi estinto popolo del grunge, ma più in generale per quello del rock a tutti i livelli. E quello dell’Hard Rock Calling è stato un set che ha confermato senza ombra di dubbio il primato dei Pearl Jam. Sono le otto quando il sipario si apre. Come sempre il primo a mettere piede on stage è Vedder, seguito a ruota da Gossard, Ament, Cameron e McCready e dall’ormai quasi ufficiale sesto Pearl Jam Kenneth “Boom” Gaspar alle tastiere. Contro ogni previsione (del sottoscritto ovviamente, oramai alla terza volta live con i PJ, e in procinto di affrontare una quarta e una quinta a distanza di poco più di una settimana) è “Given to fly” a sancire l’inizio delle ostilità. Vedder beve vino, parla ed intrattiene come sempre. Il sound è pieno e potente ed investe Londra fino alle fondamenta. Sono arrivati i Pearl Jam e per due ore e venti il centro del mondo musicale ruoterà intorno al parco della capitale di sua maestà. C’è da fare un po’ di “noise” in terra inglese insomma. “Why go” e la cover dei Pink Floyd “Brain damage” sono l’antipasto prima di “Corduroy” che manda in visibilio la totalità della platea. McCready nel frattempo, da prova di essere probabilmente il chitarrista più sottovalutato della storia del rock, sfoderando assoli killer in sequenza senza mai perdere un colpo. Una vera macchina da riff. “Got some” viene proposta in versione più aggressiva rispetto all’originale e precede di poco la storica “Once” e “World wide suicide”. E qui va fatto notare quanto anche pezzi minori come quest’ultimo prendano una piega completamente diversa in versione live, acquistando tutta quella brillantezza ed aggressività che ci si aspetta solamente dai cavalli di battaglia. I PJ live invece hanno il dono raro e prezioso di riuscire a rendere tutto cento volte meglio che su disco, di trasmettersi in maniera totale in ogni nota, sia che si parli di un singolo arcinoto che di una ballata sconosciuta. Un po’ come per il Boss insomma vale l’assioma: il mondo si divide in due parti, chi ama i Pearl Jam e chi non li ha mai visti dal vivo. Vedere per credere. Comunque. “Elderly woman behind the counter in a small town”, “Amongst the waves” “Even flow”, “Unthought known” e “Nothingman” sono il corpo centrale della prima parte del set. Arriva poi una digressione di Vedder su Joe Strummer che introduce la cover di “Arms aloft”. La band è perfettamente rodata, gira come un orologio e pompa rock dalle casse inglesi manco ci fosse la regina in persona con una frusta a spronare questi destrieri d’oltreoceano. “Not for you” riaccende le ugole di chi ha voglia di cantare mentre “Of the earth” è un inedito che viene proposto alla platea in attesa di giudizio, un pezzo in puro stile PJ, con partenza aggressiva e tirate distorte in conclusione. Un pezzo che evidentemente è ancora in fase di rodaggio ma che fa ben sperare in vista della pubblicazione del prossimo album. A questo punto del set i PJ cambiano definitivamente marcia e con “State of love and trust” rompono i margini, rovesciando una quintalata di pura violenza sul sole inglese che non vuole cedere il passo alle più tradizionali nuvolone nere. Arrivano poi in sequenza “Do the evolution” (estrema, grezza, lancinante), “Wasted reprise” e “Betterman” prima della pausa di rito. Pochi minuti e si riattacca con il solo Vedder in versione acustica per quella poesia che è “Just breathe”, un pezzo che risplende grazie ad una voce meravigliosa e irripetibile. Ben Harper a questo punto restituisce il favore, mettendo a disposizione la chitarra per la storica “Red mosquito”, stacco che permette di tirare il fiato prima di quel pezzo che forse più di tutti è nel cuore degli amanti dei PJ: “Black” come sempre arriva al cuore, lo apre, lo straccia e ti lascia senza forze ad agonizzare a terra. Il defibrillatore che rimette le cose a posto è “Porch”, giusto prima che la band si prenda un secondo momento di meritato riposo. L’ultimo encore si apre con “Go” e “The fixer”, un pezzo che oramai gode dell’affetto riservato ai più amati tra i classici della band. Doppietta finale con “Alive” che fa cantare anche i muri e luci accese per “Yellow ledbetter”. Quando è il momento di lasciare Hyde Park non ho più voce e sono sudato come dopo un interminabile “due contro due” a calcetto. C’è poco da aggiungere a quanto già detto: i Pearl Jam sono senza ombra di dubbio la miglior band rock attualmente in circolazione. Che cosa si vuole di più?

(Marco Jeannin)

Live Report: Pearl Jam @ Wuhlheide Arena Berlin 15/08/09

Agosto 16th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

A Berlino hanno la loro Arena Civica. Si chiama Wuhlheide. Ovviamente ci si arriva tranquillamente in metropolitana, pur essendo decisamente fuori città e circondata da un bosco enorme. Niente da fare, in Germania sono avanti. E non ci sembra di aver sentito polemiche sull’audio. Ai Pearl Jam piace suonarci, non è la prima volta.
Prendere il biglietto al volo è stata una grande idea, dato che questa è una delle cinque date di preparazione al vero e proprio tour per “Backspacer”, il nuovo album in uscita il 18 settembre. Certo è un Ferragosto un po’ diverso dagli altri. Per raggiungere l’Arena si deve affrontare una camminata di almeno un quarto d’ora in mezzo alla natura, accompagnati dagli immancabili venditori di birra e bratwurst pronti a soddisfare le impellenze alcoliche dei fan. Si viene incanalati all’ingresso per il controllo meticoloso della sicurezza. Il programma dice che alle sette è l’ora di attaccare e alle sette in punto salgono sul palco i Gomez. Fa un po’ strano vederli come spalla, un gruppo che ha una buona schiera di affezionati e che non sfigurerebbe come headliner in qualche festival estivo. Qui ci danno dentro per quaranta minuti, ammaliati dalla bellezza dell’Arena mentre propongono i pezzi del disco uscito da poco e un paio di classici, vedi “How we operate”. Facce sorridenti, saluti di rito e l’augurio affinchè la serata sia pazzesca. Durante il set dei Gomez fa capolino Eddie Vedder, spunta dal lato destro del palco, scatenando la curiosità e l’entusiasmo della curva, con buona pace del resto dell’Arena che si chiede cosa stia succedendo. Bravi Gomez. Il testimone passa ai Pearl Jam intorno alle otto e venti. Formazione tipo con Vedder, Gossard, Ament, McCready e Cameron più un tastierista dalle fattezze di Jon Lord, Kenneth “Boom” Gaspar. Due ore e mezza per un set aggressivo. Vedder confessa di voler vedere come si reagisce ai pezzi, come suonano dal vivo perchè c’è un tour da preparare, scalette da stendere e pezzi da scremare. Fosse per noi staremmo tutta la sera ad ascoltare anche la più sconosciuta delle b-sides. Il set di Berlino è duro, con poco spazio alle ballatone. Si parte con “Why go” ed “Hail Hail” per la gioia dei fan di vecchia data. “The fixer “è il primo dei nuovi pezzi ad essere presentato: un brano deciso, in pieno Pearl Jam style con abbondanza di chitarra e una melodia immediata. Funziona dal vivo, anche se soffre di un minimo di mancanza di rodaggio complessivo. La band è ancora in fase di riscaldamento e serve qualche pezzo per poter ingranare come si deve: appare evidente che questa mini tournèe non è altro che la prova generale. Nella parte centrale del set spiccano pezzi da novanta come “Corduroy”, “Untitled/MFC” ed “Even Flow” supportati da una solida spina dorsale a base di rock con la quale la band si sente particolarmente a proprio agio. E qui vanno citati almeno due brani, “God’s dice” e “Light years”. “Unemployable” è accompagnata da una piccola introduzione di Vedder in merito alla situazione economico-lavorativa negli Stati Uniti degli ultimi anni, con la speranza che Mr. Obama riesca a cambiare le cose. Il set si mantiene su buoni livelli, toccando picchi con la meravigliosa “Daughter” accompagnata dai cori della platea tedesca, che in realtà è decisamente variegata: spuntano bandiere italiane, irlandesi, ceche, portoghesi, austriache e persino turche. L’Europa ha risposto nel migliore dei modi. La prima parte del set si chiude in crescendo con almeno tre chicche. “Brother” pescata direttamente dal lato “b” di “Ten”, la nuova “Got some” che riprende alcune sonorità grunge di “Vs.” e la sempre molto amata “Do the evolution”. I Pearl Jam chiedono time out per tirare il fiato. Si ripresentano dopo pochi minuti solo Eddie e Jeff alla chitarra per “Bee Girl”, perla nascosta datata 1993 (già edita sulla raccolta di b-side e rarità “Lost dogs”), anno in cui suonarono proprio qui prima dei Bad Religion. Il resto della band si aggrega per “Better man”, “Given to fly”, “Hard to imagine” e l’inno ufficiale dei PJ dai tempi di “Ten”, quella “Alive” che praticamente conoscono anche i sassi e scatena i cori dal prato alle tribune. Seconda pausa e rientro con dedica a Daniele, uno dei feriti di Venezia, quando il palco del Jammin Festival crollò sotto i colpi del tifone. E mentre un boato tutto italiano si leva dalla platea (evidentemente siamo in molti dal Belpaese e i PJ lo hanno notato), Eddie non perde occasione per raccomandare al pubblico una certa cautela, di stare attenti a come ci si muove nelle prime file, sicuramente segnato dalla famosa tragedia di Roskilde del 2000. Le parole lasciano poi il posto all’intro di “Angie” dei Rolling Stones che lancia la volata alla splendida “Elderly woman behind a counter in a small town”. In stile Springsteeniano, Eddie raccoglie la richiesta delle prime file dove compare un enorme striscione che inneggia a “Faithfull”. La palla passa poi a “Sonic Reducer” (cover dei Dead Boys) e alla classica doppietta finale a luci accese: “Rockin’ in the free world” sulle orme del padre dichiarato Neil Young, e la ballata che spesso chiude i loro set, “Yellow ledbetter”. La band saluta il pubblico tedesco inchinandosi ripetutamente con la promessa di un arrivederci. La raccolgono tutti i presenti alla Wuhlheide Arena pronti a portarla nei propri paesi d’origine, consci che l’anno che verrà potrebbe portarsi appresso un gran concerto della band di Seattle. E’ la nostra speranza e il pensiero che ci accompagna lungo il vialone che conduce alla metropolitana. Assistere alle prove generali di uno spettacolo significa perdere qualcosa (chiariamo: molto poco) in termini di precisione, ma se questi sono i limiti dei Pearl Jam versione estiva beh, il gustoso antipasto ha scatenato in noi una gran fame.

(Marco Jeannin / Ercole Gentile)

SETLIST

Why Go
Hail Hail
The Fixer
Corduroy
I Am Mine
Nothing As It Seems
Untitled/MFC
Gods’ Dice
Even Flow
Unemployable
Severed Hand
Light Years
Daughter
Got Some
Glorified G
Brother
Insignificance
Do The Evolution

1st encore
Bee Girl
Better Man
Given To Fly
Hard To Imagine
Alive

2nd encore
Angie / Elderly Woman Behind A Counter In A Small Town
Faithfull
Sonic Reducer
Rockin’ In The Free World
Yellow Ledbetter.

Live Report: Pearl Jam @ Datchforum Assago 17/09/2006

Settembre 18th, 2006 in Archivio by Redazione Rockol

Può sembrare retorico dire che molte rockstar hanno un rapporto speciale con il pubblico italiano dei concerti. Almeno nel caso dei Pearl Jam, però, è vero: l’ultima calata della band risaliva a sei anni fa, ma quei concerti di Verona e Milano vengono considerati ancora oggi tra i più belli della carriera del gruppo, da fan e dagli stessi Pearl Jam.
Tornando per la prima volta in Europa, i Pearl Jam hanno voluto replicare gli stessi luoghi – l’Arena e il Forum – aggiungendo altre tre date (Bologna, Torino e Pistoia) e decidendo di registrare in questo mini-tour un DVD.
La data di Bologna è stata sicuramente la più sfortunata, penalizzata da una temperatura da Borneo all’interno del PalaMalaguti, e da un’acustica pessima. A Verona un po’ di pioggia ha solo reso più suggestivo lo scenario, e Milano come sei anni fa è rivelata magica per forza e intensità.
“Abbiamo fatto 15 anni di concerti, e il pubblico di Milano è quello che canta meglio in tutto il mondo”, dice Eddie Vedder, verso la fine. La folla del forum ha appena finito di cantare da sola per due minuti il coro di “Black” e la band è immobile sul palco, in estasi. E’ la metà del primo bis, ed è tutto il concerto che il pubblico canta attivamente; spesso Vedder lascia spazio ai cori, anzi li incita come in “Daughter”. Ancora una volta, non è retorica, ma la fame del pubblico italiano verso la musica della band, che finalmente viene saziata dopo sei lunghi anni di attesa.
Il concerto di Milano è iniziato come una fucilata: i Pearl Jam, per l’occasione, rinunciano all’abitudine di iniziare con un pezzo lento, e attaccano sparati con “Go”. Vanno avanti a massima velocità per quasi tutto il set principale. Ogni tanto Vedder si ferma e, bottiglia di vino rosso in mano insieme ad un foglietto con degli appunti, dice qualche parola in italiano. Per esempio raccontando la storia di “MFC”, scritta su una Mini per le strade di Roma, o dedicando il primo pezzo dei bis – una cover acustica di “Picture in a frame” di Tom Waits – alla moglie Olivia, conosciuta sei anni prima proprio a Milano.
Sono in parecchi a dire che questo è il concerto dell’anno: non è difficile credere, vista l’intensità che Vedder e i suoi compari sanno mettere nelle canzoni. Bisognerebbe dire che questo è il tour dell’anno, perchè ad ogni sera i Pearl Jam cambiano più di metà della scaletta, senza ripetersi e creando un feeling speciale con il pubblico, a seconda del posto in cui suonano. Alla fine, sembrano loro quelli a divertirsi di più: il finale – con una cover di “Rockin’ in the free world” di Neil Young seguita dall’inno “Yellow ledbetter” – è a luci accese: la band vuole vedere in faccia il pubblico. Il pubblico ricambia con tutto l’affetto possibile, sperando di non dover aspettare altri sei anni per assistere ad un evento del genere.

(Gianni Sibilla)

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