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Live Report: Other Lives@Tunnel, Milano 8/11/11

Novembre 9th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

A volte vedere un concerto è come avere una piccola rivelazione. All’improvviso, sembra di fiutare un moto nuovo nell’aria. E realizzare che quella che si ha di fronte è una band diversa dalle altre, che ha qualcosa in più da dire. Ecco, retorica a parte, per chi scrive questo è quello che è successo ieri sera al Tunnel di Milano di fronte agli Other Lives. Rockol aveva già scritto di “Tamer animals”, un bel disco di folk-pop orchestrale con canzoni solide e toccanti.

Ma dopo aver visto Jesse Tabish e compagni dal vivo questa sensazione è rafforzata: il gruppo di Stillwater ha davvero i numeri per uscire dal sottobosco underground perché la sua musica è complessa e stratificata, a tratti quasi progressiva, ma si muove con armonia e grazia, come un’onda. E perché ha da proporre delle belle canzoni, un dettaglio che non va mai trascurato.

Lo si capisce appena passate le dieci, quando la band americana fa timidamente la sua comparsa sul palco del Tunnel. Poi attacca “As I lay my head down” e in un attimo l’atmosfera cambia. Poi il concerto prosegue con il tappeto di trombe di “Dark horse”, che esalta la voce del frontman Jesse Tabish. Ecco, per quest’ultimo ci sarebbe da aprire un capitolo a parte: ha un carisma non appariscente ma forte e la sua voce è profonda, senza tempo.

Il set prosegue. “Landforms”, con le sua atmosfere da film americano anni ‘50, diventa piano piano una piccola suite, mentre Tabish balla come un indio muovendo i tasti del piano. A tratti passa alla chitarra acustica, come per il singolo “For 12″: un delicato folk rafforzato dalle fughe sonore della viola di Colby Owens. Un altro colpo al cuore, che fa capire perché i Radiohead abbiano voluto gli Other Lives come gruppo spalla per il loro nuovo tour americano. L’ottima “Tamer animals”, con la sua batteria nervosa, sembra invece rubata ai National di “Boxer”.

Il concerto non è basato solo sulle composizioni dell’ultimo disco: “E minor” è tratta dall’omonimo esordio “Other Lives”, un disco pop raffinato e anch’esso sottovalutato. A chiudere il set regolare arriva poi uno dei pezzi migliori della band: “Dust bowl III”, un folk desertico che si apre all’improvviso nei ritornelli, intenso come una danza della pioggia. Il momento più toccante della serata.

Il pubblico del Tunnel, partito abbastanza timido, si accende piano piano. Più i brani passano, più gli applausi si allungano. Al punto che la band fa due bis: nel primo arriva una splendida versione per piano e voce di “Black tables”, dove si sente tutta la venerazione vocale di Jesse Tabish per Thom Yorke. Nel secondo, tra le altre, compare addirittura la cover di “The partisan” di Leonard Coen, poco prima dei titoli di coda.

Gli Other Lives sono una band su cui ci sentiamo di scommettere per il futuro. Non conquisteranno le masse, ma la loro proposta artistica è originale, solida e dal forte impatto emotivo. E il frontman Jesse Tabish, timido ed educato fuori dal palco, quando calca la scena acquista un magnetismo invidiabile. La loro musica è ambiziosa, epica. Ma ha sempre un senso di precarietà e di sofferenza che la rendono interessante. Per citare il verso della loro gemma “Dust bowl III”, “Just like the wind blows into the great unknown”. Proprio come il vento che soffia nel grande ignoto.

(Giovanni Ansaldo)

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