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Live Report: Ilaria Porceddu @ Auditorium Parco della Musica, Roma 21/04/13

Aprile 23rd, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Sono passati ormai cinque anni da quando la voce della giovane e bella Ilaria Porceddu ha fatto irruzione nelle orecchie degli italiani. Allora gareggiava tra i talenti della prima, storica edizione di X-Factor (quella che sancì il successone di Giusy Ferreri per intenderci); militava tra gli under 24 (allora non esisteva la distinzione tra ragazzi e ragazze) di una combattiva Mara Maionchi. Un talento così puro, limpido, il suo. Non passò di certo inosservata, anzi. Il suo nome finì sulla bocca di tutti (basti pensare al fatto che pochi giorni dopo la conclusione del talent, Ilaria si ritrovò a posare per la copertina di una nota rivista per uomini). Si piazzò solo quinta la minuta cantautrice nata in quel di Cagliari il 16 ottobre 1987, eliminata in semifinale dalla stessa Maionchi (la preferì all’ammiccante Tony Maiello, di più facile presa sul pubblico delle teenagers). Da allora, però, Ilaria non ha mai smesso di sognare. Un album, “Suono Naturale” (pubblicato dalla Sony Music subito dopo la partecipazione al talent show targato, all’epoca, Rai Due), le ha permesso di fare il suo debutto ufficiale nel mondo della discografia. Nel frattempo, la sua versione di “Oceano” (brano portato al successo da Lisa), riscuoteva successi in rete e nei negozi digitali arrivando addirittura a piazzarsi al nono posto nella classifica delle canzoni più scaricate da iTunes. E poi il teatro, la rottura con la Sony e la firma con l’etichetta indipendente D’Altro Canto. Infine una tentata, ma mancata, partecipazione a Sanremo (quello condotto dalla Clerici).

Oggi Ilaria è cresciuta, si è lasciata alle spalle tutte le esperienze del passato e ha fatto tesoro dei tanti “no” ricevuti. Dopo la partecipazione, in gara tra le nuove proposte, all’ultimo Festival di Sanremo, la cantautrice sarda ha dato alle stampe il suo nuovo album di inediti, “In equilibrio”. Un album fresco, giovane, acerbo e allo stesso tempo maturo e denso di significati. Quando Ilaria, ieri sera, ha fatto il suo ingresso sul palco del Teatro Studio dell’Auditorium Parco della Musica per la prima data del suo nuovo tour, aveva gli occhi pieni di gioia: il suo sogno si è finalmente avverato. In circa un’ora e mezza di musica, la seconda classificata tra i giovani a Sanremo 2013 ha saputo dare grande prova del suo talento, della sua tenacia e della voglia di far conoscere a quante più persone possibili il suo universo musicale fatto di sogni, speranze e passione. Accompagnata dalla sua band, Ilaria ha dato il benvenuto ai circa trecento presenti proprio con la sua versione (impeccabile) di “Oceano” (in fondo è il pezzo che l’ha fatta conoscere al grande pubblico). Una partenza straordinaria, questa, a cui hanno seguito alcuni dei brani del nuovo album (tra questi “Vendo e compro oro” avrebbe dovuto vedere Ilaria duettare con la cantautrice Momo, assente perché “impegnata”, ha detto la cantante, “in uno spettacolo teatrale a Napoli”). “Suono naturale” e “Libera” hanno permesso ad Ilaria di fare un altro passo indietro per scovare emozioni latenti del passato. Nel bel mezzo della serata, la giovane cantautrice ha voluto persino omaggiare quello che ha definito come il suo “cantautore del cuore”, vale a dire Fabrizio De Andrè: bella versione della trascinante “Volta la carta”, la sua.

Altro omaggio è stato quello a Lucio Dalla, autore di “Mai mai” (uno dei pezzi contenuti ne “In equilibrio”). Immancabile il pezzo sanremese, con tanto di applauso durato circa due minuti. Momento di grande musica lo è stato il duetto con il coro Sat&B diretto da una scatenata Maria Grazia Fontana in “No potho reposare” (uno dei tanti omaggi alla sua terra). Meno convincente, invece, la prova (featuring Alien, giovane rapper) de “La storia” di De Gregori. Per il tanto invocato bis, infine, Ilaria è tornata sul palco ed ha ri-intonato (in una versione pianoforte e fisarmonica, suonata da Clemente Ferrari) “In equilibrio”.

La prima tappa dell’ “In equilibrio tour” è stata la testimonianza più evidente del grande talento della piccola Ilaria (nella botte piccola c’è il vino buono, dicono). Un linguaggio musicale, il suo, che non scende a patti con le regole banali del pop commerciale. Un po’ come fece, qualche anno fa, una caparbia catanese come Carmen Consoli, la cantautrice sarda ha saputo omaggiare al meglio le sue origini e il suo background musicale fatto di canti popolari sardi, dei capolavori della scuola cantautorale italiana e delle più raffinate interpreti internazionali. Sentiremo ancora per molto parlare di lei. Tanto di cappello!

(Mattia Marzi)

SETLIST:
Oceano

Vendo e compro oro
Luna
Il mare è famoso
Suono naturale
Libera
Riu
Ubaldo e Loredana
Volta la carta
Mai mai
Vola via
In equilibrio
Movidindi
No potho reposare (feat. Sat&B)
La storia siamo noi (feat. Alien e Sat&B)
In equilibrio (bis)

Live Report: Juan Lorenzo Trio @ Maison Des Arts, Pescara 19/04/13

Aprile 22nd, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Il 19 aprile 2013 nella Maison des Arts si è esibito il trio flamenco di Juan Lorenzo composto – oltre che dal chitarrista – da Elena Presti (baile) e Dario Carbonelli (cajon e baile).
In oltre 50 minuti di concerto il trio ha guidato gli spettatori attraverso un viaggio filologico alla scoperta del flamenco, partendo da pezzi tradizionali – come quelli di Sabicas – per arrivare alle armonie e ai ritmi contemporanei.
Vista la difficoltà dei pezzi selezionati va certamente applaudito Lorenzo che ha scelto di confrontarsi con musiche complesse da eseguire ed estenuanti dal punto di vista fisico. E infatti, anche se i rasguei sono stati robusti potenti e giustamente aggressivi, l’esecuzione dell’alzapua non è stata fluidissima, così come certe linee iperveloci.
Ciò non toglie che, complessivamente, la qualità dell’esecuzione sia stata molto buona.
Efficacissimo il lavoro di Dario Carbonelli al cajon che ha sostenuto ritimicamente la Conde di Lorenzo con interventi misurati ma sempre puntuali. Anche nel baile Carbonelli è stato preciso nel lavoro di piedi anche se il suo stile di danza è caratterizzato da una certa rigidità del tronco che potrebbe non piacere.
Buona anche la prestazione di Elena Presti che ha ballato da sola e in duo con Carbonelli in una performance senza sbavature.
Il concerto si è chiuso con due bis a base di rumba che hanno ulteriormente alzato la temperatura in sala facendo letteralmente scatenare il pubblico che aveva riempito la sala occupando ogni spazio
disponibile.

(Andrea Monti)

Live Report: EELS @ Alcatraz, Milano 18/04/13

Aprile 21st, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Chi sono gli eels, una band o il progetto di una cantautore californiano un po’ pazzo? Non esiste un’unica risposta, tutto nasce da Mr.E (Mark Everett), genialoide songwriter barbuto, figlio di un altrettanto geniale padre arrivato ad un passo dal nobel e di una famiglia di artisti di cui è l’unico discendente. Da lui parte il progetto eels che dal 1996 ad oggi viene incarnato da musicististi sempre diversi. Ora qualcosa sembra essere cambiato, E ha trovato una nuova famiglia da cui farsi adottare, una famiglia formata da due chitarristi, The Chet e P-Boo, il bassista Honest Al (anche se nell’ultimo disco il basso è stato suonato da Kool G Murder) e il batterista Knuckles.

E’ grazie a loro se gli eels sono di nuovo una band e non solo l’emanazione dell’ego di E, e questa grande sintonia, che già traspariva nell’ultimo disco “Wonderful, glorious”, è apparsa ancora più evidente nel concerto che ha infiammato, la scorsa sera, l’Alcatraz di Milano.

Nonostante l’attesa per il ritorno dal vivo degli eels, si temeva di assistere ad una replica del tour di “Tomorrow morning” in cui la band aveva portato in scena uno spettacolo tanto rumoroso quanto confuso. Fortunatamente i tanti concerti insieme hanno affinato l’amalgama tra i musicisti che si sono presentati sul palco vestiti con la medesima “divisa”, una tuta nera della Adidas che ricordava quella indossata da Adam Sandler ne “I Tenenbaum” di Wes Anderson, occhiali scuri e barba incolta.

Se l’impianto luci è piuttosto scarno, a stupire un gremito Alcatraz ci ha pensato l’originale disposizione dei musicisti sul palco in due file una seconda fila rialzata dove stazionavano i due chitarristi e il bassista e la prima fila con, da un lato, la batteria di Knuckles e, dall’altro, quasi in disparte rispetto al resto della band, E.

L’onore di aprire la serata è spettata alla cantautrice Nicole Atkins che ha presentato una manciata di canzoni dai suoi due album che ne hanno fatto apprezzare il talento e le indubbie doti vocali, nonostante l’assenza di una band a suo supporto, alla lunga, ha un po’ pesato sulla sua esibizione. Dopo pochi minuti è iniziato lo spettacolo degli eels che hanno iniziato da subito a schiacciare l’acceleratore con un gruppo di brani tra rock e blues come “Bombs away”, “Kinda fuzzy”, “Tremendous Dynamite” e la cover di “Oh well” dei Fletwood Mac. Nonostante l’avvio al fulmicotone, gli eels mostrano subito di aver trovato finalmente un ottimo equilibrio rispetto al precedente tour, dosando energia e melodia andando a ripescare anche tra dischi più vecchi, come nel caso di “The sound of fear” presa da “Daisies of the galxy” del 2000.

Man mano che lo show procede Mr.E inizia a mostrare quanto sia cambiato rispetto agli esordi, quando dichiarava apertamente di trovare i concerti una vera noia: dialoga con il pubblico e con i suoi fidi compari a cui chiede lunghi abbracci, perché, non smetterà di ripeterlo fino alla fine, vuole troppo bene a questi ragazzi. Lo spettacolo si fa ancora più folle quando su uno dei momenti più rumorosi del concerto anche i roadie entrano in scena simulando una discussione sul palco. Il momento più divertente vede come protagonista The Chet, che E definisce il suo “bro”, il suo fratello, con cui, in una cerimonia solenne celebrata dal bassista Honest Al, si scambia la promessa reciproca di suonare assieme per almeno altri dieci anni, sugellando il tutto con la segreta stretta di mano degli eels.

Nonostante le gag la band continua a macinare rock proponendo brani come “New Alphabet”, “Peach blossom”, “Prizefighter”, ma anche canzoni più melodiche come “In my dreams” e “On the rope”.

La prima parte del concerto si conclude con due proiettili rock: uno dal passato, l’oscura “Souljacker Pt.1”, e la più recente “Wonderful glorious”, ma non c’è il tempo di respirare che la band torna tra il clamore della folla per due bis dove E inizia a suonare una delle prime canzoni scritte per gli eels, la malinconica e romantica “My beloved monster” che viene mescolata con un altro grande classico, la bellissima “Mr. E’s Beautiful Blues”.

Il concerto volge al termine, ma quando la maggior parte del pubblico è uscita dal locale, la band, come da sua tradizione, torna sul palco per le ultime due canzoni, “Dog faced boy” e “Go eels!” un brano molto semplice che permette ai singoli componenti di presentarsi con i loro assoli.

Una volta conclusa anche quest’ultima parte dello show lasciamo entusiasti il locale con la consapevolezza che Mr.E non è più solo, ha un nuova famiglia con cui è tornato a fare della grande musica.

(Giuseppe Fabris)

Live Report: Berlin-Watanabe-Hernandez Trio @ Teatro Flaiano, Pescara 17/04/13

Aprile 18th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Mercoledì 17 aprile 2013 ore 21. Nell’Auditorium del Teatro Flaiano, a Pescara, Jeff Berlin (basso), Kazumi Watanabe (chitarra) e Horacio “El Negro” Hernandez (batteria) hanno eseguito per oltre un’ora brani composti dal chitarrista giapponese.
Cominciato in sordina, con il trio che suonava quasi “a soggetto”, il concerto e’ via via migliorato fino a raggiungere un alto livello qualitativo, un set che sicuramente non ha deluso gli appassionati del genere ma che nello stesso tempo non è riuscito a coinvolgere appieno il pubblico presente.
La sezione ritmica è risultata “rocciosa”, non ha sbagliato un colpo e ha sostenuto bene la chitarra di Watanabe, i cui suoni “retro’” hanno rievocato le sonorità fusion tipiche degli anni ‘80 e ‘90.
L’atmosfera era comunque rilassata, e così ad un certo punto Kazumi Watanabe, durante un solo di
batteria di Hernandez, ha iniziato a scattare fotografie al suo indiavolato musicista.
Da segnalare l’esecuzione, tra i bis, di una una cover di “The Chicken” di Jaco Pastorius.

(Andrea Monti)

Live Report: Elio e Le Storie Tese @ ObiHall, Firenze 16/04/13

Aprile 17th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Dovevamo accorgercene fin dall’inizio che non sarebbe stato un concerto come gli altri.

Le luci si spengono e una voce in sala recita queste parole “Tra pochi istanti avrà inizio il concerto. Si prega di togliere la suoneria dai telefoni cellulari. Durante il concerto siete liberi di scattare fotografie, ma non di effettuare registrazioni audio o video dello spettacolo, pena l’allontanamento dalla sala”. A un concerto degli Elio e Le Storie Tese la sospensione dell’incredulità è d’obbligo, però quando durante il concerto abbiamo visto personale di servizio con il puntatore laser segnalare i vari trasgressori, abbiamo capito che non era uno scherzo.

Quella di Firenze all’ObiHall era la seconda tappa del tour primaverile degli Elii, ma soprattutto una sorta di anteprima de “L’Album Biango” il nuovo disco del complessino che uscirà il prossimo 7 maggio.

La prima parte del concerto è infatti dedicata ai nuovi pezzi: oltre alle canzoni presentate a Sanremo – e “Dannati Forever” si conferma, per testo e struttura, uno dei migliori pezzi composti dalla band negli ultimi anni – sono state suonate “Enlarge (your penis)” e “Come gli Area” (già ascoltate nel tour del 2012) e “Il ritmo della sala prove”.

Ovviamente è stata suonata anche “Il complesso del Primo Maggio” il pezzo uscito pochi giorni fa e che è stato linkato, citato e retweettato migliaia e migliaia di volte nel fine settimana (oltre 400mila views su YouTube in quattro giorni). La canzone è una sacrosanta critica al classico concertone del Primo Maggio in Piazza San Giovanni a Roma che, specialmente nella prima parte pomeridiana, propone da anni lo stesso stereotipo di musica alternativa sempre uguale a sé stesso e fuori dal mondo (e la recente notizia dell’annullamento da parte del sindacato dell’esibizione di Fabri Fibra al prossimo Primo Maggio, non fa altro che confermare questa miopia).

Il pezzo è stato accolto con toni entusiasti e spreco di parole tipo “genii” e “capolavoro”. Era anni che aspettavamo uno sberleffo del genere. Poi però, riascoltandola, è subentrata, in molti di noi, una sorta di seconda lettura: quella di un’invettiva fine a sé stessa, da parte di una band che si sente artisticamente superiore rispetto al resto del (desolante) scenario musicale italiano.<br>

Ed è una possibile chiave per leggere questo concerto fiorentino che rappresenta ciò che sono gli Elii oggi: dei grandissimi musicisti, forse i più preparati nel panorama musicale italiano, ma che col tempo hanno perso quella sublime leggerezza del passato, che permetteva loro di parlare di temi alti e bassi con ironiche provocazioni sottoforma di perfette canzoni pop.

I pezzi nuovi sono puri esercizi di stile, quasi impossibili da risuonare o canticchiare, e anche l’atteggiamento di Elio nei siparietti tra una canzone e l’altra è, seppur con tono ironico e sarcastico, molto critico e amaro nei confronti degli altri colleghi; Elio si immagina che la ObiHall sia semplicemente una grande sala prova con pubblico, in vista di occasioni più prestigiose che non verranno (“tipo aprire uno dei quattro sold out dei Modà al Forum di Milano”). Ogni occasione è buona per rivendicare la propria cultura musicale e supportare il dileggio banalotto di chi usa poche note (“In un mondo di analfabeti musicali tanto vale usare una sola nota” oppure “a 12 anni ho fatto il cantautore perché conoscevo solo tre note”), ironia sui talent (Amici e Operazione Trionfo (sic)) e tirare frecciate, a volte un po’ astiose e spesso immotivate (son pur arrivati secondi al Festival di Sanremo), verso un mercato musicale che non li merita e per questo Elio ripete più volte che il prossimo disco è stato “autoprodotto”.

La seconda parte del concerto è una sorta di greatest hits – o, come dicono loro, “canzoni vecchie che hanno rotto i coglioni, e per questo un po’ le cambiamo” – e ti rendi conto che gli Elii sono davvero gli unici a poter passare dal funk soul melodico e sincopato di TVUMDB, all’opera rock di Largo al Factotum (reinterpretazione della cavatina di Figaro tratto da “Il Barbiere di Siviglia”) passando attraverso quella straordinaria trovata di unire la discomusic alle canzoni dell’oratorio (“Born to be Abramo”).

Al di là delle critiche, gli Eelst nella loro formazione base – con la bravissima Paola Folli ai cori e il preciso Jantoman alle “ulteriori pianole” – sono una perfetta macchina musicale, e il concerto alla fine è piacevole, pur non riservando particolari sorprese. <br>

Per concludere, va segnalata la presenza di Mangoni che, nei vari di ruoli di Supergiovane, Presentatore di Sanremo, attivista del Complesso del Primo Maggio, peperone e inventore del burlesque maschile, rappresenta ancora quella leggerezza demenziale di cui gli Elii hanno ancora bisogno.

(Michele Boroni)

SETLIST

Supergiovane

Dannati Forever

La canzone mononota

Con un bacio piccolissimo

Neanche un minuto di non caco

Il ritmo della sala prove

Come gli Area

Enlarge (Your Penis)

Complesso del Primo Maggio

Cara ti amo

Il vitello dai piedi di balsa

Mio cuggino

Il Rock and Roll

Spalman

TVUMDB

Parco Sempione

Largo al Factotum

Born to be Abramo

Tapparella

Live Report: Woodkid @ Elita Festival, Teatro Parenti, Milano 10/04/13

Aprile 11th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

La settimana del Salone del Mobile a Milano. La riconosci dalla qualità di inviti ad eventi spesso improbabili – e dal fastidio diffuso che generano nei milanesi. Più di moda del Salone de Mobile c’è solo il lamentarsi sui social network del FuoriSalone, gli eventi paralleli diffusi nella città.

In mezzo a questi eventi c’è il Design Week Festival, una serie di concerti organizzati da Elita nella “splendida cornice” del rinnovato teatro Parenti – perdonate l’espressione stereotipata, ma corrispondente alla realtà. Il vecchio teatro di Porta Romana da qualche anno è stato ristrutturato in maniera davvero bella, diventando un’area polifuzionale usata persino troppo poco per una città che ha fame di spazi per concerti.
Comunque, il Design Week Festival 6 giorni di concerti, dal 9 al 14 aprile, con nomi quasi grossi, ma “di tendenza” (siamo a meno di 10 righe di recensione e sono già al secondo stereotipo…), ma anche questo descrive bene sia il tono della serata di ieri, sia l’artista principale in cartellone.
Si arriva al Teatro Franco Parenti all’ora della prima performance e fuori c’è una coda che fa il giro dell’isolato. Perché Woodkid è il nome di cui si parla, ora. Regista di videoclip di primissimo piano trasformato in cantante, autore di un primo album, “The golden age” davvero di altissimo livello. Risultato: serata esaurita con largo anticipo e “il pubblico delle grandi occasioni” (daje, terzo stereotipo…).
Però, ancora una volta, è tutto vero: evento indiscutibilmente modaiolo, ma uno dei concerti più interessanti di questi primi mesi del 2013. La serata si apre con un po’ di ritardo, con Andrea Nardinocchi che suona per una ventina di minuti. E’ una delle prime uscita live importanti dopo il Festival di Sanremo. Andrea si presenta con una mini-band: le sue loopstation, una persona che smanetta su computer ed elettronica ed un chitarrista. E’ migliorato ancora da quando l’avevamo visto suonare in redazione: controlla meglio il palco, e l’aiuto della mini-band rende il suono più pieno. Bravissimo.
Durante il concerto di Nardinocchi molta gente rimane nel foyer a chiacchierare e bere, lasciando la platea della sala principale (liberata dalle sedie, presenti solo in balconata) piena solo a metà. Non sarà così all’arrivo di Woodkid, poco dopo. Stipata all’inverosimile, e ripagata da un’inizio spettacolare, che smarrisce in un attimo i dubbi che erano circolati tra gli addetti ai lavori nei giorni precedenti al concerto – Woodkid aveva annullato all’ultimo tutte le interviste previste, ed erano circolate voci di fortissimo stress dell’artista.
Sul palco, si fa accompagnare da una band di sette elementi: due percussionisti, tre fiati, tastiere, effetti. L’intro è da manuale, non solo per il suono pieno (che richiama perfettamente quello orchestrale e complesso dell’album), ma per l’uso delle luci – che disegnano geometrie dal basso – e dei visual.
D’altra parte, chi non se un regista come lui poteva pensare ad uno spettacolo di questo tipo? Il bello però è che la messa in scena non prevarica ma la musica, ma si integra ad essa.
Semmai, compensa quello che è il limite maggiore di Woodkid: la sua presenza scenica.  Lui è a suo agio, sorridente, scherza, mostra emozione (“E’ il primo concerto dopo l’uscita del disco”, spiega). Ha una gran voce anche dal vivo – con solo qualche cedimento nel finale. Ma non si può dire che abbia un gran carisma sulla scena: balla, saltella, incita il pubblico – ma i grandi performer sono un’altra cosa. Tutto però appunto compensato dal design dello spettacolo: che rende benissimo soprattutto sui pezzi più ritmati e che fanno uso maggiore delle percussioni (su tutti “Conquest of spaces”, con immagini che sembrano un viaggio nello spazio, e “Run boy run”) – e mostra un po’ la corda sui pezzi più tranquilli.
Il pubblico è entusiasta, reagisce persino con euforia (reazioni hipsteriche, verrebbe da dire con una battutaccia) agli inizi di canzoni che dimostra di conoscere già a memoria. Poco più di un’ora e il concerto è già finito – d’altra parte c’è solo un album da suonare.
Ma quell’ora è poco più si è dimostrata come uno dei migliori spettacoli musicali del momento.

Live Report: Sigue Sigue Sputnik @ United Club, Torino 15/03/13

Marzo 18th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Parlare di Sigue Sigue Sputnik è un po’ come tornare giovani, rituffarsi negli anni ’80 quando ancora il Punk dettava legge e band di questo genere erano in grado di riempire la Royal Albert Hall.

Per un paio d’anni fecero furore, vennero paragonati ai Sex Pistols elettronici ed in molti scommisero su un futuro fulgido per questi ragazzi variopinti e trasgressivi. Non fu così.

Ora che sono passati 30 anni e molte vicissitudini a livello di band, con vari “split” che hanno di fatto smembrato in due tronconi i fondatori, fa un po’ tenerezza e (diciamocelo) tristezza rivedere questi artisti che mossi dalla passione per la musica si ritrovano a suonare in giro per il mondo, in locali di periferia e con cornici di pubblico di certo non entusiasmanti.

Come detto il gruppo attualmente è diviso in due: da una parte c’è il front-man Martin Degville che gira accompagnato dal tastierista Johann Weidemann dei SSS Electronic o più semplicemente SSS2; dall’altra invece proseguono con la denominazione originale Tony James e Neal X. Inutile dire che due metà non fanno una band intera e questo un po’ ci dispiace.

Il 15 marzo allo United Club di Torino abbiamo assistito all’esibizione dei SSS Electronic. Martin, fedele al suo personaggio, si è presentato con due vertiginosi stivali in vernice rosa e la faccia ricoperta da una calza a rete e capigliatura punk, così come usava 30 anni fa.

Di quel Degville, sfrontato ed impertinente, che riempiva le cronache gossip con le sue sparate e con le “malefatte” ideate in compagnia di Boy George (che era il suo compagno di stanza) non è rimasto più molto.

Di sicuro c’è un grande amore per la musica e l’abilità a restare sul palco e far divertire il pubblico. Non c’è più arroganza, ma tanta voglia di avere contatti con la gente per ricordare gli anni d’oro.

La scaletta offerta ha regalato il meglio del repertorio dei SSS e qualche cover. Complessivamente un’ora abbondante di show, senza eccessi, ma allo stesso tempo gradevole. Siamo andati a casa con tanta nostalgia, domandandoci cosa potrebbe essere uno spettacolo dei SSS, tutti insieme, con tanto di coreografia, effetti speciali e con la cornice di pubblico che questi ragazzi, ormai ultra cinquantenni meriterebbero.

(Vincenzo Nicolello)

SETLIST:

Intro”

21st century boy”

Alien christ”

Teenage thunder”

Sci-fi lover”

Success”

Atari baby”

Don’t dabble with the devil”

Jean Genie”

I fought the law”

Rockit miss USA”

Jayne Mansfield”

Fascination”

Love missile F1-11”

Live Report: Francesco De Gregori @ Atlantico, Roma 14/03/13

Marzo 15th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

E’ stato un successo strepitoso quello riscosso dal “Principe” della musica italiana Francesco De Gregori ieri sera all’Atlantico Live di Roma dove, dopo i consensi ottenuti con le due anteprime dello scorso autunno, ha portato in scena la prima tappa del suo nuovo tour.

Armato della solita chitarra acustica, di un’armonica a bocca e di una affiatatissima band, il cantautore romano ha saputo domare i quasi tremila presenti (sold out) con i suoi versi poetici e con il suo inesorabile savoir faire, nonostante i sessantun’anni che, vuoi o non vuoi, cominciano a farsi sentire.

E’ un De Gregori stanco quello di “Sulla strada tour 2013″, ma con ancora tanta voglia di raccontare: un cantastorie navigato, lontano anni luce dalle logiche di mercato. In scaletta, oltre ad alcuni dei pezzi contenuti all’interno del suo ultimo album di inediti (pubblicato lo scorso settembre e recentemente certificato disco d’oro per le oltre 30.000 copie vendute), anche molti dei suoi più celebri successi: dall’insormontabile “Generale” alla commovente “La donna cannone”, da “Rimmel” a “Titanic”. Senza dimenticare l’omaggio al compianto Lucio Dalla in “Santa Lucia”, acclamatissimo dal pubblico. Un continuo alternare tra passato e presente, nel tentativo di ripercorrere 44 anni di grande musica (De Gregori debuttò, appena diciottenne, nel lontano 1969) continuando a guardare avanti. Perché la storia, come canta irriducibile il “Principe”, “non si ferma davvero davanti ad un portone, la storia entra dentro le stanze: le brucia. La storia dà torto e dà ragione”. E “nessuno la può fermare”.

Preciso come un orologio svizzero, De Gregori sale sul palco alle nove e trenta in punto: lo spettacolo si apre con pezzi rockeggianti come “Sulla strada” e “Passo d’uomo” o bohémienne come “Belle époque”, con cui il cantautore riscalda il pubblico. Il primo grande momento della serata arriva poco dopo, quando De Gregori incanta tutto e tutti con le note della splendida “Guarda che non sono io”, accompagnato dal bravo pianista Alessandro Arianti e dalla strabiliante violinista Elena Cirillo. Segue “Titanic” e ancora “W l’Italia”, “Bellamore”, “Un guanto”, “Sempre e per sempre”, “Generale”, “Bambini venite parvulos”, “Vai in Africa, Celestino!” (per citarne alcuni): le mura dell’Atlantico Live si trasformano nelle pareti di legno di un saloon western in piena festa e atmosfere folk si diffondono ovunque. Il pubblico è in estasi e grida “Francesco! Francesco! Francesco!”, quasi come l’altra sera in Piazza San Pietro.

E così fino alla fine, quando De Gregori saluta tutti e va a nascondersi dietro al palco. Ma non può finire così, la platea invoca il bis. E allora eccolo tornare sul palco, per la gioia di tutti. Ricomincia a cantare, stavolta sceglie dal presente: “Showtime”, il nuovo singolo estratto da “Sulla strada”, un dolcissimo valzer in tre tempi che svela il lato più sognatore del De Gregori. Il tempo scorre, sono passate le undici e il “Principe” è ancora sul palco: è la volta de “La donna cannone” (prima) e di “Rimmel” (poi), due dei suoi pezzi più celebri e più amati dal pubblico. Ciliegina sulla torta, non poteva mancare “Buonanotte fiorellino”. Sul finale, la grande sorpresa: una mirrorball appesa al palco comincia a roteare generando riflessi di luce che ritrasformano il saloon western in una sala da ballo. Il cantautore romano intona le note di “Can’t Help Falling In Love” del mitico Elvis, lasciando tutto il pubblico a bocca aperta.

Nonostante la (voluta?) lontananza dai riflettori, Francesco De Gregori riesce ancora oggi a conquistare il suo pubblico per mezzo di un linguaggio musicale che non smette mai di omaggiare la grande tradizione cantautorale italiana e che riporta alla luce grandi pagine di musica (ne ha dato grande prova ieri sera). Narratore di storie popolari, cantore dei sentimenti umani, portavoce di un’intera generazione (quella dei quarantenni e dei cinquantenni, pochi ma buoni), il “Principe” non smette mai di stupire: la data romana del “Sulla strada tour 2013″ è stata solo il preambolo di un grande viaggio. Che sia l’ultimo?

(Mattia Marzi)

Live Report: Beach House @ Magazzini Generali, Milano 11/03/13

Marzo 12th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

La notte si fa più scura poco prima dell’alba. “Turtle island”, introdotta come “un pezzo molto vecchio” e posta in apertura di encore, trasforma il suo incedere vellutato in una litania eterea; il lamento di un fantasma che vede l’alba sorgere dietro la collina, “Irene”, con tutta la sua scintillante bellezza in crescendo. Stacco di batteria, reprise dilatato, luce che d’improvviso invade la platea. La data dei Beach House ai Magazzini Generali? Una lunga notte di soli ottanta minuti; dream pop in senso stretto. Alex e Victoria guadagnano il palco alle dieci in punto, dopo una bizzarra apertura ad opera di Marques Toliver, act unico ed iper entusiasta per voce e violino che in una ventina di minuti riesce a farsi amare e odiare come pochi. C’è chi apprezza tra la tanta, tantissima, gente accorsa al capezzale del duo di Baltimore, ma l’attenzione è, chiaramente, tutta per loro. Le luci si spengono, il palco si tinge di buio. Uno stage allestito molto elegantemente con una serie sbarre sfalsate e poste di sbieco, da cui pendono una serie di perline fitte e luccicanti. Sullo sfondo un cielo stellato. Nell’aria una bella atmosfera. E sarà proprio “atmosfera” la parola chiave dell’intero set, perché è su questa che i Beach House hanno costruito prima quattro dischi, poi il loro spettacolo dal vivo. Tocca quindi alle luci fare il grosso del lavoro, luci di taglio, soffuse, colorate di chiaro e di scuro che disegnano silhouette o rabbuiano il viso di Victoria quel tanto che basta a renderla poco più che una figura nella notte. “Wild”, “Troublemaker”, “Norway”, “Other people” e l’ottima “Lazuli” arrivano una in fila all’altra, accompagnate solamente da loro stesse.

C’è un distacco palpabile tra quello che avviene sul palco e ciò che vive la platea, ma è una tensione che instaura comunque un rapporto. Il gioco sta nel lasciarsi prendere dalla melodia e dalla quieta eleganza di un suono così ben vestito di (non) luce. “Gila” e “Silver soul” ricoprono i Magazzini di stelle, sempre molto delicatamente: siamo nel pieno della notte, quando il sonno ormai è profondo e i sogni sono perfettamente definiti. Dream. Pop. Ed è grazie alla voce di Victoria, alla sua interpretazione, che si può compiere questa magia. E’ lei infatti a guidare la ninna nanna, a fare la differenza. Per carità, ci sono momenti di debolezza, tipo “The hours” e “New year” in cui vorresti che il sogno si movimentasse almeno un po’. Eppure è proprio intorno a questa insistenza, alla “ripetitività” di una forma che gira l’intera serata; del resto è proprio su questo concetto che si fonda una qualsiasi ninna nanna a regola d’arte; dolci forme di ipnosi, e i Beach House lo sanno bene. Tanto che è proprio a questo punto che i tre (perché sul palco c’è anche Daniel Franz, non dimentichiamolo: è lui ha maneggiare l’impastatrice) pensano bene di cambiare marcia, piazzando nello slot finale i pezzi più corposi. “Zebra”, introdotta da un piccolo aneddoto (“Questa è la nostra terza volta a Milano; una volta sono caduta sul palco, speriamo di non farlo di nuovo”), suona maliziosa, molto sexy. Su “Wishes”, qualcuno addirittura canticchia; la marea ondeggia. Con “Take care” la palla da discoteca si trasforma in una luna piena: l’unica luce accesa in sala è puntata su di essa, mentre il palco piomba nel buio più totale. Tanti i nasi che guardano in su. Tante le stelle, bello il controluce e il gioco di specchi. “Myth” ce la possiamo godere quindi in pieno relax, mentre “10 mile stereo” chiude il main set dissolvendo il tutto in bianco. Un pezzo “precisamente da finale”. I pochi ringraziamenti e l’uscita dal palco portano via nemmeno un minuto. Il rientro è il momento in cui la notte si fa più scura, poco prima dell’alba. “Turtle island”, introdotta come “un pezzo molto vecchio” e posta in apertura di encore, trasforma il suo incedere vellutato in una…

(Marco Jeannin)

SETLIST

Wild”

Troublemaker”

Norway”

Other people”

Lazuli”

Gila”

Silver soul”

The hours”

New year”

Zebra”

Wishes”

Take care”

Myth”

10 mile stereo”


Turtle island”

Irene”

Live Report: Cody ChesnuTT @ Salumeria della Musica, Milano 11/03/13

Marzo 12th, 2013 in Reports by Redazione Rockol

Rispetto ai canonici concerti pop rock, i live set di black music hanno una caratteristica che li differenziano: sono la messa in scena di un grande racconto, il più delle volte personale ed estremamente coinvolgente. Può riguardare un’ossessione (verso il sesso o la religione, come ad esempio i concerti della prima parte della carriera di Prince, fino a ‘Purple Rain’), la celebrazione delle propria grandezza (James Brown e la gran parte dei set hip-hop ), la vita del ghetto (Gil Scott Heron e tutta la old school rap), una lunga dichiarazione d’amore (Marvin Gaye) o una conversione spirituale (Al Green e centinaia di altri). Il concerto di ieri di Cody ChesnuTT alla Salumeria della Musica è stato il racconto di una redenzione. La sua.

La storia è piuttosto nota. Dopo l’esordio nel 2002 con “The Headphone Masterpiece” straordinario caravanserraglio lo-fi della black music inciso in camera da letto con un registratore a quattro piste, e dopo il successo planetario di “The Seeds 2.0” insieme ai Roots, disorientato e confuso Chesnutt si è inabissato in una spirale di droghe ed eccessi che lo hanno tenuto alla larga dalla musica per quasi dieci anni. Ora è tornato, ripulito, fiero e con idee musicali molto più chiare. Nel 2012 è uscito “Landing on a Hundred”, uno dei dischi più belli dell’anno, che lo rappresenta in pieno. E non è un caso che il concerto di ieri fosse basato esclusivamente su questo disco. Nemmeno una canzone dal precedente album è stata suonata (già, nemmeno il successone “The Seed 2.0”). Il racconto di una redenzione, dicevamo. Gioiosa, viva ed estremamente coinvolgente.

Cody ChesnuTT entra sul palco col suo elmetto da cantiere, che ormai è diventato il simbolo del suo personaggio, coadiuvato da un’affiatata band di quattro elementi che va dritta come un treno. Il messaggio è chiaro fin dalle prime canzoni “I was a dead man, I was asleep, I was a stranger in a foreign land .. Darkness, no sense of direction” (da “Till I Met Thee”) oppure “I used to smoke crack back in the day. I used to gamble with money and lose” (“Everybody’s Brother”) e sul palco compaiono le reincarnazioni di Curtis Mayfield con il suo falsetto vellutato, la mimica e la gestualità con il microfono di Al Green, il passo morbido di Marvin Gaye e l’energia trascinante di Sam Cooke.

E’ una festa del soul. E Cody ChesnuTT si concede senza alcuna remora, scendendo dal palco, facendosi immortalare dai fotografi compulsivi delle prime file, interagendo con il pubblico con gran mestiere. La band non fa rimpiangere i lussuriosi arrangiamenti di fiati e il soul orchestrale che caratterizzava il disco. Da segnalare la straordinaria performance in puro stile Marvin Gaye di “Love is more than a wedding” dilatata fino a 10 minuti, il blues e i continui cambi di tempo di “Under the spell of the handout” e il crescendo di “Don’t wanna go the other way”.

Un’ora e mezzo di set tiratissimo in una cornice, quella della Salumeria della Musica, che nel desolante panorama milanese si conferma la venue ideale per la buona musica suonata e sudata. Alla fine del concerto, Cody ChesnuTT e la band si sono spostati verso il banchetto del merchandising per firmare magliette e vinili. I grandi professionisti si vedono anche da queste cose.

(Michele Boroni)

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