Nel gergo del cinema porno le chiamano “fluffers”. Sono le ragazze, senza nome e senza volto, che sul set mantengono viva l’erezione dei performer maschi nelle (spesso lunghe) pause di lavorazione. Manuale oppure orale che sia, è uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.
Ieri sera, al Palaolimpico di Torino, dove si è tenuta la prima delle tre date italiane del Monster Ball Tour (le altre due sono previste il 4 e 5 dicembre prossimi al Forum di Assago, Milano), lo “sporco lavoro” è toccato ai Semi-Precius Weapons: un quartetto di origini bostoniane ultra-glam (un po’ New York Dolls, un po’ Poison, un po’ Sigue Sigue Sputnik) guidato dal “carismatico” – la definizione è nella biografia del gruppo – cantante Justin Tranter.
Fatto è che il compito di mantenere viva l’eccitazione del pubblico del Palaolimpico non è stato dei più semplici. Intanto perché, ovvio, tutti erano lì solo per la star della serata; un po’ perché, vuoi per un difetto di comunicazione (ci si aspettava che l’headliner iniziasse il suo show alle 21), vuoi per l’infelice collocazione logistica del palazzetto (dove sembra non esista un parcheggio da utilizzare in occasione delle manifestazioni, e bisogna cercare un posto per l’auto nelle già imballatissime vie adiacenti), vuoi perché in contemporanea allo spettacolo era in cartellone l’incontro di calcio Torino-Albinoleffe (per la cronaca, il Torino ha vinto per uno a zero con gol di Rolando Bianchi), alle 19,30 – l’ora in cui sono saliti sul palco i Semi-Precious Weapons – il Palaolimpico era pieno solo a metà.
Lodevole, quindi, l’applicazione con cui la band ha svolto il suo ingrato compito: che si è concretizzato, sostanzialmente, in una mansione da “scaldapubblico”, cioè nell’invitare i presenti a scandire in coro il nome della star in arrivo. Divertenti, colorati, moderatamente oltraggiosi nei testi e nel look, i Semi-Precious Weapons (un album, “You love you”, in uscita per la Geffen, e un solo brano-manifesto, l’eponimo “Semi-Precious Weapons”, la cui frase-chiave è l’autobiografica “I can’t pay my rent but I’m fucking gorgeous”) hanno intrattenuto i presenti con tutta la miglior buona volontà; ma dopo mezz’ora, esaurite le cartucce, hanno dovuto lasciare la scena. Anche perché la protagonista aveva annunciato la ferma intenzione di salire sul palco alle 20,30: cosa che in effetti è poi avvenuta alle 20,40, quando si sono spente le luci, ha taciuto la musica d’attesa e il tanto atteso spettacolo è andato a incominciare.
Il mio interessamento, poi presto diventato apprezzamento, per Lady Gaga ha origini piuttosto recenti. In luglio mi è stato chiesto di collaborare alla traduzione di una biografia “non autorizzata” di Lady Gaga (“Poker Face”: uscirà verso la fine di novembre per Mondadori). E non avendo mai prima ascoltato un album di Lady Gaga, coscienziosamente e professionalmente mi sono procurato “The fame monster” (il doppio Cd che include l’album di debutto, “The fame”, e un secondo disco con otto nuovi brani) e mi sono impegnato nel mio dovere di documentazione. Scoprendo – anche nel primo disco, ma soprattutto nel secondo – una serie di grandi canzoni pop. Intanto, traducendo, imparavo un sacco di cose sulla signorina, e ne ammiravo la determinazione, la testardaggine, l’abilità di manipolatrice dei media: tutte doti che considero preziose per chi cerchi di farsi strada nello show business.
Ovvio, dunque, che desiderassi assistere al suo spettacolo.
Di descrizioni dettagliate dello show del “Monster Ball Tour” ne potete leggere a bizzeffe, dato che Lady Gaga lo sta portando in giro – nella versione rivisitata – già da febbraio. E ne trovate ampi esempi in video su “YouTube”. Qui proverò a riferirvi le mie impressioni sullo show di Torino, che ha sostanzialmente seguito la traccia e la scaletta delle date più recenti. Va detto, preventivamente, che le mie aspettative erano piuttosto alte, e che sono andate (parzialmente) deluse; ma va anche considerato che, pur da ammiratore, resto ugualmente uno che fa di mestiere il cronista e che cerco di conservare sempre un approccio critico – non apoditticamente critico, ma insomma di distacco dall’entusiasmo indiscriminato del fan.
I fan, appunto. La cornice di pubblico, essenziale per la buona riuscita della messinscena dello spettacolo di lady Gaga, non era multicolore e rutilante come ci sarebbe stato da attendersi. Certo, non sono mancati gli applausi e i cori e le grida e i braccialettini fluorescenti; mancava invece quella pittoresca fauna di wannabes, di cosplay, insomma di ragazze vestite e truccate da Lady Gaga che fa da contorno ai suoi show all’estero. Ne ho vista una soltanto “in alta uniforme”, con un cappello che riproduceva quello indossato da Lady Gaga nel video di “Telephone”. Ma niente di spettacolare, nessun “vestito di carne” e nessun costume elaborato. Curiosamente, ma nemmeno troppo, la fauna più pittoresca era costituita dai fan di sesso maschile; del resto, è sul pubblico gay che Lady Gaga ha costruito la propria fan base.
Sul palco, ampio e proteso con una passerella fino a quasi metà platea, era calato un sipario da teatro blu, che poi si è trasformato in uno schermo dietro il quale, come in un gioco di ombre cinesi, si è vista apparire la silhouette di Lady Gaga che cantava “Dance in the dark”. Un’apertura d’effetto ma non killer, che è proseguita con “Glitter and grease”, inedita su disco e quindi non adatta a suscitare esplosioni di consensi (che, come è noto, vengono scatenate dalla riconoscibilità di una canzone). Si è entrati nel vivo, infatti, con “Just dance”, introdotta da Lady Gaga suonando una tastiera inserita nel cofano di una Rolls Royce corazzata (il primo “atto” dello show, intitolato “City”, si svolge su uno sfondo urbano).
Quasi ogni canzone era articolata come un “numero” da musical: e questo, a mio avviso, è un po’ un limite se si vuole considerare un “concerto” quello che è invece, e a buon diritto, uno spettacolo di canzoni, coreografie e scenografie (quella che Lady Gaga ha definito “una festa apocalittica in casa”). Che i ballerini siano molto bravi è indubbio; che siano un po’ troppi, tanto da distrarre l’attenzione (in particolare quando è in scena anche la drag queen Posh), mi pare pure indubbio; e sono forse un po’ troppi anche i musicisti, dei quali sinceramente non saprei dirvi con certezza se davvero suonassero – intendo soprattutto i chitarristi e la violinista – o se si limitassero a gesticolare vistosamente.
Nemmeno “Beautiful, ugly, rich” ha scatenato reazioni scomposte. In realtà, il pubblico ha mostrato di gradire soprattutto i brevi intermezzi di parlato in italiano (in specie quando Lady Gaga si è rivolta ai fans chiamandoli “piccoli mostri”) ed ha reagito pavlovianamente ogni volta che ha sentito nominare la città di Torino – troppe: alla fine ne avrò contate almeno una dozzina. Il primo atto si è chiuso con “The fame”, che Lady Gaga ha cantato con un abito rosso dalle ampie spalline e una sorta di copricapo-maschera che ricorda un po’ i costumi di Peter Gabriel epoca Genesis “Foxtrot”/”Nursery Crime” un po’ quelli della nostra Rettore epoca “Brivido divino” (il paragone con Rettore, mutatis mutandis, viene spesso alla mente a proposito di Lady Gaga).
Prima del secondo atto (come in apertura e ad ogni intervallo fra le varie parti dello show) sono stati proiettati sul sipario brevi filmati davvero pregevoli: gli “interludes” (“Puke” – il più trash, in cui Millie Brown “vomita” liquido verde su Lady Gaga, che poi addenta un cuore di bue – , “Antler”, “Twister”, “(Lil) Monster” – molto fetish, quasi sadomaso – , “Tattoo” e “Apocalyptic” – quest’ultimo davvero superlativo) curati dalla Haus of Gaga.
Il secondo atto (“Subway”) si è aperto rivelando sul palcoscenico un vagone di metropolitana dentro il quale Lady Gaga, con velo e soggolo da suora e abito di plastica trasparente con delle “X” di nastro isolante a celare i capezzoli, ha cantato “Lovegame” (e ha invitato il pubblico a saltare a piedi uniti sul posto, ottenendo una sentita partecipazione). Una lunga prolusione ha introdotto “Boys boys boys”: è stato il momento in cui Lady Gaga ha esplicitamente omaggiato il suo pubblico gay italiano (“gay boys of Italy”). Nel frattempo, il Palaolimpico si era finalmente riempito, raggiungendo il tutto esaurito anticipato già da tempo. Un cambio d’abito, in nero, ed è il momento di “Money honey”; l’abito nero sparisce, Lady Gaga resta in bikini ed arriva il primo momento-clou dello show con “Telephone”, finora il brano meglio riuscito dello show (anche perché la versione live rinuncia a superflue scenografie ed è compatta e tirata).
E qui, dopo uno zenith, lo spettacolo rallenta inopinatamente. Lady Gaga si avvicina al pianoforte avvolta in una bandiera tricolore (come Gea della Garisenda, la soubrette degli anni Dieci del secolo scorso, che cantava “Tripoli bel suol d’amore” vestita solo del vessillo italiano. Secondo l’ANSA la bandiera era quella arcobaleno simbolo del movimento gay, ma o sono daltonico io – possibile – o era proprio bianca rossa e verde). Attacca “Speechless”, sicuramente uno dei suoi pezzi migliori, una ballad che non avrebbe sfigurato in “The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars” di David Bowie, ma lo interrompe con un lungo racconto a proposito delle sue origini italiane, con dettagli sulla vita quotidiana di nonno Giuseppe e nonna Angelina. Il pubblico, che capisce poco o niente l’inglese, applaude persino quando Stefani Germanotta spiega come e qualmente il nonno, un siciliano vero, pretendesse di vedere tutta la famiglia seduta a tavola prima di dare il permesso che si iniziasse a mangiare (se da questi ragazzi fossero i loro genitori a pretenderlo, scapperebbero di casa o chiamerebbero il Telefono Azzurro).
Fra tante chiacchiere, il pathos di “Speechless” si è spento. Né basta a ricreare l’atmosfera l’inedita “You and I”, che sarà inclusa nel prossimo album “Born this way”: un’altra ballad, almeno all’inizio, con cadenze alla Elton John, che verso la fine si trasforma in un esercizio di stile alla Aretha Franklin (anche questa è eseguita al pianoforte: anzi, a un certo punto Lady Gaga lo suona stando in piedi sullo sgabello, a grave rischio capitombolo).
Finita “You and I” parte un altro sermoncino: “Dovete essere voi stessi, non dovete vergognarvi mai del vostro aspetto, voi siete delle star…” predica Lady Gaga, che però, per parte sua, razzola male: nel film “Puke” si è evidentemente fatta doppiare le gambe da una “body double”, e stasera ha mostrato un posteriore decisamente mediterraneo (“a mio nonno piacevano così”, ha scherzato: ma le luci, e i costumi di scena sgambati, hanno impietosamente rivelato aree cellulitiche).
L’atto si chiude con “So happy I could die”, che Lady Gaga canta sollevata a qualche metro dal livello del palco da una piattaforma idraulica e indossando il più bel costume della serata, il cosiddetto “living dress”: un lungo, elaboratissimo abito bianco, completo di copricapo vertiginoso e di ampie ali da fata madrina in mussola, che si muovono da soli, ispirato da una creazione di Hussein Chalayan.
Nuovo breve film, “Antler”, e inizia il terzo segmento dello show, “Forest”. L’ingresso in scena è al limite del carnevalesco: il costume di Lady Gaga la fa sembrare il cugino Itt della famiglia Addams (o più prosaicamente un Mocio Vileda, per intenderci), ed è completato da un’ampia cappella da fungo degli stessi lunghi peli castani. Per fortuna il coperchio se ne va presto, già durante il primo brano, “Monster”, la cui coreografia zombica rimanda inevitabilmente a quella di “Thriller” di Michael Jackson. “Teeth”, il brano seguente, a mio parere uno dei meno efficaci su disco, dal vivo acquista invece una forza notevole: peccato che Lady Gaga si lasci andare all’ennesima captatio benevolentiae (“Torino dammi un bacio”, dice alla fine del suo “numero da Campanellino”, quando implora il pubblico di gridare per lei se non vuole vederla morire), e peccato per il finale eccessivamente prolungato, durante il quale rivendica con orgoglio “I’m not fucking lipsynching”, “non sto cantando in playback, cazzo!” (lo ripeterà altre volte prima della fine dello show: un po’ troppe per non dar da pensare).
Siamo al finale d’atto, e arrivano, finalmente, due colpi da KO: una possente “Alejandro” (con tutto il suo contorno di simboli religiosi e il finale con un bacio gay ‘oscurato’ dal sipario) e una travolgente “Poker face”.
Il film “Apocalyptic” introduce il quarto e ultimo atto: il “Monster Ball”. Arriva in scena una mostruosa creatura degli abissi (un pupazzo gonfiabile realizzato con la tecnica inventata da Gerald Scarfe per gli show di “The Wall” dei Pink Floyd). “Paparazzi” è quel gran pezzo che è, e Lady Gaga lo conclude sparando fuochi pirotecnici dal reggiseno e dalla mutanda “di castità”. Saluti finali, un’ultima esortazione – “Be yourself, ‘cause you were born this way” – e lo show sarebbe finito, ma non può esserlo senza il bis che fa delirare la platea: una corposa, turgida “Bad romance”.
Sono uscito soddisfatto? Sì e no. Mi sono divertito? Sì, anche se non sempre per le giuste ragioni.
Cosa penso di Lady Gaga? Che è un genio della comunicazione popolare, che scrive ottime canzoni e le canta bene, che è abbastanza furba da non cantare in playback (nel senso che dove non ce la fa lascia spazio alle sue eccellenti coriste e nemmeno finge di muovere la bocca), che non balla bene – diciamo che si muove vigorosamente sul palco, ma che la sua gestualità è senz’altro più valida della sua coordinazione danzereccia. Meglio lei o Madonna? Brutta domanda. Riassunto: Lady Gaga canta meglio, Madonna balla meglio. Lady Gaga è la nuova Madonna? Non lo so e non m’interessa.
Cosa penso dello spettacolo? Che è un baraccone da luna park, adattissimo per i gusti acerbi dei/delle teenagers (immagino che a me, da teenager, sarebbe piaciuto un casino), che le coreografie sono troppo affollate e un po’ disordinate, che i costumi sono al limite fra Alta Moda e Sabato Grasso, che le scenografie sono ingenue ai limiti del didascalico, che le musiche sono ben suonate (probabilmente non dai musicisti che a tratti compaiono sul palco – i quali, a margine, non sono stati presentati nemmeno per garbo, come non è stato presentato nessuno dei partecipanti allo show) e il suono, compatibilmente con l’acustica del Palaolimpico, è soddisfacente.
Cosa consiglierei a Lady Gaga in previsione dei prossimi due spettacoli italiani? Di farla più corta con gli ammiccamenti alla città (oppure di scherzarci su: non sarebbe male un “Ciao Italia! Siete pronti? Bene, ànchio. Siete già caldi? Bene, ànchio. Allora, andiamo!”… che sarebbe stato anche meglio a Torino, là dove Madonna pronunciò l’immortale frase nel 1987). Di tagliare di netto (oppure di farli tradurre in simultanea da Olga Fernando) i fervorini motivazionali: gli italiani non lo capiscono, l’inglese, nemmeno scritto (nel film “Antler” compare più volte, e bene in grande e in nero, la scritta “Put your paws up”, “tirate su le zampe” – cioè un invito al segno di riconoscimento fra i “little monsters”; beh, morire se a Torino si è alzata una zampa, ieri sera…).
Tornerò a Milano a rivedere lo show di Lady Gaga? Beh, certo: capite, devo pure accertarmi che abbia accolto i miei consigli…
(fz)