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Live Report: Everything Everything @ Tunnel, Milano 06/03/13

Marzo 8th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Reduci da uno show a Monaco e quasi pronti per salire sul palco del Tunnel per l’unica tappa italiana del loro tour europeo, incontriamo i mancuniani Everything Everything per fare due chiacchiere poco prima dell’inizio del soundcheck. La band è uscita da poco con il nuovo album, “Arc”, successore del fortunato “Man alive”, un ottimo lavoro che due anni fa è valso ai quattro la nomination al prestigioso Mercury Prize, gli oscar inglesi della musica.

Riguardo al titolo del nuovo disco e al suo significato è Jeremy Pritchard, bassista della band di Manchester, a darci le prime spiegazioni: “’Arc’ vuol dire tante cose. Per noi è una linea che sale e scende, la linea della storia, una sorta di arco narrativo che traccia i contorni dell’intera esistenza dell’uomo, dall’inizio dei tempi a oggi. Il fulcro del disco è capire a che punto della linea ci troviamo e cosa succederà una volta raggiunto l’apice, se mai lo raggiungeremo. Pezzi come ‘Radiant’ trattano l’argomento in modo particolarmente ‘apocalittico’, altri invece come ‘Don’t try’, che tra l’altro è la traccia di chiusura, hanno un approccio più positivo. C’è una sorta di ottimismo che si alterna a momenti più cupi, una curva fatta di saliscendi emotivi che determina l’andamento dell’intero album, come del resto quello della nostra vita o della vita di chiunque”.<br>Un disco che rispetto ai tempi dell’esordio, “Man alive”, sembra avere le idee più chiare dal punto di vista del sound e, più ampiamente, del “genere”; in parole povere “Arc” è una variazione sul tema pop. “Possiamo chiamarlo pop ‘a modo nostro’” precisa Pritchard. “Il pop è un concetto molto ampio. Il nostro modo di essere pop consiste nel dare priorità alla melodia, non è questione di tecnica o di strumenti, e nemmeno di durata o forma. E’ solamente un fatto di sintesi, pezzi chiari e concisi; ‘hit’ melodiche e con una certa ritmica. Questo per noi significa essere pop”.

Immagine anteprima YouTube

Un’attitudine che gli Everything Everything hanno affrontato apertamente già a partire dal tipo di artwork scelti per accompagnare visivamente il disco; non ultimo quello di copertina dove la band ha deciso di metterci letteralmente la faccia. “Quello che volevamo è dare una dimostrazione di confidenza. Volevamo essere più coraggiosi rispetto al passato, dare un’immagine più chiara e definita del nostro essere” prosegue il bassista. “L’idea di mettere le nostre facce in copertina non è nuova ma rende sicuramente il concetto. Negli anni Sessanta quasi tutti mettevano la loro faccia sui dischi; successivamente anche a David Bowie e i Kraftwerk hanno fatto lo stesso. E’ un modo di porsi graficamente semplice e classico, pop in senso stretto, che trasmette un senso di forte identità visiva. E’ un tentativo di renderci anche più riconoscibili agli occhi della gente: quelli in copertina siamo noi ”.<br>Dal punto di vista del songwriting e dei testi invece, “Arc” prende spunto da una serie di elementi extra musicali che hanno influenzato il processo di scrittura alla radice. E’ il batterista Michael Spearman a spiegarci come: “Ad essere onesti c’è una montagna di cose che hanno influenzato questo disco, in modo particolare Jonathan (voce e songwriter del gruppo). Lui ha un approccio quasi futurista, è affascinato dal rapporto tra l’uomo e la tecnologia, da come le cose stanno cambiando e cambieranno ancora, tanto forse da renderci sempre meno umani. John ama la storia e la scienza, e quando scrive trasmette la sua visione di una realtà quasi distopica, ma decisamente ancorata alla vita vera. Questo si riflette nel suo modo di scrivere, nella sua arte. Arte che, per come la intendiamo noi, ha un’importantissima funzione sociale: può descrivere la realtà, aiutandoti a comprenderla, o può farti evadere da essa. O magari tutte e due le cose”.

Per convogliare la loro arte nella giusta direzione, gli Everything Everything si sono affidati nuovamente al produttore David Kosten, già al loro fianco ai tempi del disco d’esordio: “Con David si lavora alla grande” ammette Pritchard. “C’è una sorta di profonda comprensione reciproca che ci lega. Ci conosce bene, conosce le dinamiche del gruppo e di noi quattro presi come singoli. La prima volta che ci siamo incontrati, tre o quattro anni fa (ai tempi eravamo una band molto giovane), ha capito subito che tipo di gruppo fossimo, forse addirittura prima di noi stessi. Ci ha detto chiaramente ‘questo è ciò che sapete fare meglio e dovete continuare a fare’. Da outsider quindi è diventato un insider; quando si lavora in studio è il quinto membro della band. E’ nella band senza essere nella band. E’ il nostro punto di vista esterno, e sa essere obiettivo”.<br>Un aiuto necessario se si pensa alle responsabilità che una nomination come quella al Mercury Prize porta con sé. “In realtà la nomination per ‘Man alive’ ci ha trasmesso una certa sicurezza che crediamo si percepisca nel nuovo disco. Il Mercury è stata una cosa grossa per noi, siamo cresciuti guardando le esibizioni e comprando i dischi di conseguenza. Poi un giorno ti capita di conoscere Chris Martin, e Noel Gallagher ti presenta Bono che sta giusto passando di li. E’ stata un’esperienza abbastanza bizzarra”.

E a proposito di esperienze straordinarie, la band è reduce dal tour come band di supporto dei Muse. Tour che ha toccato anche l’Italia e che ha catapultato la band di Manchester su palchi di tutt’altro livello rispetto al solito. “Quella del supporto ai Muse è stata una vera sfida” ammette Spearman a Rockol. “La loro è una produzione enorme e hanno una marea di gente che li segue. Noi siamo solamente una piccola band che si è ritrovata al centro di un palco pazzesco; è una cosa che ti può intimidire, ma in senso buono perché ti stimola a concentrarti sull’esibizione e dare il meglio ogni volta che tocca a te. Va detto che l’acustica dei posti dove ci siamo trovati a suonare è completamente diversa da quella a cui siamo abituati”.<br>“Nelle grandi arene e nei palazzetti il suono esce dalle casse ma non torna indietro” precisa Pritchard, “mentre nei club è tutto più contenuto, in un certo senso molto più intenso. Devi per forza imparare a gestire questa situazione e cercare di trasmettere il più possibile. E’ una cosa che abbiamo vissuto anche l’anno scorso quando abbiamo aperto per gli Snow Patrol, giusto prima di entrare in studio per registrare ‘Arc’, e credo che la cosa abbia influenzato in modo particolare l’arrangiamento dei nuovi pezzi. Le prove, infatti, le abbiamo tenute in una sala molto ampia, la stessa usata dagli Elbow, che ha in pratica un’acustica da caverna; non è un’arena ma ci si avvicina. Tutte queste cose hanno indirizzato in qualche modo il sound del disco e credo che il risultato si senta chiaramente”.

La conferma arriva qualche ora dopo, quando la band, suonate le dieci e mezzo, sale sul palco del club milanese. L’attacco è immediato, “Undrowned”, il bel singolo “Kemosabe” e l’ottima “Torso of the week” sono l’introduzione ad uno spettacolo sostanzialmente privo di punti deboli, condotto egregiamente da un Jonathan Higgs in serata e nettamente più sicuro rispetto alla data del 2011 che il quartetto tenne sempre qui a Milano, sponda Magnolia. “Noi veniamo da Manchester, scusate se abbiamo portato la pioggia”. La pioggia effettivamente non manca, ma pare non aver scoraggiato la platea meneghina, in evidente debito di riconoscenza verso i ragazzi inglesi. “Feet for hands” si fa quindi apprezzare per il sound pieno e sicuro, segnando la fine del riscaldamento (vocale e strumentale) e l’inizio della competizione vera e propria. Competizione che vede in episodi come “Final form”, impeccabile esibizione di pop progressivo, e “Duet”, alcuni dei momenti migliori in assoluto. Gli Everything Everything sono, tra le band giovani, quella con probabilmente il più ampio margine di crescita. Perché sanno suonare, possiedono un’ottima tecnica, ma soprattutto hanno dei buoni pezzi che la possono convogliare nel modo più emotivamente efficace. Pezzi diretti, complessi ma semplici. Il famoso “pop a modo loro”, tanto per capirci. Promossi quindi i pezzi nuovi, così come le vecchie glorie, vedi “Schoolin’” e l’acclamata “Photoshop handsome”, vestita pesante giusto per affrontare meglio il palco. “Grazie ragazzi, perché le state cantando davvero tutte. L’ultima volta che siamo venuti in Italia era con i Muse. Un c**** di posto gigante. Sapete una cosa? Preferisco mille volte questa sera. Vi vedo in faccia e voi vedete me”. Poco da aggiungere, le serate che vanno per il verso giusto si riconoscono subito, e questa non ha fatto eccezione. “The peaks” si trasforma così in un piccolo saggio di emotività per preparare a dovere il terreno per il finale da “doppio singolo”: “Suffragette suffragette” e “Cough cough” chiudono il main set in un crescendo di ritmiche a dir poco schizofreniche; il marchio di fabbrica degli Everything Everything. “Grazie fottutamente mille. Siete stati grandi stasera”. Prego, è vero.

La band si prende quindi giusto pochi minuti per la tradizionale scenetta uscita/rientro per poi ripresentarsi con in dote un encore da manuale. “MY KZ, UR BF” funge da decompressione dopo il primo finale tirato, “Choice Mountain” distende gli animi e apre al pezzo migliore della serata, e di rimando uno dei migliori di “Arc”, “Radiant”. “Questa sera ci siamo sentiti accolti. E’ sempre bello essere qui, è bello il vostro essere italiani. Restate italiani, sempre”. Il consiglio suona strano, per quanto comunque lusinghiero. Un pericolo, quello di suonare strana, che “Don’t try” non sembra dovrà mai correre; il finale è in puro stile EE: improvvisamente tronco e in sfavillante bellezza. Aggiungerei anche sopra le aspettative, più per loro che per noi. Perché forse una risposta del genere non se l’aspettavano. In barba alla pioggia e al freddo, quando una serata deve andare bene, ogni cosa sembra impegnarsi per farla girare alla perfezione. L’ho già detto ma conviene ripeterlo, che non fa mai male. Bravi.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Undrowned”

Kemosabe”

Torso of the week”

Feet for hands”

Final form”

Duet”

Armourland”

Schoolin’”

Photoshop handsome”

The peaks”

Suffragette suffragette”

Cough cough”

Encore

MY KZ, UR BF”

Choice mountain”

Radiant”

Don’t try”

Live Report: Local Natives @ Tunnel, Milano 28/02/13

Marzo 1st, 2013 in Reports by Redazione Rockol

E se fosse stato un amore da un disco solo? Tremendo. Non ci si deve pensare, anche se a dirla tutta, passati i tre anni (“Gorilla manor” è addirittura del 2009), il sospetto è nato. Poi, per fortuna, al quarto è nato anche “Hummingbird”, e tutti abbiamo tirato un bel sospirone di sollievo. I Local Natives li avevamo incrociati alla Casa 139, in quel di via Ripamonti. Li ritroviamo al Tunnel, freschi di pubblicazione di un secondo album che ci hanno fatto davvero sudare. Un disco, a conti fatti, inferiore al precedente, ma che in ogni caso conferma i Local Natives come una realtà solida, tangibile; qualcosa di più che un amore da un disco solo. Non c’è più Andy Hamm a suonare il basso, ma in compenso abbiamo guadagnato Aaron Dessner (direttamente da casa National), che “Hummingbird” non solo l’ha prodotto, ma l’ha addirittura suonato. Il tempo passa e la band cambia, se non vuole morire; è inevitabile.

L’apertura della data al Tunnel è affidata ai londinesi Wall, un trio sotto le righe che guadagna il palco poco dopo le nove in totale sordina, attirando fronte palco una magra quantità di persone destinata comunque a rimpolparsi nel corso del set. Il loro è un synth pop molto lento ed essenziale, a volte fin troppo, che va rapidamente a dissolversi una volta uscito dagli strumenti. Questo nonostante i due bassi sfoggiati a tratti contemporaneamente. Niente di scandaloso, per carità; a modo suo la giovane vocalist sa anche come essere sexy. Un pelo più di nervo nel gestire il tempo a disposizione non avrebbe però guastato.

Sgomberato il palchetto del club milanese, sono gli stessi Local Natives a sistemarsi l’armamentario. Passate del dieci e venti le luci si spengono, il Tunnel è al nono mese e questo bambino non resta che farlo venire fuori. “You & I”: l’inizio è di quelli che lasciano il segno. L’impasto di voci è ben amalgamato, corposo e caldo come una colata di miele. Penso: “A che punto saranno i Midlake?”, ma i ragazzi di Silver Lake non me lo fanno pensare per molto; anche perché i baffi di Taylor Rice sono come me li ricordavo, e vederli tarantolati sotto il suo naso è sempre uno spettacolo più che gratificante. “Grazie mille, è splendido essere di nuovo qui”. “Breakers” arriva bella, ma “Wild eyes” lo è di più. Tanto che il primo boato è tutto per lei, così come il primo coro sul ritornello, ricambiato con la prima tirata ritmica a cinque sul palco (e con dei bassi mostruosamente sovraesposti). Eccoli qui i Local Natives, quelli che NON fanno world music. “Black Balloons” deve trarre giovamento dal singolo che la precede giusto perché, nonostante l’immancabile e sempre ottimo crescendo, ha una spina dorsale più deboluccia delle sorelle maggiori. Un problema congenito che affligge buona parte delle nuove arrivate, per quanto in maniera differente di caso in caso. Per dire, “Heavy feet” ha lo stesso problemino ma una melodia migliore che riesce a sopperire a un timido difetto come questo. Nel frattempo, il momento di leggera flessione è sottolineato dal chiacchiericcio che gradualmente s’intensifica nelle retrovie. Quella del Tunnel è una di quelle date regolate dal comandamento “se non la conosco, non mi interessa”. E’ vero, per quanto siano quasi sempre e solo le persone sistemate dalla metà in poi a rispettare questa maledetta regola, ogni volta mi stupisco di come uno possa pagare un biglietto per poi dedicarsi a tutto tranne che al concerto. Misteri della fede. Nel frattempo la band sul palco è decisamente mobile, coinvolta da cima a fondo. Kelcey Ayer si alterna a Rice nel ruolo di padrone di casa anche solo per ringraziare, ma è Rice a incappare nell’inevitabile: “La prima volta che sono venuto a Milano avevo diciotto anni. Insomma, mi piaceva, c’è dell’ottimo cibo”. Sospirone in platea. Non se ne può più. Rice però se ne accorge e recupera: “… e adesso qui c’è un sacco di gente. Grazie mille. Due settimane fa è uscito il nostro nuovo disco e ne siamo molto orgogliosi”. Parte “Ceilings”, un pezzo intimo e compatto e fin troppo sottovalutato, seguito dall’ottima cover di “Warning sing” dei Talking Heads; un bel regalo (scelta impeccabile) che prende il posto della prevista “Camera talk” già segnata in scaletta. “Mt. Washington” accentua invece il carattere compassato della parte centrale del live; un live condotto magistralmente da una band che pezzo dopo pezzo ha dimostrato di aver aggiunto un livello di coesione e di confidenza con il proprio sound ormai invidiabile. Il repertorio funziona perché la scaletta è ben assemblata e la band gira spedita e senza intoppi: passati trenta minuti metà del lavoro è archiviato e la strada si fa tutta in discesa. “Colombia”, frastornata dal chiacchiericcio, è l’antipasto a “World news”, uno dei pezzi più amati della serata; la chiacchiera s’interrompe e al suo posto partono i cori. Di nuovo: “Se non la conosco, non mi interessa”; ma se la conosco… “Airplanes”? Questa la conoscono tutti: fuori i telefonini. “Grazie, grazie davvero”. Che gran pezzo. “Bowery” chiude infine il main set in netto crescendo, con la sua atmosfera appena più cupa, ma enormemente affascinante. La migliore della serata? Probabilmente.

La pausa è breve, i cinque tornano sul palco con una buona interpretazione di “Wooly mammoth” che riscalda i motori in vista della doppietta di coda. Stacchi, riprese, crescendo, cambi di tempo e ritmica: l’essenza dei Local Natives è da cercare in pezzi come “Who knows, who cares”, a mio parere il più bello e profondo mai scritto dalla band, e “Sun hands”, quest’ultima chiamata a dirigere a colpi di reni le operazioni di ritiro. In tutto è passata un’ora e dieci, dall’inizio alla fine. Volata. Altro che amore: una botta e via.

(Marco Jeannin)

SETLIST

You & I”

Breakers”

Wild eyes”

Black Balloons”

Heavy feet”

Ceilings”

Warning sing” (Talking heads cover)

Mt. Washington”

Colombia”

World news”

Airplanes”

Bowery”

Wooly mammoth”

Who knows, who cares”

Sun hands”

Live Report: Raveonettes @ Tunnel, Milano 18/02/13

Ffebbraio 19th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Alle otto e un quarto apre il Tunnel, alle nove tocca agli Hot Gossip. Seratina fredda, anche all’interno del bel club milanese. E’ lunedì, purtroppo, ma l’affluenza è costante e si arriva presto a stare stretti; una cosa questa che giova all’economia della serata (e all’impatto), ma, stranamente, non migliora il clima. Gli Hot Gossip devolvono galantemente mezzora della loro musica allo scopo di accendere le prime file. Li conosciamo e apprezziamo il loro brit rock prima lento e poi veloce, le melodie, i riff alla Stone Roses, Oasis, Arctic Monkeys e tutto il resto: questi sono gli Hot Gossip e stanno facendo una bella impressione ormai da un po’. Dal vivo poi funzionano anche meglio; il nuovo “Hopeless” è un disco interessante, il live tosto e in crescendo, per quanto bello sfigatello: pickup rotti e corde che volano come a una gara si pesca. Poco male, neanche ci si è fatto caso. Giulio Calvino sul finale saluta i concittadini e introduce i Raveonettes: “Li abbiamo sentiti ieri (a Roma). Spaccano di brutto”. Forse con altre parole, ma il concetto è quello.

Il cambio palco ci consegna Sune Rose Wagner e Sharin Foo senza troppo clamore. Qualche applauso si sente, più i soliti “wouuuh”, ma niente di più. “Hallucinations” apre quindi le danze; distorsione, volume che sale. Vengono gettate le basi di una prima parte di set di livello superiore. A cosa? A dire il vero un po’ a tutto. “She owns the street”, da ottimo singolo qual è, gioca la parte del gancio d’inizio, riuscendoci in pieno. I Raveonettes sfoderano subito tutto il loro migliore shoegaze, rendendo il suono dieci volte più corposo rispetto ai lavori in studio. Le chitarre tagliano, le distorsioni aprono e la melodia penetra: è questo il segreto della “musica che fissa le scarpe” e, arrivati al settimo disco, i Raveonettes ormai lo sanno perfettamente. “Blush” è l’ennesima rasoiata, Sune e Sharin si confermano un duo da palco. Tanto che, arrivati senza pause a “Dead sound”, il fonico balla. Un tizio grassoccio dall’aria simpatica, sulla quarantina. E balla, lui che questi pezzi li sente praticamente tutte le sere. Accenna anche qualche mossa di batteria, ma soprattutto fa stupendamente bene il suo lavoro. “Apparitions” abbassa prima i toni per poi esplodere definitivamente; una deflagrazione sonica, uno dei pezzi migliori della serata (e del precedente “Raven in the grave”). Poi il top. Piena, avvolgente, massiccia: l’apice del set arriva con “Gone forever”, un’onda d’urto inarrestabile e finemente cesellata. Un vero capolavoro torcibudella. E in platea? In platea niente, o comunque molto poco. Sune incita “C’mon, it’s monday!”. Sharin incalza “Non sapete come si balla?”. Ragazzi, è lunedì per tutti, capiteci; l’avete appena detto anche voi. “The enemy”, “Observations” e “Love in a trashcan” vanno quindi ad abbassare i toni dopo l’inizio folgorante. Più melodia, più pop, meno noise e più riff dal sapore retrò. Anche questi sono i Raveonettes, una band che sa dove piazzare un assolo (sempre e comunque straziante), e quando è il caso di far tirare il fiato. “Heartbreak stroll” è compatta, “Young and cold” molto ben accolta, col suo incedere chitarroso che anticipa di poco la “sad love song” “Love can destroy everything”, ballatona acida e iper compassata.

Dopo gli incitamenti di metà set però, qualcosa sembra essersi incrinato nel rapporto tra pubblico e band. C’è sempre meno contatto, botta e risposta, azione e reazione. Loro suonano, noi ascoltiamo. Fine. “Attack of the ghost rider”? Passa liscia. “My tornado”? Passa liscia. “Bowels of the beast”? Praticamente i Black Sabbath in versione doom shoegaze, ma idem come sopra. E se neanche questo smuove qualcosa… “Aly, walk with me” chiude il set in dissolvenza, ovviamente in nero, con quel tono surreale supportato da beat pesanti e infiniti. Una morte lenta e deliziosa che ci porta via un amico caro cui eravamo legati in gioventù. <br><br>C’è spazio per un encore? All’inizio sembra di no. Il roadie di turno sfanala il fonico al mixer e mima l’inequivocabile gesto della gola tagliata. Parte la musica, e scattano i mugugni. Visto l’andazzo i Raveonettes hanno accarezzato (non a torto aggiungo io) l’idea di chiuderla senza il rientro, ma qualche applauso più convinto (e un timing che comunque sta sfiorando solamente l’ora totale) li “costringe” a dare qualcosa di più. La scaletta prevede due pezzi, ma arriva solamente “Cops on our tail” (a saltare è “Heart of stone”), uno sberlone di tre minuti che mette la parola fine ad una serata iniziata con il botto, proseguita meravigliosamente, ma spentasi stranamente in sordina. Il pezzo ideale per mandate tutti a nanna: “We won’t pull over and that’s It / Fuck You! / Fuck You! / Fuck You!”. I Raveonettes sono una live band pressoché perfetta, ma ragazzi… è lunedì per tutti, capiteci; l’avete detto anche voi.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Hallucinations”

She owns the street”

Blush”

Dead sound”

Apparitions”

Curse the night”

Gone forever”

The enemy”

Observations”

Love in a trashcan”

Heartbreak stroll”

Young and cold”

Love can destroy everything”

Attack of the ghost rider”

My tornado”

Bowels of the beast”

Aly, walk with me”


Cops on our tail”

Live Report: Awolnation @ Tunnel, Milano 31/01/13

Ffebbraio 1st, 2013 in Reports by Redazione Rockol

“Ho letto in rete che dal vivo gli Awolnation spaccano”, è stata la prima frase sentita ieri sera appena fuori dal Tunnel di Milano: in mezzo a una fittissima nebbia e a un freddo non trascurabile, chi attende di entrare nel locale si concede sigarette, sorsi di birra e qualche speranzosa previsione basata su voci virtuali e brutti video amatoriali trovati in Rete.

Quello di ieri sera è stato il primo incontro di Aaron Bruno & soci con il pubblico italiano, ma l’alchimia si è creata senza dubbio sin da principio. Quello degli Awolnation è un repertorio piuttosto ristretto – esclusi un paio di EP, la band ha all’attivo un solo album “Megalithic symphony” – ma che nell’arco di due anni è stato saccheggiato e utilizzato come colonna sonora di almeno una decina di telefilm americani, video di skate, paracadutisti e stunt-man, spot automobilistici e via dicendo. Ma i fan italiani che ieri sera hanno ben riempito l’ex magazzino meneghino nei pressi della Stazione Centrale, hanno dimostrato di essere arrivati per amore della curiosità e della musica in quanto tale e non perché attratti da terzi canali. Lo dimostra il fatto che per tutta la durata del concerto – nonostante l’acustica piuttosto scadente – il coinvolgimento è stato sempre alto: il merito va anche al carisma del frontman che non ha perso occasione per giocare con il pubblico e scatenarsi sul palco (a differenza dei suoi “colleghi”, forse ancora un po’ troppi timidi e composti).

Con un ritmo serratissimo gli Awolnation hanno passato in rassegna “Guilty filthy soul”, “People”, “Not your fault” e “Wake up”, energiche, divertenti e tutte da ballare. Bruno incita la folla, la invita a unirsi a lui a più riprese forse anche per mascherare quel suo modo un po’ sgangherato e non troppo esperto di modulare la voce. Si prosegue con “Kill your heroes”, la potentissima “Soul wars” (“Can I get a little amen” recita la canzone, e di “amen” se n’è presi parecchi il Nostro) e la pacata “All i need” che ha unito amici e sconosciuti in un’unica catena. Il ritmo rimane comunque alto e poi arriva “Sail”. La bellissima “Sail”. Attesa sì, cantata altroché, ma non così idolatrata come ci si poteva aspettare dalla canzone che, in fondo, ha reso la fama degli Awolnation: questa è stata la riprova del fatto che – come si diceva prima – è stata la musica a farla da padrona questa sera e non la notorietà che un brano ha acquisito rispetto a un altro per il fatto di essere “stato in televisione”.

Dopo circa un’oretta di spettacolo comincia a intravedersene la fine: all’appello mancano “Burn it down”, che prontamente arriva a far agitare il pubblico, e “Jump on my shoulders” eseguita su richiesta dei presenti, non essendo prevista in scaletta. Aaron Bruno non vuole perdere tempo, non lascia il palco per poi ritornarvi con il bis (“It’s not one of those Bon Jovi’s fucking moment”) e attacca con gli 11.00 minuti di “Knights of shame” durante i quali si lancia in uno stage diving – strano che ne abbia fatto solo uno -, mette la maglietta sopra la testa (a mo’ di Fabrizio Ravanelli), si rotola sul palco e non si risparmia con l’headbanging.

Le luci si accendono e, niente da obiettare, gli Awolnation dal vivo spaccano.

(Valeria Mazzucca)

Live Report: Young The Giant @ Tunnel, Milano 03/05/12

Maggio 4th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

In un regno vastissimo chiamato “Musica”, popolato da patinatissime e richiestissime star dalla capacità di smuovere masse e riempire stadi e palazzetti, esiste un luogo chiamato “alternative”, se così lo vogliamo definire, abitato da creature straordinarie. Piccole grandi meraviglie della scena contemporanea, che sono in grado di ottenere due sold out nella stessa nazione, ovvero l’italica penisola, per due sere consecutive. Questa storia in particolare vede come protagonisti gli Young The Giant, mai nome per una band fu azzeccato come in questo caso. Il Tunnel di Milano, gremito fino all’orlo, ha assistito ad un live a dir poco esplosivo, un concerto popolato da giovani curiosi, ragazze entusiaste e chi ha voluto testare se ciò che si dice in giro è vero, che gli Young The Giant sono “giganti da palcoscenico”. A inizio concerto si scorgono tra la folla personaggi alquanto vari: chi improvvisa passi di danza, chi aspetta gli amici, ragazze che chiacchierano amabilmente sui divani e i solitari.

Un vortice di energia cattura subito tutti: Sameer Gadhia (ebbene si, per chi se lo chiedeva, il ragazzo ha origini indiane) e soci salgono sul palco con “I got” e “Guns out”, che riscaldano l’atmosfera, ben presto incandescente. I ragazzi masticano qualche parola di italiano, il chitarrista riesce a dire una frase completa: “Siamo felici di essere con voi questa sera”, e il gruppo concorda del tutto. Si prosegue con “Shake my hand” e “What you get”: il pubblico salta, balla, canta, una vera gioia per gli occhi. Tutto suona alla perfezione: i riff poderosi di chitarra, note gravi di basso, colpi di batteria come fendenti e la voce di Sameer, cristallina come non mai. Pochissime chiacchiere ma tanta musica: quando partono le prime note di “Cough syroup” è davvero delirio. “Losing my mind, losing control”, come dice la canzone.

Si respira proprio una bella aria a questo concerto, l’atmosfera è ricca di entusiasmo sia da parte di chi suona che da parte di chi ascolta. La goliardia regna sovrana e quando arriva sul palco una bandana a stelle e strisce (forse in onore alla patria dei cinque musicisti), il frontman la utilizza per abbellire la chioma del bassista. Si scivola veloci con “I wanna” e “Strings”, seguite a ruota da “12 fingers”. Tra i pezzi più apprezzati, “Apartment” fa la parte del leone, brano ricco di pathos.

La prima parte del live si chiude con “St. walker”, suonata a mille e cantata a squarcia gola. I ragazzi salutano, fanno pochissimi minuti di pausa e tornano sul palco con una sorpresa: della frutta. Proprio cosi: banane e mele che vengono lanciate al pubblico. Sameer afferma: “E’ la mia preferita” mentre lancia una mela tanto che gli torna indietro, e ci manca poco che venga colpito. “Shit!”, esclama ridendo. Vengono anche registrate le voci di tutto il pubblico, usanza del gruppo ad ogni live. Si volge poi al desio con la dolcissima ed onirica “Island”, in netta contrapposizione a “My body”, che fa a dir poco tremare il Tunnel. Riusciranno i “piccoli” a crescere e a trovare un proprio posto nel Mondo? Stasera abbiamo avuto un assaggio di ciò che gli Young The Giant sono capaci di fare.

E’ proprio il caso di dire “To be continued…”.

(Rossella Romano)

SETLIST:

1.I Got

2.Guns Out

3.Shake My Hand

4.What You Get

5. Cough Syrup

6. I Wanna

7.Strings

8.12 Fingers

9 Apartment

10.St. Walker

Encore:

11.Islands

12.My Body

Live Report: God Is An Astronaut @ Tunnel, Milano 06/03/12

Marzo 7th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

“Nello spazio, nessuno può sentirti urlare”. Una delle taglines migliori della storia del cinema, se non la migliore in assoluto. Pura verità, nessuno nello spazio potrà mai sentirti urlare. E se Dio fosse un astronauta? Immerso nello spazio profondo, in sospensione perenne nel buio infinito, teso a fissare la terra attraverso un casco con visiera a specchio… Forse lui potrebbe.

Scherzi a parte, sembra che qualcuno intorno all’immagine del Dio astronauta abbia davvero costruito il proprio “dogma”. Un dogma post rock fatto di quiete e tempesta, di partenze lente e scatti improvvisi, di effetti di chitarra tagliatissimi e galoppate inarrestabili di basso e batteria. Ed è in osservanza di tale dogma che il Tunnel di Milano ha affrontato la data dei God Is An Astronaut, band irlandese con dieci anni di onorata attività e cinque album sulle spalle; una delle realtà più concrete della scena post rock europea. Tanto concreta da far registrare il sold out quasi in tutte le date di questo tour.

Milano non è da meno: all’esterno del club la fila per entrare è di una trentina di metri nonostante le porte già aperte. Una volta entrati poi, è interessante osservare l’eterogeneità della platea, composta nello specifico da una buona quantità di fan agguerriti e da qualche post rocker barbuto e non, ma anche da sporadici metallari con chiodo d’ordinanza e t-shirt super truce, coppiette troppo prese a limonare per curarsi di tutto e di tutti, e da una cospicua quantità di adepti dell’ultima ora, coinvolti dal passaparola dell’imprescindibile “amico esperto” reperibile, manco a dirlo, in prima fila.

Poco prima delle dieci e senza nessuna apertura (dopo la defezione dei validissimi Tides From Nebula, purtroppo costretti ad annullare l’intero tour europeo), i fratelli Kinsella (tenderei ad escludere qualsiasi vincolo di parentela e/o legame con la nota scrittrice Madeleine Wickham, alias Sophie Kinsella) guadagnano il palco accompagnati come sempre dal fido batterista Lloyd Hanney e dalla new entry Jamie Dean, l’uomo addetto alle tastiere e ai sintetizzatori.

Un cenno di saluto e via, inizia la discesa. Si comincia con “When everything dies”, “Fragile” e “From dust to the beyond”. Arpeggi lenti, riff ad libitum, basso martellante e una parvenza di voce modulata a fare da legante, sono l’intro costante ad ogni pezzo, il preludio al “wall of sound” made in Ireland pronto a scoppiare una volta raggiunto il climax. L’impatto è buono: tecnica impeccabile, grande resa sonora dal vivo (molto bene in questo senso l’impianto del Tunnel). Tredici i pezzi segnati in lista per il set principale, più due da giocarsi al rientro, per un totale di un’ora e venti di musica ottimamente accolta dal pubblico milanese. “Age of the fifth sun”, “Echoes”, “Remembrance Day”, “Shadows”, “Worlds in collision”, “Zodiac”, “Snowfall”, vanno a costituire il corpo centrale del live accompagnate da una serie di visual proiettati alle spalle della band. Poca cosa: l’attenzione è completamente rivolta ai quattro sul palco, in modo particolare a Torsten Kinsella, il vero catalizzatore del gruppo. Tutto bene dunque? Sì e no. I God Is An Astronaut sono una band post rock, e come tale chiamata a stabilire un contatto empatico molto forte con il pubblico attraverso uno spettacolo in grado di rapire dall’inizio alla fine. Partecipare, vivere in pieno questo tipo di live, vuol dire riuscire a lasciarsi andare, farsi cullare dalla prima all’ultima nota, perdersi nei meandri del suono e godere degli stacchi improvvisi come dell’incedere lento, del tuono come brezza leggera. E se Mogwai ed Explosions In The Sky sono maestri assoluti nel creare questa magia, ecco, i God Is An Astronaut lo sono un po’ meno. Lo spettacolo è molto buono, per carità, lungi dal dire il contrario. Sulla lunga distanza però, si vede palesemente quanto i quattro fatichino molto a staccarsi dalla formula: intro, crescendo, stacco, tiratona finale e taglio netto in chiusura. Formula che una volta assimilata, scade vagamente nel ripetitivo. In altre parole il live poteva essere costruito meglio, con magari una prima parte più riflessiva e una seconda più tirata, per dirne una. Ad ogni modo la tripletta finale “Suicide by star”, “Forever lost” e “Route 666”, seguita da due dei pezzi migliori dell’intera discografia della band, “All is violent, all is bright” e “Fire flies and empty skies” (messa giustamente in chiusura di set), sono tutti buonissimi motivi per tornarsene a casa felici e contenti. Passate da poco le undici, infatti, le luci si accendono e la gente può guadagnare l’esterno.

In conclusione un buon live, con picchi di travolgente, ma anche con qualche momento debole. Dettagli: la data milanese ci ha regalato una band in palla e al top di forma e questo è ciò che conta.

Checché se ne dica, quello che stiamo vivendo è un buon momento per il post rock. E forse un po’ lo dobbiamo anche ai God Is An Astronaut.

Che il Dio spaziale continui a mandarcela buona.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“When everything dies”

“Fragile”

“From dust to the beyond”

“Age of the fifth sun”

“Echoes”

“Remembrance Day”

“Shadows”

“Worlds in collision”

“Zodiac”

“Snowfall”

“Suicide by star”

“Forever lost”

“Route 666”

“All is violent, all is bright”

“Fire flies and empty skies”

Live Report: St. Vincent @ Tunnel, Milano 24/02/12

Ffebbraio 27th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

A tre mesi di distanza dall’ultimo, ottimo passaggio in quel di Milano, St. Vincent (al secolo Annie Erin Clark) fa registrare il tutto esaurito al Tunnel. Un successo ottenuto grazie ai tre album di ottimo livello fino a qui pubblicati: il buon esordio “Merry me”, il disneyano “Actor” e l’ultimo, recente, “Strange mercy”. Un disco, quest’ultimo, più sintetico dei precedenti, quasi elettronico, a tratti spigoloso e meravigliosamente dissonante. E per quanto riguarda il live, si parte proprio da qui. Le luci si spengono puntualmente poco dopo le nove, come da programma. Nessuna apertura, pochissimi fronzoli. La gente arriva alla spicciolata e solo dopo quattro o cinque pezzi si raggiunge la capienza massima. Sono ancora in molti, infatti, a non considerare plausibili gli orari d’inizio segnalati sui biglietti e sui vari mezzi d’informazione. Un’abitudine ai limiti dell’ostinazione, calcificata da anni e anni di ritardi biblici e che con fatica faticheremo a levarci di dosso. Pazienza. Annie da par suo, sembra non badare all’orario e, accompagnata sul palco da synth, tastiere e batteria, apre il set con una tripletta pescata da “Strange mercy”, nello specifico “Surgeon”, l’interessante “Cheerleader” e “Chloe in the afternoon”.

Molto bene i suoni in platea, incisivo l’impatto di St Vincent sul pubblico. “Save me from what I want” e “Actor out of work” confermano il piglio della serata, un mix asciutto di Moog e chitarra elettrica in contrasto con la dolcezza vocale di Annie, un dolce amaro in grado di far risaltare ottimamente le melodie e l’abilità compositiva della quasi trentenne dell’Oklahoma. “Dilettante”, interrotta e ripresa da capo per un problema di corde (“It’s live music… sometimes strings just go bad”), sembra un pezzo di Colin Stetson, però cantato da un usignolo e con l’aggiunta di un paio di schitarrate dure e pure. Che piglio. Che voce. Stesso discorso per “Black rainbow”, un cucchiaio di miele con il mal di gola: dolce, rinfrancante, vellutata, eppure con un retrogusto quasi amaro evidenziato da un finale anche qui tirato.

St Vincent versione live è minimale, quasi cacofonica, aggressiva a tal punto da rendere lo spettacolo a tratti duro da seguire, un’esecuzione ai limiti del genere. Difficile dire poi quale genere: dream pop? Indie rock? Alternative? Elettronica? La verità è che nell’ora e venti di musica si è sentito un po’ di tutto, e credo che difficilmente si potesse chiedere di più (o di meglio, che dir si voglia). Molto bene dunque il singolo “Cruel”, giustamente piazzato a metà set e non in chiusura come in altre occasioni, idem dicasi per “Champagne year”.

“Neutered fruit” è introdotta dai ringraziamenti retrodatati di Annie per la tappa novembrina al Teatro Dal Verme (“… una serata bellissima seguita da una delle cene migliori di tutta la mia vita”), mentre “Strange mercy” abbassa i toni aprendo poi alla tirata nuovamente elettronica “Marrow”, un pezzo a cavallo tra Prince e Vangelis versione “Blade Runner”, seguito dalla cover dal sapore vagamente punkeggiante di “She is beyond good and evil” firmata in originale dal seminale The Pop Group di Mark Stewart. “Northern lights” e l’affascinante “Year of the tiger” infine, mandano tutti negli spogliatoi in vista del gran finale: Annie lascia il palco per pochi minuti, giusto il tempo di rifiatare prima dell’encore aperto da una toccante versione di “The Party” per voce e tastiera, e chiuso da una travolgente “Your lips are red”, accolta con entusiasmo da un po’ tutta la platea del Tunnel. Qui Annie si lascia andare definitivamente, suona, canta, si tuffa dal palco facendosi trasportare fino a centro platea, senza perdere un colpo, travolta dal suo stesso suono.

Biancaneve che canta nella tana del Bianconiglio, un finale tiratissimo per una favola allucinante e spaventosa. Il ritorno sul palco coincide con il reprise finale che chiude il set in una dissolvenza in nero e manda tutti a casa dopo i saluti di rito, chiudendo così una serata quasi perfetta sotto ogni punto di vista. Ottima location, bene la gente, meravigliosa St Vincent.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Surgeon”

“Cheerleader”

“Chloe in the afternoon”

“Save me from what I want”

“Actor out of work”

“Dilettante”

“Black rainbow”

“Cruel”

“Champagne year”

“Neutered fruit”

“Strange mercy”

“Marrow”

“She is beyond good and evil” (The Pop Group cover)

“Northern lights”

“Year of the tiger”

Encore

“The party”

“Your lips are red”

Live Report: Fran Healy @ Tunnel, Milano 21/02/11

Ffebbraio 22nd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

“Sono passati sette anni dall’ultima volta che sono stato qui, scusatemi se ci ho messo tanto a tornare”. Ci sono tanti modi per iniziare un concerto, ma che Fran Healy cominciasse con delle scuse proprio non ce lo aspettavamo. Stasera questa non è l’unica sorpresa che riserverà: il leader dei Travis, che è al Tunnel per promuovere il suo disco solista “Wreckorder” per una delle sue quattro date italiane, sembra in ottima forma. Si presenta da solo: niente band, niente orpelli. Solo voce, chitarra acustica e un cappello un po’ da cowboy un po’ da musicista di strada.

Sono già passate le dieci quando sale sul palco. Come accennato, le sue prime parole sono rivolte ai fan italiani della sua band, ai quali promette subito di voler rimediare con “una bella serata”. Quando poi prende in mano la chitarra acustica e inizia a suonare “20″, vecchia b-side datata 1997, si capisce subito che quello di stasera sarà un concerto intimo e intenso. Un po’ come quando sei al pub e qualcuno prende la chitarra per suonare qualcosa. Il fatto è che Fran Healy non è proprio il primo che passa, ma un bravissimo artigiano della canzone pop che in questi anni ha scritto cose di grande gusto e spesso sottovalutate. E dimostra anche delle buone doti di showman, snocciolando storie tra un pezzo e l’altro e raccontandole con grande autoironia.

Dopo “20″ tocca a uno dei nuovi pezzi, “Holiday”, che dà a Fran la possibilità di spiegare come è arrivato a fare il disco solista. “Con i Travis va tutto bene, solo che avevo bisogno di una pausa, di prendermi una boccata d’aria fresca e così ho registrato `Wreckorder´”, racconta l’artista scozzese. Poi, all’improvviso, ecco il primo colpo al cuore: “Writing to reach you”, estratta da “The man who”, probabilmente il disco più bello del gruppo scozzese. Anche in questo caso Healy spiega com’è nata la canzone e come ha “rubato” il giro di accordi a Noel Gallagher. “Lui è un bravissimo ladro di canzoni, così ho pensato di scopiazzare `Wonderwall´. Pensavo che tanto non lo avrei mai incontrato, e invece un bel giorno gli Oasis ci chiamano per fagli da gruppo spalla. Gli altri erano al settimo cielo, io invece ero disperato e pensavo: `E adesso cosa mi invento?´. La prima cosa che mi ha detto è stata: `Bel fottuto giro di accordi, amico´”. Prima di “As it comes” invece racconta come ha fatto a convincere con un email Paul McCartney a suonare con lui in studio. “Gli ho scritto e pensavo che non mi avrebbe mai considerato, invece l’ha fatto. Quando ho letto la sua risposta non ci credevo, ho subito telefonato a mia mamma per dirglielo”.

È davvero un fiume in piena, Fran. Il confine tra le canzoni e i suoi monologhi è davvero sottile. I pezzi nuovi, nonostante la gran parte del pubblico non li conosca, funzionano bene anche in veste unplugged: in particolare “Anything”, il singolo “Buttercups” e la malinconica “Rocking chair”, dove riesce perfino a farsi suggerire una strofa da una ragazza del pubblico perché non si ricorda le parole. L’atmosfera da happening, nonostante il passare dei minuti, non appesantisce il concerto, anzi. Il set supera le due ore ma vola che è un piacere.

Non potevano mancare i classici dei Travis, ovviamente, che Healy è bravo a spargere qua e là tra i nuovi brani: su “Sing” parte l’immancabile coro del pubblico, mentre durante “Slide show” sale un silenzio che sa più di rispetto. E quando si chiudono le danze con “Why does it always rain on me?” non si può che rimanere soddisfatti. Più che un concerto, è sembrata una serata tra amici. Merito di Fran Healy, simpatico e suo agio nella parte del cantastorie. Ma, non dimentichiamocelo, anche e soprattutto delle sue canzoni.

(Giovanni Ansaldo)

Setlist:

20

Holiday

Writing To Reach You

Anything

As You Are

Fly In The Ointment

Side

Buttercups

Sing

As It Comes

Driftwood

Rocking Chair

Moonshine

The Humpty Dumpty love song

Sierra Leone

Encore:

U16 Girls

Turn

Blue Flashing Light

Slide Show

Closer

Why Does It Always Rain On Me?

Live Report: Sleigh Bells @ Tunnel, Milano 05/02/11

Ffebbraio 7th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Come dire, è un po’ strano. Parlo degli Sleigh Bells e della loro data al Tunnel di Milano. È strano perché per quanto il set sia durato la bellezza di ventinove minuti netti, credo non ci sia niente di cui lamentarsi. Caso più unico che raro. Ero stato avvertito: “Guarda che questi due suonano poco, fanno un gran casino e poi se ne vanno, non aspettarti niente”. In quel di Milano sono venuti, hanno suonato poco, fatto un gran casino e se ne sono andati senza voltarsi indietro. Benché ad un orario insolito (il concerto era schedulato alle nove in punto) il Tunnel si è riempito ben oltre le mie previsioni, e pure di gente entusiasta e vogliosa di sentire Derek Miller, chitarrista con un burrascoso passato nell’hardcore-metal (faceva parte dei noti Poison The Well), e Alexis Krauss, gran bella figliola dalle discutibili doti canore. Ore ventuno e il dj set non si schioda dal palco, ore ventuno e trenta e il viavai dal backstage si fa costante, ore ventidue le luci si spengono e inizia il mini show. Ora, per quanto non ami troppo l’indie rock “hardcore”, i due Sleigh Bells hanno trovato una formula originale che ha scatenato l’attenzione della stampa in giro per il mondo. Si è creato il giusto hype (il duo è stato scoperto da M.I.A., un’altra che di hype se ne intende), e anche un piccolo act come quello di un ragazzo con la chitarra accompagnato da una signorina che sbraita, può diventare in poco tempo uno dei centri gravitazionali del mondo indie punk. La “nuova cosa migliore” da andare a sentire a tutti i costi. Dicevo, ore dieci e si spengono le luci, parte una base metal bella grezza, gli amplificatori prendono fiato e il set si consuma alla velocità della benzina che brucia. Dieci pezzi, tutti molto brevi, pochissimi intermezzi (e ci mancherebbe), giusto qualche secondo per accordare la chitarra e poi via, filati fino alla fine. Derek non parla, suona andando avanti e indietro lungo il piccolo stage del Tunnel e in generale tende a farsi gli affari suoi. Alexis dal canto suo (in tutti i sensi) deve reggere lo show, ma come ho già detto, trattandosi di una bella fanciulla, metà del lavoro è già fatto. Per il resto è una sequela di gridolini isterici e movenze compulsive che la portano ad arrampicarsi sulle casse di destra, abbandonando la giacchetta di jeans per mostrare una bella maglia da football traforata (sempre per la gioia dei maschietti). I pezzi sono quelli indicati in setlist, bene o male gli stessi di “Treats”, l’album di debutto: indie punk digitale, molto aggressivo, molto noise e molto cool. Una fiammata dunque, che per quanto breve non si può giudicare male. Gli Sleigh Bells hanno confermato dal vivo quello che si era percepito dal disco, ovvero l’essere una fragorosa esplosione localizzata. La durata del set dunque non deve lasciare perplessi, va bene sentirli dare di matto per mezz’oretta, perché di più non possono oggettivamente fare. Rendere il live un concentrato di energia toccata e fuga è il modo migliore per trasmettere quello “stordimento” che bene o male dovrebbe essere la base di un progetto sonoro come questo. Vista sotto questa luce allora la faccenda prende un’altra piega e mezzora ci può anche stare. Va detto poi che, come già accennato, Alexis non è quella voce strepitosa e graffiante che fa tremare le pareti (la storia che dovrebbe rappresentare l’anima dolce e pop del gruppo non mi va troppo giù) e che basta poco perché i riff frastornanti di Derek inizino a mostrare un po’ la corda, ripetendosi ad libitum. Se era però un assalto sonoro quello che si cercava, la missione può dirsi compiuta. Alle dieci e trenta tutti a casa, per la gioia di chi è venuto da fuori e lo stupore dei ritardatari. Forse non mi sono sentito completamente “aggredito” dal duo americano, al massimo ho preso qualche schiaffetto (la bella “Infinity guitars”, “Straight A’s” e “Crown on the ground” per citarne tre andati a segno), ma in generale è stato divertente. Ah, tutto sempre molto cool s’intende.

(Marco Jeannin)

SETLIST

Tell’em”

Infinity guitars”

A/B machines”

Kids”

Riot rhythm”

Treats”

Holly”

Rill rill”

Straight A’s”

Crown on the ground”

Live Report: Pains of Being Pure At Heart @ Tunnel Milano 23/11/2010

Novembre 24th, 2010 in Reports by Redazione Rockol

Sintetizzando al massimo, si può dire che un concerto può essere visto come un dare e avere. La band da qualcosa, il pubblico la riceve. Il pubblico poi ricambia e la band prende di rimando questo regalo che può essere, in base alla risposta, all’evento e alla serata, più o meno consistente. Va considerato anche l’aspetto commerciale: la gente paga per uno spettacolo, la band si mette all’opera. Quella del Tunnel è stata una data un po’ particolare per i talentuosi Pains Of being Pure At Heart. E lo dico da grande estimatore della band quale sono. Particolare perché come set ha saputo dare buoni spunti: quattordici pezzi, molti dal (bel) disco d’esordio omonimo, altri dall’ottimo ep “Higher than the stars”, b-sides e via dicendo. Acustica buona, non troppa gente… insomma, tutto nella norma. Hanno funzionato come sempre “Young adult friction”, “Come saturday”, “Everything with you” accorpata alla sua b-side gemella “The pains of being pure at heart” e la bella “Contender” suonata come primo pezzo al rientro dal solo Kip Berman e relativa chitarra. Anche le più recenti “103”, “Heart in your heartbreak”, “Higher than the stars” e “Say no to love” sono sembrate perfettamente amalgamate con il resto del repertorio. La band ha evidentemente fatto un ulteriore passo avanti rispetto al concerto di giugno 2009 al Magnolia. Ai tempi si esibirono poco meno di un’oretta in un buonissimo concerto con complimenti reciproci a profusione. Un set che mi fece una bella impressione, tanto da convincermi a tornare per questa data di novembre. Era ancora una band acerba quella del Magnolia, diversa da quella che si è mostrata sul palco del Tunnel, nettamente più matura e a proprio agio sia con la platea, sia con la propria musica. Mi riesce difficile allora digerire fino in fondo un set durato poco meno di cinquanta minuti, nonostante i quattordici pezzi in scaletta (tra l’altro uno in meno rispetto alla setlist stesa sul palco) e la discreta risposta del pubblico milanese. Una sensazione di premura insolita, considerando anche che i pezzi di cui stiamo parlando raramente superano i tre minuti. Se l’avessero presa un po’ più con calma, non sarebbe certo stato un delitto. Il set dei POBPAH invece è letteralmente volato, un pezzo dietro l’altro. Poche parole se non un ricordo del già citato concerto al Magnolia (“un concerto splendido… c’eravamo divertiti tanto, era stato davvero pazzesco”) che ho come il sospetto sia diventato un amarcord fin troppo ingombrante, quasi zero pause e tutti a casa. Come se la band avesse suonato “in prestito” per una platea vuota un soundcheck di qualità di cinquanta minuti, rigorosamente pathos free. Belle canzoni, buonissima musica: ribadisco che ho un debole per questi ragazzi di New York e per il loro sound così vicino a Jesus and Mary Chain e Cure da far venire ripetuti attacchi di malinconia. Però un concerto è un dare e avere e i Pains si sono dati un po’ pochino. Aspettarsi qualcosina di più dei magrissimi tre quarti d’ora proposti al secondo passaggio nel nostro paese, era più che lecito. Vabbè, per questa volta li rimandiamo a settembre. Perché si può dire tutto, ma alla fine i Pains (in forma o meno) si torna sempre volentieri a sentirli.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“This love is fucking right”

“103”

“Young adult friction”

“Come saturday”

“A teenager in love”

“Higher than the stars”

“Heaven’s gonna happen now”

“Heart in your heartbreak”

“Stay alive”

“Everything with you”

“The pains of being pure at hearts”

encore

“Contender” (Kip Berman solo)

“Say no to love”

“Gentle sons”

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol