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Live Report: Annalisa Scarrone @ Auditorium Parco della Musica, Roma 05/05/13

Maggio 6th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Reduce dalla partecipazione alla sessantatreesima edizione del Festival di Sanremo e dal successo riscosso lo scorso venerdì al Teatro Nazionale di Milano, Annalisa ha conquistato anche Roma; lo ha fatto con un concerto, durato circa due ore, in cui ha ripercorso i suoi primi tre anni di carriera per la gioia dei tanti fans accorsi nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica. Se mi chiedessero tre parole per descrivere quello che è stata la seconda tappa del ‘Non so ballare tour’, risponderei in questo modo: anzitutto “sobrio”, a dispetto delle tante esuberanze che ormai troppo spesso il mondo della discografia ci propone come idoli; “cool”, perché Annalisa sa essere popolare e alla moda senza bisogno di apparire, solo essere; “sincero”, come il suono pulito delle (quasi) venti canzoni in scaletta, privo di artifici inutili o di programmazioni. Insomma, tanta buona musica e tanta sublime eleganza. <br><br>

Venti canzoni, dicevamo. Ventitré per la precisione, tratte dai tre dischi pubblicati da Annalisa dalla partecipazione al talent di Canale 5 (avvenuta nel 2011 e terminata con il secondo posto e con il premio della critica) ad oggi: “Nali”, “Mentre tutto cambia” e “Non so ballare” (uscito lo scorso febbraio in occasione della partecipazione a Sanremo). Senza tralasciare cover degne di nota (e che dimostrano il peculiare background musicale della Scarrone), come “Exit Music” dei Radiohead, “Tu non hai capito niente” di Luigi Tenco e “Milord” della leggenda Edith Piaf (a dire il vero mi aspettavo anche quei capolavori che sono “Why” e “Nothing Compares To You”, di cui l’interprete savonese ce ne aveva dato un assaggio proprio ad Amici). Canzoni, tutte queste, che Annalisa sa indossare alla perfezione, talvolta meglio di quelle che ha effettivamente inciso, quasi fossero state scritte appositamente per lei. Shorts e camicia a fiori verdi (un po’ come quando è salita per la prima volta sul palco dell’Ariston), Annalisa ha fatto il suo ingresso ufficiale sulle note de “La prima volta” (è contenuto nell’ultimo disco), un pezzo dalle melodie morbide che lascia totalmente spazio alla sua sola voce. Una partenza in prima, insomma, seguita dal nuovo singolo (già in rotazione radiofonica) “Alice e il blu”. Atmosfere retrò e meravigliose venature jazz hanno guidato l’esecuzione di tutti i brani in scaletta (contaminando anche in pezzi più pop-rock), rendendo tutto molto affascinante e incantevole. Si vanno così alternando sprazzi di passato remoto (“Giorno per giorno”, “Questo bellissimo gioco”, “Diamante lei e luce lui”) ad altri di passato prossimo (“Per una notte o per sempre”, “Senza riserva”), guardando però al presente (l’unica canzone non eseguita, dal nuovo album, è stata “Meraviglioso addio”).

La ventottenne savonese laureata in Fisica è cresciuta, artisticamente parlando, in modo esponenziale: sembrano ormai lontani i giorni in cui Nali (così come la chiamano i suoi fans) vestiva quella patetica tutina blu a cui sono costretti tutti gli ‘Amici’ di Maria di Mediaset (riprendendo una celebre massima della Littizzetto); ora cammina da sola verso il futuro che sarà, con i piedi ben fissati a terra e con tanta determinazione, quasi prendendo le distanze dal passato ma senza per questo rinnegarlo.

(Mattia Marzi)

SETLIST

La prima volta

Alice e il blu

Ed è ancora settembre

A modo mio amo

Giorno per giorno

Per una notte o per sempre

“Tornerò ad amare”

“Exit Music” (cover Radiohead)

Senza riserva

Non cambiare mai

Medley Inverno e Tra due minuti è primavera

Spara amore mio

Io, tu e noi

Tu non hai capito niente (cover di Luigi Tenco)

Presentazione band

Questo bellissimo gioco

Tutta l’altra gente

Diamante lei e luce lui

Non so ballare

Milord (cover di Edith Piaf)

Bis:

Solo

Scintille

Live Report: Renato Zero @ Palalottomatica, Roma 27/04/13

Aprile 28th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

In alcuni casi si può iniziare  quasi dalla fine, da quando Renato Zero intona “Il Carrozzone” con alle sue spalle quello specchio immenso che ricorda  e riflette per il pubblico i nomi di grandi artisti scomparsi (da Mia Miartini, Alex Baroni, Franco Califano, Trovajoli,  Mariangelo Melato fino ad arrivare a Luciano Pavarotti). Ricordare affinché quei nomi, di tanto in tanto dimenticati,  rimangano impressi ancora nel nostro presente. Uno spettacolo  vasto , come  lo specchio che il pubblico si trova davanti e dove Renato si riflette nell’amore di tutti. Durato trenta momenti di vita, tutti scanditi dalla passione e ancora dall’intensa voce di Zero. Accompagnato da un’orchestra di trentaquattro elementi diretti dal Maestro Renato Serio e da dodici ballerini che hanno danzato le coreografie fresche  e spettacolari di Bill Goodson.

Ma ritornando all’apertura…si parte con la “Favola mia” un pianoforte rosso che lo accompagna per poi proseguire con “Amico”, “E poi”, “Cercami” per  un medley nel passato che spalanca le porte  ai brani del nuovo album “Amo Capitolo I”. Scorrono di seguito canzoni potenti per coinvolgimento del pubblico come “Chiedi di me” , “Voglia d’amare”, “Il nostro mondo” intervallate da “La pace sia con te”, di un’intensità che richiama quelle croci che si riflettono dietro le spalle di Renato. Ma è la parola “amore” il filo conduttore del concerto, ed è proprio questo il consiglio che ad un certo punto Renato rivolge a tutti “l’Amore è il consiglio che vi do, amori di secondo grado, terzo..non buttate via niente “. Sul palco non perde un colpo e nemmeno il passo: gli anni se non fosse lui a ricordarli non avrebbero nessun peso. Si muove, si agita e strizza l’occhio a quelle pailettes che ancora su di lui hanno l’effetto pieno della luce. Cambia di abito spesso, ma la sua maschera, quella vera, quella che il pubblico gli urla ad ogni suo attimo di respiro è sempre quella del Renato che ha iniziato da “Zero”. Sta al passo con i tempi e dimostrazione si può trovare nell’effervescente rivisitazione di “Madame versione Dj” dove sullo “specchio” Renato indossa i panni del DJ e si diverte a far ballare tutti. Impressiona quando esegue “Baratto” , perché il brano  del passato è veloce, divertente e ironico fino all’inverosimile e lui tiene queste tre caratteristiche tutte insieme nella sua voce. Non ha nemmeno bisogno più di “scatenarsi” come prima, con gli anni ha acquisito talmente intensità che le sue creature oramai rispondono completamente ai suoi tempi. Il pubblico è in delirio, e lui ricambia questo amore con una prima romana senza nessun neo.
Si susseguono brani come “Morire qui”, “i 70″, “La vacanza”, “Triangolo/mi vendo”, “Fortuna”, “La vita che mi aspetta” , “Oramai” , “Vola alto” fino ad una dedica che va verso il mare, che richiama quel piccolo navigatore di Lucio Dalla con il brano “Lu” , ed è emozionante vedere quel dito puntato di Renato verso un amico che non si è perduto ma che ha solo intrapreso un altro viaggio, verso un altro mare. C’è un particolare momento nello spettacolo, perché va sottolineato che uno show di Renato Zero non è solo musica, ma è appunto uno spettacolo. Renato va via e sullo specchio si riflette il video di “Un’apertura d’ali”  realizzato da Alessandro D’Alatri nel carcere femminile di Latina. Anche la scelta di non cantarla dal vivo ma di mostrare il video di donne che vivono una condizione reale per quanto dura, lo avvicina ancora di più a quella condizione di sofferenza. Fosse rimasto sul palco il pubblico avrebbe dato attenzione a lui, invece il video è di una bellezza brutale, di un Renato che passeggia in mezzo a queste donne, che si attacca alle sbarre ma che alla fine quel portone, quell’apertura d’ali non portano verso il nulla, ma verso il mare inteso come spazio infinito e senza legami alcuni.L’ultimo brano ad essere eseguito è “Il cielo”: se sulla terra non si ha più nemmeno spazio per un sorriso, se il mare rimane la meta ambita e dove in tanti sperano di andare , non rimane  al pubblico tutto che  guardarsi prima nello specchio di Renato, e poi insieme a lui guardare verso in alto.
In molti dicevano che Renato forse non era più lo stesso, che l’età vuoi o non vuoi avanza e il tempo passa per tutti (anche un orologio gigante ce lo ricorda), ma la prima di “Amo” è stata veramente un tilt di lancette, un’esplosione di musica, suoni, coreografie come poche se ne vedono ultimamente. Alla fine Renato ringrazia tutti, si emoziona, abbassa le luci dello specchio, chiude il tendone bianco e ritorna a struccarsi, ma mai dalle sue emozioni. Quelle emozioni che il pubblico ancora cantava fuori.
(Graziella Balestrieri)

Live Report: Ilaria Porceddu @ Auditorium Parco della Musica, Roma 21/04/13

Aprile 23rd, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Sono passati ormai cinque anni da quando la voce della giovane e bella Ilaria Porceddu ha fatto irruzione nelle orecchie degli italiani. Allora gareggiava tra i talenti della prima, storica edizione di X-Factor (quella che sancì il successone di Giusy Ferreri per intenderci); militava tra gli under 24 (allora non esisteva la distinzione tra ragazzi e ragazze) di una combattiva Mara Maionchi. Un talento così puro, limpido, il suo. Non passò di certo inosservata, anzi. Il suo nome finì sulla bocca di tutti (basti pensare al fatto che pochi giorni dopo la conclusione del talent, Ilaria si ritrovò a posare per la copertina di una nota rivista per uomini). Si piazzò solo quinta la minuta cantautrice nata in quel di Cagliari il 16 ottobre 1987, eliminata in semifinale dalla stessa Maionchi (la preferì all’ammiccante Tony Maiello, di più facile presa sul pubblico delle teenagers). Da allora, però, Ilaria non ha mai smesso di sognare. Un album, “Suono Naturale” (pubblicato dalla Sony Music subito dopo la partecipazione al talent show targato, all’epoca, Rai Due), le ha permesso di fare il suo debutto ufficiale nel mondo della discografia. Nel frattempo, la sua versione di “Oceano” (brano portato al successo da Lisa), riscuoteva successi in rete e nei negozi digitali arrivando addirittura a piazzarsi al nono posto nella classifica delle canzoni più scaricate da iTunes. E poi il teatro, la rottura con la Sony e la firma con l’etichetta indipendente D’Altro Canto. Infine una tentata, ma mancata, partecipazione a Sanremo (quello condotto dalla Clerici).

Oggi Ilaria è cresciuta, si è lasciata alle spalle tutte le esperienze del passato e ha fatto tesoro dei tanti “no” ricevuti. Dopo la partecipazione, in gara tra le nuove proposte, all’ultimo Festival di Sanremo, la cantautrice sarda ha dato alle stampe il suo nuovo album di inediti, “In equilibrio”. Un album fresco, giovane, acerbo e allo stesso tempo maturo e denso di significati. Quando Ilaria, ieri sera, ha fatto il suo ingresso sul palco del Teatro Studio dell’Auditorium Parco della Musica per la prima data del suo nuovo tour, aveva gli occhi pieni di gioia: il suo sogno si è finalmente avverato. In circa un’ora e mezza di musica, la seconda classificata tra i giovani a Sanremo 2013 ha saputo dare grande prova del suo talento, della sua tenacia e della voglia di far conoscere a quante più persone possibili il suo universo musicale fatto di sogni, speranze e passione. Accompagnata dalla sua band, Ilaria ha dato il benvenuto ai circa trecento presenti proprio con la sua versione (impeccabile) di “Oceano” (in fondo è il pezzo che l’ha fatta conoscere al grande pubblico). Una partenza straordinaria, questa, a cui hanno seguito alcuni dei brani del nuovo album (tra questi “Vendo e compro oro” avrebbe dovuto vedere Ilaria duettare con la cantautrice Momo, assente perché “impegnata”, ha detto la cantante, “in uno spettacolo teatrale a Napoli”). “Suono naturale” e “Libera” hanno permesso ad Ilaria di fare un altro passo indietro per scovare emozioni latenti del passato. Nel bel mezzo della serata, la giovane cantautrice ha voluto persino omaggiare quello che ha definito come il suo “cantautore del cuore”, vale a dire Fabrizio De Andrè: bella versione della trascinante “Volta la carta”, la sua.

Altro omaggio è stato quello a Lucio Dalla, autore di “Mai mai” (uno dei pezzi contenuti ne “In equilibrio”). Immancabile il pezzo sanremese, con tanto di applauso durato circa due minuti. Momento di grande musica lo è stato il duetto con il coro Sat&B diretto da una scatenata Maria Grazia Fontana in “No potho reposare” (uno dei tanti omaggi alla sua terra). Meno convincente, invece, la prova (featuring Alien, giovane rapper) de “La storia” di De Gregori. Per il tanto invocato bis, infine, Ilaria è tornata sul palco ed ha ri-intonato (in una versione pianoforte e fisarmonica, suonata da Clemente Ferrari) “In equilibrio”.

La prima tappa dell’ “In equilibrio tour” è stata la testimonianza più evidente del grande talento della piccola Ilaria (nella botte piccola c’è il vino buono, dicono). Un linguaggio musicale, il suo, che non scende a patti con le regole banali del pop commerciale. Un po’ come fece, qualche anno fa, una caparbia catanese come Carmen Consoli, la cantautrice sarda ha saputo omaggiare al meglio le sue origini e il suo background musicale fatto di canti popolari sardi, dei capolavori della scuola cantautorale italiana e delle più raffinate interpreti internazionali. Sentiremo ancora per molto parlare di lei. Tanto di cappello!

(Mattia Marzi)

SETLIST:
Oceano

Vendo e compro oro
Luna
Il mare è famoso
Suono naturale
Libera
Riu
Ubaldo e Loredana
Volta la carta
Mai mai
Vola via
In equilibrio
Movidindi
No potho reposare (feat. Sat&B)
La storia siamo noi (feat. Alien e Sat&B)
In equilibrio (bis)

Live Report: Francesco De Gregori @ Atlantico, Roma 14/03/13

Marzo 15th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

E’ stato un successo strepitoso quello riscosso dal “Principe” della musica italiana Francesco De Gregori ieri sera all’Atlantico Live di Roma dove, dopo i consensi ottenuti con le due anteprime dello scorso autunno, ha portato in scena la prima tappa del suo nuovo tour.

Armato della solita chitarra acustica, di un’armonica a bocca e di una affiatatissima band, il cantautore romano ha saputo domare i quasi tremila presenti (sold out) con i suoi versi poetici e con il suo inesorabile savoir faire, nonostante i sessantun’anni che, vuoi o non vuoi, cominciano a farsi sentire.

E’ un De Gregori stanco quello di “Sulla strada tour 2013″, ma con ancora tanta voglia di raccontare: un cantastorie navigato, lontano anni luce dalle logiche di mercato. In scaletta, oltre ad alcuni dei pezzi contenuti all’interno del suo ultimo album di inediti (pubblicato lo scorso settembre e recentemente certificato disco d’oro per le oltre 30.000 copie vendute), anche molti dei suoi più celebri successi: dall’insormontabile “Generale” alla commovente “La donna cannone”, da “Rimmel” a “Titanic”. Senza dimenticare l’omaggio al compianto Lucio Dalla in “Santa Lucia”, acclamatissimo dal pubblico. Un continuo alternare tra passato e presente, nel tentativo di ripercorrere 44 anni di grande musica (De Gregori debuttò, appena diciottenne, nel lontano 1969) continuando a guardare avanti. Perché la storia, come canta irriducibile il “Principe”, “non si ferma davvero davanti ad un portone, la storia entra dentro le stanze: le brucia. La storia dà torto e dà ragione”. E “nessuno la può fermare”.

Preciso come un orologio svizzero, De Gregori sale sul palco alle nove e trenta in punto: lo spettacolo si apre con pezzi rockeggianti come “Sulla strada” e “Passo d’uomo” o bohémienne come “Belle époque”, con cui il cantautore riscalda il pubblico. Il primo grande momento della serata arriva poco dopo, quando De Gregori incanta tutto e tutti con le note della splendida “Guarda che non sono io”, accompagnato dal bravo pianista Alessandro Arianti e dalla strabiliante violinista Elena Cirillo. Segue “Titanic” e ancora “W l’Italia”, “Bellamore”, “Un guanto”, “Sempre e per sempre”, “Generale”, “Bambini venite parvulos”, “Vai in Africa, Celestino!” (per citarne alcuni): le mura dell’Atlantico Live si trasformano nelle pareti di legno di un saloon western in piena festa e atmosfere folk si diffondono ovunque. Il pubblico è in estasi e grida “Francesco! Francesco! Francesco!”, quasi come l’altra sera in Piazza San Pietro.

E così fino alla fine, quando De Gregori saluta tutti e va a nascondersi dietro al palco. Ma non può finire così, la platea invoca il bis. E allora eccolo tornare sul palco, per la gioia di tutti. Ricomincia a cantare, stavolta sceglie dal presente: “Showtime”, il nuovo singolo estratto da “Sulla strada”, un dolcissimo valzer in tre tempi che svela il lato più sognatore del De Gregori. Il tempo scorre, sono passate le undici e il “Principe” è ancora sul palco: è la volta de “La donna cannone” (prima) e di “Rimmel” (poi), due dei suoi pezzi più celebri e più amati dal pubblico. Ciliegina sulla torta, non poteva mancare “Buonanotte fiorellino”. Sul finale, la grande sorpresa: una mirrorball appesa al palco comincia a roteare generando riflessi di luce che ritrasformano il saloon western in una sala da ballo. Il cantautore romano intona le note di “Can’t Help Falling In Love” del mitico Elvis, lasciando tutto il pubblico a bocca aperta.

Nonostante la (voluta?) lontananza dai riflettori, Francesco De Gregori riesce ancora oggi a conquistare il suo pubblico per mezzo di un linguaggio musicale che non smette mai di omaggiare la grande tradizione cantautorale italiana e che riporta alla luce grandi pagine di musica (ne ha dato grande prova ieri sera). Narratore di storie popolari, cantore dei sentimenti umani, portavoce di un’intera generazione (quella dei quarantenni e dei cinquantenni, pochi ma buoni), il “Principe” non smette mai di stupire: la data romana del “Sulla strada tour 2013″ è stata solo il preambolo di un grande viaggio. Che sia l’ultimo?

(Mattia Marzi)

Live Report: Alt-J @ Circolo degli Artisti, Roma 29/11/12

Novembre 30th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Triangoli, tassellare, Mandela boys. “Ma che stanno a dì sti ragazzetti?”, si direbbe a Roma. In effetti perfino per me, Aldo Zimmer, che romano non sono ma vengo dal mare del nord, il gergo di questi Alt-J suona un po’ strano. Non è una questione di nord o sud Italia, di leghisti o non leghisti. Ma di complessità linguistica e sintattica che ruota attorno a questa band.

Se dico che al gruppo inglese piace fare le cose in modo ricercato, i maligni direbbero artificioso, non scopro mica nulla. Eppure, eppure dobbiamo cominciare subito con gli eppure.

Eppure gli Alt-J sono bravi, riescono a piacere sia alla critica che al pubblico. E hanno vinto il Mercury Prize, che nel Regno Unito ha un certo peso. Del resto, basta vedere come hanno riempito il Circolo degli Artisti, dichiarato sold out già da settimane, per capire che hanno qualcosa da dire. E che sanno fare del pop sofisticato, come dicevamo prima, ma di ottima fattura.

Sono quasi le undici, un po’ tardi a dirla tutta, quando i quattro inglesi, faccia giovane e aria da secchioni, salgono sul palco. Ad aprire le danze c’è “Intro”, un piccolo crescendo quasi tutto strumentale ideale per scaldare i motori. Poi, il primo colpo da k.o. con la doppietta “Interlude I/Tessellate”. Gran pezzo, gran tiro. Triangoli musicali dispersi nell’aria. Joe Newman, chitarra e voce del gruppo, canta (bene) proprio come sul disco. Gus Unger-Hamilton, alla tastiera, lo aiuta nei cori e sembra essere il vero cervello di questo gruppo.

Gli arrangiamenti complessi del disco d’esordio “An awesome wave” dal vivo sono restituiti con brillante fedeltà. E anche con quel pizzico in più di energia che non guasta mai. Gli scienziati del suono, faccia giovane ma occhio lungo, tengono il palco con autorità e snocciolano tutti i pezzi migliori del repertorio: “Something good”, la splendida “Dissolve me”, la dolce “Matilda”, che parte del pubblico canta a squarciagola, e soprattutto l’energica “Breezeblocks”, il momento migliore del concerto.

Dopo i tanti applausi, l’unico bis con l’intima “Hand-Made” e l’arabeggiante “Taro”. Un concerto breve, solo un’ora e un quarto, ma intenso.

Bravi davvero, questi Alt-J. Difetti? Forse la ripetitività della voce, a tratti. Forse qualche momento eccessivamente pop, come “Matilda”. Ma sto guardando il pelo nell’uovo. Insomma, spero di rivederli presto. Nella capitale o dovunque mi capiti. E punto un obolo su di loro. Il talento c’è. Li aspetto al varco per il secondo disco, che come dice la vulgata, è sempre il più difficile. Dal vivo invece sono promossi a pieni voti.

(Aldo Zimmer)

Setlist

Intro <br>

Interlude I <br>

Tessellate <br>

Something good <br>

Dissolve me <br>

Fitzpleasure <br>

Slow dre <br>

Matilda <br>

Interlude II <br>

Bloodflood <br>

Ms <br>

Breezeblocks <br><br>

Encore<br>

Hand-Made <br>

Taro <br>

Live Report: Glen Hansard @ St.Pauls Within The Walls, Roma 26/09/11

Settembre 27th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Che certi concerti saranno speciali lo capisci al primo istante in cui entri un posto, perché quel posto da solo fa già metà del lavoro. Il posto è St. Pauls Within The Walls, una chiesa anglicana di Roma del 1800, la prima non cattolica-romana costruita entro le mura della città, leggerò poi.

Non una chiesa qualsiasi. E’ una chiesa piccola, bellissima e aggraziata nelle sue decorazioni. Ma rimane comunque una chiesa: “This place is intimidating”, dice Glen Hansard a inizio concerto. E’ in tour da solo, dopo la serie di date in apertura a Eddie Vedder in America. E’ sulla strada con un furgone, la sua solita chitarra scassata, un’altra elettrica, un road manager che sa cantare e un cantante che di volta in volta gli apre le serate (in questa c’è l’amico irlandese Oliver Cole). Glen sta provando le nuove canzoni, quelle che finiranno sul primo disco solista dopo anni con i Frames e dopo il periodo con la Swell Season, che gli è valso un Oscar e quella meritatissima fama che inseguiva da anni.

La chiesa fa metà del concerto perché Glen è davvero intimorito: quando cita, come fa spesso, “Sexual healing” di Marvin Gaye lo fa quasi sottovoce per rispettare la sacralità del luogo, e quando la canzone richiede una parolaccia, fa il segno della croce. E’ un intrattenitore, lo fa con ironia, ma non sta scherzando più di tanto.

E soprattutto adegua la sua musica al posto. Canta voce e chitarra, con i suoi crescendo, ogni tanto esplode come in “Leave”, ogni tanto la sua intensità assume un tono più basso e contenuto, rimane più compressa creando ancora più tensione. I due esempi estremi sono i due video che vedete qua: “Leave”, con il crescendo.

Immagine anteprima YouTube

E una emozionante e tesa “What happens when the heart just stops”, una delle poche canzone suonate alla chitarra elettrica, una delle tante in cui invoca il pubblico a cantare, e ne viene fuori un coro che l’acustica della chiesa, piena di riverbero, fa sembrare un inno religioso.

Immagine anteprima YouTube

La maggior parte della serata, Glen la passa con la chitarra acustica: ed è uno dei rarissimi artisti che non annoia in quella veste. Reggere un concerto così è impresa ardua anche per gente come Springsteen o Vedder (non sto dicendo un’eresia: il tour di “The ghost of Tom Joad” aveva diversi momenti di stanca, l’ultimo tour di Vedder, documentato da “Water on the road”, correva lo stesso rischio).

Ad un certo punto, Glen si fionda sull’organo, ma non funziona. Allora si dirige sul piano a coda in una delle navate laterali (che, per inciso, si trova a 1 metro da dove è seduto il Vostro…) e attacca un nuovo brano, incurante dei flash di cerca di scattargli una foto. Ogni tanto suona l’elettrica, ricordando il suono e la carica del suo allievo Jeff Buckley al Sin-é ( a cui Jeff arrivò grazie a Glen: al tempo era il suo roadie, e Glen – erano i primi anni ‘90- girava per i locali irlandesi grazie alla popolarità derivata dalla sua apparizione in “The committments”). Ogni tanto avanza nelle navate e canta senza amplificazione, divertendosi a fare cover, come suo solito (“Astral weeks”, “You ain’t going nowhere”: Van Morrison e Dylan..,).

Perché Glen ha sempre l’animo del busker. Anche quando propone le canzoni nuove quasi timidamente (“Non diffodetele su internet, per favore, le sto ancora provando”), anche quando chiude il set con una spettacolare versione  di “Forever young”, con il suo supporter Oliver Cole e con il suo roadie, che ha l’aspetto dell’impiegato delle poste ma ha una voce profonda e bellissima che lascia tutti di stucco.

E ha l’animo del busker anche quando dopo il concerto esce per strada e sta per un’ora a chiacchierare con i fan rimasti ad aspettarlo: ha un sorriso e una parola per tutti. Racconta che l’acustica del posto lo ha un po’ messo in difficoltà, chiacchiera, spiega e soprattutto ascolta. Mi dice di ricordarsi di quella volta che ha suonato per me a Milano, con quella spettacolare versione di Drive All Night, un regalo che io non ho mai dimenticato. “Dovremmo rifarlo, mi dice”. Ma chissa se è vero che se lo ricorda, chissa se è solo gentile: se anche fosse così, non ha nulla di quella paraculaggine di certi artisti, né sul palco né fuori. E’ semplicemente uno a cui piace fare il suo lavoro, è grato di poterlo fare, lo fa bene, benissimo.

La presenza di artisti come Hansard mi ricorda che c’è vita musicale oltre lo scioglimento della tua band preferita.

Una cosa che ovviamente so bene, ma questi erano i giorni giusti perché qualcuno come Glen Hansard me lo ricordasse.

(Gianni Sibilla)

Dal suo blog For Those About To Blog

Live Report: Bruce Springsteen @ Stadio Olimpico Roma 20/07/09

Luglio 21st, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Prima che si possa definirlo vecchio, Bruce Springsteen è diventato vintage. Come il suo show, che continua a durare tre ore, come il suo palco, che è moderno come quello dei Led Zeppelin nel 1973, come la sua Telecaster, che si spezza ma non si piega, come la sua voce, che né si spezza né si piega.
Le note di Morricone e uno schermo con un tramonto rosso fuoco da cartoon introducono la consueta salita sul palco della E Street Band, che si conclude con l’ingresso del Boss e di Clarence Clemons: ghignanti, carichi, la loro immagine ingigantita scatena il boato e d’un tratto spegne i fischi per un ritardo di trenta minuti sull’orario previsto di inizio concerto (e, dopo un anno, ancora una volta innalziamo le nostre sentite preghiere al promoter…).
“Badlands”: si sapeva, si sentiva, ed è stato così: ogni springsteeniano sa che questa particolare scelta di attacco presuppone un concerto dinamitardo. Nel pit è il solito pogo a onda, all’altezza del mixer il suono non è all’altezza, in tribuna la decenza acustica si ripristina. La rumba è totale: Springsteen, in Italia, esige sempre che il mood tra band e pubblico sia sempre all’altezza di quello di ‘Milano 1985’, e stasera ci riesce bene. Si prosegue con “Out in the street”, un altro colpo al cuore, ma il primo capolavoro arriva con “Outlaw Pete”: un’apoteosi, una performance scenica oltre che canora e strumentale fantastica, che mozza il fiato, con la ballad che passa da confidenziale a jam session passando per un interludio inedito. Siamo solo al terzo pezzo e Springsteen ha già fatto tre bagni di folla a bordo palco: la sua camicia grigia d‘ordinanza è da strizzare.
La cosiddetta ‘trilogia della depressione’ è il secondo apice della serata, perché è resa con la furia del rock and roll anziché in versione acustica, perché trasforma la cupezza in rabbia pura. “Seeds” introduce il ‘format’, ma con “Johnny 99” si scatena l’inferno. Tirata, gridata, continuamente dentro e fuori dal soul e dal rockabilly, un vero tour de force che si compie appieno quando alla fine arriva il suo seguito naturale, “Atlantic City”, trasfigurata tanto quanto. E’ questa la parte centrale della Messa, e pazienza se il gospel stasera lo suonano le chitarre e lo canta questo singolare bianco attempato con gli anfibi. E mentre lo stadio trema, le prime file sobbalzano e gli spalti danzano irretiti, un uomo in tribuna d’onore canta a squarciagola “Johnny 99”. E’ Roberto Maroni, che regala ai presenti un temporaneo stato confusionale a base di emozioni contrastanti (ad esempio: l’orgoglio di avere un rocker seduto in uno dei dicasteri più importanti; la curiosità sulla sua effettiva cultura in materia: conoscerà la vicenda e i temi cari a Johnny 99?; la speranza che, se li conosce, il pacchetto-sicurezza diventi un po’ meno country & western e un po’ più punk).
L’ultraottantenne mamma Adele Zirilli assiste da bordo-palco alle gesta del suo ragazzino quasi sessantenne; un paio di bambini salgono a cantare, stonati e teneri; Patty è restata a casa; Max Weinberg non ha mollato lo sgabello al figlio batterista anch’egli; e Bruce dedica gran parte della intro di “Raise your hand” a raccogliere i cartelli con le richieste di canzoni, un paio delle quali eseguirà. Mandando così a puttane, sia detto per la cronaca, la bozza di scaletta su cui i quotidiani italiani avevano scientemente rischiato di imbastire i loro pezzi.
Con “Born to run” che chiude il set, ci si avvia alla fine. Ci vuole quasi un’altra ora perché si concretizzi realmente, però. Una canzone si leva per l’Abruzzo (“My city of ruins”), un inno per gli astanti (“Thunder road”), e un nuovo crescendo si prepara: “You can’t sit down” e “American land” sono intense e potenti, ed è giusto che arrivino solo a questo punto. Ma il rito del Boss prevede di lasciarsi con un sorriso, e solo e soltanto quando veramente si è fatta quell’ora; non con “Bobby Jean”, che fuori dall’Italia chiude spesso lo show, non con “Dancing in the dark”, che sarebbe già la seconda extra track, ma con il rodato medley “Twist and shout / La Bamba”, nel quale il boss dà fondo al suo repertorio scenico e comico, strema definitivamente i suoi fans e li saluta con l’impressione di averne ancora.

(Giampiero Di Carlo)

SETLIST:
Badlands
Out in the street
Outlaw Pete
No surrender
She’s the one
Working on a dream
Seeds
Johnny 99
Atlantic City
Raise your hand
Hungry heart
Pink Cadillac
I’m on fire
Surprise surprise
Prove it all night
Waitin’ on a sunny day
The promised land
American skin (41 Shots)
Lonesome day
The rising
Born to run
BIS
My city of ruins
Thunder Road
You can’t sit down
American land
Bobby Jean
Dancing in the dark
Twist and shout / La Bamba

Live Report: Ben Harper & The Relentless7 @ Piazza del Popolo Roma 22/04/09

Aprile 23rd, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Il colpo d’occhio su Piazza del Popolo è impressionate: il secondo concerto romano per celebrare l’Earth Day ha scelto una location di ancora maggiore effetto, dopo il Campidoglio dell’anno scorso.
Le fonti diranno 70.000 persone, che accorrono fino dal tardo pomeriggio. Il tutto inizia alle 8, con Bibi Tanga – nuovo gruppo firmato dalla Nat Geo Music, costola discografica del canale satellitare che trasmette l’evento – Nnaka. E’ uno spettacolo televisivo, quindi tra un concerto e l’altro ci sono inserti che spezzano un po’ il ritmo ma facilitano il cambio palco. Alle 9 e mezza salgono i Subsonica, che trasformano la piazza in una discoteca rock, con un set compatto, senza pause. Ma l’attesa – almeno quella dei più curiosi – è per Ben Harper, che presenta in Italia la nuova band, i Relentless7.
L’inizio è una mazzata elettrica: “Better way”, riletta in chiave rock, molto diversa dall’originale incisa con gli Innocent Criminals: rimarrà l’unica concessione al vecchio repertorio di tutta la serata – in scaletta c’era anche “Lonely day”, poi tagliata per motivi di tempo. Il resto del set è costituito dai brani del nuovo “White lies for dark times”, che non è ancora uscito: il suono è diretto, rock. La band suona in maniera molto diversa da quella precedente, con meno sfumature black: i vecchi suoni si riconoscono soprattutto quando Harper si siede e suona la slide elettrica sulle ginocchie come ai vecchi tempi. Ma le canzoni, appunto, sono nuove, e il pubblico sembra un po’ spiazziato. L’umore si risolleva un po’ quando parte il giro di basso famosissimo di “Under pressure” (Queen/David Bowie), unica cover in scaletta, che Harper interpreta con passione (anche se non in maniera vocalmente precisa).
In generale una bella serata, un debutto importante; ma la nuova formazione è rimandata a settembre: non tanto perché abbia deluso, quanto perché andrà rivista in un luogo più piccolo, e con le canzoni più nella mente. Un tour dovrebbe appunto arrivare dopo l’estate.

(Gianni Sibilla)

SETLIST:
BETTER WAY
NUMBER WITH NO NAME
SHIMMER AND SHINE
LAY THERE AND HATE ME
WHY MUST YO0U ALWAYS DRESSED IN BLACK?
SKIN THIN
FLY ONE TIME
KEEP IT TOGETHER
THE WORD SUICIDE
BUZZ LIKE THIS
Encore:
FAITHFULLY REMAIN
UNDER PRESSURE
UP TO YOU NOW

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