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Live Report: Young The Giant @ Tunnel, Milano 03/05/12

Maggio 4th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

In un regno vastissimo chiamato “Musica”, popolato da patinatissime e richiestissime star dalla capacità di smuovere masse e riempire stadi e palazzetti, esiste un luogo chiamato “alternative”, se così lo vogliamo definire, abitato da creature straordinarie. Piccole grandi meraviglie della scena contemporanea, che sono in grado di ottenere due sold out nella stessa nazione, ovvero l’italica penisola, per due sere consecutive. Questa storia in particolare vede come protagonisti gli Young The Giant, mai nome per una band fu azzeccato come in questo caso. Il Tunnel di Milano, gremito fino all’orlo, ha assistito ad un live a dir poco esplosivo, un concerto popolato da giovani curiosi, ragazze entusiaste e chi ha voluto testare se ciò che si dice in giro è vero, che gli Young The Giant sono “giganti da palcoscenico”. A inizio concerto si scorgono tra la folla personaggi alquanto vari: chi improvvisa passi di danza, chi aspetta gli amici, ragazze che chiacchierano amabilmente sui divani e i solitari.

Un vortice di energia cattura subito tutti: Sameer Gadhia (ebbene si, per chi se lo chiedeva, il ragazzo ha origini indiane) e soci salgono sul palco con “I got” e “Guns out”, che riscaldano l’atmosfera, ben presto incandescente. I ragazzi masticano qualche parola di italiano, il chitarrista riesce a dire una frase completa: “Siamo felici di essere con voi questa sera”, e il gruppo concorda del tutto. Si prosegue con “Shake my hand” e “What you get”: il pubblico salta, balla, canta, una vera gioia per gli occhi. Tutto suona alla perfezione: i riff poderosi di chitarra, note gravi di basso, colpi di batteria come fendenti e la voce di Sameer, cristallina come non mai. Pochissime chiacchiere ma tanta musica: quando partono le prime note di “Cough syroup” è davvero delirio. “Losing my mind, losing control”, come dice la canzone.

Si respira proprio una bella aria a questo concerto, l’atmosfera è ricca di entusiasmo sia da parte di chi suona che da parte di chi ascolta. La goliardia regna sovrana e quando arriva sul palco una bandana a stelle e strisce (forse in onore alla patria dei cinque musicisti), il frontman la utilizza per abbellire la chioma del bassista. Si scivola veloci con “I wanna” e “Strings”, seguite a ruota da “12 fingers”. Tra i pezzi più apprezzati, “Apartment” fa la parte del leone, brano ricco di pathos.

La prima parte del live si chiude con “St. walker”, suonata a mille e cantata a squarcia gola. I ragazzi salutano, fanno pochissimi minuti di pausa e tornano sul palco con una sorpresa: della frutta. Proprio cosi: banane e mele che vengono lanciate al pubblico. Sameer afferma: “E’ la mia preferita” mentre lancia una mela tanto che gli torna indietro, e ci manca poco che venga colpito. “Shit!”, esclama ridendo. Vengono anche registrate le voci di tutto il pubblico, usanza del gruppo ad ogni live. Si volge poi al desio con la dolcissima ed onirica “Island”, in netta contrapposizione a “My body”, che fa a dir poco tremare il Tunnel. Riusciranno i “piccoli” a crescere e a trovare un proprio posto nel Mondo? Stasera abbiamo avuto un assaggio di ciò che gli Young The Giant sono capaci di fare.

E’ proprio il caso di dire “To be continued…”.

(Rossella Romano)

SETLIST:

1.I Got

2.Guns Out

3.Shake My Hand

4.What You Get

5. Cough Syrup

6. I Wanna

7.Strings

8.12 Fingers

9 Apartment

10.St. Walker

Encore:

11.Islands

12.My Body

Live Report: God Is An Astronaut @ Tunnel, Milano 06/03/12

Marzo 7th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

“Nello spazio, nessuno può sentirti urlare”. Una delle taglines migliori della storia del cinema, se non la migliore in assoluto. Pura verità, nessuno nello spazio potrà mai sentirti urlare. E se Dio fosse un astronauta? Immerso nello spazio profondo, in sospensione perenne nel buio infinito, teso a fissare la terra attraverso un casco con visiera a specchio… Forse lui potrebbe.

Scherzi a parte, sembra che qualcuno intorno all’immagine del Dio astronauta abbia davvero costruito il proprio “dogma”. Un dogma post rock fatto di quiete e tempesta, di partenze lente e scatti improvvisi, di effetti di chitarra tagliatissimi e galoppate inarrestabili di basso e batteria. Ed è in osservanza di tale dogma che il Tunnel di Milano ha affrontato la data dei God Is An Astronaut, band irlandese con dieci anni di onorata attività e cinque album sulle spalle; una delle realtà più concrete della scena post rock europea. Tanto concreta da far registrare il sold out quasi in tutte le date di questo tour.

Milano non è da meno: all’esterno del club la fila per entrare è di una trentina di metri nonostante le porte già aperte. Una volta entrati poi, è interessante osservare l’eterogeneità della platea, composta nello specifico da una buona quantità di fan agguerriti e da qualche post rocker barbuto e non, ma anche da sporadici metallari con chiodo d’ordinanza e t-shirt super truce, coppiette troppo prese a limonare per curarsi di tutto e di tutti, e da una cospicua quantità di adepti dell’ultima ora, coinvolti dal passaparola dell’imprescindibile “amico esperto” reperibile, manco a dirlo, in prima fila.

Poco prima delle dieci e senza nessuna apertura (dopo la defezione dei validissimi Tides From Nebula, purtroppo costretti ad annullare l’intero tour europeo), i fratelli Kinsella (tenderei ad escludere qualsiasi vincolo di parentela e/o legame con la nota scrittrice Madeleine Wickham, alias Sophie Kinsella) guadagnano il palco accompagnati come sempre dal fido batterista Lloyd Hanney e dalla new entry Jamie Dean, l’uomo addetto alle tastiere e ai sintetizzatori.

Un cenno di saluto e via, inizia la discesa. Si comincia con “When everything dies”, “Fragile” e “From dust to the beyond”. Arpeggi lenti, riff ad libitum, basso martellante e una parvenza di voce modulata a fare da legante, sono l’intro costante ad ogni pezzo, il preludio al “wall of sound” made in Ireland pronto a scoppiare una volta raggiunto il climax. L’impatto è buono: tecnica impeccabile, grande resa sonora dal vivo (molto bene in questo senso l’impianto del Tunnel). Tredici i pezzi segnati in lista per il set principale, più due da giocarsi al rientro, per un totale di un’ora e venti di musica ottimamente accolta dal pubblico milanese. “Age of the fifth sun”, “Echoes”, “Remembrance Day”, “Shadows”, “Worlds in collision”, “Zodiac”, “Snowfall”, vanno a costituire il corpo centrale del live accompagnate da una serie di visual proiettati alle spalle della band. Poca cosa: l’attenzione è completamente rivolta ai quattro sul palco, in modo particolare a Torsten Kinsella, il vero catalizzatore del gruppo. Tutto bene dunque? Sì e no. I God Is An Astronaut sono una band post rock, e come tale chiamata a stabilire un contatto empatico molto forte con il pubblico attraverso uno spettacolo in grado di rapire dall’inizio alla fine. Partecipare, vivere in pieno questo tipo di live, vuol dire riuscire a lasciarsi andare, farsi cullare dalla prima all’ultima nota, perdersi nei meandri del suono e godere degli stacchi improvvisi come dell’incedere lento, del tuono come brezza leggera. E se Mogwai ed Explosions In The Sky sono maestri assoluti nel creare questa magia, ecco, i God Is An Astronaut lo sono un po’ meno. Lo spettacolo è molto buono, per carità, lungi dal dire il contrario. Sulla lunga distanza però, si vede palesemente quanto i quattro fatichino molto a staccarsi dalla formula: intro, crescendo, stacco, tiratona finale e taglio netto in chiusura. Formula che una volta assimilata, scade vagamente nel ripetitivo. In altre parole il live poteva essere costruito meglio, con magari una prima parte più riflessiva e una seconda più tirata, per dirne una. Ad ogni modo la tripletta finale “Suicide by star”, “Forever lost” e “Route 666”, seguita da due dei pezzi migliori dell’intera discografia della band, “All is violent, all is bright” e “Fire flies and empty skies” (messa giustamente in chiusura di set), sono tutti buonissimi motivi per tornarsene a casa felici e contenti. Passate da poco le undici, infatti, le luci si accendono e la gente può guadagnare l’esterno.

In conclusione un buon live, con picchi di travolgente, ma anche con qualche momento debole. Dettagli: la data milanese ci ha regalato una band in palla e al top di forma e questo è ciò che conta.

Checché se ne dica, quello che stiamo vivendo è un buon momento per il post rock. E forse un po’ lo dobbiamo anche ai God Is An Astronaut.

Che il Dio spaziale continui a mandarcela buona.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“When everything dies”

“Fragile”

“From dust to the beyond”

“Age of the fifth sun”

“Echoes”

“Remembrance Day”

“Shadows”

“Worlds in collision”

“Zodiac”

“Snowfall”

“Suicide by star”

“Forever lost”

“Route 666”

“All is violent, all is bright”

“Fire flies and empty skies”

Live Report: St. Vincent @ Tunnel, Milano 24/02/12

Ffebbraio 27th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

A tre mesi di distanza dall’ultimo, ottimo passaggio in quel di Milano, St. Vincent (al secolo Annie Erin Clark) fa registrare il tutto esaurito al Tunnel. Un successo ottenuto grazie ai tre album di ottimo livello fino a qui pubblicati: il buon esordio “Merry me”, il disneyano “Actor” e l’ultimo, recente, “Strange mercy”. Un disco, quest’ultimo, più sintetico dei precedenti, quasi elettronico, a tratti spigoloso e meravigliosamente dissonante. E per quanto riguarda il live, si parte proprio da qui. Le luci si spengono puntualmente poco dopo le nove, come da programma. Nessuna apertura, pochissimi fronzoli. La gente arriva alla spicciolata e solo dopo quattro o cinque pezzi si raggiunge la capienza massima. Sono ancora in molti, infatti, a non considerare plausibili gli orari d’inizio segnalati sui biglietti e sui vari mezzi d’informazione. Un’abitudine ai limiti dell’ostinazione, calcificata da anni e anni di ritardi biblici e che con fatica faticheremo a levarci di dosso. Pazienza. Annie da par suo, sembra non badare all’orario e, accompagnata sul palco da synth, tastiere e batteria, apre il set con una tripletta pescata da “Strange mercy”, nello specifico “Surgeon”, l’interessante “Cheerleader” e “Chloe in the afternoon”.

Molto bene i suoni in platea, incisivo l’impatto di St Vincent sul pubblico. “Save me from what I want” e “Actor out of work” confermano il piglio della serata, un mix asciutto di Moog e chitarra elettrica in contrasto con la dolcezza vocale di Annie, un dolce amaro in grado di far risaltare ottimamente le melodie e l’abilità compositiva della quasi trentenne dell’Oklahoma. “Dilettante”, interrotta e ripresa da capo per un problema di corde (“It’s live music… sometimes strings just go bad”), sembra un pezzo di Colin Stetson, però cantato da un usignolo e con l’aggiunta di un paio di schitarrate dure e pure. Che piglio. Che voce. Stesso discorso per “Black rainbow”, un cucchiaio di miele con il mal di gola: dolce, rinfrancante, vellutata, eppure con un retrogusto quasi amaro evidenziato da un finale anche qui tirato.

St Vincent versione live è minimale, quasi cacofonica, aggressiva a tal punto da rendere lo spettacolo a tratti duro da seguire, un’esecuzione ai limiti del genere. Difficile dire poi quale genere: dream pop? Indie rock? Alternative? Elettronica? La verità è che nell’ora e venti di musica si è sentito un po’ di tutto, e credo che difficilmente si potesse chiedere di più (o di meglio, che dir si voglia). Molto bene dunque il singolo “Cruel”, giustamente piazzato a metà set e non in chiusura come in altre occasioni, idem dicasi per “Champagne year”.

“Neutered fruit” è introdotta dai ringraziamenti retrodatati di Annie per la tappa novembrina al Teatro Dal Verme (“… una serata bellissima seguita da una delle cene migliori di tutta la mia vita”), mentre “Strange mercy” abbassa i toni aprendo poi alla tirata nuovamente elettronica “Marrow”, un pezzo a cavallo tra Prince e Vangelis versione “Blade Runner”, seguito dalla cover dal sapore vagamente punkeggiante di “She is beyond good and evil” firmata in originale dal seminale The Pop Group di Mark Stewart. “Northern lights” e l’affascinante “Year of the tiger” infine, mandano tutti negli spogliatoi in vista del gran finale: Annie lascia il palco per pochi minuti, giusto il tempo di rifiatare prima dell’encore aperto da una toccante versione di “The Party” per voce e tastiera, e chiuso da una travolgente “Your lips are red”, accolta con entusiasmo da un po’ tutta la platea del Tunnel. Qui Annie si lascia andare definitivamente, suona, canta, si tuffa dal palco facendosi trasportare fino a centro platea, senza perdere un colpo, travolta dal suo stesso suono.

Biancaneve che canta nella tana del Bianconiglio, un finale tiratissimo per una favola allucinante e spaventosa. Il ritorno sul palco coincide con il reprise finale che chiude il set in una dissolvenza in nero e manda tutti a casa dopo i saluti di rito, chiudendo così una serata quasi perfetta sotto ogni punto di vista. Ottima location, bene la gente, meravigliosa St Vincent.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Surgeon”

“Cheerleader”

“Chloe in the afternoon”

“Save me from what I want”

“Actor out of work”

“Dilettante”

“Black rainbow”

“Cruel”

“Champagne year”

“Neutered fruit”

“Strange mercy”

“Marrow”

“She is beyond good and evil” (The Pop Group cover)

“Northern lights”

“Year of the tiger”

Encore

“The party”

“Your lips are red”

Live Report: Fran Healy @ Tunnel, Milano 21/02/11

Ffebbraio 22nd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

“Sono passati sette anni dall’ultima volta che sono stato qui, scusatemi se ci ho messo tanto a tornare”. Ci sono tanti modi per iniziare un concerto, ma che Fran Healy cominciasse con delle scuse proprio non ce lo aspettavamo. Stasera questa non è l’unica sorpresa che riserverà: il leader dei Travis, che è al Tunnel per promuovere il suo disco solista “Wreckorder” per una delle sue quattro date italiane, sembra in ottima forma. Si presenta da solo: niente band, niente orpelli. Solo voce, chitarra acustica e un cappello un po’ da cowboy un po’ da musicista di strada.

Sono già passate le dieci quando sale sul palco. Come accennato, le sue prime parole sono rivolte ai fan italiani della sua band, ai quali promette subito di voler rimediare con “una bella serata”. Quando poi prende in mano la chitarra acustica e inizia a suonare “20″, vecchia b-side datata 1997, si capisce subito che quello di stasera sarà un concerto intimo e intenso. Un po’ come quando sei al pub e qualcuno prende la chitarra per suonare qualcosa. Il fatto è che Fran Healy non è proprio il primo che passa, ma un bravissimo artigiano della canzone pop che in questi anni ha scritto cose di grande gusto e spesso sottovalutate. E dimostra anche delle buone doti di showman, snocciolando storie tra un pezzo e l’altro e raccontandole con grande autoironia.

Dopo “20″ tocca a uno dei nuovi pezzi, “Holiday”, che dà a Fran la possibilità di spiegare come è arrivato a fare il disco solista. “Con i Travis va tutto bene, solo che avevo bisogno di una pausa, di prendermi una boccata d’aria fresca e così ho registrato `Wreckorder´”, racconta l’artista scozzese. Poi, all’improvviso, ecco il primo colpo al cuore: “Writing to reach you”, estratta da “The man who”, probabilmente il disco più bello del gruppo scozzese. Anche in questo caso Healy spiega com’è nata la canzone e come ha “rubato” il giro di accordi a Noel Gallagher. “Lui è un bravissimo ladro di canzoni, così ho pensato di scopiazzare `Wonderwall´. Pensavo che tanto non lo avrei mai incontrato, e invece un bel giorno gli Oasis ci chiamano per fagli da gruppo spalla. Gli altri erano al settimo cielo, io invece ero disperato e pensavo: `E adesso cosa mi invento?´. La prima cosa che mi ha detto è stata: `Bel fottuto giro di accordi, amico´”. Prima di “As it comes” invece racconta come ha fatto a convincere con un email Paul McCartney a suonare con lui in studio. “Gli ho scritto e pensavo che non mi avrebbe mai considerato, invece l’ha fatto. Quando ho letto la sua risposta non ci credevo, ho subito telefonato a mia mamma per dirglielo”.

È davvero un fiume in piena, Fran. Il confine tra le canzoni e i suoi monologhi è davvero sottile. I pezzi nuovi, nonostante la gran parte del pubblico non li conosca, funzionano bene anche in veste unplugged: in particolare “Anything”, il singolo “Buttercups” e la malinconica “Rocking chair”, dove riesce perfino a farsi suggerire una strofa da una ragazza del pubblico perché non si ricorda le parole. L’atmosfera da happening, nonostante il passare dei minuti, non appesantisce il concerto, anzi. Il set supera le due ore ma vola che è un piacere.

Non potevano mancare i classici dei Travis, ovviamente, che Healy è bravo a spargere qua e là tra i nuovi brani: su “Sing” parte l’immancabile coro del pubblico, mentre durante “Slide show” sale un silenzio che sa più di rispetto. E quando si chiudono le danze con “Why does it always rain on me?” non si può che rimanere soddisfatti. Più che un concerto, è sembrata una serata tra amici. Merito di Fran Healy, simpatico e suo agio nella parte del cantastorie. Ma, non dimentichiamocelo, anche e soprattutto delle sue canzoni.

(Giovanni Ansaldo)

Setlist:

20

Holiday

Writing To Reach You

Anything

As You Are

Fly In The Ointment

Side

Buttercups

Sing

As It Comes

Driftwood

Rocking Chair

Moonshine

The Humpty Dumpty love song

Sierra Leone

Encore:

U16 Girls

Turn

Blue Flashing Light

Slide Show

Closer

Why Does It Always Rain On Me?

Live Report: Sleigh Bells @ Tunnel, Milano 05/02/11

Ffebbraio 7th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Come dire, è un po’ strano. Parlo degli Sleigh Bells e della loro data al Tunnel di Milano. È strano perché per quanto il set sia durato la bellezza di ventinove minuti netti, credo non ci sia niente di cui lamentarsi. Caso più unico che raro. Ero stato avvertito: “Guarda che questi due suonano poco, fanno un gran casino e poi se ne vanno, non aspettarti niente”. In quel di Milano sono venuti, hanno suonato poco, fatto un gran casino e se ne sono andati senza voltarsi indietro. Benché ad un orario insolito (il concerto era schedulato alle nove in punto) il Tunnel si è riempito ben oltre le mie previsioni, e pure di gente entusiasta e vogliosa di sentire Derek Miller, chitarrista con un burrascoso passato nell’hardcore-metal (faceva parte dei noti Poison The Well), e Alexis Krauss, gran bella figliola dalle discutibili doti canore. Ore ventuno e il dj set non si schioda dal palco, ore ventuno e trenta e il viavai dal backstage si fa costante, ore ventidue le luci si spengono e inizia il mini show. Ora, per quanto non ami troppo l’indie rock “hardcore”, i due Sleigh Bells hanno trovato una formula originale che ha scatenato l’attenzione della stampa in giro per il mondo. Si è creato il giusto hype (il duo è stato scoperto da M.I.A., un’altra che di hype se ne intende), e anche un piccolo act come quello di un ragazzo con la chitarra accompagnato da una signorina che sbraita, può diventare in poco tempo uno dei centri gravitazionali del mondo indie punk. La “nuova cosa migliore” da andare a sentire a tutti i costi. Dicevo, ore dieci e si spengono le luci, parte una base metal bella grezza, gli amplificatori prendono fiato e il set si consuma alla velocità della benzina che brucia. Dieci pezzi, tutti molto brevi, pochissimi intermezzi (e ci mancherebbe), giusto qualche secondo per accordare la chitarra e poi via, filati fino alla fine. Derek non parla, suona andando avanti e indietro lungo il piccolo stage del Tunnel e in generale tende a farsi gli affari suoi. Alexis dal canto suo (in tutti i sensi) deve reggere lo show, ma come ho già detto, trattandosi di una bella fanciulla, metà del lavoro è già fatto. Per il resto è una sequela di gridolini isterici e movenze compulsive che la portano ad arrampicarsi sulle casse di destra, abbandonando la giacchetta di jeans per mostrare una bella maglia da football traforata (sempre per la gioia dei maschietti). I pezzi sono quelli indicati in setlist, bene o male gli stessi di “Treats”, l’album di debutto: indie punk digitale, molto aggressivo, molto noise e molto cool. Una fiammata dunque, che per quanto breve non si può giudicare male. Gli Sleigh Bells hanno confermato dal vivo quello che si era percepito dal disco, ovvero l’essere una fragorosa esplosione localizzata. La durata del set dunque non deve lasciare perplessi, va bene sentirli dare di matto per mezz’oretta, perché di più non possono oggettivamente fare. Rendere il live un concentrato di energia toccata e fuga è il modo migliore per trasmettere quello “stordimento” che bene o male dovrebbe essere la base di un progetto sonoro come questo. Vista sotto questa luce allora la faccenda prende un’altra piega e mezzora ci può anche stare. Va detto poi che, come già accennato, Alexis non è quella voce strepitosa e graffiante che fa tremare le pareti (la storia che dovrebbe rappresentare l’anima dolce e pop del gruppo non mi va troppo giù) e che basta poco perché i riff frastornanti di Derek inizino a mostrare un po’ la corda, ripetendosi ad libitum. Se era però un assalto sonoro quello che si cercava, la missione può dirsi compiuta. Alle dieci e trenta tutti a casa, per la gioia di chi è venuto da fuori e lo stupore dei ritardatari. Forse non mi sono sentito completamente “aggredito” dal duo americano, al massimo ho preso qualche schiaffetto (la bella “Infinity guitars”, “Straight A’s” e “Crown on the ground” per citarne tre andati a segno), ma in generale è stato divertente. Ah, tutto sempre molto cool s’intende.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Tell’em”

Infinity guitars”

A/B machines”

Kids”

Riot rhythm”

Treats”

Holly”

Rill rill”

Straight A’s”

Crown on the ground”

Live Report: Pains of Being Pure At Heart @ Tunnel Milano 23/11/2010

Novembre 24th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Sintetizzando al massimo, si può dire che un concerto può essere visto come un dare e avere. La band da qualcosa, il pubblico la riceve. Il pubblico poi ricambia e la band prende di rimando questo regalo che può essere, in base alla risposta, all’evento e alla serata, più o meno consistente. Va considerato anche l’aspetto commerciale: la gente paga per uno spettacolo, la band si mette all’opera. Quella del Tunnel è stata una data un po’ particolare per i talentuosi Pains Of being Pure At Heart. E lo dico da grande estimatore della band quale sono. Particolare perché come set ha saputo dare buoni spunti: quattordici pezzi, molti dal (bel) disco d’esordio omonimo, altri dall’ottimo ep “Higher than the stars”, b-sides e via dicendo. Acustica buona, non troppa gente… insomma, tutto nella norma. Hanno funzionato come sempre “Young adult friction”, “Come saturday”, “Everything with you” accorpata alla sua b-side gemella “The pains of being pure at heart” e la bella “Contender” suonata come primo pezzo al rientro dal solo Kip Berman e relativa chitarra. Anche le più recenti “103”, “Heart in your heartbreak”, “Higher than the stars” e “Say no to love” sono sembrate perfettamente amalgamate con il resto del repertorio. La band ha evidentemente fatto un ulteriore passo avanti rispetto al concerto di giugno 2009 al Magnolia. Ai tempi si esibirono poco meno di un’oretta in un buonissimo concerto con complimenti reciproci a profusione. Un set che mi fece una bella impressione, tanto da convincermi a tornare per questa data di novembre. Era ancora una band acerba quella del Magnolia, diversa da quella che si è mostrata sul palco del Tunnel, nettamente più matura e a proprio agio sia con la platea, sia con la propria musica. Mi riesce difficile allora digerire fino in fondo un set durato poco meno di cinquanta minuti, nonostante i quattordici pezzi in scaletta (tra l’altro uno in meno rispetto alla setlist stesa sul palco) e la discreta risposta del pubblico milanese. Una sensazione di premura insolita, considerando anche che i pezzi di cui stiamo parlando raramente superano i tre minuti. Se l’avessero presa un po’ più con calma, non sarebbe certo stato un delitto. Il set dei POBPAH invece è letteralmente volato, un pezzo dietro l’altro. Poche parole se non un ricordo del già citato concerto al Magnolia (“un concerto splendido… c’eravamo divertiti tanto, era stato davvero pazzesco”) che ho come il sospetto sia diventato un amarcord fin troppo ingombrante, quasi zero pause e tutti a casa. Come se la band avesse suonato “in prestito” per una platea vuota un soundcheck di qualità di cinquanta minuti, rigorosamente pathos free. Belle canzoni, buonissima musica: ribadisco che ho un debole per questi ragazzi di New York e per il loro sound così vicino a Jesus and Mary Chain e Cure da far venire ripetuti attacchi di malinconia. Però un concerto è un dare e avere e i Pains si sono dati un po’ pochino. Aspettarsi qualcosina di più dei magrissimi tre quarti d’ora proposti al secondo passaggio nel nostro paese, era più che lecito. Vabbè, per questa volta li rimandiamo a settembre. Perché si può dire tutto, ma alla fine i Pains (in forma o meno) si torna sempre volentieri a sentirli.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“This love is fucking right”

“103”

“Young adult friction”

“Come saturday”

“A teenager in love”

“Higher than the stars”

“Heaven’s gonna happen now”

“Heart in your heartbreak”

“Stay alive”

“Everything with you”

“The pains of being pure at hearts”

encore

“Contender” (Kip Berman solo)

“Say no to love”

“Gentle sons”

Live Report: The Coral @ Tunnel Milano 01/11/2010

Novembre 2nd, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Prima i Black Mountain, poi i Black Angels e infine i Coral. Questa stagione di concerti milanesi sembra essere proprio all’insegna della nostalgia: tutte le band sopracitate, passate recentemente dalla città lombarda, hanno una cosa in comune: nonostante la giovane età, sembrano letteralmente uscite fuori dalla macchina del tempo. Soprattutto quella di James Skelly, che sul recupero del passato ha proprio costruito una carriera, sin dall’omonimo esordio del 2002.

Il Tunnel, che li ospita per la loro unica data italiana, è abbastanza pieno nonostante il ponte e le condizioni meteo non proprio fantastiche. Ad aprire le danze, alle nove e mezzo, ci pensa “More than a lover”. E si capiscono subito un paio di cose: il gruppo, insieme ai fonici, ha costruito dei suoni impeccabili e tutto si sente davvero bene, dalle chitarre alle voci. La maggior parte dei brani in scaletta sono estratti dall’ultimo e acclamatissimo disco “Butterfly House”, quello che Mani dei Primal Scream ha definito “Il miglior album dai tempi degli Stone Roses“. Un complimento esagerato, ma anche dal vivo possiamo confermare che queste canzoni funzionano davvero bene.

Spiccano su tutte “Roving jewel”, l’acida “Butterfly house” e soprattutto il singolo “1000 years”, che sembra rubata a Crosby, Stills Nash&Young. Le canzoni vecchie ci sono, ma sono disseminate qua e là con sorprendente parsimonia. Tra queste le più riuscite sono sicuramente “Spanish main”, che introduce a sua volta “Who’s gonna find me”, la delicata “Pass it on” e “Goodbye”, suonata nei bis e che scatena l’entusiasmo del pubblico.

Come detto, il recupero quasi certosino del rock “classico” fatto dai Coral è davvero impressionante. Soprattutto, quello che colpisce è l’uso delle voci, delle chitarre – molte acustiche – e dei cori, che anche dal vivo riescono a trasmettere le atmosfere a cavallo tra Byrds, Emerson Lake&Palmer e Beach Boys. C’è anche spazio per qualche cover, come la beatlesiana “Things we said today” e “Everybody’s talking” di Fred Neil. L’ennesima dimostrazione di quanto ai Coral piaccia più guardare al passato che al futuro. Peccato per il frontman James Kelly, che nonostante l’indiscutibile bravura non è certo un trascinatore: suona imbronciato per tutto il concerto, si asciuga il sudore passando un asciugamano sul suo caschetto biondo – al Tunnel stasera faceva veramente caldissimo – e non dice quasi una parola, dando l’impressione di non essere minimamente trasportato dalla musica che suona.

A chiudere la scaletta ci pensano le ottime “Dreaming of you” e “North parade”, che si porta dietro una lunga coda psichedelica che esalta gli assoli del chitarrista Bill Ryder-Winter. Dispiace però non aver sentito la scanzonata “In the morning”, forse una delle canzoni più attese e inspiegabilmente lasciata fuori dalla setlist. Quando il gruppo lascia il palco dopo l’encore sono già passate le undici. Il pubblico li saluta tra gli applausi, mentre James Skelly è il primo a sparire nel backstage, stremato dal caldo e con il solito broncio dipinto sul viso.

(Giovanni Ansaldo)

Setlist:

More than a lover

Roving jewel

Walking in the winter

Jacqueline

In the rain

Two faces

Green is the colour

1000 years

Coney island

Spanish main/Who’s gonna find me

Pass it on

Butterfly house

Falling all around you

Things we said today

Everybody’s talking

She’s coming around

Calendars and clocks

Encore:

Rebecca you

Goodbye

Dreaming of you

North parade

Live Report: Black Angels @ Tunnel Milano 02/10/10

Ottobre 4th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Roky Erickson sarà fiero dei Black Angels. Si, perché tra chi ha raccolto l’eredità dei suoi 13th Floor Elevators non si può non citare il gruppo texano guidato da Alex Maas. I Black Angels infatti hanno una specie di venerazione per la psichedelia e il garage rock anni ‘60. Non a caso il nome della band è un omaggio a “The Black Angel’s Death Song” dei Velvet Underground, un’altra band non proprio secondaria in quel panorama. E già dalle prime note di “Bloodhounds on my trail”, che apre la serata alle nove e un quarto, il Tunnel di Milano viene investito da questa ventata di revival un po’ nostalgico. Il gruppo americano comunque dimostra di non appiattirsi troppo sui maestri del passato e riesce a prendersi la scena con autorevolezza, creando un suono corposo e a tratti davvero acido.
La musica dei Black Angels è come un carro armato: non è veloce, ma è potente e colpisce sempre nel segno. Le chitarre di Nate Ryan e Christian Bland, che affida i suoi riff alla fidata Rickenbacker, si intrecciano continuamente e a tratti esplodono in veri e propri passaggi noise. Già all’inizio il gruppo non si fa mancare i colpi migliori, regalando la cavalcata “Bad vibrations” – estratta dal nuovo album “Phosphene dream” – l’ipnotica “The sniper at the gates of heaven” e “Young men dead”, che suona cupa e marziale come sempre. Il pubblico, che riempie quasi completamente il Tunnel, ascolta con attenzione e sembra apprezzare la musica del quintetto. Anche dal vivo l’impressione è che i pezzi più forti siano quelli dell’esordio “Passover” e del successivo “Directions to see a ghost”, ma anche le nuove composizioni non sfigurano del tutto. “River of blood”, che vede il cantante passare al basso, sembra uscita da “Morrison hotel” ma suona autentica, forte. Anche se siamo già nel 2010.
Non manca qualche problema tecnico, soprattutto alla regolazione delle voci, ma Maas piano piano trova la quadratura del cerchio: la sua voce così ritrova smalto e suona penetrante, quasi ipnotica. “Science killer”, guidata da un giro di basso pulsante, diventa piano piano una danza tribale. “You on the run” invece flirta con gli anni Ottanta e lo shoegaze, ma colpisce lo stesso nel segno. Quello che convince di meno invece è proprio il finale con “Yellow elevator #2″ e “Telephone”, troppo pasticciate. Il tentativo di regalarci un suono più solare e scanzonato non sembra funzionare.
Un ottimo concerto, che dimostra che i Black Angels dal vivo sono sicuramente più bravi che su disco. L’unica pecca è che tutto finisce davvero troppo presto. Alle dieci e mezza infatti, senza nemmeno un bis, le luci del Tunnel si accendono per fare posto alla discoteca. Tutti a casa, dopo un’ora e mezzo scarsa di musica. Ma questa, si sa, è l’attuale realtà milanese che confina la musica dal vivo nei ritagli di tempo. Francamente ci sentiamo di non condividerla. A Roky Erickson negli anni ‘60 queste cose non succedevano.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

Bloodhounds on my trail
Bad vibrations
Mission district
Sniper a the gates of heaven
Entrance song
Young men dead
Science killer
River of blood
Haunting at 1300 McKinley
The sniper
Better off alone
You on the run
Yellow Elevator #2
Telephone

Live Report: Bastard Sons Of Dioniso @ Tunnel, Milano 22/10/09

Ottobre 27th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Sapessi come è strano passare un giovedì sera con i Bastard Sons of Dioniso al Tunnel di Milano. Ci echeggiano nelle orecchie le immortali parole di Memo Remigi, mentre entriamo nel locale che trova posto al di sotto della ferrovia vicino alla Stazione Centrale. Uno showcase dedicato alla stampa e ai (alle) fans più accaniti(e), questi ultimi a bordo palco gli altri nelle posizioni di retrovia per avere una migliore prospettiva di giudizio nei confronti della band trentina. Siamo contenti di essere qui perchè abbiamo seguito la parabola dei tre ragazzi sin dalla loro prima apparizione televisiva alla scorsa edizione di X Factor e la curiosità di capire di quale grana sono fatti è molta. Nel pomeriggio da bravi bambini per non farci cogliere impreparati ci eravamo ascoltati “In stasi perpetua” il cd che da lì a qualche minuto ci avrebbero presentato nella dimensione live. Non è che l’ascolto del pomeriggio ci avesse entusiasmato…pazienza, il mondo è pieno di cose che non entusiasmano, ma il live è tutta un’altra cosa. Il live può ribaltare il giudizio oppure può confermarlo e lasciarti addosso una cattiva impressione che poi è difficile ricredersi e tornare sui propri passi. Giusto il tempo di vederci sfilare a fianco una Mara Maionchi che iperrealisticamente borbotta “Ho una fame della Madonna, non c’è un cazzo da mangiare”…(da non credere…Mara ti amiamo!), che inizia lo spettacolo.
Ogni canzone è introdotta da Jacopo, il portavoce del gruppo. La dialettica è un pochino legata (sarà la grande quantità di giornalisti presenti o la voglia di fare e spiegare bene) e in controllo con il lessico senza però perdere quella genuinità di fondo che fece le fortune del trio durante il programma televisivo. Quando a parlare però sono chitarra, basso e batteria ci si intende decisamente meglio e ci si diverte molto di più. Esce prepotente la voglia di suonare e di stare sul palco, di fare casino e di non annoiare chi ti è di fronte. Meglio rispetto al disco, sicuramente meglio di quanto ci aspettassimo. I Bastard Sons of Dioniso non sono il prossimo grande evento della musica italiana, probabilmente chiusi nelle cantine della nostra penisola ci sono altre decine di gruppi che pestano sugli strumenti e agitano le chiome però qui al Tunnel ci sono loro, sono giovani e hanno delle carte in mano, solo il tempo ci dirà quanto bene le avranno giocate.
Giusto il tempo di scorgere Gaudi, completo di capelli e occhiali assurdamente di ordinanza, nelle prime file, guardarci e non riuscire a trattenere un sorriso pensando che forse è proprio un mondo meraviglioso e guadagniamo l’uscita qualche minuto prima che finisca l’esibizione dei Bastardi. Ragazzi, oggi giovedì 22 ottobre, ci siete arrivati!

(Paolo Panzeri / Daniela Calvi)

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