Live Report: Take That @ Stadio San Siro, Milano, 12/7/2011
Luglio 13th, 2011 in Reports by Redazione Rockol
E’ la dura legge del pop. Più un artista è, si sente, o viene fatto sentire una star, più si sente in dovere di mettere in piedi un mega show. E corre il rischio non solo di fare, ma di strafare.
I Take That arrivano in Italia sull’onda di un successo incredibile in patria: 8 date a Wembley. E ci arrivano portando un iper-mega-show, una delle produzioni più imponenti viste da tempo, in grado di rivaleggiare con il “Claw” degli U2. Ma anche un esempio di questa dura legge. Intendiamoci: il loro concerto a San Siro è stato un evento memorabile, a cui valeva la pena esserci; ma anche uno spettacolo in cui la sottile linea tra intrattenimento e cattivo gusto è stata oltrepassata più di una volta.
Che sarebbe stata una serata fuori misura lo si è capito subito entrando allo stadio. Il colpo d’occhio sul palco è impressionante: posizionato sul lato lungo di San Siro, è sovrastato da un enorme umanoide le cui braccia si stendono fino ai lunghi lati.
Poco prima delle 8 salgono sul palco i Pet Shop Boys, ovvero una delle più grandi pop-band di sempre come supporter – il mondo all’incontrario, nota qualcuno. E’ poco più di un’esibizione “voce su base”, con un Neil Tennant che sembra quasi invisibile sull’enorme palco, eppure impeccabile nel suo vestito scuro con bombetta. Circondati da pochi ballerini e spalleggiati da qualche filmato, i Pet Shop Boys portano a casa egregiamente la serata, con un greatest hits serrato ed efficace.
Breve pausa con inevitabile “ola”, e alle 9 sulla lunga passerella nel prato arriva uno strano figuro. Schiaccia un tasto di un’enorme tastiera di computer e fa partire un’animazione sul simil-mac presente sul palco (curiosa scelta, per altro, visto che il tour è sponsorizzato dalla Samsung). E già lì si capisce che la sobrietà non sarà uno degli obiettivi della serata: sullo schermo compare una scritta “Capacity: 78.000; Full”; Il pubblico è numeroso, variegato ed entusiasta, ma lo stadio è tutt’altro che esaurito. Le cifre ufficiali dicono attorno ai 50.000, probabilmente sono qualcosa in meno, visti gli ampi spazi vuoti ai lati del prato.
Un minuto di countdown sullo schermo, scandito dal pubblico, ed ecco arrivare i Take That, o meglio la prima versione della reunion, quella senza Robbie. E infatti l’inizio è debolino assai, con i 4 che faticano a riempire la scena, anche con espedienti trash come far cantare l’inno di Mameli al pubblico. Il pubblico apprezza, ma niente a che vedere con quel che succederà di lì a poco. Dopo una versione movimentata di “Shine” in stile “Alice nel Paese delle meraviglie”, parte un filmato con una versione reinterpretata di “Sgt. Peppers”, che prelude all’entrata di Robbie. E quando il suo volto appare sullo schermo, viene giù lo stadio.
Robbie parte secco, praticamente da solo – visto che la band che accompagna tutti è praticamente invisibile sotto due tende nel palco. Propone un mini set dei suoi successi solisti: “Let me entertain you”, “Rock DJ”, “Come undone”, “Feel” La voce ogni tanto lo tradisce, non è al massimo. Ma il carisma e la presenza scenica sono quelli dei tempi migliori: gigioneggia come solo lui sa fare, gioca con il pubblico in delirio, lo scalda, si permette pure di intonare “Walk on the wild side” facendosi seguire nel coro dallo stadio. Il trash non risparmia nemmeno lui, quando ricorda il 2006, l’anno dei “Campioni del mondo” e intona – ebbene sì, avete indovinato – il famigerato “Pooopopopopopooo”. Il set solista si chiude con una commovente “Angels”, dopodiché arriva un lungo (e inutile) break con acrobati appesi a funi che ballano sulla parete del palco, dove lo schermo è scomparso.
A quel punto si capisce, come mi fa notare un amico, che la scaletta l’han scritta gli avvocati: dopo la versione a 4, dopo il set solo di Robbie, si inizia con le canzoni di “Progress”, il disco della reunion a cinque, partendo da “The flood” che, didascalicamente, viene eseguita con cascate di acqua sul palco. Proprio quando inizi a chiederti “Ma quanto han speso?”, al centro del palco si materializza un altro enorme umanoide, che poco per volta verrà avanti sulla passerella e alla fine dello spettacolo avrà guadagnato il centro dello stadio, ritto in piedi con le braccia aperte, a metà tra una statuona dell’Oscar e il Cristo di Rio de Janeiro. In mezzo ci sono altre chicche trash, come gli scacchi umani su “Kidz” o gli improbabili gilè luminosi che la band esibisce nell’ultima parte dello show, e c’è un intermezzo acustico dove i cinque accennano a turno diverse hit per poi partire in una intensa (e, questa sì, sobria) versione di “Back for good”. Una canzone talmente bella che, almeno per un po’, fa dimenticare gli eccessi del resto dello spettacolo
E’ certo che, messinscena a parte, i Take That sul palco sembrano divertiti e affiatati. Anche autoironici, in certi momenti, come quando mimano il balletto di “Take that & party”. I balletti non sono molti, in verità, perché non sono più i ragazzini di una volta, e lo sanno. Però eccome ci sanno fare, quando non esagerano e non devono stupire a tutti i costi con effetti speciali.
La serata si chiude su “Relight my fire” ed “Eight Letters”, mentre le braccia del Cristo/Oscar ritornano verso i fianchi (qualcuno nota che l’oscillazione a scatti sembra alludere ad un gesto non proprio educato). I Take That salutano ed escono. Il pubblico sciama verso l’uscita, soddisfatto. E’ stata una bella serata di pop, nel bene e nel male. Take That, and go home . O, come si dice dalle nostre parti, ciapà su e porta a cà.
(Gianni Sibilla)






