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Live Report: Patti Smith @ Villa Arconati, Bollate (Mi) 23/07/12

Luglio 25th, 2012 in Reports by Redazione Rockol

Carisma, classe, intensità. E mestiere. Patti Smith è molto di più di quei termini abusati, scritti e letti a profusione e con scarsa fantasia in questi suoi giorni italiani.
Patti Smith arriva a Villa Arconati nel bel mezzo del suo lungo tour italiano. Il suo rapporto con l’Italia è speciale (l’ultimo album “Banga” è stato registrato in buona parte nel nostro paese) e questo luogo lo è ancora di più: nel 1996 passò di qui nel suo primo tour europeo dopo 17 anni di assenza; chi c’era si ricorda ancora quella sera magica di luglio in cui – con Michael Stipe a farle da angelo custode – qualcuno le urlò “Dove sei stata?”. “A fare il bucato”, rispose lei, candida: dopo la morte del marito Fred Sonic Smith si era presa cura dei figli.
Patti Smith è disarmante, in ogni occasione. Arriva sul palco di Villa Arconati – che ora si trova in un campo all’esterno dell’edificio ora in ristrutturazione – che sono quasi le dieci e in un attimo spazza via tutto.
Attacca subito con i ritmi sinuosi di “Redondo beach”, seguita da “Dancing barefoot”. E pure lei è sinuosa, come sempre. Giacca nera d’ordinanza, accompagnata dalla solita band (Lenny Kaye, Tony Shanahan, Jack Petruzzelli), prende subito possesso del palco. Si vede che c’è qualche problema: sulla seconda canzone, mentre Kaye fa il suo assolo, si avvicina al banco del mixer e conversa con il tecnico, per il primo di diversi viaggi verso quella zona che avverranno durante il concerto.
Nelle canzoni successive, la band fatica a decollare, soprattutto quando si tratta di alzare un po’ i ritmi – come in “Fuji-san”, che nel nuovo disco è una fucilata, qua è un (forte) colpo a salve. Decisamente meglio nei brani “mid-tempo”, come “Ghost dance” e soprattutto “Beneath the southern cross” – con una bella coda elettrica – dove è l’intensità ad emergere con tutta la sua forza.
Patti Smith appare un po’ stanca, a tratti – lei stessa in conferenza stampa aveva ammesso di fare fatica a reggere i ritmi della vita on the road. Ma si dà con la consueta e proverbiale generosità, che sia quando dedica “This is the girl” ad Amy Winehouse (scomparsa esattamente un anno fa), che sia quando si interrompe un discorso con un “Oh, look” per seguire il volo di una farfalla, o quando rimane incantata da un ragnetto sul microfono del chitarrista e cerca di salvarlo dalle grinfie del roadie cattivo che vorrebbe ammazzarlo.
Il finale è un crescendo: la Smith esce dal palco per lasciare spazio a Lenny Kaye, che festeggia i 40 anni della storica compilation “Nuggets” (da lui curata) con un medley di canzoni garage rock degli anni ’60, poi ritorna per per “Nine” – dedicata a Johnny Depp e “Pissing in a river”.
Solo “Because the night” è un po’ tirata via  (e “People have the power” viene solo accennata alla fine di “Peaceable kingdom”);  ma  “Gloria” è la consueta cavalcata irresistibile, così come i bis di “Banga” e “Rock ‘n’ roll nigger”.
La classe, il mestiere: al di là delle definizioni trite e ritrite, Patti Smith è soprattutto una grande performer. Anche in serate un po’ sottotono come queste, compensa con l’esperienza e il carisma qualche calo di intensità suo e della band. Ma non c’è di che lamentarsi, perché Patti Smith, nei suoi numerosi concerti italiani degli ultimi 17 anni, ci ha abituati fin troppo bene. Essere ammessi al suo cospetto vale sempre il prezzo del biglietto.
(Gianni Sibilla)
PS: i termini abusati sono ovviamente “poetessa” e “sacerdotessa” Propongo una moratoria: la piantiamo di usarli ogni volta che compare il nome di Patti Smith? Mi impegno per primo a farlo, è l’ultima volta che li vedrete in qualcosa scritto da me.
SETLIST
“Redondo beach”
“Dancing barefoot”
“April fool”
“Fuji-san”
“This is the girl”
“Ghost dance”
“Distant fingers”
“Beneath the Southern cross”
“We three”
“Night time/ “(We aint’ got) Nothin’ yet/Born to lose/Pushin’ too hard”
“Nine”
“Pissing in a river”
“Because the night”
“Peaceable kingdom”/”People have the power (spoken)”
“Gloria”
Bis
“Banga”
“Rock’n'roll nigger”

Live Report: Joan As Policewoman/Lyle Lovett @ Villa Arconati, Bollate, 21/07/11

Luglio 22nd, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Una newyorkese in abito argentato e un dandy texano in giacca e cravatta hanno reso speciale l’appuntamento di ieri sera a Villa Arconati. Strana accoppiata, Joas as Police Woman e Lyle Lovett. Condividono poco o nulla, a parte il fatto di arrivare dagli States e di prediligere un approccio che i loro connazionali chiamerebbero “leftfield”, leggermente scentrato e decisamente personale, ai generi musicali frequentati. Joan Wasser, in trio con batteria e tastiere (più basso synth), conferma la svolta tecno-soul dell’ultimo album “The deep field”, ampiamente riproposto nell’ora di set: il funk rock di “Magic” e il morbido Philly sound di “Chemmie”, nuovo singolo estratto dal disco, esprimono il nuovo lato, più sexy ed estroverso, della sua musica, fattasi più scattante, dinamica, a volte nervosa, figlia di un approccio intellettuale e meditato alla black music che a volte ricorda quello di un vecchio maestro come Todd Rundgren. Sa anche come ingraziarsi il pubblico, la dolce Joan, sussurrando paroline di ringraziamento e chiedendo di intonare un happy birthday alla donna del mixer, “magic Melanie”, che compie gli anni. Il clima cambia con  “Flash”, ballata da vertigini sospesa in un clima onirico e immersa in un liquido amniotico: merita un posto nella playlist del 2011, e dal vivo è ancora più ammaliante. Colpisce, qui e altrove,  l’uso originale e avventuroso che Joan fa del ritmo, della melodia e soprattutto della voce, abilmente filtrata con echi e distorsioni: qualche volta utilizzata come un vero strumento solista arrampicandosi sul pentagramma, altre volte instradata verso il format di una torch song postmoderna, memore di Billie Holiday come delle assidue frequentazioni con spiriti affini quali Antony e Joseph Arthur.
Quando salgono sul palco gli incravattati musicisti della “acoustic band” di Lyle Lovett sembra improvvisamente di essere altrove, in qualche balera del profondo Sud americano. Capitanati dall’allampanato leader, Keith Sewell (chitarra e mandolino), Luke Bulla (violino), Viktor Krauss (fratello di Alison, al contrabbasso), James Gilmer (percussioni) e il batterista Russ Kunkel, eroe di mille tour e session memorabili, accendono un festival scoppiettante di corde e di Texas swing, di cabaret in puro stile Southern   (“Here I am” riesce a citare negli stessi versi Hank Williams e Neil Armstrong) e di valzeroni country strappacuore (“If I were the man you wanted”, “I’ll come knockin’”) che Lyle, con humour, misura e innata eleganza, riesce sempre a tenere a debita distanza dagli stereotipi del genere. La band gira al massimo con e senza sezione ritmica, anche perché Bulla e Sewell non sono solo ottimi solisti ma preziosi comprimari nelle armonizzazioni vocali. Va in scena un formidabile campionario di musica americana delle radici: il gospel tenebroso di “I will rise up” (che da sola vale il prezzo del biglietto),  il ritmo scanzonato di “Cowboy man” e di “Up in Indiana”, il blues tosto di “My baby don’t tolerate” che apre la strada a pregevoli soli di chitarra acustica e violino pizzicato, e delicate ninna nanne come “If I had a boat”. Ma il forte di Lovett sono anche certe ballate rarefatte e contemplative ispirate all’immensità misteriosa delle “forze della natura”, quelle distese di campi coltivati che circondano anche villa Arconati e che a Lyle ricordano il suo Texas: ecco “She’s already made up her mind” e, più avanti, “North Dakota”, gioielli di songwriting poetico e minimalista recuperati dal bellissimo “Joshua judges Ruth” (1992). Si va ancora più indietro, pescando reperti dall’antico “Pontiac” (“Give back my heart”, “She is no lady”) prima di dare ascolto alle richieste del pubblico. Arriva così, graditissima, quella “Friend of the devil”, già incisa sull’album tributo “Deadicated”: più country e più lenta della versione originale dei Grateful Dead, sempre e comunque un capolavoro di American Music. Lovett è un grande story teller amante della conversazione, frenato soltanto dalla scarsa dimestichezza con l’inglese di una parte del pubblico: ma strappa una sincera risata a tutti quando, presentando “Pantry” in omaggio al cibo italiano, confessa di amare il bluegrass perché è il lato scuro della country music. “Le canzoni country possono intristirti”, spiega, “ma quelle bluegrass possono ucciderti”. Sa come intrattenere, e sa come chiudere un concerto stilosissimo, impeccabile, di assoluta classe e qualità: con un omaggio al cult hero texano Townes Van Zandt (di cui sceglie uno dei pezzi uptempo del repertorio, “White freight liner blues”) e con il traditional “Ain’t no more canes on the brazos”, che molti di noi  scoprirono sui “Basement tapes” di Bob Dylan e la Band. Per Lovett è pane quotidiano, e scusate se è poco.

(Alfredo Marziano)

Live Report: Regina Spektor + Joan as Police Woman @ Villa Arconati Bollate (Mi) 15/07/09

Luglio 18th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Sempre bella Villa Arconati, di sera ha un fascino tutto particolare.
Se ci vai poi a sentire dal vivo di Regina Spektor e Joan As Police Woman ti piace ancora di più. Arrivo una mezz’ora prima del concerto, per gustarmi l’atmosfera e una birretta cruda, immersa nella cornice seicentesca e vagamente bucolica della location. Mi guardo in giro per vedere il mood del pubblico (e anche un po’ della serata): moltissimi alternative-chic, pseudo intellettuali, indie di belle speranze e mio padre che, con la sua pinta in mano, fa pendant con i fedelissimi abbonati del Festival, sempre presenti e sempre in prima fila.
Entriamo sotto al tendone dove si terrà il concerto, incalzati dalle luci che si accendono e si spengono, prendiamo posto al centro della platea semi gremita, e comincia la magia: sul palco compare una rossa tutto pepe, in rosso vestita, con una tutina anni 80 leopardata che le invidio molto e intanto penso che sia giunta l’ora dell’ennesimo acquisto da H&M. E’ Regina Spektor.
La cantautrice dalle origini sovietiche, accompagnata da un tastierista e da un batterista canterino, apre il suo live con due brani melodici e sognanti, giusto per riscaldarsi e riscaldarci. Le dolci note vengono, subito dopo, sopraffatte dal ritmo: batteria e riff di chitarra a go-go, in puro stile folk. La gente scalpita, balla e batte le mani. Regina, tra urla e applausi, chiude la sua performance infuocata con una cover dei Public Enemy e una dei Sonic Youth, ed è delirio. Arriva l’intervallo.Tra i commenti dei miei vicini di posto, entusiasti come la sottoscritta, e una spruzzata di Autan per gradire, vedo la faccia stupita di mio padre, abituato alla mia “musica spaccatimpani”, come ama definirla lui.
E’ buio di nuovo, ora tocca a lei: Joan As Police Woman. Minuta e riccia, si siede al piano e comincia a suonare. La seguono un violino, un violoncello ed una batteria soft. Tuti sono rapiti dal carisma e dalla voce strabiliante di Joan, che non ha incertezze. Lascia il piano e si cimenta in un pezzo “a cappella” che entusiasma tutti, per passare poi alla chitarra e di nuovo al piano. Dopo aver cantato quasi tutti i brani di “To Survive” ed i suoi pezzi storici, Miss Wesser se ne va con una standing ovation generale. Acclamata a gran voce, torna per un bis: tutti sono in piedi e si sono avvicinati al palco, quasi ad abbracciare lei e le sue canzoni. Finito lo spettacolo, mentre usciamo da Villa Arconati, mio padre mi dice:” Bello. Brave. Mi è piaciuto molto. Dobbiamo rifarlo”. Missione compiuta.

(Rossella Romano)

Live Report: Calexico @ Villa Arconati Bollate 10/07/09

Luglio 14th, 2009 in Reports by Redazione Rockol

Il vento caldo da Tucson arriverà solo con qualche giorno di ritardo, dopo il weekend: quando i Calexico si presentano sul palco di Villa Arconati tira una brezza fresca e umida che fa coprire le spalle alle signore e limita le vendite di birre. Loro, invece, sono in anticipo. Più precisamente, si offrono come backing band al loro nuovo acquisto, il chitarrista spagnolo Depedro, autoconfezionandosi un set d’apertura che sorprende non pochi a metà strada tra il parcheggio e il tendone da expò nautico. Cinque minuti prima dell’orario ufficialmente comunicato da brochure e manifesti ci pensa Joey Burns a fare luce (e a far fare una figura di merda a un tizio che sentenzia ad una tipa che probabilmente voleva essere dovunque meno che lì: “Eh già, questa è una di quelle vecchie, dal primo o secondo album…”) sul fuori programma: “Cinque minuti e torniamo”. E così fanno. La formazione è sempre quella: Convertino troneggia da par suo dietro ai tamburi, Burns si divide tra la classica e l’Airline, Paul Niehaus (uno che viene da Nashville) e Depedro alle sei corde e pedal steel, Volker Zander al basso e Valenzuela e Welk a trombe e tutto il resto. Eccoli, i Calexico.
Come direbbe Mike Bongiorno “Fiato alle trombeee !!!”, perché dal vivo è la parte Mexico del nome che la fa da padrone, non disdegnando brani in lingua spagnola.
Fortunatamente non siamo in una cantina al di là del Rio Grande dove la tequila scorre a fiumi ed è fedele compagna di chi vuole divertirsi con il rischio di esagerare e ritrovarsi coinvolto in una scazzottata per il solo fatto di avere allungato occhiatacce piene di bramosia verso la ragazza dell’uomo sbagliato, dico fortunatamente perché il pubblico è caliente ed entusiasta come poche volte accade e partecipa felice con il battimani non appena dal palco partono le note di una nuova canzone. Sul palco i ragazzi sembrano affiatati e hanno l’aria di divertirsi parecchio. Più di una volta si avvicinano l’uno all’orecchio dell’altro a sussurare un qualcosa che genera immediatamente ilarità, per non parlare dei numerosi cenni di intesa durante le esecuzioni. Una festa riuscitissima che, dopo una novantina di minuti – neanche fosse una partita di calcio –, sembra proprio finire, quando Joey annuncia l’esecuzione dell’ultimo pezzo e procede con i saluti. La presentazione della band segue la linea del live e diventa un altro momento sul quale farsi scappare un sorriso; le incitazioni e il batter di mani non risparmiano nessun componente, sia esso spagnolo, messicano, tedesco, dalla Puglia con furore, di Nashville (con altrettanto furore, anche se un po’ mascherato), di non so cosa (mi riferisco al bassista…che sul palco quasi non sembra nemmeno essere uno dei Calexico, se non per la bravura e le scoccate che tira al contrabbasso). Il bis si fa attendere quanto basta, ma per questa versione estiva – rispetto al live invernale al Rolling Stone, dico – la scaletta degli ultimi brani cambia. A discapito della bellissima ed emozionate “He lays in the reins”, tanto amata come bis, sul palco si presenta (tra lo stupore di alcuni, l’arrabbiatura di altri e la gioia dei più), un nuovo compagno di avventure della band di Tucson, Vinicio Capossela. Insieme fanno tre brani: “Polpo d’amor”, presente nella versione italiana di “Carried to dust” dei Calexico, “La faccia della terra” , presente nell’ultimo di Vinicio, e una canzone popolare che coinvolge tutta la band che non sa nemmeno cosa sta suonando, Burns compreso, che ad un certo punto, spinto da non so cosa, si mette a gridare un “Si senor!!!” in puro stile tex-mex.
Il concerto si chiude definitivamente con i soli Calexico sul palco. Il concerto si chiude con una “Crystal frontier” che avrebbe potuto anche andare avanti un’ora, anziché dieci minuti. Il concerto si chiude. Joey, John e compagni salutano. Ma Milano è ancora lì, ad applaudire e ad aspettare il ritorno del vento caldo di Tucson che Castellazzo di Bollate, ahimé, un po’ se lo sogna.

(Daniela Calvi – Davide Poliani – Paolo Panzeri)

Live Report: Morrissey @ Villa Arconati Bollate 17/07/2006

Luglio 18th, 2006 in Archivio by Redazione Rockol

Un amore dichiarato per l’Italia contraddistingue questa fase artistica di Morrissey. Non solo l’ex leader degli Smiths ha eletto il suo domicilio a Roma; non solo vi ha registrato il suo ultimo disco solista “Ringleaders of the tormentors”, citando la città eterna e i suoi cantori (Fellini, Pasolini) come fonti di ispirazioni. Non solo, ma anzi la bandiera italiana troneggia ovunque in questo tour: dai pass di chi lavora con lui al palco. Quando “Moz” sale su quello del più prestigioso Festival di Milano e dintorni, la storica rassegna di Villa Arconati, il messaggio è rinforzato in modo quasi teatrale, come solo uno come lui avrebbe saputo concepire: i 5 membri della band sfoggiano la maglietta della nazionale di calcio campione del mondo, con il loro nome stampato sulla schiena.
E’ un attimo, perchè subito dopo l’attenzione ritorna sulla musica: partono le prime note, e sono quelle di “Panic”, una delle canzoni più note degli Smiths. Il pubblico di Villa Arconati è solitamente compassato e abituato ad una situazione teatrale, ma già da quasi un’ora i fan sono assiepati a ridosso del palco. Inizia la canzone e tutti si alzano, cantando e ballando.
Un inizio esplosivo, non c’è che dire, anche se il concerto non rispetta fino in fondo questa promessa iniziale. Certo, Morrissey, sul palco dominato da una gigantografia di Oscar Wilde, è un vero istrione: si muove in modo teatrale, con voce potente e con gesti da consumato perfomer, come il continuo cambio di camicia che spesso lo lascia a torso nudo. Il pubblico risponde, anche se le canzoni degli Smiths sono l’eccezione, e la regola è costituita da quelle dall’ultimo repertorio solista. Morrissey, per altro, almeno inizialmente, è bravo ad alternare canzoni conosciute ad altre più oscure, e il pubblico risponde alla grande.
La decisione di ignorare troppo il repertorio degli Smiths (solo 4 canzoni totali in scaletta) e dei primi dischi (tralasciate gemme come “Everyday is like Sunday”, che beffardamente è risuonata tra le canzoni trasmesse dalle casse prima del concerto, nella versione dei Pretenders) alla fine costa, e la seconda metà del concerto risente di alti e bassi vistosi. Si risolleva sul finale, un unico bis con “How soon is now” (Smiths, appunto) che manda in visibilio la folla. Un po’ di amaro in bocca rimane: Morrissey, per l’amata Italia non si è risparmiato, anche se le sue scelte non hanno convinto fino in fondo.

(Gianni Sibilla)

Dal Vivo
I concerti recensiti da Rockol