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Live Report: Cody ChesnuTT @ Salumeria della Musica, Milano 11/03/13

Marzo 12th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Rispetto ai canonici concerti pop rock, i live set di black music hanno una caratteristica che li differenziano: sono la messa in scena di un grande racconto, il più delle volte personale ed estremamente coinvolgente. Può riguardare un’ossessione (verso il sesso o la religione, come ad esempio i concerti della prima parte della carriera di Prince, fino a ‘Purple Rain’), la celebrazione delle propria grandezza (James Brown e la gran parte dei set hip-hop ), la vita del ghetto (Gil Scott Heron e tutta la old school rap), una lunga dichiarazione d’amore (Marvin Gaye) o una conversione spirituale (Al Green e centinaia di altri). Il concerto di ieri di Cody ChesnuTT alla Salumeria della Musica è stato il racconto di una redenzione. La sua.

La storia è piuttosto nota. Dopo l’esordio nel 2002 con “The Headphone Masterpiece” straordinario caravanserraglio lo-fi della black music inciso in camera da letto con un registratore a quattro piste, e dopo il successo planetario di “The Seeds 2.0” insieme ai Roots, disorientato e confuso Chesnutt si è inabissato in una spirale di droghe ed eccessi che lo hanno tenuto alla larga dalla musica per quasi dieci anni. Ora è tornato, ripulito, fiero e con idee musicali molto più chiare. Nel 2012 è uscito “Landing on a Hundred”, uno dei dischi più belli dell’anno, che lo rappresenta in pieno. E non è un caso che il concerto di ieri fosse basato esclusivamente su questo disco. Nemmeno una canzone dal precedente album è stata suonata (già, nemmeno il successone “The Seed 2.0”). Il racconto di una redenzione, dicevamo. Gioiosa, viva ed estremamente coinvolgente.

Cody ChesnuTT entra sul palco col suo elmetto da cantiere, che ormai è diventato il simbolo del suo personaggio, coadiuvato da un’affiatata band di quattro elementi che va dritta come un treno. Il messaggio è chiaro fin dalle prime canzoni “I was a dead man, I was asleep, I was a stranger in a foreign land .. Darkness, no sense of direction” (da “Till I Met Thee”) oppure “I used to smoke crack back in the day. I used to gamble with money and lose” (“Everybody’s Brother”) e sul palco compaiono le reincarnazioni di Curtis Mayfield con il suo falsetto vellutato, la mimica e la gestualità con il microfono di Al Green, il passo morbido di Marvin Gaye e l’energia trascinante di Sam Cooke.

E’ una festa del soul. E Cody ChesnuTT si concede senza alcuna remora, scendendo dal palco, facendosi immortalare dai fotografi compulsivi delle prime file, interagendo con il pubblico con gran mestiere. La band non fa rimpiangere i lussuriosi arrangiamenti di fiati e il soul orchestrale che caratterizzava il disco. Da segnalare la straordinaria performance in puro stile Marvin Gaye di “Love is more than a wedding” dilatata fino a 10 minuti, il blues e i continui cambi di tempo di “Under the spell of the handout” e il crescendo di “Don’t wanna go the other way”.

Un’ora e mezzo di set tiratissimo in una cornice, quella della Salumeria della Musica, che nel desolante panorama milanese si conferma la venue ideale per la buona musica suonata e sudata. Alla fine del concerto, Cody ChesnuTT e la band si sono spostati verso il banchetto del merchandising per firmare magliette e vinili. I grandi professionisti si vedono anche da queste cose.

(Michele Boroni)

Live Report: Beth Orton @ Salumeria della Musica, Milano 23/11/12

Novembre 24th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Ragazzi e ragazze, giovani intenditori, studentesse dall’aria per bene e cellulari sempre accesi (non solo per scattare foto). Il folk, oggi, piace alle nuove generazioni. Beth Orton, come ricorda lei stessa, non veniva in Italia da parecchio tempo. E il suo nuovo album, “Sugaring season”, è forse il suo migliore di sempre: conforta vedere affollata il giusto, qualche centinaio di persone (e persino una telecamera della Rai), la Salumeria della Musica di Milano. E’ uno show acustico, in attesa di un possibile ritorno con la band la prossima primavera, che Beth si gioca in famiglia facendosi accompagnare di tanto in tanto dalla voce e dalla chitarra del marito Sam Amidon, un americano del Vermont dal talento bizzarro e autentico che apre la serata con un set di traditional reinventati per voce, chitarra e banjo tra country, gospel e Monti Appalachi.

Sono marito e moglie, si presentano in scena con gli abiti di tutti i giorni e una complicità evidente negli sguardi, nelle pacche di incoraggiamento e nell’interazione musicale. Orton apre da sola con “Magpie”, il singolo che ha annunciato il nuovo album: nel suo arpeggiare all’acustica è subito evidente che ha messo a frutto le lezioni di chitarra prese dal compianto Bert Jansch, maestro delle accordature aperte. L’arma letale però è la voce, quella voce che per intensità e gamma espressiva richiama a tratti paragoni nobilissimi (Joni Mitchell, Sandy Denny) e che ha la sua forza nella fragilità: sottilmente nervosa, in apparenza sempre sul punto di spezzarsi, in costante equilibrio su un filo (e pazienza se, come dice lei, è “foggy”, nebbiosa, per via dell’aria condizionata dell’aereo che l’ha portata in Italia).

E’ in un delicato stato di grazia, la cantautrice del Norfolk, come titola una delle canzoni dell’ultimo album a cui è dedicata quasi metà della scaletta. E quando riacciuffa i singoli metà anni ‘90 dell’album “Trailer park”, “Touch me with your love” e “She cries your name”, c’è modo di ricordare che dietro i beats alla moda e l’etichetta “folktronica” già allora c’era un songwriting solido e sensibile, una scrittura ipnotica che avvinghia. Con i suoi modi gentili e un po’ stralunati Beth introduce le canzoni a un pubblico competente che applaude vecchi pezzi come “Central reservation” e “Sugar boy”, a dispetto della mancanza di un pianoforte e di quelle “horrible strings” con cui litiga ogni tanto riaccordando la chitarra. Echeggia, in quest’ultima, qualche vecchia melodia pop del Brill Building newyorkese, mentre “Mystery” è una mistica ode alla maternità, “Poison tree” mischia i Pentangle alla poesia di William Blake e la meravigliosa “Something more beautiful” si trasforma da ballata rock in una preghiera forte e pura, con la voce aspirata che pesca nelle viscere e un contrasto tra sussurri e grida che lascia addosso un segno profondo.

“Safe in your heart” e “Shopping trolley” sono due souvenir dal precedente “Comfort of strangers”, Amidon fa da controcanto anche in “Concrete sky” e nella cantilenante, vivace “Call me the breeze”, prima che “Candles” metta di nuovo in mostra la ricchezza timbrica della voce e che la stupenda “Pass in time” renda il dovuto omaggio a Terry Callier, un’altra anima affine scomparsa di recente e la cui musica viene diffusa dalle casse anche prima del concerto. Per i bis qualcuno invoca la spectoriana “I wish I never saw the sunshine” ma dopo “Stolen car” Beth sceglie un’altra gemma dal suo repertorio di cover, “O-o-h child” dei Five Stairsteps: soul datato 1970 che nelle sue mani diventa una dolce e sommessa ninna nanna. E’ trascorsa un’ora e un quarto, nessuno chiede di più perché quello è il tempo giusto per una performance intima e raccolta che sembra aver stregato tutti.

(Alfredo Marziano)

SETLIST:

“Magpie”

“State of grace”

“Touch me with your love”

“She cries your name”

“Central reservation”

“Mystery”

“Poison tree”

“Something more beautiful”

“Safe in your arms”

“Shopping trolley”

“Sugar boy”

“Concrete sky”

“Call me the breeze”

“Candles”

“Pass in time”

Bis:

“Stolen car”

“O-o-h child”

Live Report: Heavy @ Salumeria della Musica, Milano 11/11/12

Novembre 12th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

I concerti della domenica, quel mondo a parte. La settimana muore definitivamente, il week end ha già dato quello che doveva dare e quell’odiosa sensazione di non aver più tempo da dedicare al dolce far niente si fa sempre più insistente. Poi ormai è autunno… Via Ripamonti ci mette del suo per onorare la stagione mentre, calata ormai la sera, tenta di smaltire i brutti postumi di una festa del Tartufo che mai come oggi sembra adatta all’occasione. Andare a sentirsi un bel concerto alla Salumeria della Musica quando di fianco si sono appena celebrate le lodi di uno dei prodotti più preziosi della gastronomia, credo si possa quindi registrare alla voce “ottimo abbinamento”. Peccato essere arrivati tardi. Peccato davvero. E’ con questo umore vagamente uggioso che ci si avvicina alla data degli Heavy in quel di Milano, una serata da “concerto di domenica sera mentre fuori piove”. La bella Salumeria si riempie di gente e del profumo del formaggio fuso che sale dal bancone. Il palco è pronto e, terminati gli ultimi ritocchi, ospita di buon grado il quartetto inglese scortato per l’occasione da una coppia di saxofonisti amabilmente ribattezzati “The Dirty Duo”. Sono le dieci e zero tre.

Kelvin Swaby conquista il centro del palco accolto con discreto calore dagli ottimi fan del gruppo assiepati di fronte al palco mentre, come di consueto, ai lati si sorseggia del buon vino accompagnato da un tagliere di salumi. Buongiorno e buonasera, l’attacco è immediato: “Can’t play dead”, “What you want me to do?” e “Sixteen”. La polvere viene spazzata via dagli amplificatori, il torpore sommesso è scosso dall’iniezione di soul, funk e battute in levare che arriva direttamente sottopelle. Gli Heavy suonano bene, e la cosa va intesa sia dal punto di vista tecnico, che da quello più sensoriale: hanno davvero un bel sound che dal vivo si colora molto più che su disco. Musica viva, sudata, calda; musica che vorrebbe rompere quella crosticina di leggero scazzo da domenica sera cui si faceva riferimento poco fa. Una condizione che gli Heavy stessi sembrano patire in apertura di set. Poveracci, capiamoli: ultima data del tour dopo una notte passata sul tour bus in viaggio da Zurigo. Questi non dormono da chissà quanto. Ecco che quindi “Short change hero”, “Be mine”, l’ottima “Curse me good” e l’ululante “Big bad wolf” arrivano solide e ben accette, rimanendo però negli standard della situazione. Swaby ringrazia spesso sfoderando questa o quella battuta che nel corso del tour probabilmente avrà già avuto modo di collaudare più volte. Tendiamo però a credergli quando ci dice che a Milano gli Heavy si sono sentiti meravigliosamente accolti, e che la serata ha in sé qualcosa di speciale. Succede sempre quando si arriva alla fine. Poi, proprio mentre ti perdi in questa o quella riflessione, ecco la sterzata che non ti aspetti. “What makes a good man?” trasforma la domenica sera in un sabato sera, o addirittura in un venerdì. L’energia, la tensione e la stanchezza di una settimana intera deflagrano all’improvviso sul palco come in platea. Il funk, il soul, il blues sanguigno, Screamin’ Jay Hawkins, Curtis Mayfield, il rock quasi garage, le tirate al limite del rap, la camicia che lascia spazio alla canotta; il sudore: gli Heavy hanno ingranato e per la successiva mezzora non ce ne sarà davvero per nessuno. “Same ol’”, “A lesson learned”, “Don’t say nothing”. La gente canta, salta, balla in preda a quello strano demone che quando entra in possesso del tuo corpo, poi è impossibile da esorcizzare. Chiamiamola colpo di coda prima del riposo da fine tour; di certo gli Heavy visti sul palco della Salumeria non si sono risparmiati, onorando in pieno una platea a questo punto impeccabile. “Blood dirt love stop” e “Just my luck” chiudono in crescendo la prima parte di un set che, vista la piega presa, sarebbe potuto proseguire davvero ad libitum.

Piccola pausa e al rientro i pezzi in scaletta sono tre. O meglio, due pezzi più un piccolo interludio riservato alle presentazioni e ai saluti di rito. “Coleen”, “Brukpockets interlude” e l’attesissima “How you like me now?”, cantata allo sfinimento in pratica da tutti i presenti, mettono il sigillo ad un concerto partito leggermente in sordina e concluso con il botto. Staccata la spina ci si può intrattenere con gli Heavy al completo che, mentre impacchettano armi e bagagli, trovano il tempo per stringere mani, fare foto e scribacchiare un bel numero di autografi sempre con il sorriso. Sì, anche quel musone di Dan Taylor, chitarrista dall’aria burbera che a quanto pare mantiene lo status solo sul palco, per poi trasformarsi nel più adorabile dei compagnoni.

Ecco com’è andata la serata con gli Heavy sul palco. Un’ora e venti per chiudere in bellezza una settimana e aprirne una nuova sotto i migliori auspici. Una data che chiude un tour, ma sguinzaglia gli entusiasmi di chi di questa band ne vuole e ne vorrà ancora, sempre di più. Prima di uscire al freddo novembrino per tornare a casa mi sono trovato a fare le solite quattro chiacchiere tra amici, giusto per scambiarsi le impressioni a caldo. Per caso, ascoltando gli Heavy dal vivo, a tutti sono venuti in mente i Black Keys. Non per chissà quale affinità musicale (che comunque c’è, sia chiaro). Più che altro perché le prospettive di questa band sono molto simili a quelle del duo di Akron qualche anno fa. Vederli in questo modo, tanto per essere chiari, è stata davvero una bella fortuna. Anche se di domenica sera.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Can’t play dead”

“What you want me to do?”

“Sixteen”

“Cause for alarm”

“Short change hero”

“Be mine”

“Curse me good”

“Big bad wolf”

“What makes a good man?”

“Same ol’”

“A lesson learned”

“Don’t say nothing”

“Blood dirt love stop”

“Just my luck”

ENCORE

“Coleen”

“Brukpockets interlude”

“How you like me now?”

Live Report: moe. @ Salumeria della Musica, Milano 25/03/12

Marzo 26th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Vecchi hippies in maglietta tie-dye che scuotono barbe e zazzere bianche in una improvvisata idiot dancing.  Giovani americani dall’aria trasognata che si baciano incuranti di quel che gli succede intorno. Microfoni a giraffa posizionati sopra il mixer a uso e consumo dei “traders” che si scambiano le registrazioni dei concerti con il beneplacito del gruppo. In piccolo, ieri sera alla Salumeria della Musica di Milano, si sono riprodotti tutti gli ingredienti tipici (mancava solo l’odore di cannabis…) del classico show da jamband. Come avviene con i Phish,  gli String Cheese Incident o i Widespread Panic, con cui i protagonisti della serata, i moe. di Buffalo (New York), condividono una lunga militanza sulla scena, vent’anni abbondanti di carriera, che negli Usa li porta a riempire stabilmente teatri e arene.
La loro prima apparizione in Italia coincide con  l’ultima data del loro tour europeo, versione “compact” di uno show che negli States dura normalmente tre ore suddivise in due set.  Qui il set è uno solo, ma alla fine le lancette segnano 120 minuti di concerto: e a dimostrare quanto dilatata sia la loro musica basti sapere che i pezzi in scaletta, completamente diversi da una sera all’altra, sono undici soltanto. Alla Salumeria, preceduti dal virtuoso della chitarra acustica Jeff Aug (un discepolo di Leo Kottke e Michael Hedges), i moe. servono il loro inebriante cocktail a base di Grateful Dead, Frank Zappa e college rock (si chiama ancora così?), forti di una affiatatissima formazione che mette in campo l’agile batteria di Vinnie Amico, le percussioni multiformi di Jim Loughlin,  il basso fusion di Rob Derhak (a centro palco), le pirotecniche chitarre elettriche di Chuck Garvey e Al Schnier e tre voci intercambiabili che sono in realtà l’elemento meno distintivo del sound.
Sembrano una vecchia fraternity band in rimpatriata, ex compagni di università con i capelli radi e le pancette prominenti complici le lattine di birra che ancora tracannano sul palco. Ma quando ingranano sanno fare piccole magie: suonano in scioltezza e relax, con un tiro spesso più rock di gran parte dei loro colleghi della scena jam e altrettanta propensione alla trance psichedelica. Il loro forte, la loro specialità, che li ha resi un pilastro di un genere sempre poco  praticato e frequentato in Italia, anche se la Salumeria, per fortuna, è abbastanza piena da non sembrare una riunione di carbonari.
L’inizio, a dire il vero, non è entusiasmante: il Southern shuffle con chitarra slide di “Stranger than fiction”, il pop rock accattivante di “Downward facing dog”, la ballata del border “Shoot first” (con più di qualche assonanza con i Calexico) e lo strambo valzer di “Chromatic nightmare” condotto dal vibrafono di Loughlin dimostrano che  il formato canzone verso cui inclina l’ultimo album  “What happened to the La Las” non è il loro forte, una vernice di facciata che dal vivo serve principalmente a scaldare i motori prima di sciogliere le briglie. A Milano succede dopo una ventina di minuti con “Puebla”, uno dei pezzi nuovi, e con il vecchio classico “Timmy Tucker”: è li che i moe. cambiano marcia e cominciano a incantare con il ritmo che sale, Derhak sorridente che strappa note slap dal basso e le due chitarre che si intrecciano in un’ipnotica ragnatela, più jazzy e ricercata quella di Garvey, più fluida e incline a progressioni trascinanti quella di Schnier che ogni tanto strimpella anche una tastiera. E’ l’inizio di un viaggio che non sai mai dove ti porterà, verso un break jazzato, una breve oasi reggae o il funk alla Sly Stone di “George”.
La versione di “Can’t you hear me knockin’ ” dei Rolling Stones offre ritmi dispari e spezzati, i vecchi cavalli di battaglia “Rebubula” e “Akimbo” stacchi, riff concentrici, power chords e fantasmi di Jerry Garcia, con una musica che col passare dei minuti è diventata un magma fluido e pulsante e che non lascia più tregua. Prendere o lasciare, le jamband sono così e i moe. in volo libero uno show spettacolare e acrobatico, senza virtuosismi fini a se stessi e una capacità irresistibile di coinvolgimento per chi sia disposto a lasciarsi andare. Musica ottimista, energizzante, luminosa: “joyful sounds”, secondo la definizione dei succitati String Cheese Incident. Speriamo che tornino, prima o poi.
(Alfredo Marziano)

Setlist:
“Stranger than fiction”
“Downward facing dog”
“Shoot first”
“Chromatic nightmare”
“Puebla”
“Timmy Tucker”
“George”
“Can’t you hear me knockin’ ” (Rolling Stones cover)
“Rebubula”
(bis)
“Gone”
“Akimbo”

Live Report: Low Anthem @ Salumeria della Musica, Milano 28/03/11

Marzo 29th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Da quale epoca provengono i Low Anthem? Dal 1940, l’anno del debutto di Woody Guthrie con “Dust bowl ballads”? Oppure dagli anni ‘70, quando Neil Young pubblicava “Harvest”? Da nessuno di questi due periodi perché, sembra strano, stiamo parlando di una band contemporanea: esordio nel 2006 e “appena” quattro album alle spalle. L’ultimo uscito, “Smart flesh”, è stato registrato a Central Falls nella loro patria originaria, il Rhode Island. E, per farvi capire i personaggi, conviene ricordare che il luogo scelto per lavorare alle canzoni è stata una fabbrica abbandonata: un ex stabilimento della Porino’s, la Barilla americana. Ora, il preambolo serve a dire una cosa: la musica di questo quartetto statunitense non ha tempo, potrebbe essere stata scritta oggi come cent’anni fa. E vederli dal vivo alla Salumeria della Musica di Milano non fa che confermare questa teoria.
Ad aprire le danze, alle nove e mezzo, ci sono in realtà gli Head and Heart, band indie-folk di Seattle, che regala un’oretta di musica molto brillante. Il gruppo, guidato dal fascinoso cantante e chitarrista Jonathan Russell, suona un pop tradizionale e divertente, nel quale l’Americana incontra i Beatles e Dylan. I pezzi tratti dal loro omonimo album d’esordio sembrano tutti buoni e ispirati, anche grazie ad un ottimo lavoro di squadra, soprattutto vocale: spiccano l’apertura di “Cats and dogs/Couer d’Alene” e “Lost in my mind”, un pezzo che sarebbe piaciuto molto a Ryan Adams. Niente male, questi Head and Heart. Quantomeno da tenere d’occhio per il futuro.
Ma il piatto forte deve ancora venire. Verso le dieci e mezzo, i Low Anthem fanno la loro comparsa sul palco della Salumeria. La band, che ama recuperare e restaurare strumenti abbandonati, sfodera subito le sue armi migliori: sul primo brano, l’eterea “Matter of time”, il frontman Ben Knox Miller si siede all’harmonium e riesce subito a fermare il tempo con un colpo di bacchetta magica. Miller, per quanto sia atipico e schivo nel suo modo di tenere il palco, ha una voce da brividi, intensa e versatile. Poi tocca alla cover di George Carter “Ghost woman blues” dare il primo vero colpo al cuore della serata: i Low Anthem si chiudono in un piccolo semicerchio, armonizzando le quattro voci come negli spiritual di inizio secolo e riescono se possibile a regalare una versione ancora più scarna di quella del disco. E colpisce anche come i quattro si alternino agli strumenti, con fare serioso e professionale. Jocie Adams, unica donna della band, li gira praticamente tutti: basso, organo, dulcimer e chi più ne ha più ne metta. Mat Davidson invece a volte sfodera una sega musicale, che pizzica con l’archetto. Jeff Prystowsky si destreggia tra contrabbasso e batteria.
Ogni tanto, per quanto possibile visto il contesto, il gruppo alza anche un po’ il ritmo e i decibel, come nella sporca “Hey, all you hippies!” nella quale si sente aleggiare il solito fantasma di Neil Young. Tra il pubblico ad un certo punto qualcuno chiede “To Ohio”, il singolo più “famoso” del quartetto. Detto fatto, eccola in una versione ancora più spogliata di quella su disco. Di musica di qualità, comunque, ce n’è davvero molta: come nella doppia parentesi garage-blues di “Home I’ll never be”, brano di Jack Kerouac rifatto tra gli altri da un certo Tom Waits, e di “Boeing 737″, che ricorda l’11 settembre e sembra tracciare un filo rosso che va da Bob Dylan ai Neutral Milk Hotel. Per “This damn house” Ben Knox Miller sfodera addirittura gli effetti speciali, giocando a sporcare la cruda teatralità della canzone con le interferenze di due telefoni cellulari, creando l’ennesimo cortocircuito nella macchina del tempo firmata Low Anthem.
Poco dopo le 11 il gruppo chiude la setlist regolare, salvo tornare dopo poco richiamato dagli applausi. Ecco allora “Smart flesh” e soprattutto la cover di “Bird on a wire” di Leonard Cohen, anche questa trasformata in uno spiritual post-moderno di struggente bellezza.
“Sono degli alchimisti”, capita di sentir sussurrare a qualcuno tra il pubblico. Ed è vero. I Low Anthem sono degli alchimisti del folk, a cui piace anche prenderci un po’ in giro, facendoci pensare per un attimo che tutti questi anni a cavallo tra un secolo e l’altro, anche per chi non li ha vissuti, non siano mai passati.

(Giovanni Ansaldo)

Setlist:

Matter of Time

Ghost Woman Blues

Burn

To the Ghosts Who Write History Books

Sally Where’d You Get Your Liquor From (cover di Gary Davis)

Hey, All You Hippies!

I’ll Take Out Your Ashes

To Ohio

Apothecary Love

This God Damn House

Home I’ll Never Be (cover di Jack Kerouac)

Boeing 737

Ticket Taker

Charlie Darwin

Encore:

Smart Flesh

Bird On The Wire (cover di Leonard Cohen)

Live Report: Amiina @ Salumeria della Musica Milano 06/10/10

Ottobre 7th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Capita a volte che si concentrino in una stessa sera e a distanza di pochi chilometri, una buona quantità di eventi che meriterebbero ognuno una certa attenzione. Ad esempio stasera al Live di Trezzo ecco Nick Cave con i suoi Grinderman (vedi recensione dello show su Rockol), La Casa 139 ospita i Mystery Jets e la Salumeria della musica si trasforma in una piccola succursale d’Islanda ospitando le Amiina (o gli Amiina visto che oramai i baldi giovanotti accasatisi in pianta stabile sono ben due). Si propende per queste ultime, non me ne vogliano i fan di Nick Cave o dei Mystery Jets, ma la combinazione di location e band è un’occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. La Salumeria si rivela un palco ideale per le Amiina che, nonostante la suddetta concentrazione di eventi, riescono a chiamare a raccolta un buonissimo numero di persone:  chi seduto comodamente al tavolo alle prese con cibarie varie, chi semplicemente per terra, in attesa dell’inizio del set. Ad aprire la serata intorno alle dieci tocca a Fabio Bonelli alias Musica Da Cucina, un musicista molto interessante la cui particolarità è quella di creare melodie attraverso la campionatura di suoni generati da semplici attrezzi da cucina: padelle di varie misure, teiere, mestoli e chi più ne ha più ne metta. Il tutto condito da chitarra, armonica, clarinetto e carta stagnola (ebbene si). Il risultato è un misto di ambient e musica sperimentale alla Matmos tanto per capirci, ma con un tocco più artigianale e concreto. Una buona apertura ad ogni modo, ben accolta dal pubblico entusiasta e in linea con la performance delle Amiina.

Il set della band islandese inizia venti minuti prima delle undici. I pezzi suonati in tutto saranno dieci, la maggior parte presi dal nuovo disco in uscita, “Puzzle”, più un paio ripescati dal vecchio repertorio (la band in attività dal 1996 ha all’attivo un altro album, “Kurr” del 2007, e tre ep) il tutto per un’oretta e un quarto di spettacolo. La band si presenta in formazione a cinque (una delle ragazze manca all’appello) e attacca con “Nebula” e “Asinn” eseguite di fila. Arriveranno poi i saluti di benvenuto e su tutte “Over and again”, “Into the sun”, “Tvisturinn” e l’encore “Kolapot”. Le Amiina dimostrano di essere in buona forma, parlano poco (timide o semplicemente riservate?) e lasciano spazio alla musica e a quei suoni che partono quasi come dei sussurri per poi crescere fino quasi a esplodere. Una struttura tipicamente post rock che nella dimensione live prende coraggio, senza però tradire l’indole delicata della band, rimanendo contenuta nell’intimità della location. Nessuna tirata elettrica alla maniera dei “cugini” Sigur Ros tanto per capirci. A conti fatti un buonissimo set che chiude con la data di Milano la settimana passata nel nostro paese dalle Amiina. La Salumeria se la cava alla grande nonostante qualche problemino tecnico al mixer immediatamente risolto durante le prime battute e, dopo il finale con inchino di rito che riscuote una generosa dose di applausi, si può prendere la strada di casa più che soddisfatti. Le Amiina non avranno un nome di grandissimo richiamo, di sicuro non sono tra le band più in vista e questa sera si sono battute contro con una bella concorrenza. La bontà del set, però, conferma la regola che a volte non è necessario urlare per farsi sentire. Se quello che si ha da dire è valido, lo si può dire anche sottovoce.

(Marco Jeannin)

Live report: Black Mountain @ Salumeria della Musica Milano, 29/09/2010

Settembre 30th, 2010 in Reports by Gabriele Lunati

La cosa che colpisce subito dei Black Mountain è il loro aspetto: sembrano davvero usciti dagli anni ‘70. Magari da un documentario sugli hippy di Woodstock, oppure dalla San Francisco lisergica dei Grateful Dead. Quando Stephen McBean e soci salgono sul palco verso le dieci e venti alla Salumeria della Musica, unica data italiana della loro tournée, è proprio questo pensiero ad attraversare subito la mente. E quando imbracciano gli strumenti e fanno partire “Wilderness heart”, sostenuta da un riff che più alla Deep Purple non si può, confermano che anche la loro musica preferisce guardare al passato piuttosto che al futuro.

Per cui, bando agli equivoci, quello che conviene aspettarsi dal loro live è questo: un mix di hard rock e psichedelia, con una spruzzatina di metal alla Black Sabbath qua e là. A parte queste considerazioni, bisogna comunque dire che la band dal vivo se la cava egregiamente: la voce e la chitarra di Stephen McBean – che sembra un po’ il “Drugo” del Grande Lebowski – guidano sempre la band, il basso di Matt Camirand è un vero martello e si integra ottimamente con il synth e le tastiere di Jeremy Schmidt, soprattutto nei momenti più strumentali. L’unica nota stonata del quintetto, a dirla tutta, è proprio Amber Webber, la frontwoman che si alterna alle voci con McBean: rimane praticamente immobile per tutto il concerto e si guarda attorno quasi con aria spaesata.

Peccato, vista l’energia di questa musica, che si trascina tra pezzi hard rock come l’ottima “Roller coaster” e altri psichedelici come “Radiant hearts” o “Wucan”, sicuramente uno dei pezzi più riusciti, serviva qualcosa in più da parte sua. Ogni tanto i Black Mountain rallentano anche il ritmo e i decibel, adagiandosi su ballate più dolci come “Buried by the blues”, bel pezzo semiacustico dove le voci dei due cantanti si intrecciano piacevolmente. La scaletta abbonda di brani dall’ultimo disco “Wilderness heart”. Ma non mancano canzoni del secondo album “In the Future”, mente dall’omonimo esordio viene estratta la sola “Don’t Run Our Hearts Around”. Una scelta discutibile, perché nel primo disco la band aveva tirato fuori più di un pezzo degno di nota. Il pubblico applaude e sembra soddisfatto, ma non proprio entusiasta.

Insomma il punto di forza dei Black Mountain, come detto, è al tempo stesso il suo tallone d’Achille: la scelta di suonare sempre così vintage può colpire all’inizio, ma tende a stancare un po’ alla lunga. È difficile imbattersi in riff e melodie che non sappiano di già sentito, nonostante il gruppo li suoni con una discreta freschezza. L’acustica della Salumeria della Musica inoltre non li aiuta molto, rendendo il suono a tratti troppo ovattato. Quando il gruppo conclude i bis con la lunghissima “Druganaut”, l’impressione è di essere soddisfatti a metà. Ma ci riserviamo di dare al gruppo una seconda possibilità. Chi lo sa, magari i Black Mountain impareranno a vivere un po’ più “In the Future”, parafrasando il titolo del loro album.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

Wilderness Heart

Evil ways

Let spirits ride

Wucan

Tyrants

Buried by the blues

Radiant Hearts

Angels

Old fangs

Roller coaster

Stormy high

Don’t Run Our Hearts Around

Encore:

The hair song

Queens will play

Druganaut

Live Report: Train @ Salumeria della Musica Milano 17/05/10

Maggio 18th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Ero davvero curiosa di vedere i Train dal vivo e, appena ho saputo che erano in concerto a Milano, non potevo proprio perdere questa occasione. La lunga assenza dalle scene e il loro singolo “Drops of Jupiter”, sentito quasi fino alla nausea e super trasmesso dalle radio al momento della sua uscita, suscitavano in me molte domande su come sarebbe stato lo spettacolo e soprattutto mi chiedevo cosa avrei visto quella sera. L’appuntamento era fissato alla Salumeria della Musica, gran bel locale, adatto a live un po’ più intimi del solito: ti puoi godere un bel concerto sorseggiando la tua media (rossa in questo caso) con il palco ad una spanna da te. La sala, piena al punto giusto, conteneva nostalgici del rock alla “classica maniera”, giovani fans(anche stranieri) e curiosi dell’ultima ora. I Train iniziano, senza alcun gruppo spalla, puntualissimi: un’ora e mezza di sano rock, suonato magistralmente e cantato divinamente da Patrick Monahan, frontman carismatico e gran trascinatore di masse. Il live si apre con alcuni brani del nuovo disco dei Train, “Save me, San Francisco”, uscito lo scorso ottobre, finchè non arriva “She’s on fire”, tratto dal fotunatissimo album “Drops of Jupiter” del 2001, e Patrick offre il meglio di sè: porta sul palco cinque ragazze, che soprannominerà le “Trainers”, e fa intonare loro il ritornello della canzone. Si susseguono ancora brani del nuovo album, tra cui “Parachute”, “Words”, “Brick by brick”, “I got you” e le mie preferite “If It’s Love” e “Breakfast in bed”e l’atmosfera diventa magica, quasi surreale, davvero molto molto romantica. Scelta del pubblico per la cover, che la band definisce un vero must nei propri concerti: scartati i Led Zeppelin, ecco una potentissima “Dream on” degli Aerosmith, che mette in risalto la voce di Patrick, davvero inaspettata e senza dubbio poderosa. Il finale arriva con la dolcissima “Marry me”, in cui il pubblico viene esortato a dichiare pubblicamente il proprio amore, e con lil singolo “Soul sister”. I Train scompaiono, ma dopo due minuti sono di nuovo sul palco, esortati dai fans e non solo. Monahan e gli altri intonano la sempre bellissima “Drops of Jupiter” e lasciano il pubblico con “This Ain’t Goodbye”, un arrivederci al prossimo live che i Train terranno ad ottobre. Serata davvero piacevole: pubblico variegato ma rispettosissimo degli artisti sul palco. Complimenti davvero ai Train, che sono stati portatori sani di ottima musica.

(Rossella Romano)

Live Report: Archive @ Salumeria della Musica Milano 01/02/10

Ffebbraio 2nd, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Ci sono due anime evidenti all’interno degli Archive. La prima è quella più trip hop che si esalta prepotentemente quando la band è in formazione base. C’è poi quella più variopinta che prende piede quando sul palco salgono Maria Q e l’mc Rosko John come vocalist. Due facce di una stessa medaglia messa in mostra all’accogliente Salumeria della musica per l’unica data italiana della band Londinese.
Il tanto annunciato sold out si è rivelato probabilmente una mossa per impedire un sovraffollamento che a conti fatti non c’è stato: al mio arrivo in extremis ci sono ancora diversi biglietti a disposizione che premiano chi ci ha creduto fino all’ultimo. Gli Archive si presentano sul palco poco dopo le dieci per lasciarlo dopo quasi due ore. Accoglienza ottima del pubblico del lunedì, quello che si è preso la serata libera apposta senza pensare che il giorno dopo si deve comunque andare al lavoro.
Come ho già detto gli Archive sono una band che vive di un dualismo interno che nella dimensione live si palesa chiaramente. E se devo dirla tutta, mi schiero a favore della versione “base”, quella dunque senza i (mediocri) vocalist aggiuntivi. E’ qui che gli Archive sanno dare il meglio, sfoderando un’aggressività degna delle più incallite band post rock senza mai tradire un briciolo dell’indole trip hop che li contraddistingue, cosa che manda in visibilio la platea (epurata da teenager e con molti pochi “venteenager”) fin troppo entusiasta. Per il resto siamo nella semplice routine di un concerto buono, ma non fenomenale (l’incolore “You make me feel” ne è il simbolo). Le note di colore come al solito riguardano l’ormai nota scarsa abilità di noi italiani con l’inglese: tutti sanno sbraitare “F**k you!” nell’omonimo pezzo, ma del resto del testo non vi è traccia. Poco male, è comunque uno dei momenti migliori del concerto. Idem valga per la conclusiva “Lights” e per i quattro pezzi dell’encore, su tutti “Pulse” e “Bullets”.
La compagine londinese può quindi lasciare Milano soddisfatta per una serata evidentemente riuscita. Personalmente mi stupisco di un così largo affetto per una band che non ha mai raggiunto picchi troppo esaltant,i ma che evidentemente piace e sa stare sul palco. Buon concerto ripeto, ma niente di più.

(Marco Jeannin)

SETLIST

1.Pills
2.Sane
3.Finding it so hard
4.Razed to the ground
5.Collapse/Collide
6.Bastardised ink
7.Kings of speed
8.Fuck U
9.Lines
10.Blood in numbers
11.You make me feel
12.Danger visit
13.Lights

Encore:

14. Controlling crowds
15. Bullets
16. So few words
17. Pulse

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol