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Live Report: Of Monsters And Men @ Teatro dell’Arte, Milano 16/09/12

Settembre 19th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Gli Of Monsters and Men sono una novità proveniente dall’Islanda, con un singolo inchiodato nelle prime posizioni delle classifiche italiane da mesi e che ha alimentato una certa attesa per la loro resa dal vivo.

Si potrebbero identificare come una piccola anomalìa radiofonica stagionale, soprattutto se posta in relazione ai “prodotti musicali” coi quali condividono il successo estivo (Gustavo Lima, Club Dogo, Flo Rida e… Pulcino Pio…) ma non solo, anche guardando il video del loro singolo è lampante come questo non segua per niente i classici canoni del “video dell’estate” o il tipico copione del promo-video per far conoscere il volto di una band emergente. Eppure la clip di “Little Talks” con il suo immaginario da cartone animato, i volti della band poco riconoscibili e i disegni astratti e mitologici, ha vinto su tutti i fronti. La canzone è conosciuta sia dal ragazzino in spiaggia che dalla casalinga di Voghera e non c’è troppo da stupirsi se il Teatro Dell’Arte di Milano risulta sold out per il loro concerto.  Il posto è particolarmente adatto per un live intimo e raccolto ma sarebbe stato un errore entrare con la convinzione di vedere un concerto in stile Von dei Sigur Ròs, perchè la storia risulta da subito molto diversa.

Di similare alla band islandese più importante nel mondo c’è solo il paese d’origine e un approccio culturale, chiaramente pervaso dal contatto con la natura.  Ma musicalmente sono storie diverse. Non hanno così torto coloro che azzardano ad accostare il nome degli Of Monsters and Men a quello degli Arcade Fire per esempio.  L’atmosfera di festa, la partecipazione del pubblico come parte integrante del live, il ritmo e il cantato corale, la strumentazione usata, l’interscambiabilità dei loro singoli elementi, sono tutte caratteristiche accostabili a quelle della band canadese.  Certo, gli OMaM sono più giovani, sono più inesperti degli Arcade Fire, come anche dei Mumford and Sons e il loro repertorio è ancora inberbe e immaturo, ma l’impatto che riescono a creare sul palco è notevole e  promette molto bene per il futuro. Sono in sette on stage, la loro disposizione iniziale li vede in fila e disposti orizzontalmente, al centro i due cantanti, un ragazzo biondo,piccolo e cicciotello, e di fianco una ragazza più delicata nei lineamenti che a noi ricorda un poco, e forse banalmente, Bjork. Una parte da protagonista di scena ce l’ha anche il batterista, un uomo di forte presenza scenica che chiede fortemente la partecipazione degli spettatori sin dalla prima canzone. E la ottiene. La platea applaude, tiene il tempo con le mani e ballicchia sin dalle prime note del live. Gia quando attaccano con “Dirty Paws”, che è anche la prima canzone del disco, la gente del teatro è pronta per rispondere. La musica si presta particolarmente, è molto orecchiabile ed ha sempre una forte componente ritmica,  la coralità delle voci dei due cantanti fa il resto. Notevole è il timbro di voce del cantante maschile, a volte vicino a tonalità in stile Fleet Foxes, a volte Midlake ma anche capace di muoversi verso territori più pop-rock. “Little Talks” arriva come decima canzone e la cantano tutti, anche se riflettendoci altre canzoni non avrebbero sfigurato se scelte come singoli.

Insomma, gli Of Monsters and Men portano a casa un concerto chiaramente breve, eseguono quasi tutte le canzoni da loro pubblicate, e  il pubblico presente, pur non conoscendole tutte, risponde molto bene dall’inizio alla fine con spontaneo coinvolgimento che sembra quasi gli appartengano già.

(Marco Danelli)

Setlist

Dirty Paws

From Finner

Slow & Steady

Mountain Sound

Skeletons

Your Bones

Love Love Love

King & Lionheart

Lakehouse

Little Talks

Six Weeks

Sloom

Yellow Light

Live Report: Mumford & Sons @ Teatro dell’Arte Milano 10/09/10

Settembre 11th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Forse i più sorpresi erano proprio loro, i Mumford & Sons. Probabilmente non si aspettavano che il loro primo concerto a Milano diventasse un piccolo trionfo. Quella di ieri sera al Teatro dell’Arte era la seconda volta in Italia per il gruppo inglese, dopo la data dell’anno scorso al Covo di Bologna. E a giudicare da com’è andata bisogna augurarsi che il gruppo guidato da Marcus Mumford torni presto, perché ha dimostrato di essere una delle band più interessanti in circolazione. C’è qualcosa di spirituale nella loro musica, che arriva prima allo stomaco che all’orecchio. Forse è questo che li rende così intensi, così trascinanti, soprattutto dal vivo.

A dire la verità, la serata non era cominciata proprio nel migliore dei modi. A causa delle lacune organizzative del teatro c’erano troppi spettatori nel parterre e circa 50 persone sono state costrette a spostarsi in galleria, una situazione che ha creato malumori più che comprensibili. Ad aprire il concerto, iniziato quindi con 45 minuti di ritardo, ci hanno pensato i Fanfarlo. La band londinese fonde folk e indie rock e ha regalato un’esibizione davvero niente male. Ma il piatto forte doveva ancora arrivare.

Quando i Mumford & Sons salgono sul palco sono già le undici e un quarto. Si parte con “Sigh no more” che, come spesso capita con i pezzi del gruppo inglese, parte piano, in modo quasi bucolico, per poi impennarsi e diventare un’irresistibile cavalcata folk. Così, quando il banjo di Winston Marshall inizia le sue pennate, il Teatro dell’Arte è già una polveriera. La cosa che stupisce è che, se si escludono due o tre pezzi, la band non usa la batteria. Ma francamente sembra non averne bisogno, per come riesce a infiammare il palco.

Come detto, si crea da subito un clima di festa. Anche gli artisti sono visibilmente stupiti, ma di certo non può che far loro piacere. Il cantante-chitarrista Marcus è la vera anima dei Mumford & Sons, nonostante il carattere timido e educato. Quando parla tra una canzone e l’altra, a volte in un italiano stentato, sembra quasi nascondersi. Ma quando imbraccia la chitarra e canta è tutta un’altra storia: la sua voce, che sa essere aspra o delicata a seconda delle occasioni, è il vero punto di forza di questa band. Ma i meriti non sono tutti suoi: il banjo di Winston Marshall ad esempio è altrettanto importante, soprattutto per la forza ritmica che riesce a dare ai pezzi.

Come detto, il pubblico reagisce alla grande, cantando a squarciagola le “hit” “Little lion man”, “Roll away your stone” e “The Cave”, forse il momento più intenso della serata. Ma non mancano anche episodi più riflessivi come l’ottima “Timshel”, che a tratti sembra un vero e proprio spiritual, o la tormentata “Thistle & weeds”, più elettrica e quasi psichedelica. C’è spazio anche per due nuove canzoni, “Nothing is written” e “Lover of the light”. Interessante la prima, da risentire la seconda.

Il set dura circa un’ora e mezzo e scorre via così, come un’onda, fino alla conclusiva e struggente “White blank page”, che diventa un vero e proprio tripudio per la band. Quando il gruppo esce dal palco tra gli applausi, ancora incredulo per l’accoglienza trionfale, Marcus strappa perfino una promessa. “Torneremo presto”, dice sorridendo. Non è detto, ma noi lo speriamo.

(Giovanni Ansaldo)

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