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Live Report: Billy Bragg @ Spazio 211, Torino 12/05/11

Maggio 13th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Plettri, asciugamani, bacchette, rose, tamburelli. In anni di concerti dai palchi si è visto buttare di tutto. Ieri sera, allo Spazio 211 di Torino, l’inglesissimo Billy Bragg ha chiosato la sua performance con il lancio di una bustina da tè, bevanda miracolosa che sorseggiava tra un pezzo e l’altro nel tentativo di mantenere l’intonazione (è un rimedio, ha scherzato, suggeritogli da Madonna). Nonostante il profilo espanso da un incipiente “beer belly” e i capelli ingrigiti, a 53 anni Bragg resta un performer coinvolgente e comunicativo, sempre magistrale nel mischiare “pop & politics” alternando incitazioni appassionate ad aneddoti divertenti. Un cantastorie e un entertainer a cui bastano una chitarra (elettrica, per gran parte dello show, acustica per un paio di numeri) e una lingua sciolta (che si sforza di rendere comprensibile, a dispetto dell’accento cockney) per tenere insieme un’ora e tre quarti di show senza cali di tensione. Resta la sintesi migliore possibile sulla piazza tra Woody Guthrie, omaggiato con tre canzoni autografe, e i Clash, il cui concerto al Rock Against the Racism del 1978 a Londra rappresentò la sua personale epifania (lo racconta sempre, anche stasera). Di Guthrie racconta l’infatuazione per Ingrid Bergman, nata dalla visione del film “Stromboli”di Rossellini che gli ispirò le metafore sessuali del vulcano in eruzione. E ricorda implicitamente che anche la sua chitarra ammazza i fascisti, legando l’antica “All fascists” del maestro alla sua “The battle of Barking”, resoconto di una significativa vittoria elettorale conseguita nel distretto dell’Est londinese in cui è nato. Tra le pennate fiere ed energiche di “NPWA” (che significa “niente potere senza responsabilità”) rende attuale il suo messaggio politico prendendo di mira il WTO, le grandi banche e la globalizzazione selvaggia; poco prima, sbeffeggia un discorso di George W. Bush che al G7, dopo l’esplosione del “credit crunch”, invocò la difesa del capitalismo democratico (“Un ossimoro, una contraddizione in termini: come l’intelligenza militare, il football americano e il bunga bunga”). Combatte il cinismo (“Non solo quello di Berlusconi e di Tony Blair, ma quello – più pericoloso – che alberga dentro di noi), i fascismi e i razzismi, sventolando orgoglioso le sue canzoni-inno e dichiarandosi inguaribile ottimista, sempre disposto a vedere il bicchiero mezzo pieno (“Tomorrow’s going to be a better day”, una delle quattro selezioni dal recente Ep “Presssure drop” nato a commento dell’omonimo show teatrale). Ma è anche un delicato osservatore dei sentimenti e dell’Uomo Comune, un Ken Loach o un Mike Leigh del pentagramma capace di schizzare vividi quadretti di vita quotidiana e di esprimere grandi tenerezze in ballate come “A lover sings”, “The Saturday boy”, “Greetings to the new brunette”, “Must I paint you a picture” e “Tank park salute”, meravigliosa e struggente dedica al padre scomparso. E’ loquace come sempre: ricorda che è troppo tempo che manca da Torino (“Quanti sono? Quindici, diciassette anni?”), suscita sincere risate giocando sull’equivoca assonanza tra mais e mice (topi), a proposito degli ingredienti dell’insalata che ha mangiato per pranzo, coinvolge il pubblico a cantare in coro “The milkman of human kindness”, “Levi Stubb’s tears” e l’inno sindacale di “There is power in a union” come in un classico hootenanny dopolavoristico e proletario, accarezzando e maltrattando le corde da “rocker compassionevole” quale è sempre stato. Fino all’apoteosi finale dell’immancabile “A new England”, manifesto di un uomo e musicista consapevole che “la musica non può cambiare il mondo, ma può spingere le persone a farlo”. Impagabile.

(Alfredo Marziano)

Setlist

The world turned upside down”

To have and to have not”

The price I pay”

Greetings to the new brunette”

Tomorrow’s going to be a better day”

Ingrid Bergman”

Way over yonder in the minor key”

A lover sings”

NPWA”

Sexuality”

The battle of Barking”

All you fascists”

The Saturday boy”

Must I paint you a picture”

There will be a reckoning”

The milkman of human kindness”

Levi Stubbs’ tears”

I keep faith”

There is power in a union”

(bis)

Tank park salute”

A new England”

Live Report: Wilco @ Spazio 211 Torino 17/07/2007

Luglio 18th, 2007 in Archivio by Redazione Rockol

Neppure un black out ha fermato i Wilco, nel concerto che martedì 17 luglio ha chiuso il bel festival torinese organizzato allo Spazio 211. Proprio durante l’esecuzione di “Spiders”, il momento di massima tensione elettrica dello show, è mancata la corrente, sul palco è calata l’oscurità e gli strumenti si sono ammutoliti di colpo. Non tutti, perché il batterista Glenn Kotche ha continuato a pestare sui tamburi, mentre il pubblico e il resto del gruppo continuavano a cantare e a battere ritmicamente le mani per poi riprendere, dopo una pausa eterna, esattamente dal punto in cui avevano interrotto. Uno spettacolo nello spettacolo che ha regalato, inopinatamente, il momento più bello e intenso della serata. L’ultimo album della band di Jeff Tweedy, “Sky blue sky” ha diviso la critica, facendo rimpiangere ad alcuni lo sperimentalismo e il gusto postmoderno di dischi come “Yankee hotel foxtrot” e “A ghost is born”: ma in concerto vecchie e nuove canzoni, queste ultime proposte in abbondanza, si combinano senza problemi, grazie anche ad esecuzioni impeccabili e ai suoni nitidi e ben calibrati. Tweedy, paffuto e in camicione a quadri che fa molto America di provincia, sembra molto rilassato, salvo schivare risolutamente le richieste di brani “poco brillanti” dal vecchio catalogo e preoccuparsi continuamente delle sorti di uno sventurato che ha deciso di festeggiare il compleanno vomitando in prima fila. Il resto della band è un esempio di concentrazione, compattezza e cura del dettaglio: Kotche e John Stirratt (bella voce di controcanto) compongono una sezione ritmica vigorosa ma anche attenta alle sfumature, ai break, ai controtempi, alle sottili variazioni di tempo che spesso scompaginano le carte in tavola; il tastierista/rumorista Mikael Jorgensen (occhialini, maglietta a righe orizzontali e faccia da “nerd”) e il multistrumentista Pat Sansone (che assomiglia a Beck, fa una discreta scena e canta anche, oltre a suonare tastiere, chitarre, maracas e tamburelli) lavorano bene di copertura, colore e contrappunto mentre l’esperto chitarrista Nels Cline è il nuovo asso nella manica della band, abile nel pilotare feedback, pedali ed effetti e nello sciorinare assoli di volta in volta limpidi e frenetici (bellissimo quello di “Impossible Germany”), un po’ alt.country, un po’ avant jazz, un po’ Sonic Youth (su questo stesso palco dodici giorni prima).
Partono tranquilli con “Either way”, accarezzano morbide sonorità “Americana” con “Sky blue sky”, accelerano e spigolano con la vecchia “Handshake drums” (assalto a tre chitarre elettriche, ne seguiranno altri) e le nuove “You are my face” e “Shake it off”. “I am trying to break your heart” è un ricordo dell’estetica destrutturata dei dischi precedenti, e “Via Chicago” è il prototipo di quanto i Wilco sanno fare al meglio: chitarra acustica, melodia pigra e malinconica in stile country rock, steel sullo sfondo a disegnare panorami sconfinati, improvvise interferenze rumoristiche che travolgono e sommergono la canzone per poi dileguarsi nel nulla, in un emozionante alternarsi di pianissimo e fortissimo. Un’altra “highlight” della serata. C’è il soul morbido di “Jesus etc.” e il rock and roll di “I am the man who loves you”, il pop di “Hummingbird” e “Heavy metal drummer” e i riff un po’ Zeppelin un po’ boogie rock di “Walken”. Poi arrivano le sincopi e gli scatti nervosi di “Spiders”, che fanno venire in mente i Television di “Marquee moon” e scusate se è poco, e l’improvviso blackout di cui sopra. Ma siccome il coprifuoco scatta a mezzanotte precisa c’è ancora tempo per un paio di bis, altre melodie, altre chitarre, altra American music che sa un po’ di passato e un po’ di futuro e vive in un tempo e in un luogo tutto suo.

(Alfredo Marziano)

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