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Live Report: Vinicio Capossela @ Teatro Smeraldo, Milano 05/12/11

Dicembre 6th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Nonostante i suoi natali da “profano”, la musica di Vinicio Capossela con il passare degli anni ha sempre più avuto a che fare con la religiosità. Anche e soprattutto con quella popolare e ancestrale. E i suoi concerti di Natale, appuntamento ormai fisso per gli appassionati del cantautore di Hannover, fanno parte di questo suo modo di vivere la spiritualità. Non è un caso che lo show di stasera al Teatro Smeraldo di Milano sia intitolato “Sante Nicola nella pancia della balena”. Rispetto agli anni scorsi però c’è una novità piuttosto importante: quest’anno Vinicio ha pubblicato un album doppio, complesso e ambizioso come “Marinai, profeti e balene”. Un viaggio per i mari di carta della letteratura, che stasera è racchiuso nella prima parte della scaletta: nella seconda infatti la navigazione si conclude, ci si ferma a terra e si festeggia il 5 dicembre, notte della venuta del santo che più caposselliano non si può: Santo Nicola, protettore dei perdenti, dei naviganti sfortunati. Degli ultimi, degli Spessotti insomma.

Ma come dicevamo, la partenza è tutta per mare. Ed ecco il cupo e suggestivo incipit con “Il grande leviatano”, che rivela la scena: un gigantesco ventre di balena, lo stesso che ha ospitato la lunga e fortunata tournée di quest’anno. Vinicio siede al piano con il cappello da timoniere, con la sua ciurma alle spalle che intona canti, agita catene e mette in moto chitarre, contrabbasso, theremin e chi più ne ha più ne metta. La successiva “L’Oceano oilalà” si tinge dei mari d’Irlanda e apre la strada a “Dalla parte di Spessotto”, visto che quando si tratta di raccontare gli sfigati Capossela non si tira mai indietro. E stasera è la loro festa.

Il viaggio per mare prosegue con un’altra carrellata di vinti, di sopraffatti dal mare di melvilliana memoria: il condannato a morte di “Billy Budd”, il capitano Achab folle e disperato de “La bianchezza della balena” e dei “Fuochi fatui”. Ma c’è anche “Lord Jim”, contraddittorio eroe uscito dalla penna di Joseph Conrad. Capossela è un cantautore raffinato e come sempre riesce a dare la giusta forza a queste suggestioni. Come quando rilegge l’Antico Testamento con la bellissima “Job”, costruita su un tappeto di chitarre acustiche e incursioni arabeggianti. Oppure come quando alza gli occhi verso il cielo a guardare le “Pleiadi”, in un momento catartico e toccante.

Certo la parte “marina” dello spettacolo di Capossela è molto bella ma anche impegnativa, per questo ogni tanto il cantautore si sforza di alleggerirla. Un po’ con i tentacoli porpora del “Polpo d’amor”, un po’ con lo spettacolo di burlesque che accompagna la storia della sirena “Pryntil”, tra i brani nuovi più amati dal pubblico. Non manca qualche frecciatina politica come il riferimento a “Nettuno che non si fa chiamare `Papi´ ma `Nunù´”, chiaramente indirizzato al nostro ex premier. Durante “Vinocolo” compare un Polifemo in carne ed ossa, appena prima di una versione cupa e tribale del “Ballo di San Vito”. Bella e intensa.

Come detto, dopo il mare aperto si arriva in porto e ci si può riposare. “La Santissima dei naufragati” chiude la prima parte dello show, mentre “L’uomo vivo” sancisce il liberi tutti: il pubblico si alza e ci si concede un po’ di festa, dopo le fatiche della navigazione. Inizia la “Suite di Sante Nicola”, bella ma forse un po’ tardiva: Capossela legge degli estratti dal suo radio-racconto natalizio intitolato “I cerini di Santo Nicola”, canta la versione italianizzata di “Santa Claus is coming to town” e ospita sul palco il mago Christopher Wonder. Non poteva mancare la canzone “Sante Nicola”, estratta dall’album “Da solo”. Poi si concede perfino un’incursione nella musica colta invitando sul palco una cantante e una pianista per eseguire un lieder di Schubert.

Poi ecco “Ovunque proteggi”, uno dei brani più belli mai scritti dal cantautore, che da sola vale il prezzo del biglietto ed è colorata da un’insolita sezione di fiati. Un momento in cui la spiritualità di cui parlavamo prima viene tutta a galla con grande forza. A chiudere le danze ci pensa invece “Al veglione”, dove al “Buonanotte” finale Vinicio preferisce un “Buone feste a tutti!”. Il Natale arriva grazie a San Nicola. Ma arriva anche per permettersi il lusso di ascoltare concerti come questo.

(Giovanni Ansaldo)

Scaletta:

Il grande Leviatano

L’oceano Oilalà

Dalla parte di Spessotto

Billy Bud

Lord Jim

La bianchezza della balena

I fuochi fatui

Job

Goliath

Polpo d’amor

Printyl

Vincolo

Il ballo di San Vito

Calipso

Le Pleiadi

Dimmi Tiresia

Nostos

La Santissima dei Naufragati

L’uomo vivo

Inedito

Sante Nicola è arrivato in città (Santa claus is coming to town)

Sante Nicola

Intermezzo (Schubert)

Ovunque proteggi

Al veglione

Live Report: Vinicio Capossela @ Arena Civica, Milano 16/07/11

Luglio 17th, 2011 in Reports by Redazione Rockol

Ormai Vinicio Capossela è salpato, ha preso la via del mare e non ha alcuna intenzione di abbandonarla. Basta guardarlo, con quel cappello da navigatore calato sulla testa, mentre sale sul palco poco prima delle 21.30. Sull’Arena Civica di Milano non è ancora calato del tutto il sole. Alle sue spalle la “ciurma” , o per meglio dire la band, lo accompagna sul palco che richiama il ventre di una balena. Sulle note gravi de “Il grande Leviatano”  inizia il viaggio, un po’ a caccia di cetacei e un po’ alla ricerca di miti omerici. Proprio come nell’ultimo album “Marinai, profeti e balene”, sul quale è costruita tutta spina dorsale di questo spettacolo. A proseguire la navigazione ci pensa ‘”L’Oceano oilalà”, con le sue sonorità quasi alla Pogues e l’irresistibile cantilena da stiva “Noi vogliamo del rum”. “Dalla parte di Spessotto” è invece una delle poche concessioni al vecchio repertorio, che Vinicio è bravo a regalare ogni tanto agli spettatori, conscio che le nuove composizioni sono impegnative e ogni tanto andare fuori tema non è un male.
Pezzi come “Billy Budd” però non possono non coinvolgere: sembra quasi di vederlo, questo condannato a morte di melvilliana memoria che viene raccontato dalle chitarre acustiche e dalle catene che il cantautore di Hannover agita sul palco. La band, oltre a provvedere a fiati, chitarre e theremin, lancia grida e invocazioni dal ventre di Moby Dick. Non poteva mancare il “Polpo d’amor”, per il quale Capossela indossa otto tentacoli rossi con la solita abilità e ironia da trasformista consumato.
Per farsi aiutare e non perdere la bussola, ogni tanto il cantautore ricorre a qualche aiuto esterno: le Sorelle Marinetti ad esempio si prestano per i cori di “Pryntil”, storia di scandali negli abissi ispirata alla penna di Luis Ferdinand Céline, e riportano in vita la “Medusa cha cha cha”, secondo estratto da “Ovunque proteggi”.
I live di Vinicio Capossela sono come un circo, come un “freak show”, le sorprese possono spuntare da un momento all’altro: per “Vinocolo” compare perfino un uomo-Polifemo, mentre i giochi di ombre cinesi alle spalle della band disegnano ombre sinistre. Arriva anche il Minotauro, ormai un immancabile spauracchio nei suoi concerti, per lo spassoso punk cavernicolo di “Brucia Troia”. Ma non ci sono solo effetti speciali: per “Le pleiadi”, uno dei pezzi più belli e toccanti dell’ultimo album, bastano un pianoforte e la voce del cantautore per emozionare. Come fa la 12 corde di “Job” e “Aedo”. Peccato che, come purtroppo sta capitando sempre durante questo Milano Jazzin’ Festival, i musicisti debbano lottare contro il livello dei decibel davvero troppo basso. Soprattutto per chi ascolta dalle tribune.
Certo, andar per mare è faticoso. E per questo Capossela, dopo oltre un’ora di set a tema, si ferma. Si inchina di fronte al pubblico e chiama a raccolta la sua accolita di fedelissimi con “L’uomo vivo (Inno alla gioia)”: ormai questa canzone è un codice, una specie di liberi tutti. Appena l’artista l’annuncia, i seggiolini numerati si svuotano e gran parte degli spettatori va sotto il palco a ballare.
È l’inizio dei bis, dove invece è il nuovo repertorio a farla da padrone e più che in viaggio per mare sembra di essere ad una festa di paese. Arrivano così “Che cossè l’amor”, riarrangiata insieme alle Sorelle Marinetti, “Si è spento il sole” e la tarantolata “Il ballo di San Vito”. Con questi pezzi si va sul sicuro. C’è tempo anche per una cover di Bob Dylan, quando “When the ship comes in” diventa “La nave sta arrivando”. Dopo gli applausi, Vinicio torna per l’ultimo numero. “Bevo solo sul lavoro”, ci ricorda mentre si scola la prima birra in due sorsi e accarezza il pianoforte. Ai titoli di coda ci pensa “Le sirene”, commovente riflessione sul ritorno a casa. Quasi una “Nutless” mitologica.
Vinicio Capossela è un artista profondo, a volte un po’ manierista. Ma ha un’intensità e una capacità di tenere il palco come pochi in Italia. Pazienza se si concede poco al revival, se a volte ci chiede uno sforzo in più per seguirlo. L’importante è aver raggiunto il porto sani, salvi e felici. E il merito è tutto suo.

(Giovanni Ansaldo)

Live Report: Vinicio Capossela @ Teatro Smeraldo Milano 10/04/2006

Aprile 11th, 2006 in Archivio by Redazione Rockol


“Piove governo ladro!”. Milano è immersa in un tempo da lupi, acqua e freddo autunnale che non si confanno alla primavera avanzata; l’Italia è nell’incertezza dei risultati elettorali, che in alcuni momenti sembrano favorire la precedente amministrazione, contrastando i dati opposti del pomeriggio. Vinicio Capossela risolve così la questione: tre parole sarcastiche, accolte con un boato dalla sala del Teatro Smeraldo, per la prima delle tre date nella città adottiva dello stralunato cantautore.
Non sarà l’unico boato della serata: il pubblico vuole Capossela, e lo avrà in tutte le sue molteplici forme, accettate con entusiasmo dalla platea anche quando sono tutt’altro che facili o consolatorie. Per esempio, Capossela si presenta sul palco in controluce, e canta le prime due canzoni quasi nascosto. La seconda, “Brucia Troia”, con il viso dietro una maschera da Minotauro, e con l’aiuto di uno schermo a fondo palco che rimanda ombre cinesi (lo farà, suggestivamente, per quasi tutto il concerto).
Uno spettacolo difficile, si diceva: la prima parte è interamente dedicata all’ultimo disco “Ovunque proteggi”, il primo di inediti in cinque anni. Nessuna concessione al passato, molti dialoghi surreali tra una canzone e l’altra, e il pubblico è felice, anche se ogni tanto le telecamere che riprendono lo spettacolo (ne verrà tratto un DVD) a tratti disturbano la visione in platea. Ma la messa in scena delle canzoni, quella è superba: Capossela passa dalla chitarra, ad una pianola, al piano all’organo e, aiutato da un’ottima band, passa dal rock disturbato alle ballate alla Tom Waits al ballo (“Medusa cha cha cha”, cantata con la presenza sul palco di G. Kalweit, ex voce dei Delta V); per ogni brano si inventa un ambientazione scenografica diversa, che fa passare in secondo piano qualche calo di tensione e qualche tempo morto tra un brano e l’altro.
Solo nel finale Capossela ripesca qualche classico (“Che coss’è l’amor”, o “Il ballo di S.Vito”), ma sono dettagli, così come è un dettaglio l’eccessiva lunghezza dello spettacolo: Capossela è un animale da palcoscenico e non scenderebbe mai dal proscenio, così come alcuni politici che tremano per i risultati delle elezioni non scenderebbero mai dalle loro poltrone. Non ci sono dubbi, però, su chi si butterebbe giù dalla torre in una serata come questa: la musica di Capossela, comunque la si pensi, è una delle belle cose di questo strano paese chiamato Italia.

(Gianni Sibilla)

Dal Vivo
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