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Live Report: A Perfect Day Festival – Giorno 3 – 02/09/12

Settembre 4th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Terzo e ultimo giorno di festival. Dovendo sceglierne uno dei tre a rappresentare al meglio il concetto di “giorno perfetto”, ecco, questo è oggi: dEUS, Mark Lanegan, Sigur Ros. Può esistere una line up migliore da giocarsi in un pomeriggio? Difficile, davvero difficile. In una location più suggestiva? Impossibile. Mettiamoci poi che finalmente il tempo sembra aver concesso definitivamente una tregua…

A Villafranca splende il sole, la gente è arrivata in largo anticipo per godersi la domenica e tutto, davvero tutto, sembra andare per il verso giusto. Una giornata perfetta.

Giornata che si apre con una bella sorpresa, gli Alt-J. La band di Cambridge sale sul palco intorno alle cinque, durante le operazioni di accesso del pubblico all’interno del Castello Scaligero. Buona parte del potenziale pubblico infatti, mentre i nostri iniziano il set, è ancora all’esterno della location, ordinatamente in coda, in attesa di prendere posto all’interno della fortezza. Un piccolo disguido che poteva essere evitato anticipando di poco (vista l’affluenza copiosa già di buon ora) l’apertura dell’unico cancello d’ingresso. Dettagli. Gli Alt-J, ovviamente, si curano poco degli aspetti logistici e si concentrano sulla parte live show con un set molto interessante, chiamato a solleticare l’interesse di chi ancora non aveva avuto l’occasione di venire a contatto con la loro musica. Undici pezzi, pescati sostanzialmente dal primo e unico disco pubblicato, “An awesome wave”. Undici pezzi convincenti, soffusi, affascinanti. Quello degli Alt-J è un indie folk ispirato, d’atmosfera, alla Wild Beasts per intenderci (ovviamente meno sintetico/dream pop) perfetto per inaugurare un pomeriggio di sole dopo giorni di pioggia. Il giudizio non può che essere estremamente positivo. Riuscire a conquistare un pubblico così esigente come può esserlo (in parte) quello dei Sigur Ros, è da considerarsi un grande successo. Gli Alt-J ce l’hanno fatta con una manciata di pezzi in poco meno di un’ora. Complimenti.

Ad una novità come gli Alt-J poi, succede una realtà più che consolidata. Anzi, due. Prima tocca ai veterani per eccellenza della scena alternativa, i dEUS, poi al principe dei sopravvissuti, il come sempre luciferino, ammaliante, trascendente Mark Lanegan. Una combo in grado di dettare legge con uno schiocco di dita.

Sono i dEUS i primi a prendersi la scena. Come sempre impeccabili, Tom Barman e compagni sfoderano un set solido, già testato più volte, di fronte ad una platea già praticamente gremita. L’inizio è in grande stile: “The architect”, “Constant now”, “Oh your god” e l’inarrivabile “Instant street”. Un modo come un altro per giustificare nel giro di venti minuti l’intero prezzo del biglietto. La risposta in platea è buona, non eccessivamente entusiasta, ma buona. C’è chi approva apertamente e chi si lancia in un paio di battimani convinto, sospinto dalla verve del sempre perfetto Tom Barman. Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Avere uno come lui nel gruppo, è come giocare a calcio con Ronaldo o Messi; palla in cassaforte. Similitudini calcistiche a parte, dei quattordici pezzi proposti dai dEUS, non è possibile trovarne uno fuori posto. Interessante la nuovissima “Quatre mains”, decisamente a proprio agio in veste live; stesso discorso per le più vecchiotte “Fell off the floor, man”, “Sun Ra”, e per l’imprescindibile “Suds & Soda”, un pezzo che, anche qui, se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Idem la conclusiva “Roses”, dedicata a tutti i fan italiani del gruppo belga. Fan Italiani che però paiono latitare vagamente, specialmente nella seconda parte del set caratterizzata da un generale calo dell’attenzione e relativo raffreddamento generale. Peccato. In ogni caso è stato un gran piacere rivedere per l’ennesima volta all’opera i dEUS.

E poi Mark Lanegan. L’uomo che non parla. Solo un “thank you” da registrare in tutta la performance, e va bene così. Perché da uno come Mark Lanegan non ci si deve aspettare un comizio, figuriamoci una battuta. Da Mark Lanegan ci si aspetta la solita lezione di stile e carisma, che si tratti di una data in un locale intriso di fumo, in un palazzetto gremito, o in un festival in un castello a fine estate. E a Villafranca, lezione fu. Sedici pezzi in totale tra repertorio solista, materiale Screaming Trees e cover (due nella fattispecie: “Devil in my mind” delle sempre ottime Smoke Fairies e “Creeping coastline of lights” firmata Leaving Trains). Poco da dire. E’ Mark Lanegan. La sensazione è che sul palco ci sia solo lui, che la platea si vuota e che quello che stai sentendo provenga da un altro mondo. Molte le persone colte alla sprovvista; molti quelli che hanno preferito snobbare il buon Mark perché “chissà questo da dove salta fuori”. Mettiamola così: conoscendolo non se la sarà presa. Anzi, probabilmente è stato pure meglio così. Chi mi ama, mi segua…

Passato l’infernale Lanegan, arriva finalmente il momento dei Sigur Ros. Ad accompagnare il cambio palco non c’è la solita playlist di sottofondo, quanto un unico, interminabile drone perpetuo. Una scelta non casuale, che aiuta a capire, ad entrare con largo anticipo nel mood che dominerà poi l’intero show. Uno show atteso spasmodicamente da tutti i presenti, chiamati a raccolta da un successo ormai completamente sdoganato che ha catapultato la band islandese nel gotha degli act da non perdere a qualunque costo. La barriera è finalmente infranta, i Sigur Ros appartengono a tutti. Ma la domanda da porsi è: i Sigur Ros vogliono appartenere a tutti? Il set di Verona in questo senso ha dato più di una risposta. Perché un conto è piacere, vendere dischi, concentrarsi sui pezzi che hanno fatto successo. Un altro è essere una band, essere un sound, essere un’attitudine. I Sigur Ros non sono solamente i Sigur Ros di “Takk”, e questo forse doveva essere chiarito a chi ha fatto di tutto per essere a Villafranca, agli irriducibili del battimani ad ogni costo. Che cosa è successo? E’ successo che Jonsi e compagni (undici per l’esattezza) hanno messo in piedi un set di quasi due ore all’insegna del post rock più soffuso e, a tratti, indigeribile. Ritmo estremamente blando, anche quando i pezzi sono quello che dovrebbero dare una scossa. “Sæglópur”? “Hoppípolla”? “Með blóðnasir”? Sì, li abbiamo sentiti. Ma la festa di colori e risate che c’era rimasta negli occhi dopo il tour del 2008, ormai è finita. E il suo posto l’ha preso una cosciente malinconia, la consapevolezza di essere qualcosa di più di un solo pezzo, di un solo disco, di una moda. Coscienza dei propri limiti. Ecco, l’ora e cinquanta di Villafranca è stato questo: una passo indietro fatto spontaneamente. Esattamente quello che il nuovo “Valtari” è; un ritorno alle radici, restituite all’antico smalto con estrema semplicità. Capiamoci, grandissima band. Ma non quella che forse, con superficialità, ci si aspettava. Anzi, se devo dirla tutta, reggere per quasi due ore è stata una bella impresa. La band sta cambiando, evolvendo. “Popplagið” nel 2012, non è la “Popplagið” di tre, quattro anni fa, e questo è parso evidente a chi dei Sigur Ros aveva già fatto esperienza. Per tutti gli altri probabilmente stiamo parlando del concerto della vita. Per quanto mi riguarda, inizio a pensare che forse una pausa a questo punto non sarebbe male. Del resto anche uno di loro, Kjartan Sveinsson, non era sul palco perché “stanco dei tour”. Non credo sia un caso.

(Marco Jeannin)

Live Report: A Perfect Day Festival – Giorno 2 – 01/09/12

Settembre 4th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Secondo giorno per l’A Perfect Day festival, seconda tornata di gruppi e seconda imbarcata di acqua pomeridiana. Il prato del Castello Scaligero inizia gradualmente a cedere spazio ad una divertente fanghiglia umida, generando un profumo vagamente simile a quello di una stalla. Condizioni non propriamente ideali, che però non sembrano aver scoraggiato nessuno dei presenti. Visto l’andazzo della prima giornata, la gente ha pensato bene di attrezzarsi in modo corretto, così da non dover patire troppo la pioggia, a tratti davvero battente. Come diceva quel tale: “Non esiste buono o cattivo tempo ma buono o cattivo equipaggiamento”. Arrivare al festival con un tacco dodici a spillo, ecco, non è stata una grande idea. E mi riferisco alla donzella letteralmente infilzata nel terreno che durante il set dei Franz Ferdinand ha cercato in tutti i modi di darsi alle danze più sfrenate. Che dire… A queste persone non si può che guardare con una certa tenerezza. Il mondo è bello perché è vario.

Purtroppo la pioggia non porta solamente disagi in zona palco. Il tempo perso a destreggiarmi nel traffico e a trovare parcheggio m’impedisce di arrivare in tempo per l’esibizione dei Palma Violets dei quali riusciamo però ad avere la scaletta. Peccato. Cercherò di recuperare in un’altra occasione, per questa volta è andata così.

Tempistiche rispettate invece per i Vaccines, chiamati a riscattarsi dopo l’annullamento della data all’I Day Festival dello scorso anno a Bologna. Vaccines che ovviamente si presentano in formazione a quattro di fronte alla platea veronese. Tanto entusiasmo misto a curiosità per questa band / fenomeno inglese, molte le persone pronte a sfinirsi le ugole sotto la pioggia battente. Il set prevede quindici pezzi, pescati dal disco d’esordio e dal nuovo in arrivo, per l’incredibile durata di quarantacinque minuti netti. Un set interlocutorio. I Vaccines hanno dato l’impressione di essere evidentemente una band in crescita da un punto di vista della presenza scenica. L’esperienza sui palchi di mezzo mondo inizia inevitabilmente a pagare. Da quello qualitativo invece, la strada da percorrere è sembrata essere ancora molta. I pezzi, per quanto semplici, mancano di carattere, il sound non è così pieno come ci si potrebbe aspettare da una band che per lunghi tratti suona con basso batteria e due chitarre. Stesso discorso per la parte vocals: l’agitarsi di Young non aiuta la performance, votata più al colpo d’effetto che alla sostanza. Che tradotto significa qualche stecca di troppo e un paio di pezzi ripresi per i capelli. La figura migliore la fa Pete Robertson alla batteria, puntuale e aggressivo nello scandire ritmiche non esageratamente complesse ma fondamentali a reggere la baracca. Tutto questo però, pare non aver sfiorato minimamente i tanti ammiratori della combo londinese. Da “No hope”, passando per “Wreckin’ bar (Ra Ra Ra)”, la nuova “Teenage icon”, l’acclamatissima “Post break up sex”, fino alle conclusive “If you wanna”, “Bad moon” e “Nørgaard”, sono stati davvero pochi i momenti di tregua dal canto e dai cori della platea. Una grande dimostrazione di affetto che supera di gran lunga qualsiasi genere di aspettativa. Parlando dei Killers dicevo come a volte durante uno show si debba fare un discorso di priorità, privilegiando la resa complessiva ad un’eventuale ricerca spasmodica della perfezione sonora. Valeva per i Killers, una band che ha già più volte dimostrato di essere in grado proporre uno show come si deve. Non vale per i Vaccines, che di cose da dimostrare ne hanno ancora una bella sfilza. Ad ogni modo sarà il tempo come sempre a stabilire chi ha ragione. Se tra cinque anni saremo ancora qui a parlare di un loro live vissuto dal pubblico come quello di Villafranca, vorrà dire che mi sono sbagliato.

I Vaccines abbandonano il palco per far posto ai post rockers scozzesi Mogwai, una band di tutt’altro livello, caratura e qualità. Qui la faccenda inizia davvero a farsi interessante.

La band di Glasgow arriva all’A Perfect Day nei panni dell’outsider, inserita in una giornata all’insegna dell’indie rock, caratterizzata da un pubblico tendenzialmente mainstream, per quanto sempre all’interno di un genere “alternativo”. Come sempre è Stuart Braithwaite a introdurre il set con il tradizionale, imprescindibile: “We’re Mogwai, from Glasgow”. Da qui in poi a parlare saranno quasi esclusivamente gli amplificatori, e lo faranno a volumi mostruosi per circa un’ora e venti. Un set imponente, magistrale, a tratti violento, portato avanti con l’abilità di chi il genere ha contribuito a definirlo: il post rock, questo sconosciuto. La reazione della maggior parte dei presenti infatti, va dal sorpreso allo stranito. Se ti trovi i Mogwai di fronte, e non sai a cosa stai andando incontro, effettivamente non puoi non arrivare porti un paio di domande. Domande che si spera trovino prima o poi risposta, magari tornando a casa e cercando di capire chi benedetti siano questi Mogwai, da dove vengono, e perché una volta lanciata la batteria di “How to be a werewolf”, è stato letteralmente impossibile concentrarsi su altro. I Mogwai sono questo, un assalto frontale che raramente lascia scampo, un’esperienza sonora da vivere da cima a fondo, anche solo per il gusto di sapere cosa si prova a perdere i sensi rimanendo svegli. Il set di Villafranca conta tredici pezzi da cui è effettivamente molto, molto difficile pescare uno o più vincitori. Conviene limitarsi allora a mettere l’accento su quelli che non sempre si ha la fortuna di sentire, come “Ex cowboy”, “Stanley Kubrick” e “Travel is dangerous”, e sul finale impossibile di “Mogwai fear satan”, una cavalcata elettrica di rara intensità, capace di zittire anche il più molesto tra i presenti. Qualcuno si è chiesto che senso ha avuto mettere i Mogwai tra i Vaccines e i Franz Ferdinand. La risposta è che mettere i Mogwai in qualsiasi parte, ha sempre senso. Toccherà poi a chi gli sta intorno, rendere il confronto quantomeno alla pari.

Il set dei Mogwai lascia la platea del Festival alle prese con qualche fischio di troppo nelle orecchie da smaltire durante il cambio palco. Cambio palco che, come previsto, porta in dono i Franz Ferdinand, al ritorno in terra d’Italia dopo qualche anno di assenza. I quattro scozzesi capitanati da un pimpante Alex Kapranos si presentano con una scaletta / greatest hits da diciassette pezzi, da esaurire nel giro di un’oretta e mezza. “Do you want to”, “No you girl” e “Tell her tonight” aprono il set impostando quello che sarà un po’ il modus operandi della serata: poche chiacchiere, pezzi tirati da sgranare in sequenza a mo’ di rosario, e via finché il fisico tiene (e l’orologio lo permette). I Franz Ferdinand visti a Villafranca hanno dato immediatamente l’impressione di essere una band ormai rodata e perfettamente in grado di tradurre al meglio un repertorio di pezzi ormai consolidati sia da un punto di vista tecnico, che da quello della resa live. Passata la prima metà del set, viene spontaneo notare la differenza di sound, di pulizia e di qualità rispetto ai Vaccines. D’accordo: esperienza diversa, band diversa, altri tempi e altri modi. Però quattro sono i Vaccines, e quattro i Franz Ferdinand; due le chitarre, uno il basso e una la batteria. E uno soprattutto il genere. Macché, un altro mondo. Kapranos e compagni si prendono il tempo giusto per salutare il pubblico, scherzare, farlo interagire con un paio dei classici cori e contro cori, rendere omaggio all’ottima location (il vero punto forte di questo festival, un “A Perfect Day” più volte sottolineato dallo stesso Kapranos, evidentemente ben predisposto dalla situazione ambientale), senza però mai interrompere il fluire scorrevole del live. Ottime come sempre “Walk away” e “Can’t stop feeling” (intervallata da uno snippet di “I feel love” Donna Summer), letteralmente spaccaplatea i singoli “The dark of the matinée”, “Take me out” e “Ulysses”, giustamente piazzati a metà e a tre quarti del set per bilanciare al meglio la scaletta di un set che ha fatto della varietà la sua arma migliore. I Franz Ferdinand ormai sono una band sufficientemente matura per capire quando è ora di tirare un po’ di più, o abbassare il ritmo per far rifiatare. Cosa questa che permette al pubblico di integrarsi meglio nel live, ballare quando c’è da ballare, cantare quando sollecitato e rispondere al meglio alle esortazioni di quello che possiamo finalmente chiamare Frontman, con la “f” maiuscola. Il main set si conclude con “Outsiders”, come sempre con tutti e quattro i membri della band a picchiare contemporaneamente sulla batteria. Una chicca già vista nel precedente tour, ma di grande effetto, ideale per chiudere in levare un crescendo comunque fin qui più che convincente. Quattro i pezzi riservati all’encore, nello specifico “Jacqueline”, “Trees & Animals”, “The Fallen” e ovviamente la super attesa “This fire” per chiudere in bellezza. Poche altre cose da aggiungere. I Franz Ferdinand non saranno una di quelle band idolatrate dalla critica, ma in quanto a live sanno il fatto loro. Che poi è una delle migliori qualità che una band possa avere. Il live all’A Perfect Day è servito a darcene l’ennesima conferma, in attesa di vederli finalmente tornare con un nuovo lavoro in studio – da cui i FF hanno pescato tre pezzi per questo live: “Right thoughts! Right words! Right action!”, “Scarlet & Blue” e la già citata “Trees & Animals”, ad un primo ascolto buone, ma non eccelse – che si spera non tardi ad arrivare.

(Marco Jeannin)

SETLIST

PALMA VIOLETS

“Sex beat”

“Rattsnake higway”

“All the garden birds”

“Tom the drum”

“Chicken clippers”

“Best of friend!

“Snep up”

“Last of the junker wire”

“Fourteen”

VACCINES

“No hope”

“Wreckin’ bar (Ra Ra Ra)”

“Tiger blood”

“I always knew”

“Wetsuit”

“Teenage icon”

“Under your thumb”

“Ghost town”

“Post break-up sex”

“All In White”

“Change of heart, Pt. 2”

“Blow it up”

“If you wanna”

“Bad mood”

“Nørgaard”

MOGWAI

“How to be a werewolf”

“I’m Jim Morrison, I’m dead”

“Rano pano”

“Killing all the flies”

“White noise”

“Ex-cowboy”

“Auto rock”

“Stanley Kubrick”

“Travel is dangerous”

“Mexican Grand Prix”

“Hunted by a freak”

“Mogwai fear Satan”

“We’re no here”

FRANZ FERDINAND

“Do you want to”

“No you girls”

“Tell her tonight”

“Walk away”

“Right thoughts! Right words! Right action!”

“The dark of the matinée”

“Scarlet blue”

“Michael”

“Can’t stop feeling” (con snippet di “I Feel Love” di Donna Summer)

“Take me out”

“Ulysses”

“40′”

“Outsiders”

Encore

“Jacqueline”

“Trees & Animals”

“The fallen”

“This fire”

Live Report: A Perfect Day Festival – Giorno 1 – 31/08/12

Settembre 1st, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Va detto: se un festival lo chiami A Perfect Day, un minimo te la vai a cercare. Si chiama pioggia, solitamente bagna, e tende a cadere quando ne faresti a meno (e viceversa). Magari proprio in un “giorno perfetto”. Scherzi a parte, a Villafranca di Verona, il primo giorno di festival è stato sì caratterizzato dall’acqua, ma, per una volta, senza alcun tipo di conseguenza sul regolare svolgimento dello show. Non un ritardo, non un disagio. E questo va sottolineato fin dal principio, perché di eventi martoriati, rimandati, sospesi e presi a male parole per colpa del tempo, ne abbiamo già una bella collezione, specialmente nel nostro paese. Questa volta è filato tutto liscio, cosa che ci permette di concentrarci al meglio sull’unico argomento che ci sta davvero a cuore: la musica. Musica che nella cornice dello splendido Castello Scaligero, pare aver davvero trovato la sua dimensione ideale. E “chisseneimporta” della pioggia o del freddo; che nevichi pure: vorrà dire che faremo a pallate.

In questo clima autunnale dunque, tocca ai DZ Deathrays (qui al loro debutto assoluto in Italia), aprire le danze. Un’apertura tutto sommato dignitosa per la band di Brisbane. Dieci pezzi per una quarantina di minuti circa di fronte ad una platea già discretamente nutrita e particolarmente attiva. Punk rock casinista che gli stessi DZ hanno ottimamente ribattezzato party / trash. E va benissimo così. Non piaceranno a tutti per il loro essere innegabilmente un pelo sopra le righe (rispetto al target della giornata s’intende, non certo in assoluto), ma sono del parere che gruppi del genere siano la fortuna dei festival. Fanno ballare, dimenticare la fatica di ore di attesa a chi ha pazientemente devoluto la giornata alla causa, e danno una scossa ai più flemmatici. Dalla prima “Rad solar” fino all’ultima “Teeth” lo spazio libero per commenti o pensieri è davvero poco: non imprescindibili, ma sicuramente degni di rispetto.

Passati i DZ Deathrays è il turno dei più conosciuti Temper Trap. Stessa provenienza (l’Australia), ma diverso il campo da gioco, diverse le regole e diverso lo “sport”. Dal punk trash si passa ad un più soffice e rilassato indie rock, a tratti soffuso, spesso e volentieri portato al limite tanto da lambire i confini del fatidico post. Il senso comune, l’approccio mainstream, colloca i Temper Trap nel novero delle celebri one hit band. Niente di più sbagliato. O meglio, è vero che, se siamo qui a parlarne, buona parte del merito va al successo di “Sweet disposition”. Come sempre però, è la parte meno conosciuta, il “sotto” dell’iceberg, a colpire, a scombinare le carte. E questo “sotto” altro non è che un sound corposo, denso, che la performance live di Villafranca ha restituito impeccabilmente in tutto il suo splendore. Merito di Dougy Mandagi, vocalist estremamente talentuoso e, a quanto pare, incapace di steccare, e di una band che dal vivo è riuscita a trasmettere quel senso di atmosfera intima e travolgente che non sempre emerge così efficacemente su disco. Molto bene dunque “Repeater” e “Need your love”, chiamate ad aprire un set della durata complessiva di un’oretta buona, per tredici pezzi in totale. Bene anche “Trembling hands”, “Resurrection” e davvero ottima la tiratissima “Drum song”, un pezzo che solitamente farebbe da coda alla prima parte del set, per dare poi spazio alla mega hit, chiamata ovviamente a chiudere la pratica in crescendo. Un’ottima impressione dunque: è stato bello vedere Mandagi farsi un giro sotto la pioggia, perché sono proprio piccoli gesti che la dicono lunga sul clima che si può creare quando le cose vanno bene. E’ stato bello sorprendersi: non succede tutti i giorni. Ed infine, è stato bello farlo in mezzo a tante persone, colte dalle medesime sensazioni: anche questa è una merce più unica che rara.

Tocca ai Two Door Cinema Club poi, raccogliere il testimone. Un passaggio curioso per quanto mi riguarda. Non perché abbia qualcosa contro i TDCC, al contrario. Non mi sarei però certo mai aspettato di vederli in cartellone di fianco ai Killers a giocarsi lo slot temporale di prima serata, tenendo conto poi della notorietà dell’act che li ha preceduti. Considerazioni che lasciano evidentemente il tempo che trovano. L’accoglienza riservata alla band nord irlandese è clamorosa, complice una platea oramai quasi completa, una condizione meteorologica ormai stabile, e soprattutto, l’evidente avvenuta deflagrazione di un successo che potremmo fin qui definire “carsico”, ma palesemente emerso in quest’ultimo periodo. I TDCC hanno un disco appena uscito da portare in tour, sono giovani, fanno un dignitoso indie rock bello spigliato e tanto basta. Poco altro da aggiungere: la performance dei ragazzi cade in contemporanea con l’intervista a Brandon Flowers e Ronnie Vannucci (che potete leggere qui), per cui tutto quello che si riesce a sentire è il rimbombo delle casse dal backstage e le urla di una platea entusiasta come neanche ci fossero gli U2 dei tempi d’oro on stage. Tornando fronte palco per il finale, è evidente che la band nel frattempo ha fatto tutto come si deve: “Come back home” e “I can talk” sono due buonissimi biglietti da visita, per quanto molto simili a certi pezzi dei Maccabees, che, sinceramente, continuo a preferire. Tenderei comunque a lasciarli generalmente in attesa di giudizio, per insufficienza di prove. Sarà per la prossima volta.

Prove che raccogliamo a sufficienza invece, per testimoniare il ritorno dei Killers in Italia: sono loro la portata principale di questo primo giorno di festival. Killers che guadagnano il palco intorno alle dieci e venti, in orario perfetto, come da scaletta. Diciotto pezzi in totale, novanta minuti tra main set ed encore. Il palco, come sempre, vede spiccare la tradizionale “K” luminosa, posta sullo sfondo, mentre una tastiera / fulmine guadagna la ribalta giusto perché c’è un nuovo disco in uscita e il fulmine ne è il simbolo. Rispetto all’ultimo tour (che passò anche dalla vicina Verona per un’ottima data all’Arena), ci sono meno palme e ammennicoli vari. Il maxi schermo alle spalle della band proietta una serie di visual legati ai pezzi in scaletta, le fiammate da fondo palco saranno solamente un paio e non mancherà l’immancabile sparata di coriandoli dorati. Tutto questo per uno spettacolo leggermente più sobrio da un punto di vista estetico / scenografico, ma, senza alcun dubbio, più solido ed efficace da quello sonoro. Posto che la scena è l’habitat naturale del frontman, a Villafranca lo show dei Killers ci ha restituito una band in palla nella sua completezza, vogliosa di suonare e particolarmente felice di poterlo fare in una location così bella. Sarà lo stesso Flowers a confermalo a più riprese, cogliendo ogni volta l’occasione per ringraziare la risposta travolgente di una platea composta per la maggior parte di veri afecionados della band di Las Vegas. Molto bene dunque la nuova “Runaways”, primo singolo estratto dal nuovo “Battle born”, e decisamente adatto a fare da apertura ad una scaletta costruita a regola d’arte, con un grande incipit formato dalla tripletta “Somebody told me”, “Smile like you mean it”, e “Spaceman”, un corpo centrale di grande qualità con i pezzi più amati dai fan più attenti, vedi le ottime “A dustland fairytale” (uno dei pezzi migliori dei Killers) e “Read my mind” (anticipata da un breve snippet della cover di “Romeo and Juliet” dei Dire Straits, la vera chicca della serata), e un finale magistrale con una mitragliata dei cinque pezzi che, sparati l’uno dopo l’altro, garantiscono letteralmente il classico botto: “Mr. Brightside” e “All these things that I’ve done” in chiusura di set, più l’encore “Bones”, “Jenny was a friend of mine” e “When you were young”. I Killers sanno intrattenere, hanno pezzo in grado di farlo nel migliore dei modi, e quando incontrano una platea che sa come “gestire la situazione”, la combinazione non può essere che letale. Gusto per fare le pulci a tutto, non sempre il lavoro in zona mixer è stato impeccabile, nonostante l’innegabile performance vocale di un Flowers in netto e costante miglioramento (è stato lui stesso a confermarci, nel pre concerto, che, da che ha smesso di bere e fumare, è diventato un cantante nettamente migliore rispetto al passo). Qui però, cercando di stilare un bilancio finale, va fatto un discorso di priorità, e, per una volta più che un discorso di qualità va presa in considerazione la resa complessiva, spettacolo e divertimento compresi. Pace e amen se non sempre le chitarre erano perfette, o se il synth ha “spiccato” un po’ troppo. Il concerto di Villafranca aveva come primo obiettivo quello di preparare la strada per un prossimo ritorno in vista della promozione del nuovo lavoro e riscaldare i motori (sopra e sotto al palco), reduci dalla pausa dell’ultimo periodo. Obiettivo di gran lunga superato: che sia un live di estivo, invernale, ad un festival o in un palazzetto, quando hai voglia di suonare non c’è scusa che tenga per risparmiarsi. Con la pioggia o con il sole.

(Marco Jeannin)

SETLIST

DZ DEATHRAYS

“Rad solar”

“Cops capacity”

“L.A. Lightning”

“Teenage kickstarts”

“Gebbie street”

“The mess up”

“No sleep”

“Dollar chills”

“Debt death”

“Teeth”

THE TEMPER TRAP

“Repeater”

“Need your love”

“Love lost”

“Rabbit hole”

“Fader”

“Happiness”

“Trembling hands”

“Miracle”

“Soldier on”

“Science of fear”

“Resurrection”

“Drum song”

“Sweet disposition”

TWO DOOR CINEMA CLUB

“Cigarettes in the theatre”

“Undercover Martyn”

“Do you want it all?”

“This is life”

“Wake up”

“You’re not stubborn”

“Next year”

“Sleep alone”

“Sun”

“Something good can work”

“Settle”

“Handshake”

“Eat that up”

“What you know”

“Some day”

“Come back home”

“I can talk”

THE KILLERS

“Runaways”

“Somebody told me”

“Smile like you mean it”

“Spaceman”

“This is your life”

“Miss atomic bomb”

“For reasons unknown”

“Bling (Confession of a king)”

“Shadowplay” (Joy Division cover)

“Human”

“A dustland fairytale”

“Romeo and Juliet” (Dire Straits cover)

“Read my mind”

“Mr. Brightside”

“All these things That I’ve done”

Encore

“Bones”

“Jenny was a friend of mine”

“When you were young”

Live Report: Mumford & Sons @ Teatro Romano, Verona 02/07/12

Luglio 3rd, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Siamo sempre a caccia del concerto perfetto. Del resto è un po’ la speranza di tutti quelli che oltrepassano i cancelli: che la serata che ci si appresta a vivere abbia qualcosa di speciale, che sia diversa da tutte le altre. Perché questa è la nostra serata, il nostro concerto, la nostra occasione. Serate che poi iniziano tutte nello stesso identico modo: biglietto alla mano, controllo della borsa, grazie e buona serata. “Per me suoneranno questa”. “Cosa non darei perché facessero…”. “Ho sentito che una volta…”. Si sceglie il posto, ci si sistema, e si spera che il tizio altissimo che fa lo gnorri gironzolando con mezza birra in mano non si piazzi proprio di fronte a noi. Le luci infine si spengono, e tutte le aspettative, la tensione e le ansie covate durante l’attesa, si sciolgono in un unico, massiccio applauso liberatorio.

I Mumford & Sons fanno tappa a Verona, nella cornice del meraviglioso Teatro Romano, per rinfrescare a tutti le idee in vista della prossima pubblicazione (settembre a quanto pare) del nuovo, attesissimo disco. Una data “tecnica”, studiata per testare i pezzi nuovi di fronte ad un pubblico di devoti che ha già dato più volte prova di grande fedeltà. I Mumford sono il fenomeno indie folk del momento, la band imperdibile, il gruppo da sentire anche se non li conosci. Ecco allora che i biglietti per i sudatissimi live vengono bruciati nel giro di poche ore. Scongiurate le minacce di pioggia, poco prima delle nove sale sul palco Adam Stockdale aka Albatross, act singolo per voce e chitarra chiamato a fare da spalla alla band londinese. Il suo è un set minimale, una manciata di pezzi folk senza troppe pretese, accolti con entusiasmo dalla già carica platea veneta. Niente di trascendentale, questo va detto, ma l’aria che si respira è di grande festa: la gente sorride, canta, applaude e trasmette elettricità.

E mentre il cielo si fa via via più scuro, venti minuti prima delle dieci si spengono i fari che illuminano il proscenio. Sul palco salgono i Mumford & Sons, accompagnati da un piccolo trio di fiati e da un paio di altri turnisti chiamati a rendere ancora più corposo il sound del quartetto londinese (e sopperire alla menomazione di Marcus Mumford, recentemente infortunatosi alla mano: niente chitarra per lui). Nel silenzio di una platea rapita dai primi tocchi di banjo, il set decolla con il primo degli inediti della serata, “Lover’s eyes”. Inedito per modo di dire, perché a quanto pare l’intero Teatro Romano conosce a memoria le parole di quella che sembra essere l’ennesima poesia in parole e musica firmata Mumford e figli. Un prologo che lentamente cresce di spessore, fino all’esplosione finale che letteralmente catapulta buona parte della platea a ridosso del palco. Addio ai posti numerati, alle recinzioni e a qualsivoglia restrizione.

“Little lion man”, “Winter winds”, “White blank page”. Come in un video di Romanek, le luci calde sparate dal fondo del palco disegnano i controluce delle sagome delle mani costantemente alzate a sfiorare le cime dei cipressi che si stagliano sullo sfondo. “Non c’era mai capitato di trovare qualcuno che conoscesse a memoria i pezzi che non sono ancora usciti. O meglio, nessuno bene come voi. Questa cosa fa un po’ paura”. Hai ragione Marcus, questa cosa fa un po’ paura. Ma è anche la dichiarazione d’amore più pura e incondizionata che un pubblico possa regalare alla propria band. “Below my feet” è la quiete prima del balzo: “Roll away your stone” ma soprattutto “Lover of the light” trasformano definitivamente le gradinate in una bolgia che raramente ci è capitato di vedere. Irresistibili: i Mumford sono irresistibili. Punto. “Thistle & Weeds” e “Ghosts that we knew”, impeccabili, chiudono la parentesi sugli inediti. Inediti che, accoglienza a parte, sembrano già funzionare alla perfezione su un palco, fugando in anticipo le paure legate alla pubblicazione di un eventuale “Sight no more” versione due. Ok, lo stampo è quello, ma una parvenza di evoluzione sembra esserci, sia nel songwriting che nell’approccio interpretativo. Che poi era la cosa che ci premeva di più scoprire da una data come questa. “Awake my soul” spegne però qualsiasi pensiero sul nascere. Perché a una preghiera come questa, gridata verso un cielo tempestato di stelle, non si può non dedicarsi completamente. “Whispers” e “Dust bowl dance” chiudono infine il set principale, con band e platea in piena trance live. La gente salta, canta e si abbraccia. Ringrazia e chiede a gran voce un encore che però, stranamente, sembra farsi attendere. Un mistero immediatamente svelato. I Mumford escono dopo qualche minuto di meritato riposo, ma senza guadagnare il palco. Da un’uscita laterale, i quattro salgono le scale che portano ad una piccola terrazza posta dietro la platea. E qui, sullo sfondo della facciata di una chiesa, completamente in acustico e a voce alta, arriva la “Sister” che non ti aspetti, forse uno dei momenti più alti mai goduti in assoluto in un live. La platea si fa religiosamente silenziosa per lasciare spazio alle quattro voci dei Mumford che lambiscono la calda serata veronese quasi come un vento fresco, una brezza leggera e corroborante.

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Roba da lasciarci la pelle. Poco meno di cinque minuti da tenere stretti nei giorni, settimane e mesi a venire: “E’ stato davvero speciale per noi, quindi grazie per averci permesso di farlo”. Grazie a voi ragazzi. Dal più profondo del cuore. “The cave” a questo punto diventa la chiusura quasi ovvia, forse necessaria, di un set trionfale che difficilmente verrà dimenticato per tanti motivi.

Primo per la bellezza della location: il Teatro Romano è davvero una perla senza eguali, per atmosfera, splendore e per l’impatto che ha su chi si trova sul palco. Poi per l’incredibile platea veronese, a tratti fin troppo perfetta, responsabile in larga parte dell’incredibile serata: sono così tante le volte in cui ti immagini come sarebbe potuta andare se la gente fosse stata al top, che quando succede non sembra vero. E infine per la bravura di una band che non smette mai di stupire. Questo è stato il concerto dei Mumford & Sons a Verona. Certi concerti passano senza lasciare un segno, altri te li fanno rimpiangere da lontano perché quella maledetta sera tu non potevi esserci. Non questa volta. Non oggi.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Lover’s eyes”

“Little lion man”

“Winter winds”

“White blank page”

“Below my feet”

“Roll away your stone”

“Lover of the light”

“Thistle & Weeds”

“Ghosts that we knew”

“Awake my soul”

“Whispers”

“Dust bowl dance”

ENCORE

“Sister”

“The cave”

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