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25.08.2009 Area @ La Città Aromatica, Siena

Settembre 9th, 2009 in Reports by Antonio

Ogni estate nel comune di Siena l’assessorato alla cultura organizza un festival artistico chiamato “LA Città Aromatica” la cui direzione artistica è affidata all’onnipresente Mauro Pagani.Di per sé questo evento è pensato principalmente per placare le smanie attira-turisti dei senesi ancora caldi dalla vicina manifestazione culturale detta Palio, e quindi senza mirare a più alti obbiettivi ideologico-culturali; quest’anno però una ricorrenza molto particolare ha fatto da pretesto per dare maggiore visibilità e creare una migliore atmosfera.
C’è stato un periodo in cui la scena musicale italiana poteva essere paragonata senza sfigurarci a quella di qualunque altra nazione europea, erano gli anni ‘70, ma non i ‘70 del punk o del metal o del pop, bensì gli indimenticabili anni della nascita, dell’ascesa e della morte della musica progressive.
Il primo Franco Battiato, la PFM, i Picchio dal Pozzo, i Goblin, Le Orme, i Formula 3 e tanti altri: tutti nomi che hanno contribuito splendidamente alla ricerca continua su tutti i campi della musica che questo genere richiede, ma fra tutti solo un gruppo è emerso in maniera particolare sugli altri, un gruppo che poteva essere considerato una primizia, una felice presenza quasi anacronistica sul suolo italiano: gli Area.
Grazie a loro l’Italia non aveva da invidiare niente a nessuno e chissà quanto sarebbero potuti andare lontano se il cantante Demetrio Stratos non fosse venuto a mancare prematuramente nel 1979.
A trent’anni dalla scomparsa della voce più bella e intelligente che la penisola abbia mai avuto gli effetti delle sue innovazioni e dei suoi esperimenti sono ancora un punto di riferimento innegabile per chiunque voglia dirsi cantante e Mauro Pagani, vissuto a stretto contatto con quella scena e avendone capito gli insegnamenti, ha voluto quest’anno dedicare l’edizione della Città Aromatica alla voce innovativa degli Area riunendo su un palco i restanti membri dello storico gruppo: Ares Tavolazzi, Paolo Tofani e Patrizio Fariselli (anche Giulio Capiozzo ci ha lasciato nel 2000).
La serata è stata divisa in quattro parti per quattro concerti distinti; a iniziare ognuno dei membri ha singolarmente proposto una mezzora abbondante di proprio repertorio, mentre in chiusura si sono riuniti insieme a Pagani per rievocare insieme l’universo degli Area.
Ad aprire la serata è stato Patrizio Fariselli che insieme a sua sorella Loretta Fariselli, una danzatrice molto bella, ha eseguito lo spettacolo “Area: variazioni per pianoforte e danza”.
L’intenzione era di ricreare un’atmosfera particolare incrociando la musica da jazz contemporaneo per solo pianoforte e qualche occasionale base elettronica del vecchio tastierista insieme alla danza moderna di sua sorella. Uno spettacolo curioso e tecnicamente ineccepibile ma bisogna ammettere che i due sono risultati un poco noiosi, quasi soporiferi, per un pubblico che si aspettava ben altro dalla serata, inoltre devo dire – forse per mia ignoranza – di non avere riconosciuto nessuna delle variazioni fatte da Fariselli sulle vecchie canzoni degli Area, forse solo verso la fine ho intuito qualcosa ma non mi azzardo a fare nomi per paura di sbagliare.
Dopo è toccato a Paolo Tofani che al tempo degli Area era il chitarrista e l’addetto ai sintetizzatori; oggi è un Hare Krishna con una buona parlantina che ha intrattenuto la piazza con world-music molto sperimentale dal sapore orientale. Anche lui si è aiutato con delle basi, oltre che con numerosi effetti per la voce e per gli strumenti, ed ha prima eseguito una suite per santur, uno strumento persiano esotico e intrigante ma totalmente fuori contesto, poi si è cimentato in una composizione per uno strumento da lui ideato chiamato Tri-Kanta Veena: una cordofono a tastiera a tre manici capace di esprimere, con l’aiuto dell’elettronica, solamente suoni fuori controllo e anticonvenzionali. Alla fine del suo spettacolo Tofani ha celebrato il commiato Stratos con un discorso molto commuovente scritto di suo pugno, decantandolo sopra una vecchia esecuzione vocale del cantante progressive.
Ad Ares Tavolazzi è toccato l’ultimo degli spettacoli prima del concerto finale ed ha portato sul palco tre giovani musicisti – un pianista, un chitarrista e un batterista – che hanno eseguito diverse canzoni jazz tratte dal progetto musical-teatrale “Godot e altre storie di teatro”.
Tavolazzi e allievi sono sicuramente risultati i migliori per il pubblico, fino ad allora francamente poco soddisfatto dalle esecuzioni precedenti, anche perché il gruppo è stato di una bravura e una pulizia tecnica da rendere gradevole anche il jazz più caustico.
Passate le undici e mezza è arrivata l’ora di richiamare sul palco una vecchia formazione che molte persone non hanno dimenticato: al contrabbasso Tavolazzi, al pianoforte Fariselli e alla chitarra elettrica Tofani; alla batteria si è prestato il figlio di Giulio Capiozzo che ha voluto onestamente rendere omaggio al padre defunto. Per i più nostalgici costoro sono dei semi-dei, eroi di un evo antico e lontano dai giorni nostri che testimoniano un’Italia culturalmente fervida che non si è mai più ripresentata.
Come già detto la reunion ha visto come protagonista anche lo stesso Pagani che, imbracciando il violino, ha capeggiato la formazione risultando persino troppo imperante. Fa così a tutte le edizioni della Città Aromatica, per esempio l’anno scorso che volle salire sul placo con i Marta Sui Tubi, oppure quando si ricongiunse con la PFM per un concerto memorabile in Piazza del Campo (pubblicato anche su Cd/Dvd).
La cosa non darebbe nemmeno troppo fastidio se il poliedrico artista non ribaltasse ogni volta l’evento in un rito auto-celebrativo, e lo si può notare in parecchie cose come il livello esagerato di volume che si ostina a tenere o le improvvisazioni fuorvianti che tira fuori ad ogni canzone; anche questa volta non si è trattato di un tributo fedele, ma di un omaggio tutto rivisitato (e improvvisato) del fenomeno Area.
Le canzoni sono state eseguite come degli standard jazz, dove lunghe improvvisazioni di tutti i musicisti hanno preso maggiore spazio rispetto ai temi del repertorio, senza un filo conduttore e senza che il pubblico avesse respiro per dire “… adesso stanno suonando questa precisa canzone”.
Sono sicuro di avere udito chiaramente “Nervi scoperti” dall’album “Crac”, insieme a molte frasi familiari che purtroppo non sono riuscito a registrare nella memoria.
Solo la conclusiva “Luglio, Agosto, Settembre (nero)” è stata suonata per filo e per segno, senza stravolgimenti o destrutturazioni, con Pagani alla voce e l’intero gruppo a reggere il tiro di quella mirabile canzone che apriva l’album “Arbeit Macht Frei”.
Nella serata non sono mancati dei momenti atroci di pura impreparazione, come Pagani che inizia l’esibizione declamando sardonico “anche questa volta abbiamo provato tantissimo …”, oppure Tavolazzi che rimane attonito quando capisce che è in ritardo per il suo momento di improvvisare.
Eppure fra gli oblii delle varie improvvisazioni slegate fra di loro è scattato anche una sorta di meccanismo alchemico in cui la musica non è stata più l’elemento principale del concerto; dopo tanto tempo la stessa presenza simultanea di quei musicisti sul palco ha reso elegantemente giustizia a un genere ormai caduto in declino.
Purtroppo a metà degli anni ‘70 il progressive non ha retto il confronto con il punk e la disco-music, cadendo in una crisi formale che ha portato i suoi i musicisti a rifugiarsi nella fusion e nel jazz. Al tempo molti musicisti progressive traevano molta ispirazione da free-jazz e avanguardie musicali, il connubio con pop e rock dette risultato splendido che però non avrebbe portato molto lontano, non senza sconfinare in altri generi perdendo dunque parte del suo significato di partenza.
La riesumazione degli Area di questa sera ne è stata una prova, sia nei concerti iniziali sia nella jam-session intrapresa con Pagani che è sconfinata in un recesso di noia jazz senza soluzione (come dice un amico mio: “Dal vivo la musica jazz è come una scorreggia, piace solo a chi la fa”), perché anche se l’evento è nato come un omaggio a Demetrio Stratos – per quanto dovuto e gradito – alla fine si è rivelato poco accattivante e per niente memorabile, perché basta veramente poco a far scadere le migliori intenzioni in un risultato senza un reale valore intrinseco.

AG

Due strumenti per riscoprire la musica

Agosto 13th, 2009 in Reports by Antonio

Se c’è qualosa di più bello di scoprire la musica è riscoprirla.
Le persone con un minimo di curiosità, come credo di essere anche io, ascoltando nuovi gruppi e uscite recenti – ma anche scoprendo vecchi artisti – godono di una soddisfazione particolare che si paragona a poche altre gioie delle esperienze culturali.
Internet, stampa, chiacchere con gli amici ed ogni altro media caldo o freddo diventano per l’occasione strumenti imparagonabili che arrichiscono il proprio bagaglio di conoscenze.
Questo agire però può portare ad una deriva pericolosa; se si considera la musica concreta (non quella di Pierre Schaffer ma quella su dischi, vinili, cassette, in soldoni che ha bisogno di uno strumento mecccanico per essere riprodotta) non ci sono problemi, ma quando hai a disposizione una biblioteca virtualmente infinita come internet e la possibilità di accesso illimitata di chi non soffre del Digital Divide allora la ricerca diventa una bulimia insaziabile che non si placa di fronte a poche nuove scoperte, troppo tardi ti accorgi che sono più i gruppi che hai ascoltato di quelli che hai assimilato, cioè quelli di cui ti ricorderai e ripenserai in futuro.
Ci sono poi, soprattutto per chi ascolta molta musica da anni, dei momenti di commozione e pura gioia quando per un caso fortuito si riesce a riscoprire una canzone che si pensava dimenticata, riaprendo certe finestre che non si ricordava nemmeno di avere, riabilitando nel presente l’accesso a conoscenze e ricordi di vecchia data ricollocati nelle attuali condizioni dagli ascolti che lo hanno seguito.
Last.fm è stato per molti il primo gigante vorticatore nel mare calmo della musica sconosciuta e della musica scordata, ma la sua nuova politica aziendale (3 € al mese per avere accesso all’asolto del database) ha allontato diversi clienti abituali che lo usano ormai solo come un social network musicale.
Il sito a gestione francese www.deezer.com poteva essere una ottima alternativa, forse migliore sotto certi aspetti (accesso libero a discografie intere, collegamento diretto con youtube) però non riesce a decollare e a funzionare come dovrebbe, quindi in attesa di giorni migliori rimane solo un sito secondario se non un’ultima spiaggia per la consultazione più che per la ricerca.
Non ci sono dei rimedi a lungo termine per calmare definitivamente la sete di conoscenza le lacune della memoria, quindi per chi cercasse sollievo dalle curiosità che ardono negli animi inquieti ecco due mezzi semplici e comodi che permettono a chiunque, dallo smemorato senza cura al musicofilo incallito, di trovare piacere nel ascoltare e riascoltare musica.

Il primo: www.damnfineday.com
E’ un blog in inglese che ogni giorno propone e invia tramite newsletter una canzone corredata da un inciso esplicativo scritto da un qualche nome importante del settore musicale. Damnfineday.com propone sempre canzoni che abbiano un piglio nostalgico sull’ascoltatore, cercando di rimanere sul tema dell’attualità (anniversari, commemorazioni, fatti di cronaca recente). Oltre a rivelare delizie musicali che altrimenti sarebbero fuori portata delle masse ogni tanto se ne viene fuori con una canzone conosciuta agli ascoltatori di tutti i generi che difficilmente avrebero risentito (ultimamente sono saltate fuori cose bellissime di Smiths, Iron Butterfly, Usker Du, ma ce ne veramente per tutti i gusti).
Purtroppo nasce con due limiti: il più leggero è che si rifà eccessivamente al repertorio anglo-americano, quindi non sempre si manifesta così rievocativo per le persone non globalizzte; il problema più pesante è che le canzoni non possono essere ascoltate per interno in quanto ne viene proposto solo un estratto di 30 secondi (la cosa non sussiste per gli utenti americani, quindi sicuramente c’è un metodo per fregarli e chi lo sa è pregato di contattarmi).

Il secondo: www.musicovery.com
Trattasi di una piattaforma geniale e semplice in uguale misura. Basta scegliere i generi voluti, l’arco temporale da cui attingere e un punto su una curiosa mappa sinestetica del sound , ed ecco fatto! Viene immediatamente stilata e riprodotta una playlist di canzoni corrispondenti ai criteri assegnati che spesso regala qualche perla nascosta nella memoria dell’appassionato di musica. Poche canzoni e ci si affeziona a Musicovery in maniera incondizionata tanto è soprendente.
Il servizio può essere a pagamento o gratuito ma le differenze non sono eccessive: pagando puoi giusto scorrere nella playlist e accedere a qualche funzione in più oltre che usufruire dell’audio ad alta qualità (l’audio a bassa qualità non è poi così deprecabile, basta e avanza per un sottofondo musicale).
I soli limiti che si oppongono ad un servizio efficiente sono dati dalla inaffidabilità di alcuni parametri di ricerca (per esempio la ricerca di musica metal è pietosa) e dalla programmazione instabile dell’interfaccia che ogni tanto ha bisogno di una spinta per tornare a girare come deve.

La cura di Lady Sovereign

Maggio 21st, 2009 in Reports by Antonio

Oggi ho visto in TV il nuovo singolo di Lady Sovereign, “So Human”.
Quando la rapper inglese uscì con “Public Warning” nel 2006 si capiva subito che era superiore alla media – aldilà del fatto che è alta un metro e un fracobollo steso – perchè a differenza di tutte quelle mignottone esagerate che cercano inutilemente di fare rap senza riuscirci, la “biggest midget in the game” mostrava un atteggiamento cafone e modesto allo stesso tempo, ti sbalordiva e ti rapiva, aveva quel cazzo di flow sempre più raro nel mondo del rap.
Scusate se oggi parlo come Pino Scotto.
E’ uscito da pochi mesi il nuovo disco di Lady Sovereign, “Jigsaw”, e il secondo singolo estratto “So human” che contiene frammenti della canzone “Close to me” dei Cure. Non voglio certo dare giudizi sulla correttezza di questa moda anche troppo longeva di ricampionare vecchie canzoni, credo che il mercato sforni due o tre hit a stagione in questo modo, piuttosto mi chiedo perchè debba essere fatto senza il minimo criterio di gusto, in quanto “So human” fa abbastanza schifo.
Il video è carino (ma non originale), la Sovereign è simpatica e brava (qui nemmeno troppo), ma riprendere i Cure e farne un singolo, nonostante le buone intenzioni, non credo sia una buona intuizione.
Perchè?
Oltre ad essere un idea troppo rodata e abusata (non è uscito giusto poche settimane fa Flo Rida che riprende i Dead or Alive?) il campionamento non deve basarsi solo su una melodia carina o un motivo orecchiabile tanto eighties con cui fare copia-e-incolla; il risultato deve essere buono a prescindere dalle citazioni e non basarsi solo su rimandi metamusicali, deve avere un significato e una coerenza stilistica che non vengono da una buona produzione ma da una ragionamento intelligente.
Non ho ancora ascoltato il nuovo disco della Sovereign, quindi non intendo qui giudicare negativamente lei o il suo lavoro, piuttosto intendo esprimere il mio dissenso (… ecchissenefrega …) verso le scelte sbagliate e incosistenti del settore musicale.
Soluzioni: sicuramente riascoltare “My life in the bush of ghosts” della coppia Brian Eno e David Byrne, perchè è talmente brutto ma anche talmente lungimirante che non mi lascia mai indifferente. Per quanto pesante fu uno dei dischi più innovativi del pop e cercare di capire le canzoni di quel lavoro può anche aiutare capire le idee che c’erano dietro.

AG

Zu – Carboniferous

Aprile 8th, 2009 in Reports by Antonio

Gli Zu sono uno dei gruppi migliori al mondo, l’ho già detto in passato e continuerò a ripeterlo fino allo stremo.
E’ uscito or ora “Carboniferous”, il nuovo disco prodotto dalla IPECAC di Mike Patton (amico inseparabile, dopo il tour mondiale insieme). Un’altra perla di quel jazz-core tanto vicino a John Zorn (e che sicuramente non dispiacerebbe ad altri jazzisti canonici come Charles Mingus), un lavoro splendidamente fuligginoso e sporco, con collaborazioni dello stesso Mike Patton, King Buzzo dei Melvins e l’onnipresente Giulio Ragno Favero; un disco che riporta l’attenzione generale sul regno indomato del noise. La qualità del trio basso, batteria e sassofono baritono (più innesti qua e la di elettronica, chitarra e percussioni) è sempre alta e raggiunge dei livelli di tecnica mai mostrati nei dischi precedenti e l’ottima produzione dei suoni rende “Carboniferous” ancora più godibile. Non si tratta solo di canzoni inedite, per esempio da tempo “Chtonian” gira su un video nel myspace del gruppo, oppure “Soulympics”, una versione aggiornata di “Maledetto Sedicesimo” già apparsa nella raccolta “Il Paese è reale”.
Se da una parte la critica musicale etichetta questi i generi “rumorosi” come sorpassati, sopravvalutati e oggigiorno per niente innovativi, questo disco che spazia dal math all’ambient alla pura sperimentazione pulsa di una freschezza creativa non indifferente, pieno di voglia di riscoprirsi e di sondare nuove strade, come fu per i Naked City o i Flying Luttebachers prima di loro, ossessionati dal flusso creativo che furiosamente li ha portati a creare spigolose opere.
Per gli amanti del genere i momenti alti in questo disco sono parecchi (“Ostia”, “Carbon”, “Orc” o la suprema combinazione di “Beata Viscera” e “Erinys”) e comunque rappresenta un approcio morbido per i neofiti che voglio avvicinarsi a questo mondo catartico, perchè gli Zu possiedono la rara capacità di gestire e modellare a proprio piacere quella materia nera che in pochi osano anche solo toccare, il rumore, sostanza paragonabile per mistero e fascino nella musica solo al silenzio.

AG

Euterpe
Musica ispirata