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Live Report: Gomez @ Magazzini Generali, Milano 14/04/12

Aprile 15th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Per la serie: i piccoli misteri del rock’n'roll. Perché i Gomez in questi anni non sono mai diventati “famosi”? Non è semplice dare una risposta. Di dischi molto sopra la media ne hanno fatti diversi: “Bring it on” e “Liquid skin” su tutti. Dai loro esordi nel 1998, hanno sempre dimostrato un’ottima capacità di unire un gusto per la melodia tipicamente Brit alla sperimentazione sonora. Sono stati perfino in grado di piazzare diversi singoli nelle serie TV americane, da “Dr.House” a “Grey’s Anatomy”. Niente da fare: più si esamina la questione, meno se ne viene a capo. Per carità: la band inglese in questi anni si è costruita una solida nicchia di appassionati, soprattutto in patria e negli Stati Uniti, ma stupisce come non lo abbia fatto anche nel resto d’Europa e del mondo vista la sua qualità.

Dopo averli visti dal vivo stasera a Milano, i dubbi aumentano. Il concerto dei Gomez ai Magazzini Generali, seconda tappa del tour italiano, è stato l’ennesimo scherzo del destino: ottima performance, arrangiamenti e scaletta impeccabili. Davvero nulla di cui lamentarsi.

Sono le 20.45 quando il gruppo sale sul palco. Del resto, vista l’incombente serata discotecara è l’unico modo per riuscire a suonare due ore. E si parte col botto. Il synth di “Get miles”, a breve raggiunto da basso e chitarre bluesy, dà l’assist alla voce di Ben Ottewell. Il pezzo carbura lentamente, ma costruisce un crescendo implacabile. E’ il segno che sarà uno show coi fiocchi.

Tocca poi alle progressioni acustiche di “These 3 sins”, con Ian Ball alla voce, sparigliare le carte e gettare un po’ di spensieratezza nell’aria. Per il terzo brano “The place and the people”, estratto dall’ultimo album “Whatever’s on your mind”, al microfono c’è invece il polistrumentista Tom Gray. Nota bene: i Gomez hanno tre cantanti, tutti di buon livello. Cosa che non molte band possono permettersi.

La scaletta pesca poco dall’ultimo disco, ma tocca invece tutta la discografia del gruppo. Ad inaugurare la serie di ballate pop, una delle varie specialità della casa, ci pensa “See the world”, con i suoi riff di chitarra acustica. Non è un caso se l’hanno scelta per la colonna sonora del “Dr.House”: non è un pezzo per palati finissimi, ma scorre via che è un piacere. Ma la forza della band si Southport è anche e soprattutto questa: la capacità di costruire piccoli Bignami del pop-rock, con un orecchio ai Beatles e un’altro al folk dei “redneck” americani. Come “Catch me up”, che vede di nuovo Tom Gray alla voce, o come la malinconica “We haven’t turned around”, forse uno dei pezzi più belli mai scritti dal quintetto.

“Get myself arrested” è invece uno dei brani più apprezzati e cantati dal pubblico, mentre “Airstream driver” esalta le doti non comuni del batterista Olly Peacock e trascina con il suo muro di chitarre appoggiato su un synth bello quadrato. Pop cubista di classe. Il pubblico, entrato alla spicciolata durante i primi tre pezzi, neanche a dirlo a causa dell’orario di inizio dello show, inizia incuriosito e mano a mano diventa più caldo. Anche chi, e probabilmente sono la maggioranza, non ha grandissima familiarità con il repertorio del gruppo.

Del resto è difficile non rimanere intrappolati nel pastiche sonoro dei Gomez: prendete “In our gun”, che comincia felpata, con il basso di Tom Gray a costruire trame jazz, e chiude tesa ed elettronica con lo stesso basso stavolta del tutto distorto. Oppure si potrebbe citare la spassosa “Machismo”, che strizza l’occhio a ritmiche hip hop. A chiudere il set regolare ci pensa invece “How we operate”, che dopo il riff iniziale lascia sola la voce di Ben Ottewell prima di ripartire a tutta velocità e chiudersi con una sorta di jam session, con un Peacock ancora da applausi. Semplicemente un gran bel pezzo.

Al rientro per i bis c’è subito “Devil wil ride”, coinvolgente cavalcata rock in odore di gospel. Tom Gray, come spesso ha fatto durante il concerto, incita la folla e gigioneggia. Tocca a poi a “Make no sound”, suonata in modo impeccabile e arricchita ancora da una coda strumentale di ottimo gusto, avvicinarsi ai titoli di coda. Sono sole le 22.30, ma tant’è. I Gomez chiudono con l’orecchiabile singolo “Options”, meritandosi gli applausi di un pubblico ormai conquistato.

Poi, mentre si esce dai Magazzini Generali, non si può non tornare con la mente alla nostra domanda iniziale. “Ma perché i Gomez non sono famosi?”. Certo, nessuno di loro ha il phisique du role della rockstar. Sembrano più dei nerd, a dirla tutta. Ma questo non basta a risolvere l’arcano. Se verranno rivalutati negli anni a venire, perlomeno potremo concederci un frase di rito. “Ve l’avevamo detto”.

(Giovanni Ansaldo-Marco Jeannin)

Scaletta:

Get miles

These 3 sins

The place and the people

See the world

Catch me up

Get myself arrested

We haven’t turned around

Airstream driver

I will take you there

Our goodbye

Here comes the breeze

In our gun

Machismo

Rhythm & blues alibi

GirlShapedLoveDrug

How we operate

Encore:

Devil will ride

Make no sound

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Live Report: Maccabees @ Magazzini Generali, Milano 12/02/12

Ffebbraio 13th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Fa un freddo cane, le strade sono gelate nonostante il sale, e la domenica sera non è mai una collocazione fortunata per un concerto. Mettiamola così, almeno non nevica, e di questi tempi è già grasso che cola. Eppure… Eppure quella dei Maccabees a Milano è stata una data pressoché perfetta. Ottima gente, ottima band, ottima musica. Poco prima delle nove salgono sul palco i We Are Augustines, trio newyorkese dall’entusiasmo a dir poco contagioso. Se esistesse lo “stadium indie rock” come genere, loro ne sarebbero di certo i capi indiscussi. I pezzi proposti sono una manciata, ma bastano a conquistare la nutrita (e ben predisposta) platea meneghina, grazie anche ad una notevole quantità di cori, riffoni sanguigni e schitarrate ad libitum. Forse un pelo ripetitivi, questo va detto, ma direi comunque un’ottima apertura, quantomeno ideale per scaldare gli infreddoliti. Per chi li volesse rivedere a breve, Billy McCarthy e compagni saranno ospiti di Letterman il 24 febbraio. In bocca al lupo. Per quanto riguarda i Maccabees invece, c’è ben poco da fare gli auguri. La band inglese (in formazione classica a sei con voce, due chitarre, basso, batteria e tastiere), ha già ufficialmente fatto il botto, tanto in patria quanto oltre confine: il pubblico di Milano stupisce per competenza, coinvolgimento e attaccamento alla maglia, la platea le sa tutte e ha una gran voglia di farsi quattro salti. Lo spettacolo parte subito in quarta con l’ottima “Child”, introdotta manco a dirlo da “Given to the wild (intro)” che accoglie la band on stage. Vengono poi sparate a raffica “Feel to follow”, “Wall of arms” e una tiratissima “No kind words”, giusto per buttare le fondamenta del set.

I Maccabees sono in palla, il suono arriva pieno, quasi massiccio, e la voce di Orlando Weeks rasenta la perfezione in quanto a intonazione e interpretazione. Niente da dire, chapeau. Il motore così ben oliato e carico permette ai Nostri di mettere sul piatto una parte centrale ottimamente bilanciata e tecnicamente impeccabile, giocata sull’alternanza di momenti più soft e crescendo irresistibili (uno dei marchi di fabbrica della band albionica), trainati dai tre White, Hugo, Will e soprattutto Felix, questa sera particolarmente ispirati. Molto bene la bella “Glimmer”, già convincente su disco, strepitosa la combo “Went away” / “William Powers”. Dal palco arrivano poche parole, Weeks non è quel gran comunicatore, ma poco importa. Sono i pezzi a parlare per tutti, e tanto basta. “First love” riporta ai tempi di “Colour it in” e viene accolta con un significativo boato, giusto per sottolineare che buona parte dei presenti segue la band fin dagli inizi; idem dicasi per “X-ray”, una vera scheggia indie rock, affilata a dovere. “Can you give it” è lo spartiacque che introduce alla tripletta che chiude il set regolare, nel dettaglio “Forever I’ve known” (forse uno dei momenti migliori dell’intera discografia della band) e due tra i pezzi più attesi della serata, “Love you better”, amatissima opening track del fortunato “Wall of arms”, e il singolo tratto dal nuovo “Given to the wild”, “Pelican”, che scatena le danze dei Magazzini. Weeks ringrazia sinceramente colpito da cotanta risposta, e i sei guadagnano il backstage per pochi minuti. Il rientro quasi immediato conta tre pezzi, una “Unknow” penalizzata dalla ripartenza a freddo, ma comunque di grandissima qualità, seguita da una molto più convincente e spigliata “Precious time”, e da quello che a tutti gli effetti si candida come pezzo di chiusura per eccellenza da qui alla fine dei tempi per i Maccabees: “Grew up at midnight” è il finalone in crescendo, il commiato in pompa magna.

Arrivati a questo punto, resta poco da dire. I Maccabees hanno messo in piedi un set senza sbavature, a tratti travolgente come raramente capita di vedere. Poche chiacchiere: sanno suonare e lo fanno molto, molto bene. Sia ben chiaro, ci avevano già convinto su disco, ma vederli live ha rafforzato non di poco questa convinzione: sono davvero una delle band migliori in circolazione. E poco importa se per vederli in azione abbiamo dovuto sfidare un freddo impossibile. Vorrà dire che la prossima volta ci vestiremo più pesanti.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Given to the wild (intro)”

“Child”

“Feel to follow”

“Wall of arms”

“No kind word”

“Glimmer”

“Went away”

“William Powers”

“First love”

“X Ray”

“Can you give it”

“Forever I’ve known”

“Love you better”

“Pelican”

“Unknow”

“Precious time”

“Grew up at midnight”

Live Report: Kooks @ Alcatraz, Milano 27/10/11

Ottobre 28th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Stasera, a Milano, si respirava una leggera brezza proveniente dalla costa inglese, che da Brighton è giunta sino all’Alcatraz. Questo piacevole venticello, che man mano incalza sino a diventare un uragano, si chiama Kooks. Sold out per la band capitanata da Luke Pritchard, giovane indie di belle speranze, che ha dato il meglio di sé sul palco meneghino. Tantissimi i fan, di un’età compresa tra i 18-20 (parecchi) e i 40 ed oltre, acconciati alla Pritchard maniera: maglietta bianca o a righe, cardigan o giacchetta slim, pantalone con risvolto e scarpa stringata. Questo per lui. Per lei, invece, vestitino o t-shirt abbinata a calzoncini/gonnellina, calza scura, stivaletto o parigina con tacco basso. Tra il pubblico, spunta anche Benedetta Mazzini, figlia di Mina e nota rocker e attrice. L’atmosfera è già bella calda e Luke e soci salgono sul palco intonando “Is it me?”. Cominciano le danze.

Una pedana rialzata, montata a bordo palco, permette al leader dei Kooks di farsi vedere da tutti, persino da quelli che il concerto se lo vogliono gustare in fondo, fuori dalla ressa. Arriva subito la cantatissima “Always where I need to be” e il pubblico è già in delirio. Al termine del brano Luke testa il suo italiano “Grazie, grazie”, e per ora non aggiunge altro. Arrivano veloci “Sofa song” e “Match box”, tutti saltano e si dimenano, band compresa. “State bene? Noi stiamo benone. E’ bellissimo essere qui con voi”, urla Luke in un inglese strettissimo. “Questa che stiamo per suonare fa parte del nostro nuovo disco, ‘Junk of the heart”, e il gruppo attacca “Rosie”. E’ un intonato vero Pritchard e il resto dei musicisti non è da meno in quanto a bravura. Incalza “She moves in her own way”, pezzo tra i più cantati, al termine del quale il frontman ride in segno di assenso e di felicità, poi ci riprova con la nostra lingua “Grazie, grazie, non parlo italiano, grazie”, cavandosela egregiamente. Si continua a danzare su “Killing me, “Eskimo kiss” e “You don’t love me”. Brevissima pausa, Luke imbraccia la chitarra acustica e sale sulla parte rialzata del palco: “Ora vi vedo tutti”, esclama e saluta con la mano. Da solo intona “Seaside” e “Tick of time”, momento molto romantico del live. Si scivola veloci verso la fine, ancora qualche brano come “How’d you like that “ e “Mr Nice Guy” fino a giungere ad uno dei primi episodi dei Kooks, “Ooh la”: “Questa canzone è tra le prime che abbiamo scritto” dice il cantante. Asciugandosi un po’ il sudore, Pritchard esclama “Mi servirebbe la fascetta ma non ce l’ho”. Per chi non lo sapesse, la fascetta a cui l’artista fa riferimento è quel cordino elastico portato per “domare” le proprie capigliature dai ragazzi filo hipster, gli MGMT possono essere un esempio ben rappresentativo. La fine del live sembra essere decretata da “Shine on” e da “Do you wanna”, ma Luke e soci, dopo essersi fatti un pochino acclamare tornano sul palco. Un sorso di birra e il gruppo attacca “Saboteur” e la title track dell’ultimo lavoro, “Junk of the heart”. La conclusione del live è tutta per “Naive”, che ha portato i Kooks nell’olimpo musicale, cantata da tutti i presenti. Un ragazzo, mentre usciamo dal locale esclama :”Mi è piaciuto da Dio”. Non si può trovare alcuna espressione migliore di questa.

(Rossella Romano)

Setlist:

1.Is it me?

2.Always where I need to be

3.Sofa song

4.Matchbox

5.Rosie

6.She moves in her own way

7.Killing me

8.Eskimo kiss

9.You don’t love me

10.Seaside

11.Tick of time

12.See the sun

13.How’d you like that

14.Mr Nice guy

15.Ooh la

16.Shine on

17.Do you wanna

18.Saboteur

19.Junk of the heart

20.Naive

Live Report: Bob Dylan @ Alcatraz, Milano 22/06/11

Giugno 23rd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Bob Dylan è un iconoclasta di sé stesso. Non ama le celebrazioni, questo lo si è sempre saputo. E si diverte a fare a pezzi il suo mito in modo sistematico da anni. Poche interviste, pochissime ruffianerie verso il pubblico. Ma soprattutto un approccio al palcoscenico da vecchio crooner più che da superstar, un ruolo che lui potrebbe sicuramente concedersi molto più di chiunque altro. Eppure Dylan è così: il suo “Never ending tour” è di fatto in piedi dal 1988, salvo poche pause, e il fatto che stasera sia a suonare in Italia di per sé non è una novità sconcertante.
Eppure il luogo scelto per questo concerto milanese da tutto esaurito è proprio il motivo per cui ha senso essere qui, nonostante i 70 euro non proprio accessibili del biglietto. L’Alcatraz, per la capienza e il “contatto” tra palco e spettatori, è perfetto per Bob e la sua band. È un po’ come stare in un club americano, il luogo ideale per un cowboy settantenne che non ha la minima voglia di sentirsi più giovane.
Sono circa le 21.15 quando la voce di un roadie, come succede ad ogni data, annuncia l’inizio dello show: “Signore e signori, ecco l’uomo che ha costretto il folk ad andare a letto con il rock’n'roll. Signore e signori, l’artista della Columbia Bob Dylan!”, annunciano gli altoparlanti. Un’introduzione d’altri tempi. Ed ecco che compare Bob: giacca e pantaloni scuri, camicia bianca e cappello nero dove spunta una penna rossa. Quasi un Hank Williams dark. Con lui la band guidata dal bassista Tony Garnier, sideman e arrangiatore fidatissimo. Parte una versione blues e sporca di “Leopard-skin pill-box hat”: come al solito ci vuole qualche secondo prima di riconoscere le canzoni, ma questa è una delle tante sfide alle quali si va incontro nei live di Mr.Zimmermann.
Già dai primi pezzi però il cantautore dimostra di essere in serata e regala diverse chicche: non capita di sentire spesso “When I paint my masterpiece”, memoria dei tempi in cui flirtava con The Band. Bellissima “I don’t believe you (She acts like we never have met)”, un pezzo che nel ‘64 suonava come lo sfogo di un giovane innamorato e oggi, con la voce da orco che si ritrova Bob, sembra il lamento di un vecchio rancoroso. Una versione che sarebbe piaciuta a Tom Waits, per capirci.
Dopo l’ottimo inizio però c’è qualche discreto calo di tensione. Soprattutto nelle esecuzioni più “scolastiche” dei brani più recenti come “Spirit on the water”, estratta da “Modern times”, e “Tweedle dum & tweedle dee”. Ma non sempre le canzoni scritte negli ultimi anni sfigurano, anzi. “Can’t wait” ad esempio, pubblicata nell’anno domini 1997, è un vero tuffo al cuore con il suo riff tagliente e i ruggiti della voce di Dylan.
Il folksinger di Duluth, come detto, è in ottima forma: si muove spesso tra organo e chitarra, quando non impugna solo l’armonica improvvisando perfino qualche timido passo di danza. Sa di essere un po’ anacronistico, di trovarsi in un’epoca che non gli appartiene. Ma è astuto a trasformare questo aspetto in un punto a suo favore. Ogni tanto, udite udite, sorride pure. Tutti si aspettano i suoi classici, ovviamente. E i classici arrivano, purché si abbia l’abilità di riconoscerli. “Visions of Johanna” viene riproposta quasi come una ballata da prateria, mentre Mr.Tambourine la accarezza a tratti con la voce. Non immediata, ma in fondo molto toccante.
I momenti più intensi della serata in realtà arrivano dopo la prima ora di live: prima con “Forgetful heart”, contenuta nell’ultimo disco in studio “Together through life”, dove Dylan dà il meglio di sé aiutato da un violino in primo piano. E poi con una rauchissima “Ballad of a thin man”, dove quel “You don’t know what it is, do you Mr.Jones?” diventa quasi un rantolo accompagnato dal solito blues della band. Emozionante.
C’è ancora tempo per i bis, dove Dylan regala tre pezzi da Novanta come “Like a rolling stone”, neanche a dirlo la più cantata e apprezzata, e due versioni a stento riconoscibili di “All along the watchtower” e “Blowin’ in the wind”. Su quest’ultima in particolare tra il pubblico scatta perfino qualche risata, visto l’arrangiamento che trasforma lo storico inno in una specie di strano valzer folk.
Bob Dylan però è così, prendere o lasciare. La sua forza è quella di saper comunque intrattenere, a costo di un’imprevedibilità costante che può a volte diventare fastidiosa, soprattutto per chi non conosce bene le sue canzoni. Però riesce anche a dimostrare ogni volta che a lui piace davvero essere ancora sulla strada, non lo fa per lucrare su quello che è stato. Semplicemente suona, riarrangia e spesso storpia le meravigliose canzoni che ha scritto in tutti questi anni. Incurante del mito che lui stesso ha creato.

(Giovanni Ansaldo)

Setlist:

1. Leopard-Skin Pill-Box Hat
2. When I Paint My Masterpiece (Bob on guitar)
3. ‘Til I Fell In Love With You
4. I Don’t Believe You (She Acts Like We Never Have Met)
5. Summer Days
6. Spirit On The Water
7. Tweedle Dee & Tweedle Dum (Bob on guitar)
8. Can’t Wait
9. The Levee’s Gonna Break
10. Visions Of Johanna
11. Highway 61 Revisited
12. Forgetful Heart
13. Thunder On The Mountain
14. Ballad Of A Thin Man

(encore)
15. Like A Rolling Stone
16. All Along The Watchtower
17. Blowin’ In The Wind

Live Report: Converge @ Latte Più, Brescia 11/06/11

Giugno 14th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Converge live: un’esperienza, un pugno in faccia, un’ora di violenza da assimilare lentamente e far decantare. Jacob Bannon si presenta sul palco del Latte Più intorno alle undici e trenta per l’unica data italiana della band di Salem: giacchetta “The north face” chiusa incredibilmente fino al collo (tatuatissimo), pantaloncini corti e adrenalina a livelli altissimi. Durante il soundcheck passeggia nervosamente lungo il palco del locale bresciano come un leone in gabbia. Poi, senza quasi preavviso, scatta la violenza: luci accese per tutto il set e fiato agli amplificatori. Venti pezzi in scaletta, contando i due al rientro. Metalcore grezzo, aggressivo, incredibilmente feroce. Un sound perfetto che entra nelle viscere e scuote le fondamenta: vedere i Converge suonare è impressionante. Newton e Ballou non stanno fermi un secondo, si dimenano continuamente lanciando imperterriti secchiate di sudore che vanno a benedire le prime file. Koller alla batteria pesta senza tregua e Bannon, beh, lui è il fuoriclasse, il leader carismatico, un Henry Rollins altrettanto furibondo ma molto più asciutto in quanto a muscoli, padre indiscusso di quel muro sonoro che dal lontano ’91 lede gentilmente i timpani di generazioni di giovanotti conquistati dalla furia omicida di questa band oggi seminale. Perché i Converge sono questo: la gente poga, si ammazza, volano scarpe e denti, e loro se ne stanno beati con gli occhi iniettati di sangue a deflorare basso e chitarra, abbaiando al microfono, dedicando pezzi tutt’altro che teneri addirittura alla persona amata (“On my shield”). Ci mancavano solo le dediche amorose dei Converge. Bannon ringrazia il foltissimo pubblico bresciano che, incassato il primo, tremendo blocco (“Concubine”, “Dark horse”, “Heartache” e “Hellbound”), è già in forte debito d’ossigeno. Il set, come già accennato, dura un’oretta circa. Giusto il tempo di presentare un ottimo mix di pezzi pescati sostanzialmente dagli ultimi quattro album – stupende “Worms will feed/Rats will feast”, “Damage”, “Cutter”, la titletrack dell’ultimo lavoro, “Axe to fall”, più “The high cost of playing God” da “When Forever Comes Crashing” del 1998 – e una gustosissima novità, “Runaway”, appena pubblicata su un sette pollici in comproprietà con i Dropdead, band hardcore punk di Providence, Rhode Island. Suonate le dodici e trenta (tabella di marcia imposta dall’incombere di un lungo viaggio notturno che da Brescia porterà la band in quel di Parigi) arrivano i saluti con “Eagles become vultures” e “The broken vow”. Due minuti di pausa e di nuovo sul palco (con Koller che aizza simpaticamente la platea suggerendo il classico “two more songs!”) per “Drop out” e “Last light” che chiudono definitivamente il set. Le luci si spengono, le orecchie ottengono una meritata tregua e chi vuole può avvicinarsi al palco per salutare la band che, come da tradizione, si ferma ad amplificatori spenti a stringere mani, elargire copiosamente abbracci e fare quattro chiacchiere con i fan più calorosi. Senza girarci intorno, i Converge visti a Brescia, guidati da un Bannon in formissima, hanno dimostrato per l’ennesima volta (non che ce ne fosse bisogno) di essere la band di riferimento in campo metalcore. Non per chissà quale motivo: semplicemente sono meglio di tutti gli altri. E dal vivo la differenza è ancora più lampante. Provare per credere.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Concubine”

“Dark horse”

“Heartache”

“Hellbound”

“Lonewolves”

“Runaway”

“Bitter and then some”

“The high cost of playing God”

“Reap what you sow”

“Cutter”

“Worms will feed/Rats will feast”

“On my shield”

“Axe to fall”

“Wishing well”

“Damage”

“First light”

“Eagles become vultures”

“The broken vow”

“Drop out”

“Last light”

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