Marzo 20th, 2007 in Archivio by Redazione Rockol

I fan degli Arctic Monkeys, al Rolling Stone sold out da dieci giorni, sono un mare in subbuglio, una risacca in moto perpetuo che periodicamente si infrange contro le transenne, i bordi del palco, le braccia robuste e i corpaccioni degli uomini della security. Devi essere uno di loro, e avere la carta di identità in regola, per resistere nella bolgia, abbandonarti al pogo frenetico, offrirti come vittima sacrificale allo stage diving. Nei loro volti però non sembra esserci rabbia, anche se qualcuno nel dopo concerto si lamenta per le botte ricevute, il cellulare rubato, i ruvidi incontri ravvicinati con qualche hooligan troppo bevuto. Incidenti di percorso prevedibili in una calca del genere: gli altri se ne fregano, continuano a saltare come grilli, urlano a bocca aperta le parole di “I bet you look good on the dancefloor” (terzo pezzo in scaletta, accolta da un boato terrificante) “When the sun goes down”, “Dancing shoes”, “Leave before the lights come on”, “Fake tales of San Francisco”, che tutti sembrano conoscere a memoria. Tra i quattro Arctic Monkeys e quelli che stanno sotto passa un’onda d’urto che quasi ti sposta. E’ una straordinaria esperienza “sociologica”, più che musicale. Non proprio i Beatles allo Shea Stadium, quello no, ma un cocktail (alcolico) ad altissima intensità emotiva ed energetica, dove la musica e l’identificazione collettiva fanno da micce potentissime. In un’ora concentrata di assalti sonori alla baionetta (niente bis), i quattro di Sheffield brutalizzano le orecchie con tipica noncuranza britannica. Alex Turner, a centro palco, non parla quasi mai ma ha la stessa presenza febbrile del giovane Paul Weller, la faccia tosta di un Damon Albarn. Dietro, il batterista Matt Helders picchia senza tanti complimenti e canta i cori, mentre ai lati il chitarrista Jamie Cook e il bassista Nick O’Malley, felpa a rombi che più British non si può, badano al sodo. Dal vivo i giochetti verbali e gli acuti ritrattini di provincia degli Arctic Monkeys si perdono nei decibel, così certe sottigliezze ritmiche e melodiche contenute nel secondo album “Favourite worst nightmare” che esce il 20 aprile e introduce il concerto con “This house is a circus” e “Teddy picker”. Si colgono giusto la scanzonata aria Sixties di “Fluorescent adolescent”, qualche chitarrina surf, un accenno di ritmo in levare: poi, con la forza belluina e garage punk di pezzi come “Brianstorm” i Monkeys riprendono a scaricare sulla platea le loro tempeste ormonali, la loro adrenalina giovanile. L’atmosfera è inebriata anche se sul palco, si direbbe, non girano alcolici ma acqua minerale e Coca-Cola. Sarà che a distanza di sicurezza, dietro al banco del mixer, svettano alcune signore inglesi sui cinquant’anni che si agitano, sorridono e fanno ciao ciao con la manina: sono le mamme rock’n’roll, orgogliose genitrici dei piccoli fenomeni. Finisce tutto in fretta e qualche addetto ai lavori storce la bocca davanti al blocco monolitico di quella musica spiccia, grezza ed elementare. Ma vallo a spiegare a quelli lì sotto, che si sono divertiti come matti.
(Alfredo Marziano)
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Ffebbraio 8th, 2007 in Archivio by Redazione Rockol

In Inghilterra la caccia al dopo-Arctic Monkeys è già cominciata. Mentre il gruppo rivelazione del 2006 sta già per pubblicare il secondo disco, ecco emergere The Fratellis: tre ragazzi di Glasgow, messi sotto contratto dall’etichetta Island dopo soli otto concerti. Come i Ramones, ognuno dei quali asseriva che il proprio cognome fosse Ramone, i tre sono Jon Fratelli, Barry Fratelli e Mince Fratelli.
Arrivano in Italia sull’onda di recensioni entusiastiche, e sono uno dei primi gruppi ad esibirsi al Rolling Stone dopo il restauro e la promessa dei nuovi gestori di riportarlo allo status di tempio milanese del rock live. Il locale è quasi esaurito, la gente sembra fremere per l’attesa, ma quello che si vede sul palco non giustifica tutto questo passaparola. I tre sono ragazzi che non sembrano particolarmente dotati, né musicalmente né di presenza scenica: se quest’ultimo particolare si può anche passare in secondo piano – molti dei gruppi usciti da oltremanica ultimamente non hanno frontman dotati di particolare carisma– è difficile passare oltre al piano musicale. Sarà una serata storta, forse qualche problema tecnico, ma i tre Fratellis sbagliano un paio di attacchi e steccano spesso. Il loro è un rock volutamente sporco e grezzo, e il pubblico è persino benevolente anche verso le diverse imprecisioni della band. I brani scivolano via veloci e anche la loro canzone più famosa, “Flathead” (recentemente usata dalla Apple per un suo spot) passa tutto sommato inosservata.
Serata storta, si diceva. Insomma: rimandati alla prossima prova, a partire dal disco, “Costello music”, che si spera offra qualcosa di più di questo spettacolo.
(Gianni Sibilla)
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Giugno 9th, 2006 in Archivio by Redazione Rockol

La stampa inglese, si sa, solitamente esagera. Per cui il fatto che un noto settimanale d’oltremanica definisse il concerto milanese dei Muse del 7 giugno, “uno dei più attesi degli ultimi mesi” va preso con le pinze. Qualcosa, però, vuole dire: la data è stata un’anteprima mondiale del tour di una band che negli ultimi anni ha avuto un successo esponenziale e il cui quarto disco “Black holes and revelations”, in uscita a fine giugno, promette altrettanto.
Certo è che l’ultimo tour dei Muse aveva raccolto 350.000 spettatori in giro per il mondo e che, nel 2004, avevano fatto da headliner al mega festival di Glastonbury, un onore concesso solo alle vere star.
La data milanese, anteprima del tour vero e proprio che toccherà i festival europei durante l’estate, i palazzetti ad ottobre, per approdare in Italia a dicembre, aveva così il sapore dell’evento: biglietti esauriti, bagarini all’entrata, locale strapieno e pubblico adorante ed entusiasta anche delle nuove canzoni che teoricamente non può conoscere.
Davvero uno strano destino per una band che all’inizio sembrava uno dei tanti cloni dei Radiohead, e che oggi si barcamena tra il funky rock del nuovo singolo “Supermassive black hole” (con il suo falsetto alla Prince) e il prog anni ‘70, fatto di lunghe suite e orchestrazioni vocali che ricordano i Queen, come in “Knight of Cydonia”.
Dal vivo, il suono della band è inevitabilmente più sporco che su disco. La batteria, con il suo suono secco e pestato, in più di un momento sembra sovrastare la chitarra argentata e la voce angelica di Matthew Bellamy. Bellamy, che ormai vive in Italia, per questo tour ha quasi definitivamente abbandonato le tastiere, cedendole ad un musicista aggiunto al trio originario per aumentare ulteriormente il muro sonoro prodotto dalla band e per riprodurre sul palco il complesso suono creato in studio.
Non c’è praticamente scenografia, solo i musicisti sul palco, ma al pubblico va bene così, soprattutto quando la band esegue vecchi brani già noti come “Time is running out”. Meno contenta è la gente quando la band termina il concerto dopo appena un’ora e un quarto di esibizione. Per la platea, il giudizio complessivo è positivo, ma non si può essere completamente d’accordo: ancora più che su disco, in concerto i Muse rischiano di essere troppo pomposi. Forse piacciono per questo, ma è anche il loro maggior difetto.
(Gianni Sibilla)
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Maggio 14th, 2006 in Archivio by Redazione Rockol

Insieme ai Franz Ferdinand sono la brit band più redditizia dell’etichetta indipendente Domino: quattro 19enni di Sheffield che dopo un tamtam mediatico partito dal web, a gennaio hanno pubblicato un album, “Whatever people say I am, that’s what I’m not”, che, in un solo giorno ha venduto qualcosa come 120.000 copie, e che in una settimana ha superato il primato detenuto dagli Oasis con “Definitely maybe”. Con queste credenziali, se era facile pronosticare bagni di folla in buona parte dei paesi europei toccati dal loro tour, meno scontata sembrava l’ipotesi che gli Arctic Monkeys potessero fare altrettanto in Italia. E invece, sia pure in maniera meno virulenta, la “monkeymania” ha attecchito anche nel nostro paese, di solito indifferente ai fenomeni di stampo culturale squisitamente inglese. Ma il dato più eclatante è che nonostante le loro facce anonime, l’iconografia spartana e canzoni ispirate a storie di ordinario disagio giovanile nel “profondo nord inglese” (niente di più lontano dai temi nei quali una platea extra-inglese possa identificarsi), gli Arctic Monkeys sono riusciti a convertire al loro grezzo garage rock un pubblico italiano costituito in larga misura da giovanissimi. Sono stati soprattutto questi ultimi a riempire il Rolling Stone (seconda data italiana del tour europeo), dopo l’annullamento del concerto dello scorso 20 gennaio al Transilvania. Hanno saltato e mandato a memoria le parole di tutte le canzoni, contagiando anche coloro i quali -perlopiù fratelli maggiori o rockettari della prima ora- erano accorsi al concerto mossi da una curiosità mista a diffidenza. Saliti sul palco dopo la mezzora di riscaldamento affidata alla band supporter dei Milburn, Alex Turner e compagni hanno infiammato la platea con sessanta minuti densi di energia, fra ritmiche metronomiche, muscolari progressioni chitarristiche di plateale scuola Jam/Clash e una applauditissima parentesi ska (“A certain romance”). E senza le sbavature che, tanto per citare la band a cui gli Arctic Monkeys vengono solitamente accostati, caratterizzava invece i live show dei Libertines. Cantante meno originale ma decisamente più solido e lucido di Pete Doherty, Alex Turner ha tenuto banco per l’intero concerto col piglio di un giovane Paul Weller, e piazzando, come nell’album, “The view from the afternoon” e “A certain romance”, rispettivamente in apertura e in chiusura di scaletta. In mezzo, invece, pescate in ordine sparso dal mazzo fortunato, ha giocato tutte le altre carte del disco, scatenando l’isteria e il pogo sfrenato del parterre, prima con “Still take you home” e poi con “Dancing shoes”, “I bet you look good on the dancefloor”, “Mardy Bum” e “When the sun goes down”. Tutti successi che sebbene replichino, con poche varianti, la medesima formula sonora, riconfermano tutta la loro forza d’urto anche dal vivo e enfatizzano la coesione e la già esuberante personalità della band. Ripartendo da qui e puntando a una maggiore diversificazione del proprio linguaggio musicale, gli Arctic Monkeys potrebbero andare davvero molto lontano. Stoffa, impeto e sfrontatezza non mancano, vedremo se i nostri hanno anche la bussola e la benzina.
(Leo Mansueto)
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