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Live Report: Roger Waters @ Datchforum Milano 23/04/2007

Aprile 24th, 2007 in Archivio by Redazione Rockol

Un maiale volante e pacifista, tappezzato di slogan anti Bush e anti Cheney, sorvolava lunedì sera (23 aprile) lo spazio aereo del DatchForum di Milano mentre nell’aria rimbombavano le note incalzanti di “Sheep” (da “Animals”): è tornata in grande stile una icona del rock da stadio anni Settanta, e dopo essersi ripreso “The dark side of the moon” Roger Waters si è riappropriato così, legittimamente, di un’altra fetta dell’eredità Pink Floyd. E’ una voglia rinata, la sua, che oggi lo spinge inopinatamente, dopo il Live 8, a ricercare un dialogo con gli ex compagni di band (ma intanto David Gilmour ha già bocciato la sua proposta di una nuova reunion per il “Live Earth” di Al Gore). Lui, che dei quattro è sempre stato il più umorale, creativo, paranoico e pasionario, ce la mette tutta per regalare al pubblico un megashow indimenticabile, nostalgico (nei suoni, nelle canzoni) e attualissimo (nella tecnologia allo stato dell’arte, nei messaggi e nelle invettive politiche), ancora potenziato rispetto a quello che era approdato l’anno scorso in Italia. Suono quadrifonico e surround (che però si era apprezzato meglio, per dire, nello spazio aperto dell’Arena di Verona), fiamme ed esplosioni pirotecniche, oggetti volanti (oltre al maiale, un astronauta che galleggia sulla folla durante l’esecuzione di “Perfect sense”: una delle pochissime concessioni al repertorio solista post Floyd), vecchi filmati in bianco e nero e montaggi acrobatici di immagini, fumetti e materiale floydiano d’archivio, giochi di luce e di colore inseriti nello straordinario stage set concepito e disegnato dal Mark Fisher (quello di “The wall”): delizioso il prologo, a luci ancora accese, con l’immagine ad alta definizione di uno scorcio di salotto anni Cinquanta, vecchia radio a manopole, modellino d’aeroplano, portacenere, bicchiere di whisky e una mano che ogni tanto si intrufola a cambiare la sintonia delle canzoni old fashioned diffuse dagli altoparlanti. Waters non ha mai avuto una gran voce e qui, se ne sono accorti in molti, si arrangia ogni tanto con le basi preregistrate e gli aiutini degli altri musicisti. Ma supplisce con il carisma (quello che difetta al più tecnicamente dotato Gilmour), con l’ego smisurato e generoso che lo spinge a cercare continuamente l’interazione con il pubblico: bassista al centro della scena, come Paul McCartney e Sting, in perenne deambulazione da una parte all’altra del palco, agitatore di folle e capopopolo. Strimpella anche la chitarra acustica, racconta del suo viaggio giovanile in Medio Oriente per testimoniare della gentilezza del popolo arabo e mandare all’inferno Bush e Blair (è la ormai nota “Leaving Beirut”, con le illustrazioni da fumetto e i testi che diventano l’occasione per un mega-karaoke) mentre il chitarrista Snowy White indossa un cappellaccio da cowboy. Accanto a lui Dave Kilminster (già collaboratore di Keith Emerson) si piglia quasi tutti gli assoli e riproduce nota per nota, con un pizzico di aggressività in più, i fraseggi di Gilmour, mentre Andy Fairweather-Low, elegante e compassato, resta sempre un po’ in disparte. Alle tastiere ci sono il solito Jon Carin e il figlio di Waters, Harry, sui tamburi batte con ferocia Graham Broad, il sax di Ian Ritchie accarezza “Shine on you crazy diamond” e “Us and them” mentre la potenza di fuoco vocale è amplificata dalle ugole nere, soul e inossidabili di Katie Kissoon, P.P. Arnold e Carol Kenyon (applauditissima dopo il tour de force di “The great gig in the sky”).
Il pubblico è qui soprattutto per “Dark side”, che occupa tutto il secondo set del concerto, una quarantina di minuti che passano in un soffio tra canti corali, teste ciondolanti e qualche lacrimuccia a testimonianza di una qualità magica e irripetibile, Waters un passo più indietro a dimostrazione del fatto che quell’album fu uno straordinario lavoro di equipe (e sono Carin e Kilminster a dividersi le parti vocali che furono di Gilmour). Ma lo show offre altri momenti di intensa emozione: bombardieri e navi da guerra in bianco e nero a evocare un’attualità altrettanto sanguinosa (“Bring the boys back home”), i ritratti di Bush e Reagan, Stalin e Mao, Bin Laden e Saddam appesi alle pareti della lugubre “Fletcher memorial home”, le immagini ingenue e tenere dei vecchi Floyd che camminano sulla spiaggia e giocano intorno a uno spaventapasseri mentre si srotola la melodia ipnotica e orientaleggiante della antica “Set the controls for the heart of the sun”, il volto, i riccioli, gli occhi scuri e sperduti di Syd Barrett che invadono il maxischermo durante l’esecuzione di “Shine on you crazy diamond”, brividi e nostalgia per chi ha a cuore il vecchio diamante pazzo e i Floyd delle origini. Appassionato e populista, debordante e trascinante, Waters riaccende l’anima in un repertorio storico e di pubblico dominio evitando l’effetto juke box. Molte bocche spalancate per i colpi di teatro e gli strabilianti effetti speciali, ma alla fine è la forza naturale di parole e musica a restarti dentro.

(Alfredo Marziano)

Live Report: David Gilmour @ Teatro degli Arcimboldi Milano 24/03/2006

Marzo 25th, 2006 in Archivio by Redazione Rockol

Per un biglietto bisognava sbattersi e svenarsi, d’accordo, ma come si faceva a dire di no? E infatti in occasione della prima italiana di David Gilmour, venerdì 24 marzo, il Teatro degli Arcimboldi di Milano, sold out da mesi, è pieno come un uovo (anche se qualche poltrona vuota la si trova sempre…saranno i tagliandi a prezzi da strozzinaggio rimasti invenduti su eBay). La sala è da sogno, architettura hi tech e design funzionale, platea dolcemente degradante e due gallerie sovrapposte, acustica perfetta. La scenografia minimale ed elegante, poche luci sapienti, specchi riflettenti e fumi discreti ad avvolgere i musicisti nei momenti clou in cui salgono tensione e volume musicale. Il primo fascio bianco illumina Gilmour da solo sul palco, nerovestito e dimagrito, e la sua Fender (nera anche lei) accarezzata con dolcezza sull’introduzione di “Castellorizon” sarebbe riconoscibile a chilometri di distanza. Quando entrano in scena gli altri è impossibile non farsi condizionare dal mito: alla sinistra del palco, come annunciato, si sistema Rick Wright, accolto da ovazioni calcistiche. Vicino a lui c’è l’altro tastierista Jon Carin, un fedelissimo del giro Floyd così come il bassista Guy Pratt. Completano la compatta formazione il batterista Steve DiStanislao, in prestito dalla band di Crosby & Nash e l’ottimo, discreto Phil Manzanera, il chitarrista dei Roxy Music e vicino di casa nel Sussex che a Gilmour ha dato una mano decisiva nel completare un album favoleggiato per anni. Lo eseguono tutto, “On an island”, nel corso del primo dei due set in cui si articola lo show: rispettosi di una vecchia tradizione floydiana che vuole i dischi nuovi riprodotti in concerto da cima a fondo. Il titolare evidentemente ci crede fino in fondo, e la sua è una scelta tutto sommato coraggiosa anche se i fan adoranti da lui accetterebbero anche di sentir cantare l’elenco del telefono…Performance quasi impeccabile, ma dal vivo l’album regge meno che sullo stereo di casa, complici quei lunghi passaggi piacevoli ma un po’ snervati, fluidi ma radenti la “soundtrack music” da sottofondo: il pezzo che lo intitola è solido e convincente, ma pesa l’assenza delle voci angeliche di Crosby & Nash; senza la cornetta di Robert Wyatt “Then I close my eyes ” mostra le sue fragilità e anche l’altro strumentale “Red sky at night” non è indimenticabile, nonostante il generoso prodigarsi del bandleader al sassofono. Ci si scuote un po’ col rock blues anni Sessanta di “This heaven”, il ritmo aggressivo di “Take a breath”, la delicata atmosfera acustica di “Smile”, la mini sinfonia pop di “A pocketful of stones”. Ma tutti, soprattutto chi ha letto le cronache e le scalette dei concerti precedenti in Europa, sono lì in trepidante attesa del secondo tempo. Partono le prime note lancinanti di una “Shine on you crazy diamond”, più intimista e in chiaroscuro rispetto alle versioni conosciute, e viene giù il teatro. E sono ancora boati di approvazione quando entrano in azione i sax ruggenti di Dick Parry (un reduce dai tempi di “The dark side of the moon) e la steel guitar di “Breathe”, mentre gli orologi di “Time” e le frequenze radio disturbate che introducono “Wish you were here” suscitano immediati riflessi pavloviani e salivazione a mille nel pubblico affamato di Pink Floyd.
Sono brividi autentici con i venti minuti psichedelici di “Echoes”, le voci di Gilmour e di Wright in sovrapposizione, organo e chitarra che incrociano i riff sul ritmo funky della sezione centrale prima che la sei corde elettrica di David si metta a urlare come un gabbiano. Il tastierista canta con voce esile un brano da “The division bell”, “Wearing the inside out”, e dallo stesso disco arrivano “Coming back to life” e la malinconia soffusa di “High hopes”. C’è anche un inatteso ripescaggio dalla colonna sonora “Obscured by clouds”, 1972 (“Wot’s… uh the deal”, una ballata di atmosfera placida e vagamente westcoastiana a cui si rifanno diversi momenti di “On an island”), mentre a chiudere in crescendo, e senza bis, provvede l’immancabile “Comfortably numb”. La sensazione, alla fine, è quella di aver assistito comunque a un evento memorabile. I Pink Floyd a metà, d’accordo: ma per rivivere brandelli di leggenda rock in un ambiente a dimensione umana, intimo e raccolto come questo, bisognava esserci stati di persona, nel 1972/73, al Rainbow di Londra o in qualche altra gloriosa “venue” d’epoca. Prima che la deflagrazione di “The dark side of the moon” proiettasse i quattro negli spazi immensi delle piazze e degli stadi, irraggiungibili per noi che stavamo sull’altro lato della luna.

(Alfredo Marziano)

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