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	<title>Dal Vivo</title>
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	<description>I concerti recensiti da Rockol</description>
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		<title>Live Report: Negrita @ PalaOlimpico, Torino 07/02/12</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Feb 2012 09:19:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reports]]></category>

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		<description><![CDATA[Pau,  l’ha subito precisato: “Con questo tour siamo diventati maggiorenni”. E noi non possiamo che confermare come i 18 anni dei Negrita siano una splendida realtà, dal punto di vista della maturità musicale, della presenza scenica, del repertorio, della voglia di divertire la gente e di stupirla con due ore e mezza di puro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/negrita30.jpg" alt="" width="336" height="252" />Pau,  l’ha subito precisato: “Con questo tour siamo diventati maggiorenni”. E noi non possiamo che confermare come i 18 anni dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Negrita">Negrita</a> siano una splendida realtà, dal punto di vista della maturità musicale, della presenza scenica, del repertorio, della voglia di divertire la gente e di stupirla con due ore e mezza di puro spettacolo musicale.</p>
<p>Il “Dannato vivere tour” ha fatto tappa al PalaOlimpico di Torino, con l’organizzazione di Setuplive.</p>
<p>La struttura è certo enorme, ma sufficientemente versatile per far sentire il calore del pubblico a chi calca il palco. Il colpo d’occhio, nonostante il gelo, la neve e la crisi era di quelli che scaldavano il cuore ed il concerto è stato davvero entusiasmante. Incredibile l’eterogeneità dei fan, a testimoniare come la buona musica accontenta veramente tutti, dall’adolescente all’adulto entrato irrimediabilmente negli “anta”. Il loro pop-rock è in grado di regalare emozioni forti e prolungate, perché alterna momenti di tensione a melodie sognanti.</p>
<p>Partiamo dalla produzione del tour, che ha messo in pista un palco avveniristico, con un intreccio di luci e fumi. Una lunga penisola, che ormai sembra diventata un “must” per tutti gli artisti più affermati, terminava a strettissimo contatto con i fan, a poco più di un metro di altezza da terra.  Sopra un Pau in splendida forma, pronto a cantare e contorcersi in pose decisamente teatrali. Al suo fianco, come degno contorno, Francesco Li Causi &#8220;Franky&#8221; con il suo basso  e Enrico Drigo Salvi con la chitarra, che si alternavano nelle scorribande in passerella. Sullo sfondo il resto della band.</p>
<p>La scaletta è stata una lunga cavalcata a percorrere la storia del gruppo aretino, partendo da “Cambio”, primo singolo pubblicato, fino a “Il giorno delle verità”, che è l’ultima creatura. Complessivamente sono stati proposti 26 brani, che hanno ricordato come sia ricca la produzione dei ragazzi toscani.</p>
<p>Cosa ricordare dell’esibizione? Un po’ tutto, ma in particolare ci ha impressionato il bis, che ha regalato ben 7 pezzi, con un finale da fuochi d’artificio. Con “Junkie beat” i Negrita hanno dimostrato come il nuovo album sia assolutamente in linea con le tradizioni passate; in “Transalcolico”, invece è emersa prepotente la maturità di Pau, che in qualche modo condanna la trasgressività del testo; “Sex” ha lasciato trasparire le movenze erotiche del frontman, impegnato in un amplesso virtuale; “Ho imparato a sognare” ha regalato quella ballata tanto Ligabue style, che pare ogni volta un tributo a chi in qualche modo li ha “sdoganati” dall’underground; “Dannato vivere” ha, invece, siglato l’ideale passaggio di testimone tra il nuovo che avanza e l’usato di successo, quali sono “Mama maè” e “Gioia infinita”, che hanno concluso una bellissima serata.</p>
<p>(Vincenzo Nicolello)</p>
<p>SETLIST:</p>
<p>Cambio;</p>
<p>Fuori Controllo;</p>
<p>Il libro in una mano la bomba nell’altra;</p>
<p>Che rumore fa la felicità;</p>
<p>Immobili;</p>
<p>Radio Conga;</p>
<p>Bambole;</p>
<p>Salvation;</p>
<p>L’uomo sogna di volare;</p>
<p>Il giorno delle verità;</p>
<p>La vita incandescente;</p>
<p>In ogni atomo;</p>
<p>Brucerò per te;</p>
<p>Un giorno di ordinaria magia;</p>
<p>Rotolando verso sud;</p>
<p>Magnolia;</p>
<p>Notte mediterranea;</p>
<p>A modo mio;</p>
<p>Splendido;</p>
<p>Junkie beat;</p>
<p>Transalcolico;</p>
<p>Sex;</p>
<p>Ho imparato a sognare;</p>
<p>Dannato vivere;</p>
<p>Mama maé,</p>
<p>Gioia infinita</p>
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		<title>Live Report: Locanda delle Fate @ Teatro Alfieri, Asti 04/02/12</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:23:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reports]]></category>
		<category><![CDATA[asti]]></category>
		<category><![CDATA[concerti]]></category>
		<category><![CDATA[locanda delle fate]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[teatro alfieri]]></category>

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		<description><![CDATA[La musica progressiva continua ad avere un certo fascino dalle nostre parti e non stupisce, che “giovani” sessantenni, salgano in soffitta per recuperare i vecchi strumenti e ritornare in pista, magari dopo un trentennio di inattività. 
Questo è un po’ quello che è accaduto alla Locanda delle Fate, band piemontese, che in piena esplosione prog, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT"><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto43/71/26290.jpg" alt="" width="336" height="252" /><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">La musica progressiva continua ad avere un certo fascino dalle nostre parti e non stupisce, che “giovani” sessantenni, salgano in soffitta per recuperare i vecchi strumenti e ritornare in pista, magari dopo un trentennio di inattività. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Questo è un po’ quello che è accaduto alla Locanda delle Fate, band piemontese, che in piena esplosione prog, iniziò a produrre musica di alto livello, al pari di altri gruppi dell’epoca.  L’avventura si concretizzò con un Lp “Forse le lucciole non si amano più”, che ottenne un buon successo. Disco che ancora oggi è un vero e proprio “cult” tra i fan del prog giapponese. Quando stanno per finire gli anni ’70, il genere va in crisi e così anche le Fate, decidono di percorrere altre strade, non necessariamente legate alla musica. Tutto rimane in naftalina fino al 2010, quando i ragazzacci si ridestano e tornano con un trionfale concerto in occasione di Asti Musica.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Da quel momento, riparte la storia della band, che diventa protagonista in varie session live, prendendo parte a festival prog. L’appetito, vien mangiando, e così arriva anche il nuovo disco, il secondo  della loro storia, “The missing fireflies”.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Proprio per presentare questo lavoro, composto da pezzi storici mai incisi e da un “bootleg” di ottima qualità, registrato in occasione di un concerto, la Locanda ha organizzato lo scorso 4 febbraio un live presso il Teatro Alfieri di Asti. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">La sala è gremita, con un pubblico eterogeneo, fatto di tanti storici fan e da nuove generazioni, che hanno scoperto la forza del gruppo. La location regala un valore aggiunto ad un’esibizione di ottima qualità.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Leonardo Sasso alla voce, Luciano Boero al basso, Max Brignolo alla chitarra, Oscar Mazzoglio e Maurizio Muha alle tastiere e Giorgio Gardino alla batteria, hanno dato fondo a tutte le loro energie e gli applausi si sono sprecati.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">La scaletta, dopo l’intro, “A volte un istante di quiete”, prosegue  con il loro singolo più celebre: “Forse le lucciole non si amano più”. Il suono è tosto e pieno, ottimo il mixaggio. Leonardo Sasso, dopo un po’ di rodaggio si scalda e l’esibizione entra nel vivo. Via via vengono snocciolati i brani, intervallati dalle parole di presentazione di quanto stanno proponendo. Ci vuole circa un’ora per arrivare a “Crescendo”, primo estratto del nuovo disco. Il pezzo è tosto. Sebbene abbia 30 anni, graffia e convince, così come piace tutta la setlist che segue.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Da segnalare “Homo Homini Lupus”, altra chicca della Locanda, il cui testo è scritto in latino. Sasso, con la sua grande presenza scenica, si presenta con una maschera da Lucifero, quasi a spiegare cosa vogliano dire le parole che sta interpretando.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Siamo agli sgoccioli del concerto, ma c’è ancora lo spazio per altre soprese. Innanzi tutto arriva un “R.I.P”, che la band dedica al Banco del Mutuo Soccorso e a tutto il movimento prog italiano. Poi, per il bis arriva il brano che la Locanda ha inciso per l’allora “major” Polydor: il medley “New York-Nove Lune”. L’ultimo regalo è l’ennesima poesia di Alberto Gaviglio, “Vendesi Saggezza”. Il pubblico torna a casa entusiasta, le “fate” si preparano per un volo transcontinentale. Saranno a Tokyo con il loro prog, insieme ai Pooh e alla Formula Tre, giusto per testimoniare come nella terra dei samurai, Italians do it better.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">(Vincenzo Nicolello)<br />
</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small"><strong>Setlist:</strong></span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">A volte un istante di quiete</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Forse le lucciole non si amano più</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Profumo di colla bianca</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">La fine</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Sogno di Estunno</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Crescendo</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Sequenza circolare/La giostra</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Cercando un nuovo confine</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Non chiudere a chiave le stelle</span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Homo homini lupus</span></span></span></p>
<p lang="en-US"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">R.I.P.</span></span></span></p>
<p lang="en-US"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">New York/Nove lune </span></span></span></p>
<p lang="it-IT"><span style="color: #000000"><span style="font-family: Calibri,Arial,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Vendesi saggezza</span></span></span></p>
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		<title>Live Report: Black Keys @ Alcatraz, Milano 30/01/2012</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 10:35:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che bello vedere dei ragazzi di vent&#8217;anni saltare e ballare delle canzoni che sembrano figlie di Chuck Berry, che odorano di polverose strade americane del secolo scorso. Che bello vedere musicisti come i Black Keys, due non-star per eccellenza, tenere il palco con questa rabbia e autorità. Il concerto di stasera all&#8217;Alcatraz di Milano, unica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2012/01/blackkeys13.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-969" title="blackkeys13" src="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2012/01/blackkeys13-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Che bello vedere dei ragazzi di vent&#8217;anni saltare e ballare delle canzoni che sembrano figlie di Chuck Berry, che odorano di polverose strade americane del secolo scorso. Che bello vedere musicisti come i <a href="http://www.rockol.it/artista/Black-Keys" target="_blank">Black Keys</a>, due non-star per eccellenza, tenere il palco con questa rabbia e autorità. Il concerto di stasera all&#8217;Alcatraz di Milano, unica tappa del loro tour italiano, era la prova del fuoco per Dan Auerbach e Patrick Carney, che dopo il successo di <a href="http://www.rockol.it/recensione-4780/Black-Keys-EL-CAMINO" target="_blank">&#8220;El camino&#8221;</a> stanno tentando di scavalcare il recinto della musica alternativa per entrare, a modo loro, nel mainstream del rock. Una mossa che negli Stati Uniti era già riuscita con il precedente disco &#8220;Brothers&#8221;, ma che nel Vecchio Continente (come ci hanno raccontato nell&#8217;<a href="http://www.rockol.it/news-336478/Black-Keys,-il-successo-di--El-camino--e-il-ritorno-live--la-nostra-intervista" target="_blank">intervista prima del live</a>) sta succedendo proprio ora. E la prova, lo diciamo subito, è stata superata a pieni voti.</p>
<p>Sono passate da poco le 21.30 quando Dan e Patrick salgono sul palco dell&#8217;Alcatraz, dopo il set del gruppo spalla Portugal. The Man. Il cantante e chitarrista con la sua giacca di jeans, il batterista con un look militare (<a href="http://www.rockol.it/photo-gallery/foto-di/Black-Keys/" target="_blank">guarda qui la photogallery del concerto</a>). Dietro  di loro, quasi fossero una cornice, i due turnisti Gus Seyffert e John Wood, rispettivamente al basso e alla tastiera. Parte il primo pezzo in scaletta, la funkeggiante &#8220;Howlin&#8217; for you&#8221;. Batteria e basso sugli scudi, Dan Auerbach non ancora caldissimo alla voce. L&#8217;inizio del set è ad alta velocità. Ecco il singolo &#8220;Next girl&#8221;, estratto da &#8220;Brothers&#8221;, la più recente &#8220;Run right back&#8221; e &#8220;Strange times&#8221;. Un bell&#8217;inizio, ma manca qualcosa. Non si fa in tempo a pensarlo, che Dan e Patrick dopo &#8220;Dead and gone&#8221; e &#8220;Gold on the ceiling&#8221; congedano i turnisti e annunciano &#8220;Adesso vi facciamo qualche pezzo vecchio noi due&#8221;. E qui le cose cambiano non poco.</p>
<p>Cambiano perché Dan Auerbach, finalmente si lascia andare. Cambiano perché la sequenza che segue con &#8220;Thick freakness&#8221;, &#8220;Girls on my mind&#8221;, &#8220;I&#8217;ll be your man&#8221; e soprattutto &#8220;Your touch&#8221;, è davvero di alto livello. Arrivano riff di chitarra che citano Jimi Hendrix, ma vanno forse ancora più indietro fino alle foci del Mississippi. La batteria di Carney è meno addomesticata, ma più incisiva. I due si avvicinano, suonano guardandosi dritti negli occhi. E da qui in poi per i Black Keys, ma soprattutto per il pubblico, è tutto in discesa.</p>
<p>Al ritorno della band infatti ecco una bella versione di &#8220;Little black submarines&#8221;, un chiaro omaggio a classici come &#8220;Stairway to heaven&#8221; e &#8220;House of the rising sun&#8221;. &#8220;Money maker&#8221; è rock ruvido al punto giusto, mentre &#8220;Chop and chance&#8221;, contenuta nella colonna sonora di &#8220;The Twilight Saga: Eclipse&#8221;, si arricchisce di un bell&#8217;assolo di organetto. Insomma, i motori si sono scaldati e la macchina dei Black Keys è ormai inarrestabile.</p>
<p>A questo punto, per chi scrive, arriva il momento più emozionante della serata: &#8220;Ten cent pistol&#8221;, ballata soul che sembra rubata a Marvin Gaye,  è lunga e ammaliante. Auerbach la canta in modo quasi sensuale. Verso la fine il pezzo si ferma, le luci sul palco si spengono per diversi secondi, per poi ripartire all&#8217;improvviso sul finale. Banale, dirà qualcuno. E&#8217; vero, ma stupisce il modo in cui i Black Keys riescano a rendere anche le cose semplici così emozionanti. A chiudere il set regolare arriva il singolo &#8220;Lonely boy&#8221;, cavalcata rock vecchio stile veramente irresistibile. E allora il pubblico dell&#8217;Alcatraz, anche e soprattutto quello più giovane, semplicemente balla e si diverte.</p>
<p>I bis si aprono con una sorpresa: c&#8217;è una luce stroboscopica calata dal soffitto, proprio durante l&#8217;esecuzione di &#8220;Everlasting light&#8221;, una canzone tutta falsetti e ammiccamenti. Che è successo ai Black Keys? Sono dei discotecari? No, ovviamente, ma è il momento più felicemente kitsch della serata. Per il gran finale tocca invece a &#8220;I got mine&#8221;, ancora una volta uno spartito per sola chitarra elettrica e batteria. E ancora una volta Dan e Patrick ci mettono l&#8217;anima, quasi torturando il pezzo, esasperandolo. Fino al finale, quando la tenda alle loro spalle si abbassa e appare la scritta iluminata &#8220;The Black Keys&#8221;. Altro trucco a metà tra l&#8217;ironia e la voglia di grandeur. Fine della corsa, tutti a casa tra gli applausi.</p>
<p>In tempi in cui si parla tanto di &#8220;morte del rock&#8221; e di crisi della musica alternativa, che non nascondiamoci non scoppiano di salute, questi due dall&#8217;Ohio sono francamente una consolazione. Non hanno inventato nulla, obietteranno i detrattori. Ma il rock, spesso, è soprattutto questione di sentimento. E Dan e Patrick ne hanno da vendere e, soprattutto, riescono a trasmetterlo. I Black Keys sono la prova che questo genere, pur bistrattato e forse ridimensionato, è ancora vivo. E si spera che lo resterà, a lungo.</p>
<p>(Giovanni Ansaldo)</p>
<p>Scaletta:</p>
<p>Howlin&#8217; for you</p>
<p>Next girl</p>
<p>Run right back</p>
<p>Strange times</p>
<p>Dead and gone</p>
<p>Gold on the ceiling</p>
<p>Thick freakness</p>
<p>Girls on my mind</p>
<p>I&#8217;ll be your man</p>
<p>Your touch</p>
<p>Little black submarines</p>
<p>Money maker</p>
<p>Chop and change</p>
<p>Same old thing</p>
<p>Nova baby</p>
<p>Ten cent pistol</p>
<p>Tighten up</p>
<p>Lonely boy</p>
<p>Encore:</p>
<p>Everlasting light</p>
<p>Long gone</p>
<p>I got mine</p>
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		<title>Live Report: An Evening Of Burlesque @ Teatro Smeraldo, Milano 30/01/12</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 10:14:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Il Burlesque è un’arte sublime, alla quale non si può assolutamente resistere. Si è vittime dello scintillio di lustrini, dei movimenti sinuosi di ventagli di piume e si è accecati letteralmente dalla luce emanata da queste creature divine. A metà tra showgirl e dive, assolutamente padrone di palco e movimenti, queste artiste sono capaci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://m2.paperblog.com/i/67/672332/an-evening-of-burlesque-L-U-durX.jpeg" alt="" width="300" height="305" /> Il Burlesque è un’arte sublime, alla quale non si può assolutamente resistere. Si è vittime dello scintillio di lustrini, dei movimenti sinuosi di ventagli di piume e si è accecati letteralmente dalla luce emanata da queste creature divine. A metà tra showgirl e dive, assolutamente padrone di palco e movimenti, queste artiste sono capaci di trasportarti nei mondi da loro creati: dal negozio di caramelle, all’Inghilterra di Emily Bronte sino ai fasti del Circo. Come narra la storia, il Burlesque è nato nell’Ottocento in Inghilterra e viene successivamente esportato negli USA. Di impronta comica e teatrale la scuola inglese, basata sullo strip e sullo stile “showgirl” quella statunitense, questa forma di espressione soddisfa qualsiasi palato. Stasera di palati soddisfatti ce ne sono stati parecchi. Al Teatro Smeraldo, infatti, è andata in scena “En evening of Burlesque”, kermesse di performer inglesi del genere, tutte di nota fama internazionale. A guidare gli spettatori nello sfavillante susseguirsi delle star, Miss Ivy Page, sensualissima e burrosa cantante dalla chioma rosso fuoco, che apre lo spettacolo intonando “Why don&#8217;t you do right”, introdotta dalla coreografia di quattro conigliette. Le performance sono quasi tutte accompagnate da un trio di musicisti, che suonano pezzi vintage dal vivo. Il palco prende subito vita con l’esibizione della splendida Slinky Sparkles, deliziosa caramellaia dal fisico statuario. Senza esitazioni, i bon bon vengono sostituiti dall’irriverenza della “perfetta rosa inglese” (“a perfect english rose”) come la definisce Ivy: è Ginger Blush, che con la sua freschezza comica, l’espressività, la sua “boccetta magica” e i suoi uccellini, nelle vesti di una lady vittoriana, suscita risate fragorose. Il Burlesque non è solo uno spettacolo in cui sono protagoniste le donne: è noto, infatti, che i primi spettacoli in Inghilterra furono  interpretati da uomini. Il “macho” della serata è Adriano Fettuccini, improbabile giocoliere nelle vesti di un perfetto uomo della City. Con giocoleria ed equilibrismo, ammalia il pubblico, e lo diverte con il suo strip sul monociclo, che rivela un paio di boxer con la “Union Jack”. E’ il turno, successivamente, della strabiliante Amber Topaz, meravigliosa nel suo completo di piume verdi, canta dapprima “In these shoes”, seguita da “My heart belongs to daddy”, interpretata dalla diva delle dive Marilyn Monroe in “Let’s make love”. Il numero di Amber è travolgente, come lei. Chiude la prima parte Chrys Columbine, la regina del neo burlesque, pianista, fotografata da Playboy, la quale folgora il pubblico con uno strip raffinato e contemporaneo. La seconda parte è un turbinio di numeri con Slinky Sparkles nei panni della showgirl, sensualissima con i suoi ventagli di piume, seguita da Hotcake Kitty, che scoppia i suoi palloncini colorati per mostrarsi in tutto il suo splendore. Ancora una volta, l’arte circense stupisce con Chloe Lloyd, ginnasta e imperatrice degli hula-hop: lascia senza fiato con la sua coreografia. Tanta energia e seduzione con le segretarie retrò interpretate dalle &#8220;Folly Mixture&#8221;: Liberty Sweet, Bettsie Bon Bon, Saffron Cheveux e Angie Sylvia sono una miscela davvero esplosiva. Chiudono la serata le note della biondissima ed eterea Chrys Columbine, che riesce a svestirsi suonando il piano, e il gran finale di Amber Topaz con le Folly: sulle note di “Cabaret”, la stella del Burlesque “made in Britain” mette in scena un numero da applausi a cascata, anche quando inserisce nel testo del brano l’espressione in italiano “bella topa”. Tra un numero e l’altro, moltissime le interazioni di Ivy con il pubblico: ha persino insegnato alla platea a riprodurre uno “shimmy” con le spalle. Uno spettacolo del genere non va letto, va di certo visto.<br />
Non si poteva chiedere di meglio questa sera: tantissime stelle hanno tempestato il cielo di Milano, che brillava illuminato dal risplendente Burlesque.<br />
(Rossella Romano AKA Bluebell Melody)</p>
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		<title>Live Report: Mastodon @ Alcatraz, Milano 26/01/2012</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:31:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alcatraz tagliato in due e prime file gremite già alle otto. Red Fang on stage alle otto e trenta, puntuali come le tasse. Fenomeni. Stoner pesante, grezzo, blues barbuto. Ampiamente riduttivo definirli “la spalla”. Apertura di quarantacinque minuti netti, dieci pezzi mitragliati senza sosta dal palco dell’ottima location milanese, accolti più che degnamente dai tanti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2012/01/mastodon1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-961" title="mastodon1" src="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2012/01/mastodon1-300x200.jpg" alt="" width="240" height="160" /></a>Alcatraz tagliato in due e prime file gremite già alle otto. <a href="http://www.rockol.it/artista/Red-Fang" target="_blank">Red Fang</a> on stage alle otto e trenta, puntuali come le tasse. Fenomeni. Stoner pesante, grezzo, blues barbuto. Ampiamente riduttivo definirli “la spalla”. Apertura di quarantacinque minuti netti, dieci pezzi mitragliati senza sosta dal palco dell’ottima location milanese, accolti più che degnamente dai tanti adepti arrivati in anticipo appositamente per non perdersi cotanta grazia. Quando si dice la classe.</p>
<p>I quattro Red Fang, sudati e felici, ringraziano e introducono il set dei Mastodon nel miglior modo possibile. La speranza è di rivederli quanto prima, magari per una serata a loro esclusivamente dedicata.</p>
<p>Capitolo <a href="http://www.rockol.it/artista/Mastodon" target="_blank">Mastodon</a>: è sempre un piacere farsi piallare le orecchie dalla band di Atlanta. Disco nuovo fiammante sugli scudi, il <a href="http://www.rockol.it/recensione-4720/Mastodon-THE-HUNTER" target="_blank">buon “The hunter” </a>pubblicato a settembre 2011, e quattro fratelli maggiori pronti a coprirgli le spalle. Risultato? Ventitré i pezzi in scaletta pescati magistralmente dall’intera discografia, un’ora e quaranta di furia cieca. Ottima la resa live: i ragazzi sono in palla, la band è rodata e gira come si deve, e si capisce già dalle prime battute, nello specifico “Dry bone valley”, “Black tongue” e “Crystal skull”, quale sarà il piglio della serata. Milano risponde con una platea furibonda: pogo costante e cori allo sfinimento. Altro che terremoto…</p>
<p>Troy Sanders e Brann Dailor sembrano i più attivi sul palco. Il primo offre un campionario di smorfie degne del miglior Luca Ferrari. Il secondo ha il suo bel da fare nell’aizzare una platea già comunque carica a mille. Più defilati invece Brent Hinds e soprattutto un particolarmente arcigno Bill Kelliher. Poco male: “Colony of birchmen”, “Megalodon”, l’ottima “Blasteroid”, e la doppietta micidiale “Spectrelight” / “Curl of the burl”, sono più che sufficienti per tenere in piedi la parte centrale dello spettacolo. Spettacolo che, a dispetto dell’ultima data milanese ai Magazzini Generali (ai tempi di “Crack the skye”, febbraio 2010, la prima da headliner nel nostro paese), è stato privato dei visual, sostituiti da un interessante gioco di luci e da un telone posto alle spalle della band, impreziosito dalla bella immagine di copertina di “The hunter”.</p>
<p>Pochissime le parole spese durante il set: l’idea è quella di tirare il motore al massimo fino alla fine per poi prendere fiato. Obiettivo centrato in pieno, e finale travolgente: da “Crack the skye” fino all’attacco del riffone di “Blood and thunder”, piazzata impeccabilmente in chiusura, le tremende zaffate di sudore delle prime file (la vera garanzia di qualità di un live di questo genere), arrivano implacabili fino in zona mixer.</p>
<p>Non c’è neanche il tempo di sgranchirsi le gambe che i Mastodon, dopo aver abbandonato il palco, rientrano immediatamente, accompagnati dai Red Fang e da alcuni fans, per la conclusione. “Creature lives”, indicata in setlist semplicemente come “The creature”, è il classico “La messa è finita, andate in pace”, il momento catartico: Alcatraz con le corna al cielo, un unico coro che spegne la serata in crescendo. Un momento da tramandare ai posteri. E a questo punto c’è anche il tempo per i ringraziamenti fatti come si deve. E’ Dailor a fare gli onori di casa, guadagnando il centro del palco per salutare l’incredibile platea milanese e dare appuntamento alla prossima estate. Perché ai Mastodon piace, ed è sempre più evidente con il passare del tempo e delle date, suonare nel nostro paese. E perché a noi piace da matti vedere i Mastodon. 2+2…</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
<p>SETLIST RED FANG</p>
<p>“Hank is dead”</p>
<p>“Throw up”</p>
<p>“Malverde”</p>
<p>“Wires”</p>
<p>“Into the eye”</p>
<p>“Number thirteen”</p>
<p>“Good to Die”</p>
<p>“Humans remain human remains”</p>
<p>“Sharks”</p>
<p>“Prehistoric dog”</p>
<p>SETLIST MASTODON</p>
<p>“Dry bone valley”</p>
<p>“Black tongue”</p>
<p>“Crystal skull”</p>
<p>“I am ahab”</p>
<p>“Capillarian crest”</p>
<p>“Colony of birchmen”</p>
<p>“Megalodon”</p>
<p>“Thickening”</p>
<p>“Blasteroid”</p>
<p>“Sleeping giant”</p>
<p>“Ghost of Karelia”</p>
<p>“All the heavy lifting”</p>
<p>“Spectrelight”</p>
<p>“Curl of the burl”</p>
<p>“Bedazzled fingernails”</p>
<p>“Circle of Cysquatch”</p>
<p>“Aqua dementia”</p>
<p>“Crack the skye”</p>
<p>“Where strides the behemoth”</p>
<p>“Iron tusk”</p>
<p>“March of the fire ants”</p>
<p>“Blood and Thunder”</p>
<p>Encore:</p>
<p>“Creature lives”</p>
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		<title>Live Report: Duran Duran @ Altitude Festival, Klosters (Svi) 21/01/12</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 12:09:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<category><![CDATA[concerti]]></category>
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		<description><![CDATA[ Chissà se Simon, Nick, John e Roger immaginavano quale fosse la location che avrebbe ospitato la tappa svizzera del loro tour. Di sicuro molti dei loro fan che hanno deciso di seguire questa data saranno rimasti sorpresi quando hanno scoperto che dietro l’altisonante “Altitude Festival” si celava, in realtà, poco più che una festa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Duran%20Duran.jpg" alt="" width="336" height="252" /> Chissà se Simon, Nick, John e Roger immaginavano quale fosse la location che avrebbe ospitato la tappa svizzera del loro tour. Di sicuro molti dei loro fan che hanno deciso di seguire questa data saranno rimasti sorpresi quando hanno scoperto che dietro l’altisonante “Altitude Festival” si celava, in realtà, poco più che una festa di paese, a pochi passi da Davos, paradiso degli economisti amanti dello sci.<br />
Klosters non è certo una metropoli, semmai un paesino di montagna, posto a 1.200 metri sul livello del mare e completamente sepolto da una coltre nevosa spessa più di un metro. Nel corso del week end del 21 e 22 gennaio, si è tenuto, per l’appunto, l’Altitude Festival, che presentava come “headliner” i <a href="http://www.rockol.it/artista/Duran-Duran">Duran Duran</a>. Nella “line up” solo tre concerti e tutti pomeridiani. Primi a suonare i francesi Elona Kane, poi gli svizzeri Pegasus e per finire Simon e compagni.<br />
Il palco era allestito in un tendone, in tutto simile a quelli che ospitano le sagre delle Pro loco e le fiere, con tanto di cucina che emanava odore di frittura e formaggio fuso, dove ad occhio la capienza sarà stata di 2 o 3 mila persone.<br />
Chiaro che in un posto del genere, bello paesaggisticamente, suggestivo per chi vuole fare cose fuori dal normale, non sarebbe stato possibile assistere ad  un concerto dei Duran, “normale”.<br />
Dal punto di vista tecnico la produzione era comprensibilmente limitata: niente scenografia, qualche luce (per la verità ben dosata), un buon impianto di amplificazione e mixer. Nulla di eclatante, visto che lo spettatore più lontano si ritrovava a 20 metri dal palco. Il pubblico era composto da una “ricca” rappresentanza di borghesi inglesi, giunti in zona per il campionato di “Snow polo”, qualche fan dei Duran e per il resto dalla gente del luogo, con una larga percentuale di bambini, increduli di poter assistere ad un evento del genere. Che ci fosse gente poco avvezza ai concerti rock lo si è capito anche dalla security, molto più impegnata a distribuire tappi per le orecchie, che a garantire l’ordine pubblico.<br />
Dicevamo di un concerto “sui generis” che non ha deluso, anzi. La scaletta era composta da 14 brani, molti dei quali erano della vecchia produzione duraniana.<br />
Si parte subito con “Planet Earth”, che per i non addetti è il singolo di debutto della band, per poi passare allo “spionaggio” di “A view to a Kill”, colonna sonora dell’omonimo film di 007. Quindi si arriva ai giorni nostri con “All you need is now”, singolo dell’ultimo e omonimo disco, inciso nel 2011. Il concerto prosegue con un nuovo tuffo nel passato e l’immortale “Reflex”, per poi tornare all’attuale “Safe”. Di seguito in rapida sequenza “Come undone” (dal “The Wedding Album”), “Girl Panic” (ultimo singolo estratto da “All you need is now”), “Is There Something I Should Know?” e “Girls on film” (entrambi estratti dall’album di esordio “Duran Duran”. Is there, in realtà è stato inserito in occasione della ristampa del disco).<br />
Il gran finale prende corpo partendo da “Ordinary World” (“The wedding album”), per poi passare a “Hungry like the wolf” (“Rio”) e “(Reach Up For The) Sunrise” (da “Astronaut”), prima di intonare “Wild Boys” (“Arena”, in un medley con “Relax” dei Frankie goes to Hollywood).<br />
Per il rientro Simon e soci hanno proposto “Rio”, tratto dall’omonimo album, per una chiusura in stile.<br />
Insomma, una setlist studiata più per coloro che conoscono poco dei Duran, che per i fans, che forse avrebbero preferito altre chicche: poco male, per loro è rimasta l’esperienza di aver visto un concerto in montagna, piacevole, rilassato e a pochi passi dai favolosi quattro di Birmingham, che si sono adattati perfettamente all’atmosfera festaiola dell’Altitude e hanno salutato i presenti con una battuta di John Taylor: «Thank you for the cheese and goodnight» (e supponiamo che il cheese non fosse affatto il sorriso dei presenti).<br />
(Vincenzo Nicolello)</p>
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		<title>Live Report: Cristina Donà @ Teatro Martinitt, Milano 17/01/12</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 10:49:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<category><![CDATA[concerti]]></category>
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		<description><![CDATA[ E’ passato un anno dall’uscita di “Torno a casa a piedi”, l’ultimo disco di Cristina Donà. Eppure, nonostante numerosi concerti in giro per l’Italia, quello del 17 gennaio era il primo appuntamento milanese. Appuntamento evidentemente molto atteso dal pubblico che ha gremito il Teatro Martinitt, nonostante il freddo e la nebbia di questi giorni.
Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Cristina%20Don%C3%A0.jpg" alt="" width="288" height="216" /> E’ passato un anno dall’uscita di “Torno a casa a piedi”, l’ultimo disco di <a href="http://www.rockol.it/artista/Cristina-Don%C3%A0">Cristina Donà</a>. Eppure, nonostante numerosi concerti in giro per l’Italia, quello del 17 gennaio era il primo appuntamento milanese. Appuntamento evidentemente molto atteso dal pubblico che ha gremito il Teatro Martinitt, nonostante il freddo e la nebbia di questi giorni.</p>
<p>Il concerto inizia ripescando ne “La quinta stagione” ed è quasi una dichiarazione di intenti di quanto ci aspetta nel corso della serata: il rock graffiante di “Niente di particolare” e la ballata di “Universo”. Grande impatto di suoni ed eleganza, da sempre gli ingredienti principali della musica di Cristina Donà.</p>
<p>Dopo un breve tuffo nel passato con “L’aridità dell’aria” e “Goccia”, un piccolo gioiello nascosto della musica pop italiana, si arriva nel cuore del concerto dove sono i brani di “Torno a casa a piedi” a fare la voce del padrone.</p>
<p>E’ qui che Cristina Donà mostra compiutamente la sua grande vocazione pop , quello con la “P” maiuscola. “Miracoli”, in una versione scanzonata e divertente, “Più forte del fuoco”, cantata sottovoce dal pubblico quasi per non disturbare la splendida voce della Donà e l’ironia di “Giapponese”: tutte canzoni che ricordano piccoli cortometraggi, affreschi di vita quotidiana raccontati, e soprattutto interpretati, mai banalmente.</p>
<p>Cristina si diverte e fa divertire. Il suo modo di fare sul palco, sempre in bilico tra timidezza e ironia, trasmette autenticità e sincerità, sia quando racconta piccoli aneddoti, sia quando scherza con i suoi musicisti. La formazione è snella, ma di qualità: Piero Monterisi alla batteria, Emanuele Brignola al basso, Saverio Lanza (produttore, tra l’altro, dell’ultimo disco) a chitarre, tastiere e cori.</p>
<p>Grandi musicisti, la cui tecnica non è mai fine a se stessa, ma è sempre al servizio del gusto e delle canzoni.</p>
<p>Inoltre, sarà per la loro disposizione non convenzionale (la batteria è di fianco alla Donà, ma di profilo sulla destra del palco), sarà che il teatro è uno spazio piccolo e raccolto, ma la sensazione con il passare dei minuti è di essere sul palco con Cristina e la sua band. Quasi una sorta di saletta prove, ma ben rodata musicalmente.</p>
<p>I bis si aprono con una toccante “Settembre” riarrangiata per sole percussioni. Il finale, invece, è dedicato al crescendo irresistibile di “Invisibile”, per poi chiudersi con una travolgente “Triathlon”, dove il pubblico, finalmente, si alza dalle poltrone e inizia a ballare con la band.<br />
In buona sostanza il concerto conferma per l’ennesima volta il talento di Cristina Donà e la magia che attraversa le sue canzoni e che negli ultimi tempi ha conquistato un po’ tutti, anche un certo <a href="http://www.rockol.it/artista/Francesco-De-Gregori">Francesco De Gregori</a>.</p>
<p>(Simone Bianchi)</p>
<p>SETLIST:</p>
<p>Niente di particolare (a parte il fatto che mi manchi)</p>
<p>Universo</p>
<p>L’aridità dell’aria</p>
<p>Stelle buone</p>
<p>Un esercito di alberi</p>
<p>Goccia</p>
<p>In un soffio</p>
<p>Giapponese (L’arte di arrivare a fine mese)</p>
<p>Miracoli</p>
<p>Più forte del fuoco</p>
<p>Torno a casa a piedi</p>
<p>The Truman Show</p>
<p>Tutti che sanno cosa dire</p>
<p>Settembre</p>
<p>Invisibile</p>
<p>Triathlon</p>
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		<title>Live Report: dEUS @ Magazzini Generali, Milano 08/12/11</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 16:32:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<category><![CDATA[concerti]]></category>
		<category><![CDATA[deus]]></category>
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		<description><![CDATA[ Tre motivi validi per vedere i dEUS live, sempre e comunque. Il primo: Tom Barman. Citando la recensione di Rockol della data estiva a Grugliasco “…sul palco Barman è sempre uno spettacolo: stiloso, carismatico, teatrale mentre si dimena pennando la Stratocaster o percuotendo un paio di pad elettronici, la voce roca e suggestiva perfetta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/dtiscali.jpg" alt="" width="263" height="179" /> Tre motivi validi per vedere i dEUS live, sempre e comunque. Il primo: Tom Barman. Citando <a href="http://www.rockol.it/news-274328/Concerti,-dEUS--la-recensione-dello-show-di-Grugliasco">la recensione di Rockol della data estiva a Grugliasco</a> “…sul palco Barman è sempre uno spettacolo: stiloso, carismatico, teatrale mentre si dimena pennando la Stratocaster o percuotendo un paio di pad elettronici, la voce roca e suggestiva perfetta per le sue canzoni di sapore sempre un po’ cinematografico”. La pura verità, niente da aggiungere. Secondo: lo stacco a metà di “Instant street” e il conseguente crescendo. Uno dei momenti più alti della musica contemporanea. Terzo: la canotta di Klaas Janzoons. Uno dei momenti più bassi della musica contemporanea. Vederlo sovrastare la platea sfinendo il violino alle prese con il finale tiratissimo di “Suds &amp; soda”, diciamoci la verità, non sarebbe la stessa cosa senza l’imprescindibile ascella al vento. Entrando ai Magazzini Generali si viene accolti da un messaggio che invita tutti i presenti a condividere la serata sui vari social network (Twitter in testa) in tempo reale. Un modo come un altro per rendere la platea partecipe in modo attivo, per avvicinarci alla band, “keep them close”. E fa piacere vedere Mauro Pawlowski passeggiare beato e sorridente in mezzo alla gente nel pre concerto, firmare autografi e scattare qualche foto ricordo, atteggiamento che la dice lunga su come i <a href="http://www.rockol.it/artista/dEUS">dEUS</a> stanno vivendo questo nuovo tour. Il tempo a disposizione però non è molto. Poco dopo le nove salgono sul palco gli SX, interessante trio belga che sfodera un buon indie pop costruito quasi interamente intorno al synth, sufficientemente carico e tirato. Qualche buona idea specialmente nella seconda parte, nulla per cui perdere il sonno, ma sicuramente da tenere d’occhio. Di tutt’altra pasta invece il set dei Nostri. Alle dieci in punto, i cinque prendono posizione on stage. L’apertura è istantanea, “The final blast”, “The architect” e “Constant now” suonano molto bene: la band è carica e ha evidentemente voglia di suonare senza andare troppo per il sottile. Buon per noi. Barman ringrazia, sbraita e si dimena come un leone in gabbia. “Oh your God”, la sempre ottima “Slow” (accolta da un piccolo boato) e la nuova “Second nature”, sono il preludio alla svolta definitiva, il primo turning point. Che manco a dirlo arriva a metà della solita immensa “Instant street”. La platea milanese, fino a questo momento fin troppo imballata, si scioglie definitivamente. Quello che arriva è un rock tirato a lucido, spesso, aggressivo, ma soprattutto suonato magnificamente nonostante la “non perfetta” acustica dei Magazzini Generali. Sono le chitarre di Barman e Pawlowski a farla da padrone, le vere protagoniste di un set concepito per mettere meritatamente  in risalto i pezzi del nuovo “Keep you close”, un album passato fin troppo in sordina ma che a conti fatti ci ha restituito i dEUS in una forma invidiabile, addirittura vicina ai fasti del trio “Worst case scenario” / “In a bar, under the sea” / “The ideal crash”. E pezzi come la splendida “Dark set in”, anticipata da “If you don’t get what you want”  (dal vivo ancora meglio che su disco), ne sono la prova. Molto bene come sempre anche “Magdalena”, “Ghost” e la titletrack “Keep you close”, tre pezzi chiamati a costituire il corpo centrale dello show prima della chiusura del set regolare affidata alla ballata alternative “Sister dew”, ma soprattutto alla splendida “Bad timing”, un trionfo di distorsione che sei anni fa segnò il ritorno dei Nostri in grandissimo stile, la loro “rivoluzione tascabile”. I dEUS abbandonano il palco dopo un’ora secca per ritrovarlo quasi immediatamente. Quattro i pezzi riservati al primo encore: la partenza delicata “The end of romance” cede il posto ai sei minuti abbondanti dell’animalesca “Sun ra” e al rap sgangherato di “Fell off the floor, man”, una delle chicche della serata, pescata direttamente da “In a bar, under the sea” e impreziosita dagli scambi allucinati di un duo Barman / Pawlowski a questo punto in piena trance da live. L’attacco del finale viene rimandato da un piccolo problema tecnico alla chitarra di Barman, che per “tappare il buco” invita un ciarliero Pawlowski, il “mago della geografia”, a intrattenere goffamente una platea giustamente divertita dal siparietto. Risate perentoriamente smorzate dall’attacco delicato di “Hotellounge”. Pezzo incredibile, sofferto, malinconico, esplosivo. I dEUS chiudono il set nel miglior modo possibile, o almeno l’impressione è questa. C’è infatti spazio per un secondo rientro, giusto per sfinire le ugole al grido di “Friday! Friday!” e rendere il meritato tributo al violino di un Klaas Janzoons fino ad ora relegato al ruolo di impeccabile gregario. “Suds &amp; soda” è il finale in trionfo, degna conclusione di un live magistrale arrivato a sfiorare le due ore di durata. Un live senza una sbavatura, impeccabile e travolgente, rivitalizzato da un album degno di questo nome e che conferma quanto detto in apertura. Ci sono tre buoni motivi per vedere i Deus dal vivo, sempre e comunque. Tom Barman, lo stacco a metà di “Instant Street” e l’accoppiata canotta / violino di Klaas Janzoons. Il quarto è che i Deus suonano da Dio: teniamoceli stretti.</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
<p>SETLIST</p>
<p>“The final blast”</p>
<p>“The architect”</p>
<p>“Costant now”</p>
<p>“Oh your God”</p>
<p>“Slow”</p>
<p>“Second nature”</p>
<p>“Instant street”</p>
<p>“If you get what you want”</p>
<p>“Dark set in”</p>
<p>“Magdalena”</p>
<p>“Ghost”</p>
<p>“Keep you close”</p>
<p>“Sister dew”</p>
<p>“Bad timing”</p>
<p>ENCORE</p>
<p>“The end of romance”</p>
<p>“Sun Ra”</p>
<p>“Fell of the floor, man”</p>
<p>“Hotellounge (Be the death of me)”</p>
<p>ENCORE 2</p>
<p>“Suds &amp; Soda”</p>
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		<title>Live Report: Vinicio Capossela @ Teatro Smeraldo, Milano 05/12/11</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 11:07:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2011/12/Vinicio_Capossela_foto_Elettra_MallabyELT_8426.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-940" title="Vinicio_Capossela_foto_Elettra_MallabyELT_8426" src="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2011/12/Vinicio_Capossela_foto_Elettra_MallabyELT_8426-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Nonostante i suoi natali da &#8220;profano&#8221;, la musica di <a href="http://www.rockol.it/artista/Vinicio-Caposselahttp://www.rockol.it/artista/Vinicio-Capossela" target="_blank">Vinicio Capossela</a> con il passare degli anni ha sempre più avuto a che fare con la religiosità. Anche e soprattutto con quella popolare e ancestrale. E i suoi concerti di Natale, appuntamento ormai fisso per gli appassionati del cantautore di Hannover, fanno parte di questo suo modo di vivere la spiritualità. Non è un caso che lo show di stasera al Teatro Smeraldo di Milano sia intitolato &#8220;Sante Nicola nella pancia della balena&#8221;. Rispetto agli anni scorsi però c&#8217;è una novità piuttosto importante: quest&#8217;anno Vinicio ha pubblicato un album doppio, complesso e ambizioso come &#8220;Marinai, profeti e balene&#8221;. Un viaggio per i mari di carta della letteratura, che stasera è racchiuso nella prima parte della scaletta: nella seconda infatti la navigazione si conclude, ci si ferma a terra e si festeggia il 5 dicembre, notte della venuta del santo che più caposselliano non si può: Santo Nicola, protettore dei perdenti, dei naviganti sfortunati. Degli ultimi, degli Spessotti insomma.</p>
<p>Ma come dicevamo, la partenza è tutta per mare. Ed ecco il cupo e suggestivo incipit con &#8220;Il grande leviatano&#8221;, che rivela la scena: un gigantesco ventre di balena, lo stesso che ha ospitato la lunga e fortunata tournée di quest&#8217;anno. Vinicio siede al piano con il cappello da timoniere, con la sua ciurma alle spalle che intona canti, agita catene e mette in moto chitarre, contrabbasso, theremin e chi più ne ha più ne metta. La successiva &#8220;L&#8217;Oceano oilalà&#8221; si tinge dei mari d&#8217;Irlanda e apre la strada a &#8220;Dalla parte di Spessotto&#8221;, visto che quando si tratta di raccontare gli sfigati Capossela non si tira mai indietro. E stasera è la loro festa.</p>
<p>Il viaggio per mare prosegue con un&#8217;altra carrellata di vinti, di sopraffatti dal mare di melvilliana memoria: il condannato a morte di &#8220;Billy Budd&#8221;, il capitano Achab folle e disperato de &#8220;La bianchezza della balena&#8221; e dei &#8220;Fuochi fatui&#8221;. Ma c&#8217;è anche &#8220;Lord Jim&#8221;, contraddittorio eroe uscito dalla penna di Joseph Conrad. Capossela è un cantautore raffinato e come sempre riesce a dare la giusta forza a queste suggestioni. Come quando rilegge l&#8217;Antico Testamento con la bellissima &#8220;Job&#8221;, costruita su un tappeto di chitarre acustiche e incursioni arabeggianti. Oppure come quando alza gli occhi verso il cielo a guardare le &#8220;Pleiadi&#8221;, in un momento catartico e toccante.</p>
<p>Certo la parte &#8220;marina&#8221; dello spettacolo di Capossela è molto bella ma anche impegnativa, per questo ogni tanto il cantautore si sforza di alleggerirla. Un po&#8217; con i tentacoli porpora del &#8220;Polpo d&#8217;amor&#8221;, un po&#8217; con lo spettacolo di burlesque che accompagna la storia della sirena &#8220;Pryntil&#8221;, tra i brani nuovi più amati dal pubblico. Non manca qualche frecciatina politica come il riferimento a &#8220;Nettuno che non si fa chiamare `Papi´ ma `Nunù´&#8221;, chiaramente indirizzato al nostro ex premier. Durante &#8220;Vinocolo&#8221; compare un Polifemo in carne ed ossa, appena prima di una versione cupa e tribale del &#8220;Ballo di San Vito&#8221;. Bella e intensa.</p>
<p>Come detto, dopo il mare aperto si arriva in porto e ci si può riposare. &#8220;La Santissima dei naufragati&#8221; chiude la prima parte dello show, mentre &#8220;L&#8217;uomo vivo&#8221; sancisce il liberi tutti: il pubblico si alza e ci si concede un po&#8217; di festa, dopo le fatiche della navigazione. Inizia la &#8220;Suite di Sante Nicola&#8221;, bella ma forse un po&#8217; tardiva: Capossela legge degli estratti dal suo radio-racconto natalizio intitolato “I cerini di Santo Nicola”, canta la versione italianizzata di &#8220;Santa Claus is coming to town&#8221; e ospita sul palco il mago Christopher Wonder. Non poteva mancare la canzone &#8220;Sante Nicola&#8221;, estratta dall&#8217;album &#8220;Da solo&#8221;. Poi si concede perfino un&#8217;incursione nella musica colta invitando sul palco una cantante e una pianista per eseguire un lieder di Schubert.</p>
<p>Poi ecco &#8220;Ovunque proteggi&#8221;, uno dei brani più belli mai scritti dal cantautore, che da sola vale il prezzo del biglietto ed è colorata da un&#8217;insolita sezione di fiati. Un momento in cui la spiritualità di cui parlavamo prima viene tutta a galla con grande forza. A chiudere le danze ci pensa invece &#8220;Al veglione&#8221;, dove al &#8220;Buonanotte&#8221; finale Vinicio preferisce un &#8220;Buone feste a tutti!&#8221;. Il Natale arriva grazie a San Nicola. Ma arriva anche per permettersi il lusso di ascoltare concerti come questo.</p>
<p>(Giovanni Ansaldo)</p>
<p>Scaletta:</p>
<p>Il grande Leviatano</p>
<p>L&#8217;oceano Oilalà</p>
<p>Dalla parte di Spessotto</p>
<p>Billy Bud</p>
<p>Lord Jim</p>
<p>La bianchezza della balena</p>
<p>I fuochi fatui</p>
<p>Job</p>
<p>Goliath</p>
<p>Polpo d&#8217;amor</p>
<p>Printyl</p>
<p>Vincolo</p>
<p>Il ballo di San Vito</p>
<p>Calipso</p>
<p>Le Pleiadi</p>
<p>Dimmi Tiresia</p>
<p>Nostos</p>
<p>La Santissima dei Naufragati</p>
<p>L&#8217;uomo vivo</p>
<p>Inedito</p>
<p>Sante Nicola è arrivato in città (Santa claus is coming to town)</p>
<p>Sante Nicola</p>
<p>Intermezzo (Schubert)</p>
<p>Ovunque proteggi</p>
<p>Al veglione</p>
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		<title>Live Report: Smashing Pumpkins @ Forum, Assago (Mi) 28/11/11</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 11:01:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Andare ad un concerto con aspettative basse è un&#8217;arma a doppio taglio.  Perché certi gruppi toccano il fondo, ma possono sempre iniziare a scavare  (terribile); o possono deluderle comunque, le aspettative, ma in un modo che non  ti aspetti.
Lo ammetto, sono andato al concerto degli Smashing Pumpkins per affetto e  per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/smashingpumpkins2011.JPG" alt="" width="288" height="216" />Andare ad un concerto con aspettative basse è un&#8217;arma a doppio taglio.  Perché certi gruppi toccano il fondo, ma possono sempre iniziare a scavare  (terribile); o possono deluderle comunque, le aspettative, ma in un modo che non  ti aspetti.</p>
<p>Lo ammetto, sono andato al concerto degli <a href="http://www.rockol.it/artista/Smashing-Pumpkins">Smashing Pumpkins</a> per affetto e  per dovere di cronaca, con motivazione bassissima.  Gli Smashing Pumpkins sono  stati uno dei gruppi rock più importanti degli anni &#8216;90. Ma anche nel loro  periodo d&#8217;oro avevano qualcosa che non funzionava, dal vivo: li ho visti in tutte  le diverse incarnazioni &#8211; la formazione originale, quella senza Jimmy Chamberlin  alla batteria, e quella finale con Melissa Auf Der Maur al basso &#8211; e non ho mai  visto concerti memorabili. Forse solo quello al Porto Antico di Genova, fine  anni &#8216;90, il tour di &#8220;Ava Adore&#8221;, quando suonarono su un barcone attacato al  molo &#8211; ma lì fece molto la scenografia.</p>
<div>Poi arrivò la fine, e i percorsi tortuosi di Billy Corgan, prima con gli  Zwan, poi solista. Poi il ritorno con gli SP, con un disco come &#8220;Zeitgeist&#8221; &#8211;  discutibile &#8211; e il progetto &#8220;Teagarden by kaleidoscope&#8221; che ha prodotto qualche  buona canzone, ma insomma. Vedremo con &#8220;Oceania&#8221;. Riassumendo: il rischio era di  trovarsi di fronte ad una brutta cover band dei vecchi Smashing Pumpkins, con il  solo Billy Corgan attorniato da figuranti.</div>
<div>Invece.</div>
<div>L&#8217;arrivo al Forum rivela un palazzetto pieno, ma non pienissimo (il terzo  anello è praticamente chiuso, qualche buco nel secondo), ma questo è un problema  più di Milano, che non ha posti che siano una via di mezzo tra i 2000 e rotti  dell&#8217;Alcatraz e i 10.000 abbondanti del Forum pieno. Un minaccioso cartello  all&#8217;entrata avvisa che non si possono introdurre catene, borchie e oggetti  contudenti. Bah.</div>
<div>Il pubblico è vario, e quando arriva sul palco la band esplode  nell&#8217;inevitabile acclamazione. Gli Smashing Pumpkins versione 2011 attaccano  duro con una nuova canzone, &#8220;Quasar&#8221;. E lì iniziano le sorprese perché 1)capisci  immediatamente che non sarà un concerto nostalgico e consolatorio 2)che la nuova  formazione ha un bel sound, tosto e compatto. Sono tutti giovani: la bassista  Nicole Fiorentino è bella e scenografica, come da tradizione del gruppo. Ma  anche gli altri se la cavano bene.</div>
<div>Man mano che il concerto va avanti, la band si diverte e si perde in lunghe  divagazioni elettriche, in lunghe schitarrate, su canzoni nuove o secondarie dal  vecchio repertorio. Per dire: da &#8220;Siamese dreams&#8221; arrivano &#8220;Soma&#8221; e &#8220;Geek USA&#8221;.  Insomma, praticamente nessuno dei brani più famosi. Un piccolo rallentamento con  &#8220;Muzzle&#8221;, per poi riprendere con le lunghe cavalcate elettriche, eseguite  benissimo.</div>
<div>Ed è a quel punto che mi ricordo perché non mi hanno mai convinto dal vivo,  gli Smashing Pumpkins: Corgan ha sempre avuto la tendenza a esagerare con queste  lunghe divagazioni musicali, dal vivo. Corgan ha spesso scritto grandi canzoni,  ma dal vivo la sue band hanno sempre avuto la tendenza a lasciarsi andare, a  dimenticarsi di quelle canzoni. Gli Smashing Pumpkins 2011 non fanno eccezione:  pur con un ottimo sound, e con un atteggiamento che non è per niente  autocelebrativo &#8211; e questo fa loro grandissimo onore.</div>
<div>Le (poche) hit arrivano solo in finale di concerto, dopo quasi 2 ore di  queste lunghe jam: &#8220;Cherub rock&#8221;, seguita da &#8220;Tonight, tonight&#8221;. Poi &#8220;Zero&#8221; e  &#8220;Bullet with butterfly wings&#8221; nei bis, tutte accolte da boati.</div>
<div>Insomma: non hanno deluso gli Smashing Pumpkins, o forse hanno deluso ma in  un modo un po&#8217; diverso da quello che ci si poteva aspettare. Perché la scelta di  essere poco consolatori, di fare una scaletta di questo genere &#8211; lo ripetiamo &#8211;  è da ammirare. E perché la nuova formazione suona davvero bene. Però forse  qualcosa di più potevano concedere. La sensazione è che per sembrare nuovi, gli  Smashing Pumpkins di oggi siano già diventati vecchi, ispirandosi ad un suono  che è il loro, ma che sembra sembra più adatto ad un club degli anni &#8216;90 che ad  un palazzetto del 2011.</div>
<div>(Gianni Sibilla)</div>
<div>SETLIST:</div>
<div>
<div>Quasar</div>
<div>Panopticon</div>
<div>Starla</div>
<div>Geek U.S.A.</div>
<div>Muzzle</div>
<div>Lightning Strikes</div>
<div>Soma</div>
<div>Siva</div>
<div>Oceania</div>
<div>Frail and Bedazzled</div>
<div>Silverfuck</div>
<div>Pinwheels</div>
<div>Pale Horse</div>
<div>Thru the Eyes of Ruby</div>
<div>Cherub Rock</div>
<div>Tonight, Tonight</div>
<div>Encore:</div>
<div>For Martha</div>
<div>Zero</div>
<div>Bullet With Butterfly Wings</div>
</div>
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		<title>Live Report: Low @ Magazzini Generali, Milano 28/11/11</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 10:11:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Tra gli Smashing Pumpkins al Forum di Assago e Noel Gallagher all&#8217;Alcatraz, i Low sembrano il manzoniano vaso di coccio tra vasi di ferro. Eppure il pubblico milanese (molto indie, in gran parte giovane) non li abbandona a se stessi: il lungo corridoio dei Magazzini Generali è decisamente affollato almeno fino alla zona mixer [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/1520-1_com.jpg" alt="" width="288" height="216" /> Tra gli <a href="http://www.rockol.it/artista/Smashing-Pumpkins">Smashing Pumpkins</a> al Forum di Assago e <a href="http://www.rockol.it/artista/Noel-Gallagher">Noel Gallagher</a> all&#8217;Alcatraz, i <a href="http://www.rockol.it/artista/Low">Low</a> sembrano il manzoniano vaso di coccio tra vasi di ferro. Eppure il pubblico milanese (molto indie, in gran parte giovane) non li abbandona a se stessi: il lungo corridoio dei Magazzini Generali è decisamente affollato almeno fino alla zona mixer e all&#8217;area del bar. E quando Alan Sparhawk (voce e chitarra), la moglie Mimi Parker (voce e percussioni, che suona in piedi a centro palco) e il bassista Steve Garrington attaccano senza dire una parola due brani dal primo album di diciassette anni fa, &#8220;I could live in hope&#8221;, si capisce subito che è valsa la pena di essere venuti fin qui a vederli. L&#8217;incedere sepolcrale di &#8220;Lazy&#8221; e l&#8217;ondeggiante tessuto a maglie larghe di &#8220;Lullaby&#8221; fanno drizzare le antenne anche ai più scettici e disattenti, in un rispettoso e assorto silenzio che rende giustizia alle atmosfere sospese e al feeling  intenso che subito si sprigionano dal palco evocando gli aspri, rarefatti e gelidi paesaggi di Duluth, Minnesota da cui i tre provengono (il fantasma del conterraneo <a href="http://www.rockol.it/artista/Bob-Dylan">Bob Dylan</a>, però, è lontano). Austeri e assorti, i Low usano bene i pochi arnesi a disposizione: le chitarre (due, non serve altro) da cui Sparhawk estrae liquidi arpeggi, vibrati, echi in delay e piccoli grumi di suoni distorti, una sezione ritmica all&#8217;osso e soprattutto  due voci nate per vivere in simbiosi: profonda e tenebrosa quella di Alan, limpida e maestosa quella di Mimi, che ammalia nei controcanti quanto nelle sortite soliste.<br />
&#8220;Try to sleep&#8221;, il &#8220;singolo&#8221; dall&#8217;ultimo, eccellente album &#8220;C&#8217;mon&#8221; è, imprevedibilmente, l&#8217;unico pezzo zoppo della serata: la ninna nanna non ingrana, qualcosa non funziona anche a livello vocale, meglio passare oltre e farsi  catturare dagli  accordi younghiani  e il fragoroso fuzz bass di &#8220;Violent past&#8221; (Garrington vi ricorre spesso, nel corso dello show). Tra &#8220;You see everything&#8221; e &#8220;Witches&#8221;, altri piatti forti del disco nuovo, il pubblico riconosce e saluta con entusiasmo la minacciosa &#8220;Monkey&#8221;, uno dei due titoli che &#8211; ripreso da <a href="http://www.rockol.it/artista/Robert-Plant">Robert Plant</a> in studio e dal vivo con i Band Of Joy &#8211; ha traghettato il nome dei Low presso il pubblico mainstream del rock. E&#8217; uno dei momenti forti di un concerto modellato sulla traccia melodica dell&#8217;ultimo album, resa tuttavia più scheletrica e spettrale dall&#8217;assenza delle sovraincisioni di studio. La desolata &#8220;Done&#8221; spettrale e scheletrica lo è di suo, mentre alla fine del  valzer di &#8220;On the edge of&#8221; Sparhawk si rivolge finalmente al pubblico con poche, sibilline parole (&#8220;Come state? Mi ricordo di ognuno di voi. Prima ancora che voi e io cominciassimo a parlare&#8221;).<br />
Il termine &#8220;slowcore&#8221; non gli piace, ma in mancanza di espressioni migliori serve a descrivere il passo funereo di pezzi come &#8220;Majesty/Magic&#8221;, roba da hardcore fans. Con &#8220;Breaker&#8221; il ritmo aumenta e Sparhawk canta a pieni polmoni, mentre è logico che sia &#8220;Nothing but heart&#8221;, con la sua unica  frase ripetuta all&#8217;infinito, a chiudere la setlist con quel coinvolgente  crescendo che ne fa l&#8217;architrave di &#8220;C&#8217;mon&#8221;.<br />
Sono battimani ad accogliere il primo bis, una delicata e quasi solare &#8220;Sunflower&#8221;, mentre il finale di &#8220;Laser beam&#8221;, con la voce potente e cristallina di Mimi di nuovo sugli scudi, ha la purezza e la solennità di un inno religioso o di un canto di montagna. Poco prima i Low hanno cantato dell&#8217; &#8220;ultima tempesta di neve dell&#8217;anno&#8221;, e si capisce che la loro musica non potrebbe venire che da lì: dal Grande Nord americano battuto dal vento e dai ghiacci, dal suo senso di isolamento che ispira al trio una musica spaziosa, metafisica e trascendente. Appena terminata l&#8217;ora e mezza di esibizione, il pubblico corre numeroso al banchetto del merchandising a comprare cd e vinili (soprattutto vinili): indizio inconfutabile di uno show che ha lasciato il segno.<br />
(Alfredo Marziano)</p>
<p>Setlist<br />
&#8220;Lazy&#8221;<br />
&#8220;Lullaby&#8221;<br />
&#8220;Try to sleep&#8221;<br />
&#8220;Violent past&#8221;<br />
&#8220;I see everything&#8221;<br />
&#8220;Monkey&#8221;<br />
&#8220;Witches&#8221;<br />
&#8220;Especially me&#8221;<br />
&#8220;Done&#8221;<br />
&#8220;On the edge of&#8221;<br />
&#8220;Murderer&#8221;<br />
&#8220;Last snowstorm of the year&#8221;<br />
&#8220;Majesty/Magic&#8221;<br />
&#8220;Breaker&#8221;<br />
&#8220;Nothing but heart&#8221;</p>
<p>Bis<br />
&#8220;Sunflower&#8221;<br />
&#8220;Laser beam&#8221;</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Live Report: Noel Gallagher @ Alcatraz, Milano 28/11/11</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2011 09:59:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reports]]></category>
		<category><![CDATA[alcatraz]]></category>
		<category><![CDATA[concerto]]></category>
		<category><![CDATA[high flying birds]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[noel gallagher]]></category>
		<category><![CDATA[oasis]]></category>

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		<description><![CDATA[Si possono rimproverare tante cose a Noel Gallagher, ma è difficile negare una cosa: in questi anni l&#8217;artista di Manchester ha creato un popolo, anche al di fuori dell&#8217;Inghilterra. E&#8217; quello dei fan degli Oasis. Certo, i meriti vanno dati anche in parte a suo fratello Liam, che per tanti anni ci ha messo la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2011/11/noel_gallagher_live_dublino_23-10-2011_20111024_1396526558.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-922" title="noel_gallagher_live_dublino_23-10-2011_20111024_1396526558" src="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2011/11/noel_gallagher_live_dublino_23-10-2011_20111024_1396526558-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Si possono rimproverare tante cose a <a href="http://www.rockol.it/artista/Noel-Gallagher" target="_blank">Noel Gallagher</a>, ma è difficile negare una cosa: in questi anni l&#8217;artista di Manchester ha creato un popolo, anche al di fuori dell&#8217;Inghilterra. E&#8217; quello dei fan degli <a href="http://www.rockol.it/artista/Oasis" target="_blank">Oasis</a>. Certo, i meriti vanno dati anche in parte a suo fratello Liam, che per tanti anni ci ha messo la faccia e la voce. Però le canzoni &#8220;pesanti&#8221; di fatto le ha firmate tutte &#8220;The chief&#8221;. E stasera una parte, seppur piccola, di questo popolo è proprio qui a gremire l&#8217;Alcatraz di Milano. Lo si nota dalle t-shirt dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Beatles" target="_blank">Beatles</a>, dalle pettinature a caschetto e perfino dalle magliette del Manchester City indossate da diversi spettatori.</p>
<p>Alle nove in punto si comincia, in pieno stile british. Parte la versione remix di &#8220;If I had a gun&#8221; realizzata dagli Amorphous Androgynous, un antipasto del nuovo album previsto per il 2012. Poi ecco Noel insieme ai suoi High Flying Birds: Jeremy Stacey, Russell Pritchard, Mike Rowe e Tim Smith. Il primo pezzo in scaletta è &#8220;It&#8217;s good to be free&#8221;, vecchia b-side degli Oasis che i maligni potrebbero quasi leggere come un messaggio ai vecchi compagni di avventura. Poi tocca a &#8220;Mucky fingers&#8221;, pezzo datato 2005 che omaggia i Velvet Underground e Bob Dylan. Un inizio nostalgico, ma che scalda subito gli animi. La prima canzone del nuovo repertorio è invece &#8220;Everybody&#8217;s on the run&#8221;, riproposta in una veste elettrica che convince. Così come &#8220;Dream on&#8221;, il pezzo più orecchiabile e felicemente pop del nuovo corso.</p>
<p>Dopo un &#8220;Buonasera Milano&#8221; di rito, parte invece &#8220;If I had a gun&#8221;, cantata da tutti come se fosse già un classico. Le nuove canzoni dal vivo funzionano, ma con qualche piccola eccezione. La scelta di renderle più rock, rispetto alla veste principalmente orchestrale del disco, fa bene ai pezzi sopracitati. Meno agli altri, come &#8220;Soldier boys and Jesus Freaks&#8221; e &#8220;Aka…Broken arrow&#8221;, che sentono la mancanze delle pennellate acustiche originali. Va meglio invece con &#8220;The death of you and me&#8221;, divertente spaghetti-western in salsa Kinks, e con il ritornello killer di &#8220;(I Wanna Live in a Dream in My) Record Machine&#8221;, sicuramente tra i pezzi migliori del debutto solista di &#8220;The Chief&#8221;. A tratti poi Noel recupera volentieri le schegge del passato: il set acustico, con Noel alla chitarra e Mike Rowe al piano, per &#8220;Wonderwall&#8221; e &#8220;Supersonic&#8221; scatena un sing-along da brividi, che rende quasi difficile sentire la voce del cantante. Toccante invece l&#8217;esecuzione di &#8220;Talk tonight&#8221;, altra b-side che avrebbe meritato un destino ben diverso. La voce di Noel non è proprio al top e soffre a tratti, ma visto il contesto glielo si può perdonare.</p>
<p>Il pubblico è davvero uno spettacolo a parte. Quasi ogni canzone è cantata a squarciagola, mentre partono cori da stadio tra un pezzo e l&#8217;altro. Ad un certo punto c&#8217;è anche un simpatico siparietto. Gli spettatori chiedono al gruppo di suonare &#8220;The Masterplan&#8221;. La risposta è in pieno stile Gallagher: &#8220;La volete? Perfetto. Conoscete iTunes? Costa solo un euro&#8221;, risponde &#8220;The Chief&#8221; ridendo. Così in tutta risposta la platea dell&#8217;Alcatraz, approfittando di un momento di pausa, inizia a intonare la canzone per conto suo e si guadagna pure un applauso dalla band. Un minuto di divertimento puro.<br />
&#8220;Noi amiamo Balotelli&#8221;, dichiara Noel prima di dedicare a Super Mario &#8220;Aka…What a life!&#8221;. Poi c&#8217;è la ballata folk &#8220;Half the world away&#8221;, ancora pescata dal repertorio degli Oasis, che apre la strada allo stomp rock-blues di &#8220;(Stranded On) The Wrong Beach&#8221;. Fine del set regolare.</p>
<p>Dopo qualche minuto di pausa, partono i bis. Neanche a dirlo, con tre singoli che in passato Noel ha scritto e cantato. Si parte con &#8220;Little by little&#8221;, bella e intensa anche grazie all&#8217;assolo di Tim Smith, l&#8217;unico americano della band e in passato già turnista di Sheryl Crow. &#8220;The importance of being idle&#8221;, uno dei tanti omaggi di Noel al genio di Ray Davies, è il secondo pezzo in scaletta estratto da &#8220;Don&#8217;t believe the truth&#8221;. E poi c&#8217;è il gran finale, che non poteva non essere &#8220;Don&#8217;t look back in anger&#8221;. Forse la canzone più bella mai scritta dal chitarrista di Manchester, da sempre uno dei momenti caldi dei suoi concerti. Una manna per il pubblico presente e un bel modo per chiudere le danze.</p>
<p>Insomma, Noel Gallagher ormai è un solista ma non ha dimenticato la sue vecchia band. E&#8217; innegabile che i momenti migliori del suo live siano quelli pescati dal passato, anche se tra i pezzi nuovi ce ne sono almeno un paio che non sfigurano affatto. La sua sfida in futuro sarà quella di non rimanere troppo schiacciato dalla storia degli Oasis e di crearsi una seconda giovinezza artistica. Ma non è solo. Con questo popolo al fianco, per lui sarà tutto più semplice.</p>
<p>(Giovanni Ansaldo)</p>
<p>Scaletta:</p>
<p>1.   (It&#8217;s Good) To Be Free  2.    Mucky Fingers<br />
3.    Everybody&#8217;s on the Run<br />
4.    Dream On<br />
5.    If I Had a Gun&#8230;<br />
6.    The Good Rebel<br />
7.    The Death of You and Me<br />
8.    Freaky Teeth<br />
9.    Wonderwall  10.    Supersonic  11.    (I Wanna Live in a Dream in My) Record Machine<br />
12.    AKA&#8230; What a Life!<br />
13.    Talk Tonight<br />
14.    Soldier Boys and Jesus Freaks<br />
15.    AKA&#8230; Broken Arrow<br />
16.    Half The World Away  17.    (Stranded On) The Wrong Beach</p>
<p>Encore:</p>
<p>18.    Little By Little<br />
19.    The Importance of Being Idle<br />
20.    Don&#8217;t Look Back In Anger</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Live Report: Paul McCartney @ Forum, Assago, 27/11/2011</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 10:10:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reports]]></category>
		<category><![CDATA[beatles]]></category>
		<category><![CDATA[concerti]]></category>
		<category><![CDATA[paul mccartney]]></category>

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		<description><![CDATA[Quando mai ti ricapita di vedere un pezzo così importante di storia del rock?
Perché Paul McCartney mancava da 8 anni dall&#8217;Italia, e da molti di più da Milano. Così l&#8217;arrivo di quel che resta dei Beatles è stato un evento. Il secondo, in un anno: Ringo è passato quest&#8217;estate. Ma Paul è Paul.
L&#8217; &#8220;On the [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando mai ti ricapita di vedere un pezzo così importante di storia del rock?</p>
<p>Perché Paul McCartney mancava da 8 anni dall&#8217;Italia, e da molti di più da Milano. Così l&#8217;arrivo di quel che resta dei Beatles è stato un evento. Il secondo, in un anno: Ringo è passato quest&#8217;estate. Ma Paul è Paul.</p>
<p>L&#8217; &#8220;On the run tour&#8221; sbarca a Milano dopo il debutto europeo della sera prima a Bologna. L&#8217;impatto con il Forum non è dei migliori: immerso nella nebbia della periferia milanese (magicamente scomparsa all&#8217;uscita), è facile perdersi persino nel parcheggio. Poi, una volta entrati, si viene accolti da musica improbabile: cover dei Beatles diffuse per ingannare l&#8217;attesa. Un po&#8217; di cattivo gusto, diciamolo.</p>
<p>Poco dopo le nove, però, Macca sale sul palco e l&#8217;emozione del pubblico vola alle stelle in un nanosecondo.</p>
<p>Perché McCartney mette subito le cose in chiaro: arriva vestito con un completo nero e basso Höfner a tracolla, attacca &#8220;Hello goodbye&#8221;. Se non fosse per le rughe che gli segnano il volto, per l&#8217;improbabile colore rossiccio di capelli, si potrebbe quasi pensare ad un filmato d&#8217;epoca dei Beatles, reso a colori e proiettato su un megaschermo: lo sguardo è lo stesso di decenni fa. Hai immediatamente la sensazione di avere di fronte uno degli uomini più importanti non solo della storia della musica, ma della cultura popolare. Uno che in Italia non si fa vedere spesso: dettaglio che amplifica la sensazione.</p>
<p>E lui farà di tutto per tenerla viva per tutta la sera, quella sensazione, alternando molte canzoni dei Beatles, a numerose dei Wings. Ma la gente ha esattamente quello che vuole: i classici, cantati come Dio comanda. Perché a 69 anni suonati Macca dimostra una gran forma fisica, ed ha una band che sa il fatto suo. Lui, si alterna tra basso, chitarra elettrica ed  ukulele. Parla, e parecchio: accenna parole in italiano; sorride e fa smorfie, con il suo faccione rimandato dai megaschermi verticali a lato palco. Insomma, si diverte, e si vede.</p>
<p>Così gli perdoni tutto: persino qualche trovata trash, come i botti e i fuochi d&#8217;artficio su &#8220;Live and let die&#8221;, che per un attimo fanno pensare ad un concerto degli Ac/Dc (e che Macca liquida con una smorfia ironica mettendosi le dita nelle orecchie, come a dire &#8220;Che casino!&#8221;). Gli perdoni soprattutto il terribile megaschermo che incombe su un palco ampio e perfettamente costruito, se non fosse per quelle che immagini che accompagnano le canzoni. Immagini che ora sembrano dei brutti salvaschermi di Windows (galassie, foto che si animano), ora scivolano nell&#8217;inutile didascalia (aerei su &#8220;Jet&#8221;, autostrade e macchine su &#8220;Drive my car&#8221;, paesaggi su &#8220;The long and winding road&#8221;).</p>
<p>Ma le canzoni, il repertorio, la potenza dell&#8217;icona sono talmente forti che questi sono tutti dettagli secondari; è una festa, un jukebox collettivo: basterebbe il coro di &#8220;Hey jude&#8221; per giustificare la serata&#8230;.</p>
<p><a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/blog/2011/11/28/paul-mccartney-live-mediolanum-forum-assago-27112011/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p>Invece ci sono classici, qualche sorpresa dal repertorio, citazioni per gli amici scomparsi (&#8220;Something&#8221; per George, &#8220;Give peace a chance&#8221; messa in coda ad una strepitosa di &#8220;A day in the life&#8221;). C&#8217;è un concerto che nella seconda parte prende il volo per non fermarsi più, con i bis che sono una festa vera e propria. E c&#8217;è tanta emozione.</p>
<p>Perché lo spettacolo nello spettacolo è il pubblico: variegato, di ogni età. E felice, felice come una pasqua nelle quasi tre ore di concerto, non si può non guardarsi intorno e vedere i volti estasiati di chi ha atteso una vita per cantare a squarciagola quelle canzoni. Un pubblico che ha ottenuto esattamente quello che voleva, nel miglior modo possibile.</p>
<p>(Gianni Sibilla)</p>
<p>SETLIST:</p>
<div id="_mcePaste">Hello, Goodbye</div>
<div id="_mcePaste">Junior&#8217;s Farm</div>
<div id="_mcePaste">All My Loving</div>
<div id="_mcePaste">Jet</div>
<div id="_mcePaste">Drive My Car</div>
<div id="_mcePaste">Sing the Changes</div>
<div id="_mcePaste">The Night Before</div>
<div id="_mcePaste">Let Me Roll It</div>
<div id="_mcePaste">Paperback Writer</div>
<div id="_mcePaste">The Long and Winding Road</div>
<div id="_mcePaste">Come and Get It</div>
<div id="_mcePaste">Nineteen Hundred and Eighty-Five</div>
<div id="_mcePaste">Maybe I&#8217;m Amazed</div>
<div id="_mcePaste">I&#8217;ve Just Seen a Face</div>
<div id="_mcePaste">I Will</div>
<div id="_mcePaste">Blackbird</div>
<div id="_mcePaste">Here Today</div>
<div id="_mcePaste">Dance Tonight</div>
<div id="_mcePaste">Mrs Vandebilt</div>
<div id="_mcePaste">Eleanor Rigby</div>
<div id="_mcePaste">Something</div>
<div id="_mcePaste">Band on the Run</div>
<div id="_mcePaste">Ob-La-Di, Ob-La-Da</div>
<div id="_mcePaste">Back in the U.S.S.R.</div>
<div id="_mcePaste">I&#8217;ve Got A Feeling</div>
<div id="_mcePaste">A Day in the Life / Give Peace A Chance</div>
<div id="_mcePaste">Let It Be</div>
<div id="_mcePaste">Live and Let Die</div>
<div id="_mcePaste">Hey Jude</div>
<div>Encore:</div>
<div id="_mcePaste">The Word/All You Need Is Love/She Loves You</div>
<div id="_mcePaste">Day Tripper</div>
<div id="_mcePaste">Get Back</div>
<div>Encore 2:</div>
<div id="_mcePaste">Yesterday</div>
<div id="_mcePaste">Helter Skelter</div>
<div id="_mcePaste">Golden Slumbers / Carry That Weight / The End</div>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Live Report: Lenny Kravitz @ Forum, Assago (Mi) 21/11/11</title>
		<link>http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/blog/2011/11/22/live-report-lenny-kravitz-forum-assago-mi-211111/</link>
		<comments>http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/blog/2011/11/22/live-report-lenny-kravitz-forum-assago-mi-211111/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 14:24:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reports]]></category>
		<category><![CDATA[concerti]]></category>
		<category><![CDATA[Forum Assago]]></category>
		<category><![CDATA[lenny kravitz]]></category>
		<category><![CDATA[live]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[ E&#8217; lunedì sera, fuori fa freddo e c&#8217;è la nebbia. Saranno stati in molti questa sera ad essersi chiesti se davvero ne sarebbe valsa la pena, spingersi fino alle porte di Milano per assistere allo spettacolo di quel ragazzone che ha fatto un nuovo disco e che ora è in giro per l&#8217;Europa per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p lang="en-US"><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/LennyKravitz.jpg" alt="" width="288" height="216" /> <span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">E&#8217; lunedì sera, fuori fa freddo e c&#8217;è la nebbia. Saranno stati in molti questa sera ad essersi chiesti se davvero ne sarebbe valsa la pena, spingersi fino alle porte di Milano per assistere allo spettacolo di quel ragazzone che ha fatto un nuovo disco e che ora è in giro per l&#8217;Europa per presentarlo. Tant&#8217;è. Poco ci manca a definire pieno il Mediolanum Forum di Assago, pronto ad accogliere <a href="http://www.rockol.it/artista/Lenny-Kravitz">Lenny Kravitz</a> e il suo &#8220;Black &amp; White America tour&#8221; che, eccezionalmente per le due tappe nel nostro Paese (quella di oggi a Milano e quella di ieri a Treviso), si tinge di verde bianco e rosso diventando &#8220;Black &amp; White Italia&#8221;. A intorpidire gli animi &#8211; e non solo &#8211; del pubblico ancora infreddolito ci pensa l&#8217;eccellente rhythm and blues di <a href="http://www.rockol.it/artista/Raphael-Saadiq">Raphael Saadi</a>q che si diverte con la sua band tanto che l&#8217;ampio spazio del Forum sembra trasformarsi per un attimo in un locale di musica dal vivo. </span></span></p>
<p lang="en-US"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Un&#8217; atmosfera decisamente diversa da quella che subito si crea con l&#8217;arrivo sul palco di Lenny, la rock star con la flemma misteriosa e finto-dimessa di chi indossa uno spesso cappello di lana e (il solito) paio di occhiali. Grossi, da sole, a specchio. Ma, a dimostrare che l&#8217;apparenza non è tutto, il nostro non perde troppo tempo e apre il concerto con &#8220;Come on get it&#8221;. Con il brano estratto dal suo ultimo lavoro in studio Lenny può facilmente dimostrare quanta dimestichezza lui abbia con la musica, con il rock e con la chitarra elettrica. Lui e il suo amico e braccio destro Craig Ross, che si presenta da solo, senza tante parole, ma con molti assoli che, accompagnati dalle vorticose e psichedeliche proiezioni alle spalle dei musicisti, preannunciano uno spettacolo dagli intenti tutt&#8217;altro che pacati. </span></span></p>
<p lang="en-US">
<p lang="en-US"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">E infatti subito la band attacca con un quartetto di grandi hit composto da &#8220;Always on the run&#8221;, &#8220;American woman&#8221;, &#8220;It ain&#8217;t over til it&#8217;s over&#8221; e una &#8220;Mr. cab driver&#8221; prolungata dagli esercizi di bravura dei tre fiati. Kravitz può facilmente tornare agli anni di &#8220;Mama said&#8221;, i primi ‘90, giocare con il passato dei tempi  di &#8220;5&#8243; &#8211; son già trascorsi 13 anni? &#8211; tornare al periodo rasta o funky. Si sta parlando della sua acconciatura perché in quanto ad attitudine Lenny è sempre uguale a se stesso: in bilico tra quel rock, soul e funky che hanno determinato la sua fortuna nonché la sua storia sin dalle origini, proprio quella che racconta con il brano &#8220;Black and white America&#8221;. Guardando  lui e lo spettacolo che fa, un concetto appare evidente: consapevolezza. La piena coscienza delle proprie capacità e dei propri punti di forza porta l&#8217;artista a introdurre in scaletta brani come &#8220;Fields of joy&#8221; o &#8220;Fly away&#8221; e ad intonare strofe in falsetto con la stessa naturalezza con cui si mette in posa tra una canzone e l&#8217;altra, ostentando quel fare da modello tenebroso in attesa di essere immortalato dalle macchine fotografiche. Sguardo rivolto all’infinito (ma dove guarderà poi?), testa leggermente reclinata all’indietro e postura da divo. Esibizionismi a parte, solo con &#8220;Stand&#8221; si entra nel vivo dello spettacolo. Nonostante il singolo dal vivo riesca decisamente peggio che nella sua versione in studio, il pubblico lo aspettava da tempo e, contento comincia a scomporsi e sciogliersi un po&#8217; di più seguendo la scia di uno di uno spettacolo che è come un diesel. Il brano è il giro di boa, in buona sostanza e, da ora in avanti, quell&#8217;energia rockeggiante rimasta un po&#8217; troppo in sordina si fa decisamente sentire. L&#8217;onda verde del rock si innesca &#8211; che ironia &#8211; con il grande classico &#8220;Rock&#8217;n'roll is dead&#8221;, prosegue con &#8220;Rock star city life&#8221; e &#8220;Where are we running&#8221; per poi culminare nella potentissima &#8220;Are you gonna go my way&#8221;: senza dubbio il brano meglio riuscito di tutta la serata. </span></span></p>
<p lang="en-US">
<p lang="en-US"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Dopo la pausa c&#8217;è il momento acustico: Lenny esegue per la prima volta dal vivo &#8220;Push&#8221;, il secondo singolo di “Black and white America” nuovo di pacca, e regala a seguire una piccola perla intonando una dolcissima &#8220;I belong to you&#8221; in versione unplugged. Il gran finale è tutto per &#8220;Let love rule&#8221; canzone che ben si presta ad essere prolungata abbastanza da poter scendere dal palco e salutare tutti i fan, quelli nel parterre e quelli sugli spalti. A destra e a sinistra, in prima fila e in fondo, Lenny ha proprio voglia di mostrare a tutti da vicino quanto è bello. Fa il giro completo del palazzetto dello sport e torna sul palco per il gran saluto finale. E allora, soddisfatto, finalmente sorride.</span></span></p>
<p lang="en-US">
<p lang="en-US"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">(Valeria Mazzucca)</span></span></p>
<p lang="en-US"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Setlist:</span></span></p>
<p lang="en-US">‘<span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Come on get it’</span></span></p>
<p lang="en-US">‘<span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Always on the run’</span></span></p>
<p lang="en-US">‘<span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">American woman’</span></span></p>
<p lang="en-US">‘<span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">It ain’t over til it’s over’</span></span></p>
<p lang="en-US"><span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Mr. cab driver’</span></span></p>
<p lang="en-US">‘<span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Black and white America’</span></span></p>
<p lang="en-US">‘<span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Fields of joy’</span></span></p>
<p lang="en-US">‘<span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Stand by my woman’</span></span></p>
<p lang="en-US">‘<span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Believe’</span></span></p>
<p lang="en-US">‘<span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Stand’</span></span></p>
<p lang="en-US">‘<span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Rock and roll is dead’</span></span></p>
<p lang="en-US">‘<span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Rock star city life’</span></span></p>
<p lang="en-US">‘<span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Where are we running’</span></span></p>
<p lang="en-US">‘<span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Fly away’</span></span></p>
<p lang="en-US">‘<span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Are you gonna go my way’</span></span></p>
<p lang="en-US">Encore:</p>
<p lang="en-US">‘<span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Push’</span></span></p>
<p lang="en-US">‘<span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">I belong to you’ </span></span></p>
<p lang="en-US">‘<span style="font-family: Helvetica,sans-serif"><span style="font-size: x-small">Lot love rule’</span></span></p>
<div style="width: 450px;padding: 3px;background-color: #ffffff;overflow: auto;text-align: center;color: #000000"></div>
]]></content:encoded>
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		<title>Live Report: Kasabian @ Alcatraz, Milano 20/11/11</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 11:28:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tempismo. Questa stata è la miglior dote dei Kasabian. In un decennio in cui la scena rock inglese non ci ha regalato chissà quali band indimenticabili, i ragazzi di Leicester hanno saputo ritagliarsi piano piano un ruolo importante a suon di bei dischi e di solide performance live. Il fatto che l&#8217;Alcatraz di Milano, che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2011/11/Kasabian-Velociraptor.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-904" title="Kasabian-Velociraptor" src="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2011/11/Kasabian-Velociraptor-300x230.jpg" alt="" width="261" height="201" /></a>Tempismo. Questa stata è la miglior dote dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Kasabian" target="_blank">Kasabian</a>. In un decennio in cui la scena rock inglese non ci ha regalato chissà quali band indimenticabili, i ragazzi di Leicester hanno saputo ritagliarsi piano piano un ruolo importante a suon di bei dischi e di solide performance live. Il fatto che l&#8217;Alcatraz di Milano, che stasera li ospita per la prima delle loro date italiane, sia sold out da più di un mese è solo l&#8217;ultimo pezzo del puzzle. Un puzzle che Serge Pizzorno, Tom Meighan e compagni hanno sapientemente costruito in questi anni, fino all&#8217;ultimo acclamato album &#8220;Velociraptor!&#8221;. Tutto merito, se volete, del loro approccio: grandeur e arroganza tutte inglesi, aggiunte al merito di saper rielaborare la tradizione rock antica e recente della Madre Albione con freschezza e ispirazione. Non poco, insomma.</p>
<p>Lo show dei Kasabian, lo si capisce subito, non punta ai palati fini ma la butta sui muscoli e sui ritornelli: la scelta di aprire con il singolone &#8220;Days are forgotten&#8221;, forte di una progressione ritmica alla Primal Scream, spiega tutto. La successiva &#8220;Shoot the runner&#8221; non fa che confermare il teorema. Tom Meighan, che si presenta con la solita &#8220;faccia da schiaffi&#8221; e un bel paio di occhiali scuri, sfoggia dei capelli rockabilly e dimostra subito di essere bravo ad accendere il pubblico milanese. Serge Pizzorno, o &#8220;Sergio&#8221; come invocano i fan, è invece di casa viste le sue origini genovesi e si sforza il più possibile di ringraziare gli spettatori in un italiano che tradisce palesemente l&#8217;accento brit.</p>
<p>Il suono del gruppo è forte e compatto, anche se a volte la chitarra di Pizzorno è troppo sacrificata nel mix, soprattutto nei momenti in cui i riff dovrebbero farla da padrone. Il pubblico dal canto suo è davvero scatenato, soprattutto sui brani vecchi: ecco che &#8220;Underdog&#8221;, il vero tributo dei Kasabian ai fratelli Gallagher, lo fa saltare per bene e apre la strada a &#8220;Where did all the love go?&#8221;. L&#8217;acidissima &#8220;I.D.&#8221; invece ci riporta al bellissimo e omonimo disco d&#8217;esordio del 2004, mentre &#8220;I hear voices&#8221; e &#8220;Re-wired&#8221; confermano che qualche nuovo brano non ha ancora trovato la sua dimensione definitiva dal vivo.</p>
<p>Ogni tanto, Tom Meighan si defila e &#8220;Sergio&#8221; si carica tutta la band sulle spalle. Tocca allora alla psichedelica &#8220;Take aim&#8221;, estratta da quel grande e ambizioso caleidoscopio sonoro chiamato &#8220;West rider pauper lunatic asylum&#8221;, dare un primo momento di pausa. Nell&#8217;introduzione del brano la tromba di Gary Alesbrook accenna perfino l&#8217;Inno di Mameli. Peccato che con la successiva &#8220;Club foot&#8221; la calma sia solo un ricordo lontano, presi come si è dalla bolgia che si scatena all&#8217;Alcatraz.<br />
Si vi avanti tra le suggestioni marziali di &#8220;Empire&#8221; e l&#8217;ottima &#8220;La fée verte&#8221;, una storia di fate verdi e &#8220;Lucy in the sky&#8221; che ci fa capire come Pizzorno abbia studiato come un bravo scolaretto le atmosfere lisergiche di <a href="http://www.rockol.it/artista/Syd-Barret" target="_blank"></a><a href="http://www.rockol.it/artista/Syd-Barrett" target="_blank">Syd Barrett</a> e <a href="http://www.rockol.it/artista/John-Lennon" target="_blank">John Lennon</a>. Con &#8220;Fast fuse&#8221; si finisce invece in territori cinematografici con l&#8217;omaggio a Quentin del secondo chitarrista Jay Mehler al tema di &#8220;Pulp Fiction&#8221;. Dopo la ballata pop &#8220;Goodbye kiss&#8221;, tocca alla trascinante &#8220;L.S.F.&#8221; chiudere il set regolare tra gli applausi del pubblico.</p>
<p>Il gruppo va nel retro per qualche minuto. Poi parte il synth di &#8220;Switchblade smiles&#8221; e più che all&#8217;Alcatraz sembra di essere all&#8217;Hacienda negli anni della Madchester. Sicuramente il più potente tra i nuovi brani, almeno dal vivo. Sulla stessa scia la favoletta horror &#8220;Vlad the impaler&#8221;, ancora con un groove trascinante. Il finale è affidato invece a &#8220;Fire&#8221;, costruita su chitarre seventies e su un ritornello che resta appiccicato alle orecchie. La band la prolunga il più possibile, facendo ballare il pubblico. Finisce qui, in attesa delle date di febbraio a Roma e Padova.</p>
<p>I Kasabian sono ormai una realtà consolidata. Sanno tenere il palco alla grande e hanno acquistato anche quel mestiere che gli permette di gestire i concerti con la giusta autorità. Forse sono pronti anche per locali più grandi dell&#8217;Alcatraz, visto che in Inghilterra li affrontano già da anni. Quindi, visto che l&#8217;autostima non gli manca, ci divertiamo a lanciare loro una sfida: perché non provarci in un palazzetto, la prossima volta? Da inglesi spacconi quali sono, siamo convinti che non si tireranno indietro.</p>
<p>(Giovanni Ansaldo)</p>
<p>Scaletta:</p>
<p>Days Are Forgotten</p>
<p>Shoot The Runner</p>
<p>Velociraptor!</p>
<p>Underdog</p>
<p>Where Did All The Love Go?</p>
<p>I.D.</p>
<p>I Hear Voices</p>
<p>Take Aim</p>
<p>Club Foot</p>
<p>Re-wired</p>
<p>Empire</p>
<p>La Fée Verte</p>
<p>Fast Fuse</p>
<p>Pulp Fiction Theme (Dick Dale and His Del-Tones cover)</p>
<p>Goodbye Kiss</p>
<p>L.S.F. (Lost Souls Forever)</p>
<p>Encore:</p>
<p>Switchblade Smiles</p>
<p>Vlad The Impaler</p>
<p>Fire</p>
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		<title>Live Report: Fleet Foxes @ Teatro Smeraldo, Milano 20/11/11</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 09:51:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Al Teatro Smeraldo, ieri sera, è andato in scena un piccolo festival della musica (semi)acustica e dell&#8217;harmony singing, il canto armonico a più voci che &#8211; nel pop e nel rock- è una specialità in cui eccellono da sempre gli americani. Da Portland (dove vive oggi la californiana ventottenne Alela Diane) a Seattle, patria dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/fleetfoxes480x360.jpg" alt="" width="288" height="216" />Al Teatro Smeraldo, ieri sera, è andato in scena un piccolo festival della musica (semi)acustica e dell&#8217;harmony singing, il canto armonico a più voci che &#8211; nel pop e nel rock- è una specialità in cui eccellono da sempre gli americani. Da Portland (dove vive oggi la californiana ventottenne <a href="http://www.rockol.it/artista/Alela-Diane">Alela Diane</a>) a Seattle, patria dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Fleet-Foxes">Fleet Foxes</a>, pare questa una delle rotte preferite dai giovani musicisti del Nord Ovest statunitense che tengono d&#8217;occhio la tradizione.<br />
La Diane, accompagnata dal marito Tom Bevitori e dal papà Tom Menig (con qualche comparsata delle Volpi, il batterista/arrangiatore/cantautore Joshua Tillman, il chitarrista babyface Skyler Skielset e l&#8217;hippy barbuto Christian Wargo) si è presentata in Europa e in Italia in formazione ridotta rispetto all&#8217;incarnazione elettrica da &#8220;full band&#8221; del terzo e più recente album prodotto da Scott Litt (a lungo sodale dei <a href="http://www.rockol.it/artista/R.E.M.">R.E.M.</a>) : il set di nove canzoni, tutto sommato, ci ha guadagnato puntando molto sui delicati ed equilibratissimi intrecci vocali del trio che evocano antiche ballate appalachiane  e Alela ne è uscita fuori bene, come una specie di sintesi tra la <a href="http://www.rockol.it/artista/Gillian-Welch">Gillian Welch</a> di oggi e le <a href="http://www.rockol.it/artista/Michelle-Shocked">Michelle Shocked</a> e <a href="http://www.rockol.it/artista/Natalie-Merchant">Natalie Merchant</a> dei tempi che furono (soprattutto in &#8220;The wind&#8221;, con &#8220;Long way down&#8221; uno dei pezzi migliori di un repertorio che necessita forse di un ulteriore salto di qualità per diventare davvero importante). Decisamente promossa, comunque, e meritevole di essere rivista fuori dalla posizione scomoda di opening act, con le luci accese a intermittenza per permettere ai ritardatari di prendere posto in attesa degli headliner della serata.</p>
<p>Attesissimi, perché in tre anni (era il 15 novembre del 2008 quando si esibirono ai Magazzini Generali di Milano) le aspettative e il passaparola sui Fleet Foxes sono cresciuti a dismisura, complice il sorprendente successo riscosso in Inghilterra prima ancora che in patria e la grande eco che sulla stampa specializzata italiana ha avuto il loro nuovo album &#8220;Helplessness blues&#8221;, gratificato in copertina da tutte le principali testate di settore. Davanti a un pubblico prevalentemente giovane e alternative-trendy, assorto, eccitato, e molto preparato sul repertorio, i sei di Seattle hanno sfoggiato una nuova e solida professionalità amplificata dall&#8217;ottima acustica dello Smeraldo: soprattutto nei celestiali impasti vocali pilotati dal frontman Robin Pecknold, timbro limpidissimo, camicione a quadri d&#8217;ordinanza e pochissime parole in direzione del pubblico (è timidezza, non arroganza).</p>
<p>I suoi compari non sono da meno, jolly intercambiabili capaci di riprodurre correttamente i raffinati arrangiamenti dei dischi passando con disinvoltura da uno strumento all&#8217;altro (soprattutto Morgan Henderson, minuto folletto con barbone e berretto di lana alle prese con violino, chitarra  acustica ed elettrica dodici corde, sax, flauto e contrabbasso a volte suonato con l&#8217;archetto). Mischiando la sequenza dei brani del primo e secondo album più un paio di selezioni dall&#8217;Ep di esordio &#8220;Sun Giant&#8221;, i Foxes sembrano intessere un&#8217;unica suite, un presepe di suoni incantati e luccicanti che evoca gli a cappella gregoriani degli Steeleye Span e proietta su scenari magici ed esoterici (gli stessi che compaiono sullo schermo alle loro spalle: montagne innevate, stelle luminose, simboli e figure geometriche) la vocalità solare dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Beach-Boys">Beach Boys</a> e di <a href="http://www.rockol.it/artista/Graham-Nash">Graham Nash</a> (da solo e con Crosby, Stills &amp; Young) in chiave più umbratile e intimista.</p>
<p>E&#8217; il loro fascino e forse  anche il loro unico limite: sono neo hippie ma non improvvisatori né intrattenitori, e lo si capisce dalla concentrazione e le pause con cui si preparano tra un pezzo e l&#8217;altro. In &#8220;Mykonos&#8221; e &#8220;Lorelai&#8221; evocano paesaggi di fiaba (con sfumature dark, nel secondo caso), in &#8220;English house&#8221; addirittura reminiscenze di pop e doo wop anni Cinquanta mentre &#8220;Battery kinzie&#8221; è un salmo gioioso, &#8220;Bedouin dress&#8221; un folk un po&#8217; gitano e &#8220;White winter hymnal&#8221; esattamente quel che promette il titolo, un inno laico alla stagione invernale che i ragazzi in platea e galleria non si fanno pregare per intonare. Introdotto da un giro di chitarra nello stile del compianto <a href="http://www.rockol.it/artista/Bert-Jansch">Bert Jansch</a>, anche &#8220;Sim sala bim&#8221; si presta al battimani del pubblico, che si entusiasma per la radiosa melodia di &#8220;Your protector&#8221; (<a href="http://www.rockol.it/artista/Simon---Garfunkel">Simon &amp; Garfunkel</a> ne sarebbero andati fieri) e per il sogno ad occhi aperti di &#8220;Montezuma&#8221; (che inizia in trio, solo voci e chitarre) mentre il momento più &#8220;off&#8221; dell&#8217;esibizione (e della produzione discografica) è quella bizzarra coda di &#8220;An argument&#8221; in odor di free, con Henderson apparentemente lanciato all&#8217;inseguimento del fantasma di Archie Shepp.</p>
<p>E&#8217; solo una breve parentesi, prima che il flusso armonico e delicato della loro musica ricominci a scorrere culminando nel finale galoppante di &#8220;Grown ocean&#8221;. In tutte le date europee la scaletta ha seguito un percorso sostanzialmente prestabilito, e dunque è una bella e inattesa sorpresa il primo bis, una cover di &#8220;These days&#8221; (Nico, via <a href="http://www.rockol.it/artista/Jackson-Browne">Jackson Browne</a>) che Pecknold canta in duetto con Alela Diane lasciando a lei il presidio del registro più basso per sfoggiare il suo nitido falsetto. &#8220;Sun it rises&#8221; vede tornare in scena la band al completo per un folk rock marziale e molto psichedelico che spiana la strada a &#8220;Blue ridge mountains&#8221;, una delle più belle e riconoscibili melodie in repertorio mentre, a dispetto del titolo,  &#8220;Helplessness blues&#8221; è un finale &#8220;up&#8221; su note giubilanti accatastate nel finale cacofonico e liberatorio di uno show suadente e suggestivo  con l&#8217;unico difetto di essere forse  troppo ancorato a una partitura. Personalmente voto per più fuori programma alla &#8220;These days&#8221;, sognando di vederli un giorno ancora più liberi, più freak, più intrepidi e avventurosi.</p>
<p>(Alfredo Marziano)<br />
Setlist:<br />
&#8220;The Plains/Bitter dancer&#8221;<br />
&#8220;Mykonos&#8221;<br />
&#8220;English house&#8221;<br />
&#8220;Battery kinzie&#8221;<br />
&#8220;Bedouin dress&#8221;<br />
&#8220;Sim sala bim&#8221;<br />
&#8220;Your protector&#8221;<br />
&#8220;White winter hymnal&#8221;<br />
&#8220;Ragged wood&#8221;<br />
&#8220;Montezuma&#8221;<br />
&#8220;He doesn&#8217;t know why&#8221;<br />
&#8220;Lorelai&#8221;<br />
&#8220;The shrine/An argument&#8221;<br />
&#8220;Blue spotted tail&#8221;<br />
&#8220;Grown ocean&#8221;</p>
<p>Bis:<br />
&#8220;These days&#8221; (Robin Pecknold e Alena Diane)<br />
&#8220;Sun it rises&#8221;<br />
&#8220;Blue ridge mountains&#8221;<br />
&#8220;Helplessness blues&#8221;</p>
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		<title>Live Report: Incubus @ Forum, Assago (Mi) 15/11/11</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 09:48:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di questi tempi uscire da un concerto con il sorriso stampato sulle labbra e arrivare a casa con la stessa espressione, non è un’impresa facile. Stasera di sorrisi smaglianti ed occhi luccicanti ce ne saranno stati davvero parecchi, soprattutto sul volto delle ragazze presenti al live. In questo nebbioso inverno milanese è appena andata in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto43/Incubus.jpg" alt="" width="288" height="216" />Di questi tempi uscire da un concerto con il sorriso stampato sulle labbra e arrivare a casa con la stessa espressione, non è un’impresa facile. Stasera di sorrisi smaglianti ed occhi luccicanti ce ne saranno stati davvero parecchi, soprattutto sul volto delle ragazze presenti al live. In questo nebbioso inverno milanese è appena andata in scena la performance di uno dei gruppi più attesi di questa stagione, gli <a href="http://www.rockol.it/artista/Incubus">Incubus</a>, il cui leader risponde al nome di Brandon Boyd. Forse ora avete capito il perché di cotanta gioia sui volti delle donzelle (e della sottoscritta). Ma Brandon non è solamente un bellissimo uomo, ha anche talento da vendere ed una voce che fa a dir poco venire i brividi. Ma andiamo con ordine. Il live inizia puntualissimo, a stemperare l’attesa ci sono i Fin, band alternative inglese, all’inizio quasi timida poi in notevole rialzo sonoro. Il pubblico, in attesa di Boyd e soci, chiacchiera, mangia un panino o sorseggia una birra tranquillamente, l’ambiente è pieno ma non all’inverosimile. A colpo d’occhio, si nota una forte maggioranza tra la folla di surfisti a riposo invernale e di snowboarder senza tavola, magari “parcheggiata” all’esterno. Camicie a scacchi come se piovesse e un tocco di glam, che non guasta mai. E’ giunta l’ora di vedere i nostri beniamini sul palco: il concerto si apre con “Megalomaniac”, ed è un boato generale. Si nota subito che la band è davvero in forma, i musicisti sono tutti carichi e Brandon doma il palco in maglietta bianca, giacca e jeans neri. Si capisce sin dall’inizio che sarà un live particolare: alle spalle degli Incubus si susseguiranno, nel corso della serata, tantissime video proiezioni artistiche: dalle foto, ai disegni animati, alle grafiche. Un live che rispecchia a pieno la passione per l’arte di Boyd è soci. Anche la copertina dell’ultimo “If not now when” è tratta da una mostra fotografica dell’artista e performer Petit.</p>
<p>Nel live si mescolano bene pezzi nuovi a brani del passato. “Promises promises” e la title track del disco sono le più apprezzate. Il concerto è molto intenso e Brandon si toglie la giacca. L’atmosfera diventa di fuoco alle prime note di “Anna Molly”. Boyd ringrazia mille volte il pubblico: “Grazie Milano”, e fa un inchino. Sono da togliere il fiato le immagini che lo immortalano, in primo piano, in bianco e nero sul mega-schermo alle spalle del gruppo. Incalza potente anche “In the company of wolves”, suonata alla perfezione.  Momento romantico con due pezzi acustici: prima c’è “Defiance”, poi Brandon si siede accanto al chitarrista e intona la splendida “Love Hurts”, in cui passa il microfono al pubblico, che canta tutte le parole. C’è pure “Pardon me”, ed è qui che viene il bello: Brandon rimane a petto nudo, si scatena salta, balla, è davvero entusiasta. Tra le tante proiezioni, gli scratch di Chris Kilmore e la sua abilità ai piatti, nonché il suo braccialetto che riporta il titolo dell’ultima fatica in studio, le rullate di batteria del prode Jose Pasillas e le schitarrate del “ricciolone” Mike Einziger. Scariche di energia per “Dyg”, seguita a breve distanza da una intro/ breve jam session in cui Boyd suona le percussioni, ed inizia subito “Nice to know you”. Una pioggia di “Grazie mille” da Brandon e dalla band, il pubblico è in visibilio, inneggia al cantante ininterrottamente.  Si scivola verso la fine con la celeberrima “Drive”, un coro unico, e con “Wish you were here”. Inchino di rito e sparizione tattica per riprendersi dalla fatica. Brandon non ha sbagliato una nota, ha un’intonazione incredibile e i suoi compagni non sono da meno in quanto a bravura. Gli Incubus tornano sul palco per altri due pezzi: “A certain shade of green” e la soave “Tomorrow&#8217;s food”, accompagnata da un video con un collage di immagini che ripercorrevano le fasi dell’esistenza per varie forme di vita, davvero poetico.</p>
<p>Il concerto è finito davvero. Brandon ringrazia di nuovo, lancia un asciugamano e scompare con gli altri membri della band. Chi si aspettava un concerto “hard” alla Incubus prima maniera, forse è rimasto un po’ deluso. Dalla mia, posso solo dire che la marea di sorrisi e di occhi brillanti c&#8217;era ed   illuminava l’uscita del Forum.</p>
<p>(Rossella Romano)</p>
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		<title>Live Report: Ivano Fossati @ Teatro degli Arcimboldi, Milano, 08/11/11</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 09:27:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Teatro degli Arcimboldi]]></category>

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		<description><![CDATA[Traditore!”. La voce arriva, netta, dalla galleria. Gli Arcimboldi di Milano non sono il Newport Folk Festival e Ivano Fossati non è Dylan, che all’accusa di essere un Giuda del folk, rispose “non ti credo”. Fossati, semplicemente, abozza un sorriso.
L’accusa a Fossati arriva non perché abbia iniziato il concerto con le chitarre elettriche e con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Traditore!”. La voce arriva, netta, dalla galleria. Gli Arcimboldi di Milano non sono il Newport Folk Festival e Ivano Fossati non è Dylan, che all’accusa di essere un Giuda del folk, rispose “non ti credo”. Fossati, semplicemente, abozza un sorriso.</p>
<p>L’accusa a Fossati arriva non perché abbia iniziato il concerto con le chitarre elettriche e con un piglio rock. Ma perché dal Teatro milanese parte il suo ultimo tour, dopo <a href="http://www.rockol.it/news-296490/Videointervista-a-Ivano-Fossati--il-ritiro,-il-nuovo-album--Decadancing-">il recente annuncio di ritiro dalle scene</a>, dato in contemporanea alla pubblicazione del suo (ultimo) album “Decadancing”. Un annuncio che ha generato disperazione tra i fan e gli appassionati  – che sono consci di perdere una delle voci più lucide e poetiche della musica italiana – e feroci critiche da chi lo ha accusato di usare la cosa per scopi promozionali.</p>
<p>A questi ultimi, Fossati aveva un solo modo di rispondere: un concerto poco celebrativo, messo in scena come se fosse un tour “normale”, non un tour d’addio. E quel modo è arrivato, con uno spettacolo teso, intenso, elettrico. Con molti classici in scaletta e molte soprese, e poche, pochissime parole tra un brano e l’altro. “Parlaci!”, gridano dalla platea a metà concerto, forse la stessa persona di prima. Fossati, anche lì, sorride. E tira dritto.</p>
<p>E’ solo l’anteprima del tour: arriva dopo <a href="http://emmebi.blogspot.com/2011_11_01_archive.html#2488521011904985521#2488521011904985521">una data zero in toscana</a> mentre il tour vero e proprio inizierà tra un paio di settimane. Fossati tornerà a Milano in altre due date: a dicembre e a febbraio (la data del 25 sempre agli Arcimboldi è l’ultima fissata del tour – per ora?). Ma c’è l’aria delle grandi occasioni. L’inizio è spiazzante, per chi pensa di essere venuto ad un funerale della musica del cantautore: “Viaggiatori d’occidente” e “Ventilazione”, seguiti da “La decadenza”, con un suono teso, compatto. Una sorpresa solo per chi non ha visto gli ultimi tour, in cui la dimensione elettrica è sempre stata presente.</p>
<p>C’è una scena che spiega questa atmosfera, e arriva nel secondo tempo, quando Fossati presenta la band, e racconta di essersi accorto che il suo palco è diviso in due. Alla destra la sezione ritmica (il figlio Claudio alla batteria, l’ottimo bassista Max Gelsi  – già visto nella band di Elisa) e il fido chitarrista Fabrizio Barale. Cosa suonereste, gli chiede? E loro attaccano “Whole lotta love”. Alla sua sinistra la violoncellista Martina Marchiori, il chitarrista Riccardo Galardini e Pietro Cantarelli (tastiere e direzione musicale). Fa la stessa domanda, e loro attaccano un brano di musica da camera. Poi chiede al pubblico: io dove devo stare, di qua o di là? Il pubblico tentenna, lo spinge a restare al centro. Ma a Fossati scappa un “io preferirei da questa parte”, quella elettrica.</p>
<p>La dimensione rock prende spesso il sopravvento, ma quella più tranquilla c’è, eccome, quando Fossati si siede al piano, magari accompagnato da una chitarra (per una bellissima versione di “Mio fratello che guardi il mondo) o in totale solitudine (per esempio per la sempre devastante “La costruzione di un amore” o per “Settembre”, canzone dell’ultimo disco che ne sembra il seguito ideale, per certi versi). Anche quando canta i grandi classici lo fa senza enfasi, come ne “La musica che gira intorno”, meno urlata del solito nel finale corale. La chiusura è per “Una notte in italia”, quella che con il tempo è diventata la sua canzone simbolo, ancora più di altre. Mancano molti brani famosi all’appello, magari salteranno fuori più avanti nel tour, magari no.</p>
<p>Sta di fatto che il “Decadancing tour”, a partire da questa anteprima, si dimostra come uno dei tour dell’anno e non per il portato emozionale dell’abbandono dalle scene del suo interprete. Semplicemente perché è un’occasione per ascoltare uno dei nostri più grandi interpreti musicali in una forma splendida, senza fronzoli, diretta, lucida, tagliente come una lama. Un concerto per niente consolatorio, come solo la grande musica sa essere.</p>
<p>(Gianni Sibilla)</p>
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		<title>Live Report: Other Lives@Tunnel, Milano 8/11/11</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 11:07:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A volte vedere un concerto è come avere una piccola rivelazione. All&#8217;improvviso, sembra di fiutare un moto nuovo nell&#8217;aria. E realizzare che quella che si ha di fronte è una band diversa dalle altre, che ha qualcosa in più da dire. Ecco, retorica a parte, per chi scrive questo è quello che è successo ieri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2011/11/Other_Lives_Lextington_14.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-884" title="Other_Lives_Lextington_14" src="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2011/11/Other_Lives_Lextington_14.jpg" alt="" width="316" height="209" /></a>A volte vedere un concerto è come avere una piccola rivelazione. All&#8217;improvviso, sembra di fiutare un moto nuovo nell&#8217;aria. E realizzare che quella che si ha di fronte è una band diversa dalle altre, che ha qualcosa in più da dire. Ecco, retorica a parte, per chi scrive questo è quello che è successo ieri sera al Tunnel di Milano di fronte agli <a href="http://www.rockol.it/artista/Other-Lives" target="_blank">Other Lives</a>. <a href="http://www.rockol.it/recensione-4637/Other-Lives-TAMER-ANIMALS" target="_blank">Rockol aveva già scritto di &#8220;Tamer animals&#8221;,</a> un bel disco di folk-pop orchestrale con canzoni solide e toccanti.</p>
<p>Ma dopo aver visto Jesse Tabish e compagni dal vivo questa sensazione è rafforzata: il gruppo di Stillwater ha davvero i numeri per uscire dal sottobosco underground perché la sua musica è complessa e stratificata, a tratti quasi progressiva, ma si muove con armonia e grazia, come un&#8217;onda. E perché ha da proporre delle belle canzoni, un dettaglio che non va mai trascurato.</p>
<p>Lo si capisce appena passate le dieci, quando la band americana fa timidamente la sua comparsa sul palco del Tunnel. Poi attacca &#8220;As I lay my head down&#8221; e in un attimo l&#8217;atmosfera cambia. Poi il concerto prosegue con il tappeto di trombe di &#8220;Dark horse&#8221;, che esalta la voce del frontman Jesse Tabish. Ecco, per quest&#8217;ultimo ci sarebbe da aprire un capitolo a parte: ha un carisma non appariscente ma forte e la sua voce è profonda, senza tempo.</p>
<p>Il set prosegue. &#8220;Landforms&#8221;, con le sua atmosfere da film americano anni &#8216;50, diventa piano piano una piccola suite, mentre Tabish balla come un indio muovendo i tasti del piano. A tratti passa alla chitarra acustica, come per il singolo &#8220;For 12&#8243;: un delicato folk rafforzato dalle fughe sonore della viola di Colby Owens. Un altro colpo al cuore, che fa capire perché i <a href="http://www.rockol.it/artista/Radiohead" target="_blank">Radiohead </a>abbiano voluto gli Other Lives come gruppo spalla per il loro nuovo tour americano. L&#8217;ottima &#8220;Tamer animals&#8221;, con la sua batteria nervosa, sembra invece rubata ai <a href="http://www.rockol.it/artista/National" target="_blank">National</a> di &#8220;Boxer&#8221;.</p>
<p>Il concerto non è basato solo sulle composizioni dell&#8217;ultimo disco: &#8220;E minor&#8221; è tratta dall&#8217;omonimo esordio &#8220;Other Lives&#8221;, un disco pop raffinato e anch&#8217;esso sottovalutato. A chiudere il set regolare arriva poi uno dei pezzi migliori della band: &#8220;Dust bowl III&#8221;, un folk desertico che si apre all&#8217;improvviso nei ritornelli, intenso come una danza della pioggia. Il momento più toccante della serata.</p>
<p>Il pubblico del Tunnel, partito abbastanza timido, si accende piano piano. Più i brani passano, più gli applausi si allungano. Al punto che la band fa due bis: nel primo arriva una splendida versione per piano e voce di &#8220;Black tables&#8221;, dove si sente tutta la venerazione vocale di Jesse Tabish per Thom Yorke. Nel secondo, tra le altre, compare addirittura la cover di &#8220;The partisan&#8221; di Leonard Coen, poco prima dei titoli di coda.</p>
<p>Gli Other Lives sono una band su cui ci sentiamo di scommettere per il futuro. Non conquisteranno le masse, ma la loro proposta artistica è originale, solida e dal forte impatto emotivo. E il frontman Jesse Tabish, timido ed educato fuori dal palco, quando calca la scena acquista un magnetismo invidiabile. La loro musica è ambiziosa, epica. Ma ha sempre un senso di precarietà e di sofferenza che la rendono interessante. Per citare il verso della loro gemma &#8220;Dust bowl III&#8221;, &#8220;Just like the wind blows into the great unknown&#8221;. Proprio come il vento che soffia nel grande ignoto.</p>
<p>(Giovanni Ansaldo)</p>
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		<title>Live Report: Crosby &amp; Nash @ Teatro Smeraldo 30/10/11</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Oct 2011 16:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<category><![CDATA[concerti]]></category>
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		<description><![CDATA[Crosby &#38; Nash son tornati in Italia con due assi nella manica: un paio di voci miracolosamente risparmiate dalle intemperie della vita (quella di Croz, visibilmente dimagrito, appena più sottile e leggera che ai vecchi tempi) e un gran chitarrista che non ti aspetti. Trattasi di quel Shane Fontayne che ai tempi della militanza a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/crosbynash2011.JPG" alt="" width="288" height="216" /><a href="http://www.rockol.it/artista/Crosby---Nash">Crosby &amp; Nash</a> son tornati in Italia con due assi nella manica: un paio di voci miracolosamente risparmiate dalle intemperie della vita (quella di Croz, visibilmente dimagrito, appena più sottile e leggera che ai vecchi tempi) e un gran chitarrista che non ti aspetti. Trattasi di quel Shane Fontayne che ai tempi della militanza a fianco di <a href="http://www.rockol.it/artista/Bruce-Springsteen">Bruce Springsteen</a>, nel tour senza E Street Band del 1992-93, aveva attirato più critiche che lodi, e che ora (a 57 anni, non più un ragazzino neanche lui) si dimostra all&#8217;altezza di stilisti come Jeff Pevar e Dean Parks, gli assi della sei corde che prima di lui si sono cimentati con il repertorio glorioso di C&amp;N, <a href="http://www.rockol.it/artista/Crosby-Stills---Nash">CSN</a> e CSN&amp;Y. Il suo tiro e le sue pose da rocker, ieri sera allo Smeraldo di Milano, hanno ridato vento alle vecchie bandiere freak di Crosby, &#8220;Long time gone&#8221;, &#8220;Almost cut my hair&#8221; e una clamorosa &#8220;Wooden ships&#8221;, rievocando in modo più che convincente il raga rock e i riff coltraniani dell&#8217;inno Byrdsiano &#8220;Eight miles high&#8221; anche senza l&#8217;ausilio delle classiche Rickenbacker dodici corde. Non solo: Fontayne, rivelatosi a sorpresa chitarrista di ottimo tocco, ha estratto il meglio anche dagli intricati cerchi concentrici di &#8220;Déjà vu&#8221;, pretesto per una lunga, jazzata e liquida jam con spazi solistici per tutti i musicisti, e dai pigri timbri slide di &#8220;Marrakesh express&#8221; e di &#8220;Laughing&#8221;, la perla del concerto che il vecchio David ha ricordato scherzando di aver scritto &#8220;forse quando avevo cinque anni&#8221;, e di avere poi accantonato per anni nell&#8217;attesa della formazione giusta con cui riproporla. Eccola: nella nuova line up, accanto al figlio ritrovato James Raymond nel ruolo di direttore d&#8217;orchestra e all&#8217;affidabile batterista Steve DiStanislao, si segnala  un&#8217;altra new entry, il bassista Kevin McCormick, basco, occhiali, pizzetto e tonnellate di mestiere strappati a <a href="http://www.rockol.it/artista/Jackson-Browne">Jackson Browne</a>. La scomoda verità è che, senza la zavorra di uno <a href="http://www.rockol.it/artista/Stephen-Stills">Stephen Stills</a> apparso decisamente fuori forma nel tour del&#8217;anno scorso, C&amp;N ci guadagnano. Rifulgono come sempre nell&#8217;harmony singing (alla fine di &#8220;Wind on the water&#8221; si danno il cinque, ed è una delizia ascoltare con che finezza &#8211; coadiuvati ancora da Fontayne, ottima voce e chitarra acustica &#8211; intessono la melodia beatlesiana di &#8220;Blackbird&#8221;), confessano con disarmante semplicità di amare ancora suonare (Nash, prima di intonare &#8220;Just a song before I go&#8221;), e a settant&#8217;anni non hanno ancora abbandonano l&#8217;impegno eco-sociale: plaudono all&#8217;Italia che ha detto no al nucleare (per introdurre &#8220;Don&#8217;t dig here&#8221;), attaccano la General Electric e l&#8217;avidità delle multinazionali prima della rabbiosa &#8220;They want it all&#8221; (ancora Fontayne in primo piano), rendono merito al movimento Occupy Wall Street e recuperano  &#8220;What are their names&#8221; (brevissima e a cappella, come nel tour precedente) per denunciare lo stato della nazione e l&#8217;irresponsabilità della classe politica. Le canzoni nuove portano la firma di Raymond (&#8220;è dura avere in famiglia uno più bello di te, che ti surclassa come musicista e a volte scrive canzoni più belle delle tue&#8221;, scherza il compiaciuto papà) e di Croz, il &#8220;tipo strano&#8221; della premiata coppia che confessa di essere nervoso temendo di non ricordare le parole della sua inedita, e subito riconoscibilissima, &#8220;Slice of time&#8221;, e che omaggia uno dei suoi autori preferiti, Marc Cohn, con una sentita versione di &#8220;Old soldier&#8221; (Nash all&#8217;armonica, prima di far cantare il pubblico con la filastrocca pop di &#8220;Our house&#8221;). C&#8217;è spazio anche per una bella medley tra &#8220;Orleans&#8221; (un altro estratto dal crosbyano &#8220;If I could only remember my name&#8221;, un disco da isola deserta per molti over 50 in platea) e &#8220;Cathedral&#8221;, una delle cose più visionarie che Nash  abbia mai prodotto, mentre la sua &#8220;Military madness&#8221; è un monito pacifista valido per tutte le stagioni. Crosby è l&#8217;incantatore di serpenti che irretisce i palati fini, l&#8217;inglese Graham  l&#8217;artigiano delle melodie singalong che tutti ricordano. Non c&#8217;è &#8220;Chicago&#8221;, stasera, ma non può mancare il bis di  &#8220;Teach your children&#8221; cantata a gola spiegata e a luci accese dal partecipe pubblico composto in gran parte da nostalgici buongustai.  Che spettacolo. Sarà anche grandad rock, rock da nonnetti. Ma, please, datecene ancora.<br />
(Alfredo Marziano)</p>
<p>1° Set:<br />
&#8220;Eight miles high&#8221;<br />
&#8220;Wasted on the way&#8221;<br />
&#8220;Long time gone&#8221;<br />
&#8220;Marrakesh express&#8221;<br />
&#8220;Lay me down&#8221;<br />
&#8220;Old soldier&#8221;<br />
&#8220;Just one songe before I go&#8221;<br />
&#8220;Slice of time&#8221;<br />
&#8220;Don&#8217;t dig here&#8221;<br />
&#8220;Critical mass&#8221;/&#8221;Wind on the water&#8221;<br />
&#8220;Almost cut my hair&#8221;<br />
&#8220;Déjà vu&#8221;</p>
<p>2° set<br />
&#8220;Simple man&#8221;<br />
&#8220;Guinnevere&#8221;<br />
&#8220;Our house&#8221;<br />
&#8220;Laughing&#8221;<br />
&#8220;What are they names&#8221;<br />
&#8220;They want it all&#8221;<br />
&#8220;Broken bird&#8221;<br />
&#8220;Blackbird&#8221;<br />
&#8220;In my dreams&#8221;<br />
&#8220;Orleans&#8221;/&#8221;Cathedral&#8221;<br />
&#8220;Military madness&#8221;<br />
&#8220;Wooden ships&#8221;<br />
Bis:<br />
&#8220;Teach your children&#8221;</p>
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		<title>Live Report: Kooks @ Alcatraz, Milano 27/10/11</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 08:59:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Stasera, a Milano, si respirava una leggera brezza proveniente dalla costa inglese, che da Brighton è giunta sino all’Alcatraz. Questo piacevole venticello, che man mano incalza sino a diventare un uragano, si chiama Kooks. Sold out per la band capitanata da Luke Pritchard, giovane indie di belle speranze, che ha dato il meglio di sé [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Kooks.jpg" alt="" width="288" height="216" />Stasera, a Milano, si respirava una leggera brezza proveniente dalla costa inglese, che da Brighton è giunta sino all’Alcatraz. Questo piacevole venticello, che man mano incalza sino a diventare un uragano, si chiama <a href="http://www.rockol.it/artista/Kooks">Kooks</a>. Sold out per la band capitanata da Luke Pritchard, giovane indie di belle speranze, che ha dato il meglio di sé sul palco meneghino. Tantissimi i fan, di un’età compresa tra i 18-20 (parecchi) e i 40 ed oltre, acconciati alla Pritchard maniera: maglietta bianca o a righe, cardigan o giacchetta slim, pantalone con risvolto e scarpa stringata. Questo per lui. Per lei, invece, vestitino o t-shirt abbinata a calzoncini/gonnellina, calza scura, stivaletto o parigina con tacco basso. Tra il pubblico, spunta anche Benedetta Mazzini, figlia di <a href="http://www.rockol.it/artista/Mina">Mina</a> e nota rocker e attrice. L’atmosfera è già bella calda e Luke e soci salgono sul palco intonando “Is it me?”. Cominciano le danze.</p>
<p>Una pedana rialzata, montata a bordo palco, permette al leader dei Kooks di farsi vedere da tutti, persino da quelli che il concerto se lo vogliono gustare in fondo, fuori dalla ressa. Arriva subito la cantatissima “Always where I need to be” e il pubblico è già in delirio. Al termine del brano Luke testa il suo italiano “Grazie, grazie”, e per ora non aggiunge altro. Arrivano veloci “Sofa song” e “Match box”, tutti saltano e si dimenano, band compresa. “State bene? Noi stiamo benone. E’ bellissimo essere qui con voi”, urla Luke in un inglese strettissimo. “Questa che stiamo per suonare fa parte del nostro nuovo disco, ‘Junk of the heart”, e il gruppo attacca “Rosie”. E’ un intonato vero Pritchard e il resto dei musicisti non è da meno in quanto a bravura. Incalza “She moves in her own way”, pezzo tra i più cantati, al termine del quale il frontman ride in segno di assenso e di felicità, poi ci riprova con la nostra lingua “Grazie, grazie, non parlo italiano, grazie”, cavandosela egregiamente. Si continua a danzare su “Killing me, “Eskimo kiss” e “You don&#8217;t love me”. Brevissima pausa, Luke imbraccia la chitarra acustica e sale sulla parte rialzata del palco: “Ora vi vedo tutti”, esclama e saluta con la mano. Da solo intona “Seaside” e “Tick of time”, momento molto romantico del live. Si scivola veloci verso la fine, ancora qualche brano come “How&#8217;d you like that “ e “Mr Nice Guy”  fino a giungere ad uno dei primi episodi dei Kooks, “Ooh la”: “Questa canzone è tra le prime che abbiamo scritto” dice il cantante. Asciugandosi un po’ il sudore, Pritchard esclama “Mi servirebbe la fascetta ma non ce l’ho”. Per chi non lo sapesse, la fascetta a cui l’artista fa riferimento è quel cordino elastico portato per “domare” le proprie capigliature dai ragazzi filo hipster, gli <a href="http://www.rockol.it/artista/MGMT">MGMT</a> possono essere un esempio ben rappresentativo. La fine del live sembra essere decretata da “Shine on” e da “Do you wanna”, ma Luke e soci, dopo essersi fatti un pochino acclamare tornano sul palco. Un sorso di birra e il gruppo attacca “Saboteur” e la title track dell’ultimo lavoro, “Junk of the heart”.  La conclusione del live è tutta per “Naive”, che ha portato i Kooks nell’olimpo musicale, cantata da tutti i presenti. Un ragazzo, mentre usciamo dal locale esclama :”Mi è piaciuto da Dio”. Non si può trovare alcuna espressione migliore di questa.</p>
<p>(Rossella Romano)</p>
<p>Setlist:</p>
<p>1.Is it me?</p>
<p>2.Always where I need to be</p>
<p>3.Sofa song</p>
<p>4.Matchbox</p>
<p>5.Rosie</p>
<p>6.She moves in her own way</p>
<p>7.Killing me</p>
<p>8.Eskimo kiss</p>
<p>9.You don&#8217;t love me</p>
<p>10.Seaside</p>
<p>11.Tick of time</p>
<p>12.See the sun</p>
<p>13.How&#8217;d you like that</p>
<p>14.Mr Nice guy</p>
<p>15.Ooh la</p>
<p>16.Shine on</p>
<p>17.Do you wanna</p>
<p>18.Saboteur</p>
<p>19.Junk of the heart</p>
<p>20.Naive</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Live Report: Blueneck @ Lovelite, Berlino 12/10/11</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 13:11:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<category><![CDATA[repetitions]]></category>

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I Blueneck trovati a Berlino sono in tour da pochi giorni, reduci da una data a Parigi e da dodici ore di viaggio in furgone dalla capitale francese a quella tedesca. Raggiungo Duncan Attwood e Rich Sadler, voce e chitarra della band, al banchetto del merchandising e li trovo comprensibilmente in cerca di un attimo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/blueneck.jpg" alt="" width="288" height="216" /></p>
<p>I <a href="http://www.rockol.it/artista/Blueneck">Blueneck</a> trovati a Berlino sono in tour da pochi giorni, reduci da una data a Parigi e da dodici ore di viaggio in furgone dalla capitale francese a quella tedesca. Raggiungo Duncan Attwood e Rich Sadler, voce e chitarra della band, al banchetto del merchandising e li trovo comprensibilmente in cerca di un attimo di relax, intenti a farsi un paio di birre per riprendersi dalla lunga traversata. Contro ogni previsione sono di ottimo umore, felici di poter fare due chiacchiere nel pre concerto. Faccio il mio esordio acquistando l’intero catalogo della band post rock di Bristol (tre album compreso il nuovissimo e ottimo “Repetitions”) per la modica cifra di venti euro, prima di iniziare a parlare del nuovo lavoro del quintetto inglese. “In realtà quando abbiamo scritto i primi pezzi, il progetto era di pubblicare solamente un ep per dare un seguito a “The fallen host”, album uscito verso la fine del 2009. Poi il materiale ha iniziato a essere sempre più consistente e a prendere una direzione nuova. Alla fine ci siamo ritrovati tra le mani un album completo e ci è sembrato ovvio pubblicarlo così com’è venuto”. Un album più malinconico del precedente, meno aggressivo. “Ogni volta che scriviamo dei pezzi nuovi, contano molto i sentimenti che proviamo nel momento che stiamo vivendo. “The fallen host” è un album istintivo, pieno di rabbia, la stessa copertina ha un qualcosa di demoniaco, quasi inquietante. “Repetitions” invece è una riflessione sul dolore, sul ripetere coscientemente certi errori a tal punto dal diventarne quasi dipendenti. È un disco molto triste. Per me (Dunkan) è come una droga, come essere sotto morfina dopo che ti sei rotto un braccio: senti il dolore, sai di avere un osso rotto, ma contemporaneamente provi quasi piacere. Tendenzialmente è così che nascono i nostri album. Di base siamo una band post rock ma il prossimo disco potrebbe essere super pop oppure la cosa più pesante che abbiamo mai fatto, chi lo sa. In questo periodo stiamo ascoltando molto Bon Iver e l’ultimo dei Low (giusto per staccare un po’) e cavolo, quelli si che sanno scrivere canzoni”. Per una band post rock è meglio lavorare in studio o suonare dal vivo? “Quando ci troviamo a lavorare a qualcosa di nuovo, di solito pensiamo solo a quello e non a come questo potrà suonare di fronte ad un pubblico. È un processo molto intimo e personale, i pezzi li scrive Dunk ma è tutta la band che poi lavora agli arrangiamenti e ognuno ci mette del suo. Quando arriva poi il momento di andare in tour ogni serata è differente, e tutto dipende da dove sei e come ci sei arrivato. E’ tutta una questione d’interpretazione, cambia di volta in volta. C’è capitato di andare a suonare in Polonia e Ucraina e passando con il furgone in autostrada vedi questi paesaggi immensi e desolati che ti mettono addosso una tristezza incredibile. Ci siamo detti: ecco perché la gente da quelle parti apprezza molto la nostra musica, perché la vive da vicino”. Vi apprezzano così tanto che, da quello che so, avete deciso di imbarcarvi in un viaggio interminabile pur di suonare a Kiev. “Abbiamo avuto qualche problema con chi ci affitta il furgone per il tour, più che altro problemi con l’assicurazione. L’unica soluzione era optare per quindici ore di treno per raggiungere Kiev affittando la strumentazione una volta arrivati. Sarà dura, ma contiamo di farcela e suonare per chi vorrà sentirci”. E in Italia? “La verità è che un sacco di gente continua a dirci che dovremmo venire a suonare in Italia, ce lo ripetono in continuazione. Speriamo di poterlo fare l’anno prossimo, magari a Milano, sempre che ce ne sia la possibilità”. Possibilità in senso economico? “I tour come questo non sono fatti per fare soldi. A dirla tutta è già un successo se torni senza averci rimesso qualcosa, quindi cerchiamo di prenderla come se fosse una vacanza: domani saremo a Dresda e poi a Lipsia, una città che adoriamo e dove abbiamo un sacco di amici. Poi a Varsavia, Kiev, Praga… Il bello dell’essere in tour è poter viaggiare, vedere un sacco di posti e conoscere bella gente con cui stringere contatti. E’ questo ciò che conta, ed è quello che alla fine ti porti a casa”. Circondati da magliette, stampe, vinili e cd, la chiacchierata finisce con i cinque presi ad abbozzare la scaletta per il set berlinese: un’ora e dieci di post rock da manuale, molto melodico e zeppo di crescendo, stacchi ed esplosioni improvvise. Nove i pezzi in totale, su tutti le meravigliose “Lilitu”, “UB2” e la doppietta conclusiva “Epiphany” / “Revelations”, accompagnati da poche parole giusto per ringraziare la non troppo nutrita, ma ben predisposta, platea tedesca. Poco prima di mezzanotte il Lovelite chiude i battenti, il concerto finisce ma ci si può fermare a tirare le somme sorseggiando un’ultima birra in compagnia di Attwood e soci. I Blueneck sono una band meritevole di palchi ben più consistenti di quello del pur gradevole club tedesco. Una band con tre album a dir poco interessanti all’attivo e pezzi in grado di catturare l’attenzione anche di chi non fa del post rock il suo genere di riferimento. Dal vivo hanno saputo confermare tutto il confermabile, abbastanza da augurarci di non dover aspettare troppo prima di vederli all’opera dalle nostre parti. Per ora “accontentiamoci” di una bella serata di ottima musica passata in compagnia di persone assolutamente deliziose.</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
<p>SETLIST</p>
<p>“Hank”</p>
<p>“Oig”</p>
<p>“Low”</p>
<p>“Sheila”</p>
<p>“Lilitu”</p>
<p>“Venger”</p>
<p>“UB2”</p>
<p>“Epiphany”</p>
<p>“Revelations”</p>
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		<title>Live Report: Modà @ Forum, Assago (Mi) 03/10/11</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 06:03:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<category><![CDATA[assago]]></category>
		<category><![CDATA[concerti]]></category>
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		<description><![CDATA[ Non si capisce se la tensione sul volto di Kekko sia perché da lì a poco salirà  sul palco di un Forum di Assago tutto esaurito, o perché ancora non ci crede e  non sa che cosa sta per accadergli. Forse non c&#8217;entra la tensione, forse starà  leggendo queste parole e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/moda_2011.jpg" alt="" width="288" height="216" /> Non si capisce se la tensione sul volto di Kekko sia perché da lì a poco salirà  sul palco di un Forum di Assago tutto esaurito, o perché ancora non ci crede e  non sa che cosa sta per accadergli. Forse non c&#8217;entra la tensione, forse starà  leggendo queste parole e dirà &#8220;Ma chi, io?&#8221;, forse è solo così, serio di suo,  concentrato, tutto qui.<br />
Di fatto c&#8217;è che lunedì sera a Milano i <a href="http://www.rockol.it/artista/Mod%C3%A0">Modà</a> hanno  cantato e suonato davanti a undici mila e passa persone completamente in delirio  per loro. Davanti, come di regola, le ragazzine con mille cose da lanciare sul  palco ai loro beniamini; dietro, coppie giovani e meno giovani, famiglie con  papà che tenevano sulle spalle le figlie di sette anni, signore non proprio di  primo pelo, e una miriade di ragazzi sui trenta-trentacinque anni. Qualcuno dice  che il pubblico dei Modà non è abituato ad andare ai concerti, come se per  andare a sentire musica dal vivo aspettasse solo una data del gruppo milanese.  Sta di fatto che tra i fan ce ne è di ogni tipo, e alcune persone che ho  attraversato con lo sguardo lunedì sera potevano essere al concerto dei Modà  come a un concerto dei Subsonica o dei Muse. Giuro.<br />
Tant&#8217;è. Il concerto  comincia, la band sa come ammaliare i fan e sui cinque mega schermi montati  sullo sfondo appare un video con Kekko e compagnia bella che camminano, uno  accanto all&#8217;altro. Una presentazione con colpi di pistola, fotografia e musiche  westerniane e atmosfere in stlile &#8220;Il buono, il brutto, il cattivo&#8221;. Quando  tocca alla faccia di Kekko prendere il primo piano degli schermi, con il  sottotitolo di &#8220;The voice&#8221;, il Forum esplode letteralmente e la band sale sul  palco. Il concerto parte con &#8220;Vittima&#8221; tratto dall&#8217;ultimo album di inediti &#8220;Viva  i Romantici&#8221;, seguita da &#8220;Meschina&#8221;, presa da &#8220;Sala d&#8217;attesa&#8221; del 2008: la voce  di Kekko c&#8217;è eccome, ma i suoni inizialmente sono un po&#8217; troppo alti per  permettere un&#8217;esecuzione pulita dei brani. Il cantante si gode fin da subito i  suoi fan, correndo in avanti a braccia aperte come per prendersi tutti quegli  undici mila presenti. &#8220;Ti amo veramente&#8221; spiazza tutti e dimostra la sua potenza  da brano pop melodico, mentre su &#8220;Come un pittore&#8221; il pubblico non si perde una  parola e quasi canta sopra la voce del cantante. Si ha come l&#8217;impressione che la  gente non sia lì tanto per le le canzoni che cantano e che i Modà hanno scritto,  quanto perché quelle canzoni e quelle parole vengono pronunciate da  Kekko.<br />
&#8220;Ciao Milanooooooo&#8221;, urla il leader della band, &#8220;Non sapete da quanto  tempo volevo dirlo&#8221;, dice, quasi commosso, intervallando ogni singola parola da  un respiro profondo.<br />
Come un treno arrivano le canzoni successive, &#8220;Urlo e  non mi senti&#8221; portata al successo da Alessandra Amoroso (&#8220;L&#8217;ho scritta per  un&#8217;altra cantante, ma ci piace così tanto che vogliamo cantarla anche noi&#8221;),  &#8220;Malinconico a metà&#8221; e &#8220;Nuvole di rock&#8221;, uno dei primi successi della band:  &#8220;Volevo dirvi di continuare a credere nei vostri sogni, qualunque essi siano&#8221;,  dice Kekko inginocchiandosi in solitaria tra una decina di peluche.<br />
Il live è  ancora lungo, e tra brani che fanno saltare tutti come &#8220;La notte&#8221;, e altri che  fanno cantare come &#8220;Tutto e niente&#8221;, c&#8217;è spazio anche per un momento di  raccoglimento durante il quale Kekko dedica il brano inedito &#8220;Anche stasera&#8221; ad  un amico scomparso di recente (con tanto di fotografie giganti del ragazzo  apparse sui cinque schermi dietro la band: che nessuno me ne voglia, non è mia  intenzione mancare di rispetto a nessuno, ma ho trovato personalmente eccessivo  la proiezione delle fotografie dell&#8217;amico morto, fotografie che, ovviamente,  hanno fatto commuovere tutto il pubblico).<br />
Il madley rock incendia la folla,  specie su brani più datati come &#8220;Uomo diverso&#8221;, mentre &#8220;Salvami&#8221;, nuovo singolo  estratto da &#8220;Viva i Romantici&#8221;, fa cantare tutto il pubblico insieme ad  &#8220;Arriverà&#8221;, canzone arrivata seconda al Festival di Sanremo dove i Modà si sono  presentati accompagnati da Emma Marrone (accoppiata perfetta come il brano,  potente e melodico al punto giusto). Su &#8220;Tappeto di fragole&#8221; Kekko prende per  mano una bellissima ragazza dal pubblico e la fa sdraiare accanto a lui, la  testa appoggiata ad un cuscino, con il cameraman che li riprende dall&#8217;altro e  proietta le immagini sui maxi schermi: la ragazza, visibilmente incredula,  inebetita ed emozionata, fa mangiare unghie, mani e gomiti a la maggior parte  delle teen ager (ma non solo, credetemi) presenti in sala.<br />
C&#8217;è ancora il  tempo per qualche canzone tratta da &#8220;Viva i Romantici&#8221; e dall&#8217;album &#8220;Quello che  non ti ho detto&#8221; del 2006 (suggestiva &#8220;Mia&#8221;, fatta prima di abbandonare il  palco: la prima volta che la sentii risale a dieci anni fa, in macchia, per via  di un conoscente che aveva la musicassetta di questo suo amico, tale Kekko…) e  un ultimo madley, questa volta acustico.<br />
La band torna sul palco del Forum  per due ultime canzoni: &#8220;La notte&#8221; (già eseguita a metà concerto) e il brano che  dà il titolo al loro ultimo disco, &#8220;Viva i Romantici&#8221;. I Modà salutano il loro  il pubblico e tornano dietro le quinte.<br />
Si possono dire soddisfatti i cinque  ragazzi che lunedì hanno affrontato il palazzetto di Assago: l&#8217;esecuzione dei  brani, tra assoli di chitarra riservati prima a Diego Arrigoni poi ad Enrico  Zapparoli, è ben riuscita e la voce di Kekko, che a tratti, rosso in volto,  sembrava al punto di scoppiare, a retto bene note alte e cambi di  tonalità.<br />
Non so ancora, sinceramente, cosa pensare dei Modà: Kekko sembra  dare l&#8217;impressione di crederci veramente tanto, e dopo anni di gavetta, cinque  album pubblicati e repentini cambi di casa discografica (New Music, Carosello…)  sembra aver trovato quasi la serenità artistica per poter fare bene e sembra  totalmente intenzionato a non fare passi falsi. Staremo a vedere come reggerà la  giostra della musica, che prima sale, poi scende, poi risale e così via…</p>
<p>(Daniela Calvi)</p>
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		<title>Live Report: Verdena @ Comet Club, Berlino 29/09/11</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 14:20:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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Il Comet è un club dieci metri per quindici, o giù di li. Intimo, berlinese, tinto completamente di nero. Ci suonano i Verdena, e fa un po’ impressione vederli così “raccolti” sul palco dopo i trionfi di “Wow” nel nostro paese. Sembra di essere tornati indietro di almeno quattro dischi (perché il tempo, si sa, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Verdena.jpg" alt="" width="288" height="216" /></p>
<p>Il Comet è un club dieci metri per quindici, o giù di li. Intimo, berlinese, tinto completamente di nero. Ci suonano i <a href="http://www.rockol.it/artista/Verdena">Verdena</a>, e fa un po’ impressione vederli così “raccolti” sul palco dopo i trionfi di “Wow” nel nostro paese. Sembra di essere tornati indietro di almeno quattro dischi (perché il tempo, si sa, si misura in musica), quando le location dove suonare erano quello che erano, e i Verdena ancora in tre. Al Comet la formazione ovviamente è quella più recente, con Luca, Alberto e Roberta affiancati oramai in pianta stabile dal fido Omid. I Quattro salgono sul palco alle nove precise, in tipico stile tedesco. Qui i concerti iniziano puntuali e finiscono relativamente presto, giusto per permettere a chi il giorno dopo lavora di non perdersi una data, e a tutti gli altri di aprire la serata con un po’ di musica. Ci sono tanti italiani in platea, qualche tedesco e un paio di curiosi passati a buttare un orecchio, fa caldo e l’unico rimedio ad una temperatura destinata inevitabilmente a salire è trovare teutonicamente conforto in qualche birra. Luca è il primo a sistemarsi on stage per un ultimo ritocco alle pelli, seguito da Roberta, Omid e da un Alberto particolarmente allegro. Il set inizia con la doppietta “Sorriso in spiaggia pt.1 e 2”, la sempre ottima “Miglioramento” e “Rossella roll over”. I Verdena sono in serata: sound pieno e compatto, zero menate tecniche, nessuna interruzione di sorta tra un pezzo e un altro. Una bellezza. Evidentemente la Germania fa bene ai bergamaschi, talmente bene che la “Starless” sentita a Berlino entra direttamente nella top 5 dei pezzi live visti quest’anno. Intensa, carica, pesante, degna dei migliori <a href="http://www.rockol.it/artista/Motorpsycho">Motorpsycho</a>: “… e sarò così falso / io sarò così solo per te / è giusto che sia immorale il male che vorrei per te”. Una botta che scuote la Germania intera, picco assoluto di un concerto che da qui in poi si manterrà costante in quanto ad intensità. Diciannove in totale i pezzi in scaletta, su tutti “Lui gareggia”, “Scegli me”, la parentesi acustica “Angie” (Alberto: “Com’è che fa questa?”) e “Razzi, arpia, inferno e fiamme”, “Don Callisto” e una tiratissima “Loniterp” in chiusura di set. Al rientro, acclamatissimo, Luca si accomoda per un breve drum solo che lancia la volata finale “Lei disse” / “Il Gulliver”, due pezzi che chiudono la serata in crescendo dopo un’ora e quaranta di musica. Mesi e mesi di tour hanno reso i Verdena una macchina live perfettamente rodata, in grado di girare a mille: Alberto indiscusso fenomeno carismatico, Roberta impeccabile e particolarmente presa, Luca strepitoso come ormai d’abitudine e Omid “semplicemente” necessario. Poi vederli così, per pochi intimi in terra straniera, ha avuto il suo peso. Peso per una band che in questo mini tour europeo sta ritrovando una dimensione che da troppo tempo (e sul palco si è visto palesemente) le mancava. Peso per noi che per questo motivo abbiamo potuto godere dei migliori Verdena possibili, e che per una volta, senza vergogna, abbiamo provato davvero più gusto nell’essere italiani.</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
<p>SETLIST</p>
<p>“Sorriso in spiaggia pt.1 e 2”</p>
<p>“Miglioramento”</p>
<p>“Rossella roll over”</p>
<p>“Starless”</p>
<p>“Il caos strisciante”</p>
<p>“Badea Blues”</p>
<p>“Nuova luce”</p>
<p>“Lui gareggia”</p>
<p>“Caños”</p>
<p>“Castelli per aria”</p>
<p>“Angie”</p>
<p>“Razzi, arpia, inferno e fiamme”</p>
<p>“Scegli me”</p>
<p>“E’ solo lunedì”</p>
<p>“Don Callisto”</p>
<p>“Loniterp”</p>
<p>“Lei disse (un mondo del tutto differente)”</p>
<p>“Il Gulliver”</p>
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		<title>Live Report: J-Ax @ Alcatraz, Milano 29/09/11</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 09:48:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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C&#8217;era una volta un ragazzo di Cologno Monzese che sognava di fare musica e spaccare tutto. Insieme all&#8217;amico Vito, in arte DJ Jad, fonda, nei primi anni novanta, un duo rap, gli Articolo 31, il resto è leggenda. Sono passati anni da quando J-Ax intonava note d&#8217;amore alla sua &#8220;Maria bella&#8221;, ma il tempo sembra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/jax_2011.jpg" alt="" width="288" height="216" /></p>
<p>C&#8217;era una volta un ragazzo di Cologno Monzese che sognava di fare musica e spaccare tutto. Insieme all&#8217;amico Vito, in arte DJ Jad, fonda, nei primi anni novanta, un duo rap, gli <a href="http://www.rockol.it/artista/Articolo-31">Articolo 31</a>, il resto è leggenda. Sono passati anni da quando J-Ax intonava note d&#8217;amore alla sua &#8220;Maria bella&#8221;, ma il tempo sembra essersi fermato. Oggi Ax ha la stessa energia, lo stesso carisma e la stessa &#8220;aria cazzuta&#8221; degli esordi. Stasera, con il suo &#8220;rap&#8217;n'roll&#8221;, Alessandro ha letteralmente infiammato l&#8217;Alcatraz. Ad aprire le danze è stato chiamato <a href="http://www.rockol.it/artista/Grido">Grido</a>, il fratellino, che da qualche tempo cammina da solo, senza i suoi <a href="http://www.rockol.it/artista/Gemelli-Diversi">Gemelli Diversi</a>: canta qualche pezzo tratto dal suo disco d&#8217;esordio solista, &#8220;Io grido&#8221;, e ringrazia Ax per aver creduto in lui. La folla scalpita, sembra già cotta a puntino. Si spengono le luci e parte un cortometraggio in cui un padre cattivo getta nella spazzatura il disco di<a href="http://www.rockol.it/artista/J-Ax"> J-Ax</a> al figlio, ignaro del delirio che si scatenerà sul palco a breve. Lo stage si trasforma in un ring, passa qualche minuto e compaiono l&#8217;immancabile Space One e Guido Style, alla chitarra. Lo speaker annuncia l&#8217;ingresso del re, del campione: J-Ax entra saltando, accolto da un boato. L&#8217;atmosfera si scalda subito con &#8220;Ancora in piedi&#8221;, seguita da &#8220;Recidivo&#8221; e &#8220;Rapnroll&#8221;, pezzi cantati con Jake la Furia e Guè Pequeno, due dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Club-Dogo">Club Dogo</a>, tra le molte sorprese della serata. I brani sono eseguiti alla perfezione, tantissima carica e molto coinvolgimento del pubblico, che è già in estasi. Ottimi i due DJ ed il batterista, che suonano letteralmente sulla testa di Ax. Si merita una menzione d&#8217;onore anche il visual artist che ha realizzato le splendide animazioni dello schermo sul palco. Un gradito regalo per i nostalgici degli Articolo sono &#8220;Spirale ovale&#8221; e &#8220;Domani smetto&#8221;, cantate a squarciagola da tutti i presenti, nessuno escluso. Sale l&#8217;adrenalina della data di apertura del tour di J-Ax con &#8220;Domenica da coma&#8221;, seguita a ruota da &#8220;I love paranoia&#8221; e &#8220;Tutta scena&#8221;. Il rap&#8217;n'roller non sbaglia un colpo, è davvero contento di essere tornato dal vivo con il suo nuovo lavoro, è gasato tanto quanto il pubblico, forse anche di più. Tutto scorre alla perfezione finchè arriva &#8220;Na bomba&#8221;, bella carica. E&#8217; una notte da ricordare, d&#8217;altra parte &#8220;La notte vale tutto&#8221;: i ragazzi del pubblico sanno tutte le canzoni a memoria, e non sono solo giovanissimi, come sottolinea lo stesso Ax (e noi lo confermiamo, dato che, alle nostre spalle, c&#8217;era un gruppo di signore: potevano essere, presumibilmente, le zie dei fratelli Aleotti). La ciliegina sulla torta è &#8220;Più stile&#8221;, cantata in duetto con Guido, che fa impazzire letteralmente tutti, e anticipa &#8220;Farlo con te&#8221;, il &#8220;cosa&#8221; ve lo lasciamo ben immaginare. E&#8217; da più di un&#8217;ora che l&#8217;ex Articolo 31 non smette di cantare, inneggiare e &#8220;tirare in mezzo&#8221; il pubblico aizzandolo. E&#8217; il momento di un po&#8217; di sana polemica: &#8220;Secondo la maggior parte della gente, voi dovreste essere tutti bimbi minchia e io un cattivo maestro&#8230; Qui se non stai attento da un giorno con l&#8217;altro diventi un mostro!&#8221; e lo dice mentre sul palco salgono Don Joe &amp; Shalbo (altri della &#8220;Dogo gang&#8221; ). Insieme attaccano con &#8220;Il mostro sei tu&#8221;. Ma la &#8220;vecchia scuola&#8221; rimane la migliore, questo Ax lo precisa e fa un passo indietro con &#8220;Aumentaci le dosi&#8221;, a quando il rap&#8217;n roll era un concetto ancora da definirsi, a quando il rap puro della Spaghetti Funk ancora si faceva sentire. E il rap, lui, lo sa fare e, la gente, da lui, ancora lo vuole sentire. Immancabile il &#8220;terzetto&#8221; di canzoni romantiche: &#8220;Sei sicura&#8221; (accompagnato alla chitarra acustica dal produttore Franco Godi), &#8220;Non è un film&#8221;, &#8220;Ti amo o ti ammazzo&#8221; che preparano il campo all&#8217;entrata di Paolo Jannacci (figlio di Enzo) che con la sua fisarmonica supporta il rapper in &#8220;Altra vita&#8221;. Un fan particolarmente romantico si fa coinvolgere dall’atmosfera e, con una fugace incursione sul palco, dà un bacio ad Ax sulla guancia per poi sparire. Infine, è il momento del bis, è il momento di tornare a scatenarsi con gli ultimi pezzi. Dopo la potentissima &#8220;Musica da rabbia&#8221; arriva la domanda (e la canzone): &#8220;Allora! Era meglio prima?&#8221; Risposta: &#8220;No!!&#8221;. Il cerchio si chiude con &#8220;Deca dance&#8221; a dimostrazione del fatto che, sì, la dance anni&#8217;90 sarà anche finita, ma che non per questo si deve smettere di ballare. Almeno non stasera.</p>
<p>(Rossella Romano/Valeria Mazzucca)</p>
<p>&#8220;Ancora in piedi&#8221;</p>
<p>&#8220;Recidivo&#8221;</p>
<p>&#8220;Rap&#8217;n'roll&#8221;</p>
<p>&#8220;Fabrizio&#8221;</p>
<p>&#8220;Aqua nella scquola&#8221;</p>
<p>&#8220;Spirale&#8221;</p>
<p>&#8220;Uno di noi&#8221;</p>
<p>&#8220;Italianimal&#8221;</p>
<p>&#8220;Da Milano a Pizzo&#8221;</p>
<p>&#8220;Mi rifiuto&#8221;</p>
<p>&#8220;Domani smetto&#8221;</p>
<p>&#8220;Domenica da coma&#8221;</p>
<p>&#8220;I love paranoia&#8221;</p>
<p>&#8220;Tutta scena&#8221;</p>
<p>&#8220;Na bomba&#8221;</p>
<p>&#8220;Immorale&#8221;</p>
<p>&#8220;(La notte) vale tutto&#8221;</p>
<p>&#8220;Più stile&#8221;</p>
<p>&#8220;Farlo con te&#8221;</p>
<p>&#8220;Il mostro sei tu&#8221;</p>
<p>&#8220;Per una volta&#8221;</p>
<p>&#8220;I love my bike&#8221;</p>
<p>&#8220;Aumentaci le dosi&#8221;</p>
<p>&#8220;Questi ragazzini&#8221;</p>
<p>&#8220;Dentro me&#8221;</p>
<p>&#8220;Sei sicura&#8221;</p>
<p>&#8220;Non è un film&#8221;</p>
<p>&#8220;Ti amo o ti ammazzo&#8221;</p>
<p>&#8220;Altra vita&#8221;</p>
<p>&#8220;Accademia più snob&#8221;</p>
<p>&#8220;Musica da rabbia&#8221;</p>
<p>&#8220;Meglio prima&#8221;</p>
<p>&#8220;Deca dance&#8221;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Live Report: Glen Hansard @ St.Pauls Within The Walls, Roma 26/09/11</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 19:08:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reports]]></category>
		<category><![CDATA[concerti]]></category>
		<category><![CDATA[glen hansard]]></category>
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		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>
		<category><![CDATA[st.pauls within the walls]]></category>

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		<description><![CDATA[Che certi concerti saranno speciali lo capisci al primo istante in cui  entri un posto, perché quel posto da solo fa già metà del lavoro. Il  posto è St. Pauls Within The Walls, una chiesa anglicana di Roma del  1800, la prima non cattolica-romana costruita entro le mura della città,  leggerò [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che certi concerti saranno speciali lo capisci al primo istante in cui  entri un posto, perché quel posto da solo fa già metà del lavoro. Il  posto è St. Pauls Within The Walls, una chiesa anglicana di Roma del  1800, la prima non cattolica-romana costruita entro le mura della città,  <a href="http://www.stpaulsrome.it/">leggerò poi</a>.</p>
<p>Non una chiesa qualsiasi. E’ una chiesa piccola, bellissima e  aggraziata nelle sue decorazioni. Ma rimane comunque una chiesa: “This  place is intimidating”, dice Glen Hansard a inizio concerto. E’ in tour  da solo, dopo la serie di date in apertura a Eddie Vedder in America. E’  sulla strada con un furgone, la sua solita chitarra scassata, un’altra  elettrica, un road manager che sa cantare e un cantante che di volta in  volta gli apre le serate (in questa c’è l’amico irlandese Oliver Cole).  Glen sta provando le nuove canzoni, quelle che finiranno sul primo disco  solista dopo anni con i <a href="http://www.rockol.it/artista/Frames">Frames</a> e dopo il periodo con la <a href="http://www.rockol.it/artista/Swell-Season">Swell Season</a>,  che gli è valso un Oscar e quella meritatissima fama che inseguiva da  anni.</p>
<p>La chiesa fa metà del concerto perché Glen è davvero intimorito:  quando cita, come fa spesso, “Sexual healing” di Marvin Gaye lo fa quasi  sottovoce per rispettare la sacralità del luogo, e quando la canzone  richiede una parolaccia, fa il segno della croce. E’ un intrattenitore,  lo fa con ironia, ma non sta scherzando più di tanto.</p>
<p>E soprattutto adegua la sua musica al posto. Canta voce e chitarra,  con i suoi crescendo, ogni tanto esplode come in “Leave”, ogni tanto la  sua intensità assume un tono più basso e contenuto, rimane più compressa  creando ancora più tensione. I due esempi estremi sono i due video che  vedete qua: “Leave”, con il crescendo.</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=pGSKf2WdXPs"></a><p><a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/blog/2011/09/27/live-report-glen-hansard-st-pauls-within-the-walls-roma-260911/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p>
<p>E una emozionante e tesa “What happens when the heart just stops”, una  delle poche canzone suonate alla chitarra elettrica, una delle tante in  cui invoca il pubblico a cantare, e ne viene fuori un coro che  l’acustica della chiesa, piena di riverbero, fa sembrare un inno  religioso.</p>
<p><a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/blog/2011/09/27/live-report-glen-hansard-st-pauls-within-the-walls-roma-260911/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p>La maggior parte della serata, Glen la passa con la chitarra acustica:  ed è uno dei rarissimi artisti che non annoia in quella veste. Reggere  un concerto così è impresa ardua anche per gente come Springsteen o  Vedder (non sto dicendo un’eresia: il tour di “The ghost of Tom Joad”  aveva diversi momenti di stanca, l’ultimo tour di Vedder, documentato da  “Water on the road”, correva lo stesso rischio).</p>
<p>Ad un certo punto, Glen si fionda sull’organo, ma non funziona.  Allora si dirige sul piano a coda in una delle navate laterali (che, per  inciso, si trova a 1 metro da dove è seduto il Vostro…) e attacca un  nuovo brano, incurante dei flash di cerca di scattargli una foto. Ogni  tanto suona l’elettrica, ricordando il suono e la carica del suo allievo  Jeff Buckley al Sin-é ( a cui Jeff arrivò grazie a Glen: al tempo era  il suo roadie, e Glen – erano i primi anni ‘90- girava per i locali  irlandesi grazie alla popolarità derivata dalla sua apparizione in “The  committments”). Ogni tanto avanza nelle navate e canta senza  amplificazione, divertendosi a fare cover, come suo solito (“Astral  weeks”, “You ain’t going nowhere”: Van Morrison e Dylan..,).</p>
<p>Perché Glen ha <a href="http://stereogram.gqitalia.it/2011/09/27/viva-gesu/">sempre l’animo del busker</a>.  Anche quando propone le canzoni nuove quasi timidamente (“Non  diffodetele su internet, per favore, le sto ancora provando”), anche  quando chiude il set con una spettacolare versione  di “Forever young”,  con il suo supporter Oliver Cole e con il suo roadie, che ha l’aspetto  dell’impiegato delle poste ma ha una voce profonda e bellissima che  lascia tutti di stucco.</p>
<p>E ha l’animo del busker anche quando dopo il concerto esce per strada  e sta per un’ora a chiacchierare con i fan rimasti ad aspettarlo: ha un  sorriso e una parola per tutti. Racconta che l’acustica del posto lo ha  un po’ messo in difficoltà, chiacchiera, spiega e soprattutto ascolta.  Mi dice di ricordarsi di quella volta che <a href="../../giannisibilla/blog/2010/02/08/gli-swell-season-il-sole-una-chitarra-scassata/">ha suonato per me a Milano, con quella spettacolare versione di Drive All Night, un regalo che io non ho mai dimenticato</a>.  “Dovremmo rifarlo, mi dice”. Ma chissa se è vero che se lo ricorda,  chissa se è solo gentile: se anche fosse così, non ha nulla di quella  paraculaggine di certi artisti, né sul palco né fuori. E’ semplicemente  uno a cui piace fare il suo lavoro, è grato di poterlo fare, lo fa bene,  benissimo.</p>
<p>La presenza di artisti come Hansard mi ricorda che c’è vita musicale oltre lo scioglimento della tua band preferita.</p>
<p>Una cosa che ovviamente so bene, ma questi erano i giorni giusti perché qualcuno come Glen Hansard me lo ricordasse.</p>
<p>(Gianni Sibilla)</p>
<p>Dal suo blog <a href="http://musicreporters.rockol.it/giannisibilla/blog/2011/09/27/church-music-glen-hansard-live-st-pauls-within-the-walls-roma-2692011/">For Those About To Blog</a></p>
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		<title>Live Report: Friendly Fires @ Lido, Berlino 22/09/11</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Sep 2011 08:24:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ La prima volta che vidi i Friendly Fires dal vivo fu nel giugno del 2009, nella medesima location dove si tiene il concerto di questa sera. Il Lido, club indie-rock berlinese nel pieno centro di Kreuzberg.
A quel tempo i tre giovanotti inglesi stavano promuovendo il loro primo eponimo album, uscito nel settembre del 2008 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto43/03/68393-01.jpg" alt="" width="360" height="270" /> <span style="font-size: small">La prima volta che vidi i <a href="http://www.rockol.it/artista/Friendly-Fires">Friendly Fires</a> dal vivo fu nel giugno del 2009, nella medesima location dove si tiene il concerto di questa sera. Il Lido, club indie-rock berlinese nel pieno centro di Kreuzberg.</span></p>
<p><span style="font-size: small">A quel tempo i tre giovanotti inglesi stavano promuovendo<a href="http://www.rockol.it/recensione-3838/Friendly-Fires-FRIENDLY-FIRES"> il loro primo eponimo album</a>, uscito nel settembre del 2008 e caratterizzato da un&#8217;ottima miscela tra elettronica, funk e new-wave. Quel concerto mi lasciò in bocca un bel sapore, apprezzai la bella carica sul palco della band di St.Albans ed il loro sound fresco e ballabile anche dal vivo.</span></p>
<p><span style="font-size: small">Sono trascorsi due anni ed è passata parecchia acqua sotto i ponti. I Nostri hanno girato per il mondo in tour ed hanno dato alle stampe il secondo album <a href="http://www.rockol.it/recensione-4636/Friendly-Fires-PALA">“Pala”</a>, un lavoro che ha confermato le buone qualità del disco d&#8217;esordio.</span></p>
<p><span style="font-size: small">I primi a salire sul palco sono gli anglo/berlinesi I Heart Sharks, trio che propone un&#8217;interessante miscela tra elettronica, indie-rock e sfumature dubstep. Indubbiamente da tenere d&#8217;occhio per il futuro.</span></p>
<p><span style="font-size: small">Sono quasi le 22 quando i Friendly Fires fanno il loro ingresso sul palco dell&#8217;ex teatro berlinese, a questo punto bello pieno per lo show. I ragazzi sono cresciuti e si presentano in sei, con due fiati ed un tastierista in più, mentre il frontman Ed MacFarlane spicca per la camicia variopinta e la sua faccia da ragazzo imberbe.</span></p>
<p><span style="font-size: small">Uno si aspetta un inizio all&#8217;insegna del nuovo disco ed ecco invece una bella doppietta tratta da “Friendly Fires”: la funkeggiante “Lovesick” e la tribal/new-wave dell&#8217;ottima “Jump in the pool”. Si capisce subito che i Nostri non sono cresciuti solo di numero, ma anche sotto altri aspetti: tengono il palco da band sicura ed esperta ed hanno acquisito una personalità invidiabile. Ad esempio il cantante dopo tre brani scompare ed è già tra le prime file del pubblico a cantare a squarciagola la recente “Blue cassette”. </span></p>
<p><span style="font-size: small">E&#8217; difficile staccare gli occhi di dosso da MacFarlane che pare quasi indemoniato per come si muove e saltella da una parte all&#8217;altra del palco. Lo show alterna gli episodi dei due album all&#8217;attivo, con picchi di gradimento per il primo singolo estratto dal secondo album “Love those days tonight” e per quella che è forse la canzone più amata in assoluto dei FF, la sognante “Paris”.</span></p>
<p><span style="font-size: small">Piccola pausa e la band torna on stage in quattro, lasciando i fiati negli spogliatoi. Il bis è affidato ad uno degli episodi migliori di “Pala”, ovvero la danzereccia “Hawaiian air” ed all&#8217;ultimo singolo tratto dal primo disco, “Kiss of life”, qui proposta in una coinvolgente e prolungata versione tribale e psichedelica. A fine concerto, dopo altre due passeggiate tra la folla, Ed è sudato e spompato all&#8217;inverosimile, mentre il pubblico può ritenersi più che soddisfatto: settanta minuti carichi, senza soste o cadute di stile, ed una band capace di una grande prova di maturità. Adesso possiamo dirlo senza titubanze: i Friendly Fires sono pronti per i grandi palcoscenici e c&#8217;è da scommettere che non tarderanno ad arrivare.</span></p>
<p><span style="font-size: small">(Ercole Gentile)</span></p>
<p><span style="font-size: small">SETLIST:</span></p>
<p>“<span style="font-size: small">Lovesick”</span></p>
<p>“<span style="font-size: small">Jump n the pool”</span></p>
<p>“<span style="font-size: small">Blue cassette”</span></p>
<p>“<span style="font-size: small">True love”</span></p>
<p>“<span style="font-size: small">On board”</span></p>
<p>“<span style="font-size: small">Chimes”</span></p>
<p>“<span style="font-size: small">Skeleton boy”</span></p>
<p>“<span style="font-size: small">Show me lights”</span></p>
<p>“<span style="font-size: small">Hurting”</span></p>
<p>“<span style="font-size: small">Live those days tonight”</span></p>
<p>“<span style="font-size: small">Pull me back to earth”</span></p>
<p>“<span style="font-size: small">Paris”</span></p>
<p><span style="font-size: small">Encore</span></p>
<p>“<span style="font-size: small">Hawaiian air”</span></p>
<p>“<span style="font-size: small">Kiss of life”</span></p>
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		<title>Live Report: Avril Lavigne @ Forum, Assago 11/09/11</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 07:40:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<category><![CDATA[assago]]></category>
		<category><![CDATA[avril lavigne]]></category>
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		<description><![CDATA[
Il Forum di Assago non è mai stato variopinto come stasera. Un arcobaleno di tonalità fluo, tutte dedicate a lei: Avril Lavigne. E&#8217; bastato un tocco di pianoforte, un ticchettìo appena accennato che la folla, composta per lo più da ragazzine e da qualche volto noto (come il batterista dei Finley che si aggira discreto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Avril%20Lavigne.jpg" alt="" width="288" height="216" /></p>
<p>Il Forum di Assago non è mai stato variopinto come stasera. Un arcobaleno di tonalità fluo, tutte dedicate a lei: <a href="http://www.rockol.it/artista/Avril-Lavigne">Avril Lavigne</a>. E&#8217; bastato un tocco di pianoforte, un ticchettìo appena accennato che la folla, composta per lo più da ragazzine e da qualche volto noto (come il batterista dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Finley">Finley</a> che si aggira discreto tra il pubblico) sia impazzita completamente. Un rombo assordante di urla, grida e di piedi picchiati a terra. Poi esce lei, la regina della serata e tutto si colora si verde: le ragazzine quasi si pentono di aver dato fiato alle trombe troppo presto. Ma la voce delle colorate e neo-punk teenager ritorna in un sol momento quando la bella canadese saluta Milano e attacca, con una stellina in mano, il primo singolo, estratto dal nuovo album &#8220;Goodbye lullaby&#8221;, intitolato &#8220;Black star&#8221;.  Sembra in ottima forma Avril: abbigliamento poco ricercato, passeggiate qua e là sul palco, saltelli, saluti al pubblico e un&#8217;intonazione niente male. La band alle sue spalle esegue perfettamente tutti i brani, come un compito in classe. &#8220;Italyyyyyyy?&#8221; Chiama Avril, e il Forum risponde. Si sentono più le urla che la chitarra di &#8220;Sk8ater boy&#8221; e forse e&#8217; meglio così: i volumi troppo alti e i troppi effetti non rendono giustizia all&#8217;intro del brano, mentre sul ritornello la canzone riprende melodia e tiro. Avril non è di molte parole: a parte qualche &#8220;grazie&#8221; e alcuni &#8220;vi amo&#8221;, si relaziona poco col pubblico, se non abbassandosi a cantare, ogni tanto, rivolta ai fan nelle prime file ed incitando, talvolta, i ragazzi degli spalti. La punkette bionda imbraccia la chitarra quando e&#8217; il momento di &#8220;He wasn&#8217;t&#8221;, cantata davvero bene, ma velocissima ed il &#8216;nanananan&#8217; raccoglie tutti i fan in un solo e grande coro. Seduta sul pianoforte, dopo aver cantato &#8220;Alice&#8221;, omaggio ad &#8220;Alice in wonderland&#8221;, Avril intona la cover di &#8220;Fix you&#8221; dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Coldplay">Coldplay</a>, non adatta al pubblico della serata, inizialmente ammutolito (ce li immaginiamo, i meno navigati, che si chiedono come abbiano fatto a perdersi un inedito della Lavigne di tale intensità musicale). Notevole l&#8217;esecuzione di una delle sue hit più famose, &#8220;When you&#8217;re gone&#8221;, sulla stessa scia di &#8220;Fix you&#8221;: sul finale, visto il testo e le sonorità malinconiche del brano, sarebbe stato piacevole se Avril, anziché ridere nervosamente e urlare &#8220;Milano&#8221;, si fosse preparata in maniera più raccolta per il brano successivo. Ma questa sembra essere a tutti gli effetti una festa, e forse, va benissimo così. &#8220;Wish you were here&#8221;, Il nuovo singolo, lo conoscono proprio tutti, ma è &#8220;Nobody&#8217;s home&#8221;, cantata in acustico, a colpire dritto al cuore i ragazzi del pubblico. Si arriva presto all&#8217;ultima parte del concerto, introdotta da una jam session dei musicisti che accompagnano Avril in tour: sono davvero bravi ma fin troppo professionali. Con &#8220;Girlfriend&#8221;, un medley di &#8220;Airlpanes&#8221; di B.O.B ed Hayley Williams, mischiata ad &#8220;Happy ending&#8221;, ed &#8220;I&#8217;m with you&#8221;, durante la quale la cantante indica affettuosamente il pubblico, si volge al termine. Il bis viene concluso con la super hit &#8220;Complicated&#8221;, pezzo che ha donato &#8220;fortune &amp; fame&#8221; alla bella interprete. I fan presenti lasciano il palazzetto soddisfatti, di certo hanno passato una bella serata, da ricordare durante il lungo inverno tra lezioni, compiti ed interrogazioni. Per molti di loro, infatti, domani sarà il primo giorno di scuola.<br />
(Daniela Calvi &amp; Rossella Romano)<br />
Setlist:<br />
Black star<br />
WTH<br />
Smile<br />
He wasn&#8217;t<br />
I always get what i want<br />
Alice<br />
Fix you<br />
When you&#8217;re gone<br />
Wish you were here<br />
Nobody&#8217;s home<br />
(Unwanted musical piece)<br />
Girlfriend<br />
Airplanes/My happy ending<br />
Don&#8217;t tell me<br />
I&#8217;m with you<br />
I love you<br />
Hot<br />
Complicated</p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Pearl Jam @ Alpine Valley Music Theatre, East Troy, Wisconsin, 3/4 settembre</title>
		<link>http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/blog/2011/09/09/pearl-jam-alpine-valley-music-theatre-east-troy-wisconsin-34-settembre/</link>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 10:05:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(Luca Villa di PearlJamOnline.it &#8211; uno dei più important fan-site non solo italiani &#8211; è stato uno dei fortunati spettatori del weekend celebrativo che la band di Eddie Vedder ha tenuto lo scorso weekend. Gli abbiamo chiesto questo report in prima persona di quello che è successo. Tutti gli altri dettagli sull&#8217;evento li trovate qua)
“Venti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>(Luca Villa di <a href="http://www.pearljamonline.it/">PearlJamOnline.it</a> &#8211; uno dei più important fan-site non solo italiani &#8211; è stato uno dei fortunati spettatori del weekend celebrativo che la band di Eddie Vedder ha tenuto lo scorso weekend. Gli abbiamo chiesto questo report in prima persona di quello che è successo. Tutti gli altri dettagli sull&#8217;evento <a href="http://www.pearljamonline.it/OnTheRoad/2011b.htm">li trovate qua</a>)</em></p></blockquote>
<p>“Venti anni di Pearl Jam non ci fanno sentire vecchi. Per noi è come una rinascita, un nuovo inizio” così dice Ed Vedder, a metà del secondo show della sua band ad Alpine Valley, suggestivo quanto sperduto angolo verde del Wisconsin, dove i Pearl Jam hanno scelto di celebrare la propria ventennale carriera con un doppio show nel corso di un evento lungo un weekend che ha regalato ai fan arrivati da tutto il mondo set pieni di rarità, apparizioni speciali e la consapevolezza di vedere una band al massimo del suo splendore, circondata da amici e colleghi che hanno contribuito collettivamente alla riuscita dell’evento.</p>
<p>Kelly Curtis, il manager della band, aveva iniziato a pensare a questo festival-evento dieci anni fa, durante una serata alcolica a Las Vegas. Superato lo scetticismo iniziale della band, poco propensa a eccessi autocelebrativi, Curtis è riuscito a coinvolgere gruppi di grande spessore come Strokes, Queens Of The Stone Age e gli altri grandi veterani di Seattle, i Mudhoney, legati indissolubilmente a doppio filo ai Pearl Jam nella ramificata genealogia musicale di Seattle risalente ai primi Anni Ottanta (fu dalle ceneri dei Green River che nacquero i Mudhoney, Mother Love Bone e in seguito gli stessi Pearl Jam). Artisti meno conosciuti come Star Anna, David Garza, Jason Lytle dei Grandaddy e Young Evils hanno trovato spazio accanto a grandi performer come Glen Hansard, Joseph Arthur, John Doe e altri, che si sono alternati entrambe le giornate in uno speciale <em>second stage</em> creato appositamente per loro (mentre Mudhoney, Strokes e QOTSA hanno avuto l’onore di calcare il palco principale).All’interno della zona espositiva collegata alla venue è stato persino allestito un Pearl Jam Museum dedicato alla memorabilia, dove i fans estasiati hanno potuto ammirare, tra le varie cose, la cassetta originale “Mamasan”, accanto ai poster delle varie ‘epoche’ e cimeli personali donati dai membri della band, tra cui facevano bella mostra t-shirts, abiti e quaderni di Vedder e gli eccentrici cappelli di Jeff Ament. Per avere un’immagine realistica della reale devozione che contraddistingue i fans della band, basti sapere che la durata media della coda per entrare al museo si aggirava sulle due ore.<br />
<a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2011/09/PJ.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-857" title="PJ" src="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2011/09/PJ.jpg" alt="" width="367" height="206" /></a>Già nel corso del pomeriggio della prima giornata, sotto una pioggia battente, si è capito che non si trattava di un ‘normale’ festival quando Mike McCready è salito sul palco per un paio di pezzi durante il set di Star Anna, giovane promessa di Seattle. Durante il successivo set di Joseph Arthur è stato il turno di Jeff Ament, Matt Cameron e Mike McCready, che sono saliti sul palco per suonare il nuovo singolo dello stesso Ament, &#8220;When the fire comes&#8221;, e una cover di Arthur, la bellissima &#8220;In the sun&#8221;. Ovviamente Vedder non è stato da meno e si è unito agli Strokes sul main stage per cantare la loro Juicebox. “Cazzo, la canta meglio di me!” ha dovuto ammettere un divertito Julian Casablancas, che non ha mancato di dichiarare la sua devozione per i Pearl Jam: “Sono stati la prima band di cui ho suonato e cantato tutte le canzoni. E Lui ha la miglior voce che io abbia mai sentito”.<br />
Alle 21.30 di Sabato è arrivato il momento più atteso: sulle note dell’ormai familiare intro di Philip Glass sono comparsi i Pearl Jam, che hanno dato vita ad un set forse non del tutto compatto ma a dir poco originale, aperto da un’intensissima versione di &#8220;Release&#8221;. Vedder, la sera seguente, ha scherzato sul fatto che avrebbero potuto suonare qualunque canzone e il pubblico l’avrebbe riconsciuta all’istante. E così è stato. Per la gioia dei fans, sono state proposte in rapida successione varie ‘perle’ come &#8220;Who you are&#8221; (con Glen Hansard e Liam Finn ai cori), &#8220;In my tree&#8221;, &#8220;Deep&#8221;, &#8220;Help help&#8221;, &#8220;Education&#8221; (con Liam Finn) e &#8220;Push me pull me&#8221;. Si è anche assistito alla premiere assoluta della versione full band di &#8220;Setting forth&#8221;, tratta da &#8220;Into the wild&#8221; di Ed Vedder, e di &#8220;In the moolinght&#8221; con la partecipazione di Josh Homme. Durante &#8220;Not for you&#8221; è stato il turno di Julian Casablancas che ha duettato con Vedder. A seguire sono state proposte due canzoni presenti nella colonna sonora di &#8220;Singles&#8221;, &#8220;State of love and trust&#8221; (con Dhani Harrison, il figlio di George,  alla chitarra) e &#8220;Breath&#8221;. Il rischio di un evento del genere era l’eccesso di auto-celebrazione, ma la modestia, l’umiltà e la gratitudine dimostrati dalla band in ogni singolo momento di questo lungo weekend ha dissipato ogni dubbio. Vedder, d’altronde, ha voluto mettere le cose in chiaro da subito: “Benvenuti al PJ20! E benvenuti al 14° dei Queens of the Stone Age, al 10° degli Strokes, al 14° Liam Finn, al 23° dei Mudhoney&#8230; e poi c’è un tizio che ha cominciato nel 1977 in una band che si chiamava X&#8230; la torta è sua, Mr John Doe, benvenuti al 34° di John Doe!”.<br />
&#8220;Quando sei un ragazzo, è  difficile da immaginare, pensi che la musica sia la cosa più potente dell’universo, ma gli adulti che ti circondano sono pragmatici e ti dicono che non potrai mai avere successo in una band. Trovati un bel lavoro da muratore. Noi non li abbiamo ascoltati. Voglio ringraziare il ragazzo che ero ai tempi per aver creduto nella sua passione&#8221; ha commentato Vedder dopo un’epica versione di &#8220;Better man&#8221;. Ha poi proseguito ringraziando Boom, il tastierista ormai membro effettivo della band, per essere stato presente ad ogni show della band negli ultimi dieci anni. Durante il primo encore, dopo una tiratissima versione di &#8220;Reaviewmirror&#8221;, un Vedder visibilmente emozionato ha presentato Chris Cornell, il cantante dei Soundgarden. La band ha quindi eseguito, per la prima volta nella sua carriera, &#8220;Stardog champion&#8221;, cover dei Mother Love Bone, la band nella quale hanno militato Ament e Gossard prima di formare i Pearl Jam, capitanata dal defunto leader Andy Wood, grande amico dello stesso Cornell. In un toccante omaggio all’amico scomparso, Chris ha proposto insieme ai Pearl Jam un’intensa versione di &#8220;Say hello 2 heaven&#8221; (mai suonata dal vivo insieme a Gossard e company), seguita da &#8220;Reach down&#8221; (impreziosita da un incredibile trio di coristi: Vedder, Hansard e Finn) e da &#8220;Hunger strike&#8221;, l’anthem dei Temple of The Dog, che ha sicuramente fatto scendere più di una lacrima ai presenti. Lo show della prima serata si è concluso con una versione al cardiopalma di &#8220;Kick out the jams&#8221; degli MC5 suonata insieme ai Mudhoney.<br />
La seconda giornata si è aperta nuovamente con vari pop-up di Mike McCready, Matt Cameron e Jeff Ament nei set di Star Anna e di Joseph Arthur. Durante il set di Liam Finn, che il giorno prima aveva tributato i Pearl Jam con un’originale quanto bizzarra cover di &#8220;Habit&#8221;, il cantante dei Pearl Jam è salito sul palco per suonare la batteria e cantare il pezzo che il giorno prima il giovane Finn aveva eseguito in solitaria. Poco dopo, nuova incursione di Vedder durante lo splendido set di Glen Hansard per un emozionante duetto su &#8220;Falling slowly&#8221;. Con un cielo pieno di nuvole in movimento e con il sole che finalmente splendeva nel magico scenario dell’Alpine Valley Music Theatre, la sensazione era di assistere a qualcosa di unico. Continuando con questo gioco di contaminazioni e tributi musicali reciproci che tanto piace ai membri dei Pearl Jam, Vedder è salito on stage anche durante il set di John Doe per cantare &#8220;The Golden State&#8221; e per parlare della liberazione dei West Memphis Three dopo 18 anni di carcere. Non solo, durante il set dei Queens Of The Stone Age Vedder ha suonato il cowbell e fatto i cori su &#8220;Little sister&#8221;, mentre durante il concerto degli Strokes ha nuovamente duettato con Casablancas su &#8220;Juicebox&#8221;.<br />
Ovviamente l’attesa era tutta per i Pearl Jam, che nel corso del pomeriggio avevano deciso di anticipare di mezz’ora l’inizio del loro show in quanto, come riportava un comunicato stampa, “per la band l’unico rammarico della sera precedente è di non di aver potuto suonare per più tempo”. &#8220;Wash&#8221; ha dato il via ad uno di quegli shows che sono già entrati a far parte della storia della band. &#8220;Given to fly&#8221; (dedicata a Dennis Rodman, presente in platea) ha emozionato tutti, così come una riuscitissima versione di Daughter con in coda la cover dei Dead Moon, &#8220;It’ Ok&#8221;. Durante &#8220;Love boat captain&#8221;, Vedder ha ricordato commosso le recenti tragedie dell’Indiana State Fair e del Pukkelpop in Belgio, lasciando intendere quanto il ricordo di Roskilde sia ancora una ferita dolorosamente viva nei loro cuori. Se la prima serata, così piena di chicche e rarità, è stato principalmente uno show per i die-hard fans della band, questo secondo concerto ha fatto capire meglio ai presenti perchè i Pearl Jam vengono considerati, a distanza di vent’anni dalla pubblicazione di &#8220;Ten&#8221;, una delle rock bands più importanti di questi ultimi due decenni. Anche la seconda serata ha regalato pezzi raramente suonati negli ultimi anni come &#8220;Habit&#8221; (con Liam Finn), Leatherman, una carichissima versione di &#8220;Satan’s bed&#8221;, &#8220;Red mosquito&#8221; (sulla quale ha cantato un superlativo Casablancas) e &#8220;The new world&#8221; (cover degli X con John Doe) intervallati da pezzi di sicuro impatto emotivo come &#8220;Unthought known&#8221; (dedicata al “settimo” membro della band, il producer Brendan O’Brien), &#8220;Small town&#8221;, &#8220;Black&#8221; e &#8220;Jeremy&#8221;, che ha concluso il main set.  Nel primo encore, Vedder, armato di sola chitarra acustica, è salito sul palco per proporre una nuova ballata scritta il pomeriggo stesso e che ha riassunto lo spirito dell’intero evento, “Couldn’t have told me back then that it would someday be allowed to be so in love with life, as deeply as we are now, never thought we would, never thought we could, so glad we made it, I’m so glad we made it, I’m so glad we made it to when it all got good.&#8221; In certi momenti sembrava quasi di vedere quei vecchi video del tour di &#8220;The river&#8221; di Bruce Springsteen, quando il Boss saliva sul palco per suonare un paio di pezzi in acustico. Lo spirito e le intenzioni sono sicuramente quelle. A seguire, un paio delle migliori ballate dei Pearl Jam, Just Breathe e Nothingman, quindi un simpatico siparietto tra Vedder e Gossard ha introdotto &#8220;No way&#8221;, composta dallo stesso Gossard, il quale voleva con molto modestia saltare la sua canzone per lasciare spazio alla cover di Public Image dei PIL, mentre Vedder insisteva per il contrario. La scelta è stata lasciata al pubblico, con risultato scontato: sono state suonate entrambe. &#8220;Smile&#8221;, cantata insieme a Glen Hansard, e &#8220;Spin the black circle&#8221;, dedicata ai gestori di piccoli negozi di musica che stanno purtroppo chiudendo in questi anni, hanno chiuso il primo set. Vedder ha ringraziato Jeff e Stone per la loro amicizia che dura da 25 anni. Un grande momento: Jeff Ament ha anche mandato un bacio “al volo” a Gossard.<br />
<a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2011/09/temple.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-858" title="temple" src="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2011/09/temple.jpg" alt="" width="337" height="189" /></a>Dopo due ore e mezza di musica tutti i presenti pensavano ad un altro paio di canzoni prima della conclusione dello show e invece&#8230; “E’ un onore per me fare gli auguri a questa band, tenere insieme una band per vent’anni non è facile, quindi facciamo un po’ di casino per questi magnifici vent’anni” ha detto Chris Cornell prima di dare vita alla seconda reunion di questo festival dei Temple Of The Dog sull note di &#8220;Hunger strike&#8221; e di memorabili versioni di &#8220;Call me a dog&#8221; e &#8220;All night thing&#8221;, che non venivano eseguite live da oltre vent’anni. “Siccome ieri sera non ricordavo alcune parole è meglio che la riproviamo ora”  ha detto Cornell prima di buttarsi in un’ incredibile versione di &#8220;Reach down&#8221; con Mike McCready a farla da padrone. Una tostissima versione di &#8220;Sonic reducer&#8221;, cover dei Dead Boys, ha visto la partecipazione di Steve Turner e Mark Arm dei Mudhoney come ai vecchi tempi (questa cover è stata spesso eseguita dalla due bands nel tour di Vs. del 1993). Vedder ha quindi ringraziato Matt Cameron, riconoscendogli il grande merito di aver tenuto in piedi la band negli ultimi dieci anni e ha ricordato anche Neil Young, che li ha presi sotto la sua ala protettrice tanti anni fa. I ringraziamenti finali sono stati tutti per la ‘grande famiglia’ dei Pearl Jam, tecnici e roadies che da anni li accompagnano fedelmente, e per le grandi donne presenti nel backstage, mogli e compagne. Per concludere questa celebrazione non potevano certo mancare Alive, il loro anthem più conosciuto, &#8220;Rockin’ in the free world&#8221; di Neil Young suonata con tutti i musicisti presenti all’evento e una &#8220;Yellow ledbetter&#8221; con protagonista assoluto Mike McCready, che ha deliziato tutti eseguendo &#8220;The Star-Spangled Banner&#8221; sull’outro del pezzo.<br />
Non c’era davvero modo migliore per celebrare i vent’anni dei Pearl Jam. In questi due shows la band ha fatto capire quanto la loro musica abbia avuto un impatto incommensurabile sui fan, sulle bands da loro invitate (vedere Casablancas che si divertiva come un bambino a cantare le canzoni della sua band preferita è stato grandioso) e, in generale, sulla musica rock delle ultime due decadi. Vedere Vedder e Cornell cantare insieme i pezzi dei Temple Of The Dog è stata forse l’emozione più forte. E così come Kelly Curtis aveva iniziato a pensare a questo evento durante una nottata alcolica di dieci anni fa, i Pearl Jam sono stati in grado di ubriacarci della loro musica per un intero week end dove tutto è stato perfetto, in ogni minimo particolare. Ma, come ha detto anche Eddie Vedder, questo è solo l’inizio.</p>
<p>(Luca Villa &#8211; <a href="http://www.pearljamonline.it/OnTheRoad/2011b.htm">PearlJamOnLine.it</a>)</p>
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		<title>Live Report: dEUS @ Le Gru Village, Grugliasco (To) 29/07/11</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jul 2011 09:54:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Mettiti un po&#8217; a ballare, Torino&#8221;. Lo ha ripetuto più volte ieri sera Tom Barman, leader dei dEUS, forse un po&#8217; frustrato dal mood rilassato e dalla relativa staticità del pubblico sparso sul prato del Gru Village alle porte del capoluogo piemontese. Sul palco, al contrario, c&#8217;è parecchio dinamismo: come si conviene al nuovo sound [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Mettiti un po&#8217; a ballare, Torino&#8221;. Lo ha ripetuto più volte ieri sera Tom Barman, leader dei <a href="http://www.rockol.it/artista/dEUS">dEUS</a><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/dtiscali.jpg" alt="" width="263" height="179" />, forse un po&#8217; frustrato dal mood rilassato e dalla relativa staticità del pubblico sparso sul prato del Gru Village alle porte del capoluogo piemontese. Sul palco, al contrario, c&#8217;è parecchio dinamismo: come si conviene al nuovo sound dei dEUS, quello messo a punto tre anni fa con &#8220;Vantage point&#8221; e rivisitato, almeno in parte, nel nuovo &#8220;Keep it close&#8221; che uscirà a fine settembre. Molto groove e ammiccamenti frequenti ai ritmi squadrati da dancefloor mescolati alle tinte tenebrose, al rock a fior di pelle e al gusto melodico che sono le specialità della band di Anversa, esemplificate subito in apertura dall&#8217;inedita &#8220;Second nature&#8221;. &#8220;Slow&#8221;, da &#8220;Vantage point&#8221;, e &#8220;Sun Ra&#8221;, da &#8220;Pocket revolution&#8221;, rimarcano il clima della serata: ritmi robotici (nel primo caso) e atmosfere apocalittiche, amplificate nella seconda dai vocalizzi animaleschi del chitarrista Mauro Pawlowski; scariche elettriche e paesaggi lividi dipinti da chitarre e tastiere con il plus del violino stridente di Klaas Janzoons. Giubbotto di pelle e maglietta a righe orizzontali, sul palco Barman è sempre uno spettacolo: stiloso, carismatico, teatrale mentre si dimena pennando la Stratocaster o percuotendo un paio di pad elettronici, la voce roca e suggestiva perfetta per le sue canzoni di sapore sempre un po&#8217; cinematografico. E&#8217; una musica che attinge da molteplici fonti restando decisamente personale, quella del quintetto belga: l&#8217;antica &#8220;Fell off the floor, man&#8221; è quasi recitata, &#8220;The architect&#8221; riporta in primo piano la cassa in quattro, il nuovo singolo &#8220;Constant now&#8221; asseconda il versante più pop e orecchiabile della loro musica. Con le ballate &#8220;Smokers reflect&#8221; e &#8220;Instant street&#8221; (Tom alla chitarra acustica) sale il volume degli applausi, mentre &#8220;If you don&#8217;t know what you want&#8221; è puro rock&#8217;n'roll alla Stooges e &#8220;Theme from turnpike&#8221; una colonna sonora di atmosfera waitsiana rinforzata da un fragoroso campionamento. Il concerto è anche un work in progress, perché quando è la volta di un altro brano nuovo e poppeggiante, &#8220;Ghosts&#8221;, Barman invita i presenti a non postarlo su YouTube (&#8220;é soltanto la seconda volta che la suoniamo!&#8221;). &#8220;Volete più rumore? Eccovi un pezzo dark e rumoroso&#8221; dice introducendo &#8220;Bad timing&#8221;, asso nella manica dell&#8217;ultimo repertorio della band, con quell&#8217;inquietante e ossessivo riff in loop che Pawlowski produce alla chitarra per tutta la sua durata mentre intorno si sviluppa un crescendo di irresistibile intensità drammatica. E&#8217; il climax del set, chiuso dopo un&#8217;ora e un quarto dalle note malinconiche di &#8220;Serpentine&#8221;. Per i bis Barman si presenta adrenalinico e alquanto su di giri, mentre i dEUS si lanciano nel riff lugubre e ossessivo di &#8220;Favourite game&#8221; e subito dopo nei ritmi tribali di un altro estratto da &#8220;Keep it close&#8221;, &#8220;Dark sets in&#8221;. Chiudono con &#8220;Suds and soda&#8221;, il loro biglietto da visita di diciassette anni fa, riversando sulle nostre orecchie un&#8217;altra cascata di decibel (controllati) e di psichedelia. Ancora avvincenti, belli da vedere e da ascoltare, assolutamente in controllo dei loro mezzi. Tutt&#8217;altro che &#8220;bolliti&#8221;, meritano rispetto e attenzione. Chi in questi ultimi anni li ha trascurati, ci ripensi.</p>
<p>(Alfredo Marziano)</p>
<p>Setlist</p>
<p>&#8220;Second nature&#8221;<br />
&#8220;Slow&#8221;<br />
&#8220;Sun Ra&#8221;<br />
&#8220;Fell off the floor, man&#8221;<br />
&#8220;The architect&#8221;<br />
&#8220;Constant now<br />
&#8220;Smokers reflect&#8221;<br />
&#8220;Instant street&#8221;<br />
&#8220;If you don&#8217;t know what you want&#8221;<br />
&#8220;Theme from turnpike&#8221;<br />
&#8220;Ghosts&#8221;<br />
&#8220;Bad timing&#8221;<br />
&#8220;Serpentine&#8221;</p>
<p>(bis)<br />
&#8220;Favourite game&#8221;<br />
&#8220;Dark sets in&#8221;<br />
&#8220;Suds and soda&#8221;</p>
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		<title>Live Report: Joan As Policewoman/Lyle Lovett @ Villa Arconati, Bollate, 21/07/11</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jul 2011 10:22:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una newyorkese in abito argentato e un dandy texano in giacca e cravatta hanno reso speciale l&#8217;appuntamento di ieri sera a Villa Arconati. Strana accoppiata, Joas as Police Woman e Lyle Lovett. Condividono poco o nulla, a parte il fatto di arrivare dagli States e di prediligere un approccio che i loro connazionali chiamerebbero &#8220;leftfield&#8221;, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Joan%20As%20Police%20Woman.jpg" alt="" width="288" height="216" />Una newyorkese in abito argentato e un dandy texano in giacca e cravatta hanno reso speciale l&#8217;appuntamento di ieri sera a Villa Arconati. Strana accoppiata, Joas as Police Woman e Lyle Lovett. Condividono poco o nulla, a parte il fatto di arrivare dagli States e di prediligere un approccio che i loro connazionali chiamerebbero &#8220;leftfield&#8221;, leggermente scentrato e decisamente personale, ai generi musicali frequentati. Joan Wasser, in trio con batteria e tastiere (più basso synth), conferma la svolta tecno-soul dell&#8217;ultimo album &#8220;The deep field&#8221;, ampiamente riproposto nell&#8217;ora di set: il funk rock di &#8220;Magic&#8221; e il morbido Philly sound di &#8220;Chemmie&#8221;, nuovo singolo estratto dal disco, esprimono il nuovo lato, più sexy ed estroverso, della sua musica, fattasi più scattante, dinamica, a volte nervosa, figlia di un approccio intellettuale e meditato alla black music che a volte ricorda quello di un vecchio maestro come Todd Rundgren. Sa anche come ingraziarsi il pubblico, la dolce Joan, sussurrando paroline di ringraziamento e chiedendo di intonare un happy birthday alla donna del mixer, &#8220;magic Melanie&#8221;, che compie gli anni. Il clima cambia con  &#8220;Flash&#8221;, ballata da vertigini sospesa in un clima onirico e immersa in un liquido amniotico: merita un posto nella playlist del 2011, e dal vivo è ancora più ammaliante. Colpisce, qui e altrove,  l&#8217;uso originale e avventuroso che Joan fa del ritmo, della melodia e soprattutto della voce, abilmente filtrata con echi e distorsioni: qualche volta utilizzata come un vero strumento solista arrampicandosi sul pentagramma, altre volte instradata verso il format di una torch song postmoderna, memore di Billie Holiday come delle assidue frequentazioni con spiriti affini quali Antony e Joseph Arthur.<br />
Quando salgono sul palco gli incravattati musicisti della &#8220;acoustic band&#8221; di Lyle Lovett sembra improvvisamente di essere altrove, in qualche balera del profondo Sud americano. Capitanati dall&#8217;allampanato leader, Keith Sewell (chitarra e mandolino), Luke Bulla (violino), Viktor Krauss (fratello di Alison, al contrabbasso), James Gilmer (percussioni) e il batterista Russ Kunkel, eroe di mille tour e session memorabili, accendono un festival scoppiettante di corde e di Texas swing, di cabaret in puro stile Southern   (&#8220;Here I am&#8221; riesce a citare negli stessi versi Hank Williams e Neil Armstrong) e di valzeroni country strappacuore (&#8220;If I were the man you wanted&#8221;, &#8220;I&#8217;ll come knockin&#8217;&#8221;) che Lyle, con humour, misura e innata eleganza, riesce sempre a tenere a debita distanza dagli stereotipi del genere. La band gira al massimo con e senza sezione ritmica, anche perché Bulla e Sewell non sono solo ottimi solisti ma preziosi comprimari nelle armonizzazioni vocali. Va in scena un formidabile campionario di musica americana delle radici: il gospel tenebroso di &#8220;I will rise up&#8221; (che da sola vale il prezzo del biglietto),  il ritmo scanzonato di &#8220;Cowboy man&#8221; e di &#8220;Up in Indiana&#8221;, il blues tosto di &#8220;My baby don&#8217;t tolerate&#8221; che apre la strada a pregevoli soli di chitarra acustica e violino pizzicato, e delicate ninna nanne come &#8220;If I had a boat&#8221;. Ma il forte di Lovett sono anche certe ballate rarefatte e contemplative ispirate all&#8217;immensità misteriosa delle &#8220;forze della natura&#8221;, quelle distese di campi coltivati che circondano anche villa Arconati e che a Lyle ricordano il suo Texas: ecco &#8220;She&#8217;s already made up her mind&#8221; e, più avanti, &#8220;North Dakota&#8221;, gioielli di songwriting poetico e minimalista recuperati dal bellissimo &#8220;Joshua judges Ruth&#8221; (1992). Si va ancora più indietro, pescando reperti dall&#8217;antico &#8220;Pontiac&#8221; (&#8220;Give back my heart&#8221;, &#8220;She is no lady&#8221;) prima di dare ascolto alle richieste del pubblico. Arriva così, graditissima, quella &#8220;Friend of the devil&#8221;, già incisa sull&#8217;album tributo &#8220;Deadicated&#8221;: più country e più lenta della versione originale dei Grateful Dead, sempre e comunque un capolavoro di American Music. Lovett è un grande story teller amante della conversazione, frenato soltanto dalla scarsa dimestichezza con l&#8217;inglese di una parte del pubblico: ma strappa una sincera risata a tutti quando, presentando &#8220;Pantry&#8221; in omaggio al cibo italiano, confessa di amare il bluegrass perché è il lato scuro della country music. &#8220;Le canzoni country possono intristirti&#8221;, spiega, &#8220;ma quelle bluegrass possono ucciderti&#8221;. Sa come intrattenere, e sa come chiudere un concerto stilosissimo, impeccabile, di assoluta classe e qualità: con un omaggio al cult hero texano Townes Van Zandt (di cui sceglie uno dei pezzi uptempo del repertorio, &#8220;White freight liner blues&#8221;) e con il traditional &#8220;Ain&#8217;t no more canes on the brazos&#8221;, che molti di noi  scoprirono sui &#8220;Basement tapes&#8221; di Bob Dylan e la Band. Per Lovett è pane quotidiano, e scusate se è poco.</p>
<p>(Alfredo Marziano)</p>
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		<title>Live Report: Robert Plant + Ben Harper @ Arena Civica, Milano 20/07/11</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jul 2011 08:44:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alla fine il duetto non c&#8217;è stato, Ben Harper non ha cantato &#8220;No quarter&#8221; (come in altre date del tour) e si è limitato a ringraziare a fine concerto il &#8220;musical hero&#8221; Robert Plant, che ieri sera l&#8217;ha preceduto sul palco dell&#8217;Arena Civica di Milano. Incognite e speranze mal riposte da &#8220;double bill&#8221; come quello, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alla fine il duetto non c&#8217;è stato, Ben Harper non ha cantato &#8220;No quarter&#8221; (come in altre date del tour) e si è limitato a ringraziare a fine concerto il &#8220;musical hero&#8221; Robert Plant, che ieri sera l&#8217;ha preceduto sul palco dell&#8217;Arena Civica di Milano. Incognite e speranze mal riposte da &#8220;double bill&#8221; come quello, assai breve, che i due stanno condividendo in questo spicchio d&#8217;estate tra Italia e Francia (domani si replica a Nimes). Il vecchio leone inglese, in jeans e camicia blu, ha aperto con il sole e chiuso su un bellissimo tramonto facendo vedere le stelle a chi ha apprezzato la svolta in chiave &#8220;Americana&#8221; degli ultimi due dischi. <img class="alignleft" src="http://farm7.static.flickr.com/6021/5958866725_86fbf31317_z.jpg" alt="" width="212" height="141" />Alle 20 in punto il groove di una quasi irriconoscibile &#8220;Black dog&#8221; preannuncia il tono della serata, in cui  &#8220;Angel dance&#8221; dei Los Lobos e &#8220;House of cards&#8221; di Richard e Linda Thompson, estratti dall&#8217;eccellente Band of Joy che dà nome alla band che lo accompagna, aprono la strada a una reinterpretazione rootsy e molto inventiva del vecchio repertorio (soprattutto Led Zeppelin, cui è dedicata oltre metà della scaletta). Plant sa come usare al meglio la sua voce dei sessant&#8217;anni, modulata su timbri suadenti e carezzevoli, assecondato da una  band di scafati session men nashvilliani che lo segue in qualunque territorio decida di avventurarsi: country e blues, rock ed etnico, folk e psichedelia. Per il vocalist è come avere in mano cinque assi. Patty Griffin, vestita come una squaw in stivali, fa le veci di Alison Krauss cantando all&#8217;unisono strofe e ritornelli. Darrell Scott, faccione country e camicione bianco decorato a tema, è uno straordinario jolly capace di svariare tra un intero arsenale di strumenti a corda. E l&#8217;incredibile Buddy Miller, occhialini tondi e capelli bianchi spioventi da scienziato pazzo, accarezza e maltratta la sua meravigliosa collezione di chitarre vintage con un tocco che è soltanto suo. Jazzano  &#8220;What is and what should never be&#8221; (dal secondo album Zep, prima sortita di Scott alla pedal steel) prima di buttarsi nelle braccia del rock cosmico di &#8220;Down to the sea&#8221; e nel fuzz di &#8220;Monkey&#8221;, con Miller capace di estrarre note brucianti, feedback e studiate dissonanze dalle sue sei corde (compresa una bellissima mandoguitar). Il mood è sereno e rilassato, Plant sorride spesso e, aiutato da un tal Gino (amico italiano di lunga data) e dal batterista di chiare origini nostrane Marco Giovino organizza un siparietto con tanto di omaggi floreali per il venticinquesimo anniversario di matrimonio del bassista Byron House.  E&#8217; uno show di dettagli e raffinatezze, questo, sicuramente più adatto a un teatro che a un festival all&#8217;aperto sotto la luce del sole, ma pazienza: per i vecchi zeppeliniani  &#8220;Tangerine&#8221; è un colpo al cuore (un pizzico più country che sul terzo album del &#8216;70), &#8220;Bron-yr-aur stomp&#8221; una festa da ritmare con mani e piedi e &#8220;Misty mountain hop&#8221; il momento di celebrare gli inconfondibili &#8220;oooh yeah&#8221; e gli urletti d&#8217;antan di mr. Plant. Il quale, oggi, è un vero globe trotter  della musica: nella antica &#8220;In the mood&#8221; infila una citazione dei Fairport Convention di &#8220;Liege and lief&#8221;, in &#8220;Please read the letter&#8221; (&#8220;Walking into Clarksdale&#8221; riletto nel premiato disco con la Krauss) alza il volume e la distorsione delle chitarre. Ancora Zep nell&#8217;incandescente finale: una fantastica &#8220;Ramble on&#8221; che il mandocello di Scott trascina sulle strade assolate del Marocco e una &#8220;Gallows pole&#8221;  (Darrell al banjo) trasformata quasi in uno spiritual chiudono un set purtroppo dimezzato per esigenze di tempo e di copione.</p>
<p>Non è facile salire sul palco dopo una simile performance, ma i giovanissimi fan di Ben Harper che hanno rimpiazzato i vecchi gourmet rock nelle prime file della platea sono qui per lui. Sciolto e carismatico, vestito semplicemente in jeans e maglietta bianca, si manifesta alle 21.46 come da programma aprendo quieto e in solitaria con la chitarra acustica (&#8220;Burn one down&#8221;) prima di una &#8220;Diamonds on the inside&#8221; un po&#8217; troppo dentro le righe: i Relentless 7 che lo accompagnano in tour (Jason Mozersky chitarra solista, Jesse Ingalls basso, Jordan Richardosn batteria, Justin Pate pedal steel e tastiere) confermano di non valere i vecchi Innocent Criminals. E&#8217; socievole e loquace come sempre, Ben, si sente &#8220;the luckiest musician in the world&#8221; (&#8220;perché siete ancora qui, e io sono ancora qui&#8221;) prima di introdurre una nuova canzone d&#8217;amore, &#8220;Masterpiece&#8221;, ispirata al suo amico skateboarder Mike V (più avanti un altro inedito, &#8220;Vein in vain&#8221;). Poi, finalmente, ci ricorda che il rock&#8217;n'roll è gratis e si scatena alla lap steel (&#8220;Burn to shine&#8221;) evocando i fantasmi hendrixiani che più tardi si manifestano compiutamente in &#8220;Ground on down&#8221;. Con &#8220;Don&#8217;t trust a woman&#8221; si sale sul treno sbuffante del soul, il basso  pulsa nelle gambe delle prime file e c&#8217;è spazio anche per un breve assolo di batteria; Harper però sembra più incline all&#8217;acustico, e ringrazia il pubblico per la devozione silenziosa capace di riprodurre in un&#8217;arena affollata l&#8217;atmosfera intima di un piccolo club (&#8220;Walk away&#8221;). Dopo l&#8217;omaggio a Roy Orbison (e Tom Petty) di &#8220;Don&#8217;t give up on me&#8221; arriva il momento magico dello show: in &#8220;Where could I go&#8221; (dal disco con i Blind Boys of Alabama) Ben evoca lo spirito dei grandi shouter, di Otis Redding e di Solomon Burke cantando senza microfono, sfoggiando falsetti e ruggiti di gran classe e tirando fuori l&#8217;anima. Giustamente il momento più applaudito del set, che apre la strada ai crowd pleaser finali: &#8220;Better way&#8221;, una vigorosa e convincente cover della &#8220;Ohio&#8221; di Neil Young e la chiosa delicata, di nuovo voce e chitarra acustica, di &#8220;With my own hands&#8221;. Davanti a un pubblico giovane e adorante Harper vince a mani basse con un concerto equilibrato, impeccabile, magari un filo troppo &#8220;educato&#8221; e breve (un&#8217;ora e quaranta minuti) per le attese di qualche fan più smaliziato. Ma scusate il vecchio cronista, se ha ancora in testa le magie da medicine show dei Band Of Joy, e i brividi a fior di pelle per quella &#8220;Tangerine&#8221; di qualche ora prima&#8230;</p>
<p>(Alfredo Marziano)</p>
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		<title>Live Report: Paul Simon @ Arena Civica, Milano 17/07/11</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2011 09:41:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Paul%20Simon.jpg" alt="" width="288" height="216" /> Vi è mai accaduto di entrare in un negozio di strumenti musicali e commuovervi nel vedere le decine e decine di strumenti diversi, le mille forme, gli innumerevoli colori e di sognare tutta la musica del mondo, la più bella, lì, in quel momento? Il palco del Milano Jazzin’Festival nell’attesa che il concerto abbia il suo inizio appariva proprio così: chitarre, tamburi, strumenti a fiato di ogni foggia e molto altro ancora. Abbastanza per poter sognare del bello e del buono, come sottolineato alla mie spalle. Lei, vaga “chissà come sarà il concerto ?”, lui con la verità in tasca “rischia di essere uno dei pochi che giustifica il prezzo del biglietto!”. Con il beneplacito di Giove Pluvio che, dopo aver mandato acqua dal cielo per una mezz’ora e fatto fare affari ai venditori di impermeabili fuori dall’Arena, ha pensato bene di risparmiare la serata milanese, alle 21.10 senza roboanti presentazioni in tutta calma gli otto musici e il quasi settantenne <a href="http://www.rockol.it/artista/Paul-Simon">Paul Simon</a>, jeans maglietta nera e camicia blu sbottonata fuori dai pantaloni, si presentano e iniziano il loro concerto. Ed è grande musica dalla prima all’ultima nota. La band è perita ed affiatata e quando nove persone suonano d’intesa un repertorio di tale rispetto non si può rimanere delusi. Le due ore del concerto sono corse veloci senza scadimenti di tono. Le canzoni del nuovo “So beautiful or so what” non hanno sfigurato al cospetto dei classici del repertorio sixties o del periodo di “Graceland”. E tra una visita a una New York che forse non esiste più e un omaggio agli amati ritmi africani e caraibici, passando dalla intensa interpretazione di “Hearts and bones” alle travolgenti “That was your mother”, “Diamonds on the soles of her shoes” e “Gone at last”; fino alle cover di “Vietnam” del guru del reggae Jimmy Cliff, al classico che più classico non si può “Mystery train” di Junior Parker sino a “Here comes the sun” (sempre alle mie spalle, lei interrogativa “ma questa non è dei Beatles ?” lui prigioniero del suo personaggio “sì, ma dovrebbe averla scritta lui”) la serata è veramente perfetta, gestita con una grazia che pochi artisti si possono permettere e che il pubblico ha seguito partecipe con una luce tutta particolare negli occhi. Pubblico che, alla conclusione del primo set, abbandonate le sedie, si è assiepato sotto il palco e da lì lo ha seguito fino al termine. Allora Paul Simon riguadagnata la ribalta e accompagnato dalla sola chitarra intona una “The sound of silence” particolarmente ispirata che esalta una voce ancora intatta nonostante il trascorrere del tempo seguita da “Kodachrome” e allora è apoteosi.</p>
<p>Mi sono reso conto che questa estate tutta la nostalgia per la musica con cui sono cresciuto mi sta presentando un conto piacevolissimo da saldare. Dopo aver salutato Bob Dylan, Roger Waters ora Paul Simon e quasi quasi mercoledì farò un salto, sempre da queste parti, a vedere come se la passa mister Robert Plant.</p>
<p>(Paolo Panzeri)</p>
<p>Setlist:</p>
<p>The boy in the bubble</p>
<p lang="en-GB">Dazzling blue</p>
<p lang="en-GB">50 ways to leave your lover</p>
<p lang="en-GB">So beautiful or so what</p>
<p lang="en-GB">Vietnam</p>
<p lang="en-GB">That was your mother</p>
<p lang="en-GB">Hearts and bones</p>
<p lang="en-GB">Mystery train</p>
<p lang="en-GB">Slip slidin’ away</p>
<p lang="en-GB">Rewrite</p>
<p lang="en-GB">Peace like a river</p>
<p lang="en-GB">The obvious child</p>
<p lang="en-GB">The only living boy in New York</p>
<p lang="en-GB">The afterlife</p>
<p lang="en-GB">Questions for the angels</p>
<p lang="en-GB">Diamonds on the soles of her shoe</p>
<p lang="en-GB">Gumboots</p>
<p lang="en-GB">The sound of silence</p>
<p lang="en-GB">Kodachrome</p>
<p lang="en-GB">Gone at last</p>
<p lang="en-GB">Here comes the sun</p>
<p lang="en-GB">Crazy lov</p>
<p lang="en-GB">Late in the evening</p>
<p lang="en-GB">Still crazy after all these years</p>
<p lang="en-GB">You can call me Al</p>
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		<title>Live Report: Vinicio Capossela @ Arena Civica, Milano 16/07/11</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jul 2011 09:40:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ormai Vinicio Capossela è salpato, ha preso la via del mare e non ha alcuna intenzione di abbandonarla. Basta guardarlo, con quel cappello da navigatore calato sulla testa, mentre sale sul palco poco prima delle 21.30. Sull&#8217;Arena Civica di Milano non è ancora calato del tutto il sole. Alle sue spalle la &#8220;ciurma&#8221; , o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left"><img class="alignnone" src="http://www.sagreinpuglia.it/images/stories/art11mag/vinicio-capossela-marinai-profeti-balene-b.jpg" alt="" width="243" height="147" />Ormai <a href="http://www.rockol.it/artista/Vinicio-Capossela" target="_blank">Vinicio Capossela</a> è salpato, ha preso la via del mare e non ha alcuna intenzione di abbandonarla. Basta guardarlo, con quel cappello da navigatore calato sulla testa, mentre sale sul palco poco prima delle 21.30. Sull&#8217;Arena Civica di Milano non è ancora calato del tutto il sole. Alle sue spalle la &#8220;ciurma&#8221; , o per meglio dire la band, lo accompagna sul palco che richiama il ventre di una balena. Sulle note gravi de &#8220;Il grande Leviatano&#8221;  inizia il viaggio, un po&#8217; a caccia di cetacei e un po&#8217; alla ricerca di miti omerici. Proprio come nell&#8217;ultimo album &#8220;Marinai, profeti e balene&#8221;, sul quale è costruita tutta spina dorsale di questo spettacolo. A proseguire la navigazione ci pensa &#8216;&#8221;L&#8217;Oceano oilalà&#8221;, con le sue sonorità quasi alla Pogues e l&#8217;irresistibile cantilena da stiva &#8220;Noi vogliamo del rum&#8221;. &#8220;Dalla parte di Spessotto&#8221; è invece una delle poche concessioni al vecchio repertorio, che Vinicio è bravo a regalare ogni tanto agli spettatori, conscio che le nuove composizioni sono impegnative e ogni tanto andare fuori tema non è un male.<br />
Pezzi come &#8220;Billy Budd&#8221; però non possono non coinvolgere: sembra quasi di vederlo, questo condannato a morte di melvilliana memoria che viene raccontato dalle chitarre acustiche e dalle catene che il cantautore di Hannover agita sul palco. La band, oltre a provvedere a fiati, chitarre e theremin, lancia grida e invocazioni dal ventre di Moby Dick. Non poteva mancare il &#8220;Polpo d&#8217;amor&#8221;, per il quale Capossela indossa otto tentacoli rossi con la solita abilità e ironia da trasformista consumato.<br />
Per farsi aiutare e non perdere la bussola, ogni tanto il cantautore ricorre a qualche aiuto esterno: le Sorelle Marinetti ad esempio si prestano per i cori di &#8220;Pryntil&#8221;, storia di scandali negli abissi ispirata alla penna di Luis Ferdinand Céline, e riportano in vita la &#8220;Medusa cha cha cha&#8221;, secondo estratto da &#8220;Ovunque proteggi&#8221;.<br />
I live di Vinicio Capossela sono come un circo, come un &#8220;freak show&#8221;, le sorprese possono spuntare da un momento all&#8217;altro: per &#8220;Vinocolo&#8221; compare perfino un uomo-Polifemo, mentre i giochi di ombre cinesi alle spalle della band disegnano ombre sinistre. Arriva anche il Minotauro, ormai un immancabile spauracchio nei suoi concerti, per lo spassoso punk cavernicolo di &#8220;Brucia Troia&#8221;. Ma non ci sono solo effetti speciali: per &#8220;Le pleiadi&#8221;, uno dei pezzi più belli e toccanti dell&#8217;ultimo album, bastano un pianoforte e la voce del cantautore per emozionare. Come fa la 12 corde di &#8220;Job&#8221; e &#8220;Aedo&#8221;. Peccato che, come purtroppo sta capitando sempre durante questo Milano Jazzin&#8217; Festival, i musicisti debbano lottare contro il livello dei decibel davvero troppo basso. Soprattutto per chi ascolta dalle tribune.<br />
Certo, andar per mare è faticoso. E per questo Capossela, dopo oltre un&#8217;ora di set a tema, si ferma. Si inchina di fronte al pubblico e chiama a raccolta la sua accolita di fedelissimi con &#8220;L&#8217;uomo vivo (Inno alla gioia)&#8221;: ormai questa canzone è un codice, una specie di liberi tutti. Appena l&#8217;artista l&#8217;annuncia, i seggiolini numerati si svuotano e gran parte degli spettatori va sotto il palco a ballare.<br />
È l&#8217;inizio dei bis, dove invece è il nuovo repertorio a farla da padrone e più che in viaggio per mare sembra di essere ad una festa di paese. Arrivano così &#8220;Che cossè l&#8217;amor&#8221;, riarrangiata insieme alle Sorelle Marinetti, &#8220;Si è spento il sole&#8221; e la tarantolata &#8220;Il ballo di San Vito&#8221;. Con questi pezzi si va sul sicuro. C&#8217;è tempo anche per una cover di Bob Dylan, quando &#8220;When the ship comes in&#8221; diventa &#8220;La nave sta arrivando&#8221;. Dopo gli applausi, Vinicio torna per l&#8217;ultimo numero. &#8220;Bevo solo sul lavoro&#8221;, ci ricorda mentre si scola la prima birra in due sorsi e accarezza il pianoforte. Ai titoli di coda ci pensa &#8220;Le sirene&#8221;, commovente riflessione sul ritorno a casa. Quasi una &#8220;Nutless&#8221; mitologica.<br />
Vinicio Capossela è un artista profondo, a volte un po&#8217; manierista. Ma ha un&#8217;intensità e una capacità di tenere il palco come pochi in Italia. Pazienza se si concede poco al revival, se a volte ci chiede uno sforzo in più per seguirlo. L&#8217;importante è aver raggiunto il porto sani, salvi e felici. E il merito è tutto suo.</p>
<p style="text-align: left">(Giovanni Ansaldo)</p>
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		<title>Live Report: Take That @ Stadio San Siro, Milano, 12/7/2011</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jul 2011 23:54:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ la dura legge del pop. Più un artista è, si sente, o viene fatto sentire una star, più si sente in dovere di mettere in piedi un mega show. E corre il rischio non solo di fare, ma di strafare.
I Take That arrivano in Italia sull’onda di un successo incredibile in patria: 8 date [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Take%20That.jpg" alt="" width="288" height="216" />E’ la dura legge del pop. Più un artista è, si sente, o viene fatto sentire una star, più si sente in dovere di mettere in piedi un mega show. E corre il rischio non solo di fare, ma di strafare.<br />
I Take That arrivano in Italia sull’onda di un successo incredibile in patria: 8 date a Wembley. E ci arrivano portando un iper-mega-show, una delle produzioni più imponenti viste da tempo, in grado di rivaleggiare con il “Claw” degli U2. Ma anche un esempio di questa dura legge. Intendiamoci: il loro concerto a San Siro è stato un evento memorabile, a cui valeva la pena esserci; ma anche uno spettacolo in cui la sottile linea tra intrattenimento e cattivo gusto è stata oltrepassata più di una volta.<br />
Che sarebbe stata una serata fuori misura lo si è capito subito entrando allo stadio. Il colpo d’occhio sul palco è impressionante: posizionato sul lato lungo di San Siro, è sovrastato da un enorme umanoide le cui braccia si stendono fino ai lunghi lati.<br />
Poco prima delle 8 salgono sul palco i Pet Shop Boys, ovvero una delle più grandi pop-band di sempre come supporter &#8211; il mondo all’incontrario, nota qualcuno. E’ poco più di un’esibizione “voce su base”, con un Neil Tennant che sembra quasi invisibile sull’enorme palco, eppure impeccabile nel suo vestito scuro con bombetta. Circondati da pochi ballerini e spalleggiati da qualche filmato, i Pet Shop Boys portano a casa egregiamente la serata, con un greatest hits serrato ed efficace.<br />
Breve pausa con inevitabile “ola”, e alle 9 sulla lunga passerella nel prato arriva uno strano figuro. Schiaccia un tasto di un’enorme tastiera di computer  e fa partire un’animazione sul simil-mac presente sul palco (curiosa scelta, per altro, visto che il tour è sponsorizzato dalla Samsung). E già lì si capisce che la sobrietà non sarà uno degli obiettivi della serata: sullo schermo compare una scritta “Capacity: 78.000; Full”; Il pubblico è numeroso, variegato ed entusiasta, ma lo stadio è tutt’altro che esaurito. Le cifre ufficiali dicono attorno ai 50.000, probabilmente sono qualcosa in meno, visti gli ampi spazi vuoti ai lati del prato.<br />
Un minuto di countdown sullo schermo, scandito dal pubblico, ed ecco arrivare i Take That, o meglio la prima versione della reunion, quella senza Robbie. E infatti l’inizio è debolino assai, con i 4 che faticano a riempire la scena, anche con espedienti trash come far cantare l’inno di Mameli al pubblico. Il pubblico apprezza, ma niente a che vedere con quel che succederà di lì a poco. Dopo una versione  movimentata di “Shine” in stile “Alice nel Paese delle meraviglie”, parte un filmato con una versione reinterpretata di “Sgt. Peppers”, che prelude all’entrata di Robbie. E quando il suo volto appare sullo schermo, viene giù lo stadio.<br />
<p><a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/blog/2011/07/13/take-that-stadio-san-siro-milano-1272011/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>Robbie parte secco, praticamente da solo &#8211; visto che la band che accompagna tutti è praticamente invisibile sotto due tende nel palco. Propone un mini set dei suoi successi solisti: “Let me entertain you”, “Rock DJ”, “Come undone”, “Feel” La voce ogni tanto lo tradisce, non è al massimo. Ma il carisma e la presenza scenica sono quelli dei tempi migliori: gigioneggia come solo lui sa fare, gioca con il pubblico in delirio, lo scalda, si permette pure di intonare “Walk on the wild side” facendosi seguire nel coro dallo stadio. Il trash non risparmia nemmeno lui, quando ricorda il 2006, l’anno dei “Campioni del mondo” e intona &#8211; ebbene sì, avete indovinato &#8211; il famigerato “Pooopopopopopooo”. Il set solista si chiude con una commovente “Angels”, dopodiché arriva un lungo (e inutile) break con acrobati appesi a funi che ballano sulla parete del palco, dove lo schermo è scomparso.<br />
A quel punto si capisce, come mi fa notare un amico, che la scaletta l’han scritta gli avvocati: dopo la versione a 4, dopo il set solo di Robbie, si inizia con le canzoni di “Progress”, il disco della reunion a cinque, partendo da “The flood” che, didascalicamente, viene eseguita con cascate di acqua sul palco. Proprio quando inizi a chiederti “Ma quanto han speso?”, al centro del palco si materializza un altro enorme umanoide, che poco per volta verrà avanti sulla passerella e alla fine dello spettacolo avrà guadagnato il centro dello stadio, ritto in piedi con le braccia aperte, a metà tra una statuona dell’Oscar e il Cristo di Rio de Janeiro. In mezzo ci sono altre chicche trash, come gli scacchi umani su “Kidz” o gli improbabili gilè luminosi che la band esibisce nell’ultima parte dello show, e c’è un intermezzo acustico dove i cinque accennano a turno diverse hit per poi partire in una intensa (e, questa sì, sobria) versione di “Back for good”. Una canzone talmente  bella che, almeno per un po’, fa dimenticare gli eccessi del resto dello spettacolo<br />
E’ certo che, messinscena a parte, i Take That sul palco sembrano divertiti e affiatati. Anche autoironici, in certi momenti, come quando mimano il balletto di “Take that &amp; party”. I balletti non sono molti, in verità, perché non sono più i ragazzini di una volta, e lo sanno. Però eccome ci sanno fare, quando non esagerano e non devono stupire a tutti i costi con effetti speciali.<br />
La serata si chiude su “Relight my fire” ed “Eight Letters”, mentre le braccia del Cristo/Oscar ritornano verso i fianchi (qualcuno nota che l’oscillazione a scatti sembra alludere ad un gesto non proprio educato). I Take That salutano ed escono. Il pubblico sciama verso l’uscita, soddisfatto. E’ stata una bella serata di pop, nel bene e nel male. Take That, and go home . O, come si dice dalle nostre parti, ciapà su e porta a cà.</p>
<p>(Gianni Sibilla)</p>
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		<title>Live Report: John Mellencamp @ 10 Giorni Suonati, Vigevano 09/07/11</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jul 2011 09:20:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Lo abbiamo aspettato più di vent&#8217;anni. Almeno dai tempi di &#8220;Scarecrow&#8221; e di &#8220;The lonesome jubilee&#8221;, formidabili dischi anni Ottanta che piazzarono John Mellencamp, allora ancora noto con il nome di battaglia di &#8220;Cougar&#8221;, in un&#8217;ideale santissima trinità del rock americano a fianco di Bruce Springsteen e di Tom Petty. Con una band che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/John%20Mellencamp.jpg" alt="" width="288" height="216" /> Lo abbiamo aspettato più di vent&#8217;anni. Almeno dai tempi di &#8220;Scarecrow&#8221; e di &#8220;The lonesome jubilee&#8221;, formidabili dischi anni Ottanta che piazzarono<a href="http://www.rockol.it/artista/John-Mellencamp"> John Mellencamp</a>, allora ancora noto con il nome di battaglia di &#8220;Cougar&#8221;, in un&#8217;ideale santissima trinità del rock americano a fianco di <a href="http://www.rockol.it/artista/Bruce-Springsteen">Bruce Springsteen</a> e di <a href="http://www.rockol.it/artista/Tom-Petty">Tom Petty</a>. Con una band che valeva (e vale) quasi quanto gli E Streeters e gli Heartbreakers, e un ruolo da pioniere nel percorso a ritroso verso le radici, il Midwest rurale messo in ginocchio dai cataclismi naturali e dal nuovo ordine mondiale, i fantasmi delle sacre icone del blues, del folk e del country. E&#8217; così che si è fatto presentare ieri sera al festival &#8220;10 giorni suonati&#8221; al Castello di Vigevano: un film documentario di un&#8217;ora sul &#8220;making of&#8221; dell&#8217;ultimo album &#8220;No better than this&#8221; registrato in mono in tre luoghi simbolo della American Music, il vocione del <a href="http://www.rockol.it/artista/Johnny-Cash">Johnny Cash</a> di &#8220;God&#8217;s gonna cut you down&#8221;  e una introduzione preregistrata che ricorda la sua vicinanza a Woody Guthrie e agli agricoltori americani. In completo scuro, che poi abbandonerà per restare in maglietta nera, ciuffo e muscoli da blue collar rocker, attacca con la band &#8220;Authority song&#8221; e ci si accorge subito che dal 1983 ad oggi le cose sono ovviamente cambiate: meno ferocia, passo più lento e atmosfera più rockabilly rispetto all&#8217;originale di &#8220;Uh-huh&#8221;. Il ponte ideale, in fondo, per approdare a &#8220;No one cares about me&#8221; dall&#8217;ultimo album, con quel ritmo chick-a-boom da Million Dollar Quarter ai Sun Studios di Memphis (uno dei santuari in cui è andato a registrare con T-Bone Burnett), e a &#8220;Death letter&#8221;, blues sincopato di Son House rivisitato anche dai<a href="http://www.rockol.it/artista/Grateful-Dead"> Grateful Dead</a>, i <a href="http://www.rockol.it/artista/White-Stripes">White Stripes</a> e tanti altri. Quando sul palco arrivano il violino di Miriam Sturm, in lungo e di rosso vestita, e la fisarmonica di Troye Kinnett (che suona anche organo e pianoforte) il mood della serata è definito: musica acustica ed elettrica, country folk e rock&#8217;n'roll, contrabbasso e basso elettrico, con due set di batteria per Dane Clark e due chitarre elettriche, imbracciate da Andy York e dal fedelissimo Mike Wanchic, che sciorinano power chords e intessono solidi arpeggi senza aver neppure bisogno di sfogarsi in assoli. Mellencamp ha la voce incatramata da mille sigarette: affaticata, rugosa ma carismatica e perfetta per le sue ultime canzoni. Che parlano di tempo che passa, di morte e di destino ineluttabile. Di una vita che, alla fine, è corta anche nei suoi giorni più lunghi (&#8220;Longest days&#8221;), come gli spiegò una volta la nonna centenaria e come racconta nell&#8217;unico momento di colloquio con la platea. Lo storytelling è affidato a canzoni come &#8220;West End&#8221;, le dichiarazioni di intenti a pezzi come &#8220;Save same time for dream&#8221;,  il contatto con il pubblico agli incitamenti ai battimani di &#8220;Check it out&#8221; e &#8220;Cherry bomb&#8221;, di &#8220;Jack and Diane&#8221; e &#8220;Small town&#8221;, vecchi classici da radio FM tramutati in spiritual o ballate agresti.  Una commovente &#8220;Jackie Brown&#8221;  e l&#8217;intermezzo strumentale di &#8220;The old rugged cross&#8221;, tradizionale di sapore irlandese e di matrice cristiana datato 1912, dimostrano che è il fiddle della Sturm la vera solista di una band senza solista (Mellencamp lo sa, e se la abbraccia più volte).</p>
<p><a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/blog/2011/07/10/live-report-john-mellencamp-10-giorni-suonati-vigevano-090711/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p><a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/blog/2011/07/10/live-report-john-mellencamp-10-giorni-suonati-vigevano-090711/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p>Dopo quei momenti così rarefatti &#8220;Rain on the scarecrow&#8221; è un rombo di tuono, il vecchio coguaro ritira fuori gli artigli e ricomincia a ringhiare. Da lì in poi il concerto cambia ritmo e volume, tra gli irresistibili riff stonesiani di &#8220;Crumblin&#8217; down&#8221;, il boogie rock della recente  &#8220;If I die sudden&#8221; (a proposito della caducità della vita..), l&#8217;immancabile &#8220;Pink houses&#8221; e un&#8217;esplosiva &#8220;Rock in the U.S.A.&#8221; con tanto di fan chiamato sul palco a urlare nel microfono. Così anche i vecchi cronisti e i nostalgici del vecchio Cougar sono sistemati, anche se intanto sta scoccando la mezzanotte, i bis non rientrano nel programma e chi ha perlustrato in anticipo le scalette del tour lamenta la mancanza di tre pezzi dalla setlist (sulla brevità del concerto, un&#8217;ora e quaranta scarse, varranno forse le parole spese dal promoter Claudio Trotta su Facebook a proposito dell&#8217;esibizione dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Black-Crowes">Black Crowes</a> di due giorni prima: le trovate a <a href="https://www.facebook.com/update_security_info.php?wizard=1#!/notes/claudio-trotta/a-proposito-dei-black-crowes-gli-orari-e-le-durate-dei-set-dei-concerti/10150228650811227?notif_t=note_reply).">questo indirizzo</a>. Ma sono piccoli fastidi, tutto sommato. Quel che conta è che Mellencamp aveva ragione, quando spiegava alla nonna di avere ancora tante canzoni da cantare prima di essere pronto per l&#8217;aldilà.</p>
<p>(Alfredo Marziano)</p>
<p>Setlist:</p>
<p>&#8220;Authority song&#8221;<br />
&#8220;No one cares about me&#8221;<br />
&#8220;Death letter&#8221;<br />
&#8220;John Cockers&#8221;<br />
&#8220;Walk tall&#8221;<br />
&#8220;The West End&#8221;<br />
&#8220;Check it out&#8221;<br />
&#8220;Save some time to dream&#8221;<br />
&#8220;Cherry bomb&#8221;<br />
&#8220;Jack and Diane&#8221;<br />
&#8220;Jackie Brown&#8221;<br />
&#8220;Longest days&#8221;<br />
&#8220;Small town&#8221;/&#8221;The old rugged cross&#8221;<br />
&#8220;Rain on the scarecrow&#8221;<br />
&#8220;Crumblin&#8217; down&#8221;<br />
&#8220;If I die sudden&#8221;<br />
&#8220;Pink houses&#8221;<br />
&#8220;Rock in the U.S.A.&#8221;</p>
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		<title>Live Report: Black Crowes @ 10 Giorni Suonati, Vigevano 07/07/11</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jul 2011 08:38:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un giorno bisognerebbe dare mandato ad un accademico serio di fare uno studio sociologico sull’uso delle T-Shirt ai concerti.  Guardando quelle che il pubblico indossa per andare a determinati show si possono ricostruire significati, immaginari, aspettative, storie. Soprattutto le storie.
Ieri sera, al Castello di Vigevano, sembrava di essere ad un raduno di ex partecipanti di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Black%20Crowes.jpg" alt="" width="288" height="216" />Un giorno bisognerebbe dare mandato ad un accademico serio di fare uno studio sociologico sull’uso delle T-Shirt ai concerti.  Guardando quelle che il pubblico indossa per andare a determinati show si possono ricostruire significati, immaginari, aspettative, storie. Soprattutto le storie.<br />
Ieri sera, al Castello di Vigevano, sembrava di essere ad un raduno di ex partecipanti di un festival fricchettone dei primi anni ’90, tipo Lollapalooza. Magliette degli Allman Brothers Band, dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Grateful-Dead">Grateful Dead</a>, persino dei String Cheese Incident. Qualche “tie-die” di californiana memoria. L’inevitabile maglietta di<a href="http://www.rockol.it/artista/Bruce-Springsteen"> Springsteen</a> (che va sempre bene per ogni occasione). E poi ovviamente un sacco di magliette dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Black-Crowes">Black Crowes</a>.<br />
Magliette che incorniciavano le belle facce di un pubblico un po’ “agé”, perché i fratelli Robinson non hanno certo il fascino trasversale degli Arcade Fire o di qualche band attuale, anche se sono bravi, molto bravi, molto di più.<br />
Non suonavano in Italia da 10 anni, ma chi li ha conosciuti negli anni ’90 non se li è dimenticati ed è venuto a dire “goodbye to the bad boys”, che poi andranno in pausa a tempo indeterminato dopo questo breve giro di concerti europei, iniziato proprio a Vigevano.<br />
La situazione, poi, era perfetta, o quasi. Il bel Festival “10 giorni suonati”, nella stupenda cornice &#8211; non è una banalità &#8211; del cortile del Castello di Vigevano. Un posto dove ti puoi sedere appoggiato ad un albero o a un muro di cinta, godere la musica respirando gli odori degli stand veramente gastronomici e del fumo, non solo di quello della griglia. Sempre che si riesca a sopravvivere alle zanzare &#8211; sono loro il motivo del “quasi” &#8211; che al calar del sole volano come squadroni in formazione d’attacco.<br />
La serata inizia alle 9 e qualche minuto con il bluesman nostrano Paolo Bonfanti, che sostituisce l’annunciato e assente Justin Townes Earle. I Nostri salgono sul palco quasi alle 10 e mezza, e attaccano forte con “Sting me”. Sarà una delle una delle 11- canzoni-11 per un concerto che durerà poco più di un ora e mezza: a fine serata sarà il rimpianto maggiore, la brevità per una band che fa concerti anche da tre ore e passa.<br />
<p><a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/blog/2011/07/08/black-crowes-10-giorni-suonati-vigevano-772011/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>Per il resto, è stato uno dei concerti dell’anno: riassunto perfettamente dall’esecuzione del capolavoro della band, “Wiser time”, che parte piano, con Chris Robinson &#8211; magrissimo, barbuto e capelli lunghi, sembra quasi un Cristo &#8211; che intona la melodia per poi lasciare spazio alla jam strumentale, mentre lui balla in trance, con il suo stile unico:  parte con un assolo di tastiere, per poi finire su due assoli di chitarra &#8211; l’ultimo, ovviamente è del fratello Rich Robinson &#8211; e riprendere la melodia. Il tutto dura venti minuti, più o meno, ma sarebbe potuto durare l’intero concerto, e sarebbe stato fantastico lo stesso. Perché gli assoli e le jam strumentali possono essere pallosissimi e inutili se dati in mano alla band sbagliata, ma i Black Crowes giocano sui loro canovacci con una grazie ed un’intensità che non ha pari.<br />
Le canzoni sono solo 11 perché buona parte, soprattutto le ballate come “Thorn in my pride” e “She talks to angels” sono costruite in questo modo dilatato, e si alternano a canzoni più secche, come “Jealous again” e il finale trionfale con “Remedy”.<br />
Rimane un po’ amaro in bocca per non aver potuto sentire nessuna delle fenomenali cover che ogni tanto piazzano in scaletta (Dylan, Stones) e/o qualche numero acustico, e pensando che con ogni probablità non li si vedrà da queste parti per molti, molti anni. Ma il concerto di ieri sera rimane uno degli eventi memorabili di questa densa stagione estiva.</p>
<p>(Gianni Sibilla)</p>
<p>Setlist:<br />
Sting Me<br />
Jealous Again<br />
Good Morning Captain<br />
Soul Singing<br />
Wiser Time<br />
Poor Elijah / Tribute To Johnson<br />
Oh Josephine<br />
Thorn In My Pride<br />
Hard to handle<br />
She Talks To Angels</p>
<p>Encore:<br />
Remedy</p>
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		<title>Live Report: Arcade Fire @ Arena Civica Milano, 05/07/11</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jul 2011 23:01:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando parte quel riff irresistibile di chitarra, quando parte quel &#8220;Oooo ooo uooo ooo ooo&#8221; e il megaschermo inquadra le facce estasiate del pubblico. E&#8217; quello il momento in cui la catarsi si completa. E lì che la  vita di un ascoltore di musica trova redenzione. Di un ascoltatore costretto a scegliere tra gli ennemila [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando parte quel riff irresistibile di chitarra, quando parte quel &#8220;Oooo ooo uooo ooo ooo&#8221; e il megaschermo inquadra le facce estasiate del pubblico. E&#8217; quello il momento in cui la catarsi si completa. E lì che la  vita di un ascoltore di musica trova redenzione. Di un ascoltatore costretto a scegliere tra gli ennemila concerti di questo mese. Di un ascoltatore che per vedere un concerto in centro a Milano deve trovarsi assediato dalle zanzare, che sono molte ma molte di più del numerosissimo pubblico dell&#8217;Arena Civica. E deve anche accettare che i volumi siano più bassi del normale per non disturbare troppo i residenti &#8211; compromesso che ci può stare ma che risulta decisamente penalizzante per una band che fa del muro di suono la sua cifra.</p>
<p>E&#8217; in quel momento, quello quando parte &#8220;Wake up&#8221; &#8211; ovvero la canzone che gli U2 non riescono a scrivere da 15 anni, <a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/blog/2010/09/03/arcade-fire-live-arena-parco-nord-bologna-29201/">come si disse qualche tempo fa</a> &#8211; che perdoni anche le poche debolezze degli Arcade Fire, compresa quella di far seguire a cotanto capolavoro la deboluccia &#8220;Sprawl II&#8221;, poco più che un divertimento ai limiti del kitsch quasi quanto il  commento di Win Butler sulla bontà del cibo italiano.</p>
<p>Gli Arcade Fire suonano all&#8217;Arena Civica all&#8217;interno del Milano Jazzin Festival e arrivano sul palco poco prima delle 10, dopo Cloud Control e White Lies e dopo un breve filmato sui megaschermi accolto con ovazioni dal pubblico. Pubblico delle grandi occasioni, peraltro: volti noti nel parterre (avvistati Marlene Kuntz, Baustelle e Dente), evidenti appartenenti a tribù indie, che si confondono nel marasma di gente di ogni tipo ed età. E&#8217; questo il segnale più bello, la consacrazione definitiva del gruppo e della sua trasversalità. Partenza subito forte, con &#8220;Ready to start&#8221;. Il suono è comunque equilibrato e  la band piazza quasi subito un&#8217;inaspettata &#8220;My body is a cage&#8221;, che con il suo incedere funereo e la sua partenza rappresenta il lato migliore dell&#8217;epica della band. Proprio quell&#8217;epica che &#8211; come mi faceva notare un amico in una discussione sui social network  ribattezzata &#8220;Arcade flame&#8221; in cui si provava a parlar male della band &#8211; su disco rischia spesso di portare alla noia. Dal vivo il problema non si pone, e lo dimostra il resto del concerto, con una scaletta strutturata in maniera diversa da quella di Bologna dell&#8217;anno scorso, e che rinuncia pure a &#8220;Suburban war&#8221;, uno dei brani migliori di &#8220;The suburbs&#8221;, ma che non per questo perde colpi.</p>
<p>Lo spannometro segna il vantaggio degli Arcade Fire: hanno suono, repertorio, presenza scenica &#8211; con quel giochino delle sedie musicali che li vede spesso cambiare strumenti. Tutto questo li pone spanne sopra  molte altre band contemporanee. Poi, certo, si possono ripetere alcune delle cose che dicemmo a proposito del loro concerto di un anno fa. Ovvero che tendono a mettere troppa roba nella loro musica e che i generi musicali che  citano ogni tanto sembrano in frizione più che in fusione. Ogni tanto sono un po&#8217; citazionisti: a me e a qualche amico quarantenne tornava spesso in mente la &#8220;big music&#8221; dei Waterboys dei tempi d&#8217;oro.</p>
<p>Ma sono dettagli. Perché hanno ragione loro, se la risposta del pubblico è quella che si è vista questa sera e se loro riescono a tenere questo livello di intensità. L&#8217;unico vero difetto,  è la profondità del repertorio: concerto davvero troppo breve per una band che ormai se la gioca con i grandi nomi del rock. Ma dategli qualche anno, e risolveranno anche questo.</p>
<p>(Gianni Sibilla)</p>
<p>Setlist:</p>
<p>Ready to Start<br />
Keep the Car Running<br />
No Cars Go<br />
Haïti<br />
My Body Is a Cage<br />
Crown of Love<br />
The Suburbs<br />
The Suburbs (Continued)<br />
Month of May<br />
Rococo<br />
Neighborhood #2 (Laika)<br />
Intervention<br />
Neighborhood #1 (Tunnels)<br />
We Used to Wait<br />
Neighborhood #3 (Power Out)<br />
Rebellion (Lies)<br />
Encore:<br />
Wake Up<br />
Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)</p>
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		<title>Live Report: Bob Dylan @ Alcatraz, Milano 22/06/11</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jun 2011 00:20:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<category><![CDATA[concerti]]></category>
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		<description><![CDATA[Bob Dylan è un iconoclasta di sé stesso. Non ama le celebrazioni, questo lo si è sempre saputo. E si diverte a fare a pezzi il suo mito in modo sistematico da anni. Poche interviste, pochissime ruffianerie verso il pubblico. Ma soprattutto un approccio al palcoscenico da vecchio crooner più che da superstar, un ruolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rockol.it/artista/Bob-Dylan" target="_blank"><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/2133-80.jpg" alt="" width="213" height="160" />Bob Dylan</a> è un iconoclasta di sé stesso. Non ama le celebrazioni, questo lo si è sempre saputo. E si diverte a fare a pezzi il suo mito in modo sistematico da anni. Poche interviste, pochissime ruffianerie verso il pubblico. Ma soprattutto un approccio al palcoscenico da vecchio crooner più che da superstar, un ruolo che lui potrebbe sicuramente concedersi molto più di chiunque altro. Eppure Dylan è così: il suo &#8220;Never ending tour&#8221; è di fatto in piedi dal 1988, salvo poche pause, e il fatto che stasera sia a suonare in Italia di per sé non è una novità sconcertante.<br />
Eppure il luogo scelto per questo concerto milanese da tutto esaurito è proprio il motivo per cui ha senso essere qui, nonostante i 70 euro non proprio accessibili del biglietto. L&#8217;Alcatraz, per la capienza e il &#8220;contatto&#8221; tra palco e spettatori, è perfetto per Bob e la sua band. È un po&#8217; come stare in un club americano, il luogo ideale per un cowboy settantenne che non ha la minima voglia di sentirsi più giovane.<br />
Sono circa le 21.15 quando la voce di un roadie, come succede ad ogni data, annuncia l&#8217;inizio dello show: &#8220;Signore e signori, ecco l&#8217;uomo che ha costretto il folk ad andare a letto con il rock&#8217;n'roll. Signore e signori, l&#8217;artista della Columbia Bob Dylan!&#8221;, annunciano gli altoparlanti. Un&#8217;introduzione d&#8217;altri tempi. Ed ecco che compare Bob: giacca e pantaloni scuri, camicia bianca e cappello nero dove spunta una penna rossa. Quasi un <a href="http://www.rockol.it/artista/Hank-Williams" target="_blank">Hank Williams</a> dark. Con lui la band guidata dal bassista Tony Garnier, sideman e arrangiatore fidatissimo. Parte una versione blues e sporca di &#8220;Leopard-skin pill-box hat&#8221;: come al solito ci vuole qualche secondo prima di riconoscere le canzoni, ma questa è una delle tante sfide alle quali si va incontro nei live di Mr.Zimmermann.<br />
Già dai primi pezzi però il cantautore dimostra di essere in serata e regala diverse chicche: non capita di sentire spesso &#8220;When I paint my masterpiece&#8221;, memoria dei tempi in cui flirtava con <a href="http://www.rockol.it/artista/The-Band" target="_blank">The Band</a>. Bellissima &#8220;I don&#8217;t believe you (She acts like we never have met)&#8221;, un pezzo che nel &#8216;64 suonava come lo sfogo di un giovane innamorato e oggi, con la voce da orco che si ritrova Bob, sembra il lamento di un vecchio rancoroso. Una versione che sarebbe piaciuta a Tom Waits, per capirci.<br />
Dopo l&#8217;ottimo inizio però c&#8217;è qualche discreto calo di tensione. Soprattutto nelle esecuzioni più &#8220;scolastiche&#8221; dei brani più recenti come &#8220;Spirit on the water&#8221;, estratta da &#8220;Modern times&#8221;, e &#8220;Tweedle dum &amp; tweedle dee&#8221;. Ma non sempre le canzoni scritte negli ultimi anni sfigurano, anzi. &#8220;Can&#8217;t wait&#8221; ad esempio, pubblicata nell&#8217;anno domini 1997, è un vero tuffo al cuore con il suo riff tagliente e i ruggiti della voce di Dylan.<br />
Il folksinger di Duluth, come detto, è in ottima forma: si muove spesso tra organo e chitarra, quando non impugna solo l&#8217;armonica improvvisando perfino qualche timido passo di danza. Sa di essere un po&#8217; anacronistico, di trovarsi in un&#8217;epoca che non gli appartiene. Ma è astuto a trasformare questo aspetto in un punto a suo favore. Ogni tanto, udite udite, sorride pure. Tutti si aspettano i suoi classici, ovviamente. E i classici arrivano, purché si abbia l&#8217;abilità di riconoscerli. &#8220;Visions of Johanna&#8221; viene riproposta quasi come una ballata da prateria, mentre Mr.Tambourine la accarezza a tratti con la voce. Non immediata, ma in fondo molto toccante.<br />
I momenti più intensi della serata in realtà arrivano dopo la prima ora di live: prima con &#8220;Forgetful heart&#8221;, contenuta nell&#8217;ultimo disco in studio &#8220;Together through life&#8221;, dove Dylan dà il meglio di sé aiutato da un violino in primo piano. E poi con una rauchissima &#8220;Ballad of a thin man&#8221;, dove quel &#8220;You don&#8217;t know what it is, do you Mr.Jones?&#8221; diventa quasi un rantolo accompagnato dal solito blues della band. Emozionante.<br />
C&#8217;è ancora tempo per i bis, dove Dylan regala tre pezzi da Novanta come &#8220;Like a rolling stone&#8221;, neanche a dirlo la più cantata e apprezzata, e due versioni a stento riconoscibili di &#8220;All along the watchtower&#8221; e &#8220;Blowin&#8217; in the wind&#8221;. Su quest&#8217;ultima in particolare tra il pubblico scatta perfino qualche risata, visto l&#8217;arrangiamento che trasforma lo storico inno in una specie di strano valzer folk.<br />
Bob Dylan però è così, prendere o lasciare. La sua forza è quella di saper comunque intrattenere, a costo di un&#8217;imprevedibilità costante che può a volte diventare fastidiosa, soprattutto per chi non conosce bene le sue canzoni. Però riesce anche a dimostrare ogni volta che a lui piace davvero essere ancora sulla strada, non lo fa per lucrare su quello che è stato. Semplicemente suona, riarrangia e spesso storpia le meravigliose canzoni che ha scritto in tutti questi anni. Incurante del mito che lui stesso ha creato.</p>
<p>(Giovanni Ansaldo)</p>
<p>Setlist:</p>
<p>1. Leopard-Skin Pill-Box Hat<br />
2. When I Paint My Masterpiece (Bob on guitar)<br />
3. &#8216;Til I Fell In Love With You<br />
4. I Don&#8217;t Believe You (She Acts Like We Never Have Met)<br />
5. Summer Days<br />
6. Spirit On The Water<br />
7. Tweedle Dee &amp; Tweedle Dum (Bob on guitar)<br />
8. Can&#8217;t Wait<br />
9. The Levee&#8217;s Gonna Break<br />
10. Visions Of Johanna<br />
11. Highway 61 Revisited<br />
12. Forgetful Heart<br />
13. Thunder On The Mountain<br />
14. Ballad Of A Thin Man</p>
<p>(encore)<br />
15. Like A Rolling Stone<br />
16. All Along The Watchtower<br />
17. Blowin&#8217; In The Wind</p>
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		<title>Live Report: Vasco Rossi @ San Siro, Milano 16/06/2011</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2011 13:55:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reports]]></category>
		<category><![CDATA[vasco san siro milano rockol stadio live concerto tour]]></category>

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		<description><![CDATA[Vasco Rossi a San Siro è sempre e comunque una certezza. Potrebbe essersi ormai abituato al bagno di folla e al coro che parte tra una canzone e l&#8217;altra e lo incita con l&#8217;ormai famoso &#8220;olè olè olè, vasco vasco&#8221;… potrebbe, certo, ma non lo fa. E&#8217; consapevole della sua grandezza, ma non si lascia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.rockol.it/artista/Vasco-Rossi">Vasco Rossi</a> a San Siro è sempre e comunque una certezza. Potrebbe essersi ormai abituato al bagno di folla e al coro che parte tra una canzone e l&#8217;altra e lo incita con l&#8217;ormai famoso &#8220;olè olè olè, vasco vasco&#8221;… potrebbe, certo, ma non lo fa. E&#8217; consapevole della sua grandezza, ma non si lascia smuovere dal suo essere perfezionista, e da bravo artista quale è si presenta sul palco dello stadio Giuseppe Meazza alle 20.30 in punto, roba da non crederci. &#8220;E invece, eccola qua…&#8221; la rockstar di Zocca, con il suo immancabile berretto e quegli occhi vispi contornati da una faccia furba e un po&#8217; stanca, che porta i segni degli anni che passano ma che donano a Vasco un tocco di fascino e saggezza in più.<br />
Il concerto comincia con le canzoni del nuovo disco, &#8220;Sei pazza di me&#8221;, &#8220;Non sei quella che eri&#8221; e &#8220;Starò meglio di così&#8221;: &#8220;Questo non è un tour celebrativo. Questo tour si chiama &#8216;Vivere o niente&#8217; ed è dedicato alle canzoni di uno splendido disco&#8221;, dopo di che Vasco fa un salto nel passato e attacca con &#8220;Giocala&#8221;, dall&#8217;album &#8220;Bollicine&#8221; del 1983.</p>
<p><a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/blog/2011/06/17/live-report-vasco-rossi-san-siro-milano-16062011/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
<p>Dopo qualche altro momento revival, neanche troppo remoto con &#8220;Rock&#8217;n'roll show&#8221; e &#8220;Siamo soli&#8221;, la prima parte del concerto rimane incentrata sui nuovi brani come &#8220;Dici che&#8221;, &#8220;Vivere o niente&#8221; e &#8220;Manifesto futurista della nuova umanità&#8221;: &#8220;Vivere o no. Se uno non vive sta un po&#8217; così, a volte bene, a volte male. Se uno vive, invece, deve fare delle scelte, e le scelte a volte sono rischiose, ma sbagliando si impara ed è così che ci si sente vivi. La libertà va difesa a costo di morire&#8221;. Con queste parole, dette come solo Vasco può fare, con mille pause, ammiccamenti al pubblico, occhi sgranati e parole trascinate, il rocker lascia il palco per un intermezzo musicale che vede protagonista sul finale la chitarra di Stef Burns.<br />
La seconda parte del concerto prende il via con &#8220;Alibi&#8221;, ma è con &#8220;Gli spari sopra&#8221; che il pubblico, da quasi un&#8217;ora sotto la pioggia battente, entra nel vivo del concerto. A seguire la travolgente &#8220;Non l&#8217;hai mica capito&#8221; durante la quale Vasco guarda il pubblico delle prime file e dice: &#8220;Molti di voi non erano mica nati quando ho scritto questa canzone… In realtà è talmente vecchia che prima è nata la canzone e poi sono nato io&#8221;. Si prosegue con altri due brani del nuovo disco, &#8220;Aquilone&#8221; che sul finale &#8211; come nel disco &#8211; regala un assaggio di &#8220;Vado al massimo&#8221;, e il primo singolo, la canzone che tutti aspettavano, &#8220;Eh già&#8221;, con quel sax che ricorda molto le atmosfere di &#8220;Cosa succede in città&#8221; del 1985 e il ritornello che coinvolge tutti &#8220;Col cuore che batte più forte la vita che va e non va&#8221;. Arriva il momento che fa saltare in piedi tutti quanti, il medley con &#8220;Rewind&#8221;, &#8220;Ti prendo e ti porto via&#8221;,<a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2011/06/IMG_0133.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-794" title="IMG_0133" src="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2011/06/IMG_0133-225x300.jpg" alt="" width="173" height="231" /></a> &#8220;Gioca con me&#8221; e &#8220;Delusa&#8221;. La passerella allestita a San Siro si trasforma in una pista da ballo per ospitare le ballerine in body colorati che sfidano la pioggia e portano a casa un&#8217;ottima esibizione: &#8220;Brave, belle. Belle, brave… belle insomma&#8221;, dice Vasco con quel suo tono, &#8220;Abbiamo voluto provare, è un esperimento nuovo&#8221;, sempre riferito alle ballerine, &#8220;Magari c&#8217;è a chi piace e a chi non piace. Ognuno è libero poi di pensare come vuole… a noi piace&#8221;. &#8220;Canzone&#8221; regala a tutto il pubblico un tuffo nei ricordi, un&#8217;emozione che sale a fior di pelle e che &#8211; per chi ci crede ancora &#8211; fa inumidire gli occhi, specie se a cantare quelle parole è un Vasco che entra nella parte, che chiude gli occhi e si lascia trasportare dal coro dei fan. Dopo &#8220;Vivere non è facile&#8221; arriva il momento acustico dove Vasco imbraccia la chitarra e da solo sul palco, sopra a una pedana posizionata sulla passerella vicino al pubblico, intona &#8220;Tango (della gelosia)&#8221; e da vita ad uno dei momenti più intensi di tutto il concerto cantando ed emozionandosi lui stesso con &#8220;Sally&#8221;. Il rocker su questo brano si guarda in giro, come se quasi si sentisse intimidito lì da solo davanti a tutta quella gente. Il pubblico quasi gli copre la voce e allora lui scandisce bene le parole, le recita quasi, le mima con gli occhi, con le espressioni, con le sue pause… Vasco c&#8217;è, eccome se c&#8217;è, e non è solo, infatti dopo la splendida &#8220;Guarda dove vai&#8221; (unico inedito presente nel doppio album dal vivo &#8220;Fronte del palco&#8221; uscito nel 1990) si esibisce in &#8220;Un senso&#8221; e presenta la band: Matt Laug alla batteria (&#8220;il batterista dei miei sogni&#8221;), Andrea Rocchetti, pianoforte e tastiere (&#8220;una colonna umana e bestiale, anzi, più bestiale&#8221;), Andrea Innesto al sax (&#8220;lui piace molto alle ragazze… è il miglior sassofonista d&#8217;Italia&#8221;), Frank Nemola, tromba e tastiere (&#8220;uno che suona di tutto e fa anche cose strane&#8221;), Clara Moroni, vocalist (&#8220;lei potrei anche non presentarvela, è sempre la più bella&#8221;), Stef Burns alla chitarra (&#8220;lui è il nostro chitarrista innamorato,<a href="http://rockol.it/news-248359/Stef-Burns--a-breve-le-nozze-con-Maddalena-Corvaglia"> si è appena sposato con Maddalena</a>, non ho mai visto una coppia così bella… faccio tanti auguri a tutti e due e anche alla creatura che nascerà tra poco. Volevo sposarlo io&#8221;), Claudio Golinelli al basso (Vasco si scorda quasi di presentarlo e lo apostrofa con il suo soprannome), Maurizio Solieri, chitarra (&#8220;lui invece è la chitarra imbestialita&#8221;) e un saluto al mai dimenticato Massimo Riva: &#8220;Ciao Massimo&#8221;, urla al cielo Vasco, &#8220;sei sempre con noi, viva Massimo Riva&#8221;.<br />
Lo show termina con &#8220;Vita spericolata&#8221; (&#8220;Ognuno in fondo perso dentro al suo facebook&#8221;, canta il Blasco) e con l&#8217;immancabile &#8220;Albachiara&#8221; che incendia i cuori di tutti e fa alzare a chiunque, giornalisti, fan, addetti alla sicurezza, mis credenti e fanatici, le braccia al cielo. Vasco può farlo, Vasco fa parte della vita di tutti, che lo si voglia o meno.</p>
<p>(Daniela Calvi)</p>
<p>&#8220;Sei pazza di me&#8221;<br />
&#8220;Non sei quella che eri&#8221;<br />
&#8220;Starò meglio di così&#8221;<br />
&#8220;Giocala&#8221;<br />
&#8220;Rock &#8216;n&#8217; roll show&#8221;<br />
&#8220;Dici che&#8221;<br />
&#8220;Vivere o niente&#8221;<br />
&#8220;Manifesto futurista della nuova umanità&#8221;<br />
&#8220;Siamo soli&#8221;<br />
&#8220;Alibi&#8221;<br />
&#8220;La fine del millennio&#8221;<br />
&#8220;Gli spari sopra&#8221;<br />
&#8220;Non l’hai mica capito&#8221;<br />
&#8220;L’aquilone&#8221;<br />
&#8220;Eh già&#8221;<br />
Medley: &#8220;Rewind&#8221;, &#8220;Ti prendo e ti porto via&#8221;, &#8220;Gioca con me&#8221;, &#8220;Delusa&#8221;<br />
&#8220;Canzone&#8221;<br />
&#8220;Vivere non è facile&#8221;<br />
Vasco con chitarra acustica: &#8220;Tango (della gelosia)&#8221;, &#8220;Sally&#8221;<br />
&#8220;Guarda dove vai&#8221;<br />
&#8220;Un senso&#8221;<br />
&#8220;Vita spericolata&#8221;<br />
&#8220;Albachiara&#8221;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Live Report: Jovanotti @ Bonnaroo Music Festival &#8211; Manchester, Tennessee (USA), 11/6/2011</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Jun 2011 09:52:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Bonnaroo]]></category>
		<category><![CDATA[Gogol Bordello]]></category>
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		<category><![CDATA[Live Reporte]]></category>

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		<description><![CDATA[“Hello, my name is Jovanotti and I come from Italia. I am so proud to be here, you can’t imagine”. Così si presenta Lorenzo Cherubini al Bonnaroo Music Festival. L’accento italiano è forte, fa sorridere, fa tenerezza dopo 10 giorni di “Hell yeah” e “What’s up”. Fa sentire un po più a casa.
Siamo a Manchester, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Hello, my name is Jovanotti and I come from Italia. I am so proud to be here, you can’t imagine”. Così si presenta Lorenzo Cherubini al Bonnaroo Music Festival. L’accento italiano è forte, fa sorridere, fa tenerezza dopo 10 giorni di “Hell yeah” e “What’s up”. Fa sentire un po più a casa.</p>
<p><a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2011/06/Jova2.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-790" title="Jova2" src="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2011/06/Jova2.jpg" alt="" width="213" height="104" /></a>Siamo a Manchester, 150km da Nashville, Tennessee. “Music City U.S.A.” la chiamano gli americani, e non potrebbero avere più ragione. Questa è la città della country music, come Memphis è la città del Blues. Qui hanno inciso per la prima volta Elvis, Johnny Cash e Jerry Lee Lewis. Di queste parti sono i Kings of Leon. Qui è nato il rock &amp; roll.</p>
<p>Il Bonnaroo Festival è uno dei più importanti festival rock del continente americano, alla pari del Coachella e del Lollapalooza. Si tiene in un’immersa fattoria, 80.000 “rooers” vengono da dieci anni e da ogni stato americano e canadese. 15-20 ore di macchina per rendere omaggio ai maggiori artisti americani e non. Se infatti le superstar qui sono Eminem, Arcade Fire, My Morning Jacket e Widespread Panic, c’è anche il nostro Jovanotti a rappresentare l’Italia.</p>
<p>L’appuntamento è fissato alle 15h del sabato pomeriggio. A quest’ora  il caldo è asfissiante, la birra è gelida e i bikini sono numerosi. Lo sa molto bene Jovanotti, subito infiamma i coraggiosi che osano sfidare i 36 gradi all’ombra del Tennessee. E’ un Lorenzo molto felice<br />
e fiero di rappresentare la nostra penisola, è venuto qui per questo, invitato da Eugene Hütz, lo scatenato frontman dei Gogol Bordello, incaricato dall’organizzatore del festival di delineare la line-up di uno stage per il sabato. E’ un onore per Jovanotti essere presente, e<br />
non manca di ripeterlo più e più volte.</p>
<p>Vuole improvvisare con il pubblico, con la “beautiful people <a href="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2011/06/Jova1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-788" title="Jova1" src="http://musicreporters.rockol.it/dalvivo/files/2011/06/Jova1.jpg" alt="" width="225" height="366" /></a>from Bonnaroo”. La jam session di un’ora inizia con “Non m’annoio” e il beat è irresistibile. L’interazione con il pubblico è fantastica, la migliore in assoluto del weekend. Questa è la vera arma in più del  nostro cantautore, poco importa essere ad Assago o nella campagna americana. Non manca la lezione di lingua nella setlist, <em>italian lesson number</em> one: “Serenata rap, affacciati alla finestra amore mio”. Bastano poche ripetizioni e molti cantano, tutti si sentono subito<br />
italiani, tutti si sentono romantici. Un altro sing-along non tarda ad  arrivare sulle note di Io penso positivo, e allora capisco di non essere il solo italiano: vedo con piacere un tricolore sventolare, riconosco almeno una decina di facce indiscutibilmente mediterranee.<br />
Forse sono studenti in scambio, forse sono italo-americani,  numerosissimi, come il ragazzo di NY, nonni veneti. Parla un italiano perfetto, mi chiede: cosa ci fai tu qui? Io gli rispondo: “this is the place to be”, e Jovanotti lo sa. E’ arrivato il turno per “L’ombelico  del mondo”. E allora Mr Jovanotti balla. Si agita. Salta. Suda. Suda tanto, non si risparmia, vuole imprimere il suo sound nella testa degli americani, vuole far capire come si fa in Italia. “My english is bad but my sound is perfect”. Anche il frontman dei Gogol Bordello ha voglia di ballare, ha tanta energia in corpo e salta sul palco. Vuole cantare con Lorenzo, vuole cantare con lui “L’italiano”, la canzone italiana per eccellenza. E’ un momento unico e irripetibile, due grandissimi entertainers insieme sul palco. Il pubblico impazzisce e si pela le mani quando Eugene Hütz annuncia a seguire un acoustic set dei Gogol Bordello. Non è nel programma, ma subito si sparge la voce e i fan del gruppo gipsy punk più famoso del mondo arrivano numerosissimi. I miei programmi saltano, tra poco suonano i Mumford &amp; Sons, uno dei concerti più attesi dell’intero weekend. Ma questo è un festival, questa è la musica: improvvisazione.  E Jovanotti è un genio in questo. E l’italian Funky Grandmaster.</p>
<p>(<a href="http://prettymuchcool.wordpress.com/">Alessio Zolesi</a>)</p>
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		<title>Live Report: Converge @ Latte Più, Brescia 11/06/11</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Jun 2011 14:10:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Converge live: un’esperienza, un pugno in faccia, un’ora di violenza da assimilare lentamente e far decantare. Jacob Bannon si presenta sul palco del Latte Più intorno alle undici e trenta per l’unica data italiana della band di Salem: giacchetta “The north face” chiusa incredibilmente fino al collo (tatuatissimo), pantaloncini corti e adrenalina a livelli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto43/54/8541.jpg" alt="" width="288" height="216" /> Converge live: un’esperienza, un pugno in faccia, un’ora di violenza da assimilare lentamente e far decantare. Jacob Bannon si presenta sul palco del Latte Più intorno alle undici e trenta per l’unica data italiana della band di Salem: giacchetta “The north face” chiusa incredibilmente fino al collo (tatuatissimo), pantaloncini corti e adrenalina a livelli altissimi. Durante il soundcheck passeggia nervosamente lungo il palco del locale bresciano come un leone in gabbia. Poi, senza quasi preavviso, scatta la violenza: luci accese per tutto il set e fiato agli amplificatori. Venti pezzi in scaletta, contando i due al rientro. Metalcore grezzo, aggressivo, incredibilmente feroce. Un sound perfetto che entra nelle viscere e scuote le fondamenta: vedere i <a href="http://www.rockol.it/artista/Converge">Converge</a> suonare è impressionante. Newton e Ballou non stanno fermi un secondo, si dimenano continuamente lanciando imperterriti secchiate di sudore che vanno a benedire le prime file. Koller alla batteria pesta senza tregua e Bannon, beh, lui è il fuoriclasse, il leader carismatico, un Henry Rollins altrettanto furibondo ma molto più asciutto in quanto a muscoli, padre indiscusso di quel muro sonoro che dal lontano ’91 lede gentilmente i timpani di generazioni di giovanotti conquistati dalla furia omicida di questa band oggi seminale. Perché i Converge sono questo: la gente poga, si ammazza, volano scarpe e denti, e loro se ne stanno beati con gli occhi iniettati di sangue a deflorare basso e chitarra, abbaiando al microfono, dedicando pezzi tutt’altro che teneri addirittura alla persona amata (“On my shield”). Ci mancavano solo le dediche amorose dei Converge. Bannon ringrazia il foltissimo pubblico bresciano che, incassato il primo, tremendo blocco (“Concubine”, “Dark horse”, “Heartache” e “Hellbound”), è già in forte debito d’ossigeno. Il set, come già accennato, dura un’oretta circa. Giusto il tempo di presentare un ottimo mix di pezzi pescati sostanzialmente dagli ultimi quattro album &#8211; stupende “Worms will feed/Rats will feast”, “Damage”, “Cutter”, la titletrack dell’ultimo lavoro, “Axe to fall”, più “The high cost of playing God” da “When Forever Comes Crashing” del 1998 &#8211; e una gustosissima novità, “Runaway”, appena pubblicata su un sette pollici in comproprietà con i Dropdead, band hardcore punk di Providence, Rhode Island. Suonate le dodici e trenta (tabella di marcia imposta dall’incombere di un lungo viaggio notturno che da Brescia porterà la band in quel di Parigi) arrivano i saluti con “Eagles become vultures” e “The broken vow”. Due minuti di pausa e di nuovo sul palco (con Koller che aizza simpaticamente la platea suggerendo il classico “two more songs!”) per “Drop out” e “Last light” che chiudono definitivamente il set. Le luci si spengono, le orecchie ottengono una meritata tregua e chi vuole può avvicinarsi al palco per salutare la band che, come da tradizione, si ferma ad amplificatori spenti a stringere mani, elargire copiosamente abbracci e fare quattro chiacchiere con i fan più calorosi. Senza girarci intorno, i Converge visti a Brescia, guidati da un Bannon in formissima, hanno dimostrato per l’ennesima volta (non che ce ne fosse bisogno) di essere la band di riferimento in campo metalcore. Non per chissà quale motivo: semplicemente sono meglio di tutti gli altri. E dal vivo la differenza è ancora più lampante. Provare per credere.</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
<p>SETLIST</p>
<p>“Concubine”</p>
<p>“Dark horse”</p>
<p>“Heartache”</p>
<p>“Hellbound”</p>
<p>“Lonewolves”</p>
<p>“Runaway”</p>
<p>“Bitter and then some”</p>
<p>“The high cost of playing God”</p>
<p>“Reap what you sow”</p>
<p>“Cutter”</p>
<p>“Worms will feed/Rats will feast”</p>
<p>“On my shield”</p>
<p>“Axe to fall”</p>
<p>“Wishing well”</p>
<p>“Damage”</p>
<p>“First light”</p>
<p>“Eagles become vultures”</p>
<p>“The broken vow”</p>
<p>“Drop out”</p>
<p>“Last light”</p>
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		<title>Live Report: Afterhours @ Magnet Club, Berlino 06/06/11</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jun 2011 07:35:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Solo qualche mese fa,  per la precisione a marzo, uno dei nomi storici del rock made in Italy come i  Litfiba, tenne un infuocato concerto in quel di Berlino. Il pubblico, come era  lecito aspettarsi, era composto nella quasi totalità da  italiani. Proprio in quell&#8217;occasione spuntarono dei manifesti che  annunciavano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto43/132-3.jpg" alt="" width="283" height="212" />Solo qualche mese fa,  per la precisione a marzo, uno dei nomi storici del rock made in Italy come i <a href="http://www.rockol.it/artista/Litfiba"> Litfiba</a>, tenne <a href="http://www.rockol.it/news-218518/Concerti,-Litfiba--la-recensione-dello-show-di-Berlino">un infuocato concerto in quel di Berlino</a>. Il pubblico, come era  lecito aspettarsi, era composto nella quasi totalità da  italiani. Proprio in quell&#8217;occasione spuntarono dei manifesti che  annunciavano l&#8217;arrivo nel mese di giugno di un&#8217;altra band simbolo del rock  italiano, quelli Afterhours da molti anni tra i capostipiti della scena  indipendente del Belpaese.</p>
<p>La serata è arrivata,  e si tiene al Magnet Club, un piccolo tempio per l&#8217;indie-rock berlinese. Il  clima dentro al locale è torrido e sono le 21 quando l&#8217;ottima Marta Collica (che  risiede ormai da qualche anno in città) intrattiene i primi  arrivati. La sala si riempie lentamente e quando scocca l&#8217;ora  degli After ci sono un centinaio di persone circa. La prima sorpresa è scoprire che con Agnelli, Prette,  Dallera, D&#8217;Erasmo e Ciccarelli, c&#8217;è anche lo storico chitarrista Xabier Iriondo,  rientrato nella line-up per alcune date nell&#8217;estate del 2010 ed ancora presente  al fianco della band. Si comincia con un brano  provocante come “Estate” tratto da <a href="http://www.rockol.it/recensione-487/Afterhours-NON-E-PER-SEMPRE">“Non è per sempre”</a> cui seguono diverse  canzoni in inglese tratte da <a href="http://www.rockol.it/recensione-3162/Afterhours-BALLADS-FOR-LITTLE-HYENAS">&#8220;Ballads for little hyenas&#8221;</a>, versione anglosassone  di <a href="http://www.rockol.it/recensione-2971/Afterhours-BALLATE-PER-PICCOLE-IENE">&#8220;Ballate per piccole iene&#8221;</a>: “White whidow” (“La vedova bianca”), “The thin  white line” (“La sottile linea bianca”), “Andrea&#8217;s birthday” (“Il compleanno di  Andrea”) e “Judas&#8217; blood” (“Il sangue di Giuda”). Brani che in inglese  funzionano bene, come già su disco. Però il pubblico (composto da compatrioti)  li vorrebbe cantati nella madrelingua, (perchè è così che li hanno amati ed  imparati a memoria) e non perde occasione di urlarlo ad Agnelli (significativo  un “Facci sentire a casa!”). La band torna all&#8217;italiano con  “Le verità che  ricordavo” e “Milano circonvallazione esterna” (tratte ancora da “Non è per  sempre”), “Pochi istanti nella lavatrice (da “I Milanesi ammazzano il sabato”),  la splendida “Bye bye Bombay”, cantata a squarciagola dal pubblico (strappando  anche un sorriso a Manuel) e <a href="http://www.rockol.it/recensione-2115/Afterhours-QUELLO-CHE-NON-CE">“Quello che non c&#8217;è”</a> (che invece chiude il secondo  bis e di conseguenza lo show), entrambe dall&#8217;omonimo album.  Insomma, gli Afterhours sono sempre una garanzia di uno  show rock carico ed emotivo, anche fuori dalla &#8220;comfort zone&#8221; di un concerto in  Italia. Spiace soprattutto per la durata breve del set (poco più di  un&#8217;ora) e per la poco nutrita presenza di pubblico internazionale che gli After avrebbero sicuramente saputo conquistare.</p>
<p>(Ercole  Gentile)</p>
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		<title>Live Report: DJ Shadow @ Magazzini Generali, Milano 31/05/11</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jun 2011 09:30:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Il concept è già di per sé avvincente: suonare all’interno di una sfera enorme su cui vengono proiettati dei visual mixati live con la musica. Dentro la sfera chi ci mettiamo? DJ Shadow. Il gioco è fatto: Shadowsphere. Joshua Paul Davis sbarca in Italia dopo dodici anni (l’ultima volta era il 1999, sempre a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/dj%20shadow.jpg" alt="" width="320" height="240" /> Il concept è già di per sé avvincente: suonare all’interno di una sfera enorme su cui vengono proiettati dei visual mixati live con la musica. Dentro la sfera chi ci mettiamo?<a href="http://www.rockol.it/artista/Dj-Shadow"> DJ Shadow</a>. Il gioco è fatto: Shadowsphere. Joshua Paul Davis sbarca in Italia dopo dodici anni (l’ultima volta era il 1999, sempre a Milano) con il suo nuovo progetto, un esperimento audiovisivo particolarmente complesso, tecnologicamente avanzato e senza dubbio intrigante. Teatro dell’esibizione i Magazzini Generali. L’affluenza è buona nonostante la sfortunata collocazione settimanale (martedì): molti i curiosi di passaggio, diversi clubber professionisti in alta uniforme sempre e comunque mega cool, un buon numero di indie rockers defilati e, dulcis in fundo, qualche b-boy a prima vista troppo cresciutello. Davis sale sul palco intorno alle nove e trenta, saluta, ringrazia e si infila nella grossa sfera posta a centro palco. Dopo una piccola intro, le casse dei magazzini iniziano pompare elettronica, samples e campionamenti a tutto spiano. I visual proiettati sono un concentrato d’immagini studiate per creare effetti tridimensionali e giochi di prospettiva, sfruttando nel modo migliore il globo sferico/consolle sistemato con cura davanti a uno schermo di dimensioni cinematografiche. Sfera che cambia ripetutamente aspetto diventando per esempio la morte nera di Star Wars, una palla da basket, da calcio, da baseball, da bowling, da biliardo, il sole, il globo terrestre, una palla di neve in bianco e nero che rotola di fronte ad un camino accesso (citazione da “Quarto potere”?), una sfera di cristallo, la torre della tv di Alexanderplatz a Berlino, un teschio che viaggia tra le corsie di un supermercato, l’iride di un occhio immenso che scruta la platea (meraviglioso), una ruota, un pendolo, il quadrante di un orologio. E poi ancora prospettive aeree, strade che scorrono veloci, paesaggi (digitali) distorti, circuiti, pianeti, fiori che nascono, un bosco di notte, soggettive sbollate, pigmenti che si sciolgono lentamente nell&#8217;acqua, uno schermo televisivo dove vengono fatte esplodere (nel tripudio generale) le faccione di Simon Cowell, Susan Boyle, Lady Gaga, Justin Bieber e Fergie, tanto per ricordare quando il DJ ombra sia legato ed affezionato a quel tipo di mondo.</p>
<p>E la musica? <a href="http://www.rockol.it/news-243912/-Dj-Shadow--in-arrivo-a-settembre-il-nuovo-The-less-you-know-the-better">Shadow sta per pubblicare un nuovo  lavoro intitolato “The less you know the better”</a> &#8211; che andrà sicuramente ad incrementare la sua collezione privata, composta si dice da più di sessantamila album &#8211; da cui pesca gli inediti “I gotta rock” (già reperibile sull’omonimo ep fresco di stampa) e “Def surround us”. E’ però sui successi del passato che si fonda il set, qui in versione ovviamente remixata, e pompati all’estremo. “Building steam with a grain of salt”, “Walkie talkie” e “This time” aprono le danze: il suono è corposo, sintetico, acido e trip hop da manuale. Arriva poi la già citata “Def surround us”, seguita da “Redeemed”, “Stem/long stem”, “Six days”, e dall’acclamatissima “Organ donor” in chiusura di set. La gente balla, canta, accompagna Shadow che compare sporadicamente ruotando la sfera per mostrarne l’interno. Pochissime le parole spese: “Quella di stasera è tutta roba mia, spero che vi piaccia”, e “Forse questo è il mio show migliore in Italia. Non parlo la vostra lingua ma grazie mille”. Da uno che si chiama Shadow, non mi aspettavo certo un comizio. Rientro quasi immediato per l’encore con “Blood on the motorway”, “Napalm brain/scatter brain” e la travolgente “High noon” in chiusura dopo un’ora e mezza passata velocissima, mentre sullo schermo scorrono prima le immagini della costruzione della sfera e poi i titoli di coda, proprio come in un film: regia, produzione, contributi, effetti digitali, cast, crew e via dicendo.</p>
<p>Shadowsphere è senza dubbio uno spettacolo da vedere: l’idea è buona e la realizzazione anche meglio. Il matrimonio audio/video funziona alla perfezione, coinvolge e fa ancora più effetto se si considera che stiamo parlando di un live. Tutto questo tripudio d’immagini però non deve distrarre dal fulcro della questione: prima di tutto, e sopra tutto, DJ Shadow si è confermato un grandissimo musicista. Speriamo solo di non dover aspettare altri dodici anni prima di rivederlo su un palco italiano.</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
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		<title>Live Report: Explosions In The Sky @ Estragon, Bologna 29/05/11</title>
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		<pubDate>Tue, 31 May 2011 14:01:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“…l’Italia è la terra dell’amore e della passione no? Quindi è con l’amore e la passione che suoneremo per voi questa sera… noi siamo esplosione nel cielo…”.
Le parole rapite e trepidanti di Munaf Rayani introducono l’arpeggio di “Yasmin the light” sul palco dell’Estragon di Bologna. E come sempre, la magia si compie. Non so bene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto43/88/22695.jpg" alt="" width="288" height="216" />“…l’Italia è la terra dell’amore e della passione no? Quindi è con l’amore e la passione che suoneremo per voi questa sera… noi siamo esplosione nel cielo…”.</p>
<p>Le parole rapite e trepidanti di Munaf Rayani introducono l’arpeggio di “Yasmin the light” sul palco dell’Estragon di Bologna. E come sempre, la magia si compie. Non so bene come funziona: prima eri fuori, poi in un lampo ci sei dentro fino al collo. Gli occhi si chiudono, le chitarre iniziano a volteggiare e inizia una discesa, lenta ed inesorabile, verso le radici del suono. Il suono degli <a href="http://www.rockol.it/artista/Explosions-In-the-Sky">Explosions In The Sky</a>, un flusso continuo che scivola dagli amplificatori e penetra nella testa attraverso le orecchie, il viso, i capelli, giù fino allo stomaco.</p>
<p>Un’ora e venti quasi in apnea, vissuta fino in fondo, respirata, goduta in ogni suo singolo momento sul palco tanto quanto in platea. “Last known surroundings”, “Catastrophe and the cure”, “The only moment we were alone”, “Postcard from 1952”, “Greet death”, “Your hand in mine”, “The birth and death of the day”, “Let me back in”. Suoni lenti, distorti, sussurrati, che deflagrano improvvisamente, si fanno prima cupi e poi incredibilmente solari. Senza mai dire una parola, senza staccare gli occhi dalla pedaliera in un ondeggiare costante quasi in balia del vento, un battito cardiaco che reclama vita (Chris Hrasky: batteria monumentale). Il “primo respiro dopo il coma”.</p>
<p>Gli Explosions In The Sky sono questo: un momento che ognuno dovrebbe ritagliarsi, almeno una volta nella vita. Per prenderci cura di noi stessi, per fare il punto della situazione, per spolverare qualche vecchio ricordo, o solamente lasciarsi andare completamente e vedere dove si arriva. Assaporare la libertà. “Take care, take care, take care”, mano nella mano, la nostra nella loro, dal sorgere del sole fino a vedere la giornata che muore. Un concerto da perdere la testa, dolce e aggressivo, innamorato e triste, da cui si riemerge storditi quando tutto finisce e la voce Nina Simone rompe il silenzio: gli Explosions hanno detto grazie e si sono guadagnati il backstage. C’è chi ne vuole ancora, ma la serata si chiude com’era iniziata, con le parole di Rayani: “Grazie, grazie davvero, ma questa è davvero la fine. Come l’ultima scena di un film, avete presente? The end. Siamo molto stanchi, abbiamo dato tutto e tornare sul palco beh, a cosa servirebbe? Non sarebbe certo la stessa cosa. Grazie a tutti, torneremo presto, ve lo prometto”.</p>
<p>Una persona. Un libro. Un film. Un colore. Un sapore. Un’idea. Un luogo. Un ricordo. Un amico. Un disco. A volte basta un suono, per ricordarsi cosa si ama.</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
<p>SETLIST</p>
<p>“Yasmine the light”</p>
<p>“Last known surroundings”</p>
<p>“Catastrophe and the cure”</p>
<p>“The only moment we were alone”</p>
<p>“Postcard from 1952”</p>
<p>“Greet death”</p>
<p>“Your hand in mine”</p>
<p>“The birth and death of the day”</p>
<p>“Let me back in”</p>
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		<title>Live Report: Wombats @ Alcatraz, Milano 26/05/11</title>
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		<pubDate>Fri, 27 May 2011 12:29:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Era prevedibile che gli Wombats avrebbero attirato un pubblico di giovanissimi, dato che molto giovani lo sono anche loro. Ma andiamo con ordine. Alcatraz, ore 21. Una discreta folla di indie-lovers è disposta ordinantamente sotto al palco: c&#8217;è chi si fa foto, chi sorseggia una birra e chi scruta curioso i vicini di concerto. Camicie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/wombats.jpg" alt="" width="272" height="185" />Era prevedibile che gli <a href="http://www.rockol.it/artista/Wombats">Wombats</a> avrebbero attirato un pubblico di giovanissimi, dato che molto giovani lo sono anche loro. Ma andiamo con ordine. Alcatraz, ore 21. Una discreta folla di indie-lovers è disposta ordinantamente sotto al palco: c&#8217;è chi si fa foto, chi sorseggia una birra e chi scruta curioso i vicini di concerto. Camicie a quadri come se piovesse: ce ne sono di ogni tipo e sorta. In attesa dei tre inglesini arrivano sul palco gli Orange, gruppo capitanato da Francesco &#8220;Nongiovane&#8221; Mandelli, acclamatissimi dal pubblico. Tre quarti d&#8217;ora di indie rock sbarazzino ma ben suonato, un paio di battute tratte da &#8220;i soliti Idioti&#8221;(programma culto di MTV) e gli Orange lasciano il posto ai Wombats. La scaletta del concerto è ben strutturata, brani nuovi si mescolano ai pezzi che hanno portato &#8220;gloria e fama&#8221; ai tre musicisti. Si inizia con &#8220;Our perfect disease&#8221; e &#8220;Kill the director&#8221;, in &#8220;very school style&#8221;, dato che i nostri eroi si sono conosciuti sui banchi della Performing Art School fondata nientepopodimenoche da Sir Paul McCartney. Il concerto è un crescendo ritmico ed emotivo. I ragazzi sotto al palco sono davvero elettrizzati e cantano i brani senza sbagliare una parola, ricevendo i complimenti dagli stessi Wombats che esclamano:&#8221; Vorremmo farvi un applauso perchè siete preparatissimi, sapete tutte le parole delle canzoni, siamo super contenti&#8221;. E lo sono davvero. Tanto sudore, tanta energia e Dan Haggies che fa roteare se stesso e la chitarra, è talmente adrenalinico che nn riesce a smettere di saltellare da una parte all&#8217;altra del palco. Ben dosata anche la presenza della batteria, niente sbavature, e questo è da elogiare. &#8220;Jump into the fog&#8221; e &#8220;Techno fun&#8221; sono di certo i brani più apprezzati del nuovo <a href="http://www.rockol.it/recensione-4629/Wombats-THIS-MODERN-GLITCH">&#8220;This modern glitch&#8221;</a>, ultima fatica in studio dei Wombats. Ovazione generale per pezzi &#8220;storici&#8221; come &#8220;Moving to New York&#8221;, &#8220;Backfire at the disco&#8221; e &#8220;Let&#8217;s dance to Joy Division&#8221;, uno dei brani del bis insieme ad &#8220;Anti-D&#8221;, prossimo singolo in uscita. Il live si chiude con &#8220;Tokyo (Vampires e Wolves)&#8221;, dedicata, come dicono gli stessi Wombats, ad una città che rimmarrà sempre nel loro cuore (è la metropoli dove tutto ha avuto inizio). Insomma, un concerto sicuramente da ballare, musica ben suonata e &#8220;humour inglese&#8221;, a volte un po&#8217; troppo tirato per le orecchie. Un plauso va sicuramente allo stoico Matthew Murphy: con i quaranta gradi presenti all&#8217;interno dell&#8217;Alcatraz ha resistito con la sua giacca bianca addosso per tutta la durata dello show, nonostante i capelli bagnati. Questo si che è stile.<br />
(Rossella Romano)</p>
<p>Setlist</p>
<p>Our Perfect Disease<br />
Kill The Director<br />
Party In A Forest (Where&#8217;s Laura?)<br />
Jump Into The Fog<br />
Patricia The Stripper<br />
How I Miss Sally Bray<br />
Here Comes The Anxiety<br />
Techno Fan<br />
Schumacher The Champagne<br />
Backfire At The Disco<br />
1996<br />
Moving To New York<br />
My First Wedding<br />
Tokyo (Vampires &amp; Wolves)</p>
<p>Bis<br />
Anti-D<br />
Let&#8217;s Dance To Joy Division</p>
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		<title>Live Report: Animal Collective @ Alcatraz, Milano 25/05/11</title>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2011 15:10:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono le nove e un quarto circa: la gabbia si apre e gli animali scappano. Basta un attimo e prendono il possesso del palco dell&#8217;Alcatraz dando inizio alla loro giostra psichedelica di musica e colori. Eccoli gli Animal Collective, hipster newyorchesi che hanno illuminato questi anni 2000 con una musica folle, sperimentale ma dal fascino [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto43/22/42636.jpg" alt="" width="240" height="180" />Sono le nove e un quarto circa: la gabbia si apre e gli animali scappano. Basta un attimo e prendono il possesso del palco dell&#8217;Alcatraz dando inizio alla loro giostra psichedelica di musica e colori. Eccoli gli <a href="http://www.rockol.it/artista/Animal-Collective">Animal Collective</a>, hipster newyorchesi che hanno illuminato questi anni 2000 con una musica folle, sperimentale ma dal fascino indiscutibile. I loro nomi d&#8217;arte sono tutto un programma: <a href="http://www.rockol.it/artista/Avey-Tare">Avey Tare</a>, <a href="http://www.rockol.it/artista/Panda-Bear">Panda Bear</a>, Geologist e Deakin.</p>
<p>Senza dire una parola, ognuno chino sul proprio strumento, spiazzano subito e presentano al pubblico milanese l&#8217;inedito &#8220;Change&#8221;, cantato da Deakin, mentre alle loro spalle uno schermo proietta immagini lisergiche. Poi tocca a &#8220;Stop thinking&#8221;, altro nuovo brano (vittima di una falsa partenza dovuta a qualche problema alla chitarra di Deakin, risolto senza l’ausilio di roadie), una specie di motivo tzigano intriso di elettronica acida e guidato dall&#8217;eclettica voce di Avey Tare sempre più “capo della cricca”. Questo è il succo degli Animal Collective: quando entrano in gioco, tutto diventa sogno, meraviglia, quasi un trip ad occhi aperti, e il tentativo di classificare i suoni del quartetto è tutt&#8217;altro che banale. Sarebbe un po&#8217; come scrivere un articolo di cronaca partendo da un libro di Lewis Carroll.</p>
<p>Alla terza canzone ecco il primo pezzo conosciuto, accolto da una piccola ovazione: &#8220;Did you see the words&#8221;, tratto dall&#8217;album del 2005 &#8220;Feels&#8221;, dove fa capolino la splendida e più delicata voce di Panda Bear e il pubblico comincia a scaldarsi per bene. Come la band del resto, dopo un inizio con il freno a mano leggermente tirato. Forse, complice la complessità della loro musica e il fatto che la scaletta è composta quasi solo da canzoni nuove, serve solo un pochino di tempo per sintonizzarsi sulle giuste frequenze. Un discorso ugualmente valido anche per chi ascolta: superato il primo impatto, è più semplice (e piacevole) lasciarsi trascinare fino in fondo. Fatto che sta che il crescendo è innegabile e, lanciato dalla doppietta “A long time ago” / “Take this weight”, si manifesta alla grande con &#8220;Knock you down&#8221;, altro pezzo cantato da un Avey Tare in grande serata, che mette letteralmente al tappeto grazie ad una spirale di suoni elettronici fantastici. Il gruppo si conferma impeccabile anche dal punto di vista dell&#8217;esecuzione: Tare si destreggia tra synth e chitarra, Panda si occupa di percussioni e drum machine, Geologist pensa alla &#8220;regia&#8221; anche lui con i synth e Deakin suona la sua chitarra. E, da vero hippie moderno, balla ogni brano contento come un bambino, saltellando in lungo e in largo sul palco.</p>
<p>A conferma del fatto che ci troviamo nel momento migliore del concerto, arriva &#8220;Brothersport&#8221;, la prima delle (solo) due canzoni estratte dal quel piccolo capolavoro del 2009 che si chiama <a href="http://www.rockol.it/artista/Animal-Collective">&#8220;Merriweather post pavillion&#8221;</a>. Ora balla davvero tutto l&#8217;Alcatraz (per quanto possano far ballare gli Animal Collective, ovviamente).</p>
<p>Da qui in poi, con una scelta curiosa ma rispettabile, gli animaletti decidono però di stoppare il climax e mantengono un ritmo piuttosto basso: dopo le inedite “Mercury”, “Your choice” e “Frights”, spuntano altri due brani vecchi, &#8220;We tigers&#8221; e &#8220;Summertime clothes&#8221;, ma per il resto l&#8217;overdose di novità continua perfino nei bis, lasciandoci, dopo quasi un’ora e quaranta filata, con il duo stralunato “I’d rather”/&#8221;Little kid&#8221; a pensare e ripensare come sarebbe stato un finale diverso. Ma in realtà sbagliamo: la musica degli Animal Collective va presa così. È materiale sopraffino per creduloni sofisticati, per ascoltatori che non si fanno (e non devono farsi) troppe domande. Qui sta la magia di questi hipster newyorchesi: basta lasciarsi andare, abbassare la guardia e concedere le nostre orecchie. Al resto ci penseranno loro.</p>
<p>(Giovanni Ansaldo / Marco Jeannin)</p>
<p>SETLIST</p>
<p>“Change”</p>
<p>“Stop thinking”</p>
<p>“Did you see the words”</p>
<p>“A long time ago”</p>
<p>“Take this weight”</p>
<p>“Knock you down”</p>
<p>“Brothersport”</p>
<p>“Mercury”</p>
<p>“Your choice”</p>
<p>“Frights”</p>
<p>“We tigers”</p>
<p>“Summertimes clothes”</p>
<p>Encore</p>
<p>“I’d rather”</p>
<p>“Little kid”</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Live Report: Meat Puppets @ Latte Più, Brescia 21/05/11</title>
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		<pubDate>Tue, 24 May 2011 14:06:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Data storica per Brescia: al Latte Più passano i Meat Puppets. Seguono alcune considerazioni preliminari, giusto per fare il punto della situazione. Il 24 marzo del 2006, Curt Kirkwood lancia un sondaggio sulla sua pagina myspace: “A qualcuno può interessare la reunion della formazione originale dei Meat Puppets?”. Piovono commenti a dirotto e la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto43/71/726.jpg" alt="" width="360" height="270" /> Data storica per Brescia: al Latte Più passano i <a href="http://www.rockol.it/artista/Meat-Puppets">Meat Puppets</a>. Seguono alcune considerazioni preliminari, giusto per fare il punto della situazione. Il 24 marzo del 2006, Curt Kirkwood lancia un sondaggio sulla sua pagina myspace: “A qualcuno può interessare la reunion della formazione originale dei Meat Puppets?”. Piovono commenti a dirotto e la seconda reunion ufficiale nel giro di venticinque anni diventa realtà, sebbene solo per due terzi (niente Derrick Bostrom, sostituito provvisoriamente da Ted Marcus). I Meat Puppets, quelli di “Meat Puppets II”, “Up on the sun”, “Mirage” e via dicendo, esistono ancora. Quei Meat Puppets che piacevano tanto a Kurt Cobain, tanto da inserire ben tre pezzi (“Lake of fire”, “Plateau” e “Oh me”) nella scaletta dell’immenso “Unplugged” dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Nirvana">Nirvana</a>. Nel 2011 i fratelli Kirkwood pubblicano un album di inediti intitolato “Lollipop”, tredicesimo in carriera, a quasi trent’anni di distanza dall’esordio eponimo. Trent’anni, in pratica una vita. Il set di Brescia è obiettivamente una data storica per la città, ma forse lo è più per me. Tanto importante da, non me ne vogliano, trascurare i Dandies quasi nella loro interezza. La domanda a questo punto nasce quasi spontanea: trent’anni, tredici album e due reunion sulle spalle. Che cosa resta dei Meat Puppets? Condivido le mie perplessità con una platea relativamente attempata. Spunta qualche chioma argentata e una discreta quantità di magliette griffate Sub Pop. Poco importa che i Meat Puppets non abbiano mai pubblicato con la Sub Pop (fondata nel 1986…). Quello che conta è lo spirito, il tentare di rievocare altri tempi che oramai non ci sono più. I tempi dell’indie, dell’hardcore, dei Minutemen e degli Hüsker Dü, quando ancora il grunge doveva nascere, crescere e morire.</p>
<p>Curt e Cris Kirkwood salgono sul palco intorno alla mezzanotte, accompagnati dal fido Shandon Sahm dietro ai tamburi. Il set dura la bellezza di un’ora e quaranta abbondante. Un set solido, aggressivo, meravigliosamente country, alternative, hardcore, a tratti lisergico e fondamentalmente un sacco divertente. Curt e Cris (il più sudato in assoluto) si divertono, si cercano e si trovano a meraviglia, lontani anni luce dal fare la figura dei bolliti in cerca di redenzione. In un susseguirsi di assoli sbilenchi e tirate di basso grondanti sudore a fiumi, arrivano in fila: “I&#8217;m a mindless idiot”, “Touchdown king”, le acclamatissime “Plateau” e “Up on the sun”, “Comin&#8217; down”, “Sam”, “The monkey and the snake”, “Oh me”, “Backwater”, “Hot pink” (meravigliosa) e “Hey baby que paso”. Arrivati dove sono ora, i Meat Puppets se ne sbattono altamente della forma e badano ovviamente alla sostanza. Curt Kirkwood: “Abbiamo mai suonato a Brescia prima d’ora? Non ne ho davvero idea. I don’t care at all. Thank you very much”. “Lake of fire”, tirata all’inverosimile, è lanciata da una cover (accennata per scherzo da Curt e immediatamente ripresa da Cris) di “Sloop John B” dei Beach Boys, una combinazione letale ed esaltante. Doppio encore, con la strumentale “Seal whales” e “Lost” (quinto pezzo pescato da “Meat Puppets II”) messe sul piatto al primo rientro e la cover del classicone di Freddy Fender “Wasted days wasted nights” al secondo (cercato e voluto con insistenza dalla affettuosissima, anche se non troppo popolata, platea bresciana) e fine dei giochi.</p>
<p>Curt esce dal minuscolo backstage pochi minuti dopo la fine del set per firmare autografi e scattare qualche foto. Che cosa chiedere di più? I Meat Puppets sono vecchi, si vede ed è inutile negarlo, ma hanno dimostrato di meritare (e reggere) ancora un palco, e questa è stata in assoluto la conferma più importante. Non avranno più lo smalto dei primi tempi, ma poco importa: loro se la godono e fanno benissimo. Chi è venuto per sentire i tre pezzi grazie ai quali probabilmente raccolgono ancora gente ai concerti &#8211; perché la sensazione, alla fine della fiera, purtroppo è questa &#8211; ergo “Lake of fire”, “Plateau” e “Oh me”, è stato ampiamente accontentato. Per quanto mi riguarda lascio il Latte Più con una foto di me e Curt Kirkwood abbracciati, felici e coperti di sudore dopo un live che fino a ieri marciva nella lista dei desideri di una vita. Avevo quindici anni quando sono tornato a casa con “Meat Puppets II” nella borsa. Da allora non l’ho più mollato.</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
<p>SETLIST</p>
<p>“I&#8217;m a mindless idiot”</p>
<p>“Touchdown king”</p>
<p>“Plateau”</p>
<p>“Up on the sun”</p>
<p>“Comin&#8217; down”</p>
<p>“Sam”</p>
<p>“The monkey and the snake”</p>
<p>“Oh me”</p>
<p>“Backwater”</p>
<p>“Hot pink”</p>
<p>“Hey baby que paso”</p>
<p>“Sloop John b” (Beach Boys cover)</p>
<p>“Lake of fire”</p>
<p>Encore 1</p>
<p>“Seal whales”</p>
<p>“Lost”</p>
<p>Encore 2</p>
<p>“Wasted days wasted nights” (Freddy Fender cover)</p>
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		<title>Live Report: Agnes Obel @ Teatro Blu, Milano 20/05/11</title>
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		<pubDate>Mon, 23 May 2011 12:55:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Agnes Obel fa il suo esordio il quattro ottobre 2010 con l’album “Philarmonics”, passato quasi inosservato in Italia, ma non all’estero, dove nel giro di pochi mesi diventa doppio disco di platino. Chi è Agnes Obel? Danese di Copenaghen trapiantata a Berlino, classe 1980, pianista figlia di musicisti, amante di Jan Johansson e cresciuta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Agnes%20Obel.jpg" alt="" width="390" height="260" /> <a href="http://www.rockol.it/artista/Agnes-Obel">Agnes Obel</a> fa il suo esordio il quattro ottobre 2010 con l’album “Philarmonics”, passato quasi inosservato in Italia, ma non all’estero, dove nel giro di pochi mesi diventa doppio disco di platino. Chi è Agnes Obel? Danese di Copenaghen trapiantata a Berlino, classe 1980, pianista figlia di musicisti, amante di Jan Johansson e cresciuta a pane, Bartók e Chopin. La conoscono tutti: sul gradino più alto del podio nelle classifiche di Danimarca e Belgio, ottava in Francia, “Just so” scelta per fare da colonna sonora in uno spot della Deutsche Telekom e “Riverside” che compare nella settima stagione di Grey&#8217;s Anatomy. Compone, suona, produce e registra tutto da sola. Saranno contenti alla Pias: per loro “Philarmonics” ha ottenuto grandissimi risultati con il minimo sforzo. L’occasione per recuperare il tempo perso c’è data dal primo passaggio ufficiale di Agnes nel nostro paese. La location è il Teatro Blu di via Cagliero a Milano: duecento posti circa, riempiti quasi interamente da una platea di appassionati e da qualche curioso attirato probabilmente più dal prezzo (dieci euro) che dal menù. Agnes sale sul palco intorno alle nove e quaranta, accompagnata solamente da un’altra musicista al violoncello. Timida, riservata, dolce. Spazio immediatamente alla musica: all’apertura strumentale “Falling, catching” seguono la titletrack “Philarmonics”, “Beast” e il singolo “Just so”, uno dei pezzi più conosciuti del repertorio della Obel, accolto con una piccola ovazione e salutato con un entusiasmo contagioso che sembra scioglierla definitivamente. “Louretta”, “Brother Sparrow”, un pezzo nuovo introdotto come “New song” (ma che gira in rete col titolo “Fuel to fire”), le cover di <a href="http://www.rockol.it/artista/John-Cale">John Cale</a> “Close watch” (“I keep a close watch” in originale) e “Katie cruel” (pezzo folk tradizionale), “Wallflower” e la spettacolare “Sons &amp; Daughters” (a mio avviso il pezzo migliore della serata, parzialmente riarrangiato e tirato all’inverosimile nel finale), costituiscono il corpo centrale del live. Atmosfera delicatissima, un silenzio quasi assoluto in sala rotto solamente dal pianoforte, dagli applausi sempre più corposi e dalla voce in punta di piedi della Obel che introduce quasi tutti i pezzi con qualche parola in un inglese fortemente accentato e poco altro: “Questa mattina ero a Berlino per avere il visto per gli Stati Uniti, oggi pomeriggio a Francoforte e stasera a Milano. Una giornata davvero infernale. Non mi sarei mai aspettata che potesse finire così. Grazie davvero”. Nessuna filippica sul cibo o sul tempo, nessuna dichiarazione di circostanza, solo tanti grazie e un sorriso sincero che vale oro. In conclusione di set arrivano “Riverside” (ottima), “Over the hill” e “On powdered ground” che manda la Obel nel backstage del teatro. Un solo pezzo al rientro: “Smoke &amp; Mirrors” chiude la serata dopo circa un’oretta e venti. Non è però finita qui. Sull’onda dell’entusiasmo, “costretta” da un diluvio di applausi, Agnes torna nuovamente sul palco quasi per scusarsi: “Abbiamo suonato tutto quello che potevamo suonare, non abbiamo più niente… Grazie davvero, è stato bellissimo”. Le luci si accendono e la serata si chiude, questa volta definitivamente. Poco da aggiungere: è stato davvero molto bello anche per noi. La migliore risposta possibile a chi ancora si chiedeva: “Ma chi è Agnes Obel?”.</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
<p>SETLIST</p>
<p>“Falling, catching”</p>
<p>“Philarmonics”</p>
<p>“Beast”</p>
<p>“Just so”</p>
<p>“Louretta”</p>
<p>“Brother Sparrow”</p>
<p>“New song” (Fuel to fire)</p>
<p>“Close watch” (John Cale)</p>
<p>“Katie cruel”</p>
<p>“Wallflower”</p>
<p>“Sons &amp; Daughters”</p>
<p>“Riverside”</p>
<p>“Over the hill”</p>
<p>“On powdered ground”</p>
<p>“Smoke &amp; Mirrors”</p>
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		<title>Live Report: Bee Hive @ Estragon, Bologna 20/05/11</title>
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		<pubDate>Sun, 22 May 2011 14:43:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Ritornano tutti prima o poi! Lo hanno fatto i Take That, i Litfiba, i Backstreet Boys e persino i Blue all’ultimo Euro Festival Anche la pantera nera Skin è tornata dai suoi Skunk Anansie. E in Italia? Dopo essere sopravvissuti all’addio di uno dei componenti dei Pooh e al divorzio dei Luna Pop, avevamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/bee-hive.jpg" alt="" width="288" height="216" /> <span style="color: #666666">Ritornano tutti prima o poi! Lo hanno fatto i Take That, i Litfiba, i Backstreet Boys e persino i Blue all’ultimo Euro Festival Anche la pantera nera Skin è tornata dai suoi Skunk Anansie. E in Italia? Dopo essere sopravvissuti all’addio di uno dei componenti dei Pooh e al divorzio dei Luna Pop, avevamo bisogno di qualcuno che riportasse una ventata di freschezza. Perché diciamocelo, la situazione in Italia è pesante! Ci vuole qualcosa per staccare la spina e per ridare un po’ di leggerezza. Sono andato a vedere i <a href="http://www.rockol.it/artista/Bee-Hive">Bee Hive</a> all’Estragon di Bologna. Ve li ricordate? Il famoso gruppo musicale, dei telefilm ispirati al cartone animato Kiss Me Licia. Direte voi: operazione amarcord! E invece no! Questa sera ho assistito a qualcosa d’incredibile. Un pubblico trasversale che si riuniva per celebrare uno dei gruppi musicali fenomeno degli anni ottanta. I Bee Hive riescono a fare impennare le vendite della parrucche, molti presenti avevano lunghe chiome viola come Satomi, ciuffi rossi come il mitico Mirko e caschetti neri in onore dell’assente Cristina D’Avena. I Bee Hive riescono a unire sotto lo stesso tetto orde di ragazzine come vent’anni fa, rockettari crudi e puri e radical chic della prima ora. Ebbene sì: i Bee Hive sono un fenomeno. “Maturati” molto bene e appesa la loro “parrucca” al chiodo si sono reinventati con un look più pulito e pop ma come un’anima rock. Mai avrei pensato che Pasquale Finicelli, alias Mirko e doppiato all’epoca da Enzo Draghi, sfoggiasse una voce così originale. E che dire del batterista e polistrumentista Manuel de Peppe “Matt” vero leader del gruppo. A lui va il merito di questa reunion. Stupisce Luciano De Marini “Paul” con il suo assolo di chitarra che fa infuocare i rockettari presenti. Il più acclamato è Sebastian Harrison, nella serie Satomi, arrivato direttamente da Malibù per questi concerti. Infine ci sono due new entry: il talentuoso Tony Amodio al basso e la vocalist Julce Giuliana Rescigno, che strega l’Estragon con i suoi duetti con Pasquale. Questi ragazzi hanno la fortuna di avere due nomi, quello reale e quello di fantasia. La loro carriera sembra così ripartire da quel binario che era il mondo dell’animazione e della celebrità televisiva per proseguire verso nuove strade. Dispiace se qualcuno arriccia il naso o li considera musica di serie B. Ma gli snob, si sa, di nascosto apprezzano questo genere. Sono riuscito ad avvicinarli durante le prove per fargli qualche domanda. La loro disponibilità e la loro educazione mi lascia di stucco. Quasi non ti viene neanche voglia di provocarli, in fondo sono stati “nostri amici” per metà degli anni ottanta, perché dovrei? Abbiamo parlato di musica, di progetti futuri e di voglia di fare. Hanno mille idee per la testa e credo sia giusto investire e tutelare un gruppo che non fa altro che generare solo bei momenti. Così sottolinea Tony Amodio: “Ci piace sapere che la gente esca con un sorriso e divertita”. Il concerto è stato un tripudio di hit di quegli anni. Sicuramente le più applaudite sono state &#8220;Freeway&#8221;, &#8220;Fire&#8221; e &#8220;Baby, I Love You&#8221;, ma anche le ballad più mielose come “Mio dolce amore” e “La poesia sei tu” venivano cantate dai capelloni con le magliette dei Ramones. Non ricordo tutte le canzoni dei Bee Hive ma alcune riaprivano dei ricordi ormai scomparsi nella mia mente. E se ci sono riusciti con me, figuriamoci con quella pazza sovrappeso che mi urlava di fianco e che mi ha schiacciato i piedi! Se riescono ancora in questo intento o sono dei bravissimi manipolatori delle emozioni o hanno ancora qualcosa da dire. Credo la seconda! Mi piacciono questi concerti e quel senso di appartenenza che si respira e, credetemi, nel momento storico che stiamo vivendo ne abbiamo veramente bisogno! Ah! I Bee Hive sono altissimi, dovevano stare gobbi per parlare dentro il mio cellulare! </span></p>
<p><span style="color: #666666"> (Gabriele De Risi)</span></p>
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		<title>Live Report: Rumer @ Magazzini Generali, Milano 20/05/11</title>
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		<pubDate>Sat, 21 May 2011 15:57:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Sedie, tavolini, una tenda montata per proteggere la sala dai rumori della zona bar e creare un’atmosfera più intima. Per una sera i Magazzini Generali di Milano assomigliano a un club londinese e sembra di stare al Ronnie Scott’s o al Jazz Cafè: le condizioni ideali per Rumer, la “new sensation” anglopakistana (scoperta qualche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/rumer3.jpg" alt="" width="288" height="216" /> <span style="font-size: small">Sedie, tavolini, una tenda montata per proteggere la sala dai rumori della zona bar e creare un’atmosfera più intima. Per una sera i Magazzini Generali di Milano assomigliano a un club londinese e sembra di stare al Ronnie Scott’s o al Jazz Cafè: le condizioni ideali per <a href="http://www.rockol.it/artista/Rumer">Rumer</a>, la “new sensation” anglopakistana </span>(<a href="../../theobserver/blog/2011/03/21/rockol-the-observer-riflettori-accesi-su-rumer/">scoperta qualche tempo fa anche da Rockol con The Observe</a>r)<span style="font-size: small"> per la prima volta in Italia sull’onda di “Seasons of my soul”, disco amatissimo dalla critica e anche dal pubblico internazionale (già un milione di copie vendute, metà delle quali in Inghilterra). Davanti a una platea di addetti ai lavori e di invitati che hanno resistito all’invito alla fuga di un pigro e caldissimo venerdì sera (ospite illustre <a href="http://www.rockol.it/artista/Paolo-Nutini">Paolo Nutini</a> in compagnia della sua band)  il breve showcase cattura pian piano l’attenzione com’è nello stile discreto e suadente della ragazza. Una che, come la connazionale <a href="http://www.rockol.it/artista/Adele">Adele</a>, punta una volta tanto sul talento e non su un fisico da modella (indossando con beata disinvoltura  un abitino floreale che più British non si può…), anteponendo le doti canore al marketing. Sul palco è timida e un po’ impacciata, assorta e concentrata; disegna figure immaginarie con le mani, ondeggia lievemente al ritmo della musica, sussurra tra un pezzo e l’altro poche parole quasi incomprensibili. Il missaggio e l’acustica del locale all’inizio non aiutano,  ma è un sollievo essere accarezzati da una vocalità così cristallina, naturale, mai spinta, mai inutilmente aggressiva. Assecondata da una band numerosa, elegante e professionale (sul palco sono in nove, con tanto di mini sezione fiati e di coriste) la cantautrice propone il suo repertorio in versioni molti simili a quelle del disco, lasciando giusto spazio a qualche breve solo di sax, di tromba e di chitarra elettrica. Il pubblico mostra di gradire i brani più noti, la suadente “Slow”, “Aretha” e la ultrabacharachiana “Am I Forgiven”, ma il momento più intenso è forse “Thankful”, intensa e poetica ballata pianistica vicina al magico periodo “Blue” di <a href="http://www.rockol.it/artista/Joni-Mitchell">Joni Mitchell</a>. C’è tempo anche per un paio di cover, ma al posto di “Alfie” e di “It might be you” (da “Tootsie”) arrivano stavolta “Sara smile” di Hall &amp; Oates (e chissà se è un incitamento a se stessa: il suo nome di battesimo è Sarah con la h finale) e  “You’ve really got a hold on me” dei Miracles di Smokey Robinson, ben giocata tra pause e ripartenze. Scelte sintoniche col personaggio, e che servono a rimarcare ulteriormente il suo orizzonte di riferimento: i Settanta e i Sixties, la Motown e il blue-eyed soul, accanto al soft-rock e alle musiche da film. Sembra planata qui da un altro mondo e da un’altra epoca, Rumer, e anche in dimensione live il suo vintage pop e il suo atteggiamento un po’ naif  fanno l’effetto di un alito di vento fresco. Fatica un po’ a sciogliersi, quello sì, e per lasciarsi andare avrebbe forse bisogno di un concerto su distanze più lunghe e di un pubblico “vero” (intanto, chi s’è le persa, può rimediare domani in tv a “Quelli che il calcio”).  Attendiamo la riprova portando a casa la sensazione di un talento genuino che – a trentadue anni – deve ancora sbocciare per intero. </span></p>
<p><span style="font-size: small">(Alfredo Marziano)</span></p>
<p><span style="font-size: small">Set list:</span></p>
<p>“<span style="font-size: small">Come to me high”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">Am I forgiven”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">Saving grace”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">Slow”</span></p>
<p>“<span style="font-size: small">Blackbird”</span></p>
<p>“<span style="font-size: small">Sara smile” </span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">Take me as I am”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">Thankful”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">Aretha”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">You’ve really got a hold on me”</span></p>
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		<title>Live Report: Twin Shadow @ Salumeria della Musica, Milano 15/05/11</title>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2011 17:28:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Salumeria della Musica sfoggia una piccola folla all’ingresso per la prima (e unica) data italiana di George Lewis Jr. alias Twin Shadow. La crème de la crème dell’aristocrazia indie (snob) milanese chiamata a raccolta da un nome che ultimamente gira parecchio nell’ambiente e che stasera presenta al pubblico meneghino il suo album di debutto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/twinshadow.jpg" alt="" width="421" height="365" />La Salumeria della Musica sfoggia una piccola folla all’ingresso per la prima (e unica) data italiana di George Lewis Jr. alias <a href="http://www.rockol.it/artista/Twin-Shadow">Twin Shadow</a>. La crème de la crème dell’aristocrazia indie (snob) milanese chiamata a raccolta da un nome che ultimamente gira parecchio nell’ambiente e che stasera presenta al pubblico meneghino il suo album di debutto, “Forget”, pubblicato a novembre dello scorso anno con la 4AD e venerato dai vari Pitchfork, NME e compagnia bella. Un album davvero interessante, un buon mix di synth pop, indie e shoegaze, trainato da un ottimo pezzo come “Castle in the snow” che ne sta facendo la fortuna in rete. Un album che, per la cronaca, è in vendita alla modica cifra di cinque euro (!) al banchetto posto all’ingresso della Salumeria. L’apertura della serata è affidata a Jonathan Clancy (Settlefish, A Classic Education) con i suoi His Clancyness, questa sera per la prima volta in formazione a tre. Una mezz&#8217;oretta buona di indie/dream pop senza picchi eccelsi che introduce al main act, molto atteso da una Salumeria a questo punto  sufficientemente popolata. Twin Shadow, dominicano trapiantato prima in Florida e poi a New York e dal ciuffo pronunciatissimo, si sistema sul palco venti minuti prima delle undici (accompagnato da una batteria, un basso e un synth) per abbandonarlo esattamente un’ora e dodici pezzi dopo. Un set in netto crescendo che conferma quanto di buono avevamo già potuto apprezzare su disco, partito leggermente in sordina con il trio “Shooting holes”/“Tyrant destroyed”/“When we’re dancing”, penalizzate da qualche problema di settaggio al mixer, e decollato solo con l’attacco di “I can’t wait”. Da qui in poi tutto molto bene, grazie ad un sound che in versione live guadagna in sostanza (molto meno etereo e più chitarroso/new wave) ed una platea da encomio, fin troppo entusiasta e assolutamente in vena. Uno sfogo post elettorale? Forse… Ad ogni modo Twin Shadow sembra apprezzare molto il calore italico e contraccambia con  “Slow”, “Yellow balloon”, “Castle in the snow” e una curiosa versione accelerata di “At my heels” in chiusura di set. Un set che paradossalmente ha avuto proprio nella tanto attesa “Castle in the snow” il suo punto debole, meno convincente in questa versione live forse perché arrangiata diversamente, forse perché mixata non al meglio. Prima di scendere dal palco George Lewis Jr. ringrazia, visibilmente colpito per la magnifica accoglienza, se la prende scherzosamente con la location (“…è la prima volta che suoniamo in una soffitta…”) e se ne esce tra gli applausi. Applausi talmente convincenti da tirar fuori nuovamente la band dal backstage per un inatteso (viste le date precedenti) e corposo encore di ben tre pezzi tra cui la conclusiva “Tether beat” che manda tutti a casa felici e contenti. Un finale sull’onda dell’entusiasmo che chiude il capitolo Twin Shadow permettendoci di archiviare il tutto con un sincero “buona la prima”.</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
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		<title>Live Report: The Ark @ Live Club, Trezzo (Mi) 12/05/11</title>
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		<pubDate>Fri, 13 May 2011 15:33:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Gli Ark festeggiano i vent’anni di carriera sciogliendosi: compilation celebrativa appena uscita (“Arkeology – The complete single collection”) e tour d’addio in corso. Eccoli a Trezzo per l’ultima data italiana in assoluto, una serata all’insegna della nostalgia e dell’amarcord, con una scaletta pensata per non deludere i fedelissimi accorsi al capezzale della band morente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Ark.jpg" alt="" width="288" height="216" /> Gli <a href="http://www.rockol.it/artista/Ark">Ark</a> festeggiano i vent’anni di carriera sciogliendosi: compilation celebrativa appena uscita (“Arkeology – The complete single collection”) e tour d’addio in corso. Eccoli a Trezzo per l’ultima data italiana in assoluto, una serata all’insegna della nostalgia e dell’amarcord, con una scaletta pensata per non deludere i fedelissimi accorsi al capezzale della band morente per l’estremo saluto. Il live di Trezzo è popolato quindi dai parenti stretti e dagli amici più cari, quelli che mai per un secondo hanno abbandonato il sestetto svedese in tutti questi anni, una platea selezionatissima quasi completamente epurata dai fan dell’ultima ora e dai soliti curiosi di passaggio. Il set degli Ark inizia intorno alle undici, senza nessuna apertura, com’è giusto che sia. La band guidata da Ola Salo si presenta sul palco di bianco vestita con tutine succinte e stivaletto laccato d’ordinanza, attaccando con “Hey modern days” e “Clamour for glamour”. E’ ovviamente Salo a fare gli onori di casa, introducendo la serata, spiegandone il significato e dando il via a una serie di ringraziamenti che si protrarranno per tutta la durata del set. Gli Ark si sciolgono perché è ora che si metta la parola fine a questa esperienza, perché “… dopo vent’anni non siamo più così giovani, e ogni momento vissuto insieme è stato speciale…”. Speciale come il rapporto con la fan base italiana, indomabile e affettuosissima come da tradizione. E qui, con un po’ di campanilismo, vanno rinnovati i complimenti alle platee nostrane, tra le migliori in assoluto: faremo rumore, saremo maleducati e chiassosi, i quattro quinti di noi non parlano una parola d’inglese ma diecimila, mille o anche solo dieci persone, i cori saranno sempre da stadio e l’amore incondizionato. Vale per Springsteen come per gli Ark, per i Pearl Jam come per l’ultima delle band salite sul palco. Comunque. La prima parte del set prosegue con “Echo chamber”, “Breaking up with God” (uno dei due inediti della nuova raccolta) e “Father of a son” seguita da un “Drum solo” che permette alla band di abbandonare momentaneamente il palco per un veloce cambio d’abito. Gli Ark si ripresentano in livrea nera con uno dei pezzi più interessanti e riusciti della serata, “Superstar”, impreziosito da un ottimo assolo di Jepsson &#8220;Jepson&#8221; Mikael nel finale. Arriveranno poi in ordine: “Tell me this night is over”, “Disease”, le acclamatissime “Prayer for the weekend” e “Let your body decide” e, prima del finale di set, l’interessante “Laurel Wreath”, con Salo che abbandona la tuta nera per sfoggiare un completino composto da cappello da poliziotto, bretelle, petto nudo, pantaloni aderenti e stivali al ginocchio. A questo punto è tempo di fare quattro chiacchiere. Salo introduce “It takes a fool…” ringraziando nuovamente il pubblico italiano per i dieci anni passati insieme (praticamente da “We are the Ark” in poi) e invita tutti a dare fondo alle ugole per quello che a tutti gli effetti è il manifesto della band svedese. Gli Ark, che piaccia o no, sanno suonare e stare su un palco. E, lo dico senza problemi, “It takes a fool to remain sane” è un gran pezzo, un singolone destinato inevitabilmente a trasformarsi in un evergreen, pietra angolare e fondamenta dell’intera discografia degli Ark. Una band che, con questo live-show, ha trovato il modo migliore per andarsene a testa alta chiudendo il set principale di Trezzo con l’ironica “One of us is gonna die young” (in cui trova posto anche un accenno di “Forever young” degli Alphaville tanto per far capire il tono): “Abbiamo vissuto in fretta, siamo morti giovani e d’ora in poi potrete parlare degli Ark come di uno splendido cadavere. Vent’anni sono una vita breve, ma siamo felici di averla passata con voi”. Baci e abbracci e si passa quasi immediatamente all’encore. Tre pezzi in scaletta: “Patchouli”, “Stay with me” richiesta dalle prime file &#8211; “… avete cantato meravigliosamente “Superstar”, è l’ultima data in assoluto, quindi se volete sentire una canzone in particolare, questo è il momento” &#8211; e l’incalzante, glam, kitsch e strabordante “Calleth you, comet I”, ultimo respiro esalato prima del passaggio a miglior vita. Una chiusura con il botto che strappa un fiume di applausi e qualche lacrima commossa dei più affezionati (o meglio affezionate, vista la stragrande maggioranza femminile). Finito tutto, la sensazione è di aver partecipato al funerale di un conoscente, qualcuno che sapevamo già essere una brava persona ma che, dopo una così bella dimostrazione d’affetto da parte di chi gli è sempre stato vicino, avremmo voluto conoscere meglio. Come si dice in questi casi? Se non sbaglio che sono sempre i migliori che se ne vanno e che erano dei bravissimi ragazzi. La verità è che credevano davvero in quello che facevano e, con alti e bassi, è stato bello finché è durato. Per di più hanno avuto il coraggio di smettere quando è suonata la loro ora e per questo si meritano una lode extra: bravi Ark, è stato davvero un piacere.</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
<p>“Hey modern days”</p>
<p>“Clamour for glamour”</p>
<p>“Echo chamber”</p>
<p>“Breaking up with god”</p>
<p>“Father of a son”</p>
<p>“Drum solo”</p>
<p>“Superstar”</p>
<p>“Tell me this night is over”</p>
<p>“Disease”</p>
<p>“Prayer for the weekend”</p>
<p>“Let your body decide”</p>
<p>“Laurel Wreath”</p>
<p>“It takes a fool to remain sane”</p>
<p>“One of us is gonna die young”</p>
<p>“Patchouli”</p>
<p>“Stay with me”</p>
<p>“Calleth you, cometh I”</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Live Report: Ben Harper @ Teatro Ciak, Milano 12/05/11</title>
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		<pubDate>Fri, 13 May 2011 12:18:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ &#8220;Era tanto tempo che non facevo un set intero solo  con la chitarra. Forse dovrei fare un tour acustico intero&#8221;. E&#8217; visibilmente  emozionato, Ben Harper alla fine del concerto, e lo è ancora di più il pubblico  del teatro Ciak. L&#8217;occasione era di quelle ghiotte: non un vero concerto,  neanche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Foto%20Ben%20Harper%20uvr32-001-CF%20di%20Scott%20Soens.jpg" alt="" width="288" height="216" /> &#8220;Era tanto tempo che non facevo un set intero solo  con la chitarra. Forse dovrei fare un tour acustico intero&#8221;. E&#8217; visibilmente  emozionato, <a href="http://www.rockol.it/artista/Ben-Harper">Ben Harper</a> alla fine del concerto, e lo è ancora di più il pubblico  del teatro Ciak. L&#8217;occasione era di quelle ghiotte: non un vero concerto,  neanche un esclusivo showcase ad inviti per addetti ai lavori, ma una  performance in un teatro da un migliaio di posti; per accedere bisognava  comprare il nuovo disco <a href="http://www.rockol.it/recensione-4617/Ben-Harper-GIVE-TILL-ITS-GONE">&#8220;Give till It&#8217;s gone&#8221;</a> alla Fnac, che ha organizzato la  serata assieme alla EMI, casa discografica dell&#8217;artista: un modo di monetizzare  la presenza fisica dell&#8217;artista e premiare chi compra la musica.</p>
<div>La serata si apre con un&#8217;intervista, condotta da  Niccolò Vecchia di Radio Popolare. Ben si presenta sul palco in camicia e  cappello da cowboy e risponde amabilmente alle domande, qualche volta svicolando  elegantemente (&#8220;Non penso troppo a quello che faccio, lo faccio e basta&#8221;),  qualche altra con una battuta: a proposto del fatto che questo disco è  pubblicato da solista dopo le esperienze con altri musicisti, dice &#8220;Io e Jack  White stiamo facendo a gara a chi mette in piedi più band diverse&#8221;. Il pubblico,  però, più che sentir parlare &#8211; l&#8217;intervista è interessate ma alla fine dura un  po&#8217; troppo &#8211; vuole sentir suonare. Così arrivano sul palco due chitarre: un  acustica e una Weissenborn. &#8220;Questa chitarra è più vecchia di chiunque sia in  sala&#8221;, scherza Harper, &#8220;Eccetto forse me&#8221;, dice anche se in realtà ha solo 41  anni.</div>
<div>E lì si ripete la magia: Ben Harper ci mette  un&#8217;intensità e una delicatezza nel cantare che nessun altro ha. Canta quasi  sempre delicatamente, usando raramente la sua potenza vocale. La memoria corre  immediatamente al bellissimo<a href="http://www.rockol.it/recensione-1581/Ben-Harper-LIVE-FROM-MARS"> &#8220;Live from Mars&#8221; </a>doppio live di una decina di anni  fa, per metà totalmente acustico: e infatti una buona parte del repertorio  arriva dai dischi precedenti. Solo un paio di canzoni dal nuovo album, tra cui il  bel singolo, &#8220;Don&#8217;t give up on me now&#8221;. Il pubblico rumoreggia, chiede canzoni,  lui risponde, ringrazia. Infila una bellissima cover di &#8220;Sexual healing&#8221; di  <a href="http://www.rockol.it/artista/Marvin-Gaye">Marvin Gaye</a> (nel suo repertorio da un sacco di tempo, ma era da altrettanto  tempo che non la si sentiva), uno strumentale con la slide guitar, diverse volte  accenna a smettere ma poi continua per un altro po&#8217;.</div>
<div>Trovare difetti a Ben Harper è quasi impossibile,  ma se proprio si dovesse, si potrebbe dire che alla fine pure  il set è stato un po&#8217;  troppo lungo &#8211; reggere voce e chitarra è difficile per tutti, anche per lui.  Mica per altro: forse, sarebbe stato ancora più bello finire subito dopo  i  picchi emotivi del concerto. Ma allo stesso tempo, è stata una bellissima serata  così, finita con un pubblico estasiato e con Ben Harper che ringraziava sincero  per tutto quel calore. Dal palco, stringeva mani e prometteva autografi, con la  gente che correva fuori dal teatro all&#8217;annuncio che per una firma su un CD  bisognava uscire dalle porte laterali e rientrare da quelle principali per  mettersi in fila.</div>
<div>Ora non c&#8217;è che da aspettare il suo ritorno, a  luglio, con la band completa, e godersi il disco. Soldi doppiamente ben spesi,  per chi lo ha comprato e si è pure goduto questa serata.</div>
<div>(Gianni Sibilla)</div>
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		<title>Live Report: Billy Bragg @ Spazio 211, Torino 12/05/11</title>
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		<pubDate>Fri, 13 May 2011 10:37:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Plettri, asciugamani, bacchette, rose, tamburelli. In anni di concerti dai palchi si è visto buttare di tutto. Ieri sera, allo Spazio 211 di Torino, l’inglesissimo Billy Bragg ha chiosato la sua performance con il lancio di una bustina da tè, bevanda miracolosa che sorseggiava tra un pezzo e l’altro nel tentativo di mantenere l’intonazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Billy%20Bragg.jpg" alt="" width="288" height="216" /> <span style="font-size: small">Plettri, asciugamani, bacchette, rose, tamburelli. In anni di concerti dai palchi si è visto buttare di tutto. Ieri sera, allo Spazio 211 di Torino, l’inglesissimo <a href="http://www.rockol.it/artista/Billy-Bragg">Billy Bragg</a> ha chiosato la sua performance con il lancio di una bustina da tè, bevanda miracolosa che sorseggiava tra un pezzo e l’altro nel tentativo di mantenere l’intonazione (è un rimedio, ha scherzato, suggeritogli da <a href="http://www.rockol.it/artista/Madonna">Madonna</a>). Nonostante il profilo espanso da un incipiente “beer belly” e i capelli ingrigiti, a 53 anni Bragg resta un performer coinvolgente e comunicativo, sempre magistrale nel mischiare “pop &amp; politics” alternando incitazioni appassionate ad aneddoti divertenti. Un cantastorie e un entertainer a cui bastano una chitarra (elettrica, per gran parte dello show, acustica per un paio di numeri)  e una lingua sciolta (che si sforza di rendere comprensibile, a dispetto dell’accento cockney) per tenere insieme un’ora e tre quarti di show senza cali di tensione. Resta la sintesi migliore possibile sulla piazza tra <a href="http://www.rockol.it/artista/Woody-Guthrie">Woody Guthrie</a>, omaggiato con tre canzoni autografe, e i Clash, il cui concerto al Rock Against the Racism del 1978 a Londra rappresentò la sua personale epifania (lo racconta sempre, anche stasera). Di Guthrie racconta l’infatuazione per Ingrid Bergman, nata dalla visione del film “Stromboli”di Rossellini che gli ispirò le metafore sessuali del vulcano in eruzione. E ricorda implicitamente che anche la sua chitarra ammazza i fascisti, legando l’antica “All fascists” del maestro alla sua “The battle of Barking”, resoconto di una significativa vittoria elettorale conseguita nel distretto dell’Est londinese in cui è nato. Tra le pennate fiere ed energiche di “NPWA” (che significa “niente potere senza responsabilità”) rende attuale il suo messaggio politico prendendo di mira il WTO, le grandi banche e la globalizzazione selvaggia; poco prima, sbeffeggia un discorso di George W. Bush che al G7, dopo l’esplosione del “credit crunch”,  invocò la difesa del capitalismo democratico (“Un ossimoro, una contraddizione in termini: come l’intelligenza militare, il football americano e il bunga bunga”). Combatte il cinismo (“Non solo quello di Berlusconi e di Tony Blair, ma quello – più pericoloso – che alberga dentro di noi), i fascismi e i razzismi, sventolando orgoglioso le sue canzoni-inno  e dichiarandosi inguaribile ottimista, sempre disposto a vedere il bicchiero mezzo pieno (“Tomorrow’s going to be a better day”, una delle quattro selezioni dal recente Ep “Presssure drop” nato a commento dell’omonimo show teatrale). Ma è anche un delicato osservatore dei sentimenti e dell’Uomo Comune, un Ken Loach o un Mike Leigh del pentagramma capace di schizzare vividi quadretti di vita quotidiana e di esprimere grandi tenerezze in ballate come “A lover sings”, “The Saturday boy”, “Greetings to the new brunette”, “Must I paint you a picture” e “Tank park salute”, meravigliosa e struggente dedica al padre scomparso. E’ loquace come sempre: ricorda che è troppo tempo che manca da Torino (“Quanti sono? Quindici, diciassette anni?”), suscita sincere risate giocando sull’equivoca assonanza tra mais e mice (topi), a proposito degli ingredienti dell’insalata che ha mangiato per pranzo, coinvolge il pubblico a cantare in coro “The milkman of human kindness”,  “Levi Stubb’s tears” e l’inno sindacale di “There is power in a union” come in un classico hootenanny dopolavoristico e proletario, accarezzando e maltrattando le corde da “rocker compassionevole” quale è sempre stato.  Fino all’apoteosi finale dell’immancabile “A new England”, manifesto di un uomo e musicista  consapevole che “la musica non può cambiare il mondo, ma può spingere le persone a farlo”. Impagabile. </span></p>
<p><span style="font-size: small">(Alfredo Marziano)</span></p>
<p><span style="font-size: small">Setlist</span></p>
<p>“<span style="font-size: small">The world turned upside down”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">To have and to have not”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">The price I pay”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">Greetings to the new brunette”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">Tomorrow’s going to be a better day”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">Ingrid Bergman”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">Way over yonder in the minor key”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">A lover sings”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">NPWA”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">Sexuality”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">The battle of Barking”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">All you fascists”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">The Saturday boy”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">Must I paint you a picture”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">There will be a reckoning”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">The milkman of human kindness”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">Levi Stubbs’ tears”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">I keep faith”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">There is power in a union”</span></p>
<p lang="en-GB">
<p lang="en-GB"><span style="font-size: small">(bis)</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">Tank park salute”</span></p>
<p lang="en-GB">“<span style="font-size: small">A new England”</span></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Live Report: Max Pezzali @ Forum, Assago 05/05/11</title>
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		<pubDate>Fri, 06 May 2011 13:26:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reports]]></category>
		<category><![CDATA[concerti]]></category>
		<category><![CDATA[forum]]></category>
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		<category><![CDATA[max pezzali]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>

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		<description><![CDATA[“A un certo punto evidentemente ci siamo distratti”. Lo pensavo verso la fine del concerto di Max Pezzali di ieri, giovedì 5 maggio, al Forum di Assago. “Ci siamo” è riferito a noialtri che dovremmo, per ragioni di lavoro, avere il polso dei gusti e del gradimento del pubblico della musica. Perché, diciamocelo: a Max [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Max_Pezzali_new.jpg" alt="" width="288" height="216" />“A un certo punto evidentemente ci siamo distratti”. Lo pensavo verso la fine del concerto di <a href="http://www.rockol.it/artista/Max-Pezzali">Max Pezzali</a> di ieri, giovedì 5 maggio, al Forum di Assago. “Ci siamo” è riferito a noialtri che dovremmo, per ragioni di lavoro, avere il polso dei gusti e del gradimento del pubblico della musica. Perché, diciamocelo: a Max Pezzali non è che abbiamo riservato troppe attenzioni, negli ultimi, mmmh, quindici anni. Distratti da personaggi più trendy, più canzonedautorali, più rockalternativi, non ci siamo accorti, e colpevolmente, che Max stava continuando a costruirsi un seguito di pubblico magari meno cool, meno fighetto, ma certamente più ampio, fedele e appassionato di quello che possano vantare altri artisti ben più incensati di lui.<br />
Quel pubblico che ieri sera ha riempito il Forum e che, in particolare in due occasioni, ha incontrovertibilmente dimostrato che Pezzali ha ragione, e abbiamo torto noi.<br />
Ma cominciamo, come si fa, dal principio. Forum bello pieno, e di gente “normale”: nessun presenzialista obbligato, nemmeno nella tribuna stampa/VIP, nessun abbigliamento sopra le righe, nessun comportamento sguaiato. Solo gente contenta di esserci, e desiderosa che lo spettacolo abbia inizio. E lo spettacolo si apre con un gesto di coraggio: le prime cinque canzoni sono tutte tratte da <a href="http://www.rockol.it/recensione-4536/Max-Pezzali-TERRAFERMA">“Terraferma”</a>, l’album uscito subito dopo la partecipazione all’ultimo Festival di Sanremo con “Il mio secondo tempo”. L’accoglienza è affettuosa, la canzone sanremese scalda la platea, “Credi” ha un bel tiro e riesce a trovare un suono accettabile, dopo l’inizio di serata penalizzato dalla fetida acustica del Forum &#8211; evidentemente non tutti possono permettersi di fare come <a href="http://www.rockol.it/artista/Roger-Waters">Roger Waters</a> (<a href="http://www.rockol.it/news-229426/Concerti,-Roger-Waters--il-primo-show-di-Milano-">http://www.rockol.it/news-229426/Concerti,-Roger-Waters&#8211;il-primo-show-di-Milano-</a>) &#8211; ma il buon risultato va perduto quasi subito: già di “Tu come il sole” ridiventa difficile distinguere le parole.<br />
La band, divisa in due sul palco, lo è anche nell’attitudine: elettronica, ritmica e ordinata la sezione a destra di Max (guidata dal synth di Megahertz), più rock quella di sinistra; e non sempre le due inclinazioni sono armonizzate. Come non sempre, anzi quasi mai, i brani seguono fluidamente uno nell’altro: anzi, certe pause appaiono decisamente troppo lunghe e smorzano l’efficacia delle sequenze.<br />
I primi cori del pubblico arrivano per “Il mondo insieme a te” (2004) e per “Sei fantastica” (2007); “Lo strano percorso” (2004), benché non se ne capisca una parola, scatena i primi entusiasmi veri, con il pubblico in platea che salta a tempo (c’era qualcosa nell’arrangiamento live che mi ronzava nella memoria, e l’ho afferrato adesso: una citazione di “What is life” di <a href="http://www.rockol.it/artista/George-Harrison">George Harrison</a> &#8211; 1970, “All things must pass”); ma già l’attacco di “Rotta per casa di Dio” manda il pubblico in tripudio, e chiude in gloria la prima parte della serata.<br />
Che riprende con quella che mi sembrava una forzatura: Max annuncia che i due chitarristi accompagneranno, per le canzoni seguenti, la voce del pubblico e non la sua. Con la scaletta sott’occhio, l’iniziativa mi pareva rischiosa, dato che non ci leggevo titoli strafamosi. E invece, cari miei, migliaia di persone cantano parola per parola i testi di “Io ci sarò” (1997), “Se tornerai” (1997), “Come deve andare” (2001), “Me la caverò” (2005): canzoni melodiche nemmeno facilissime, e che certamente non sono state hit in classifica. Da qui, appunto, la riflessione che vi ho riferito all’inizio: evidentemente Max gode di un seguito non solo ampio, ma anche appassionato e attento, perché scene così, prima d’ora &#8211; nel pop italiano, intendo &#8211; le ricordavo solo ai concerti dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Pooh">Pooh</a> dei vecchi tempi e di <a href="http://www.rockol.it/artista/Renato-Zero">Renato Zero</a>.<br />
La band (e il Pezzali cantante) rientrano con “Quello che capita”, che introduce l’imprescindibile “Hanno ucciso l’Uomo Ragno”, ormai più un inno che una canzone, e come tutti gli inni un po’ invecchiata. Segue “La dura legge del gol”, vivacizzata da un’astuta proiezione di filmati che rievocano non solo i Mondiali di calcio perduti ai rigori dall’Italia (1994), ma anche quelli vinto ai rigori dall’Italia nel 2006 (e al penalty insaccato da Grosso il Forum esplode in un urlo, seguito persino dal po po-po po-po-po-po dei <a href="http://www.rockol.it/artista/White-Stripes">White Stripes</a>).<br />
Ecco, appunto: i filmati. Per la maggior parte della serata, sullo schermo alle spalle di Max sono comparsi spezzoni di videoclip, inquadrature del pubblico (espediente sempre valido) e giochi grafici che, francamente, parevano salvaschermo standard per Windows. Sembrerò incontentabile, visto che riferendo del concerto di <a href="http://www.rockol.it/artista/Jovanotti">Jovanotti</a> a Rimini (<a href="http://">http://www.rockol.it/news-235488/Concerti,-il-debutto-di-Jovanotti-a-Rimini-%282%29</a>) avevo criticato l’eccesso di arredo/corredo visuale, e qui lamento l’eccesso opposto. Ma, insomma, le situazioni sono ben diverse: non solo perché Jovanotti è una pallina elastica che rimbalza dovunque, mentre Max sul palco è tutto meno che esagitato &#8211; anzi, e lo dico con affetto: complice anche l’abbigliamento, a tratti sembra un pescatore d’acqua dolce che non si muove troppo nel timore di disturbare i pesci e di non farli abboccare &#8211; ma anche perché scenicamente il concerto di Pezzali è decisamente scarno, e un po’ di smoke and mirrors non guasterebbe.<br />
Per “Come mai”, altro grande momento corale, scattano gli accendini, mentre per il trittico successivo l’intero Forum, comprese le tribune e anche, timidamente, qualche ospite della tribunetta VIP, è in piedi a saltare con le braccia tese verso l’alto: “Tieni il tempo” si fonde con “Nord Sud Ovest Est” (che gran pezzo, a risentirlo oggi!) e “La regola dell’amico” chiude le danze prima che Max annunci un altro momento di canto del pubblico. Ecco, magari due volte in una stessa serata sono un po’ troppe; è vero che la prima era con accompagnamento di due chitarre e questa con accompagnamento del solo pianoforte, ma insomma&#8230; Tuttavia, Pezzali vince la scommessa: anzi, per ampi squarci del medley &#8211; “Nient’altro che noi”, 1999; “Ti sento vivere”, 1995; “Eccoti”, 2005; e “Una canzone d’amore”, 1995 &#8211; il pubblico canta addirittura a cappella, senza accompagnamento. Una dimostrazione di potenza, davvero.<br />
“Nessun rimpianto”, altra canzone di grande qualità, vede il rientro della voce di Max e della band; la riproposta di “Con un deca” (a quasi vent’anni dall’uscita) è rinvigorita dai suoni di Megahertz; e “Gli anni” (un pezzo enorme, certo una delle migliori canzoni italiane moderne) chiude solennemente la serata su un tono nostalgico ma non malinconico.<br />
Per una volta, i bis (benché previsti) sono richiesti e non appiccicati al finale “ufficiale”: “La regina del Celebrità” e “Quello che comunemente noi chiamiamo amore” somministrano una piccola doccia scozzese d’atmosfere sonore prima dell’inevitabile, ma assolutamente simbolica, conclusione sulle note di “Sei un mito”, che manda a casa il pubblico sazio e soddisfatto.<br />
Si replica venerdì 6 maggio a Brescia, sabato 7 maggio a Firenze (altre date nella sezione <a href="http://www.rockol.it/concerti_oggi.php">Concerti</a> di Rockol).<br />
(fz)</p>
<p>La scaletta:<br />
“Terraferma”<br />
“Il mio secondo tempo”<br />
“Credi”<br />
“Ogni estate c’è”<br />
“Tu come il sole (risorgi ogni giorno)”<br />
“Il mondo insieme a te”<br />
“Sei fantastica”<br />
“Lo strano percorso”<br />
“Rotta per casa di Dio”<br />
“Io ci sarò”<br />
“Se tornerai”<br />
“Come deve andare”<br />
“Me la caverò”<br />
“Quello che capita”<br />
“Hanno ucciso l’Uomo Ragno”<br />
“La dura legge del gol”<br />
“Come mai”<br />
“Tieni il tempo”<br />
“Nord Sud Ovest Est”<br />
“La regola dell’amico”<br />
“Nient’altro che noi”<br />
“Ti sento vivere”<br />
“Eccoti”<br />
“Una canzone d’amore”<br />
“Nessun rimpianto”<br />
“Con un deca”<br />
“Gli anni”<br />
“La regina del Celebrità”<br />
“Quello che comunemente noi chiamiamo amore”<br />
“Sei un mito”</p>
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		<title>Live Report: Wildbirds &amp; Peacedrums @ Magnolia, Milano 03/05/11</title>
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		<pubDate>Wed, 04 May 2011 16:06:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<category><![CDATA[concerti]]></category>
		<category><![CDATA[live]]></category>
		<category><![CDATA[magnolia]]></category>
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		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[wildbirds peacedrums]]></category>

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		<description><![CDATA[ Mariam Wallentin e suo marito Andreas Werliin girano per il Magnolia in attesa dell’inizio del set. Poca gente, atmosfera rilassata, serata tranquilla. Sul maxi schermo danno il secondo tempo di Barcellona – Real Madrid e, vista la mancanza di un banchetto del merchandising, tanto vale buttare un occhio alla partita. Nessun opening act da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/wildbirds-peacedrums.jpg" alt="" width="372" height="240" /> Mariam Wallentin e suo marito Andreas Werliin girano per il Magnolia in attesa dell’inizio del set. Poca gente, atmosfera rilassata, serata tranquilla. Sul maxi schermo danno il secondo tempo di Barcellona – Real Madrid e, vista la mancanza di un banchetto del merchandising, tanto vale buttare un occhio alla partita. Nessun opening act da registrare, nemmeno i <a href="http://www.rockol.it/artista/Dodos">Dodos</a> che pure stanno suonando in quel di Milano, più precisamente al Rocket, e che divideranno il palco con i Nostri durante le prossime date italiane. Non stasera: in cartellone ci sono solamente i <a href="http://www.rockol.it/artista/Wildbirds---Peacedrums">Wildbirds &amp; Peacedrums</a>. Loro, marito e moglie, sembrano non curarsi troppo della forma e, in silenzio, salgono sul palco interno del circolo milanese per dare inizio al set intorno alle undici. Dieci i pezzi in scaletta, in pratica tutto l’ultimo “Rivers” ma con i brani presentati in ordine differente rispetto alla tracklist originale del disco. Disco che, per la cronaca, è la summa di due Ep, “Retina” e “Iris”, pubblicati separatamente nel 2010 e uniti più tardi in un unico supporto. L’attacco è notevole, con l’ottimo singolo “Bleed like there was no other flood” qui leggermente riarrangiato rispetto alla versione originale e “fuso” con le successive “Tiny holes in this world” e “Under land and over sea” in un unico pezzo della durata approssimativa di venti minuti. In altre parole una discesa vertiginosa nei meandri di un suono scuro, giocato interamente sulle percussioni (batteria, xilofoni, kalimba, steel drum e via dicendo) amalgamate in un background sintetico d’accompagnamento (il duo in versione live diventa trio con l’aggiunta di una tastiera e di un synth) e impreziosito dalla voce ipnotica di una stupenda Mariam, questa sera di blu vestita. Musica sperimentale, a tratti spigolosa, spiritualmente affine a <a href="http://www.rockol.it/artista/Bjork">Björk</a> (vere anime gemelle) e al trip hop (dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Portishead">Portishead</a> di “Third”?), ma meno elettronica e più soul. Una formula vincente, un flusso continuo, fluido e costante, con qualche esplosione più ruvida negli assoli/coda di Andreas alla batteria, vere improvvisazioni accompagnate fedelmente da Mariam che spesso abbandona il microfono per cantare a bordo palco, rivolgendosi direttamente a una platea ammutolita come per esempio nello stupendo finale per sola voce di “Tiny holes in this world”. Da “Under land and over sea” in poi la faccenda si fa più tradizionale, i pezzi vengono separati diventando così più riconoscibili. Ottime “The well”, “Fight for me” e una densa “Peeling off the layers” a fare da chiusura dopo quaranta minuti abbondanti di set. Finale in crescendo che strappa applausi entusiasti a tutti i presenti, riportando i tre (un filo imbarazzati) sul palco per “The wave” che chiude la serata dopo quasi un’ora di musica. Le prime impressioni a caldo sono tutte per Mariam: impossibile non innamorarsi di lei almeno sei o sette volte nel giro di venti minuti. Poi, pensandoci bene, è dei Wildbirds &amp; Peacedrums nella loro interezza che è impossibile non innamorarsi. Sarà per il sound, per le idee, per l’atmosfera che sanno creare o molto più semplicemente per la bellezza dei pezzi. La verità è che il set di Milano è stato una vera chicca, loro sono assolutamente fenomenali e l’unica pecca è stata non poter spendere qualche soldo acquistando il minimo indispensabile in questi casi. Che ne so, i tre album, gli Ep, gli Lp, i singoli, la maglietta, la felpa, il poster, la spilla, gli adesivi&#8230;</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
<p>SETLIST</p>
<p>“Bleed like there was no other flood”</p>
<p>“Tiny holes in this world”</p>
<p>“Under land and over sea”</p>
<p>“The lake”</p>
<p>“The well”</p>
<p>“Fight for me”</p>
<p>“The Drop”</p>
<p>“The course”</p>
<p>“Peeling off the layers”</p>
<p>Encore</p>
<p>“The wave”</p>
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		<title>Live Report: Shakira @ Forum, Assago (Mi) 03/05/11</title>
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		<pubDate>Wed, 04 May 2011 06:50:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Basta vedere il trionfo di bagarini che stasera stazionano davanti al MediolanumForum, continuando a chiedere biglietti in giro, per capire l&#8217;attesa che c&#8217;è intorno al concerto di Shakira. Dopo la tappa di Bologna, quella al MediolanumForum di Assago è la sua seconda data italiana a supporto dell&#8217;ultimo album &#8220;Sale el sol&#8221;. Ed ecco che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/shakira_tiscali.jpg" alt="" width="263" height="179" /> Basta vedere il trionfo di bagarini che stasera stazionano davanti al MediolanumForum, continuando a chiedere biglietti in giro, per capire l&#8217;attesa che c&#8217;è intorno al concerto di<a href="http://www.rockol.it/artista/Shakira"> Shakira</a>. Dopo la tappa di Bologna, quella al MediolanumForum di Assago è la sua seconda data italiana a supporto dell&#8217;ultimo album<a href="http://www.rockol.it/recensione-4399/Shakira-SALE-EL-SOL"> &#8220;Sale el sol&#8221;</a>. Ed ecco che entrando nel palazzetto, oltre a veder confermata questa sensazione, si notano subito un paio di cose: il pubblico è principalmente femminile ed è costituito dalle classiche coppie madre/figlia teenager. E quello che colpisce è che, sin dalle prime canzoni, in entrambi i casi sono spesso le prime a ballare più delle seconde. Stesso dicasi per le coppie di fidanzatini composti, dove piano piano sono gli uomini a diventare i più scatenati. Merito della ragazza che è sul palco. Si, perché Shakira Isabel Mebarak Ripoll è ormai una sicurezza, un Blockbuster del latin pop che sforna ritornelli da classifica senza sosta e piace ad un pubblico ormai molto eterogeneo.<br />
Sono passate da poco le nove quando la cantante colombiana di origini libanesi fa il suo ingresso sul palco, avvolta in un vestito rosa: l&#8217;inizio è soft, con la ballata &#8220;Pienso en ti&#8221;. Ma poi già dalla seconda traccia Shakira sfodera un top dorato e un paio di pantaloni neri attillatissimi per &#8220;Why wait&#8221;. Il ritmo si alza e la giostra latina può avere inizio. L&#8217;artista dimostra da subito un paio di cose: che, come era lecito aspettarsi, balla davvero bene e sa sfruttare la sua forte sensualità, ma senza diventare mai troppo volgare. E poi stupisce un po&#8217; come veste gli arrangiamenti delle canzoni, virando spesso verso il rock come in &#8220;Te dejo Madrid&#8221; o nella versione aggressiva di &#8220;Whenever, wherever&#8221;. E poi non mancano momenti da ballo di gruppo come &#8220;La tortura&#8221; e del singolone &#8220;Loca&#8221;, uno dei punti di forza dell&#8217;ultimo disco &#8220;Sale el sol&#8221;.<br />
Come detto, l&#8217;artista gioca molto sulle sue doti di ballerina sanguigna: il suo è un vero e proprio karaoke etnico di musica e di cambi d&#8217;abito. Si passa con disinvoltura da un flamenco ad una danza del ventre, con grande apprezzamento del pubblico che sembra davvero divertirsi. Shakira dimostra di saper tenere la scena: chiama qualche giovane fan sul palco per ballare con loro due passi, sfodera un discreto italiano e sprigiona un sorriso contagioso. Tra una canzone e l&#8217;altra riesce perfino ad annunciare il gol del Barcellona (la squadra del suo fidanzato Gerard Piqué) contro il Real Madrid. &#8220;Gol del Barça&#8221; si lascia scappare con una risata la biondissima cantante. Chissà se avrà apprezzato Ivan Ramiro Cordoba, il difensore dell&#8217;Inter suo connazionale avvistato in tribuna con la famiglia.<br />
Il concerto prosegue, non senza qualche piccola caduta di stile. Le due più evidenti si hanno quando Shakira abbassa il ritmo e sfodera armonica e chitarra acustica: la cover di &#8220;Nothing else matters&#8221; dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Metallica">Metallica</a> ad esempio non riesce nel suo intento di diventare una ballata flamenco-pop e si dimostra una scelta forse troppo azzardata. Stesso dicasi per la scanzonata &#8220;Gipsy&#8221;, che non va mai a segno. Dopo la fine della setlist regolare con la sintetica e (ancora una volta) sensuale &#8220;She wolf&#8221; e l&#8217;arabeggiante &#8220;Ojos asì&#8221; l&#8217;artista colombiana concede un paio di bis. Ecco così la romantica &#8220;Hips don&#8217;t lie&#8221;, tratta da <a href="http://www.rockol.it/vetrina-3458/Shakira-ORAL-FIXATION-VOL.2">&#8220;Oral fixation vol.2&#8243;</a>. E poi, dulcis in fundo, regala il gran finale che tutti aspettavano con il tormentone &#8220;Waka waka&#8221;, una canzone che non ha bisogno di presentazioni. Il pubblico se ne va sorridendo e dà l&#8217;impressione di essersi davvero divertito. Passata la tappa di Milano, il Blockbuster latino ora può ripartire in giro per il mondo.</p>
<p>(Giovanni Ansaldo)</p>
<p>SETLIST:</p>
<p>1.Pienso en Ti<br />
2.Why Wait<br />
3.Te Dejo Madrid<br />
4.Whenever, Wherever<br />
5.Inevitable<br />
6.Nothing Else Matters (cover dei Metallica)<br />
7.Despedida<br />
8.Gypsy<br />
9.La Tortura<br />
10.Ciega, Sordomuda<br />
11.Sale el Sol<br />
12.Las de la Intuición<br />
13.Loca<br />
14.She Wolf<br />
15.Ojos Así</p>
<p>Encore:<br />
16.Hips Don’t Lie<br />
17.Waka Waka (This Time for Africa)</p>
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		<title>Live Report: Gianna Nannini @ Forum, Assago (Mi) 29/04/11</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Apr 2011 13:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Sono passate da svariati minuti le 21.00, al Forum di Assago:  il concerto si  apre in perfetto ritardo. E&#8217;  la prima tappa dell&#8217; &#8220;Io e te tour 2011&#8243;,  e lo  show inizia a luci spente, con il battito di mani dei fan che si confondono con il  battito del cuore di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto43/4120-6.jpg" alt="" width="300" height="225" /> Sono passate da svariati minuti le 21.00, al Forum di Assago:  il concerto si  apre in perfetto ritardo. E&#8217;  la prima tappa dell&#8217; &#8220;Io e te tour 2011&#8243;,  e lo  show inizia a luci spente, con il battito di mani dei fan che si confondono con il  battito del cuore di Penelope: gli ultimi suoni che chiudono il nuovo disco sono  i primi a dare il benvenuto al pubblico. Ed ecco <a href="http://www.rockol.it/artista/Gianna-Nannini">Gianna</a> che, con un grido acuto  saluta il suo pubblico, dando inizio alle danze. Un ingresso decisamente rock,  in tutti i sensi dal momento che la prima canzone è proprio &#8220;Rock 2&#8243;. Al Forum  di Assago c&#8217;è un&#8217;atmosfera da festa, fin dalla scritta sulla maglietta della  rock star senese che spunta da sotto il &#8220;chiodo&#8221;: &#8220;rock party&#8221;. La Nannini corre  da una parte all&#8217;altra, cercando di coinvolgere tutto il palazzetto. Lo sprint  iniziale non si esaurisce man mano che il concerto procede, ma si affievolisce  assumendo toni più calmi con l&#8217;apertura del sipario e il conseguente ingresso  dell&#8217;orchestra. A questo punto tutto cambia: dalla scenografia alla giacca della  Nannini, tutto concorre a conferire un&#8217;atmosfera romantica alla scena. Il  contesto si fa più delicato grazie a un luminoso cielo stellato che avvolge la  cantante mentre pronuncia quattro parole all&#8217;apparenza semplici e banali,   urlate a gran voce: &#8220;ti voglio tanto bene&#8221;.<br />
Si chiude il sipario e tutto  cambia un&#8217;altra volta: inizia la terza parte dello show, quella acustica,  introdotta da qualche giro di chitarra dal gusto vagamente gitano per permettere  un ulteriore cambio d&#8217;abito alla star, che sbuca con  giacca blu dotata di code.  A far ripartire le danze è la canzone &#8220;Io&#8221;. L&#8217;unico momento in cui Gianna smette  di cantare è per introdurre la cover di <a href="http://www.rockol.it/artista/Domenico-Modugno">Domenico Modugno</a>, &#8220;Volare&#8221;, che chiudeva  l&#8217;ultimo disco: &#8220;Questa è una canzone che tutti conoscono sin dall&#8217;infanzia. Ma  come la si fa noi, non la fa nessuno&#8221;, afferma con sicurezza. Così sul palco  salgono in perfetta sincronia le due differenti parti di Gianna Nannini, ovvero  quella più legata alla tradizione del suo paese e quella più amante del rock  puro. Inesorabili passano i brani poi, quando tutto ormai sembra aver preso un  certo assetto, un&#8217;altro cambiamento: la cantante scende dal palcoscenico e  sparisce tra la folla; corre &#8211; mentre le fanno da scudo gli uomini della  sorveglianza &#8211; fino al mixer  dove già da tempo -e chi se n&#8217;era accorto?- la  attende un pianoforte. Gianna si siede e, sola col suo piano,  intona &#8220;Notti  senza cuore&#8221;. Si avvicina il termine dello spettacolo e molti dei pezzi forti  non si sono ancora sentiti. I desideri dei fan vengono salvati in corner con un  concentrato delle maggiori hit dell&#8217;artista. I suoi grossi successi in pillole.  Due medley  che accompagnano verso la fine, coronata da un&#8217;immancabile  &#8220;Meravigliosa creatura&#8221;.</p>
<p>(Valeria  Mazzuca)</p>
<p>Setlist</p>
<p>&#8220;Rock2&#8243;</p>
<p>&#8220;Miami&#8221;</p>
<p>&#8220;Dimmi  dimmelo&#8221;</p>
<p>&#8220;Ogni tanto&#8221;</p>
<p>&#8220;I wanna die 4  u&#8221;</p>
<p>&#8220;Perché&#8221;</p>
<p>&#8220;Dimentica&#8221;</p>
<p>&#8220;Ti voglio tanto bene&#8221;</p>
<p>&#8220;Io e  te&#8221;</p>
<p>&#8220;Io&#8221;</p>
<p>&#8220;Profumo&#8221;</p>
<p>&#8220;Io e Bobbie Mc Gee&#8221;</p>
<p>&#8220;Volare&#8221;  (cover)</p>
<p>&#8220;Possiamo sempre&#8221;</p>
<p>&#8220;Perfetto&#8221;</p>
<p>&#8220;Amandoti&#8221;</p>
<p>&#8220;Sei  nell&#8217;anima&#8221;</p>
<p>&#8220;Notti senza cuore/ Una luce/ Donne in amore&#8221; (1°  medley)</p>
<p>&#8220;Volo/ Scandalo/ Latin Lover/ Fotoromanza/ Bello e impossibile&#8221;  (2° medley)</p>
<p>&#8220;I maschi&#8221;</p>
<p>&#8220;America&#8221;</p>
<p>&#8220;Meravigliosa creatura&#8221;</p>
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		<title>Live Report: James Blake @ Magazzini Generali, Milano 21/04/11</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2011 11:03:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ James Blake ha solo 22 anni. Ha lo sguardo algido, i capelli alla moda. Quasi come uno di quei ragazzi che si vedono sulle copertine delle riviste. Eppure, dietro questo suo aspetto &#8220;patinato&#8221; si nasconde un musicista di grande talento e ambizione. Un artista che ha in testa un progetto ben preciso: fondere il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/James-Blake1.jpg" alt="" width="288" height="216" /> <a href="http://www.rockol.it/artista/James-Blake">James Blake</a> ha solo 22 anni. Ha lo sguardo algido, i capelli alla moda. Quasi come uno di quei ragazzi che si vedono sulle copertine delle riviste. Eppure, dietro questo suo aspetto &#8220;patinato&#8221; si nasconde un musicista di grande talento e ambizione. Un artista che ha in testa un progetto ben preciso: fondere il soul &#8220;bianco&#8221; con la musica dubstep. Per dirla con altre parole, far incontrare uno dei generi più tradizionali della musica leggera con la cultura underground dei club londinesi. Certo, non è ancora detto che James sia in grado di riuscirci. Il suo omonimo disco d&#8217;esordio però ci ha dato un&#8217;antipasto molto interessante di quello che ha intenzione di fare e ci ha mostrato che il talento non gli manca. E vederlo dal vivo non fa che confermare quest&#8217;impressione: Blake ha uno stile unico, che non è facile trovare in giro.<br />
Sono quasi le undici quando il giovane inglese sale sul palco dei Magazzini Generali di Milano. Questa per lui è l&#8217;unica data italiana: il locale è tutto esaurito, anche perché i biglietti sono stati assegnati gratuitamente con un concorso online. Ad aprire le danze ci pensa &#8220;Unluck&#8221;, la stessa traccia che apre l&#8217;album. Sul palco James, che si alterna tra piano e sintetizzatore, è accompagnato da due soli musicisti: un batterista e un chitarrista (che a tratti suona anche la drum machine). Il suono live riprende esattamente quello sentito in studio: tutte le canzoni sono costruite su beat elettronici minimali, la chitarra fa sempre e solo da sottofondo, mentre quando Blake si china sul piano sembra quasi in grado di fermare il tempo. La sua voce, già molto bella al naturale, spesso viene arricchita da echi, vocoder e autocampionamenti. Anche i silenzi, quasi come fossimo ad un concerto di musica d&#8217;avanguardia, fanno letteralmente parte delle canzoni.<br />
L&#8217;impressione iniziale però, lo diciamo con sincerità, è di straniamento: non è semplice sintonizzarsi con le frequenze di James Blake, anche a causa della struttura così irregolare dei pezzi. Bastano però due o tre brani e un po&#8217; di concentrazione per entrarci dentro. E a quel punto non se ne vorrebbe uscire più. Così, dopo la strumentale &#8220;Tep and the logic&#8221; ci pensa &#8220;I never learnt to share&#8221; a regalare il primo vero picco emotivo della serata. Il pezzo nasce lento e suadente, ma piano piano esplode in una brillante progressione di bassi elettronici.<br />
Come detto il giovane artista durante le canzoni si autocampiona, si crea da solo il proprio tappeto vocale passo dopo passo e riesce a confondere l&#8217;orecchio in modo davvero sublime. Subito dopo ecco un altro passaggio da ricordare: il trio suona &#8220;Lindisfarne I/II&#8221;, un brano che nella prima parte suona come uno spiritual cantato da un androide ma nella seconda diventa una ballata pop alla <a href="http://www.rockol.it/artista/Antony-and-the-johnsons">Anthony and The Johnsons</a>.<br />
Dopo la seconda traccia strumentale &#8220;Klavierwerke&#8221;, un pezzo che piacerebbe a <a href="http://www.rockol.it/artista/Four-Tet">Four Tet</a> e <a href="http://www.rockol.it/artista/Burial">Burial</a>, ecco la stupenda doppietta finale con i singoli &#8220;Limit to your love&#8221; e &#8220;Wilhelms screma&#8221;. La prima, cover di <a href="http://www.rockol.it/artista/Feist">Feist</a> dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Broken-Social-Scene">Broken Social Scene</a>, è il paradigma della musica di James Blake: nasce come un delicato pezzo soul, ma progressivamente diventa altro, guidata dai soliti potenti bassi elettronici. Stesso dicasi per &#8220;Wilhelms Scream&#8221;, sul cui finale sembra di vedere i fantasmi mentre ci si perde tra i suoni creati da Blake. E&#8217; questa la forza del giovane musicista inglese: tutte le sue canzoni sembrano avere due, se non tre anime.<br />
Il concerto è finito, il pubblico lo saluta con un&#8217;ovazione e invoca il bis. James torna sul palco e suona &#8220;Enough thunder&#8221;, un brano inedito per voce e pianoforte, e sparisce definitivamente nel backstage con il solito sguardo timido e quell&#8217;espressione algida sul viso.<br />
James Blake, per usare una metafora calcistica, ha i numeri per diventare un &#8220;dieci&#8221;, cioè un fuoriclasse.  Lo dimostra anche e soprattutto dal vivo. La strada musicale che ha scelto però non è semplice: nei prossimi anni dovrà fare davvero l&#8217;equilibrista per tenere in piedi e far evolvere lo stile che ha creato. Certo è presto per dirlo, ma noi siamo pronti a scommettere che ce la farà.</p>
<p>(Giovanni Ansaldo)</p>
<p>Setlist:<br />
&#8220;Unluck&#8221;<br />
&#8220;To care (like you)&#8221;<br />
&#8220;Give me my month&#8221;<br />
&#8220;Tep and the logic&#8221;<br />
&#8220;I never learnt to share&#8221;<br />
&#8220;Lindisfarne I/II&#8221;<br />
&#8220;Klavierwerke&#8221;<br />
&#8220;Limit to your love&#8221;<br />
&#8220;Wilhelms scream&#8221;</p>
<p>Encore:<br />
&#8220;Enough thunder&#8221; (inedito)</p>
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		<title>Live Report: Dum Dum Girls @ Salumeria della Musica, Milano 20/04/11</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Apr 2011 15:07:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Salumeria apre alle nove. Serata tranquilla, poca gente fino quasi alle dieci quando attaccano i Vermillion Sands, band nostrana in tour a supporto delle Dum Dum Girls per le date di Zurigo, Ljubljana, Milano (ovviamente), Roma e Bologna. Una buona vetrina per i ragazzi di Treviso guidati da Anna Barattin, quaranta minuti e rotti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/dumdumgirls.jpg" alt="" width="288" height="216" />La Salumeria apre alle nove. Serata tranquilla, poca gente fino quasi alle dieci quando attaccano i Vermillion Sands, band nostrana in tour a supporto delle <a href="http://www.rockol.it/artista/Dum-Dum-Girls">Dum Dum Girls</a> per le date di Zurigo, Ljubljana, Milano (ovviamente), Roma e Bologna. Una buona vetrina per i ragazzi di Treviso guidati da Anna Barattin, quaranta minuti e rotti di garage pop “costretto” tra le quattro mura del locale milanese. Poco prima delle undici salgono sul palco, in reggicalze super sexy d’ordinanza, le quattro signorine di Los Angeles: Kristin Gundred alias Dee Dee Penny in testa, seguita da Jules, Bambi e Sandy. Giusto il tempo di darsi una sistematina sul palco e il set attacca senza troppi preamboli. Un set di una cinquantina di minuti scarsi, con tredici pezzi in scaletta pescati dal disco d’esordio marcato Sub Pop “I will be” e dai due EP finora pubblicati, “Yours alone” del 2008 e “He get me high” uscito giusto quest’anno. Un set senza infamia e senza lode. Nessuna scena particolare da raccontare (se si esclude lo strepitoso “show nello show” di un fan scatenato lanciato in ballo solitario per tutta la durata del set), nessun aneddoto gustoso da mettere agli atti. Le Dum Dum Girls sono salite sul palco della Salumeria, hanno suonato i loro pezzi in scioltezza per poi andarsene con un solo “grazie” all’attivo. I momenti migliori? Senza dubbio i due inediti “Teardrop on my pillow” e “Lavender haze”, accolti da un paio di cenni d’approvazione in platea e suonati con un buon entusiasmo, la bella “Hey Sis” presa dal primo EP, e la conclusiva “Rest of our lives”. Niente encore &#8211; chi sperava di sentire la cover degli <a href="http://www.rockol.it/artista/Smiths">Smiths</a> “There is a light that never goes out”, vedi il sottoscritto, è rimasto sostanzialmente deluso &#8211; e tutti a casa intorno alla mezzanotte. Le Dum Dum Girls sono potenzialmente una band intrigante, non solo per la presenza fisica e il portamento delle quattro ragazze sul palco, dark ladies con tutti i requisiti in regola, ma anche per la bontà del materiale in repertorio. E’ però un discorso ancora ipotetico: la data milanese è stata un po’ un colpo a salve. Niente di sbagliato sia ben chiaro, ma un filo in più di partecipazione avrebbe senza dubbio giovato, vuoi per stabilire un contatto più diretto e “accendere” il pubblico a dovere, vuoi per ottenere una performance se non memorabile, quantomeno sentita. Mettiamola così: ieri sera le Dum Dum di Dee Dee hanno fatto solo Dum. La prossima chissà.</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
<p>SETLIST</p>
<p>“He gets me high”</p>
<p>“Hey Sis”</p>
<p>“Catholicked”</p>
<p>“I will be”</p>
<p>“Bhang Bhang, I’m a burnout”</p>
<p>“Take care of my baby”</p>
<p>“Jail la la”</p>
<p>“It only takes one night”</p>
<p>“Wrong feels right”</p>
<p>“Teardrops on my pillow”</p>
<p>“Everybody’s out”</p>
<p>“Lavender haze”</p>
<p>“Rest of our lives”</p>
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		<title>Live Report: J Mascis @ Bloom, Mezzago 17/04/11</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 15:37:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Cronaca di una serata in compagnia di J Mascis. Siamo al Bloom di Mezzago, è una tiepida domenica di aprile, l’anno sembra il 1993 e i più grandi, quelli sopra i Quaranta, sono i primi a fare la fila, impazienti fuori dal locale. C’è chi si beve una birra e chi si aggiusta il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto43/94/49207.jpg" alt="" width="240" height="180" /> Cronaca di una serata in compagnia di <a href="http://www.rockol.it/artista/J-Mascis">J Mascis</a>. Siamo al Bloom di Mezzago, è una tiepida domenica di aprile, l’anno sembra il 1993 e i più grandi, quelli sopra i Quaranta, sono i primi a fare la fila, impazienti fuori dal locale. C’è chi si beve una birra e chi si aggiusta il giubbotto di pelle, qualcuno sfodera la maglietta dei Dinosaur Jr. con orgoglio, altri invece se ne restano in disparte senza troppo entusiasmo, tanto per fare gli alternativi fino in fondo. Ragazzotti questi con qualche brufolo ancora da smaltire e i jeans tagliati sul ginocchio, troppo giovani per gli anni Ottanta, ma arrivati appena in tempo per Nevermind. Sul palco, alle undici precise, sale J Mascis: capello bianco rigorosamente fino a mezza schiena, occhiali, un paio di chitarre, una scaletta scritta a mano su un foglio a righe e i testi sul leggio. Poche parole, un piccolo cenno alla platea e la chitarra da accordare. L’attacco è senza preamboli con “The wagon”, da “Green mind”, seguita da due pezzi dal nuovo lavoro solista, “Listen to me” e la titletrack “Several shades of why”. J lavora di pedaliera, il suono che esce dalle casse è sporco, minimale, volutamente grezzo e duro. Qualche parola masticata nel microfono introduce la cover di Edie Brickell &amp; The New Bohemians, “Circle of friend” (presa da “Shooting rubberbands at the stars” del 1988), seguita da “Ocean in the way” direttamente dal recente “Farm”, ma mai suonata in compagnia dei Dinosaur Jr. Fino a questo punto niente di trascendentale: J fa quello che deve senza metterci troppo entusiasmo, una “posa” che fa parte del gioco e aiuta a capire il tipo di personaggio. “Get me”, direttamente da “Martin + Me”, accende la platea del Bloom regalando il primo assolo infuocato della serata, senza scalfire però l’aplomb di un sempre imperterrito Mascis. Idem “Not the same” e “Not enough”, separate da quasi diciotto anni di onorata carriera ma della stessa identica pasta. Dopodiché J ci ricorda che per un breve periodo ha militato nei J Mascis and The Fog con “Ammaring”, distorcendo se possibile ancora di più il suono. “Flying cloud”, datata 1991 (l’album era “Green mind”, lo stesso di “The wagon”), incontra il favore del pubblico brianzolo, mentre “Can I” fa la parte del singolo e chiude la pratica legata alla presentazione del nuovo album (a dire la verità leggermente snobbato) anticipando la cinquina finale. “Repulsion” è la chicca che serve a rendere speciale la scaletta: il pezzo arriva da “Dinosaur”, album del 1985, esordio degli allora appena nati Dinosaur Jr. in quel di Amherst, Massachusetts: J si riveste di luce viola e da fondo all’overdrive del piccolo amplificatore sul palco per uno dei pezzi più pesanti della serata. Molto bene anche “Not you again”, sempre da “Martin + Me” e la conclusiva “Alone”, da “Hand it over” del 1997: una schitarrata quasi pinkfloyidiana (ebbene si) tinta di una luce verde quasi luciferina, impreziosita da un assolo torrenziale e da un’energia meravigliosa. Il set a questo punto si chiude, J si alza e dopo meno di dieci secondi torna a riprendere posto. Scenetta uscita/rientro inutile ma significativa: l’etichetta rimane, la forma è quella che è. L’encore conta due pezzi d’altri tempi: “Quest” sempre da “Dinosaur”, e la conclusiva “Little fury things” da “You’re living all over me”, capolavoro datato 1987. Serata conclusa in un crescendo interrotto bruscamente, J saluta e se ne va curvo e imperterrito, lasciando sul palco venticinque anni di carriera riassunti in poco meno di un’ora e venti minuti. Può piacere o no, sembrare indolente e svogliato, quasi in prestito, e parlare un inglese borbottato tanto da far venire il dubbio che non voglia farsi capire intenzionalmente. Questo però è J Mascis, prendere o lasciare. E a noi va benissimo così. Anzi: tornare indietro di venticinque anni grazie ad una chitarra trattata male da un quasi cinquantenne burbero, ad un suono ruvido e scarno come oggi non capita più di sentire e a pretese ben oltre sotto lo zero, è stato, a mente fredda, una vera boccata d’ossigeno.</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
<p>SETLIST</p>
<p>“The wagon”</p>
<p>“Listen to me”</p>
<p>“Several shades of why”</p>
<p>“Circle of friends”</p>
<p>“Ocean in the way”</p>
<p>“Get me”</p>
<p>“Not the same”</p>
<p>“Not enough”</p>
<p>“Ammaring”</p>
<p>“Flying cloud”</p>
<p>“Can I”</p>
<p>“Repulsion”</p>
<p>“Not you again”</p>
<p>“Alone”</p>
<p>“Quest”</p>
<p>“Little fury things”</p>
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		<title>Live Report: Jovanotti @ 105 Stadium, Rimini 16/04/11</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Apr 2011 08:21:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<category><![CDATA[debutto tour]]></category>
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		<description><![CDATA[ Sabato sono stato al primo concerto della mia  vita. E siccome adesso ho poco più di sedici mesi, ho cominciato  abbastanza presto. In realtà il primo concerto che ho visto, qualche  settimana fa, è stato un concerto di un certo Polmeccarni che l’ha fatto in un posto che si chiama Niuiorsiti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/jovanotti_rimini%202.jpg" alt="" width="288" height="216" /> Sabato sono stato al primo concerto della mia  vita. E siccome adesso ho poco più di sedici mesi, ho cominciato  abbastanza presto. In realtà il primo concerto che ho visto, qualche  settimana fa, è stato un concerto di un certo <a href="http://www.rockol.it/artista/Paul-McCartney">Polmeccarni</a> che l’ha fatto in un posto che si chiama Niuiorsiti e non so dove si  trova, ed è stato quando papà finalmente si è deciso a collegare il  lettore dei dischi divudì alla televisione. Per provare l’impianto, ha  detto lui, ha messo su questo divudì e ci è toccato vederlo tutto, a me e  alla mamma. A me quel concerto lì è piaciuto abbastanza, però non  c’erano dentro canzoni forti forti forti, di quelle che quando le sento  tiro su il braccio e lo agito. Quando ero piccolissimo come una virgola,  che ero ancora dentro nella pancia della mamma, mi ricordo che il papà  metteva su apposta della musica per farmela ascoltare e soprattutto  metteva la musica che lui chiama panc, che è una roba forte forte forte  che mi divertiva molto, e allora mi muovevo tutto e agitavo il braccio, e  infatti quando ero ancora dentro nella pancia della mamma mi chiamavano  Ringo perché papà diceva che sembravo un batterista che batteva sulle  pelli ma da dentro, e non da fuori. La mamma invece mi faceva sentire  della musica più tranquilla di uno che lei diceva alle sue amiche che si  chiama Mozart, che mi piaceva anche quella ma il panc mi piace di più.  Poi dopo quando sono venuto fuori dalla pancia della mamma mi facevano  ascoltare delle canzoni che mamma e papà dicevano che erano l’orchestra  Maniscalchi, e a me piacevano molto, soprattutto quella che parla del  gatto Maramao e quella che parla del pinguino innamorato. E ascoltavamo  sempre anche le canzoni degli Abba, che a me piacevano e poi ero capace  di pronunciare il nome e quando volevo sentire il disco dicevo  abbabbabba. Però lì non capivo le parole. Adesso in macchina, quando  siamo da soli io e lui, il papà mi fa sentire la musica che piace a lui e  che però piace anche a me, e la ascoltiamo a volume alto, e io anche in  macchina anche se sono legato al seggiolino mi muovo e agito il  braccio. E tutte le ultime volte che siamo andati insieme io e lui a  trovare i nonni a Brescia il papà ha sempre messo su il disco di uno che  lui dice che lo conosce da tanto tempo e gli è molto simpatico e che si  chiama Giovanotti, che però è un giovanotto soltanto, non tanti, e  qualche volta il papà si sbaglia e lo chiama Lorenzo, ma io non glielo  dico che si sbaglia perché papà è anziano e non ha più tanta memoria,  però è anche permaloso e magari si offende. E quando mette su quel disco  lì è divertente perché non lo ascolta tutto, ma ascolta solo le canzoni  che gli piacciono di più e le canta insieme a Giovanotti mentre guida,  che io sono anche un po’ preoccupato perché appunto papà è anziano ed è  vero che guida sempre piano anche troppo, ma se si distrae è pericoloso,  che la mamma glielo dice sempre e lui brontola. E comunque le canzoni  che gli piacciono da cantare di quel disco lì che si chiama Ora sono  soprattutto tre e sono Quando sarò vecchio perché dice che lui è già  vecchio adesso e il suo amico Giovanotti ha proprio ragione per le cose  che dice in quella canzone lì, e poi gli piacciono La bella vita che  infatti piace anche a me perché è allegra e si sentono i tamburi, e poi  gli piace tantissimo quella che piace di più anche a me che si chiama Il  più grande spettacolo dopo il big beng e però mi fa un po’ paura perché  io quando la sento rido e agito il braccio, ma il papà quando  Giovanotti canta Siamo noi si gira per vedere se sono contento e non  guarda la strada, e lui lo so che quando canta “io e te” pensa che il  più grande spettacolo siamo io e lui e allora sono contento anch&#8217;io.<br />
E insomma il papà ha detto alla mamma che voleva che il primo concerto  vero della mia vita fosse il concerto del suo amico Lorenzo, che però  voleva dire Giovanotti, e allora siamo partiti per venire in questo  posto qui che si chiama Rimini e c’è il mare. Io il mare l’ho già visto  perché quando ero nato da poco sono andato in un posto che si chiama  Sanremo perché il papà era lì per lavorare, che però la mamma dice che  lavorare è un’altra cosa, e non ascoltare i dischi e chiacchierare con i  cantanti e fare tardi con i colleghi con la scusa di parlare di lavoro.  Qualche volta anche il papà dice che fare il giornalista è sempre  meglio che lavorare, e dice anche non dite a mia madre che faccio il  giornalista, lei crede che faccia il pianista in un bordello, che io non  so cos’è un bordello però papà quando dice questa frase poi ride da  solo e quindi dev’essere una cosa buffa.<br />
Allora siamo partiti quando io sono uscito dal corso di quaquaticità,  che sarebbe che mi portano in piscina e io faccio l’anatra ed è per  quello che si chiama quaquaticità. E siamo saliti sulla macchina  arancione dove c’è anche il lettore divudì ma papà non ha ancora capito  come funziona e così io non posso ancora guardare i cartoni. Appena  siamo partiti il papà ha detto alla mamma che se non le dispiaceva lui  doveva ascoltare dei dischi che si chiamano demo e che sono le canzoni  che gli danno da ascoltare quelli che non sono famosi e vogliono  diventare famosi, e la mamma ha detto che quando si era messa col papà,  che sono passati quasi otto anni, pensava che lui le avrebbe fatto  ascoltare tanta bella musica e invece. E allora hanno cominciato a  discutere di questa cosa ma io non capivo quello che dicevano e allora  mi sono addormentato. Mi sono svegliato quando la macchina si è fermata.  Mamma è scesa e papà è rimasto con me, però lui era fuori dalla  macchina e fumava il sigaro. Poi mamma è tornata e papà ha detto che  andava lui dentro l&#8217;autogrill a bere un caffè, e poi quando è tornato  siamo ripartiti. In macchina io mi sono annoiato e continuavo a chiedere  quando arriviamo quando arriviamo, però mamma e papà quando parlo non  mi capiscono, e io spero che imparino presto a capirmi perché sono stufo  di dover sempre chiedere le cose quattro o cinque volte fino a quando  loro capiscono quello che vogliono e mi rispondono giusto. Però poi  finalmente siamo arrivati all&#8217;albergo, e lì papà ha cominciato a dire  che dovevamo fare in fretta perché poi alle sette dovevamo ripartire per  andare al concerto. Così ho avuto appena il tempo di farmi cambiare il  pannolino e siamo scesi di sotto, dove c&#8217;erano un po&#8217; di persone che non  conoscevo meno una, che è la zia Mari che ho già conosciuto a Sanremo. E  siamo saliti tutti su una macchina molto grossa tutta nera, che ci ha  portato nel posto dove si faceva il concerto. Lì ci hanno fatti entrare  in una stanza dove c&#8217;erano delle cose da mangiare, e io ho mangiato  tanto formaggio grana che mi piace molto, poi il papà ha detto che <a href="http://www.rockol.it/artista/Le-Luci-della-Centrale-Elettrica">le luci della centrale elettrica</a> avevano cominciato e io non capivo cosa voleva dire, allora mi ha  portato dentro un posto molto grande e pieno di gente dove c&#8217;era un  palco e un ragazzo con la chitarra che cantava, però non lo ascoltava  quasi nessuno, però lui cantava ugualmente come se lo ascoltassero tutti  e cantava delle parole difficili. Papà ha parlato con lo zio Luca, che  una volta è venuto a pranzo a casa da noi però ha portato lui la pizza, e  si chiama anche Bernini, e gli ha detto peccato però, e zio Luca gli ha  detto che di tutti i giornalisti che c&#8217;erano lì il papà era l&#8217;unico che  era venuto dentro ad ascoltare Vasco. Io ho capito che Vasco era quel  ragazzo sul palco, e che anche lui ha due nomi come Giovanotti e  Lorenzo, e si chiama Le luci della centrale elettrica e Vasco, però non è  quell&#8217;altro Vasco che ho sentito anch&#8217;io una volta in un disco del papà  e che dice sempre eh&#8230; eh&#8230; eh&#8230; Comunque poi il ragazzo con la  chitarra ha finito di cantare e siamo tornati dentro a prendere la mamma  e con tutti gli altri che erano ancora lì a mangiare e a chiacchierare  ci hanno riportati dentro e ci hanno fatti sedere ai nostri posti, e io  sono voluto restare in braccio alla mamma. E a un certo punto quando il  posto era tutto pieno di gente si sono spente tutte le luci e si è  sentita una musica forte e poi si sono riaccese altre luci e ho visto il  palco dove prima c&#8217;era il ragazzo con la chitarra che adesso era pieno  di gente, e da una parte c&#8217;erano tanti strumenti musicali con le persone  che erano lì per suonarli e dall&#8217;altra non c&#8217;era nessuno, poi è partita  una musica che conosco e che si chiama Megamix e io la conosco perché è  nel disco di Giovanotti che ascolto sempre col papà.</p>
<p>E è arrivato anche Giovanotti in giacca e  cravatta, e ha cominciato a cantare “E&#8217; questa la vita che sognavo da  bambino?” e ho pensato che anche Giovanotti è stato bambino come me. Poi  Giovanotti ha cominciato a correre ed è arrivato in mezzo alla gente e  io pensavo che camminasse sulle teste della gente, ma il papà mi ha  spiegato che c&#8217;era una passerella lunga in mezzo al palazzetto e  Giovanotti correva su quella. Papà scriveva su dei fogli di carta i  titoli delle canzoni: la seconda non la conoscevo e papà ha scritto  “Falla girare”, e ha detto alla mamma che è una canzone da Buon sangue  che è il titolo di un disco di qualche anno fa che io non ero ancora  nato, e poi Giovanotti ha cantato tutte di fila canzoni che invece  conosco perché sono nel disco Ora e sono La porta è aperta, Amami,  L&#8217;elemento umano che tutta la gente ha cantato insieme a Giovanotti e La  notte dei desideri. Intanto che lui cantava c&#8217;erano tante luci dietro  ai musicisti perché c&#8217;erano sessantaquattro quadrati di luci che si  accendevano e si spegnevano e dall&#8217;altra parte del palco c&#8217;era come una  televisione ma grandissima dove si vedevano dei filmati e ogni tanto si  vedeva Giovanotti che cantava, ma molto più grande di com&#8217;era lui sul  palco. Ogni tanto uno dei musicisti si allontanava dagli altri, e  soprattutto lo faceva uno un po&#8217; strano tutto vestito d&#8217;oro, che papà mi  ha detto che si chiama Saturnino e suona il basso, che è uno strumento  che fa un bel rumore che senti con le orecchie ma anche con la pancia.  Poi sulla televisione grande grande si sono viste delle parole che erano  queste: Ricorderai d&#8217;avermi atteso tanto, e il papà ha detto subito che  erano una poesia di Ungaretti che si intitola La madre, e ha detto e  avrai negli occhi un rapido sorriso, ma sulla televisione grande è  uscito solo e avrai un rapido sorriso, ma secondo me aveva ragione il  papà perché lui ha fatto il classico, e comunque la canzone che è  cominciata subito dopo è quella che il papà nel disco salta sempre  perché tutte le volte che la sente si mette a piangere un po&#8217; e io non  capisco perché, e si chiama Le tasche piene di sassi, e papà ha detto  alla mamma che Giovanotti quella canzone l&#8217;ha scritta per la sua mamma,  non la mamma del papà ma la mamma di lui, di Giovanotti. E quando  Giovanotti ha cantato Mi hai lasciato da solo davanti a scuola, mi vien  da piangere, arriva subito, il papà ha fatto finta di niente per non  farsi vedere dalla mamma ma si è asciugato gli occhi perché era venuto  da piangere anche a lui. Poi le canzoni che sono venute dopo tutte le  ragazze che c&#8217;erano lì le hanno cantate in coro, e sui suoi fogli il  papà ha scritto Come musica e A te. Poi ha cantato un&#8217;altra canzone che  conosco, che si chiama Ora, e poi è andato via ed è tornato con un altro  vestito e ha cantato una canzone che piace anche alla mamma, e lo so  perché una volta che eravamo in macchina col papà e c&#8217;era anche la mamma  lei gliel&#8217;ha detto, e si chiama Tutto l&#8217;amore che ho. E qui è  cominciato un altro pezzo del concerto con le canzoni forti forti come  piacciono a me, e infatti ho cominciato anch&#8217;io a alzare il braccio e a  tenere il tempo che sentivo con le orecchie e con la pancia, e le  canzoni erano Io danzo, che è nel disco Ora, Tempo, Non m&#8217;annoio e  Tanto, dove Giovanotti faceva le domande, chiedeva Come va il mondo? e  la gente rispondeva Bene!, poi ha cantato una canzone che si chiama  Battiti di ali di farfalla e intanto che lui cantava sulla televisione  grande c&#8217;erano due Giovanotti che facevano a pugni, e quel pezzo del  concerto è finito con una canzone che mi è piaciuta, e papà ha detto che  è un pezzo sempre fortissimo, e la mamma cantava anche lei, e si chiama  L&#8217;ombelico del mondo, dove c&#8217;erano tanti tamburi, e poi mi sono  ricordato che una volta sul suo computer papà mi aveva fatto vedere il  video di quella canzone lì e l&#8217;avevamo cantata insieme. Poi la canzone  dopo è quella che papà dice sempre che è una delle più belle canzoni  degli ultimi dieci anni e si chiama Mi fido di te, e adesso che l&#8217;ho  sentita anch&#8217;io penso che il papà ha ragione.<br />
Dopo tutti i musicisti sono venuti in mezzo alla gente sulla passerella  con degli strumenti in mano e hanno suonato dei pezzetti di canzoni che  non so se il papà ha scritto giusto, e ha scritto che erano Bella, Ciao  mamma, Punto, Piove, Il capo della banda, Dabadabadance, Attaccami la  spina e Una storia d&#8217;amore, dove si è dimenticato un pezzettino delle  parole. Poi ha cantato Io lo so che non sono solo anche quando sono  solo, che il papà ha scritto Fango ma secondo me si sbaglia perché anche  la gente cantava Io lo so che non sono solo e rido e piango. E poi ha  cantato la canzone che piace al papà che si chiama Quando sarò vecchio,  però le parole non si capivano bene, e poi un&#8217;altra canzone che si  intitola Ragazzo fortunato, dove a un certo punto ha detto Ci si  schiaccia che papà ha detto che era una sua canzone vecchia vecchia e  che era nel disco La mia moto, e si vedeva che Giovanotti era un po&#8217;  stanco perché erano quasi due ore che correva e saltava e cantava e  continuava a cambiarsi i vestiti, e poi ha cantato Il più grande  spettacolo dopo il big beng e il papà era molto contento e anch&#8217;io anche  se ormai avevo un po&#8217; sonno e in braccio alla mamma quasi mi stavo  addormentando anche se c&#8217;era la musica alta alta. Mi ricordo solo che  Giovanotti a un certo punto era tutto vestito di bianco e ha cantato una  canzone che continuava a ripetere baciami ancora, baciami ancora, e  alla fine sono quasi sicuro che ha cantato La bella vita perché mentre  uscivamo e io proprio quasi dormivo sentivo il papà che ripeteva la  bella vita l&#8217;afric sé scic, ma quando siamo saliti tutti sulla macchina  grande nera io ormai ero proprio addormentatissimo, ma mi sono  addormentato contento perché il concerto di Giovanotti mi è proprio  piaciuto. E secondo me è piaciuto anche al mio papà e a tutti quelli che  c&#8217;erano lì. (Edoardo Zanetti)</p>
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		<title>Live Report: Belle &amp; Sebastian @ Alcatraz, Milano 14/04/11</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 16:30:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Poco prima delle nove salgono sul palco dell’Alcatraz gli Schwervon, duo americano (Major Matt Mason e Nan Turne rispettivamente a chitarra e batteria) classe 1999 di stanza a New York. A loro tocca aprire la data milanese dei Belle and Sebastian con una mezz&#8217;ora scarsa di indie abbastanza annoiato e fin troppo poco convinto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Belle%20&amp;%20Sebastian.jpg" alt="" width="288" height="216" /> Poco prima delle nove salgono sul palco dell’Alcatraz gli Schwervon, duo americano (Major Matt Mason e Nan Turne rispettivamente a chitarra e batteria) classe 1999 di stanza a New York. A loro tocca aprire la data milanese dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Belle---Sebastian">Belle and Sebastian</a> con una mezz&#8217;ora scarsa di indie abbastanza annoiato e fin troppo poco convinto, che permette però alla location di guadagnare tempo e riempirsi per circa tre quarti. Ci sono vecchi affezionati e nuovi seguaci della band scozzese, la vecchia e la nuova scuola riunite in assemblea sotto lo stesso tetto. I più giovani davanti, attaccati diligentemente alle transenne in attesa del set, i più vecchiotti quieti nelle retrovie a ricordare quando a fianco di Stuart Murdoch trovavano posto Isobel Campbell e Stuart David. Altri tempi, altri album. I Belle and Sebastian di oggi, in tour per promuovere l’ultimo <a href="http://www.rockol.it/recensione-4386/Belle---Sebastian-WRITE-ABOUT-LOVE">“Write about love”</a>, non sono più la band timida e riservata del passato: Murdoch balla disinvolto in giacca e foularino alla “Austin Powers”, scherza con la platea più giovane (talmente giovane da non potersi ricordare i tempi di “My wondering days are over”, suonata per la seconda volta in assoluto in questo tour), chiede brillantemente un gin tonic al bar e raccoglie persone dalle prime file invitandole a farsi quattro passi sul palco e premiandole infine con la consegna di una medaglia “al merito”. Un vero padrone di casa (legato all’Italia in modo particolare dopo aver trovato moglie nel nostro paese) che non disdegna però di lasciare il palco ai suoi compagni, Stevie Jackson e Sara Martin in primis, lungo tutta la durata del set: diciannove pezzi pescati bene o male dall’intera discografia dei B&amp;S per un’ora e quaranta di musica.</p>
<p>E se si esclude qualche problema di acustica, amplificato da uno spiacevole rimbombo ben udibile specialmente dalla zona mixer in poi, i Belle and Sebastian hanno offerto un ottimo spettacolo. Partenza lanciata con la nuova e divertente “I didn&#8217;t see it coming” giusto per scaldare l’ambiente, seguita a ruota da “I&#8217;m a cuckoo” e “Step into my office, baby” (due pezzi molto ben accolti presi direttamente da <a href="http://www.rockol.it/recensione-2545/Belle---Sebastian-DEAR-CATASTROPHE-WAITRESS">“Dear catastrophe waitress”</a> del 2003), e dalla già citata “My wandering days are over”. Una scaletta costruita ad arte per amalgamare il vecchio e il nuovo nel modo meno traumatico possibile (solo tre pezzi di “Write about love” nel conto finale), giusto per cercare di accontentare un po’ tutti. Operazione sostanzialmente riuscita: da un lato riempie di gioia veder risplendere ancora dopo tanti anni pezzi come “Piazza, New York catcher”, “Dear catastrophe waitress”, “The fox in the snow” e l’inarrivabile “Sleep the clock around” (posta strategicamente in chiusura di set). Dall’altro è incoraggiante vedere come i nuovi arrivi, “I want the world to stop”, “I’m not living in the real world” (cantata in collaborazione con la platea dell’Alcatraz) e i comunque recenti “Sukie in the graveyard” e “The blues are still blue” (primo pezzo dell’encore), siano in grado di reggere il confronto con un così sfavillante passato.</p>
<p>Serata chiusa sulle note incalzanti di “Me and the major”: l’anno era il 1996, l’album “If you&#8217;re feeling sinister” e tutti noi, ahimè, avevamo quindici anni di meno.</p>
<p>In definitiva un&#8217;esperienza piacevole, senza dubbio divertente e a tratti affettuosamente malinconica, gestita e orchestrata al meglio da uno Stuart Murdoch particolarmente ispirato e di buon umore.</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
<p>SETLIST</p>
<p>“I didn&#8217;t see it coming”</p>
<p>“I&#8217;m a cuckoo”</p>
<p>“Step into my office, baby”</p>
<p>“My wandering days are over”</p>
<p>“I&#8217;m not living in the real world”</p>
<p>“Piazza, New York catcher”</p>
<p>“I want the world to stop”</p>
<p>“Lord Anthony”</p>
<p>“Sukie in the graveyard”</p>
<p>“The fox in the snow”</p>
<p>“Dear catastrophe waitress”</p>
<p>“I&#8217;m waking up to us”</p>
<p>“There&#8217;s too much love”</p>
<p>“The boy with the arab strap”</p>
<p>“If you find yourself caught in love”</p>
<p>“Simple things”</p>
<p>“Sleep the clock around”</p>
<p>“The blues are still blue”</p>
<p>“Me and the major”</p>
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		<title>Live Report: Marta sui Tubi @ Latte Più, Brescia 09/04/11</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Apr 2011 07:28:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ A distanza di un annetto dall’ultimo passaggio dei Marta a Brescia, la band di Giovani Gulino torna a calcare il palco del Latte Più nuovamente con l’intento di “terronizzare” la platea lombarda, abbastanza almeno da non sentire la nostalgia della tanto amata Sicilia. Che poi Gulino viva a Milano e il nuovo disco dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Marta%20Sui%20Tubi.jpg" alt="" width="288" height="216" /> A distanza di un annetto dall’ultimo passaggio dei Marta a Brescia, la band di Giovani Gulino torna a calcare il palco del Latte Più nuovamente con l’intento di “terronizzare” la platea lombarda, abbastanza almeno da non sentire la nostalgia della tanto amata Sicilia. Che poi Gulino viva a Milano e il nuovo disco dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Marta-Sui-Tubi">Marta sui Tubi</a>, “Carne con gli occhi”, sia stato concepito e registrato tra Pordenone e Reggio Emilia è un altro discorso: quello che conta è lo spirito. E lo spirito dei Marta arriva dal profondo sud, è innegabile. La data bresciana ha registrato una buona affluenza nonostante il caldo estivo da “sabato sera al lago”, segno che la voce si è sparsa e che la band di Marsala oramai ha ingranato, complice forse anche la pubblicità ottenuta dalla mancata partecipazione al festival di Sanremo a fianco di Anna Oxa, per quello che sarebbe stato un duetto quantomeno interessante. Latte Più tirato a lucido dunque, e set che prende il via poco prima della mezzanotte. La band si presenta con l’ormai consolidata formazione a cinque con Gulino alla voce (e che voce), Carmelo Pipitone e Ivan Paolini rispettivamente chitarra e batteria, Paolo Pischedda alle tastiere e la new entry Mattia Boschi al violoncello. Formazione a cinque che consente ai Marta di ottenere un sound molto più omogeneo e ricco rispetto al passato, ottimamente reso in veste live e molto efficace anche grazie al buon lavoro svolto al mixer. Hanno fatto una bella figura i pezzi presi dal nuovo album, in modo particolare la titletrack “Carne con gli occhi”, “Di vino”, “Basilisco” in apertura, il singolo “Cristiana” (secondo pezzo dell’encore accolto con una piccola ma significativa ovazione), e le folli “Muratury”, coadiuvata da un bel cartellone alzato on stage da Boschi con il coro finale in siculo scritto a chiare lettere per aiutare la platea “lumbarda” a cantare, e “Camerieri”. Due pezzi che rendono bene l’idea dell’atmosfera goliardica che la band sa creare dal vivo, uno spettacolo a metà strada tra la critica sociale/comizio (anti leghista) e il cabaret puro. Discorso che si ripete per “Le cose più belle son quelle che durano poco” che chiude la prima parte del set accompagnando la band nel backstage mentre le voci registrate del credito telefonico continuano a battibeccare on air, mandandosi a quel paese in una gag divertente stile “Aereo più pazzo del mondo”. Ottime anche “Cromatica” e “Coincidenze”, più riflessive e intense, e spazio poi al vecchio repertorio, quello più atteso dai fan della prima ora: “Cinestetica”, “L’abbandono” (“un pezzo vecchio, ma che suoniamo sempre con gran piacere…”), “La spesa”, “Arco e sandali” e “Vecchi difetti” tanto per citarne cinque andate clamorosamente a segno (anche perché già rodate). I Marta con il passare del tempo suonano sempre meglio (sono davvero degli ottimi musicisti, Pipitone e Paolini in testa), divertono, intrattengono e lo fanno in maniera assolutamente originale. Caratteristiche queste che fanno la differenza, tanto per non essere solamente “Carne con gli occhi” (modo di dire siciliano: essere &#8220;carne con gli occhi&#8221; significa, in sintesi, essere uno che si unisce alla massa). Brescia da par suo si è comportata bene, rimanendo però sempre un pelo freddina, con qualche coro sui pezzi più noti e poco altro. Del resto si sa, non è un’impresa facile terronizzare questi lombardi…</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
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		<title>Live Report: Chapel Club @ Magnolia, Milano 07/04/11</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2011 14:29:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualcuno deve aver detto ai Chapel Club che la data del Magnolia sarebbe stata deserta. Si aspettavano un paio di persone al massimo, niente di più. E invece di gente ne è venuta. Non tantissima, ma abbastanza da stupire piacevolmente Lewis Bowman, colpito dall’affluenza e dall’affetto che Milano ha riservato alla band londinese. Affetto ben [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/chapel-club.jpg" alt="" width="288" height="216" />Qualcuno deve aver detto ai<a href="http://www.rockol.it/artista/Chapel-Club"> Chapel Club</a> che la data del Magnolia sarebbe stata deserta. Si aspettavano un paio di persone al massimo, niente di più. E invece di gente ne è venuta. Non tantissima, ma abbastanza da stupire piacevolmente Lewis Bowman, colpito dall’affluenza e dall’affetto che Milano ha riservato alla band londinese. Affetto ben riposto aggiungerei, vista la qualità del set proposto. Li avevamo lasciati a settembre all’I-Day di Bologna, persi sull’enorme palco a scaldare il pomeriggio giusto prima degli <a href="http://www.rockol.it/artista/Arcade-Fire">Arcade Fire</a>, e li ritroviamo in un piccolo circolo milanese, finalmente a loro misura. I Chapel Club sono una band nuova, girano da due o tre anni, e il primo album “Palace” è stato pubblicato solamente un paio di mesi fa. Eppure la sensazione è che di loro si senta parlare già da un pezzo, e sembra di aver a che fare con una band esperta e non all’esordio, come, di fatto, è. Una band già al netto di una gavetta oramai assodata, fatta di singoli, pubblicazioni, live e via dicendo, supportata da un costante aggiornamento di stato attraverso i vari social networks ufficiali, vedi Twitter (“Wonderful to be in Milan again. We even have a “favourite” restaurant!”) e Facebook tanto per citarne due. Insomma, se una fan base solida esiste, è perché la band se l’è coltivata amorevolmente fin dal principio, si sono fatti conoscere a dovere e con costanza e adesso possono raccogliere i frutti di tutto questo lavoro. Non c’è da stupirsi allora per le affluenze “inattese”, almeno tanto quanto non c’è da recriminare per un set di quarantacinque minuti visto che è comunque di un esordio che stiamo parlando. Sul palco poi i cinque ragazzi inglesi si sono comportati egregiamente: suono pulito e preciso per un’ottima resa live. I Chapel Club dal vivo suonano esattamente come su disco, e per una volta va preso come un complimento. L’atmosfera è densa e si respira effettivamente aria di<a href="http://www.rockol.it/artista/Smiths"> Smiths</a> (con Bowman a fare il piccolo Morrissey) e <a href="http://www.rockol.it/artista/Jesus-and-mary-chain">Jesus and Mary Chain</a>. Una bella conferma, forse l’ultima che mancava per convincere definitivamente della bontà del progetto. Complimenti quindi alla voce caldissima e suadente di un Bowman gradevolmente sornione e complimenti alla sezione ritmica batteria/basso di Rich Mitchell e Liam Arklie, veri protagonisti del suono dei Chapel Club, spina dorsale a sostegno dei riverberi chitarristici di Michael Hibbert e Alex Parry. Tanta qualità sparsa in tutti e dieci i pezzi in scaletta, partendo da “Surfacing”, e passando per le ottime “Roads” e “Bodies” pescate dall’ep “Wintering” (vinile in vendita al banchetto per la modica cifra di cinque euro!), fino ai due episodi migliori di tutto il set, “All the easter girls”, già convincente su disco, e la meravigliosa “The shore”, indicata da Bowman come “la mia preferita in assoluto” e oggettivamente una spanna sopra tutti gli altri pezzi in lista. La band rinuncia al siparietto dell’uscita e rientro per completare il set tutto in un colpo. Mossa azzeccata che chiude la serata intorno alla mezzanotte. Avrebbero potuto suonare qualche pezzo extra? Forse, ma per questa volta va benissimo così. Una serata di (ottime) conferme dunque, per una band in palla e meritevole di elogi. Siamo lieti di poter comunicare ufficialmente che i Chapel Club, da oggi, sono abili e arruolati nel novero di quelle band da cui è lecito aspettarsi grandi cose.</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
<p>SETLIST</p>
<p>“Surfacing”</p>
<p>“Blind”</p>
<p>“Roads”</p>
<p>“Fine light”</p>
<p>“O maybe I”</p>
<p>“Bodies”</p>
<p>“Paper thin”</p>
<p>“All the eastern girls”</p>
<p>“Five trees”</p>
<p>“The shore”</p>
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		<title>Live Report: Twilight Singers @ Magnolia, Milano 06/04/11</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Apr 2011 16:53:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Greg Dulli è per molti un vero idolo. La giovinezza di tanti, tra cui il sottoscritto, è stata segnata indelebilmente da un uso vorace dei dischi degli Afghan Whigs, ascoltati in ogni dove, sempre e comunque, consumati fino all’osso dalla prima all’ultima nota. Oggi, più grandicelli, si sbranano con la stessa voracità i dischi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Twilight%20Singers.jpg" alt="" width="288" height="216" /> Greg Dulli è per molti un vero idolo. La giovinezza di tanti, tra cui il sottoscritto, è stata segnata indelebilmente da un uso vorace dei dischi degli <a href="http://www.rockol.it/artista/Afghan-Whigs">Afghan Whigs</a>, ascoltati in ogni dove, sempre e comunque, consumati fino all’osso dalla prima all’ultima nota. Oggi, più grandicelli, si sbranano con la stessa voracità i dischi dei <a href="http://www.rockol.it/artista/Twilight-Singers">Twilight Singers</a> (tra cui il recente nuovo lavoro <a href="http://www.rockol.it/recensione-4517/Twilight-Singers-DYNAMITE-STEPS">&#8220;Dynamite steps&#8221;</a>) benché con spirito diverso. Non ci sono più le chitarre taglienti di Rick McCollum, ma la voce è sempre la stessa, i crescendo sono ancora potenti, le melodie assassine. Greg Dulli arriva al Magnolia intorno alle nove, attraversa il parco e lo incrocio mentre faccio due passi di fianco alla biglietteria. Tenuta nera, trolley d’ordinanza e carisma anche quando dorme. “Hello”. Mi saluta, lo saluto, stretta di mano. Grazie Greg. Che poi non è questa gran cosa fuori dal comune. Oddio, è comunque il “signor Afghan Whigs”, ma di recente è diventato anche il signor “amico di Manuel Agnelli”, e di discese nel nostro paese ne abbiamo registrate parecchie. E’ uno di casa, si trova bene a Milano e non manca di ricordarlo appena salito sul palco del Magnolia, intorno alle undici e dieci. Con lui ci sono Dave Rosser alla chitarra, Rick Nelson al violino, Scott Ford al basso e Greg Wieczoreck alla batteria. E Manuel Agnelli appunto, leader degli <a href="http://www.rockol.it/artista/Afterhours">Afterhours</a> e milanese doc che non disdegna di ammazzare un mercoledì in compagnia di buoni amici. Il Magnolia è pieno (fin troppo) e già sufficientemente caldo per la buona esibizione dei Mad Martigans sul palco interno. Mezz&#8217;oretta buona di alternative, un po’ post/math rock e un filino grunge, accolta con entusiasmo da chi non è preso dal finale di Chelsea-Manchester proiettato sugli schermi del circolo Arci. Nessuna distrazione invece per il main act. Diciannove pezzi in scaletta per i Twilight Singers, un’ora e mezza di musica. Dulli attacca con “Last night in town”, “Fat city” e la bella “Gunshot”. Qualche problema d’intonazione, un paio di stecche e finalmente il live ingrana con “Forty dollars” (con la classica tag di “She loves you” dei Beatles). Manuel Agnelli, nuovamente capellone, se ne resta in disparte a fare da “membro qualsiasi”, prendendosi poi la scena per “I milanesi ammazzano il sabato”. La sua e quella di Dulli sono due voci simili per timbro e intonazione, eppure diverse quando si parla d’interpretazione, con Agnelli più cupo e tormentato, mentre Dulli cavalca i riff di chitarra lasciando trasportare dall’onda a briglia sciolta. Arrivano qui i due momenti migliori del live, una immensa “Too tough to die”, pescata dal repertorio di Martina Topley-Bird, e “Love”. Dulli è uno che sul palco parla, racconta, introduce la band e, cosa graditissima, presenta anche se stesso. Parla delle sue esperienze a Milano, del suo incontro con Agnelli, dell’Italia. Poche parole certo, ma sufficienti a far capire il legame che c’è tra lui e il nostro paese, tra lui e noi. Un legame che si consolida ovviamente sul palco con pezzi come “Get lucky”, “Teenage wristband” e “On the corner”, ultimo singolo in ordine di pubblicazione che precede il ritorno sul palco di Agnelli per “La vedova bianca/My time (has come)”, scritta in Sicilia al tavolino di un bar nel 2005 durante le registrazioni di “Ballate per piccole iene” (di cui Dulli è il produttore). Il set principale si chiude e la band lascia il palco per ritrovarlo pochi minuti dopo, incitando la platea a darci dentro un pelo di più: “Non siete mica di New York! Fatevi sentire, fate i milanesi!”. Finale che nello specifico conta tre pezzi: “The killer”, “Waves” e la bellissima cover di <a href="http://www.rockol.it/artista/Bjork">Björk</a>, “Hyperballad”, per una conclusione di grande intensità. Dulli presenta di nuovo la band tra gli applausi convinti del Magnolia, saluta e prende congedo. Un concerto in crescendo, concreto e solido tanto quanto i pezzi che hanno fatto la fortuna dei Twilight Singers, affascinanti e travolgenti anche in versione live. Speravo, pregavo di non restarci male, perché un idolo è pur sempre un idolo, e le delusioni si sa, sono sempre dietro l’angolo. Con un Greg Dulli così però, era praticamente impossibile.</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
<p>SETLIST</p>
<p>“Last city in town”</p>
<p>“Fat city”</p>
<p>“Gunshot”</p>
<p>“She was stolen”</p>
<p>“I milanesi ammazzano il sabato”</p>
<p>“Too tought to die”</p>
<p>“Love”</p>
<p>“Annie Mae”</p>
<p>“Bonnie Brae”</p>
<p>“Get lucky”</p>
<p>“Teenage wristband”</p>
<p>“Candy cane crawl”</p>
<p>“Never seen no evil”</p>
<p>“On the corner”</p>
<p>“La vedova bianca”</p>
<p>Encore</p>
<p>“The killer”</p>
<p>“Waves”</p>
<p>“Hyperballad”</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Live Report: Roger Waters @ Forum, Assago (Mi) 01/04/11</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Apr 2011 08:50:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<category><![CDATA[roger waters]]></category>
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		<description><![CDATA[“Ti piacerebbe rispedire a casa i nostri cugini di colore, amico mio?” canta Roger Waters verso la fine dello show, mentre nei panni di Pink intona “Waiting for  the worms” circondato da proiezioni di enormi vermi rossi. C’è bisogno  d’altro, nei giorni delle tensioni razziali al calor bianco e degli  esodi forzati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Roger%20Waters.jpg" alt="" width="288" height="216" />“Ti piacerebbe rispedire a casa i nostri cugini di colore, amico mio?” canta <a href="http://www.rockol.it/artista/Roger-Waters">Roger Waters</a> verso la fine dello show, mentre nei panni di Pink intona “Waiting for  the worms” circondato da proiezioni di enormi vermi rossi. C’è bisogno  d’altro, nei giorni delle tensioni razziali al calor bianco e degli  esodi forzati da Lampedusa, per giustificare il revival di “The wall” e  ribadirne l’assoluta attualità? L’ex mr. Floyd ci ha visto giusto: il  suo è un “concept” per tutte le stagioni,  cui gli orrori del mondo e le  contraddizioni insite nella natura umana hanno impedito di invecchiare.  Così lo spettacolo che il sessantasettenne rocker inglese ha presentato  poche ore fa nella sua “prima” milanese è un mix di vecchio e nuovo, di  cimeli recuperati dall’allestimento originale dell’80-’81 e di nuove  intuizioni e magie tecnologiche: i mostruosi pupazzi e le animazioni  inquietanti di Gerald Scarfe e un muro di mattoni che è diventato uno  stupefacente schermo tridimensionale; filmati entrati nell’immaginario  collettivo e un suono surround allo stato dell’arte percepibile in ogni  punto della sala. Tutto perfettamente sincronizzato e in  altissima  definizione, a cominciare da un suono limpido e preciso, finalmente  all’altezza della situazione (e del costo del biglietto) anche in una  sala, quella del Mediolanum Forum, solitamente poco indulgente con chi  non presta abbastanza cura ai soundcheck e all’equalizzazione. Eccole  qui, finalmente davanti agli occhi, le icone su cui abbiamo tanto  fantasticato. Lo Stuka che esplode tra le fiamme dopo essersi infranto  contro il muro, il maiale volante che volteggia sulla platea, i  giganteschi e grotteschi pupazzi che simboleggiano l’oppressione  (l’insegnante, la madre), i proiettori cercapersone che evocano tristi  ricordi di guerra e campi di concentramento. Appena entrato in scena  Waters, nerovestito e magrissimo, si rivolge al pubblico (con qualche  parola in italiano) per ricordare la prima voltà che “The wall” andò in  scena a Los Angeles (“time flies”, “il tempo vola”). Poi, annichilente,  parte il riff metallaro di “In the flesh?” e  la gigantesca macchina  produttiva da 37 milioni di sterline si mette in moto senza intoppi.  “Another brick in the wall pt.2”, dilatata da assoli di chitarra e di  organo (alle tastiere, accanto al fedele Jon Carin, c’è il figlio di  Roger, Harry)  fa ballare anche le giovani hostess del Forum: a centro  palco il frontman è raggiunto da sedici ragazzini che mimano il celebre  coro, mentre i mattoni posizionati dalla crew cominciano a oscurare la  visuale. In “Mother”, applauditissima, Roger doppia se stesso: chitarra  acustica a tracolla, dialoga con la sua versione in bianco e nero e a  pieno schermo  filmata nel 1980 alla Earls Court di Londra, mentre il  Big Brother che ci tiene d’occhio diventa una Big Mother dagli occhi di  bragia e un boato accoglie le scritte che commentano la retorica domanda  del testo: “Mother should I trust the government”? La risposta è  scritta alle estremità del muro: “no fucking way”, “col cazzo”. E’ un  j’accuse appassionato e compassionevole, quello di Waters, contro tutte  le guerre di ieri e di oggi. Durante “The thin ice”, e poi ancora nel  corso l’intervallo, sullo schermo circolare e sul muro appaiono  fotografie e carte di identità di tante vittime di guerra da non  dimenticare: il padre del musicista ucciso durante lo sbarco ad Anzio,  i  morti dell’Iraq, quelli dell’11 settembre e quelli degli attentati alla  metropolitana di Londra del 2005 (è un contributo toccante e  interattivo: è il pubblico, su richiesta di Waters, a fornire  le immagini dei propri cari scomparsi).  Il filmato di “Goodbye blue  sky”, che aveva suscitato l’indignazione di un’associazione ebraica, è  stato forse riveduto e corretto, ma non ha perso mordente: le colombe  che si levano in volo diventano uno stormo minaccioso di bombardieri dal  cui ventre piovono croci, dollari e mezzelune, Stelle di David e falci e  martello, il marchio della Shell e quello della Mercedes (alla faccia  del “branding” e dei concerti sponsorizzati…). La musica che commenta le  immagini è un meccanismo ad orologeria, anche se per fare le veci di  David Gilmour ci si mettono in quattro: i tre chitarristi Dave  Kilminster (il più pirotecnico e rocker di tutti, con la chioma  selvaggia scossa dal vento), Snowy White (il più rodato: era nella  “surrogate band” dei concerti dell’80) e il dylaniano G.E. Smith, più il  cantante Robbie Wyckoff che lo sostituisce nelle parti vocali. Quando  lui e Kilminster salgono in cima al muro per cantare e suonare  “Comfortably numb” mentre Waters giù in basso incita la folla a cantare e  lancia in aria le braccia, qualche fan puro e duro non trattiene un  piccolo moto di delusione: in giornata qualcuno aveva avvistato al Forum  Phil Taylor, il tecnico del suono dell’altro mr. Floyd, accendendo  speranze irrazionali di un duetto che  con tutta probabilità si  materializzerà più avanti alla O2 Arena di Londra, teatro prescelto per  le riprese di un Dvd a questo punto assolutamente inevitabile. Con il  suo solo fiammeggiante, comunque, Kilminster si ritaglia il momento  musicalmente più esaltante dello show, mentre il quartetto vocale tutto  al maschile (con Wyckof sono della partita i tre cugini Mark, Michael e  Kipp Lennon) spinge “The show must go on” dalle parti del doo wop e del  vocalese d’antan. Dopo l’intervallo e una “Hey you” eseguita totalmente  al riparo dal muro, grandi applausi accolgono “Nobody home”, che Roger  canta dalla sua “camera di albergo” completa di poltrona, abat-jour e  televisore. Su “Vera” il leit motiv del “We would meet again” è  accompagnato da struggenti filmati di ricongiungimenti familiari, mentre  “Bring the boys back home” è l’occasione solenne per lanciare un altro  accorato messaggio pacifista e ricordare le parole sagge di Dwight  Eisenhower (ogni guerra provoca carestie e sofferenze ai più deboli). Il  finale è muscoloso e minaccioso: tenute militari, bandiere sventolanti e  minacciose, mentre Waters riprende vecchi slogan (“c’è qualche  paranoico tra il pubblico, stasera a Milano”? chiede prima di lanciare  il riff schiacciasassi di “Run like hell”),  urla nel megafono e finge  di sparare alla folla con un mitragliatore. “The trial” è animazione  grottesca e ultracolorata, e viene da pensare che la versione live di  “The wall”, in certi momenti, sia proprio questo: un rutilante musical  per teste pensanti. Subito dopo, preceduto da un tremore impressionante  che scuote le sedie nella arena, il crollo del muro è emozionante,  spettacolare e assolutamente catartico. E con il folk da strada  di “Outside the wall” sono finalmente gli uomini, i musicisti, a  prendere il sopravvento sull’apparato, sulla messa in scena e sugli  effetti speciali: il messaggio di speranza e il senso di calore  umano sono affidati a un’orchestrina acustica con chitarre, banjo,  tromba e fisarmonica e all’immagine di una bimba che libera palloncini  in volo. Non tutto è perduto, ci suggerisce Waters: “Uniti stiamo in  piedi, divisi cadiamo”. Ringrazia ancora i presenti  per il calore e la  partecipazione, ed è il primo a riconoscere l’ironia della cosa: “The  wall” nacque dal suo senso di alienazione e distacco da un pubblico che  col tempo aveva preso a temere e disprezzare.  Ma era tanto tempo fa  “e  oggi sono cambiato”, spiega prima di andarsene con un sorriso dipinto  in volto che il suo tormentato alter ego del 1980 non si sarebbe mai  concesso.</p>
<p>(Alfredo Marziano)</p>
<p>SETLIST</p>
<p>“In the Flesh?”</p>
<p>“The thin ice”</p>
<p>“Another brick in the wall pt. 1”</p>
<p>“The happiest days of our lives”</p>
<p>“Another brick in the wall pt. 2”</p>
<p>“Mother”</p>
<p>“Goodbye blue sky”</p>
<p>“Empty spaces”</p>
<p>“What shall we do now?”</p>
<p>“Young lust”</p>
<p>“One of my turns”</p>
<p>“Don&#8217;t leave me now”</p>
<p>“Another brick in the wall pt.3”</p>
<p>“The last few bricks”</p>
<p>“Goodbye cruel world”</p>
<p>(intervallo)</p>
<p>“Hey you”</p>
<p>“Is there anybody out there?”</p>
<p>“Nobody home”</p>
<p>“Vera”</p>
<p>“Bring the boys back home”</p>
<p>“Comfortably numb”</p>
<p>“The show must go on”</p>
<p>“In the flesh”</p>
<p>“Run like hell”</p>
<p>“Waiting for the worms”</p>
<p>“Stop”</p>
<p>“The trial”</p>
<p>“Outside the wall”</p>
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		<title>Live Report: Adele @ Alcatraz, Milano 30/03/11</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Mar 2011 10:13:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Per quei pochi che ancora non lo sapessero Adele è quel giovane fenomeno nativo di Londra che sta dominando e strapazzando in maniera alquanto imbarazzante le classifiche di vendita inglesi e statunitensi. Il suo pop-soul che si spinge dal migliore cantautorato femminile fino ai desolati territori del nero blues sembra essere, qui ed ora, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Adele.jpg" alt="" width="288" height="216" /> Per quei pochi che ancora non lo sapessero <a href="http://www.rockol.it/artista/Adele">Adele</a> è quel giovane fenomeno nativo di Londra che sta dominando e strapazzando in maniera alquanto imbarazzante le classifiche di vendita inglesi e statunitensi. Il suo pop-soul che si spinge dal migliore cantautorato femminile fino ai desolati territori del nero blues sembra essere, qui ed ora, la musica giusta al posto giusto nel momento giusto e Milano ha risposto presente all’appuntamento mandando sold out l’Alcatraz. La portata dell’evento mi si è materializzata in tutta la sua importanza ancora prima di varcare l’ingresso del locale: già a qualche centinaio di metri dal botteghino sono stato avvicinato da un ragazzo con un eloquente cartello I NEED TICKETS mentre anime disperate e vaganti alla ricerca del prezioso tagliando si sentivano sparare prezzi a tre cifre – sentito un 120 euro da far venire la pelle del cappone – da quei veri e propri barracuda chiamati bagarini che sentivano forte forte, per una notte, l’odore del sangue.</p>
<p>Alle 21.20 si chetano le luci e un pianista solitario introduce “Hometown glory”, nascosta dalle quinte la voce di Adele (veramente impressionante) intona “I’ve been walking in the same way as i did…” per poi raggiungere, circa un minuto più tardi, il centro del palco e portare a termine la canzone: piano e voce, una partenza da brividi, un piano da brividi, una voce da brividi. “Don’t you remember” e “Set the fire to the rain” mettono in risalto le capacità di una band che asseconda al meglio le mille sfumature vocali della ragazza. Le luci si attenuano nuovamente, Adele imbraccia una chitarra, si accuccia su uno sgabello e, rimasta sola, propone “Daydreamer”. Mi ritrovo a pensare che questa ventiduenne abbia classe da vendere e che ogni canzone sin qui proposta sarebbe un potenziale singolo, ne ho un’impressione ancora migliore di quanto già non mi avesse colpito su disco. “Rumour has it”, a mio parere è uno dei momenti migliori e più coinvolgenti della serata quando, mollati gli ormeggi, band e vocalist dispiegano tutta la loro grinta. Le rispettose cover di <a href="http://www.rockol.it/artista/Cure">Cure</a> (“Lovesong”) e <a href="http://www.rockol.it/artista/Bob-Dylan">Bob Dylan</a> (“Make you feel my love”) vengono intervallate dal suo primo successo “Chasing pavements”. Un minuto appena di fuori scena per tornare là dove si era iniziati e chiudere idealmente il cerchio con i soli piano e voce per una stupefacente “Someone like you”, prima del gran finale con la superhit “Rolling in the deep”. Sono trascorsi 75 minuti, Adele saluta sorridente, soddisfatta e, pare, anche un poco emozionata. La prova è superata a pieni voti. Per essere perfetta manca un pizzico di presenza scenica – ma giusto un pizzichino -, ma comunque gran concerto!</p>
<p>(Paolo Panzeri)</p>
<p>SETLIST</p>
<p>Hometown glory</p>
<p>I’ll be waiting</p>
<p>Don’t you remember</p>
<p lang="en-GB">Turning tables</p>
<p lang="en-GB">Set the fire to the rain</p>
<p lang="en-GB">Daydreamer</p>
<p lang="en-GB">Steel drivers</p>
<p lang="en-GB">My same</p>
<p lang="en-GB">Take it all</p>
<p lang="en-GB">Rumour has it</p>
<p lang="en-GB">Right as rain</p>
<p>One and only</p>
<p lang="en-GB">Love song</p>
<p lang="en-GB">Chasing pavements</p>
<p lang="en-GB">Make you feel my love</p>
<p lang="en-GB">ENCORE&lt;br&gt;</p>
<p lang="en-GB">Someone like you</p>
<p lang="en-GB">Rolling in the deep</p>
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		<title>Live Report: Low Anthem @ Salumeria della Musica, Milano 28/03/11</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 12:13:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Da quale epoca provengono i Low Anthem? Dal 1940, l&#8217;anno del debutto di Woody Guthrie con &#8220;Dust bowl ballads&#8221;? Oppure dagli anni &#8216;70, quando Neil Young pubblicava &#8220;Harvest&#8221;? Da nessuno di questi due periodi perché, sembra strano, stiamo parlando di una band contemporanea: esordio nel 2006 e &#8220;appena&#8221; quattro album alle spalle. L&#8217;ultimo uscito, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/The-Low-Anthem-017.jpg" alt="" width="288" height="216" /> Da quale epoca provengono i<a href="http://www.rockol.it/artista/Low-Anthem"> Low Anthem</a>? Dal 1940, l&#8217;anno del debutto di <a href="http://www.rockol.it/artista/Woody-Guthrie">Woody Guthrie</a> con &#8220;Dust bowl ballads&#8221;? Oppure dagli anni &#8216;70, quando <a href="http://www.rockol.it/artista/Neil-Young">Neil Young</a> pubblicava &#8220;Harvest&#8221;? Da nessuno di questi due periodi perché, sembra strano, stiamo parlando di una band contemporanea: esordio nel 2006 e &#8220;appena&#8221; quattro album alle spalle. L&#8217;ultimo uscito, &#8220;Smart flesh&#8221;, è stato registrato a Central Falls nella loro patria originaria, il Rhode Island. E, per farvi capire i personaggi, conviene ricordare che il luogo scelto per lavorare alle canzoni è stata una fabbrica abbandonata: un ex stabilimento della Porino’s, la Barilla americana. Ora, il preambolo serve a dire una cosa: la musica di questo quartetto statunitense non ha tempo, potrebbe essere stata scritta oggi come cent&#8217;anni fa. E vederli dal vivo alla Salumeria della Musica di Milano non fa che confermare questa teoria.<br />
Ad aprire le danze, alle nove e mezzo, ci sono in realtà gli Head and Heart, band indie-folk di Seattle, che regala un&#8217;oretta di musica molto brillante. Il gruppo, guidato dal fascinoso cantante e chitarrista Jonathan Russell, suona un pop tradizionale e divertente, nel quale l&#8217;Americana incontra i Beatles e Dylan. I pezzi tratti dal loro omonimo album d&#8217;esordio sembrano tutti buoni e ispirati, anche grazie ad un ottimo lavoro di squadra, soprattutto vocale: spiccano l&#8217;apertura di &#8220;Cats and dogs/Couer d&#8217;Alene&#8221; e &#8220;Lost in my mind&#8221;, un pezzo che sarebbe piaciuto molto a Ryan Adams. Niente male, questi Head and Heart. Quantomeno da tenere d&#8217;occhio per il futuro.<br />
Ma il piatto forte deve ancora venire. Verso le dieci e mezzo, i Low Anthem fanno la loro comparsa sul palco della Salumeria. La band, che ama recuperare e restaurare strumenti abbandonati, sfodera subito le sue armi migliori: sul primo brano, l&#8217;eterea &#8220;Matter of time&#8221;, il frontman Ben Knox Miller si siede all&#8217;harmonium e riesce subito a fermare il tempo con un colpo di bacchetta magica. Miller, per quanto sia atipico e schivo nel suo modo di tenere il palco, ha una voce da brividi, intensa e versatile. Poi tocca alla cover di George Carter &#8220;Ghost woman blues&#8221; dare il primo vero colpo al cuore della serata: i Low Anthem si chiudono in un piccolo semicerchio, armonizzando le quattro voci come negli spiritual di inizio secolo e riescono se possibile a regalare una versione ancora più scarna di quella del disco. E colpisce anche come i quattro si alternino agli strumenti, con fare serioso e professionale. Jocie Adams, unica donna della band, li gira praticamente tutti: basso, organo, dulcimer e chi più ne ha più ne metta. Mat Davidson invece a volte sfodera una sega musicale, che pizzica con l&#8217;archetto. Jeff Prystowsky si destreggia tra contrabbasso e batteria.<br />
Ogni tanto, per quanto possibile visto il contesto, il gruppo alza anche un po&#8217; il ritmo e i decibel, come nella sporca &#8220;Hey, all you hippies!&#8221; nella quale si sente aleggiare il solito fantasma di Neil Young. Tra il pubblico ad un certo punto qualcuno chiede &#8220;To Ohio&#8221;, il singolo più &#8220;famoso&#8221; del quartetto. Detto fatto, eccola in una versione ancora più spogliata di quella su disco. Di musica di qualità, comunque, ce n&#8217;è davvero molta: come nella doppia parentesi garage-blues di &#8220;Home I&#8217;ll never be&#8221;, brano di Jack Kerouac rifatto tra gli altri da un certo Tom Waits, e di &#8220;Boeing 737&#8243;, che ricorda l&#8217;11 settembre e sembra tracciare un filo rosso che va da Bob Dylan ai Neutral Milk Hotel. Per &#8220;This damn house&#8221; Ben Knox Miller sfodera addirittura gli effetti speciali, giocando a sporcare la cruda teatralità della canzone con le interferenze di due telefoni cellulari, creando l&#8217;ennesimo cortocircuito nella macchina del tempo firmata Low Anthem.<br />
Poco dopo le 11 il gruppo chiude la setlist regolare, salvo tornare dopo poco richiamato dagli applausi. Ecco allora &#8220;Smart flesh&#8221; e soprattutto la cover di &#8220;Bird on a wire&#8221; di Leonard Cohen, anche questa trasformata in uno spiritual post-moderno di struggente bellezza.<br />
&#8220;Sono degli alchimisti&#8221;, capita di sentir sussurrare a qualcuno tra il pubblico. Ed è vero. I Low Anthem sono degli alchimisti del folk, a cui piace anche prenderci un po&#8217; in giro, facendoci pensare per un attimo che tutti questi anni a cavallo tra un secolo e l&#8217;altro, anche per chi non li ha vissuti, non siano mai passati.</p>
<p>(Giovanni Ansaldo)</p>
<p>Setlist:</p>
<p>Matter of Time</p>
<p>Ghost Woman Blues</p>
<p>Burn</p>
<p>To the Ghosts Who Write History Books</p>
<p>Sally Where&#8217;d You Get Your Liquor From (cover di Gary Davis)</p>
<p>Hey, All You Hippies!</p>
<p>I&#8217;ll Take Out Your Ashes</p>
<p>To Ohio</p>
<p>Apothecary Love</p>
<p>This God Damn House</p>
<p>Home I&#8217;ll Never Be (cover di Jack Kerouac)</p>
<p>Boeing 737</p>
<p>Ticket Taker</p>
<p>Charlie Darwin</p>
<p>Encore:</p>
<p>Smart Flesh</p>
<p>Bird On The Wire (cover di Leonard Cohen)</p>
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		<title>Live Report: Everything Everything @ Magnolia, Milano 22/03/11</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Mar 2011 18:21:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Gli Everything Everything si sono fatti notare l’anno scorso con l’album d’esordio “Man alive”. Un disco molto interessante, ottimamente accolto dalla critica (e dal sottoscritto per Rockol), che ha portato la band di Manchester all’attenzione anche di chi non vive di pane e indie tutti i giorni. Anche se di “indie” in senso stretto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://t2.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcTfacPxUtm5gZAEjffSLDnJuJeK-dKiQWVTiuyvcNDOlvsyctGxrA" alt="" width="256" height="192" /> Gli<a href="http://www.rockol.it/artista/Everything-Everything"> Everything Everything</a> si sono fatti notare l’anno scorso con l’album d’esordio “Man alive”. Un disco molto interessante, ottimamente accolto dalla critica (e dal sottoscritto per Rockol), che ha portato la band di Manchester all’attenzione anche di chi non vive di pane e indie tutti i giorni. Anche se di “indie” in senso stretto non stiamo parlando: ci hanno già provato in molti a definire gli Everything Everything, e questa volta, per andare sul sicuro, abbiamo fatto due chiacchiere direttamente con Jeremy Pritchard (basso) e Alex Robertshaw (chitarra) giusto prima del concerto milanese al circolo Magnolia. Li trovo sul tour bus in pieno relax da pre-concerto: Jeremy è molto gentile e disponibile, giochicchia con il portatile e, al mio arrivo, spegne immediatamente il televisore per poi sistemarsi la giacca di pelle, mentre Alex se ne resta defilato a fumare comodamente sul divanetto. “Il tour sta andando molto bene, abbiamo appena fatto quattro date in Germania, una a Vienna e finalmente siamo arrivati in Italia. Non vedevamo l’ora di poter girare per la strada in maglietta”. Nostalgia del bel tempo? “Quando è inverno, sogni di suonare ai festival all’aperto, ma quando hai passato tutta l’estate al sole hai voglia di chiuderti in qualche locale e stare per conto tuo. E’ una specie di ciclo: amiamo suonare per conto nostro tanto quanto con altre band, all’aria aperta”. E in Italia? Jeremy sembra contento di poter suonare nel nostro paese: “Venivo spesso qui da piccolo in vacanza, ho sempre amato la vostra storia (e il cibo, il calcio, le donne…), ma per gli altri è il primo assaggio e sono un po’ nervosi”. Come sono nati gli Everything Everything? “Michael e Jonathan erano vecchi compagni di scuola, mentre io li ho conosciuti all’università. Alex invece faceva parte di un’altra band, ma siamo cresciuti più o meno ascoltando le stesse cose, sai… Radiohead, Nirvana… i Beatles, il pop, il rock, il Jazz, un po’ di tutto. E’ stato abbastanza facile andare d’accordo”. E così è nato il vostro nome. “Probabilmente sì, ma soprattutto ci piaceva molto per il suono e la ritmica nel pronunciarlo, e per le possibilità di dargli ogni volta un significato diverso”. Parlando dei Radiohead e del “metodo” di pubblicazione del loro ultimo album, Jeremy e Alex ammettono che “Non esiste artista vivente che non vorrebbe essere nella loro posizione, fare esattamente quello che vogliono e quando vogliono, come pubblicare un disco nel giro di una settimana, o perché no, di un’ora. Come band siamo felici che qualcuno si stia muovendo in questo senso, in totale libertà, e speriamo un giorno di poterlo fare anche noi”. Anche se poi, aggiungo io, finisce che la maggior parte della gente scarica illegalmente il disco. “Questo è vero, ma è una cosa che capita no? Sappiamo che spesso non è facile procurarsi gli album: in Germania abbiamo incontrato persone che hanno ammesso di aver scaricato illegalmente il nostro disco. Sono le stesse che abbiamo trovato poi al banchetto a comprarsi la copia originale…”. “Man alive” è un disco molto vario e personale, in qualche modo distante dal canone indie contemporaneo. Voi cose ne pensate? “In realtà non ci sentiamo una band indie, se per indie si intende un genere. Siamo più una band indipendente in senso stretto. I testi li scrive Jonathan, e il resto viene in modo naturale, senza pensarci su troppo. La realtà è che ci siamo accorti di avere un “nostro” sound dopo tutti gli altri, e adesso ci siamo dentro fino al collo. Finché i risultati ci soddisfano, rimarremo su questi binari, dopodiché si vedrà. Spesso quando ci chiedono da dove viene il nostro stile, non sappiamo cosa rispondere: è tutto molto più semplice di come sembra, questo è il nostro modo di fare musica e cercheremo di farlo al meglio finché potremo”. Progetti in vista? C’è qualcosa che bolle in pentola? Alex ridacchia: “Bolle è la parola giusta. Sì, stiamo cucinando qualcosa di nuovo, già stasera abbiamo in scaletta un pezzo inedito. Vista la quantità di lavoro che ci stiamo mettendo speriamo di non stracuocerli”. L’ultima domanda riguarda una dichiarazione rilasciata dalla band qualche mese fa, definitasi come la band preferita di “Harry Potter”: “Non so da dove sia uscita questa cosa” risponde divertito Jeremy guardando un Alex sull’incredulo andante. “Credo sia colpa di Jonathan, non ho idea del perché. Forse gli hanno chiesto di descrivere la band a un bambino di otto anni…”. Intorno alle undici e venti li ritrovo sul palco in formazione completa.  Jonathan sfoggia una chioma biondo platino e tutti e quattro una bella tutina grigia integrale a mo’ di uniforme. Un’oretta secca di concerto per tredici pezzi in scaletta, in pratica tutto “Man alive” escusa “Two for nero” sostituita da “Hiawatha doomed” (già bonus track su itunes), più la nuova “Kimosabe”. Un set breve, ma intenso. Gli Everything Everything suonano dal vivo come su disco, impresa non facile viste le ritmiche vertiginose, i cambi di tempo e la complessità generale dei pezzi. Bravi loro e peccato per la poca gente del Magnolia, pieno solo per metà probabilmente a causa delle concomitanti date di Peter Frampton alla Salumeria e di Caparezza all’Alcatraz. Ad ogni modo pezzi strepitosi come la tripletta iniziale “Qwerty fingers”, “Schoolin’” e “MY KZ, UR BF” o le acclamate “Come alive Diana”, “Suffraggette suffragette” (accorpata nel finale di prima parte a “Weights”) e la conclusiva “Photoshop handsome” hanno fatto la loro porca figura, confermandosi come tra le cose migliori in assoluto prodotte nel 2010, anche dal vivo. A conti fatti un’ottima presentazione: gli Everything Everything sanno suonare (e cantare) molto bene e lo fanno con estrema naturalezza. I margini di miglioramento sono evidenti, ma si può già intravedere quale potrà essere il futuro della band. In questo senso ottima la nuova “Kimosabe”, un pezzo solido e come sempre complesso, ma più riflessivo e maturo. Che i nostri stessero prendendo sempre più spunto dai Radiohead si era già capito (e dal vivo è quasi palese). Quello che ancora aveva bisogno di essere confermato è che a loro, al contrario di altri, questa operazione riesce particolarmente bene, tanto da far aumentare notevolmente le attese per il nuovo lavoro, a quanto pare già in cantiere.</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
<p>SETLIST</p>
<p>“Qwerty finger”</p>
<p>“Schoolin”</p>
<p>“MY KZ, UR BF”</p>
<p>“Hiawatha doomed”</p>
<p>“Leave the engine room”</p>
<p>“FInal form”</p>
<p>“Come alive Diana”</p>
<p>“NASA is on your side”</p>
<p>“Tin (the man hole)”</p>
<p>“Weights”</p>
<p>“Suffragette suffragette”</p>
<p>Encore</p>
<p>“Kimosabe”</p>
<p>“Photoshop handsome”</p>
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		<title>Live Report: Beady Eye @ Alcatraz, Milano 16/03/11</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Mar 2011 14:04:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ &#8220;Liam Liam&#8221;, urla il pubblico dell&#8217;Alcatraz verso le nove, appena prima che i Beady Eye salgano sul palco. Dopotutto, si sa, sono tutti qui per lui: Liam Gallagher, classe 1972, nato e cresciuto a Manchester. Oggi, volente o nolente, il cantante inglese è il simbolo di tante cose: del Britpop, della New British Invasion [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/86211-2_com.jpg" alt="" width="288" height="216" /> &#8220;Liam Liam&#8221;, urla il pubblico dell&#8217;Alcatraz verso le nove, appena prima che i <a href="http://www.rockol.it/artista/Beady-Eye">Beady Eye</a> salgano sul palco. Dopotutto, si sa, sono tutti qui per lui: Liam Gallagher, classe 1972, nato e cresciuto a Manchester. Oggi, volente o nolente, il cantante inglese è il simbolo di tante cose: del Britpop, della New British Invasion degli anni Novanta e soprattutto degli<a href="http://www.rockol.it/artista/Oasis"> Oasis</a>, una delle band più importanti e popolari di fine secolo. Un gruppo che in quegli anni per un momento è sembrato in grado di sollevare il mondo con un pugno di canzoni. Dopo lo scioglimento della band nel 2009, orfano del fratello Noel, il più giovane dei fratelli Gallagher ha deciso da subito di raccogliere i cocci di quella formazione e di andare avanti con una nuova/vecchia line-up, accompagnato dai compagni di ventura Gem Archer, Andy Bell e Chris Sharrock.<br />
La sua voglia di far vedere a tutti che può farcela, anche senza il sangue del suo sangue, è stata lampante sin dall&#8217;inizio. E anche stasera ce l&#8217;ha messa davvero tutta. Anzitutto nella coraggiosa scelta della scaletta: nessuna canzone degli Oasis, nessuna concessione a chi è venuto qui sperando di sentire &#8220;Wonderwall&#8221; o &#8220;Live forever&#8221;. Solo brani estratti dall&#8217;unico (al momento) disco dei Beady Eye, &#8220;Different gear, stil speeding&#8221;.<br />
Sono le nove e dieci circa quando il gruppo fa la sua comparsa, sulle note di un&#8217;intro strumentale. Il cantante si presenta avvolto nella bandiera italiana, giusto per ricordare che ai fan nostrani &#8211; forse i più calorosi dopo quelli inglesi &#8211; ci tiene in modo particolare. Il caschetto alla Beatles è sempre quello di un tempo, così come la posa di fronte al microfono. L&#8217;apertura è saggiamente affidata ad uno dei pezzi migliori del gruppo, &#8220;Four letter word&#8221;, una cavalcata rock scritta da Andy Bell che nel testo guarda caso sembra alludere proprio allo scioglimento degli Oasis. Poi tocca a &#8220;Beatles and Stones&#8221;, che ricorda molto da vicino il classico degli Who &#8220;My generation&#8221;. Un inizio di puro rock&#8217;n'roll dunque, dove la band dimostra di avere un ottimo affiatamento e impatto sonoro. Buono il lavoro di Archer e Bell, che si alternano alla chitarra solista. Al basso c&#8217;è Jeff Wootton,  ex-Gorillaz, mentre alla tastiera c&#8217;è Matt Jones. La voce di Liam è in forma, molto di più rispetto alle apparizioni live degli anni scorsi. Il suo ruolo di frontman e catalizzatore dell&#8217;attenzione, neanche a dirlo, è ormai più che fondamentale.<br />
A portare avanti l&#8217;esibizione ci pensa poi &#8220;Millionaire&#8221;, che sarà il prossimo singolo: un pezzo che dal vivo rende di meno rispetto alla versione in studio, orfana delle apprezzabili chitarre acustiche. Va meglio con il singolo &#8220;The roller&#8221;, più cantata da tutti e lennoniana fino al midollo. Stesso discorso per &#8220;Bring the light&#8221;, la più divertente e ballabile della setlist, e &#8220;Three ring circus&#8221;, un rock-blues davvero efficace. Gli spettatori sembrano coinvolti: spiccano qua e là veri e propri sosia del cantante di Manchester, vestiti in tutto e per tutto come lui. In generale, l&#8217;impressione è proprio quella di trovarsi davanti ad un pubblico di ex-fan degli Oasis. Nella seconda metà del concerto parte perfino qualche coro &#8220;blasfemo&#8221; dedicato al fuggiasco Noel Gallagher, piuttosto isolato ma che comunque deve far riflettere.<br />
I Beady Eye nel frattempo vanno avanti, sfoderando anche qualche lento da lacrimuccia come &#8220;Kill for a dream&#8221;, una specie di &#8220;Champagne Supernova&#8221; in miniatura, e la meno riuscita &#8220;The beat goes on&#8221;, troppo affogata nelle distorsioni e nei riverberi. Nonostante la buona volontà però, in generale il gruppo fatica a mantenere l&#8217;intensità dell&#8217;inizio, complice anche il repertorio un po&#8217; monocorde. Dopo la chiusura del set regolare con &#8220;The morning son&#8221;, una suite psichedelica molto semplice ma affascinante scritta da Liam, tocca alla cover degli World Of Twist &#8220;Sons of the stage&#8221; dare la botta finale e far rialzare il livello di adrenalina e di coinvolgimento. Liam scende perfino in mezzo al pubblico, cosa impensabile fino a poco tempo fa. Totale dell&#8217;esibizione? Poco più di un&#8217;ora. Non molto a dir la verità, ma non era lecito aspettarsi molto di più.<br />
Quello che colpisce però, al di là della resa delle singole canzoni, è vedere davvero tanta gente con la maglietta degli Oasis, o sentire altri invocare a gran voce &#8220;Don&#8217;t look back in anger&#8221;. Insomma non sarà facile per Liam convivere con il fantasma degli Oasis: lui ci sta provando con tutte le forze, bisogna vedere se riuscirà a farlo con più convinzione di quella dimostrata stasera. Per ora è impossibile non dargli una seconda possibilità, quindi gliela concediamo con piacere.</p>
<p>(Giovanni Ansaldo)</p>
<p>Scaletta:</p>
<p>Four Letter Word</p>
<p>Beatles and Stones</p>
<p>Millionare</p>
<p>For Anyone</p>
<p>The Roller</p>
<p>Wind Up Dream</p>
<p>Bring the Light</p>
<p>Standing on the Edge of the Noise</p>
<p>Kill For A Dream</p>
<p>Three Ring Circus</p>
<p>The Beat Goes On</p>
<p>Man of Misery</p>
<p>The Morning Son</p>
<p>Encore:</p>
<p>Sons of the Stage</p>
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		<title>Live Report: Glasvegas @ Circolo Magnolia, Segrate (Mi) 14/03/11</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Mar 2011 15:13:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ James Allan chiede scusa al nutrito pubblico milanese del Magnolia per la mezz&#8217;ora di ritardo con cui sale sul palco: “Scusatemi, è colpa mia, sono in ritardo”. Il perché non si conosce, ma basta la sua presenza a far tacere i fischi di una platea sullo spazientito andante. Allan è cool, i Glasvegas sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Glasvegas.jpg" alt="" width="288" height="216" /> James Allan chiede scusa al nutrito pubblico milanese del Magnolia per la mezz&#8217;ora di ritardo con cui sale sul palco: “Scusatemi, è colpa mia, sono in ritardo”. Il perché non si conosce, ma basta la sua presenza a far tacere i fischi di una platea sullo spazientito andante. Allan è cool, i <a href="http://www.rockol.it/artista/Glasvegas">Glasvegas</a> sono cool, le magliette bianche con scritta argentata a caratteri cubitali “GLASVEGAS”, beh, anche queste sono cool. E soprattutto chiamano gente. I nostri, dopo un primo album di successo all’attivo, sono pronti a tornare sul mercato con “Euphoric /// Heartbreak \\\”, il classico secondo lavoro che si spera confermi quanto di buono è stato fatto finora. Ecco dunque un bel tour di “prova”, per testare i pezzi dal vivo (<a href="http://www.rockol.it/news-221637/Glasvegas--Un-album-ispirato,-ma-con-qualche-ombra,-come-la-natura-umana">come già anticipato a Rockol durante l’intervista pomeridiana</a>) e rodare la nuova formazione che vede Jonna Lofgren alla batteria al posto di Caroline McKay. I Glasvegas del 14 marzo hanno suonato al Magnolia per poco meno di un’ora. Tredici pezzi di cui tre pescati dal disco nuovo: “The world is yours” usato come apertura, “Shine like stars” (senza dubbio la migliore del trio) e “Euphoria take my hand” trainato da una bella cover di “Moon river” (pezzo meraviglioso di Johnny Mercer e Henry Mancini del 1961, cantato da Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany” e vincitore nel ’62 dell’Oscar come miglior canzone). Del vecchio repertorio hanno fatto una bella figura ovviamente “It&#8217;s my own cheating heart that makes me cry” (dal vivo forse anche meglio che su disco), la danzereccia “Go square go” (con James Allan a cantare in mezzo alla gente), “Geraldine”, la conclusiva “Ice cream van” e la cover indovinata di “Be my baby” delle Ronettes. Pochi minuti di pausa e rientro con i soli cugini Allan (James e Rab) on stage per “Flowers and football tops” in versione tastiera e voce, prima del finale in crescendo di “S.A.D. Light” e “Daddy’s gone”, in grado quest’ultima di scatenare le ugole di tutti i presenti in cori quasi da stadio. Un set ben oltre le attese, buono il sound, ottima la risposta del pubblico milanese (entusiasta e divertito) e ottima la band sotto tutti i punti di vista: chiudendo un occhio su un paio di stecche del carismatico James Allan, coperte a dovere da basso batteria e chitarra, l’impressione è che i quattro scozzesi siano cresciuti rispetto agli esordi e abbiano finalmente trovato la quadratura del cerchio, in studio e sul palco.</p>
<p>(Marco Jeannin)</p>
<p>SETLIST</p>
<p>“The world is yours”</p>
<p>“It&#8217;s my own cheating heart that makes me cry”</p>
<p>“Shine like stars”</p>
<p>“Polmont on my mind”</p>
<p>“Be my baby” (The Ronettes cover)</p>
<p>“Moon river” (Audrey Hepburn cover)</p>
<p>“Euphoria, take my hand”</p>
<p>“Geraldine”</p>
<p>“Go square go”</p>
<p>“Ice cream van”</p>
<p>Encore:</p>
<p>“Flowers and football tops”</p>
<p>“S.A.D. light”</p>
<p>“Daddy&#8217;s gone”</p>
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		<title>Live Report: James Blunt @ Forum, Assago (Mi) 14/03/11</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 13:15:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
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		<category><![CDATA[concerti]]></category>
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		<description><![CDATA[Capisci che James Blunt è un cantautore quando lo senti suonare dal vivo e, ieri sera, sul palco del Medionalnum Forum di Assago lo ha davvero dimostrato. Il palazzetto è gremito fino all&#8217;orlo, sedie in platea comprese. L&#8217;atmosfera rilassata e la gente presente preannunciavano un&#8217;ora e mezza di piacevoli note, suonate magistralmente da Blunt e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: small">Capisci che <a href="http://www.rockol.it/artista/James-Blunt">James Blunt</a> è un cantautore quando lo senti suonare dal vivo e, ieri sera, sul palco del Medionalnum Forum di Assago lo ha davvero dimostrato. Il palazzetto è gremito fino all&#8217;orlo, sedie in platea comprese. L&#8217;atmosfera rilassata e la gente presente preannunciavano un&#8217;ora e mezza di piacevoli note, suonate magistralmente da Blunt e dal suo gruppo di musicisti vestiti da lord inglesi. Le origini non tradiscono, anche se James vive ormai da tempo a Ibiza con la sua compagna. Nessun gruppo spalla, le luci si spengono e i led sul palco si accendono. Arriva la band, semi-illuminata. Un momento di silenzio, poi un riflettore inquadra le scalinate più alte del forum. James Blunt fa il suo ingresso correndo tra i fan che, in delirio, cercano di toccarlo. Raggiunto il palco, il cantante intona &#8220;So far gone&#8221;, che riscalda subito gli animi. Senza interruzione arriva la nuovissima &#8220;Dangerous&#8221;, intonata a gran voce. James è davvero carico: intonassimo, saltella e si muove sul palco, senza mai staccarsi dalla sua fedele chitarra. &#8221; Buonasera&#8221;, dice al pubblico in un italiano quasi perfetto. &#8220;Come stai?&#8221;, tentenna. Si scusa per non parlare la nostra lingua, è contento di essere a Milano ma è sorpreso di vedere delle sedie anche nella zona in cui di solito il pubblico si accalca sotto il paco per fare casino. &#8220;Ho capito il perchè delle sedie-prosegue- è che io sono diventato anziano e a voi spettano 4 ore di noiosissima musica. Ma vedrete, verso la fine farò di tutto per farvi alzare e ballare&#8221; promette Blunt. Le canzoni si susseguono veloci, con pochissime pause le une tra le altre. Pezzi che hanno segnato la carriera del &#8220;soldato di sua Maestà&#8221; come &#8220;Carry you home&#8221;, la bellissima &#8220;Goodbye my lover&#8221;, che fa scendere una lacrima sui volti dei presenti, &#8220;High&#8221;, &#8220;The same mistake&#8221; e la celeberrima &#8220;You are beautiful&#8221;, (della quale tutti conoscono le parole), sono di certo i brani più apprezzati della serata. Non mancano gli episodi del nuovo disco disco di Blunt, &#8220;Some kind of trouble&#8221;, uscito lo scorso settembre e intitolato così perchè, a detta dello stesso James: &#8221; E&#8217; un album scanzonato, felice, inneggia alla vita, al divertimento, al mettersi nei guai, senza però fare troppi danni&#8221;. Ci sono &#8220;Superstar&#8221;, &#8220;I&#8217;ll be your man&#8221;, il primo singolo &#8220;Stay the night&#8221; e &#8220;Turn me on&#8221;, cantatissimi dalle fan più giovani. Blunt è davvero sorprendente, passa con disinvoltura dal piano alla chitarra, balla, si avvicina ai musicisti, i quali compiono egregiamente la loro parte. Verso fine concerto, James mantiene la promessa ed incita il pubblico ad alzarsi. La platea e gli spalti accolgono l&#8217;invito e finalmente si da&#8217; libero sfogo alla voglia di muoversi a ritmo. Blunt sale sul piano, mima delle mosse di surf e accenna dei passi di danza. La musica termina e il cantante insieme al gruppo si ritira dietro le quinte. Passano pochi minuti e James ricompare. &#8220;Siete splendidi, amo l&#8217;Italia, torno presto&#8221;. Il live si conclude con &#8220;1973&#8243; e un &#8220;Simona&#8221; cantato da tutti i presenti. Blunt è felice e commosso, ringrazia ancora, su tutti i lati del palco, come di rito, ma questa volta sparisce nel backstage e le luci si accendono. Un concerto a dir poco romantico: tantissime coppie, tantissime effusioni, ma anche tante adolescenti, che incitavano i propri padri a posizionarsi sotto il palco e sfidare la sicurezza per una foto da vicino del loro beniamino. Altro che invecchiato, il buon James ha ancora parecchi colpi in canna&#8230;</span></p>
<p>(Rossella Romano)</p>
<p>Setlist</p>
<p><span style="font-size: small">So far gone</span></p>
<p><span style="font-size: small">Dangerous</span></p>
<p><span style="font-size: small">Billy</span></p>
<p><span style="font-size: small">Wisemen</span></p>
<p><span style="font-size: small">Carry you home</span></p>
<p><span style="font-size: small">These are the words</span></p>
<p><span style="font-size: small">I&#8217;ll take everything</span></p>
<p><span style="font-size: small">Out of my mind</span></p>
<p><span style="font-size: small">Goodbye my lover</span></p>
<p><span style="font-size: small">No tears</span></p>
<p><span style="font-size: small">High</span></p>
<p><span style="font-size: small">Superstar</span></p>
<p><span style="font-size: small">Same mistake</span></p>
<p><span style="font-size: small">If time is all i have</span></p>
<p><span style="font-size: small">You are beautiful</span></p>
<p><span style="font-size: small">so long jimmy</span></p>
<p><span style="font-size: small">I&#8217;ll Be Your Man</span></p>
<p><span style="font-size: small">Into the Dark </span></p>
<p><span style="font-size: small">Stay the Night</span></p>
<p><span style="font-size: small">Turn Me On</span></p>
<p><span style="font-size: small">1973</span></p>
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		<title>Live Report: Verdena @ Latte Più, Brescia 12-13/03/11</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Mar 2011 13:15:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazionerockol</dc:creator>
				<category><![CDATA[Reports]]></category>
		<category><![CDATA[brescia]]></category>
		<category><![CDATA[concerti]]></category>
		<category><![CDATA[latte più]]></category>
		<category><![CDATA[live]]></category>
		<category><![CDATA[Verdena]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel 1997 avevamo tredici anni di meno. I Verdena erano una novità, in tour a Brescia per presentare alcuni pezzi incisi su demo e in procinto di esordire con l’eponimo “Verdena”. Roberta girava ancora con la tracolla zebrata del basso e le occhiaie di Luca e Alberto erano un po’ meno pronunciate di come lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.rockol.it/img/foto/upload/Verdena.jpg" alt="" width="288" height="216" /><span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Nel 1997 avevamo tredici anni di meno. I <a href="http://www.rockol.it/artista/Verdena">Verdena</a> erano una novità, in tour a Brescia per presentare alcuni pezzi incisi su demo e in procinto di esordire con l’eponimo “Verdena”. Roberta girava ancora con la tracolla zebrata del basso e le occhiaie di Luca e Alberto erano un po’ meno pronunciate di come lo sono adesso. Oggi i Verdena sono una band da sold out, che si tratti di Milano, Roma o Brescia. Doppia data al Latte Più, per un totale di circa milleseicento presenze chiamate a raccolta dallo strepitoso successo di <a href="http://www.rockol.it/recensione-4496/Verdena-WOW">“Wow”</a>, un fenomeno che sta assumendo lentamente contorni nazional popolari, propagandosi a macchia d’olio in tutta la penisola. I live dei Verdena promettono fuoco e fiamme, con scalette che si aggirano intorno ai ventisei, ventisette pezzi manco stessimo parlando di Bruce Springsteen all’Olimpico di Torino. La sensazione? Quello di “Wow” è Il Tour dei Verdena, quello con “I” e “T” maiuscole. Si dirà: “I Verdena? Eh, io li ho sentiti ai tempi di Wow…”. Grandi attese dunque per il trio di Albino, fattosi quartetto con l’aggiunta di Omid Jazi giusto per dare corpo al sound e rendere giustizia a un album come “Wow”. Doppia data in quel di Brescia si diceva, e immancabile doppio sold out anche in terra “teoricamente” ostile (retaggio calcistico) ai bergamaschi, ma in realtà da sempre molto vicina ad Alberto e soci. Segue un breve resoconto di entrambe le serate, due date molto diverse sebbene accomunate dalla stessa location e da una platea tendenzialmente simile.</span></span></p>
<p><span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Sabato 12. Inizio concerto schedulato per le dieci e trenta. Poco prima delle undici attaccano i Torquemada a fare da spalla e i Verdena salgono sul palco verso mezzanotte, dopo un interminabile cambio palco. Di sabato si può parlare come di una di quelle serate in cui già alle prime battute ti rendi conto che c’è qualcosa che non gira. La prima ora di concerto è martoriata da una serie di problemi tecnici che rendono nervoso Alberto, notoriamente pignolo nel suo mestiere, rendendo disomogeneo il live. Un viavai quasi continuo di tecnici alle prese con un sound che non ha intenzione di ingranare: servono tre false partenze (accompagnate da altrettante occhiatacce di Alberto) prima di poter sentire “Nuova luce”. La band è nervosa, è chiaro, non soddisfatta della prestazione. La maggior parte della platea sembra però non preoccuparsi dei problemi on stage: la predisposizione è talmente buona che i Verdena potrebbero steccare tutta sera e probabilmente nessuno si metterebbe a fischiare. Una sensazione che la dice lunga sul credito che la band bergamasca ha accumulato con la pubblicazione di “Wow”. La seconda metà del concerto invece è di tutt’altra pasta. I problemi sembrano essersi risolti, e parte anche qualche sorriso. Molto bene dunque “Miglioramento”, “Le scarpe volanti” e “Ovunque”, accolta con un boato. Il sospetto che la platea bresciana si faccia prendere però solo dai Verdena prima maniera, quelli di “Verdena” e del “Suicidio del samurai”, è netto: i Verdena sono cresciuti, hanno tredici anni in più e cinque dischi sulle spalle, ma i presenti al Latte Più sono un po’ tutti fermi al 1997, e ci scommetto, avrebbero fatto carte false per sentire “Valvonauta”. Il set si chiude in crescendo con l’ottima “Isacco nucleare” e “Morbida”, prima di lasciare spazio all’encore dove va segnalata una spettacolare “Il gulliver”. Eccoli qui i Verdena di cui tanto si era sentito parlare: pesanti, affascinanti e letali. Finale con “Lei disse” e “12,5 mg” con il solo Luca rimasto sul palco. Una serata con più ombre che luci e condizionata pesantemente dai problemi tecnici. Verdena ridimensionati da una sufficienza piena guadagnata solo nel finale. Promosso invece a pieni voti Luca alla batteria: il suo personale show di smorfie evidentemente è una garanzia di qualità. </span></span></p>
<p><span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Domenica 13. Tutto un altro paio di maniche. Ad aprire ci pensano i piemotesi Fhu, una mezz&#8217;ora buona che si chiude intorno alle dieci e un quarto. Il set dei Verdena è anticipato alle dieci e quaranta (domenica è sempre domenica), per la durata oramai standard di quasi due ore. Nessun problema tecnico questa volta, e tanta, tanta qualità. La band gira, il suono arriva pulito e corposo e tutto va come dovrebbe: una bella differenza rispetto a sabato. Setlist che si fregia della presenza di pezzi come la meravigliosa “Nova”, “Logorrea” e in chiusura “Il caos strisciante”, ed encore in cui spicca la trionfante “Luna”, ai vertici del gradimento bresciano. Alberto chiacchiera e si diverte con le prime file: un’altra persona rispetto al giorno prima. Incazzatura nel dimenticatoio anche per Roberta e Omid, finalmente più presente e integrato a proprio agio on stage. Per quanto riguarda Luca, qui vanno solamente rinnovati i complimenti a un batterista di grandissimo livello. Accontentato anche chi chiedeva alla band “più linguaggio del corpo” sul palco, quella di domenica va registrata come una seconda data superiore alla prima in tutto, che ha regalato momenti altissimi nonostante il caldo torrido del locale bresciano. Peccato ancora per la platea, composta in parte da gente poco interessata alla musica (soprattutto ai pezzi più recenti), e più votata alla ricerca del pogo a tutti i costi: a questi signori si consiglia un bel greatest hits ad hoc da ascoltare in automobile. </span></span></p>
<p><span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">In conclusione: due date, due concerti molto diversi. I Verdena visti a Brescia sono una band matura, al culmine del loro successo e vederli oggi vuol dire toccare con mano questo apice, goderseli al top. In una situazione del genere, il rischio di lasciarsi prende dall’entusiasmo è però fin troppo facile. Il trio bergamasco è sicuramente una delle migliori realtà italiane attualmente in circolazione, e “Wow” ha innegabilmente segnato un passo importante nella maturazione del gruppo. Il sabato del Latte Più ha però riportato sulla terra i Verdena dopo un’indigestione continua di elogi. E forse è stato un bene: da grande band si sono ripresi nel giro di ventiquattr’ore, regalandoci un set pressoché perfetto. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: small">(Marco Jeannin)</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: small">SETLIST</span></span></p>
<p><span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: small">Sabato 12</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Adoratorio”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Scegli me”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Per sbaglio”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Rossella Roll Over”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Il tramonto degli stupidi”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Non prendere l&#8217;acme, Eugenio”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Badea blues”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Nuova luce”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Lui gareggia”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Canos”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Spaceman”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Muori delay”</span></span></p>
<p>“<span style="font-family: Arial,sans-serif"><span style="font-size: small">Il nulla di O.”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Castelli per aria”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Canzone ostinata”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Razzi arpia inferno e fiamme”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Miglioramento”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Le scarpe volanti”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Ovunque”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Loniterp”</span></span></p>
<p>“<span style="font-size: small"><span style="font-family: Arial,sans-serif">Isacco 
