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Live Report: dEUS @ Le Gru Village, Grugliasco (To) 29/07/11

Luglio 31st, 2011 in Reports by Redazione Rockol

“Mettiti un po’ a ballare, Torino”. Lo ha ripetuto più volte ieri sera Tom Barman, leader dei dEUS, forse un po’ frustrato dal mood rilassato e dalla relativa staticità del pubblico sparso sul prato del Gru Village alle porte del capoluogo piemontese. Sul palco, al contrario, c’è parecchio dinamismo: come si conviene al nuovo sound dei dEUS, quello messo a punto tre anni fa con “Vantage point” e rivisitato, almeno in parte, nel nuovo “Keep it close” che uscirà a fine settembre. Molto groove e ammiccamenti frequenti ai ritmi squadrati da dancefloor mescolati alle tinte tenebrose, al rock a fior di pelle e al gusto melodico che sono le specialità della band di Anversa, esemplificate subito in apertura dall’inedita “Second nature”. “Slow”, da “Vantage point”, e “Sun Ra”, da “Pocket revolution”, rimarcano il clima della serata: ritmi robotici (nel primo caso) e atmosfere apocalittiche, amplificate nella seconda dai vocalizzi animaleschi del chitarrista Mauro Pawlowski; scariche elettriche e paesaggi lividi dipinti da chitarre e tastiere con il plus del violino stridente di Klaas Janzoons. Giubbotto di pelle e maglietta a righe orizzontali, sul palco Barman è sempre uno spettacolo: stiloso, carismatico, teatrale mentre si dimena pennando la Stratocaster o percuotendo un paio di pad elettronici, la voce roca e suggestiva perfetta per le sue canzoni di sapore sempre un po’ cinematografico. E’ una musica che attinge da molteplici fonti restando decisamente personale, quella del quintetto belga: l’antica “Fell off the floor, man” è quasi recitata, “The architect” riporta in primo piano la cassa in quattro, il nuovo singolo “Constant now” asseconda il versante più pop e orecchiabile della loro musica. Con le ballate “Smokers reflect” e “Instant street” (Tom alla chitarra acustica) sale il volume degli applausi, mentre “If you don’t know what you want” è puro rock’n'roll alla Stooges e “Theme from turnpike” una colonna sonora di atmosfera waitsiana rinforzata da un fragoroso campionamento. Il concerto è anche un work in progress, perché quando è la volta di un altro brano nuovo e poppeggiante, “Ghosts”, Barman invita i presenti a non postarlo su YouTube (“é soltanto la seconda volta che la suoniamo!”). “Volete più rumore? Eccovi un pezzo dark e rumoroso” dice introducendo “Bad timing”, asso nella manica dell’ultimo repertorio della band, con quell’inquietante e ossessivo riff in loop che Pawlowski produce alla chitarra per tutta la sua durata mentre intorno si sviluppa un crescendo di irresistibile intensità drammatica. E’ il climax del set, chiuso dopo un’ora e un quarto dalle note malinconiche di “Serpentine”. Per i bis Barman si presenta adrenalinico e alquanto su di giri, mentre i dEUS si lanciano nel riff lugubre e ossessivo di “Favourite game” e subito dopo nei ritmi tribali di un altro estratto da “Keep it close”, “Dark sets in”. Chiudono con “Suds and soda”, il loro biglietto da visita di diciassette anni fa, riversando sulle nostre orecchie un’altra cascata di decibel (controllati) e di psichedelia. Ancora avvincenti, belli da vedere e da ascoltare, assolutamente in controllo dei loro mezzi. Tutt’altro che “bolliti”, meritano rispetto e attenzione. Chi in questi ultimi anni li ha trascurati, ci ripensi.

(Alfredo Marziano)

Setlist

“Second nature”
“Slow”
“Sun Ra”
“Fell off the floor, man”
“The architect”
“Constant now
“Smokers reflect”
“Instant street”
“If you don’t know what you want”
“Theme from turnpike”
“Ghosts”
“Bad timing”
“Serpentine”

(bis)
“Favourite game”
“Dark sets in”
“Suds and soda”

Live Report: Billy Bragg @ Spazio 211, Torino 12/05/11

Maggio 13th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Plettri, asciugamani, bacchette, rose, tamburelli. In anni di concerti dai palchi si è visto buttare di tutto. Ieri sera, allo Spazio 211 di Torino, l’inglesissimo Billy Bragg ha chiosato la sua performance con il lancio di una bustina da tè, bevanda miracolosa che sorseggiava tra un pezzo e l’altro nel tentativo di mantenere l’intonazione (è un rimedio, ha scherzato, suggeritogli da Madonna). Nonostante il profilo espanso da un incipiente “beer belly” e i capelli ingrigiti, a 53 anni Bragg resta un performer coinvolgente e comunicativo, sempre magistrale nel mischiare “pop & politics” alternando incitazioni appassionate ad aneddoti divertenti. Un cantastorie e un entertainer a cui bastano una chitarra (elettrica, per gran parte dello show, acustica per un paio di numeri) e una lingua sciolta (che si sforza di rendere comprensibile, a dispetto dell’accento cockney) per tenere insieme un’ora e tre quarti di show senza cali di tensione. Resta la sintesi migliore possibile sulla piazza tra Woody Guthrie, omaggiato con tre canzoni autografe, e i Clash, il cui concerto al Rock Against the Racism del 1978 a Londra rappresentò la sua personale epifania (lo racconta sempre, anche stasera). Di Guthrie racconta l’infatuazione per Ingrid Bergman, nata dalla visione del film “Stromboli”di Rossellini che gli ispirò le metafore sessuali del vulcano in eruzione. E ricorda implicitamente che anche la sua chitarra ammazza i fascisti, legando l’antica “All fascists” del maestro alla sua “The battle of Barking”, resoconto di una significativa vittoria elettorale conseguita nel distretto dell’Est londinese in cui è nato. Tra le pennate fiere ed energiche di “NPWA” (che significa “niente potere senza responsabilità”) rende attuale il suo messaggio politico prendendo di mira il WTO, le grandi banche e la globalizzazione selvaggia; poco prima, sbeffeggia un discorso di George W. Bush che al G7, dopo l’esplosione del “credit crunch”, invocò la difesa del capitalismo democratico (“Un ossimoro, una contraddizione in termini: come l’intelligenza militare, il football americano e il bunga bunga”). Combatte il cinismo (“Non solo quello di Berlusconi e di Tony Blair, ma quello – più pericoloso – che alberga dentro di noi), i fascismi e i razzismi, sventolando orgoglioso le sue canzoni-inno e dichiarandosi inguaribile ottimista, sempre disposto a vedere il bicchiero mezzo pieno (“Tomorrow’s going to be a better day”, una delle quattro selezioni dal recente Ep “Presssure drop” nato a commento dell’omonimo show teatrale). Ma è anche un delicato osservatore dei sentimenti e dell’Uomo Comune, un Ken Loach o un Mike Leigh del pentagramma capace di schizzare vividi quadretti di vita quotidiana e di esprimere grandi tenerezze in ballate come “A lover sings”, “The Saturday boy”, “Greetings to the new brunette”, “Must I paint you a picture” e “Tank park salute”, meravigliosa e struggente dedica al padre scomparso. E’ loquace come sempre: ricorda che è troppo tempo che manca da Torino (“Quanti sono? Quindici, diciassette anni?”), suscita sincere risate giocando sull’equivoca assonanza tra mais e mice (topi), a proposito degli ingredienti dell’insalata che ha mangiato per pranzo, coinvolge il pubblico a cantare in coro “The milkman of human kindness”, “Levi Stubb’s tears” e l’inno sindacale di “There is power in a union” come in un classico hootenanny dopolavoristico e proletario, accarezzando e maltrattando le corde da “rocker compassionevole” quale è sempre stato. Fino all’apoteosi finale dell’immancabile “A new England”, manifesto di un uomo e musicista consapevole che “la musica non può cambiare il mondo, ma può spingere le persone a farlo”. Impagabile.

(Alfredo Marziano)

Setlist

The world turned upside down”

To have and to have not”

The price I pay”

Greetings to the new brunette”

Tomorrow’s going to be a better day”

Ingrid Bergman”

Way over yonder in the minor key”

A lover sings”

NPWA”

Sexuality”

The battle of Barking”

All you fascists”

The Saturday boy”

Must I paint you a picture”

There will be a reckoning”

The milkman of human kindness”

Levi Stubbs’ tears”

I keep faith”

There is power in a union”

(bis)

Tank park salute”

A new England”

Live Report: Lady Gaga @ Palaolimpico Torino 09/11/2010

Novembre 10th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Nel gergo del cinema porno le chiamano “fluffers”. Sono le ragazze, senza nome e senza volto, che sul set mantengono viva l’erezione dei performer maschi nelle (spesso lunghe) pause di lavorazione. Manuale oppure orale che sia, è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.
Ieri sera, al Palaolimpico di Torino, dove si è tenuta la prima delle tre date italiane del Monster Ball Tour (le altre due sono previste il 4 e 5 dicembre prossimi al Forum di Assago, Milano), lo “sporco lavoro” è toccato ai Semi-Precius Weapons: un quartetto di origini bostoniane ultra-glam (un po’ New York Dolls, un po’ Poison, un po’ Sigue Sigue Sputnik) guidato dal “carismatico” – la definizione è nella biografia del gruppo – cantante Justin Tranter.
Fatto è che il compito di mantenere viva l’eccitazione del pubblico del Palaolimpico non è stato dei più semplici. Intanto perché, ovvio, tutti erano lì solo per la star della serata; un po’ perché, vuoi per un difetto di comunicazione (ci si aspettava che l’headliner iniziasse il suo show alle 21), vuoi per l’infelice collocazione logistica del palazzetto (dove sembra non esista un parcheggio da utilizzare in occasione delle manifestazioni, e bisogna cercare un posto per l’auto nelle già imballatissime vie adiacenti), vuoi perché in contemporanea allo spettacolo era in cartellone l’incontro di calcio Torino-Albinoleffe (per la cronaca, il Torino ha vinto per uno a zero con gol di Rolando Bianchi), alle 19,30 – l’ora in cui sono saliti sul palco i Semi-Precious Weapons – il Palaolimpico era pieno solo a metà.
Lodevole, quindi, l’applicazione con cui la band ha svolto il suo ingrato compito: che si è concretizzato, sostanzialmente, in una mansione da “scaldapubblico”, cioè nell’invitare i presenti a scandire in coro il nome della star in arrivo. Divertenti, colorati, moderatamente oltraggiosi nei testi e nel look, i Semi-Precious Weapons (un album, “You love you”, in uscita per la Geffen, e un solo brano-manifesto, l’eponimo “Semi-Precious Weapons”, la cui frase-chiave è l’autobiografica “I can’t pay my rent but I’m fucking gorgeous”) hanno intrattenuto i presenti con tutta la miglior buona volontà; ma dopo mezz’ora, esaurite le cartucce, hanno dovuto lasciare la scena. Anche perché la protagonista aveva annunciato la ferma intenzione di salire sul palco alle 20,30: cosa che in effetti è poi avvenuta alle 20,40, quando si sono spente le luci, ha taciuto la musica d’attesa e il tanto atteso spettacolo è andato a incominciare.
Il mio interessamento, poi presto diventato apprezzamento, per Lady Gaga ha origini piuttosto recenti. In luglio mi è stato chiesto di collaborare alla traduzione di una biografia “non autorizzata” di Lady Gaga (“Poker Face”: uscirà verso la fine di novembre per Mondadori). E non avendo mai prima ascoltato un album di Lady Gaga, coscienziosamente e professionalmente mi sono procurato “The fame monster” (il doppio Cd che include l’album di debutto, “The fame”, e un secondo disco con otto nuovi brani) e mi sono impegnato nel mio dovere di documentazione. Scoprendo – anche nel primo disco, ma soprattutto nel secondo – una serie di grandi canzoni pop. Intanto, traducendo, imparavo un sacco di cose sulla signorina, e ne ammiravo la determinazione, la testardaggine, l’abilità di manipolatrice dei media: tutte doti che considero preziose per chi cerchi di farsi strada nello show business.
Ovvio, dunque, che desiderassi assistere al suo spettacolo.
Di descrizioni dettagliate dello show del “Monster Ball Tour” ne potete leggere a bizzeffe, dato che Lady Gaga lo sta portando in giro – nella versione rivisitata – già da febbraio. E ne trovate ampi esempi in video su “YouTube”. Qui proverò a riferirvi le mie impressioni sullo show di Torino, che ha sostanzialmente seguito la traccia e la scaletta delle date più recenti. Va detto, preventivamente, che le mie aspettative erano piuttosto alte, e che sono andate (parzialmente) deluse; ma va anche considerato che, pur da ammiratore, resto ugualmente uno che fa di mestiere il cronista e che cerco di conservare sempre un approccio critico – non apoditticamente critico, ma insomma di distacco dall’entusiasmo indiscriminato del fan.
I fan, appunto. La cornice di pubblico, essenziale per la buona riuscita della messinscena dello spettacolo di lady Gaga, non era multicolore e rutilante come ci sarebbe stato da attendersi. Certo, non sono mancati gli applausi e i cori e le grida e i braccialettini fluorescenti; mancava invece quella pittoresca fauna di wannabes, di cosplay, insomma di ragazze vestite e truccate da Lady Gaga che fa da contorno ai suoi show all’estero. Ne ho vista una soltanto “in alta uniforme”, con un cappello che riproduceva quello indossato da Lady Gaga nel video di “Telephone”. Ma niente di spettacolare, nessun “vestito di carne” e nessun costume elaborato. Curiosamente, ma nemmeno troppo, la fauna più pittoresca era costituita dai fan di sesso maschile; del resto, è sul pubblico gay che Lady Gaga ha costruito la propria fan base.
Sul palco, ampio e proteso con una passerella fino a quasi metà platea, era calato un sipario da teatro blu, che poi si è trasformato in uno schermo dietro il quale, come in un gioco di ombre cinesi, si è vista apparire la silhouette di Lady Gaga che cantava “Dance in the dark”. Un’apertura d’effetto ma non killer, che è proseguita con “Glitter and grease”, inedita su disco e quindi non adatta a suscitare esplosioni di consensi (che, come è noto, vengono scatenate dalla riconoscibilità di una canzone). Si è entrati nel vivo, infatti, con “Just dance”, introdotta da Lady Gaga suonando una tastiera inserita nel cofano di una Rolls Royce corazzata (il primo “atto” dello show, intitolato “City”, si svolge su uno sfondo urbano).
Quasi ogni canzone era articolata come un “numero” da musical: e questo, a mio avviso, è un po’ un limite se si vuole considerare un “concerto” quello che è invece, e a buon diritto, uno spettacolo di canzoni, coreografie e scenografie (quella che Lady Gaga ha definito “una festa apocalittica in casa”). Che i ballerini siano molto bravi è indubbio; che siano un po’ troppi, tanto da distrarre l’attenzione (in particolare quando è in scena anche la drag queen Posh), mi pare pure indubbio; e sono forse un po’ troppi anche i musicisti, dei quali sinceramente non saprei dirvi con certezza se davvero suonassero – intendo soprattutto i chitarristi e la violinista – o se si limitassero a gesticolare vistosamente.
Nemmeno “Beautiful, ugly, rich” ha scatenato reazioni scomposte. In realtà, il pubblico ha mostrato di gradire soprattutto i brevi intermezzi di parlato in italiano (in specie quando Lady Gaga si è rivolta ai fans chiamandoli “piccoli mostri”) ed ha reagito pavlovianamente ogni volta che ha sentito nominare la città di Torino – troppe: alla fine ne avrò contate almeno una dozzina. Il primo atto si è chiuso con “The fame”, che Lady Gaga ha cantato con un abito rosso dalle ampie spalline e una sorta di copricapo-maschera che ricorda un po’ i costumi di Peter Gabriel epoca Genesis “Foxtrot”/”Nursery Crime” un po’ quelli della nostra Rettore epoca “Brivido divino” (il paragone con Rettore, mutatis mutandis, viene spesso alla mente a proposito di Lady Gaga).
Prima del secondo atto (come in apertura e ad ogni intervallo fra le varie parti dello show) sono stati proiettati sul sipario brevi filmati davvero pregevoli: gli “interludes” (“Puke” – il più trash, in cui Millie Brown “vomita” liquido verde su Lady Gaga, che poi addenta un cuore di bue – , “Antler”, “Twister”, “(Lil) Monster” – molto fetish, quasi sadomaso – , “Tattoo” e “Apocalyptic” – quest’ultimo davvero superlativo) curati dalla Haus of Gaga.
Il secondo atto (“Subway”) si è aperto rivelando sul palcoscenico un vagone di metropolitana dentro il quale Lady Gaga, con velo e soggolo da suora e abito di plastica trasparente con delle “X” di nastro isolante a celare i capezzoli, ha cantato “Lovegame” (e ha invitato il pubblico a saltare a piedi uniti sul posto, ottenendo una sentita partecipazione). Una lunga prolusione ha introdotto “Boys boys boys”: è stato il momento in cui Lady Gaga ha esplicitamente omaggiato il suo pubblico gay italiano (“gay boys of Italy”). Nel frattempo, il Palaolimpico si era finalmente riempito, raggiungendo il tutto esaurito anticipato già da tempo. Un cambio d’abito, in nero, ed è il momento di “Money honey”; l’abito nero sparisce, Lady Gaga resta in bikini ed arriva il primo momento-clou dello show con “Telephone”, finora il brano meglio riuscito dello show (anche perché la versione live rinuncia a superflue scenografie ed è compatta e tirata).
E qui, dopo uno zenith, lo spettacolo rallenta inopinatamente. Lady Gaga si avvicina al pianoforte avvolta in una bandiera tricolore (come Gea della Garisenda, la soubrette degli anni Dieci del secolo scorso, che cantava “Tripoli bel suol d’amore” vestita solo del vessillo italiano. Secondo l’ANSA la bandiera era quella arcobaleno simbolo del movimento gay, ma o sono daltonico io – possibile – o era proprio bianca rossa e verde). Attacca “Speechless”, sicuramente uno dei suoi pezzi migliori, una ballad che non avrebbe sfigurato in “The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars” di David Bowie, ma lo interrompe con un lungo racconto a proposito delle sue origini italiane, con dettagli sulla vita quotidiana di nonno Giuseppe e nonna Angelina. Il pubblico, che capisce poco o niente l’inglese, applaude persino quando Stefani Germanotta spiega come e qualmente il nonno, un siciliano vero, pretendesse di vedere tutta la famiglia seduta a tavola prima di dare il permesso che si iniziasse a mangiare (se da questi ragazzi fossero i loro genitori a pretenderlo, scapperebbero di casa o chiamerebbero il Telefono Azzurro).
Fra tante chiacchiere, il pathos di “Speechless” si è spento. Né basta a ricreare l’atmosfera l’inedita “You and I”, che sarà inclusa nel prossimo album “Born this way”: un’altra ballad, almeno all’inizio, con cadenze alla Elton John, che verso la fine si trasforma in un esercizio di stile alla Aretha Franklin (anche questa è eseguita al pianoforte: anzi, a un certo punto Lady Gaga lo suona stando in piedi sullo sgabello, a grave rischio capitombolo).
Finita “You and I” parte un altro sermoncino: “Dovete essere voi stessi, non dovete vergognarvi mai del vostro aspetto, voi siete delle star…” predica Lady Gaga, che però, per parte sua, razzola male: nel film “Puke” si è evidentemente fatta doppiare le gambe da una “body double”, e stasera ha mostrato un posteriore decisamente mediterraneo (“a mio nonno piacevano così”, ha scherzato: ma le luci, e i costumi di scena sgambati, hanno impietosamente rivelato aree cellulitiche).
L’atto si chiude con “So happy I could die”, che Lady Gaga canta sollevata a qualche metro dal livello del palco da una piattaforma idraulica e indossando il più bel costume della serata, il cosiddetto “living dress”: un lungo, elaboratissimo abito bianco, completo di copricapo vertiginoso e di ampie ali da fata madrina in mussola, che si muovono da soli, ispirato da una creazione di Hussein Chalayan.
Nuovo breve film, “Antler”, e inizia il terzo segmento dello show, “Forest”. L’ingresso in scena è al limite del carnevalesco: il costume di Lady Gaga la fa sembrare il cugino Itt della famiglia Addams (o più prosaicamente un Mocio Vileda, per intenderci), ed è completato da un’ampia cappella da fungo degli stessi lunghi peli castani. Per fortuna il coperchio se ne va presto, già durante il primo brano, “Monster”, la cui coreografia zombica rimanda inevitabilmente a quella di “Thriller” di Michael Jackson. “Teeth”, il brano seguente, a mio parere uno dei meno efficaci su disco, dal vivo acquista invece una forza notevole: peccato che Lady Gaga si lasci andare all’ennesima captatio benevolentiae (“Torino dammi un bacio”, dice alla fine del suo “numero da Campanellino”, quando implora il pubblico di gridare per lei se non vuole vederla morire), e peccato per il finale eccessivamente prolungato, durante il quale rivendica con orgoglio “I’m not fucking lipsynching”, “non sto cantando in playback, cazzo!” (lo ripeterà altre volte prima della fine dello show: un po’ troppe per non dar da pensare).
Siamo al finale d’atto, e arrivano, finalmente, due colpi da KO: una possente “Alejandro” (con tutto il suo contorno di simboli religiosi e il finale con un bacio gay ‘oscurato’ dal sipario) e una travolgente “Poker face”.
Il film “Apocalyptic” introduce il quarto e ultimo atto: il “Monster Ball”. Arriva in scena una mostruosa creatura degli abissi (un pupazzo gonfiabile realizzato con la tecnica inventata da Gerald Scarfe per gli show di “The Wall” dei Pink Floyd). “Paparazzi” è quel gran pezzo che è, e Lady Gaga lo conclude sparando fuochi pirotecnici dal reggiseno e dalla mutanda “di castità”. Saluti finali, un’ultima esortazione – “Be yourself, ‘cause you were born this way” – e lo show sarebbe finito, ma non può esserlo senza il bis che fa delirare la platea: una corposa, turgida “Bad romance”.
Sono uscito soddisfatto? Sì e no. Mi sono divertito? Sì, anche se non sempre per le giuste ragioni.
Cosa penso di Lady Gaga? Che è un genio della comunicazione popolare, che scrive ottime canzoni e le canta bene, che è abbastanza furba da non cantare in playback (nel senso che dove non ce la fa lascia spazio alle sue eccellenti coriste e nemmeno finge di muovere la bocca), che non balla bene – diciamo che si muove vigorosamente sul palco, ma che la sua gestualità è senz’altro più valida della sua coordinazione danzereccia. Meglio lei o Madonna? Brutta domanda. Riassunto: Lady Gaga canta meglio, Madonna balla meglio. Lady Gaga è la nuova Madonna? Non lo so e non m’interessa.
Cosa penso dello spettacolo? Che è un baraccone da luna park, adattissimo per i gusti acerbi dei/delle teenagers (immagino che a me, da teenager, sarebbe piaciuto un casino), che le coreografie sono troppo affollate e un po’ disordinate, che i costumi sono al limite fra Alta Moda e Sabato Grasso, che le scenografie sono ingenue ai limiti del didascalico, che le musiche sono ben suonate (probabilmente non dai musicisti che a tratti compaiono sul palco – i quali, a margine, non sono stati presentati nemmeno per garbo, come non è stato presentato nessuno dei partecipanti allo show) e il suono, compatibilmente con l’acustica del Palaolimpico, è soddisfacente.
Cosa consiglierei a Lady Gaga in previsione dei prossimi due spettacoli italiani? Di farla più corta con gli ammiccamenti alla città (oppure di scherzarci su: non sarebbe male un “Ciao Italia! Siete pronti? Bene, ànchio. Siete già caldi? Bene, ànchio. Allora, andiamo!”… che sarebbe stato anche meglio a Torino, là dove Madonna pronunciò l’immortale frase nel 1987). Di tagliare di netto (oppure di farli tradurre in simultanea da Olga Fernando) i fervorini motivazionali: gli italiani non lo capiscono, l’inglese, nemmeno scritto (nel film “Antler” compare più volte, e bene in grande e in nero, la scritta “Put your paws up”, “tirate su le zampe” – cioè un invito al segno di riconoscimento fra i “little monsters”; beh, morire se a Torino si è alzata una zampa, ieri sera…).
Tornerò a Milano a rivedere lo show di Lady Gaga? Beh, certo: capite, devo pure accertarmi che abbia accolto i miei consigli…
(fz)

Live Report: U2 @ Stadio Olimpico Torino 06/08/10

Agosto 7th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Ogni passaggio degli U2 in Italia è un evento, ma lo show torinese lo è stato più di altri. Sarebbe stato “solo” un altro concerto, se non fosse successo tutto quello che è successo: Bono che si infortuna gravemente, mezzo tour che salta e la data del 6 agosto in Piemonte che si ritrova inaspettatamente ad essere la “prima” del ritorno, con tutte le domande del caso.
Una su tutte: come sta Bono? Bene, grazie. Il concerto ha dimostrato che il cantante è in buona forma, nonostante sia ancora di fatto convalescente (si dice debba fare 4 ore di fisioterapia al giorno, due prima e due dopo i concerti). Appena la band entra sul palco, verso le 9 e mezza, si fa un giro dell’anello perimetrale che sta sotto “The claw”, il gigantesco artiglio metallico che tutti già conoscono e che racchiude il palco. E’ appena terminata “Space oddity” di David Bowie, e la band sta suonando un’intro strumentale inedita, che la scaletta denomina “The return of the stingray guitar”. E’ chiaro che Bono vuole riprendersI il calore del pubblico, quasi a farsi dare forza. Visibilmente dimagrito, capello corto e soliti occhialoni, accenna qualche vocalizzo quasi a scaldare la voce. Inizia a cantare sul serio solo su “Beautiful day”, che parte poco dopo. La voce sembra in buono stato anche quella – qualche cedimento all’inizio dello spettacolo c’è, ma a questo siamo abituati ormai da anni. Anzi più passano le canzoni, più cresce, mettendo a segno un acuto da brividi in “Miss Sarajevo”.
Bono è poco ciarliero, questa sera: ci mette un po’ a prendere la parola e a ringraziare il pubblico, a presentare la band, mentre lo schermo circolare mostra i sottotitoli – il discorso era preparato, ma va? La band fa il suo dovere, tiene in piedi lo show musicalmente, che invece spettacolarmente si tiene in piedi da solo.
Il canovaccio, inevitabilmente, è infatti quello già noto con una prima parte più diretta e una centrale più spettacolare. La scaletta, rispetto a quella dell’anno scorso, presenta qualche sorpresa, quella sì, in uno show così imponente che per motivi di produzione non permette grandi improvvisazionI. Scompaiono diverse canzoni di “No line on the horizon”, su tutte la magnifica “Unknown caller”, il punto più intenso dei concerti dell’anno scorso. Arrivano gli annunciati inediti: “North star” è una ballata acustica, eseguita a luci spente, con il prato che si trasforma in un cielo stellato di luci di accendini, telefonini e fotocamere. “The flowering rose of Glastonbury” – scritta per il festival inglese a cui la band avrebbe dovuto suonare – è un rock secco e diretto; da festival, appunto. Ma nulla per cui strapparsi i capelli, comunque….
Arrivano anche  “Miss Sarajevo” e “Hold me thrill me kiss me kill me” e un piccolo rimescolamento nella sequenza iniziale. I punti forti e quelli deboli del concerto rimangono anch’essi quelli già noti. Tra i primi l’accoppiata “Unforgettable fire”/”City of blinding lights”, in cui il megaschermo circolare scende come un cono sul palco, dominando la scena – prima era rimasto in alto, compresso, a rimandare immagini della band e qualche immagine di accompagnamento.   Mentre continua a convincere poco il momento “tamarro” su “I’ll go crazy if I don’t go crazy tonight”, con lo stadio trasformato in un’enorme discoteca. Cose che gli U2 fanno da anni, ma insomma non sono più i tempi del limone e di “Discotheque”, anche se Bono la accenna un paio di volte.
Il finale è una grande festa, con i momenti più emozionali: “One”,  “With or without you”, “Where the streets have no name” – con lo stadio che si accende di rosso – insomma, una bella sequenza di hit. Bono appare un po’ stanco, inevitabilmente: sembra faticare un po’ di più a correre qua e là quando lo fa, la voce che va via su “With or without you”. Il fiato deve ancora venire, è una prima. Ma tutto sommato è stato un ritorno alla grande, considerando le premesse. Un concerto più intenso di quelli dell’anno scorso a Milano, forse proprio per tutte le aspettative che portava con sé. Ai fan toccherà – si fa per dire – andarseli a rivedere a Roma, l’8 ottobre: l’ultima data di questo tour europeo. A Bono toccherà un altro bel po’ di fisioterapia: continua così, che ti fa bene.

(Gianni Sibilla)

SETLIST

Intro: Space Oddity/The return of the stingray guitar
Beautiful Day
Magnificient
Get on your boots
Mysterious ways
I still haven’t found
North Star
The flowering rose of Glastonbury
Elevation
In a little while
Miss Sarajevo
Until the end of the world
Unforgettable fire
City of blinding lights
Vertigo
I’ll go crazy if I don’t go crazy tonight
Sunday bloody sunday
MLK
Walk on
One
Where the streets have no name

Encore
Hold me thrill me kiss me kill me
With or without you
Moment of surrender

Live Report: Traffic Festival (The Specials, Paul Weller, Statuto) Torino 15/07/10

Luglio 17th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

C’è ancora troppa luce e fa ancora troppo caldo quando l’elegantissimo Mixo, torinese traslocato a Roma e a Radio Capital, annuncia l’arrivo sul palco degli Statuto, gloria locale e apripista della “mod night” al Traffic Festival tornato alla (splendida) sede originaria della Reggia di Venaria Reale dopo il tragicomico ping pong dei giorni precedenti. Il pubblico è ancora sparuto e composto principalmente di supporters, ma loro sciorinano imperterriti il loro ska dal ritmo scoppiettante, un mix di spensieratezza pop (“Piera”, “Abbiamo vinto il Festival di Sanremo”), orgoglio proletario e incrollabile fede granata: prima di “Ragazzo ultrà” sul palco sale una delegazione di tifosi del Toro con uno striscione che dice no alla tessera per l’ingresso negli stadi. oSKAr (in occhiali scuri, giacca e camicia d’ordinanza: una tortura, con quell’afa) si prodiga cantando del mare che a Torino non c’è, di tristi giornate trascorse alla catena di montaggio (“In fabbrica”), di giovani vite spezzate (“Un fiore nel cemento”, dedicatad a Piero “lo skin”), di periferie metropolitane identiche in ogni parte del mondo. La sezione fiati pompa il giusto, la band suona precisa e se c’è un posto dove vedere gli Statuto è Torino, protagonista o sfondo di quasi tutte le canzoni. Il sound del gruppo è ironico ed easy (a volte anche troppo), i pezzi ritmati funzionano meglio delle ballate ma gli Statuto hanno un lato serio e sentimentale e ci tengono a ricordare chi non c’è più: l’amico Gigi Restagno (icona mod e conduttore radiofonico), i tifosi Gabriele Sandri e Matteo Bagnaresi, vittime di morti assurde mentre seguivano la squadra del cuore in trasferta.

A spazzare la malinconia, venti minuti dopo, ci pensa il Modfather in persona, Paul Weller (nel presentarlo, Mixo ricorda con emozione di averlo visto con i Jam al Festival di Reading del ’78). Pure lui, con il suo bel maglioncino a V, sembra non accorgersi del caldo canicolare. Fuma una sigaretta dietro l’altra, dice “grazie” e “buonasera”, guarda compiaciuto la mezza luna in lontananza dopo essere partito lancia in resta con “The changingman”, “Push it along” e “From the floorboards up” e prima di tuffarsi nelle canzoni di “Wake up the nation”, la cui immagine di copertina campeggia sul pianoforte. “Moonshine” è frenetica e convulsa come sul disco, “Up the dosage” alza il dosaggio disco-techno, “No tears to cry” fa cantare anche chi non sa niente dei Walker Brothers ed “Aim high” conserva il suo feeling alla Bobby Womack (Paul non si avventura nel falsetto della versione di studio: colpa della nicotina?). Peccato che a 25-30 metri di distanza dal palco il suono esca confuso, saturo, gracchiante: si perdono così le sfumature della minisuite “Trees”, i ricami chitarristici di un Steve Cradock infoulardato (belli gli arpeggi simil-mandolino e la lap steel “siderale” di “You do something to me”, suggestive le lunghe divagazioni psichedeliche di “Pieces of a dream”), le dissonanze dello svagato valzerone “One bright star” che cede il passo a un solo di batteria di Steve Pilgrim. La cacofonia raggiunge il top sulla versione trip-hop di “Wild wood”, e lo schieramento di tastiere (due, a volte tre: al quintetto base si è aggiunto un sesto elemento) disperde i suoi sforzi nell’etere. Va decisamente meglio con i brani più secchi e stringati: i Jam di “Strange town” e di “Sound affects” (due selezioni, le gloriose “Pretty green”,“Start!”), gli Style Council di “Shout to the top!”, il soul rock contagioso di “Broken stones” (con un cenno a “Oh happy day”). La brevissima “Fast car/slow traffic” e “Come on let’s go” sono le ultime rasoiate, dopo un’ora e venti a tutta birra (anche se sul palco si beve soprattutto acqua) Paul saluta per far spazio agli headliner Specials, e delle due l’una: o aveva fretta di andarsene, o se la tira così poco da cedere senza problemi le luci della ribalta alla band di Coventry per la prima volta in Italia.

Belli da vedere, gli Specials, anche se è meglio non indugiare troppo sui primi piani dei maxischermi (Terry Hall s’è un po’ gonfiato, Neville Staple sembra il più invecchiato). Dopo una intro strumentale attaccano “Do the dog”, dal primo leggendario album riproposto quasi per intero (11 brani su 14) e sembra tutto come ai vecchi tempi: non fosse che manca Jerry Dammers e che al governo non c’è più la lady di ferro. Con le loro giacche e borsalini, con gli scacchi sulla batteria e sulle tracolle delle chitarre, sono ancora stilosissimi (un altro spettacolo è quella specie di Jack Black che si agita al mixer, facendo incazzare di brutto il fonico di palco italiano). Ray Bradbury ha ancora il “boost” giusto per spingere la band con i suoi ritmi in levare, i chitarristi Roddy Byers e Lynval Golding percorrono il palco in lungo e in largo come terzini fluidificanti, il basso di Horace Panter pulsa nel petto, la sezione fiati è impeccabile mentre Hall e il toaster Staple hanno il fiato per reggere i 60 minuti di performance. “Gangsters” è sempre un gioiello, “Doesn’t make it alright” e la cocktail music di “Stereotype” ricordano che i nostri sanno variare mood e bpm. Con “Monkey man”, “Rat race” e “Concrete jungle” ballano tutti e quando arriva il ritmo indolente di “A message to you Rudy” l’arena è un dancefloor a cielo aperto (25 mila persone, riportano le agenzie: mah, a occhio sembrano meno). “Nite klub” e “Too much too young”, in chiusura, alzano ulteriormente – ce ne fosse bisogno – la temperatura mentre “Little bitch” viene velenosamente dedicata a Dammers (questa potevano risparmiarsela). Torino è come Coventry, il motto finale è “Enjoy yourself”. Ma è mezzanotte e mezza, scatta il coprifuoco. Mannaggia, neanche il tempo per “Ghost town”: però per un concerto gratis (girano volontari giallovestiti a raccogliere libere offerte) non ci possiamo proprio lamentare.

(Alfredo Marziano)

Setlist di Paul Weller:

“The changingman”

“Push it along”

“From the floorboards up”

“Moonshine”

“Up the dosage”

“Strange town”

“No tears to cry”

“Aim high”

“Shout to the top”

“Trees”

“You do something to me”

“One bright star”

“Pieces of a dream”

“Broken stones”

“Wild wood”

“Pretty green”

“Start!”

“Fast car, slow traffic”

“Come on let’s go”

Setlist degli Specials:

“Do the dog”

(Dawning of a) New era”

“Gangsters”

“It’s up to you”

“Monkey man”

“Rat race”

“Hey little rich girl”

“Blank expression”

“Doesn’t make it alright”

“Concrete jungle”

“Stereotypes”

“Man at C&A”

“A message to you Rudy”

“Do nothing”

“Little bitch”

“Nite klub”

“Too much too young”

“Enjoy yourself”

Live Report: Bruce Springsteen @ Stadio Olimpico Torino 21/07/09

Luglio 22nd, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Ecco i tweet che forse avrei scritto dallo stadio. O forse no, visto che il concerto di Springsteen a Torino allo Stadio Olimpico è stato uno dei più coinvolgenti della sua lunga storia di performance italiane, e ho cercato di non stare troppo attaccato all’iPhone-

Torino è una città ordinata, si accede allo stadio facilmente. Faccio fatica a trovare parcheggio: vedo uno che armeggia con la portiera di una macchina. Mi fermo per vedere se sta andando via. Poi mi accorgo che stava cercando di rubarla. Ho cambiato zona.

Perché San Siro è San Siro. Ma anche l’Olimpico non scherza. Una volta era il Comunale, il Boss ci suonò nell’88. Ma la capienza era quasi doppia. Dove sono finiti quei posti?

Il Boss apre un concerto parlando in piemontese è qualcosa che non avrei mai creduto di vedere in vita mia. Per fortuna non me sono accorto, l’ho letto e visto dopo.

Già dalle prime canzoni si capisce che è una serata speciale. 6 brani mai suonati nel tour, a partire da “Loose Ends”. I fan americani di Backstreets moriranno d’invidia. Tié.

Alla prima inquadratura sul megaschermo di Clemons, mi rendo conto con orrore che ha le unghie laccate d’oro. Alla seconda mi rendo conto di quanto è invecchiato.

Max Weinberg pesta come un dannato per tutta la sera. E non ha mai un capello fuori posto, neanche dopo tre ore. Che lacca usa, la stessa di Clemons per le unghie?

Cosa contengono quei beveroni che Springsteen tracanna tra una canzone e l’altra? Li voglio anche io, che ho 20 anni di meno e un decimo della sua energia.

Il momento più bello dello show è la raccolta delle richieste. Scritte su: un materassino, un dirigibile volante, cartelli di varie fogge e colori.

Ci voleva: una bella inquadratura sul megaschermo sul retro di un cartello di cartone con la scritta “Esselunga”.

Correggo: il momento più bello dello show è “Drive all night”, una ballata torci-budella che non so da quanto suonava. La mia compagna piange come una fontana, e non l’aveva mai sentita.

Ma la scenetta in cui apre tre buste sigillate e timbrate, da cui esce sempre la richiesta di “Drive all night”, l’ha messa in piedi lui o arriva dal pubblico?

Comprereste una macchina usata da quest’uomo? Anzi, portereste vostro figlioletto ad un concerto di quest’uomo? Si, a giudicare dalla quantità di under-10 presenti sul prato. Il boss li fa pure cantare e ballare: altro che Courtney Cox nel video di “Dancing in the dark”.

Il pubblico del Boss è il più bello, il più tollerante, il più accogliente. Non ce n’è per nessuno: ovunque ti giri c’è un sorriso.

Ma come: il Boss fa una scaletta della madonna, e poi lascia fuori “Thunder Road” dai bis? Unica pecca di una serata perfetta.

Correggo: la vera pecca è uscire dallo stadio dopo una chilometrica “Twist & Shout” sulle note di Morricone. Lo vogliamo dire che sono noiose?

(Gianni Sibilla)

Live Report: Wilco @ Spazio 211 Torino 17/07/2007

Luglio 18th, 2007 in Archivio by Redazione Rockol

Neppure un black out ha fermato i Wilco, nel concerto che martedì 17 luglio ha chiuso il bel festival torinese organizzato allo Spazio 211. Proprio durante l’esecuzione di “Spiders”, il momento di massima tensione elettrica dello show, è mancata la corrente, sul palco è calata l’oscurità e gli strumenti si sono ammutoliti di colpo. Non tutti, perché il batterista Glenn Kotche ha continuato a pestare sui tamburi, mentre il pubblico e il resto del gruppo continuavano a cantare e a battere ritmicamente le mani per poi riprendere, dopo una pausa eterna, esattamente dal punto in cui avevano interrotto. Uno spettacolo nello spettacolo che ha regalato, inopinatamente, il momento più bello e intenso della serata. L’ultimo album della band di Jeff Tweedy, “Sky blue sky” ha diviso la critica, facendo rimpiangere ad alcuni lo sperimentalismo e il gusto postmoderno di dischi come “Yankee hotel foxtrot” e “A ghost is born”: ma in concerto vecchie e nuove canzoni, queste ultime proposte in abbondanza, si combinano senza problemi, grazie anche ad esecuzioni impeccabili e ai suoni nitidi e ben calibrati. Tweedy, paffuto e in camicione a quadri che fa molto America di provincia, sembra molto rilassato, salvo schivare risolutamente le richieste di brani “poco brillanti” dal vecchio catalogo e preoccuparsi continuamente delle sorti di uno sventurato che ha deciso di festeggiare il compleanno vomitando in prima fila. Il resto della band è un esempio di concentrazione, compattezza e cura del dettaglio: Kotche e John Stirratt (bella voce di controcanto) compongono una sezione ritmica vigorosa ma anche attenta alle sfumature, ai break, ai controtempi, alle sottili variazioni di tempo che spesso scompaginano le carte in tavola; il tastierista/rumorista Mikael Jorgensen (occhialini, maglietta a righe orizzontali e faccia da “nerd”) e il multistrumentista Pat Sansone (che assomiglia a Beck, fa una discreta scena e canta anche, oltre a suonare tastiere, chitarre, maracas e tamburelli) lavorano bene di copertura, colore e contrappunto mentre l’esperto chitarrista Nels Cline è il nuovo asso nella manica della band, abile nel pilotare feedback, pedali ed effetti e nello sciorinare assoli di volta in volta limpidi e frenetici (bellissimo quello di “Impossible Germany”), un po’ alt.country, un po’ avant jazz, un po’ Sonic Youth (su questo stesso palco dodici giorni prima).
Partono tranquilli con “Either way”, accarezzano morbide sonorità “Americana” con “Sky blue sky”, accelerano e spigolano con la vecchia “Handshake drums” (assalto a tre chitarre elettriche, ne seguiranno altri) e le nuove “You are my face” e “Shake it off”. “I am trying to break your heart” è un ricordo dell’estetica destrutturata dei dischi precedenti, e “Via Chicago” è il prototipo di quanto i Wilco sanno fare al meglio: chitarra acustica, melodia pigra e malinconica in stile country rock, steel sullo sfondo a disegnare panorami sconfinati, improvvise interferenze rumoristiche che travolgono e sommergono la canzone per poi dileguarsi nel nulla, in un emozionante alternarsi di pianissimo e fortissimo. Un’altra “highlight” della serata. C’è il soul morbido di “Jesus etc.” e il rock and roll di “I am the man who loves you”, il pop di “Hummingbird” e “Heavy metal drummer” e i riff un po’ Zeppelin un po’ boogie rock di “Walken”. Poi arrivano le sincopi e gli scatti nervosi di “Spiders”, che fanno venire in mente i Television di “Marquee moon” e scusate se è poco, e l’improvviso blackout di cui sopra. Ma siccome il coprifuoco scatta a mezzanotte precisa c’è ancora tempo per un paio di bis, altre melodie, altre chitarre, altra American music che sa un po’ di passato e un po’ di futuro e vive in un tempo e in un luogo tutto suo.

(Alfredo Marziano)

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