25.08.2009 Area @ La Città Aromatica, Siena


Ogni estate nel comune di Siena l’assessorato alla cultura organizza un festival artistico chiamato “LA Città Aromatica” la cui direzione artistica è affidata all’onnipresente Mauro Pagani.Di per sé questo evento è pensato principalmente per placare le smanie attira-turisti dei senesi ancora caldi dalla vicina manifestazione culturale detta Palio, e quindi senza mirare a più alti obbiettivi ideologico-culturali; quest’anno però una ricorrenza molto particolare ha fatto da pretesto per dare maggiore visibilità e creare una migliore atmosfera.
C’è stato un periodo in cui la scena musicale italiana poteva essere paragonata senza sfigurarci a quella di qualunque altra nazione europea, erano gli anni ‘70, ma non i ‘70 del punk o del metal o del pop, bensì gli indimenticabili anni della nascita, dell’ascesa e della morte della musica progressive.
Il primo Franco Battiato, la PFM, i Picchio dal Pozzo, i Goblin, Le Orme, i Formula 3 e tanti altri: tutti nomi che hanno contribuito splendidamente alla ricerca continua su tutti i campi della musica che questo genere richiede, ma fra tutti solo un gruppo è emerso in maniera particolare sugli altri, un gruppo che poteva essere considerato una primizia, una felice presenza quasi anacronistica sul suolo italiano: gli Area.
Grazie a loro l’Italia non aveva da invidiare niente a nessuno e chissà quanto sarebbero potuti andare lontano se il cantante Demetrio Stratos non fosse venuto a mancare prematuramente nel 1979.
A trent’anni dalla scomparsa della voce più bella e intelligente che la penisola abbia mai avuto gli effetti delle sue innovazioni e dei suoi esperimenti sono ancora un punto di riferimento innegabile per chiunque voglia dirsi cantante e Mauro Pagani, vissuto a stretto contatto con quella scena e avendone capito gli insegnamenti, ha voluto quest’anno dedicare l’edizione della Città Aromatica alla voce innovativa degli Area riunendo su un palco i restanti membri dello storico gruppo: Ares Tavolazzi, Paolo Tofani e Patrizio Fariselli (anche Giulio Capiozzo ci ha lasciato nel 2000).
La serata è stata divisa in quattro parti per quattro concerti distinti; a iniziare ognuno dei membri ha singolarmente proposto una mezzora abbondante di proprio repertorio, mentre in chiusura si sono riuniti insieme a Pagani per rievocare insieme l’universo degli Area.
Ad aprire la serata è stato Patrizio Fariselli che insieme a sua sorella Loretta Fariselli, una danzatrice molto bella, ha eseguito lo spettacolo “Area: variazioni per pianoforte e danza”.
L’intenzione era di ricreare un’atmosfera particolare incrociando la musica da jazz contemporaneo per solo pianoforte e qualche occasionale base elettronica del vecchio tastierista insieme alla danza moderna di sua sorella. Uno spettacolo curioso e tecnicamente ineccepibile ma bisogna ammettere che i due sono risultati un poco noiosi, quasi soporiferi, per un pubblico che si aspettava ben altro dalla serata, inoltre devo dire – forse per mia ignoranza – di non avere riconosciuto nessuna delle variazioni fatte da Fariselli sulle vecchie canzoni degli Area, forse solo verso la fine ho intuito qualcosa ma non mi azzardo a fare nomi per paura di sbagliare.
Dopo è toccato a Paolo Tofani che al tempo degli Area era il chitarrista e l’addetto ai sintetizzatori; oggi è un Hare Krishna con una buona parlantina che ha intrattenuto la piazza con world-music molto sperimentale dal sapore orientale. Anche lui si è aiutato con delle basi, oltre che con numerosi effetti per la voce e per gli strumenti, ed ha prima eseguito una suite per santur, uno strumento persiano esotico e intrigante ma totalmente fuori contesto, poi si è cimentato in una composizione per uno strumento da lui ideato chiamato Tri-Kanta Veena: una cordofono a tastiera a tre manici capace di esprimere, con l’aiuto dell’elettronica, solamente suoni fuori controllo e anticonvenzionali. Alla fine del suo spettacolo Tofani ha celebrato il commiato Stratos con un discorso molto commuovente scritto di suo pugno, decantandolo sopra una vecchia esecuzione vocale del cantante progressive.
Ad Ares Tavolazzi è toccato l’ultimo degli spettacoli prima del concerto finale ed ha portato sul palco tre giovani musicisti – un pianista, un chitarrista e un batterista – che hanno eseguito diverse canzoni jazz tratte dal progetto musical-teatrale “Godot e altre storie di teatro”.
Tavolazzi e allievi sono sicuramente risultati i migliori per il pubblico, fino ad allora francamente poco soddisfatto dalle esecuzioni precedenti, anche perché il gruppo è stato di una bravura e una pulizia tecnica da rendere gradevole anche il jazz più caustico.
Passate le undici e mezza è arrivata l’ora di richiamare sul palco una vecchia formazione che molte persone non hanno dimenticato: al contrabbasso Tavolazzi, al pianoforte Fariselli e alla chitarra elettrica Tofani; alla batteria si è prestato il figlio di Giulio Capiozzo che ha voluto onestamente rendere omaggio al padre defunto. Per i più nostalgici costoro sono dei semi-dei, eroi di un evo antico e lontano dai giorni nostri che testimoniano un’Italia culturalmente fervida che non si è mai più ripresentata.
Come già detto la reunion ha visto come protagonista anche lo stesso Pagani che, imbracciando il violino, ha capeggiato la formazione risultando persino troppo imperante. Fa così a tutte le edizioni della Città Aromatica, per esempio l’anno scorso che volle salire sul placo con i Marta Sui Tubi, oppure quando si ricongiunse con la PFM per un concerto memorabile in Piazza del Campo (pubblicato anche su Cd/Dvd).
La cosa non darebbe nemmeno troppo fastidio se il poliedrico artista non ribaltasse ogni volta l’evento in un rito auto-celebrativo, e lo si può notare in parecchie cose come il livello esagerato di volume che si ostina a tenere o le improvvisazioni fuorvianti che tira fuori ad ogni canzone; anche questa volta non si è trattato di un tributo fedele, ma di un omaggio tutto rivisitato (e improvvisato) del fenomeno Area.
Le canzoni sono state eseguite come degli standard jazz, dove lunghe improvvisazioni di tutti i musicisti hanno preso maggiore spazio rispetto ai temi del repertorio, senza un filo conduttore e senza che il pubblico avesse respiro per dire “… adesso stanno suonando questa precisa canzone”.
Sono sicuro di avere udito chiaramente “Nervi scoperti” dall’album “Crac”, insieme a molte frasi familiari che purtroppo non sono riuscito a registrare nella memoria.
Solo la conclusiva “Luglio, Agosto, Settembre (nero)” è stata suonata per filo e per segno, senza stravolgimenti o destrutturazioni, con Pagani alla voce e l’intero gruppo a reggere il tiro di quella mirabile canzone che apriva l’album “Arbeit Macht Frei”.
Nella serata non sono mancati dei momenti atroci di pura impreparazione, come Pagani che inizia l’esibizione declamando sardonico “anche questa volta abbiamo provato tantissimo …”, oppure Tavolazzi che rimane attonito quando capisce che è in ritardo per il suo momento di improvvisare.
Eppure fra gli oblii delle varie improvvisazioni slegate fra di loro è scattato anche una sorta di meccanismo alchemico in cui la musica non è stata più l’elemento principale del concerto; dopo tanto tempo la stessa presenza simultanea di quei musicisti sul palco ha reso elegantemente giustizia a un genere ormai caduto in declino.
Purtroppo a metà degli anni ‘70 il progressive non ha retto il confronto con il punk e la disco-music, cadendo in una crisi formale che ha portato i suoi i musicisti a rifugiarsi nella fusion e nel jazz. Al tempo molti musicisti progressive traevano molta ispirazione da free-jazz e avanguardie musicali, il connubio con pop e rock dette risultato splendido che però non avrebbe portato molto lontano, non senza sconfinare in altri generi perdendo dunque parte del suo significato di partenza.
La riesumazione degli Area di questa sera ne è stata una prova, sia nei concerti iniziali sia nella jam-session intrapresa con Pagani che è sconfinata in un recesso di noia jazz senza soluzione (come dice un amico mio: “Dal vivo la musica jazz è come una scorreggia, piace solo a chi la fa”), perché anche se l’evento è nato come un omaggio a Demetrio Stratos – per quanto dovuto e gradito – alla fine si è rivelato poco accattivante e per niente memorabile, perché basta veramente poco a far scadere le migliori intenzioni in un risultato senza un reale valore intrinseco.
AG