Blog

Live Report: An Evening Of Burlesque @ Teatro Smeraldo, Milano 30/01/12

Ggennaio 31st, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Il Burlesque è un’arte sublime, alla quale non si può assolutamente resistere. Si è vittime dello scintillio di lustrini, dei movimenti sinuosi di ventagli di piume e si è accecati letteralmente dalla luce emanata da queste creature divine. A metà tra showgirl e dive, assolutamente padrone di palco e movimenti, queste artiste sono capaci di trasportarti nei mondi da loro creati: dal negozio di caramelle, all’Inghilterra di Emily Bronte sino ai fasti del Circo. Come narra la storia, il Burlesque è nato nell’Ottocento in Inghilterra e viene successivamente esportato negli USA. Di impronta comica e teatrale la scuola inglese, basata sullo strip e sullo stile “showgirl” quella statunitense, questa forma di espressione soddisfa qualsiasi palato. Stasera di palati soddisfatti ce ne sono stati parecchi. Al Teatro Smeraldo, infatti, è andata in scena “En evening of Burlesque”, kermesse di performer inglesi del genere, tutte di nota fama internazionale. A guidare gli spettatori nello sfavillante susseguirsi delle star, Miss Ivy Page, sensualissima e burrosa cantante dalla chioma rosso fuoco, che apre lo spettacolo intonando “Why don’t you do right”, introdotta dalla coreografia di quattro conigliette. Le performance sono quasi tutte accompagnate da un trio di musicisti, che suonano pezzi vintage dal vivo. Il palco prende subito vita con l’esibizione della splendida Slinky Sparkles, deliziosa caramellaia dal fisico statuario. Senza esitazioni, i bon bon vengono sostituiti dall’irriverenza della “perfetta rosa inglese” (“a perfect english rose”) come la definisce Ivy: è Ginger Blush, che con la sua freschezza comica, l’espressività, la sua “boccetta magica” e i suoi uccellini, nelle vesti di una lady vittoriana, suscita risate fragorose. Il Burlesque non è solo uno spettacolo in cui sono protagoniste le donne: è noto, infatti, che i primi spettacoli in Inghilterra furono  interpretati da uomini. Il “macho” della serata è Adriano Fettuccini, improbabile giocoliere nelle vesti di un perfetto uomo della City. Con giocoleria ed equilibrismo, ammalia il pubblico, e lo diverte con il suo strip sul monociclo, che rivela un paio di boxer con la “Union Jack”. E’ il turno, successivamente, della strabiliante Amber Topaz, meravigliosa nel suo completo di piume verdi, canta dapprima “In these shoes”, seguita da “My heart belongs to daddy”, interpretata dalla diva delle dive Marilyn Monroe in “Let’s make love”. Il numero di Amber è travolgente, come lei. Chiude la prima parte Chrys Columbine, la regina del neo burlesque, pianista, fotografata da Playboy, la quale folgora il pubblico con uno strip raffinato e contemporaneo. La seconda parte è un turbinio di numeri con Slinky Sparkles nei panni della showgirl, sensualissima con i suoi ventagli di piume, seguita da Hotcake Kitty, che scoppia i suoi palloncini colorati per mostrarsi in tutto il suo splendore. Ancora una volta, l’arte circense stupisce con Chloe Lloyd, ginnasta e imperatrice degli hula-hop: lascia senza fiato con la sua coreografia. Tanta energia e seduzione con le segretarie retrò interpretate dalle “Folly Mixture”: Liberty Sweet, Bettsie Bon Bon, Saffron Cheveux e Angie Sylvia sono una miscela davvero esplosiva. Chiudono la serata le note della biondissima ed eterea Chrys Columbine, che riesce a svestirsi suonando il piano, e il gran finale di Amber Topaz con le Folly: sulle note di “Cabaret”, la stella del Burlesque “made in Britain” mette in scena un numero da applausi a cascata, anche quando inserisce nel testo del brano l’espressione in italiano “bella topa”. Tra un numero e l’altro, moltissime le interazioni di Ivy con il pubblico: ha persino insegnato alla platea a riprodurre uno “shimmy” con le spalle. Uno spettacolo del genere non va letto, va di certo visto.
Non si poteva chiedere di meglio questa sera: tantissime stelle hanno tempestato il cielo di Milano, che brillava illuminato dal risplendente Burlesque.
(Rossella Romano AKA Bluebell Melody)

Live Report: Vinicio Capossela @ Teatro Smeraldo, Milano 05/12/11

Dicembre 6th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Nonostante i suoi natali da “profano”, la musica di Vinicio Capossela con il passare degli anni ha sempre più avuto a che fare con la religiosità. Anche e soprattutto con quella popolare e ancestrale. E i suoi concerti di Natale, appuntamento ormai fisso per gli appassionati del cantautore di Hannover, fanno parte di questo suo modo di vivere la spiritualità. Non è un caso che lo show di stasera al Teatro Smeraldo di Milano sia intitolato “Sante Nicola nella pancia della balena”. Rispetto agli anni scorsi però c’è una novità piuttosto importante: quest’anno Vinicio ha pubblicato un album doppio, complesso e ambizioso come “Marinai, profeti e balene”. Un viaggio per i mari di carta della letteratura, che stasera è racchiuso nella prima parte della scaletta: nella seconda infatti la navigazione si conclude, ci si ferma a terra e si festeggia il 5 dicembre, notte della venuta del santo che più caposselliano non si può: Santo Nicola, protettore dei perdenti, dei naviganti sfortunati. Degli ultimi, degli Spessotti insomma.

Ma come dicevamo, la partenza è tutta per mare. Ed ecco il cupo e suggestivo incipit con “Il grande leviatano”, che rivela la scena: un gigantesco ventre di balena, lo stesso che ha ospitato la lunga e fortunata tournée di quest’anno. Vinicio siede al piano con il cappello da timoniere, con la sua ciurma alle spalle che intona canti, agita catene e mette in moto chitarre, contrabbasso, theremin e chi più ne ha più ne metta. La successiva “L’Oceano oilalà” si tinge dei mari d’Irlanda e apre la strada a “Dalla parte di Spessotto”, visto che quando si tratta di raccontare gli sfigati Capossela non si tira mai indietro. E stasera è la loro festa.

Il viaggio per mare prosegue con un’altra carrellata di vinti, di sopraffatti dal mare di melvilliana memoria: il condannato a morte di “Billy Budd”, il capitano Achab folle e disperato de “La bianchezza della balena” e dei “Fuochi fatui”. Ma c’è anche “Lord Jim”, contraddittorio eroe uscito dalla penna di Joseph Conrad. Capossela è un cantautore raffinato e come sempre riesce a dare la giusta forza a queste suggestioni. Come quando rilegge l’Antico Testamento con la bellissima “Job”, costruita su un tappeto di chitarre acustiche e incursioni arabeggianti. Oppure come quando alza gli occhi verso il cielo a guardare le “Pleiadi”, in un momento catartico e toccante.

Certo la parte “marina” dello spettacolo di Capossela è molto bella ma anche impegnativa, per questo ogni tanto il cantautore si sforza di alleggerirla. Un po’ con i tentacoli porpora del “Polpo d’amor”, un po’ con lo spettacolo di burlesque che accompagna la storia della sirena “Pryntil”, tra i brani nuovi più amati dal pubblico. Non manca qualche frecciatina politica come il riferimento a “Nettuno che non si fa chiamare `Papi´ ma `Nunù´”, chiaramente indirizzato al nostro ex premier. Durante “Vinocolo” compare un Polifemo in carne ed ossa, appena prima di una versione cupa e tribale del “Ballo di San Vito”. Bella e intensa.

Come detto, dopo il mare aperto si arriva in porto e ci si può riposare. “La Santissima dei naufragati” chiude la prima parte dello show, mentre “L’uomo vivo” sancisce il liberi tutti: il pubblico si alza e ci si concede un po’ di festa, dopo le fatiche della navigazione. Inizia la “Suite di Sante Nicola”, bella ma forse un po’ tardiva: Capossela legge degli estratti dal suo radio-racconto natalizio intitolato “I cerini di Santo Nicola”, canta la versione italianizzata di “Santa Claus is coming to town” e ospita sul palco il mago Christopher Wonder. Non poteva mancare la canzone “Sante Nicola”, estratta dall’album “Da solo”. Poi si concede perfino un’incursione nella musica colta invitando sul palco una cantante e una pianista per eseguire un lieder di Schubert.

Poi ecco “Ovunque proteggi”, uno dei brani più belli mai scritti dal cantautore, che da sola vale il prezzo del biglietto ed è colorata da un’insolita sezione di fiati. Un momento in cui la spiritualità di cui parlavamo prima viene tutta a galla con grande forza. A chiudere le danze ci pensa invece “Al veglione”, dove al “Buonanotte” finale Vinicio preferisce un “Buone feste a tutti!”. Il Natale arriva grazie a San Nicola. Ma arriva anche per permettersi il lusso di ascoltare concerti come questo.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

Il grande Leviatano

L’oceano Oilalà

Dalla parte di Spessotto

Billy Bud

Lord Jim

La bianchezza della balena

I fuochi fatui

Job

Goliath

Polpo d’amor

Printyl

Vincolo

Il ballo di San Vito

Calipso

Le Pleiadi

Dimmi Tiresia

Nostos

La Santissima dei Naufragati

L’uomo vivo

Inedito

Sante Nicola è arrivato in città (Santa claus is coming to town)

Sante Nicola

Intermezzo (Schubert)

Ovunque proteggi

Al veglione

Live Report: Fleet Foxes @ Teatro Smeraldo, Milano 20/11/11

Novembre 21st, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Al Teatro Smeraldo, ieri sera, è andato in scena un piccolo festival della musica (semi)acustica e dell’harmony singing, il canto armonico a più voci che – nel pop e nel rock- è una specialità in cui eccellono da sempre gli americani. Da Portland (dove vive oggi la californiana ventottenne Alela Diane) a Seattle, patria dei Fleet Foxes, pare questa una delle rotte preferite dai giovani musicisti del Nord Ovest statunitense che tengono d’occhio la tradizione.
La Diane, accompagnata dal marito Tom Bevitori e dal papà Tom Menig (con qualche comparsata delle Volpi, il batterista/arrangiatore/cantautore Joshua Tillman, il chitarrista babyface Skyler Skielset e l’hippy barbuto Christian Wargo) si è presentata in Europa e in Italia in formazione ridotta rispetto all’incarnazione elettrica da “full band” del terzo e più recente album prodotto da Scott Litt (a lungo sodale dei R.E.M.) : il set di nove canzoni, tutto sommato, ci ha guadagnato puntando molto sui delicati ed equilibratissimi intrecci vocali del trio che evocano antiche ballate appalachiane  e Alela ne è uscita fuori bene, come una specie di sintesi tra la Gillian Welch di oggi e le Michelle Shocked e Natalie Merchant dei tempi che furono (soprattutto in “The wind”, con “Long way down” uno dei pezzi migliori di un repertorio che necessita forse di un ulteriore salto di qualità per diventare davvero importante). Decisamente promossa, comunque, e meritevole di essere rivista fuori dalla posizione scomoda di opening act, con le luci accese a intermittenza per permettere ai ritardatari di prendere posto in attesa degli headliner della serata.

Attesissimi, perché in tre anni (era il 15 novembre del 2008 quando si esibirono ai Magazzini Generali di Milano) le aspettative e il passaparola sui Fleet Foxes sono cresciuti a dismisura, complice il sorprendente successo riscosso in Inghilterra prima ancora che in patria e la grande eco che sulla stampa specializzata italiana ha avuto il loro nuovo album “Helplessness blues”, gratificato in copertina da tutte le principali testate di settore. Davanti a un pubblico prevalentemente giovane e alternative-trendy, assorto, eccitato, e molto preparato sul repertorio, i sei di Seattle hanno sfoggiato una nuova e solida professionalità amplificata dall’ottima acustica dello Smeraldo: soprattutto nei celestiali impasti vocali pilotati dal frontman Robin Pecknold, timbro limpidissimo, camicione a quadri d’ordinanza e pochissime parole in direzione del pubblico (è timidezza, non arroganza).

I suoi compari non sono da meno, jolly intercambiabili capaci di riprodurre correttamente i raffinati arrangiamenti dei dischi passando con disinvoltura da uno strumento all’altro (soprattutto Morgan Henderson, minuto folletto con barbone e berretto di lana alle prese con violino, chitarra  acustica ed elettrica dodici corde, sax, flauto e contrabbasso a volte suonato con l’archetto). Mischiando la sequenza dei brani del primo e secondo album più un paio di selezioni dall’Ep di esordio “Sun Giant”, i Foxes sembrano intessere un’unica suite, un presepe di suoni incantati e luccicanti che evoca gli a cappella gregoriani degli Steeleye Span e proietta su scenari magici ed esoterici (gli stessi che compaiono sullo schermo alle loro spalle: montagne innevate, stelle luminose, simboli e figure geometriche) la vocalità solare dei Beach Boys e di Graham Nash (da solo e con Crosby, Stills & Young) in chiave più umbratile e intimista.

E’ il loro fascino e forse  anche il loro unico limite: sono neo hippie ma non improvvisatori né intrattenitori, e lo si capisce dalla concentrazione e le pause con cui si preparano tra un pezzo e l’altro. In “Mykonos” e “Lorelai” evocano paesaggi di fiaba (con sfumature dark, nel secondo caso), in “English house” addirittura reminiscenze di pop e doo wop anni Cinquanta mentre “Battery kinzie” è un salmo gioioso, “Bedouin dress” un folk un po’ gitano e “White winter hymnal” esattamente quel che promette il titolo, un inno laico alla stagione invernale che i ragazzi in platea e galleria non si fanno pregare per intonare. Introdotto da un giro di chitarra nello stile del compianto Bert Jansch, anche “Sim sala bim” si presta al battimani del pubblico, che si entusiasma per la radiosa melodia di “Your protector” (Simon & Garfunkel ne sarebbero andati fieri) e per il sogno ad occhi aperti di “Montezuma” (che inizia in trio, solo voci e chitarre) mentre il momento più “off” dell’esibizione (e della produzione discografica) è quella bizzarra coda di “An argument” in odor di free, con Henderson apparentemente lanciato all’inseguimento del fantasma di Archie Shepp.

E’ solo una breve parentesi, prima che il flusso armonico e delicato della loro musica ricominci a scorrere culminando nel finale galoppante di “Grown ocean”. In tutte le date europee la scaletta ha seguito un percorso sostanzialmente prestabilito, e dunque è una bella e inattesa sorpresa il primo bis, una cover di “These days” (Nico, via Jackson Browne) che Pecknold canta in duetto con Alela Diane lasciando a lei il presidio del registro più basso per sfoggiare il suo nitido falsetto. “Sun it rises” vede tornare in scena la band al completo per un folk rock marziale e molto psichedelico che spiana la strada a “Blue ridge mountains”, una delle più belle e riconoscibili melodie in repertorio mentre, a dispetto del titolo,  “Helplessness blues” è un finale “up” su note giubilanti accatastate nel finale cacofonico e liberatorio di uno show suadente e suggestivo  con l’unico difetto di essere forse  troppo ancorato a una partitura. Personalmente voto per più fuori programma alla “These days”, sognando di vederli un giorno ancora più liberi, più freak, più intrepidi e avventurosi.

(Alfredo Marziano)
Setlist:
“The Plains/Bitter dancer”
“Mykonos”
“English house”
“Battery kinzie”
“Bedouin dress”
“Sim sala bim”
“Your protector”
“White winter hymnal”
“Ragged wood”
“Montezuma”
“He doesn’t know why”
“Lorelai”
“The shrine/An argument”
“Blue spotted tail”
“Grown ocean”

Bis:
“These days” (Robin Pecknold e Alena Diane)
“Sun it rises”
“Blue ridge mountains”
“Helplessness blues”

Live Report: Crosby & Nash @ Teatro Smeraldo 30/10/11

Ottobre 31st, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Crosby & Nash son tornati in Italia con due assi nella manica: un paio di voci miracolosamente risparmiate dalle intemperie della vita (quella di Croz, visibilmente dimagrito, appena più sottile e leggera che ai vecchi tempi) e un gran chitarrista che non ti aspetti. Trattasi di quel Shane Fontayne che ai tempi della militanza a fianco di Bruce Springsteen, nel tour senza E Street Band del 1992-93, aveva attirato più critiche che lodi, e che ora (a 57 anni, non più un ragazzino neanche lui) si dimostra all’altezza di stilisti come Jeff Pevar e Dean Parks, gli assi della sei corde che prima di lui si sono cimentati con il repertorio glorioso di C&N, CSN e CSN&Y. Il suo tiro e le sue pose da rocker, ieri sera allo Smeraldo di Milano, hanno ridato vento alle vecchie bandiere freak di Crosby, “Long time gone”, “Almost cut my hair” e una clamorosa “Wooden ships”, rievocando in modo più che convincente il raga rock e i riff coltraniani dell’inno Byrdsiano “Eight miles high” anche senza l’ausilio delle classiche Rickenbacker dodici corde. Non solo: Fontayne, rivelatosi a sorpresa chitarrista di ottimo tocco, ha estratto il meglio anche dagli intricati cerchi concentrici di “Déjà vu”, pretesto per una lunga, jazzata e liquida jam con spazi solistici per tutti i musicisti, e dai pigri timbri slide di “Marrakesh express” e di “Laughing”, la perla del concerto che il vecchio David ha ricordato scherzando di aver scritto “forse quando avevo cinque anni”, e di avere poi accantonato per anni nell’attesa della formazione giusta con cui riproporla. Eccola: nella nuova line up, accanto al figlio ritrovato James Raymond nel ruolo di direttore d’orchestra e all’affidabile batterista Steve DiStanislao, si segnala  un’altra new entry, il bassista Kevin McCormick, basco, occhiali, pizzetto e tonnellate di mestiere strappati a Jackson Browne. La scomoda verità è che, senza la zavorra di uno Stephen Stills apparso decisamente fuori forma nel tour del’anno scorso, C&N ci guadagnano. Rifulgono come sempre nell’harmony singing (alla fine di “Wind on the water” si danno il cinque, ed è una delizia ascoltare con che finezza – coadiuvati ancora da Fontayne, ottima voce e chitarra acustica – intessono la melodia beatlesiana di “Blackbird”), confessano con disarmante semplicità di amare ancora suonare (Nash, prima di intonare “Just a song before I go”), e a settant’anni non hanno ancora abbandonano l’impegno eco-sociale: plaudono all’Italia che ha detto no al nucleare (per introdurre “Don’t dig here”), attaccano la General Electric e l’avidità delle multinazionali prima della rabbiosa “They want it all” (ancora Fontayne in primo piano), rendono merito al movimento Occupy Wall Street e recuperano  “What are their names” (brevissima e a cappella, come nel tour precedente) per denunciare lo stato della nazione e l’irresponsabilità della classe politica. Le canzoni nuove portano la firma di Raymond (“è dura avere in famiglia uno più bello di te, che ti surclassa come musicista e a volte scrive canzoni più belle delle tue”, scherza il compiaciuto papà) e di Croz, il “tipo strano” della premiata coppia che confessa di essere nervoso temendo di non ricordare le parole della sua inedita, e subito riconoscibilissima, “Slice of time”, e che omaggia uno dei suoi autori preferiti, Marc Cohn, con una sentita versione di “Old soldier” (Nash all’armonica, prima di far cantare il pubblico con la filastrocca pop di “Our house”). C’è spazio anche per una bella medley tra “Orleans” (un altro estratto dal crosbyano “If I could only remember my name”, un disco da isola deserta per molti over 50 in platea) e “Cathedral”, una delle cose più visionarie che Nash  abbia mai prodotto, mentre la sua “Military madness” è un monito pacifista valido per tutte le stagioni. Crosby è l’incantatore di serpenti che irretisce i palati fini, l’inglese Graham  l’artigiano delle melodie singalong che tutti ricordano. Non c’è “Chicago”, stasera, ma non può mancare il bis di  “Teach your children” cantata a gola spiegata e a luci accese dal partecipe pubblico composto in gran parte da nostalgici buongustai.  Che spettacolo. Sarà anche grandad rock, rock da nonnetti. Ma, please, datecene ancora.
(Alfredo Marziano)

1° Set:
“Eight miles high”
“Wasted on the way”
“Long time gone”
“Marrakesh express”
“Lay me down”
“Old soldier”
“Just one songe before I go”
“Slice of time”
“Don’t dig here”
“Critical mass”/”Wind on the water”
“Almost cut my hair”
“Déjà vu”

2° set
“Simple man”
“Guinnevere”
“Our house”
“Laughing”
“What are they names”
“They want it all”
“Broken bird”
“Blackbird”
“In my dreams”
“Orleans”/”Cathedral”
“Military madness”
“Wooden ships”
Bis:
“Teach your children”

Live Report: Gianluca Grignani @ Teatro Smeraldo Milano 19/05/2010

Maggio 20th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Confesso: Gianluca Grignani mi è sempre piaciuto. E dopo il concerto di ieri sera mi piacerà ancora di più. So che da una indie rocker-novizia clubber come me non ce lo si aspetta, ma il “Grigno” ha segnato una parte della mia adolescenza. Ore 21, Teatro Smeraldo.  L’androne è gremito di un pubblico che più vario non si può: si spazia dalle teenager accompagnate dai genitori, gruppi di amiche ventenni, gruppi di giovani donne fan di Gianluca dei primi tempi e di ora, coppie, signori di mezz’età e nonne in compagnia di nipoti a dir poco esagitate. Entriamo in sala, qualche minuto d’attesa, allietato da Massimiliano Lalli, giovane promessa del cantautorato italiano, preso da Grignani sotto la sua ala protettrice. Arriva il momento che tutti stiamo aspettando: iniziano giochi di luci, magistralmente eseguti da un “light designer” esperto, acompagnati da stralci di interviste a personaggi celebri montate ad incastro e a suoni distorti, che pian piano diventano un battito cardiaco, fino ad esplodere in un vagito di un bambino, davvero di grande impatto. Salgono sul palco i musicisti e, subito dopo compare lui, Gianluca Grignani, nascosto dietro un sipario bianco, che ne lascia intravedere la sagoma, E’ proprio in forma, la data milanese lo carica e si vede. Intona le prime note di “Allo stesso tempo”, seguita da “Sei sempre stata mia” ed è delirio generale. Senza un attimo di sosta si susseguono “Romantico Rockshow”, cantato sul finale da un coro gospel, “Le ro la”, e due dei pezzi del nuovo album che mi sono rimasti partcolarmente nel cuore: “il più fragile”, in cui, lo ammetto è scesa una lacrima, e “Amica mia”. Un turbinio di emozioni, Gianlica è sempre più carico, ringrazia il pubblico e la sua Milano, luogo in cui è cresciuto e che porta sempre dentro di sè. In perfetta armonia si alternano brani recenti e bran storici tra cui : “Sei unica”, “Non ho più fiducia”, “Rimani acqua di mare” dedicata allo zio, la splendida “Mi piacerebbe sapere”, “L’allucinazione”, “Falco a metà” e “Destinazione Paradiso”. Qualche minuto di pausa per far riprendere noi dalla scarica elettrica infusa attraverso le canzoni e per lui, per riprendere fiato. Gianluca torna sul palco ancora più energico di prima ed è la volta di “Speciale”, dal vivo ancora più bella, “La fabbrica di plastica”, ” Bambina dallo spazio” e “Cammina nel sole”. Mi guardo attorno, il teatro è gremito, nonostante si stia seduti (davvero una sofferenza), vedo il pubblico scalpitare, mi sa che sul finale mi alzo, non riesco a trattenermi. Arriva la sorpresa: Gianluca annuncia un brano che l’ha reso famoso non solo in Italia ma anche all’estero, reinterpretato da molti artisti e questa sera suonato da un chitarrista d’eccezione, Alberto Radius,braccio destro di Battisti. La commozione sui volti di chi mi circonda è chiarissima. Dopo due ore intense, Gianluca temina il live con “Più veloce del suono”, la mia canzone preferita in assoluto, la canzone che ha fatto da colonna sonora a molte delle mie serate speciali da quattro mesi a questa parte, e non posso non alzarmi. Esplode lo Smeraldo, tutti in piedi. Il “Grigno” saluta, ringrazia e sparisce dietro le quinte con i suoi musicisti. Caro Gianluca, ti ringrazio io per avermi fatto vivere un concerto spettacolare, in tutti i sensi. Esco dal teatro canticchiando. “E poi perchè bisgna morire vivendo, baby”….. Sacrosanta verità.
(Rossella Romano)

Live Report: Pino Daniele @ Teatro Smeraldo Milano 22/05/2007

Maggio 23rd, 2007 in Archivio by Redazione Rockol

Una ovazione accoglie Pino Daniele al suo apparire sul palco, e una espressione di piacevole sorpresa gli incornicia il viso. Mentre il pubblico batte le mani e urla il suo benvenuto, si accomoda su di una sedia, imbraccia la chitarra e dà inizio alla data milanese del tour. Alle sue spalle un muro di luci di vario colore, molto elegante, renderà ancora più gradevole l’ascolto delle canzoni che l’artista napoletano ha inserito nella scaletta del concerto. Ad accompagnarlo sul palco: pianoforte, batteria, percussioni e contrabbasso.
Lo spettacolo è diviso in due parti ben distinte: la prima acustica, la seconda elettrica.
Nella prima parte l’artista rimane seduto e, pizzicando le corde della chitarra, interpreta i brani più intensi del suo repertorio, da “Napule è” a “Anna verrà” fino a “Anima”. Potrebbe essere il palco di un club per quanto l’atmosfera è raccolta e confidenziale, le sonorità si avvicinano ora alla bossanova ora al jazz. Il pubblico si fa coro cantando il ritornello di ogni canzone, non mancando di comunicare il proprio affetto inneggiando “Pino! Pino! Pino!” e riversando simpatici attestati di stima urlando in direzione del palco. Pino, tranquillo e sorridente, non si sottrae alla chiacchiera e alla battuta spiritosa ringraziando il pubblico più volte per il tenero e affettuoso abbraccio. La disponibilità e la serenità con la quale si mostra sul palco aggiungono valore al concerto creando l’indispensabile complicità tra musicisti e pubblico pagante. La prima parte del concerto si chiude con una bella versione blues di “Je sò pazzo” dove la voce di Pino Daniele viene accompagnata dal solo contrabbasso dell’amico di sempre Rino Zurzolo.
Nella seconda parte del concerto, riposta la sedia nello sgabuzzino, Pino Daniele si porta al centro del palco con la chitarra elettrica e svela l’anima del musicista. I brani, soprattutto quelli dell’ultimo album “Il mio nome è Pino Daniele e vivo qui”, vengono impreziositi dalla bravura e dalla tecnica dei musicisti presenti sul palco ora maggiormente liberi di lasciarsi andare a virtuosismi ed assoli. Tanto era preciso e puntuale il primo tempo di questo concerto milanese, tanto è libera e colma di note e suoni questa seconda parte. L’artista sembra molto a suo agio quando può far riposare le corde vocali e suonare il suo strumento a piacimento, echeggiando Carlos Santana nei brani più latini e Robert Cray in quelli più blueseggianti. Per gli auguri della buona notte, Pino regala ai milanesi una coinvolgente suite strumentale a introduzione di uno dei brani più vecchi e più amati del suo vasto repertorio: “Yes I know my way”.

(Paolo Panzeri)

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol