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Live Report: Roger Waters @ Forum, Assago (Mi) 01/04/11

Aprile 2nd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

“Ti piacerebbe rispedire a casa i nostri cugini di colore, amico mio?” canta Roger Waters verso la fine dello show, mentre nei panni di Pink intona “Waiting for the worms” circondato da proiezioni di enormi vermi rossi. C’è bisogno d’altro, nei giorni delle tensioni razziali al calor bianco e degli esodi forzati da Lampedusa, per giustificare il revival di “The wall” e ribadirne l’assoluta attualità? L’ex mr. Floyd ci ha visto giusto: il suo è un “concept” per tutte le stagioni,  cui gli orrori del mondo e le contraddizioni insite nella natura umana hanno impedito di invecchiare. Così lo spettacolo che il sessantasettenne rocker inglese ha presentato poche ore fa nella sua “prima” milanese è un mix di vecchio e nuovo, di cimeli recuperati dall’allestimento originale dell’80-’81 e di nuove intuizioni e magie tecnologiche: i mostruosi pupazzi e le animazioni inquietanti di Gerald Scarfe e un muro di mattoni che è diventato uno stupefacente schermo tridimensionale; filmati entrati nell’immaginario collettivo e un suono surround allo stato dell’arte percepibile in ogni punto della sala. Tutto perfettamente sincronizzato e in  altissima definizione, a cominciare da un suono limpido e preciso, finalmente all’altezza della situazione (e del costo del biglietto) anche in una sala, quella del Mediolanum Forum, solitamente poco indulgente con chi non presta abbastanza cura ai soundcheck e all’equalizzazione. Eccole qui, finalmente davanti agli occhi, le icone su cui abbiamo tanto fantasticato. Lo Stuka che esplode tra le fiamme dopo essersi infranto contro il muro, il maiale volante che volteggia sulla platea, i giganteschi e grotteschi pupazzi che simboleggiano l’oppressione (l’insegnante, la madre), i proiettori cercapersone che evocano tristi ricordi di guerra e campi di concentramento. Appena entrato in scena Waters, nerovestito e magrissimo, si rivolge al pubblico (con qualche parola in italiano) per ricordare la prima voltà che “The wall” andò in scena a Los Angeles (“time flies”, “il tempo vola”). Poi, annichilente, parte il riff metallaro di “In the flesh?” e  la gigantesca macchina produttiva da 37 milioni di sterline si mette in moto senza intoppi. “Another brick in the wall pt.2”, dilatata da assoli di chitarra e di organo (alle tastiere, accanto al fedele Jon Carin, c’è il figlio di Roger, Harry)  fa ballare anche le giovani hostess del Forum: a centro palco il frontman è raggiunto da sedici ragazzini che mimano il celebre coro, mentre i mattoni posizionati dalla crew cominciano a oscurare la visuale. In “Mother”, applauditissima, Roger doppia se stesso: chitarra acustica a tracolla, dialoga con la sua versione in bianco e nero e a pieno schermo  filmata nel 1980 alla Earls Court di Londra, mentre il Big Brother che ci tiene d’occhio diventa una Big Mother dagli occhi di bragia e un boato accoglie le scritte che commentano la retorica domanda del testo: “Mother should I trust the government”? La risposta è scritta alle estremità del muro: “no fucking way”, “col cazzo”. E’ un j’accuse appassionato e compassionevole, quello di Waters, contro tutte le guerre di ieri e di oggi. Durante “The thin ice”, e poi ancora nel corso l’intervallo, sullo schermo circolare e sul muro appaiono fotografie e carte di identità di tante vittime di guerra da non dimenticare: il padre del musicista ucciso durante lo sbarco ad Anzio,  i morti dell’Iraq, quelli dell’11 settembre e quelli degli attentati alla metropolitana di Londra del 2005 (è un contributo toccante e interattivo: è il pubblico, su richiesta di Waters, a fornire le immagini dei propri cari scomparsi).  Il filmato di “Goodbye blue sky”, che aveva suscitato l’indignazione di un’associazione ebraica, è stato forse riveduto e corretto, ma non ha perso mordente: le colombe che si levano in volo diventano uno stormo minaccioso di bombardieri dal cui ventre piovono croci, dollari e mezzelune, Stelle di David e falci e martello, il marchio della Shell e quello della Mercedes (alla faccia del “branding” e dei concerti sponsorizzati…). La musica che commenta le immagini è un meccanismo ad orologeria, anche se per fare le veci di David Gilmour ci si mettono in quattro: i tre chitarristi Dave Kilminster (il più pirotecnico e rocker di tutti, con la chioma selvaggia scossa dal vento), Snowy White (il più rodato: era nella “surrogate band” dei concerti dell’80) e il dylaniano G.E. Smith, più il cantante Robbie Wyckoff che lo sostituisce nelle parti vocali. Quando lui e Kilminster salgono in cima al muro per cantare e suonare “Comfortably numb” mentre Waters giù in basso incita la folla a cantare e lancia in aria le braccia, qualche fan puro e duro non trattiene un piccolo moto di delusione: in giornata qualcuno aveva avvistato al Forum Phil Taylor, il tecnico del suono dell’altro mr. Floyd, accendendo speranze irrazionali di un duetto che  con tutta probabilità si materializzerà più avanti alla O2 Arena di Londra, teatro prescelto per le riprese di un Dvd a questo punto assolutamente inevitabile. Con il suo solo fiammeggiante, comunque, Kilminster si ritaglia il momento musicalmente più esaltante dello show, mentre il quartetto vocale tutto al maschile (con Wyckof sono della partita i tre cugini Mark, Michael e Kipp Lennon) spinge “The show must go on” dalle parti del doo wop e del vocalese d’antan. Dopo l’intervallo e una “Hey you” eseguita totalmente al riparo dal muro, grandi applausi accolgono “Nobody home”, che Roger canta dalla sua “camera di albergo” completa di poltrona, abat-jour e televisore. Su “Vera” il leit motiv del “We would meet again” è accompagnato da struggenti filmati di ricongiungimenti familiari, mentre “Bring the boys back home” è l’occasione solenne per lanciare un altro accorato messaggio pacifista e ricordare le parole sagge di Dwight Eisenhower (ogni guerra provoca carestie e sofferenze ai più deboli). Il finale è muscoloso e minaccioso: tenute militari, bandiere sventolanti e minacciose, mentre Waters riprende vecchi slogan (“c’è qualche paranoico tra il pubblico, stasera a Milano”? chiede prima di lanciare il riff schiacciasassi di “Run like hell”),  urla nel megafono e finge di sparare alla folla con un mitragliatore. “The trial” è animazione grottesca e ultracolorata, e viene da pensare che la versione live di “The wall”, in certi momenti, sia proprio questo: un rutilante musical per teste pensanti. Subito dopo, preceduto da un tremore impressionante che scuote le sedie nella arena, il crollo del muro è emozionante, spettacolare e assolutamente catartico. E con il folk da strada di “Outside the wall” sono finalmente gli uomini, i musicisti, a prendere il sopravvento sull’apparato, sulla messa in scena e sugli effetti speciali: il messaggio di speranza e il senso di calore umano sono affidati a un’orchestrina acustica con chitarre, banjo, tromba e fisarmonica e all’immagine di una bimba che libera palloncini in volo. Non tutto è perduto, ci suggerisce Waters: “Uniti stiamo in piedi, divisi cadiamo”. Ringrazia ancora i presenti  per il calore e la partecipazione, ed è il primo a riconoscere l’ironia della cosa: “The wall” nacque dal suo senso di alienazione e distacco da un pubblico che col tempo aveva preso a temere e disprezzare.  Ma era tanto tempo fa  “e oggi sono cambiato”, spiega prima di andarsene con un sorriso dipinto in volto che il suo tormentato alter ego del 1980 non si sarebbe mai concesso.

(Alfredo Marziano)

SETLIST

“In the Flesh?”

“The thin ice”

“Another brick in the wall pt. 1”

“The happiest days of our lives”

“Another brick in the wall pt. 2”

“Mother”

“Goodbye blue sky”

“Empty spaces”

“What shall we do now?”

“Young lust”

“One of my turns”

“Don’t leave me now”

“Another brick in the wall pt.3”

“The last few bricks”

“Goodbye cruel world”

(intervallo)

“Hey you”

“Is there anybody out there?”

“Nobody home”

“Vera”

“Bring the boys back home”

“Comfortably numb”

“The show must go on”

“In the flesh”

“Run like hell”

“Waiting for the worms”

“Stop”

“The trial”

“Outside the wall”

Live Report: Roger Waters @ Datchforum Milano 23/04/2007

Aprile 24th, 2007 in Archivio by Redazione Rockol

Un maiale volante e pacifista, tappezzato di slogan anti Bush e anti Cheney, sorvolava lunedì sera (23 aprile) lo spazio aereo del DatchForum di Milano mentre nell’aria rimbombavano le note incalzanti di “Sheep” (da “Animals”): è tornata in grande stile una icona del rock da stadio anni Settanta, e dopo essersi ripreso “The dark side of the moon” Roger Waters si è riappropriato così, legittimamente, di un’altra fetta dell’eredità Pink Floyd. E’ una voglia rinata, la sua, che oggi lo spinge inopinatamente, dopo il Live 8, a ricercare un dialogo con gli ex compagni di band (ma intanto David Gilmour ha già bocciato la sua proposta di una nuova reunion per il “Live Earth” di Al Gore). Lui, che dei quattro è sempre stato il più umorale, creativo, paranoico e pasionario, ce la mette tutta per regalare al pubblico un megashow indimenticabile, nostalgico (nei suoni, nelle canzoni) e attualissimo (nella tecnologia allo stato dell’arte, nei messaggi e nelle invettive politiche), ancora potenziato rispetto a quello che era approdato l’anno scorso in Italia. Suono quadrifonico e surround (che però si era apprezzato meglio, per dire, nello spazio aperto dell’Arena di Verona), fiamme ed esplosioni pirotecniche, oggetti volanti (oltre al maiale, un astronauta che galleggia sulla folla durante l’esecuzione di “Perfect sense”: una delle pochissime concessioni al repertorio solista post Floyd), vecchi filmati in bianco e nero e montaggi acrobatici di immagini, fumetti e materiale floydiano d’archivio, giochi di luce e di colore inseriti nello straordinario stage set concepito e disegnato dal Mark Fisher (quello di “The wall”): delizioso il prologo, a luci ancora accese, con l’immagine ad alta definizione di uno scorcio di salotto anni Cinquanta, vecchia radio a manopole, modellino d’aeroplano, portacenere, bicchiere di whisky e una mano che ogni tanto si intrufola a cambiare la sintonia delle canzoni old fashioned diffuse dagli altoparlanti. Waters non ha mai avuto una gran voce e qui, se ne sono accorti in molti, si arrangia ogni tanto con le basi preregistrate e gli aiutini degli altri musicisti. Ma supplisce con il carisma (quello che difetta al più tecnicamente dotato Gilmour), con l’ego smisurato e generoso che lo spinge a cercare continuamente l’interazione con il pubblico: bassista al centro della scena, come Paul McCartney e Sting, in perenne deambulazione da una parte all’altra del palco, agitatore di folle e capopopolo. Strimpella anche la chitarra acustica, racconta del suo viaggio giovanile in Medio Oriente per testimoniare della gentilezza del popolo arabo e mandare all’inferno Bush e Blair (è la ormai nota “Leaving Beirut”, con le illustrazioni da fumetto e i testi che diventano l’occasione per un mega-karaoke) mentre il chitarrista Snowy White indossa un cappellaccio da cowboy. Accanto a lui Dave Kilminster (già collaboratore di Keith Emerson) si piglia quasi tutti gli assoli e riproduce nota per nota, con un pizzico di aggressività in più, i fraseggi di Gilmour, mentre Andy Fairweather-Low, elegante e compassato, resta sempre un po’ in disparte. Alle tastiere ci sono il solito Jon Carin e il figlio di Waters, Harry, sui tamburi batte con ferocia Graham Broad, il sax di Ian Ritchie accarezza “Shine on you crazy diamond” e “Us and them” mentre la potenza di fuoco vocale è amplificata dalle ugole nere, soul e inossidabili di Katie Kissoon, P.P. Arnold e Carol Kenyon (applauditissima dopo il tour de force di “The great gig in the sky”).
Il pubblico è qui soprattutto per “Dark side”, che occupa tutto il secondo set del concerto, una quarantina di minuti che passano in un soffio tra canti corali, teste ciondolanti e qualche lacrimuccia a testimonianza di una qualità magica e irripetibile, Waters un passo più indietro a dimostrazione del fatto che quell’album fu uno straordinario lavoro di equipe (e sono Carin e Kilminster a dividersi le parti vocali che furono di Gilmour). Ma lo show offre altri momenti di intensa emozione: bombardieri e navi da guerra in bianco e nero a evocare un’attualità altrettanto sanguinosa (“Bring the boys back home”), i ritratti di Bush e Reagan, Stalin e Mao, Bin Laden e Saddam appesi alle pareti della lugubre “Fletcher memorial home”, le immagini ingenue e tenere dei vecchi Floyd che camminano sulla spiaggia e giocano intorno a uno spaventapasseri mentre si srotola la melodia ipnotica e orientaleggiante della antica “Set the controls for the heart of the sun”, il volto, i riccioli, gli occhi scuri e sperduti di Syd Barrett che invadono il maxischermo durante l’esecuzione di “Shine on you crazy diamond”, brividi e nostalgia per chi ha a cuore il vecchio diamante pazzo e i Floyd delle origini. Appassionato e populista, debordante e trascinante, Waters riaccende l’anima in un repertorio storico e di pubblico dominio evitando l’effetto juke box. Molte bocche spalancate per i colpi di teatro e gli strabilianti effetti speciali, ma alla fine è la forza naturale di parole e musica a restarti dentro.

(Alfredo Marziano)

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