Live Report: Joan As Policewoman/Lyle Lovett @ Villa Arconati, Bollate, 21/07/11
Luglio 22nd, 2011 in Reports by Redazione Rockol
Una newyorkese in abito argentato e un dandy texano in giacca e cravatta hanno reso speciale l’appuntamento di ieri sera a Villa Arconati. Strana accoppiata, Joas as Police Woman e Lyle Lovett. Condividono poco o nulla, a parte il fatto di arrivare dagli States e di prediligere un approccio che i loro connazionali chiamerebbero “leftfield”, leggermente scentrato e decisamente personale, ai generi musicali frequentati. Joan Wasser, in trio con batteria e tastiere (più basso synth), conferma la svolta tecno-soul dell’ultimo album “The deep field”, ampiamente riproposto nell’ora di set: il funk rock di “Magic” e il morbido Philly sound di “Chemmie”, nuovo singolo estratto dal disco, esprimono il nuovo lato, più sexy ed estroverso, della sua musica, fattasi più scattante, dinamica, a volte nervosa, figlia di un approccio intellettuale e meditato alla black music che a volte ricorda quello di un vecchio maestro come Todd Rundgren. Sa anche come ingraziarsi il pubblico, la dolce Joan, sussurrando paroline di ringraziamento e chiedendo di intonare un happy birthday alla donna del mixer, “magic Melanie”, che compie gli anni. Il clima cambia con “Flash”, ballata da vertigini sospesa in un clima onirico e immersa in un liquido amniotico: merita un posto nella playlist del 2011, e dal vivo è ancora più ammaliante. Colpisce, qui e altrove, l’uso originale e avventuroso che Joan fa del ritmo, della melodia e soprattutto della voce, abilmente filtrata con echi e distorsioni: qualche volta utilizzata come un vero strumento solista arrampicandosi sul pentagramma, altre volte instradata verso il format di una torch song postmoderna, memore di Billie Holiday come delle assidue frequentazioni con spiriti affini quali Antony e Joseph Arthur.
Quando salgono sul palco gli incravattati musicisti della “acoustic band” di Lyle Lovett sembra improvvisamente di essere altrove, in qualche balera del profondo Sud americano. Capitanati dall’allampanato leader, Keith Sewell (chitarra e mandolino), Luke Bulla (violino), Viktor Krauss (fratello di Alison, al contrabbasso), James Gilmer (percussioni) e il batterista Russ Kunkel, eroe di mille tour e session memorabili, accendono un festival scoppiettante di corde e di Texas swing, di cabaret in puro stile Southern (“Here I am” riesce a citare negli stessi versi Hank Williams e Neil Armstrong) e di valzeroni country strappacuore (“If I were the man you wanted”, “I’ll come knockin’”) che Lyle, con humour, misura e innata eleganza, riesce sempre a tenere a debita distanza dagli stereotipi del genere. La band gira al massimo con e senza sezione ritmica, anche perché Bulla e Sewell non sono solo ottimi solisti ma preziosi comprimari nelle armonizzazioni vocali. Va in scena un formidabile campionario di musica americana delle radici: il gospel tenebroso di “I will rise up” (che da sola vale il prezzo del biglietto), il ritmo scanzonato di “Cowboy man” e di “Up in Indiana”, il blues tosto di “My baby don’t tolerate” che apre la strada a pregevoli soli di chitarra acustica e violino pizzicato, e delicate ninna nanne come “If I had a boat”. Ma il forte di Lovett sono anche certe ballate rarefatte e contemplative ispirate all’immensità misteriosa delle “forze della natura”, quelle distese di campi coltivati che circondano anche villa Arconati e che a Lyle ricordano il suo Texas: ecco “She’s already made up her mind” e, più avanti, “North Dakota”, gioielli di songwriting poetico e minimalista recuperati dal bellissimo “Joshua judges Ruth” (1992). Si va ancora più indietro, pescando reperti dall’antico “Pontiac” (“Give back my heart”, “She is no lady”) prima di dare ascolto alle richieste del pubblico. Arriva così, graditissima, quella “Friend of the devil”, già incisa sull’album tributo “Deadicated”: più country e più lenta della versione originale dei Grateful Dead, sempre e comunque un capolavoro di American Music. Lovett è un grande story teller amante della conversazione, frenato soltanto dalla scarsa dimestichezza con l’inglese di una parte del pubblico: ma strappa una sincera risata a tutti quando, presentando “Pantry” in omaggio al cibo italiano, confessa di amare il bluegrass perché è il lato scuro della country music. “Le canzoni country possono intristirti”, spiega, “ma quelle bluegrass possono ucciderti”. Sa come intrattenere, e sa come chiudere un concerto stilosissimo, impeccabile, di assoluta classe e qualità: con un omaggio al cult hero texano Townes Van Zandt (di cui sceglie uno dei pezzi uptempo del repertorio, “White freight liner blues”) e con il traditional “Ain’t no more canes on the brazos”, che molti di noi scoprirono sui “Basement tapes” di Bob Dylan e la Band. Per Lovett è pane quotidiano, e scusate se è poco.
(Alfredo Marziano)

