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Live Report: Twin Shadow @ Salumeria della Musica, Milano 15/05/11

Maggio 16th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

La Salumeria della Musica sfoggia una piccola folla all’ingresso per la prima (e unica) data italiana di George Lewis Jr. alias Twin Shadow. La crème de la crème dell’aristocrazia indie (snob) milanese chiamata a raccolta da un nome che ultimamente gira parecchio nell’ambiente e che stasera presenta al pubblico meneghino il suo album di debutto, “Forget”, pubblicato a novembre dello scorso anno con la 4AD e venerato dai vari Pitchfork, NME e compagnia bella. Un album davvero interessante, un buon mix di synth pop, indie e shoegaze, trainato da un ottimo pezzo come “Castle in the snow” che ne sta facendo la fortuna in rete. Un album che, per la cronaca, è in vendita alla modica cifra di cinque euro (!) al banchetto posto all’ingresso della Salumeria. L’apertura della serata è affidata a Jonathan Clancy (Settlefish, A Classic Education) con i suoi His Clancyness, questa sera per la prima volta in formazione a tre. Una mezz’oretta buona di indie/dream pop senza picchi eccelsi che introduce al main act, molto atteso da una Salumeria a questo punto sufficientemente popolata. Twin Shadow, dominicano trapiantato prima in Florida e poi a New York e dal ciuffo pronunciatissimo, si sistema sul palco venti minuti prima delle undici (accompagnato da una batteria, un basso e un synth) per abbandonarlo esattamente un’ora e dodici pezzi dopo. Un set in netto crescendo che conferma quanto di buono avevamo già potuto apprezzare su disco, partito leggermente in sordina con il trio “Shooting holes”/“Tyrant destroyed”/“When we’re dancing”, penalizzate da qualche problema di settaggio al mixer, e decollato solo con l’attacco di “I can’t wait”. Da qui in poi tutto molto bene, grazie ad un sound che in versione live guadagna in sostanza (molto meno etereo e più chitarroso/new wave) ed una platea da encomio, fin troppo entusiasta e assolutamente in vena. Uno sfogo post elettorale? Forse… Ad ogni modo Twin Shadow sembra apprezzare molto il calore italico e contraccambia con “Slow”, “Yellow balloon”, “Castle in the snow” e una curiosa versione accelerata di “At my heels” in chiusura di set. Un set che paradossalmente ha avuto proprio nella tanto attesa “Castle in the snow” il suo punto debole, meno convincente in questa versione live forse perché arrangiata diversamente, forse perché mixata non al meglio. Prima di scendere dal palco George Lewis Jr. ringrazia, visibilmente colpito per la magnifica accoglienza, se la prende scherzosamente con la location (“…è la prima volta che suoniamo in una soffitta…”) e se ne esce tra gli applausi. Applausi talmente convincenti da tirar fuori nuovamente la band dal backstage per un inatteso (viste le date precedenti) e corposo encore di ben tre pezzi tra cui la conclusiva “Tether beat” che manda tutti a casa felici e contenti. Un finale sull’onda dell’entusiasmo che chiude il capitolo Twin Shadow permettendoci di archiviare il tutto con un sincero “buona la prima”.

(Marco Jeannin)

Live Report: Dum Dum Girls @ Salumeria della Musica, Milano 20/04/11

Aprile 21st, 2011 in Reports by Redazione Rockol

La Salumeria apre alle nove. Serata tranquilla, poca gente fino quasi alle dieci quando attaccano i Vermillion Sands, band nostrana in tour a supporto delle Dum Dum Girls per le date di Zurigo, Ljubljana, Milano (ovviamente), Roma e Bologna. Una buona vetrina per i ragazzi di Treviso guidati da Anna Barattin, quaranta minuti e rotti di garage pop “costretto” tra le quattro mura del locale milanese. Poco prima delle undici salgono sul palco, in reggicalze super sexy d’ordinanza, le quattro signorine di Los Angeles: Kristin Gundred alias Dee Dee Penny in testa, seguita da Jules, Bambi e Sandy. Giusto il tempo di darsi una sistematina sul palco e il set attacca senza troppi preamboli. Un set di una cinquantina di minuti scarsi, con tredici pezzi in scaletta pescati dal disco d’esordio marcato Sub Pop “I will be” e dai due EP finora pubblicati, “Yours alone” del 2008 e “He get me high” uscito giusto quest’anno. Un set senza infamia e senza lode. Nessuna scena particolare da raccontare (se si esclude lo strepitoso “show nello show” di un fan scatenato lanciato in ballo solitario per tutta la durata del set), nessun aneddoto gustoso da mettere agli atti. Le Dum Dum Girls sono salite sul palco della Salumeria, hanno suonato i loro pezzi in scioltezza per poi andarsene con un solo “grazie” all’attivo. I momenti migliori? Senza dubbio i due inediti “Teardrop on my pillow” e “Lavender haze”, accolti da un paio di cenni d’approvazione in platea e suonati con un buon entusiasmo, la bella “Hey Sis” presa dal primo EP, e la conclusiva “Rest of our lives”. Niente encore – chi sperava di sentire la cover degli Smiths “There is a light that never goes out”, vedi il sottoscritto, è rimasto sostanzialmente deluso – e tutti a casa intorno alla mezzanotte. Le Dum Dum Girls sono potenzialmente una band intrigante, non solo per la presenza fisica e il portamento delle quattro ragazze sul palco, dark ladies con tutti i requisiti in regola, ma anche per la bontà del materiale in repertorio. E’ però un discorso ancora ipotetico: la data milanese è stata un po’ un colpo a salve. Niente di sbagliato sia ben chiaro, ma un filo in più di partecipazione avrebbe senza dubbio giovato, vuoi per stabilire un contatto più diretto e “accendere” il pubblico a dovere, vuoi per ottenere una performance se non memorabile, quantomeno sentita. Mettiamola così: ieri sera le Dum Dum di Dee Dee hanno fatto solo Dum. La prossima chissà.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“He gets me high”

“Hey Sis”

“Catholicked”

“I will be”

“Bhang Bhang, I’m a burnout”

“Take care of my baby”

“Jail la la”

“It only takes one night”

“Wrong feels right”

“Teardrops on my pillow”

“Everybody’s out”

“Lavender haze”

“Rest of our lives”

Live Report: Eliza Doolittle @ Salumeria della Musica, Milano 03/03/11

Marzo 4th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Sono passati sette mesi circa (luglio 2010) dalla pubblicazione dell’omonimo album d’esordio di Eliza Sophie Caird, meglio conosciuta come Eliza Doolittle. Sette mesi che hanno tolto la giovane inglese da sotto i riflettori del debutto, ma non abbastanza da impedire alla Salumeria Della Musica di Milano, location prescelta per la prima esibizione italiana, di riempirsi a dovere. Serata aperta dalla “nostra” Denise: una mezzoretta buona giusto per scaldare i motori in vista dell’imminente tour europeo per la presentazione del nuovo “Dodo, do!”, album prodotto da Gianni Maroccolo e Lorenzo Tommasini per la Al-kemi Records. Qualche parolina timida e in generale un’ottima impressione per il progetto indie pop/twee della cantante di Salerno classe 1986, recentemente entrata a far parte del progetto “La leva cantautorale degli anni Zero”. Poco prima delle undici tocca a Eliza, accompagnata sul palco da un quartetto di giovanotti in tenuta da gelataio d’altri tempi (camicia a righe bianche e blu e farfallino rosso). Un set di una cinquantina di minuti, tredici pezzi in scaletta contando il rientro. Del resto è la stessa Eliza a spiegare che, con solo un album all’attivo (e un Ep), di più non si può chiedere. La mancanza – più che motivata – di un repertorio consistente, è compensata però dalla presenza scenica della Doolittle: una ragazza molto carina, sbarazzina quanto basta e dotata di un innegabile talento vocale. Bene dunque tutti e tredici i pezzi proposti, in modo particolare “Skinny genes” sparata a freddo a inizio set, “Money box”, “A smokey room” e l’arcinota “Pack up”: il mix di pop, soul e doo wop che ha fatto la fortuna dell’album (disco di platino nel Regno Unito), funziona anche dal vivo, supportato da una vena funky appena più pronunciata a rendere più brioso il tutto. C’è addirittura tempo per un’inaspettata scappatella dalle tinte blues nel finale, con la cover di Aretha Franklin “I never loved a man” interpretata alla maniera di una Janis Joplin in erba. Eliza scherza con il pubblico nelle prime file, cimentandosi con l’italiano giusto per strappare qualche risata tra un sorso di Red Bull (mah…) e un altro, ed entrare in sintonia con la fin troppo entusiasta platea milanese. La serata si chiude abbastanza rapidamente sulle note di “Mr. Medicine”: Eliza ringrazia e prende congedo tra gli applausi convinti della Salumeria. Niente di memorabile, ma senza dubbio quello di Milano è stato un set divertente ed efficace nella sua semplicità. Non ci resta quindi che archiviare la serata alla voce “assolutamente piacevole” e imboccare la via di casa fischiettando “Pack up” sotto la pioggia.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Missing”

Skinny genes”

Money box”

Go home”

Nobody”

A smokey room”

So high”

Back to front”

Rollerblades”

Police car”

Pack up”

Encore

I never loved a man”

Mr. Medicine”

Live Report: Laura Veirs @ Salumeria della Musica, Milano 07/02/11

Ffebbraio 8th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Laura Veirs non è una delle cantautrici più conosciute in giro, ma nel suo piccolo ha già pubblicato sette album, collaborato con i Decemberists per l’album “The Crane wife”, fondato un’etichetta discografica (la Raven Marching Band Records) e ridendo e scherzando, con il suo ultimo “July flame” si è piazzata al decimo posto della classifica dell’American Songwriter Magazine dei migliori album del 2010, dietro a gente come Arcade Fire, Neil Young, Robert Plant, Mumford and Sons e Black Keys. Spulciando nelle varie biografie per farmi un’idea più precisa con in cuffia gli ultimi tre album, ho scoperto anche che Laura ha studiato geologia e mandarino. Ed è inaspettatamente proprio durante una spedizione geologica in Cina (come traduttrice) che si avvicina al mondo del songwriting. Il 1999 è l’anno del debutto con un album omonimo per sola voce e chitarra, e da allora quella che era nata come una passione improvvisa (Laura ha più volte dichiarato di essersi avvicinata alla musica relativamente tardi, solo dopo i vent’anni), si è trasformata in un lavoro a tempo pieno, con tour in giro per gli Stati Uniti e l’Europa. In Italia Laura ha tenuto quattro date, l’ultima alla Salumeria della musica, in quel di Milano. Una serata insolitamente tiepida d’inizio febbraio. Intorno alle nove e trenta il set è aperto da due act: prima Led To Sea, progetto solista di Alex Guy, (una dei due musicisti che accompagnano Laura in tour, l’altro è Tim Young alla chitarra), poi dai nostrani Emily Plays (Sara Poma, Davide Impellizzeri, Marco Alba, Giacomo Tota) da Pavia. La prima propone un set per sola viola campionata, mentre gli Emily Plays, visibilmente emozionati (dalla “figaggine del posto” come recita un loro post su facebook), un indie-alt rock in versione semi acustica. La salumeria apprezza, tra un bicchiere di vino e un tagliere di salumi, e venti minuti prima delle undici tocca a Laura. Il set dura circa un’oretta, sedici pezzi in scaletta di cui nove tratti dall’ultimo “July flame”. Un set senza infamia e senza lode: Laura chiacchiera, interagisce con la gente paciosamente accoccolata in platea (siamo lontani dal sold out, ma per essere un lunedì non ci si deve lamentare), e spara in sequenza i pezzi in repertorio. Folk rock con qualche virata country e un occhio alla tradizione, vedi le due cover di “All the pretty little horses”, già portata alla ribalta dai più noti Calexico, e “The old cow died”, in versione a-cappella. Per il resto i momenti migliori arrivano con “Where are you driving”, “Magnetized”, “Make something good”, la titletrack “July flames” che chiude la prima parte del set prima dell’encore, e la conclusiva “Trough december”. Tutto molto pacato, “carino” ma niente di più. Chiuso il set, Laura ringrazia e si accomoda al banchetto del merchandising per firmare autografi e scambiare due parole e la serata si chiude prima della mezzanotte.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Carol Kaye”

Riptide”

Sun is king”

When you give your heart”

Where are you driving”

All the pretty little horses”

Jailhouse fire”

Magnetized”

The old cow died”

Life is good blues”

Wide-eyed, legless”

I can see your tracks”

Make something good”

July flame”

Encore

Freight train”

Through december”

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