Live Report: Sinead O’Connor @ Teatro Smeraldo Milano 07/07/2006
Luglio 9th, 2006 in Archivio by Redazione Rockol

Rieccola la “cantantessa” di Dublino, a sconfessare una volta di più l’annuncio del ritiro dalle scene intimato circa tre anni fa. E’ un tour, quello approdato fra i velluti dello Smeraldo di Milano, prima di muovere alla volta di Padova e Arezzo, con cui Sinead O’Connor sta presentando gli inediti frutti musicali della sua recrudescente fissazione per la teologia. Sin dagli esordi (vedi l’album dell’87, “The lion and the cobra”, titolo ispirato al Salmo 91), la cantautrice ha spesso mostrato una propensione ai riferimenti biblici ma adesso, dopo l’infatuazione per il rastafaresimo (l’album di reggae covers dello scorso anno, “Throw down your arms”), l’impronta teologica dei suoi testi si è fatta più esplicita e radicale, legittimando così la scelta di una performance rigorosamente acustica, più consona al messaggio spirituale delle nuove canzoni. Due sedie, altrettanti microfoni, e chitarre acustiche parcheggiate su un palcoscenico disadorno, è quel che si presenta agli occhi dei 900 paganti accorsi allo Smeraldo. A bordo palco, omaggio di qualche fervido ammiratore, campeggia un girasole infilato in una bottiglia di plastica. Sinead si materializza in scena scalza, sorridente e con un vestito che esalta la sua gravidanza (il quarto figlio che arriverà a dicembre, poco dopo il suo 40esimo compleanno). Ad accompagnarla c’è l’anziano Steve Cooney, chitarrista di origini australiane considerato fra i massimi specialisti della musica tradizionale irlandese. Voce cristallina e morbidi accordi folk su cui si inseriscono i contrappunti della chitarra di Cooney, la controversa cantautrice esordisce con un’incursione nel suo repertorio passato. Prima “The healing room” e, a seguire, “Black boys on mopeds”, “Junkie lies” e un’eterea versione di “Last day of our acquaintance”, anno di grazia 1989. Fra il pubblico prende piede la speranza che, nonostante quanto preannunciato, la O’Connor possa regalare altri graditi ripescaggi. E invece, uno dopo l’altro, esegue i brani che finiranno nel nuovo disco (“Theology”, in uscita il prossimo autunno). Si tratta di delicate ballate folk, litanie in odore di spiritual, dall’andatura lenta e l’atmosfera liturgica, che citano i profeti e i passaggi cruciali dei salmi delle sacre scritture. Il pubblico applaude ma è tangibile il desiderio di un “fuori programma”, di un finale di scaletta che possa interrompere il clima fin troppo intimo e ritmicamente blando del concerto. Desiderio al quale la O’Connor sembra replicare con un’inaspettata cover di “Rivers of Babylon” (reggae hit del ‘69 ispirata anch’essa a un salmo della Bibbia, lanciata dai Melodians e poi ripresa con successo e in versione disco dai Boney M) e, soprattutto, con una pugnace rilettura di “Downpressor man” di Peter Tosh, già rivisitata in “Throw down your arms”. Lo show si chiude dopo circa un’ora e mezza con “Throw away your stony heart” di Ras Michael & The Sons of Negus, un ulteriore tributo alla cultura rasta. Inutili i tentativi del pubblico di strapparle altri bis. Richiamata a gran voce, Sinead si riaffaccia sul palco, sorride imbarazzata e passandosi una mano sull’addome prominente lascia intendere che è ora di andare a dormire. Un inchino a mani giunte e poi via, a raggiungere i figli nel backstage e a riprendersi la sua esistenza. Sempre più lontana dalle regole e gli affanni del music-biz.
(Leo Mansueto)
