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Live Report: Glen Hansard @ St.Pauls Within The Walls, Roma 26/09/11

Settembre 27th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Che certi concerti saranno speciali lo capisci al primo istante in cui entri un posto, perché quel posto da solo fa già metà del lavoro. Il posto è St. Pauls Within The Walls, una chiesa anglicana di Roma del 1800, la prima non cattolica-romana costruita entro le mura della città, leggerò poi.

Non una chiesa qualsiasi. E’ una chiesa piccola, bellissima e aggraziata nelle sue decorazioni. Ma rimane comunque una chiesa: “This place is intimidating”, dice Glen Hansard a inizio concerto. E’ in tour da solo, dopo la serie di date in apertura a Eddie Vedder in America. E’ sulla strada con un furgone, la sua solita chitarra scassata, un’altra elettrica, un road manager che sa cantare e un cantante che di volta in volta gli apre le serate (in questa c’è l’amico irlandese Oliver Cole). Glen sta provando le nuove canzoni, quelle che finiranno sul primo disco solista dopo anni con i Frames e dopo il periodo con la Swell Season, che gli è valso un Oscar e quella meritatissima fama che inseguiva da anni.

La chiesa fa metà del concerto perché Glen è davvero intimorito: quando cita, come fa spesso, “Sexual healing” di Marvin Gaye lo fa quasi sottovoce per rispettare la sacralità del luogo, e quando la canzone richiede una parolaccia, fa il segno della croce. E’ un intrattenitore, lo fa con ironia, ma non sta scherzando più di tanto.

E soprattutto adegua la sua musica al posto. Canta voce e chitarra, con i suoi crescendo, ogni tanto esplode come in “Leave”, ogni tanto la sua intensità assume un tono più basso e contenuto, rimane più compressa creando ancora più tensione. I due esempi estremi sono i due video che vedete qua: “Leave”, con il crescendo.

Immagine anteprima YouTube

E una emozionante e tesa “What happens when the heart just stops”, una delle poche canzone suonate alla chitarra elettrica, una delle tante in cui invoca il pubblico a cantare, e ne viene fuori un coro che l’acustica della chiesa, piena di riverbero, fa sembrare un inno religioso.

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La maggior parte della serata, Glen la passa con la chitarra acustica: ed è uno dei rarissimi artisti che non annoia in quella veste. Reggere un concerto così è impresa ardua anche per gente come Springsteen o Vedder (non sto dicendo un’eresia: il tour di “The ghost of Tom Joad” aveva diversi momenti di stanca, l’ultimo tour di Vedder, documentato da “Water on the road”, correva lo stesso rischio).

Ad un certo punto, Glen si fionda sull’organo, ma non funziona. Allora si dirige sul piano a coda in una delle navate laterali (che, per inciso, si trova a 1 metro da dove è seduto il Vostro…) e attacca un nuovo brano, incurante dei flash di cerca di scattargli una foto. Ogni tanto suona l’elettrica, ricordando il suono e la carica del suo allievo Jeff Buckley al Sin-é ( a cui Jeff arrivò grazie a Glen: al tempo era il suo roadie, e Glen – erano i primi anni ‘90- girava per i locali irlandesi grazie alla popolarità derivata dalla sua apparizione in “The committments”). Ogni tanto avanza nelle navate e canta senza amplificazione, divertendosi a fare cover, come suo solito (“Astral weeks”, “You ain’t going nowhere”: Van Morrison e Dylan..,).

Perché Glen ha sempre l’animo del busker. Anche quando propone le canzoni nuove quasi timidamente (“Non diffodetele su internet, per favore, le sto ancora provando”), anche quando chiude il set con una spettacolare versione  di “Forever young”, con il suo supporter Oliver Cole e con il suo roadie, che ha l’aspetto dell’impiegato delle poste ma ha una voce profonda e bellissima che lascia tutti di stucco.

E ha l’animo del busker anche quando dopo il concerto esce per strada e sta per un’ora a chiacchierare con i fan rimasti ad aspettarlo: ha un sorriso e una parola per tutti. Racconta che l’acustica del posto lo ha un po’ messo in difficoltà, chiacchiera, spiega e soprattutto ascolta. Mi dice di ricordarsi di quella volta che ha suonato per me a Milano, con quella spettacolare versione di Drive All Night, un regalo che io non ho mai dimenticato. “Dovremmo rifarlo, mi dice”. Ma chissa se è vero che se lo ricorda, chissa se è solo gentile: se anche fosse così, non ha nulla di quella paraculaggine di certi artisti, né sul palco né fuori. E’ semplicemente uno a cui piace fare il suo lavoro, è grato di poterlo fare, lo fa bene, benissimo.

La presenza di artisti come Hansard mi ricorda che c’è vita musicale oltre lo scioglimento della tua band preferita.

Una cosa che ovviamente so bene, ma questi erano i giorni giusti perché qualcuno come Glen Hansard me lo ricordasse.

(Gianni Sibilla)

Dal suo blog For Those About To Blog

Live Report: Bruce Springsteen @ Stadio Olimpico Roma 20/07/09

Luglio 21st, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Prima che si possa definirlo vecchio, Bruce Springsteen è diventato vintage. Come il suo show, che continua a durare tre ore, come il suo palco, che è moderno come quello dei Led Zeppelin nel 1973, come la sua Telecaster, che si spezza ma non si piega, come la sua voce, che né si spezza né si piega.
Le note di Morricone e uno schermo con un tramonto rosso fuoco da cartoon introducono la consueta salita sul palco della E Street Band, che si conclude con l’ingresso del Boss e di Clarence Clemons: ghignanti, carichi, la loro immagine ingigantita scatena il boato e d’un tratto spegne i fischi per un ritardo di trenta minuti sull’orario previsto di inizio concerto (e, dopo un anno, ancora una volta innalziamo le nostre sentite preghiere al promoter…).
“Badlands”: si sapeva, si sentiva, ed è stato così: ogni springsteeniano sa che questa particolare scelta di attacco presuppone un concerto dinamitardo. Nel pit è il solito pogo a onda, all’altezza del mixer il suono non è all’altezza, in tribuna la decenza acustica si ripristina. La rumba è totale: Springsteen, in Italia, esige sempre che il mood tra band e pubblico sia sempre all’altezza di quello di ‘Milano 1985’, e stasera ci riesce bene. Si prosegue con “Out in the street”, un altro colpo al cuore, ma il primo capolavoro arriva con “Outlaw Pete”: un’apoteosi, una performance scenica oltre che canora e strumentale fantastica, che mozza il fiato, con la ballad che passa da confidenziale a jam session passando per un interludio inedito. Siamo solo al terzo pezzo e Springsteen ha già fatto tre bagni di folla a bordo palco: la sua camicia grigia d‘ordinanza è da strizzare.
La cosiddetta ‘trilogia della depressione’ è il secondo apice della serata, perché è resa con la furia del rock and roll anziché in versione acustica, perché trasforma la cupezza in rabbia pura. “Seeds” introduce il ‘format’, ma con “Johnny 99” si scatena l’inferno. Tirata, gridata, continuamente dentro e fuori dal soul e dal rockabilly, un vero tour de force che si compie appieno quando alla fine arriva il suo seguito naturale, “Atlantic City”, trasfigurata tanto quanto. E’ questa la parte centrale della Messa, e pazienza se il gospel stasera lo suonano le chitarre e lo canta questo singolare bianco attempato con gli anfibi. E mentre lo stadio trema, le prime file sobbalzano e gli spalti danzano irretiti, un uomo in tribuna d’onore canta a squarciagola “Johnny 99”. E’ Roberto Maroni, che regala ai presenti un temporaneo stato confusionale a base di emozioni contrastanti (ad esempio: l’orgoglio di avere un rocker seduto in uno dei dicasteri più importanti; la curiosità sulla sua effettiva cultura in materia: conoscerà la vicenda e i temi cari a Johnny 99?; la speranza che, se li conosce, il pacchetto-sicurezza diventi un po’ meno country & western e un po’ più punk).
L’ultraottantenne mamma Adele Zirilli assiste da bordo-palco alle gesta del suo ragazzino quasi sessantenne; un paio di bambini salgono a cantare, stonati e teneri; Patty è restata a casa; Max Weinberg non ha mollato lo sgabello al figlio batterista anch’egli; e Bruce dedica gran parte della intro di “Raise your hand” a raccogliere i cartelli con le richieste di canzoni, un paio delle quali eseguirà. Mandando così a puttane, sia detto per la cronaca, la bozza di scaletta su cui i quotidiani italiani avevano scientemente rischiato di imbastire i loro pezzi.
Con “Born to run” che chiude il set, ci si avvia alla fine. Ci vuole quasi un’altra ora perché si concretizzi realmente, però. Una canzone si leva per l’Abruzzo (“My city of ruins”), un inno per gli astanti (“Thunder road”), e un nuovo crescendo si prepara: “You can’t sit down” e “American land” sono intense e potenti, ed è giusto che arrivino solo a questo punto. Ma il rito del Boss prevede di lasciarsi con un sorriso, e solo e soltanto quando veramente si è fatta quell’ora; non con “Bobby Jean”, che fuori dall’Italia chiude spesso lo show, non con “Dancing in the dark”, che sarebbe già la seconda extra track, ma con il rodato medley “Twist and shout / La Bamba”, nel quale il boss dà fondo al suo repertorio scenico e comico, strema definitivamente i suoi fans e li saluta con l’impressione di averne ancora.

(Giampiero Di Carlo)

SETLIST:
Badlands
Out in the street
Outlaw Pete
No surrender
She’s the one
Working on a dream
Seeds
Johnny 99
Atlantic City
Raise your hand
Hungry heart
Pink Cadillac
I’m on fire
Surprise surprise
Prove it all night
Waitin’ on a sunny day
The promised land
American skin (41 Shots)
Lonesome day
The rising
Born to run
BIS
My city of ruins
Thunder Road
You can’t sit down
American land
Bobby Jean
Dancing in the dark
Twist and shout / La Bamba

Live Report: Ben Harper & The Relentless7 @ Piazza del Popolo Roma 22/04/09

Aprile 23rd, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Il colpo d’occhio su Piazza del Popolo è impressionate: il secondo concerto romano per celebrare l’Earth Day ha scelto una location di ancora maggiore effetto, dopo il Campidoglio dell’anno scorso.
Le fonti diranno 70.000 persone, che accorrono fino dal tardo pomeriggio. Il tutto inizia alle 8, con Bibi Tanga – nuovo gruppo firmato dalla Nat Geo Music, costola discografica del canale satellitare che trasmette l’evento – Nnaka. E’ uno spettacolo televisivo, quindi tra un concerto e l’altro ci sono inserti che spezzano un po’ il ritmo ma facilitano il cambio palco. Alle 9 e mezza salgono i Subsonica, che trasformano la piazza in una discoteca rock, con un set compatto, senza pause. Ma l’attesa – almeno quella dei più curiosi – è per Ben Harper, che presenta in Italia la nuova band, i Relentless7.
L’inizio è una mazzata elettrica: “Better way”, riletta in chiave rock, molto diversa dall’originale incisa con gli Innocent Criminals: rimarrà l’unica concessione al vecchio repertorio di tutta la serata – in scaletta c’era anche “Lonely day”, poi tagliata per motivi di tempo. Il resto del set è costituito dai brani del nuovo “White lies for dark times”, che non è ancora uscito: il suono è diretto, rock. La band suona in maniera molto diversa da quella precedente, con meno sfumature black: i vecchi suoni si riconoscono soprattutto quando Harper si siede e suona la slide elettrica sulle ginocchie come ai vecchi tempi. Ma le canzoni, appunto, sono nuove, e il pubblico sembra un po’ spiazziato. L’umore si risolleva un po’ quando parte il giro di basso famosissimo di “Under pressure” (Queen/David Bowie), unica cover in scaletta, che Harper interpreta con passione (anche se non in maniera vocalmente precisa).
In generale una bella serata, un debutto importante; ma la nuova formazione è rimandata a settembre: non tanto perché abbia deluso, quanto perché andrà rivista in un luogo più piccolo, e con le canzoni più nella mente. Un tour dovrebbe appunto arrivare dopo l’estate.

(Gianni Sibilla)

SETLIST:
BETTER WAY
NUMBER WITH NO NAME
SHIMMER AND SHINE
LAY THERE AND HATE ME
WHY MUST YO0U ALWAYS DRESSED IN BLACK?
SKIN THIN
FLY ONE TIME
KEEP IT TOGETHER
THE WORD SUICIDE
BUZZ LIKE THIS
Encore:
FAITHFULLY REMAIN
UNDER PRESSURE
UP TO YOU NOW

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