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Live Report: Bruce Springsteen @ Stadio Olimpico Torino 21/07/09

Luglio 22nd, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Ecco i tweet che forse avrei scritto dallo stadio. O forse no, visto che il concerto di Springsteen a Torino allo Stadio Olimpico è stato uno dei più coinvolgenti della sua lunga storia di performance italiane, e ho cercato di non stare troppo attaccato all’iPhone-

Torino è una città ordinata, si accede allo stadio facilmente. Faccio fatica a trovare parcheggio: vedo uno che armeggia con la portiera di una macchina. Mi fermo per vedere se sta andando via. Poi mi accorgo che stava cercando di rubarla. Ho cambiato zona.

Perché San Siro è San Siro. Ma anche l’Olimpico non scherza. Una volta era il Comunale, il Boss ci suonò nell’88. Ma la capienza era quasi doppia. Dove sono finiti quei posti?

Il Boss apre un concerto parlando in piemontese è qualcosa che non avrei mai creduto di vedere in vita mia. Per fortuna non me sono accorto, l’ho letto e visto dopo.

Già dalle prime canzoni si capisce che è una serata speciale. 6 brani mai suonati nel tour, a partire da “Loose Ends”. I fan americani di Backstreets moriranno d’invidia. Tié.

Alla prima inquadratura sul megaschermo di Clemons, mi rendo conto con orrore che ha le unghie laccate d’oro. Alla seconda mi rendo conto di quanto è invecchiato.

Max Weinberg pesta come un dannato per tutta la sera. E non ha mai un capello fuori posto, neanche dopo tre ore. Che lacca usa, la stessa di Clemons per le unghie?

Cosa contengono quei beveroni che Springsteen tracanna tra una canzone e l’altra? Li voglio anche io, che ho 20 anni di meno e un decimo della sua energia.

Il momento più bello dello show è la raccolta delle richieste. Scritte su: un materassino, un dirigibile volante, cartelli di varie fogge e colori.

Ci voleva: una bella inquadratura sul megaschermo sul retro di un cartello di cartone con la scritta “Esselunga”.

Correggo: il momento più bello dello show è “Drive all night”, una ballata torci-budella che non so da quanto suonava. La mia compagna piange come una fontana, e non l’aveva mai sentita.

Ma la scenetta in cui apre tre buste sigillate e timbrate, da cui esce sempre la richiesta di “Drive all night”, l’ha messa in piedi lui o arriva dal pubblico?

Comprereste una macchina usata da quest’uomo? Anzi, portereste vostro figlioletto ad un concerto di quest’uomo? Si, a giudicare dalla quantità di under-10 presenti sul prato. Il boss li fa pure cantare e ballare: altro che Courtney Cox nel video di “Dancing in the dark”.

Il pubblico del Boss è il più bello, il più tollerante, il più accogliente. Non ce n’è per nessuno: ovunque ti giri c’è un sorriso.

Ma come: il Boss fa una scaletta della madonna, e poi lascia fuori “Thunder Road” dai bis? Unica pecca di una serata perfetta.

Correggo: la vera pecca è uscire dallo stadio dopo una chilometrica “Twist & Shout” sulle note di Morricone. Lo vogliamo dire che sono noiose?

(Gianni Sibilla)

Live Report: Bruce Springsteen @ Stadio Olimpico Roma 20/07/09

Luglio 21st, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Prima che si possa definirlo vecchio, Bruce Springsteen è diventato vintage. Come il suo show, che continua a durare tre ore, come il suo palco, che è moderno come quello dei Led Zeppelin nel 1973, come la sua Telecaster, che si spezza ma non si piega, come la sua voce, che né si spezza né si piega.
Le note di Morricone e uno schermo con un tramonto rosso fuoco da cartoon introducono la consueta salita sul palco della E Street Band, che si conclude con l’ingresso del Boss e di Clarence Clemons: ghignanti, carichi, la loro immagine ingigantita scatena il boato e d’un tratto spegne i fischi per un ritardo di trenta minuti sull’orario previsto di inizio concerto (e, dopo un anno, ancora una volta innalziamo le nostre sentite preghiere al promoter…).
“Badlands”: si sapeva, si sentiva, ed è stato così: ogni springsteeniano sa che questa particolare scelta di attacco presuppone un concerto dinamitardo. Nel pit è il solito pogo a onda, all’altezza del mixer il suono non è all’altezza, in tribuna la decenza acustica si ripristina. La rumba è totale: Springsteen, in Italia, esige sempre che il mood tra band e pubblico sia sempre all’altezza di quello di ‘Milano 1985’, e stasera ci riesce bene. Si prosegue con “Out in the street”, un altro colpo al cuore, ma il primo capolavoro arriva con “Outlaw Pete”: un’apoteosi, una performance scenica oltre che canora e strumentale fantastica, che mozza il fiato, con la ballad che passa da confidenziale a jam session passando per un interludio inedito. Siamo solo al terzo pezzo e Springsteen ha già fatto tre bagni di folla a bordo palco: la sua camicia grigia d‘ordinanza è da strizzare.
La cosiddetta ‘trilogia della depressione’ è il secondo apice della serata, perché è resa con la furia del rock and roll anziché in versione acustica, perché trasforma la cupezza in rabbia pura. “Seeds” introduce il ‘format’, ma con “Johnny 99” si scatena l’inferno. Tirata, gridata, continuamente dentro e fuori dal soul e dal rockabilly, un vero tour de force che si compie appieno quando alla fine arriva il suo seguito naturale, “Atlantic City”, trasfigurata tanto quanto. E’ questa la parte centrale della Messa, e pazienza se il gospel stasera lo suonano le chitarre e lo canta questo singolare bianco attempato con gli anfibi. E mentre lo stadio trema, le prime file sobbalzano e gli spalti danzano irretiti, un uomo in tribuna d’onore canta a squarciagola “Johnny 99”. E’ Roberto Maroni, che regala ai presenti un temporaneo stato confusionale a base di emozioni contrastanti (ad esempio: l’orgoglio di avere un rocker seduto in uno dei dicasteri più importanti; la curiosità sulla sua effettiva cultura in materia: conoscerà la vicenda e i temi cari a Johnny 99?; la speranza che, se li conosce, il pacchetto-sicurezza diventi un po’ meno country & western e un po’ più punk).
L’ultraottantenne mamma Adele Zirilli assiste da bordo-palco alle gesta del suo ragazzino quasi sessantenne; un paio di bambini salgono a cantare, stonati e teneri; Patty è restata a casa; Max Weinberg non ha mollato lo sgabello al figlio batterista anch’egli; e Bruce dedica gran parte della intro di “Raise your hand” a raccogliere i cartelli con le richieste di canzoni, un paio delle quali eseguirà. Mandando così a puttane, sia detto per la cronaca, la bozza di scaletta su cui i quotidiani italiani avevano scientemente rischiato di imbastire i loro pezzi.
Con “Born to run” che chiude il set, ci si avvia alla fine. Ci vuole quasi un’altra ora perché si concretizzi realmente, però. Una canzone si leva per l’Abruzzo (“My city of ruins”), un inno per gli astanti (“Thunder road”), e un nuovo crescendo si prepara: “You can’t sit down” e “American land” sono intense e potenti, ed è giusto che arrivino solo a questo punto. Ma il rito del Boss prevede di lasciarsi con un sorriso, e solo e soltanto quando veramente si è fatta quell’ora; non con “Bobby Jean”, che fuori dall’Italia chiude spesso lo show, non con “Dancing in the dark”, che sarebbe già la seconda extra track, ma con il rodato medley “Twist and shout / La Bamba”, nel quale il boss dà fondo al suo repertorio scenico e comico, strema definitivamente i suoi fans e li saluta con l’impressione di averne ancora.

(Giampiero Di Carlo)

SETLIST:
Badlands
Out in the street
Outlaw Pete
No surrender
She’s the one
Working on a dream
Seeds
Johnny 99
Atlantic City
Raise your hand
Hungry heart
Pink Cadillac
I’m on fire
Surprise surprise
Prove it all night
Waitin’ on a sunny day
The promised land
American skin (41 Shots)
Lonesome day
The rising
Born to run
BIS
My city of ruins
Thunder Road
You can’t sit down
American land
Bobby Jean
Dancing in the dark
Twist and shout / La Bamba

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