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Live Report: White Stripes @ Idroscalo Milano 07/06/2007

Giugno 8th, 2007 in Archivio by Redazione Rockol

Un ringraziamento speciale va inviato a Giove Pluvio che ha graziato i tanti che non hanno voluto perdersi la data milanese degli White Stripes e sono convenuti nel pratone a fianco dell’Idroscalo, il mare di Milano. Le piogge dei giorni precedenti, però, non hanno mancato di rendere il fondo del prato di fronte al palco molto più che fangoso e una pozzanghera di grosse dimensioni, che per profondità aveva poco da invidiare al vicino Idroscalo, ha costretto il pubblico a disporsi ai lati di questo inopportuno laghetto in una insolita formazione a ciambella.
I due ex coniugi White, in bilico tra Stendhal e Galliani – maglia e pantaloni rigorosamente rossi Jack, identico completo ma di un elegante nero Meg – verso le 22 si presentano sul palco e danno inizio alle danze con “Dead leaves and dirty ground”, un brano che risale a “White blood cells”, e “Black math” lasciando intendere che non ci saranno sconti di sorta e l’immersione nella loro musica sarà totale.
Il palco è minimale nell’allestimento: la batteria alla sinistra di chi guarda, tre microfoni posti lungo il fronte per permettere a Jack di cantare senza impicci da qualsiasi posizione, uno sfondo rosso e una solitaria mirror ball appesa sul lato destro.
Il pubblico, sorprendentemente, non si lascia andare a sbracati “Popopopopopo” ma è totalmente assorbito dal set tirato e senza fronzoli di Jack e Meg. Quest’ultima, smentendo chi la vorrebbe senza i minimi requisiti tecnici, si difende più che bene dietro piatti e tamburi, dai quali si separa per raggiungere il centro del palco in un’unica occasione, per regalare una bella versione di “In the cold cold night”. Jack, alla chitarra, è di rara bravura nel vestire i panni del frontman e gestisce lo spettacolo con scoraggiante maestria camminando senza rete a mille metri di altezza sul filo del blues, del rock, del country e di tutta la musica americana degli ultimi quarant’anni. Ogni singola nota che esce dalla sua chitarra è di disarmante semplicità e funzionalità, talenti che solo i grandi possiedono.
Nonostante le due date italiane (l’altra si è tenuta la sera prima al Teatro Tendastrisce di Roma) anticipino di una manciata di giorni l’uscita del loro sesto album “Icky thump”, il concerto non gravita attorno alle nuove canzoni. Anteponendo l’equilibrio e la riuscita del concerto alla promozione del nuovo cd, di quest’ultimo vengono presentati solo tre/quattro brani. Se i vecchi adagi hanno ragione di essere e, quindi, “il buongiorno si vede dal mattino”, la nuova uscita discografica sarà una presenza fissa nelle top ten che tutte le testate giornalistiche usano compilare a fine anno per riassumere quanto di buono ascoltato.
Una versione semplicemente perfetta di “I just don’t know what to do with myself” di Burt Bacharach, fa correre i brividi lungo la schiena di tutti i presenti che intonano entusiasti il ritornello. Al novantesimo minuto del concerto – e non poteva essere altrimenti – il commiato con il pubblico di Milano è affidato a “Seven nation army”, la canzone che, di questi tempi un anno fa, era colonna sonora della tifoseria italiana nella spedizione tedesca della nazionale ai mondiali di calcio. Il concerto milanese conferma come gli White Stripes siano una delle poche “cose” eccitanti presenti nell’attuale panorama rock.

(Paolo Panzeri)

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