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Ciao Big Man, lo spirito soul che ha soffiato su Springsteen

Giugno 21st, 2011 in Reports by Francesco Lo Dico

A un certo punto, sembrava non dovesse morire più. Ti aspettavi che quel colosso d’ebano semovente, quasi due metri d’altezza, polmoni grandi come mantici, si sollevasse d’un balzo dal letto e si scrollasse via di dosso quell’ictus scuotendolo via con le sue treccioline. Come un elefante con un moscerino. Ci avevano creduto tutti, a vederlo sdraiato nel suo letto da qualche parte della Florida. Clarence era paralizzato. E poi di punto in bianco aveva ripreso a muovere gli occhi, a stringere la mano, a muovere le dita per dire che c’era. Clarence l’aveva promesso: «Finché la mia bocca, le mie mani e il mio cervello funzioneranno, continuerò a suonare». Sfidare la paralisi. Era il suo modo per restare in allenamento. Per dire a Bruce e alla band che non si azzardassero a cancellare uno straccio di data. Lui era Big Man, e gente della sua stazza ti fa sempre pensare a un’eccezione alla regola: «È un combattente, lui ce la farà». Clarence Clemons ne aveva vinte tante. Il suo soprannome s’è l’era conquistato sul campo, mica con un doppio giro della bilancia. Diverse le operazioni alle ginocchia, molti gli interventi alla schiena, anche un infarto. E lui niente. Sempre in piedi sul palco, gli occhiali scuri, il sax a tracolla pronto a esplodere sotto il sibilo prepotente del suo fiato. Portava anche un paltò nero. Ed era lì che aveva nascosto tutti i suoi mali. Li aveva messi dentro un armadio nero. Solo il suo sassofono doveva brillare, il resto doveva fare da sfondo.

Gigante buono, si è detto. Ma anche la bontà non dà garanzie, quando si tratta di contraddire un gigante. Forse fu questo che accadde quella notte di settembre del ’71. Una «notte buia e tempestosa», come la definiva lui. Si presentò allo Student Prince dove il Boss stava provando. «Aprii la porta, e Bruce si interruppe con un leggero moto di fastidio», racconta. Ma poi dall’ombra emerse la mole di un uomo immane, dietro a una coreografia naturale di lampi e tempesta. «Voglio suonare con voi», intimò a Springsteen senza battere ciglio. E Bruce: «Certo, puoi fare tutto quello che ti pare». Stagliato sulla porta, sembrava di vedere John Coffey. E di essere finiti d’un tratto sul proprio miglio verde. C’era il rischio che ti facesse vomitare le farfalle dello stomaco. Big Man salì sul palco in quella notte spettrale. Sfoderò il suo strumento e iniziò a suonare con Bruce senza dire un parola. Eseguirono insieme Spirit In The Night, Stephen King avrebbe apprezzato. Big Man e il suo Boss avrebbero raccontato questa storia per anni, in giro per gli stadi del mondo. La storia dell’amicizia di Bruce e della E-street band, tutte le volte che attaccavano Tenth Avenue Freeze-Out. A un certo punto della canzone, arrivava l’incontro con Big Man. E lui prendeva a raccontarlo con un assolo di sax che mandava in visibilio un po’ tutti. Clarence era lo “special one” del gruppo. Il copione voleva che a ogni tappa, non appena si avvicinava il finale, Springsteen cominciasse a fare lo spelling del suo nome con l’entusiasmo di una cheerleader. «Datemi una C, datemi una L, datemi una A… che nome viene fuori? E tutto lo stadio giù a scandire il suo nome: Clarence Big Man, «l’uomo più grande che io abbia mai visto», diceva il Boss coram populo.

Era il rock dell’uomo piccolo, bianco e paroliere, che chiamava sul palco il rhythm’n’blues dell’uomo nero e grosso. Che parlava soltanto la lingua di fuoco che nasce tra lamina e oncia. I rivoli del soul e del beat che abbattevano i paletti dell’apartheid. Come solo la musica ha fatto, in modo travolgente, con un secolo d’anticipo sulla politica. Tra il 1970 e il 1980, Clemons non saltò neppure un disco di Springsteen. E il Boss lo volle accanto nella copertina di Born to Run: faccia a faccia con il leader della band. Big Man gli regalò gli assoli arroventati di Thunder Road e Jungleland, soffiò su Badlands crome e semicrome di tenore d’alta scuola. E ancora in The Ties That Bind, Sherry Darling, I Wanna Marry You, Independence Day. e poi nell’85, Bobby Jean e I’m Goin’ Down. Figlio di un pescatore della Virginia, aveva abboccato alle lenza ancora bambino. Un sax sotto l’albero, regalo di suo padre. Lo scartò, e cominciò a soffiare. Aveva nove anni, ma non avrebbe più smesso. Passò dall’alto al baritono, e dal baritono al tenore. Certo, avrebbe potuto giocare a football, con quelle spalle da discobolo del Kilimangiaro. Era molto promettente. Ma un incidente decise per lui e tanti saluti alla Nfl. Non ancora ventenne si esibì accanto a Daniel Petraitis, che a Nashville era più o meno il sinonimo di leggenda. Prestò fondà una sua band che faceva le cover di James Brown, i Vibratones. Ma tanto fiato veniva anche da un cuore possente. Alternava la musica al mestiere di educatore al Jamesburg Training School for Boysn, nel New Jersey. Ci restò otto anni, dal 1962 al 1970. Insegnare a ragazzi che non credevano in nessuno, gli insegnò a credere in se stesso. E così ha potuto credere che un giorno, sulla porta dello Student avrebbe guardato Bruce in faccia in una notte di tempesta. E gli avrebbe chiesto di suonare, così, semplicemente. Senza neppure chiedere per favore.

Non si identificano con lui vita morte e miracoli del bebop. Né record di assoli di oltre un’ora in stile Goodnight. Ma da Charlie e Sonny, dall’atelier dell’artista all’arena oceanica del rock, Big Man si è portato a tracolla la nota legata fuori dal pentagramma: vivere a pieni polmoni, senza prendere fiato.(f.l.d)

Tra la via Emilia e il folk ci sono settant’anni di Francesco Guccini. Omaggio a un maestro antisociale

Ottobre 21st, 2010 in Reports by Francesco Lo Dico

Cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia, non poteva che odiare la vita moderna fatta a scandali e cambiali. Eppure tra l’Emilia e il folk, c’è la sua vita messa in musica e parole, che raccontano l’Italia insieme alla sua storia. Lui è Francesco Guccini,  chierico vagante e Don Chisciotte antisociale, cantautore che ha immesso nei suoi testi la stessa forza della dinamite. E seppure gli eroi son tutti giovani e belli, il modenese burbero ha compiuto settant’anni. Per Francesco l’occasione di fare il punto su una vita controcorrente, che l’autore ripercorre in Storia Di Altre Storie, florilegio impossibile che raccoglie i passi scelti in un doppio cd. Ti sembra di vederlo quel piccolo baccelliere avvolto in quattro stracci di grazia e di tormento: sigaretta e penna nella mano destra, fiero del suo sognare, a scrivere la canzone per un’amica o un’amante indegna d’amore. Ti pare di immaginarlo sulla Stradale 17 o a sorseggiare birra in un Autogrill. Orgoglioso del suo incespicare, Guccini ha attraversato le angosce della società  contemporanea,  di cui è stato a lungo presago. Ha stigmatizzato il divismo televisivo e certi carnevali televisivi prim’ancora che inghiottisero  l’Italia e le coscienze, Francesco. Che pure, nella sdegnosa solitudine, si è sempre concepito giullare da niente. Saggio perché sa di non sapere niente, l’emiliano è stato a torto definito un elitario nutrito di saccenza. Ma solo chi non ne conosce le liriche, racconti verseggiati strappati dalla strada e fatti eterni, può sentirsi a suo agio nell’equivoco. Perché quel misantropo barbuto, non ha fatto altro che cantare versi su una chitarra folk  sgangherata. Ha fatto questo per cinquant’anni di fila, concependo la composizione come un intervallo rubato alle stanze quotidiane di ogni giorno. Le chiacchiere nei bar, le osterie di fuori porta, i treni da cui scendere o fuggire. È stato un lungo corpo a corpo, quello di Francesco. Ora euforico, spesso malinconico, talvolta drammatico. A differenza di noi tutti, non si è imposto di amare nulla e nessuno a meno che non ne sentisse davvero il bisogno. Lontano dalle convenzioni, dai patti sociali, dalle promozioni furbe del mercato discografico, oggi Francesco può guardare il mondo negli occhi e sentire di non avergli mentito neppure per un secondo. Da artista vero, non ci ha nascosto nulla. E non ha mai taciuto di fronte a niente. È questa la forza di Guccini, una libertà enorme fino all’autodistruzione che però l’ha affrancato persino da se stesso. A lui, meraviglioso nichilista in solitaria, il nostro  grazie per essere esistito in questi primi splendenti settant’anni. 

Fred Buscaglione, una vita in prestito da Hollywood

Ffebbraio 18th, 2010 in Reports by Francesco Lo Dico

Era un mercoledì 3 febbraio, proprio come oggi. Ed era un’alba. Da una parte, all’incrocio tra via Paisiello e viale Rossini, quartiere Parioli, c’è una Thunderbird che scivola sull’asfalto. Dall’altra un camion Esatau carico di porfido. Di qua, un uomo che ha appena finito di lavorare. Di là, un giovane che ha appena iniziato. L’urto è violento, l’auto ha la peggio, il ragazzo scende dal camion e soccorre l’uomo. Accorrono un passante e un metronotte. Si ferma anche un autobus che carica l’uomo, e si lancia in una folle corsa verso l’ospedale. Fu così, in quel livido inverno di cinquant’anni fa, che se ne andò Fred Buscaglione. Un banale incidente come tanti, forse. O forse solo lo schianto di un artista che correva troppo veloce, per non frantumarsi contro quell’Italia degli anni Cinquanta. La Signora con la falce lo sapeva che Freddy era uno che odiava l’alba. Era il momento più distante dal suo bicchiere, dalla notte tenera che nel fondo di un whisky sapeva mettere il cielo di un bar, insieme al rammarico di una donna perduta.
E proprio alle prime luci del mattino se lo trascinò con sé: l’auto americana color lilla che luccica per metà. L’altra inghiottita nel fianco di un tir. Più che un documento del tempo, una foto di scena tratta di peso da Hollywood. Sembra esserci stato Jacques Tourneur, a girare la fine di Buscaglione. Ma il contributo di Scorsese, Howard Hawks e Otto Preminger non è trascurabile. Si parte con il social drama. Padre imbianchino, madre portinaia che strimpella il pianoforte, Freddy è un ragazzo solare quanto vuoi, ma povero e un po’ indisciplinato. I genitori lo indirizzano al mestiere di fattorino, lui invece ama la musica. E lei lo ricambia subito. Più precoce di Shirley Temple, mette piede nei locali notturni e strappa applausi: canta, suona basso, pianoforte, violino e tromba. Più che un bimbo è già un jazzista con il sigaro in bocca e la faccia da schiaffi. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, la sua vita potrebbe diventare una di quelle anonime alla John Houston. Why we fight, dove si muore e nessuno sa il tuo nome. E invece no. Il suo dramma bellico assomiglia a un musicarello di Celentano. Lo mettono su un palco, a sollevare il morale delle nostre truppe, perché il Busca non è tipo da alzabandiera. È troppo divertente, per morire così presto. Lo capiscono anche gli americani, quando lo fanno prigioniero. Lacrime amare? Macché, il giovanotto entra subito nell’orchestra alleata di Cagliari. Mentre tutti sono impegnati a morire, lui prende appunti per lo swing. Finita la guerra, entrano nel suo repertorio bulli e pupe di Chicago, risse e alcol, macchiette e gangster alla Scarface. Quando canta lui, sulle mattonelle luride degli infimi locali in cui si esibisce in giro per l’Europa, è tutto un ticchettio di suole e di polpacci che dondolano. Che bambola, Teresa non sparare, Eri piccola così: i frizzi e i lazzi, i fischi insolenti alle belle signore e le gag da cabaret. Il racconto di Hollywood e l’avanspettacolo. Fred indossa un cappello a falde larghe, baffetti alla Gable e un gessato alla Scarface, e da un momento all’altro ti aspetti che tiri fuori una pistola. Beone e screanzato, le donne lo adorano. Gli uomini lo imitano. E lui gigioneggia sempre di più. È come un Fitzgerald che ha imparato il solfeggio. Se Tenera è la notte fosse stato cabaret, sarebbe stato una canzone di Fred Buscaglione. Lui, la malinconia la tiene per le sue notti, quando inforca la sua Thinderbird «criminalmente bella», dopo essersi scolato l’impossibile. Un soggetto perfetto, perché nella trama non appaia una dark lady. La sua la incontra a Lugano. Si chiama Fatima, maghrebina, pelle di luna. Fa l’acrobata e la contorsionista, ma le migliori doti da funambola deve tirarle fuori per resistere alla corte del Busca. Stecchita. I suoi genitori la menano con la storia del bianco usurpatore. Fred risolve il conflitto multietnico a modo suo. La scena dell’amore, a metà del copione, è questa: in una notte di neve Fred se la porta via su una slitta trainata da un cavallo. Fu così che andò. Sette anni di matrimonio tra burrasche e spettacoli fianco a fianco. Poi le corna e i rotocalchi, la fama e le burrasche. I pettegolezzi dicono che Buscaglione abbia fatto cadere ai suoi piedi l’idolo degli italiani. Anita Ekberg e chissà chi altre. Dive che al suo cospetto diventano groupies. E che gli portano via per sempre la sua donna. Fatima sbatte la porta e se ne va. A Fred si spalanca quella del cinema, ma nessuno nota la differenza. Decine di film, lo stesso personaggio: un irresistibile spaccone che spacca in due la morale. Un animale da night, che arriva direttamente sul set senza neanche passare dal letto. O magari solo per roba fugace. E poi la tv, la pubblicità, la radio. Dappertutto c’è Fred, Fred il duro.
Come un Marlon Brando dotato di ironia. Come un James Dean capace di calamitare gli sguardi anche quando parla. Quando scomodi i miti, il cinema ti fa sempre pagare dazio. Siamo alla seconda svolta, al turning point che nei film di Hollywood tracciano la discesa, e l’ingresso della morale. Fred dice a Stampa Sera che è stanco di fare il duro. I più attenti sentono nelle sue ultime performance una vena più malinconica. Guarda che luna, Love in Portofino, Non partir. Un po’ di crepuscolo, l’ombra di Fitzgerald in piedi nel buio. Fred ha trentotto anni e qualcosa si è spezzato. Alberghi, night, alcool, bilanci. È il tempo dell’eroe che sogna il cambiamento, ma è troppo solo con se stesso per farlo. Una sterzata, «Voglio tornare a essere Ferdinando Buscaglione, basta con Fred il duro», dice. Tre settimane dopo è a bordo della sua Thunderbird, a quell’incrocio tra via Paisiello e viale Rossini, quartiere Paioli. Uno schianto se lo porta via in quel 3 febbraio 1960. È l’alba di un altro giorno, e quella del boom. Ma Fred di quel mondo sapeva già tutto. (f.l.d)

Il codice di Springsteen, manovale della musica che prende a sassate un mondo di plastica

Luglio 21st, 2009 in Reports by Francesco Lo Dico

A vederlo sprigionare fiamme e ambrosia dall’acero consunto della sua Telecaster, mescolate alla voce che sale dal petto e si spezza in milioni di onde che mandano a gambe all’aria il silenzio, pensi che una mano santa si sia posata sulla sua testa brizzolata. E che dentro la camicia brunita, dove il collo pulsa accelerato a battere i quattro quarti del rock’n’ roll, si siano annidati quegli speciali antiossidanti che le entità celesti lesinano alla maggior parte dei mortali. Perché Bruce Springsteen, a quasi sessant’anni suonati, di cui oltre quaranta benissimo, si affaccia sulla soglia della sesta decade con lo spirito di chi resta ruggente e indomabile. Dopo averlo sentito tenere banco per tre ore di fila, l’altra sera all’Olimpico di Roma, intuisci che le molecole del Boss obbediscono a un’osmosi segreta: di fiato ne ha da vendere perché lo ruba alle migliaia di persone cui lo toglie. Ce ne sono di leggende del rock, riconfezionate nella fabbrica della reunion postmoderna. Sono passati dalla camera iperbarica dello show business i gualciti polmoni dei Rolling Stones, i cuori esangui degli Eagles, i vetusti precordi dei Beatles in ordine sparso e le più imprudenti ugole che hanno tentato di replicare quello che Freddie faceva in terra, anche se era made in heaven. Altri, come Jimi Hendrix e Jim Morrison, hanno passato la mano una volta per tutte, prima che il sondino nasogastrico del business li trasformasse in pupazzi a molla. Ma il fatto è che Bruce, il ragazzo cresciuto nelle strade del New Jersey, non è uno di quei miti che a volte, troppe volte, ritornano oggi tirati via per i piedi della Hall Of Fame, come vecchi Tutankhamon incollati alla gloria. Lui non è mai davvero tornato perché è uno di quei miti all’antica. Di quelli che non hanno bisogno di riapparire, perché semplicemente continuano a esserci. È stato dopo l’undici settembre, che finalmente si è svelata la forza inesausta del codice Springsteen. Lui ribelle, lui eroe della working class che diventò manovale della musica da quando la mamma si indebitò per mettere nelle mani di quel tredicenne rissoso una chitarra e mille sogni rabbiosi. Lui che da Ground Zero, levò in cielo tra le bandiere a stelle strisce My city of ruins. La stessa che a Roma, in apertura del concerto, ha tributato a quarantamila persone, e a due o tre generazioni, in ricordo del terremoto d’Abruzzo. «Siamo qui per mantenere una solenne promessa – ha spiegato il Boss alla folla – : costruire una casa di musica, di spirito e di rumore». Perché Bruce di rumore se ne intende davvero. È uno dei pochi uomini di mezza età, ancora capace di beccarsi una denuncia per disturbo della quiete pubblica per un concerto, proprio come accaduto a San Siro lo scorso anno. Ma soprattutto è uno, ed è questo il segreto del codice Springsteen di cui dicevamo, che ha raccolto sulle sei corde la melodia ininterrotta di un sogno. Il desiderio cioè di distillare in note d’acciaio e parole vibranti, lo spirito inquieto della sua nazione insieme ai sussulti di un’intera epoca. Working on a dream, si intitola il suo ultimo album. In omaggio a un costante lavorio su ombre e luci che si sono rifratte nella sua tempra battagliera, ora sotto forma di riff bellicosi, ora in lirici mood sciolti come elegie a un mondo brutale, il Boss ha scavato negli anfratti della modernità. Ha scovato gli umili e i semplici negli angoli di strade abbandonate dal progresso, ha inferto colpi letali a mitologie spacciate dai pusher della modernità a una società ormai lisergica, che ha votato altari ai truffaldini tour operator del benessere globale, low cost ma a tutti i costi, costantemente in sovraimpressione mentre per popoli interi scorrevano i titoli di coda della speranza. E a guardare la stessa architettura messa in piedi per l’esibizione dell’altra sera all’Olimpico, capisci perché la giovinezza del boss, unica tra tutte quelle dei rocker riapparsi, non è mai avvizzita. Sul palco, oltre alla fida E Street Band, non sembra esserci null’altro che lui. Quando attacca Badlands, non c’è nessuna porcheria stroboscopica, non ci sono ciurme di ballerine in mise ascellari né fumisterie videoclippare. Non c’è nessuna gigantografia idolatrica, nessun ologramma o jingle furbetto. Per essere grande, gli basta essere un puntino. Abbagliante e lontano, il Boss ti prende l’anima a sassate senza neppure bisogno di una fionda. È nato per correre, pensi, perché é sempre stato più veloce di ogni cosa. Più rapido dei simulatori vocali che hanno messo le Britney Spears nella condizione di vendere le tette nell’idea che fossero dischi, più rapido delle fucine pubblicitarie che ci fanno comprare gli irsuti capelli di Pete Doherty a rimborso di una voce che c’entra con il rock come l’epilady con un orangotango. Più sfuggente del rock stesso e delle trappole mediatiche, Springsteen non ha mai rifritto suoni e messaggi in facili ricette a base di overdose, alcol e pestaggi. Monumento alla salute, il Boss ha solo spacciato adrenalina pura. Autoprodotta con la fatica delle sue bracciate, nutrita di tenerezze liriche e fragorosi tormenti. Si è preso sulle spalle i fardelli di una Spoon River senza più cantori, per spiegare a tutti che il mondo poggia le sue agili falcate sulle ossa dei morti. Lui che testimonia ancora l’America di Steinbeck e delle praterie sconfinate, che incontra a notte fonda lo spettro di Tom Joad e sa che l’avventura nell’esistenza, per molti non coincide con la roulette di Las Vegas. Ha cantato il Vietnam quando tutti si credevano Beach Boys, ha raccontato le periferie quando ancora molti pensavano a come trasformarle in rutilanti feste mobili dell’hip-hop, ha fatto la guerra insieme a tutti quelli che chiedevano la pace.
Nel suo infinito repertorio si tengono insieme le piccole storie insieme alle grandi, secondo l’antica tradizione dei bardi. Perché di nient’altro si può parlare, quando bimbi ancora in fasce e adulti stempiati, donne di ogni età e uomini d’ogni mestiere accorrono ai suoi concerti. Fanno incetta di storie e leggende in questa «casa di musica e di spirito». E, come dinanzi a un focolare che trabocca di suoni e canti roventi, ritrovano la breccia per sentirsi ancora uguali. Ancora uomini che in questo globo, camminano sulla stessa terra. (f.l.d)

Un ritorno da Regina

Aprile 26th, 2009 in Reports by Francesco Lo Dico

Ancora in gestazione,  la tracklist definitiva di Far, che segnerà  il ritorno di Regina Spektor a giugno, comprenderà senz’altro The calculation, hit annunciata, e la parodica Folding Chair , ispirata ai più tristi epigoni del pop. L’artista di origine russa, salita alla ribalta nel 2006 con il delizioso Begin to hope, riproporrà anche nel lavoro in uscita fraseggi sbilenchi, pronuncia caricaturale e sound eccentrico, in bilico tra malinconia e gaiezza, che ne hanno caratterizzato l’ascesa.  Attesa in tournèe anche in Italia, tra fine giugno e inizio di luglio, la Spektor prepara una serie di concerti in Europa sull’onda di un album che due anni fa le ha consentito l’ingresso nella top 20 mondiale.  Cantautrice e pianista maturata nell’East Village newyorchese, la star moscovita trapiantata nella Grande Mela punta a replicare il grande successo di Fidelity, singolo conteso da decine di spot pubblicitari in tutto il mondo, che all’esordio fece registrare 200mila clic in rete.  A giudicare dagli episodi già noti di Far, una scommessa già vinta.

Il jazz secondo Marsalis

Aprile 15th, 2009 in Reports by Francesco Lo Dico

82-5646_come-il-jazz-puo-cambia1«Mio padre gli disse: “questo è mio figlio. Suona la tromba”. Dizzy era in piedi vicino alla porta dei camerini, mi porse la sua tromba e disse: “Suonami qualcosa, ragazzo”. Aveva un bocchino molto piccolo. Non c’ero abituato, ne venne fuori un poooot. Non sapeva cosa dire con mio padre lì presente, perciò emise solo uno “Yeaaah” così prolungato che sembrava fatto apposta per alleviare l’imbarazzo del momento. Poi si chinò e mi disse nell’orecchio: “Esercitati, coglione”». Wynton Marsalis, il più famoso jazzista del mondo, racconta così il suo battesimo di fuoco di fronte al grande Gillespie nel suo Come il jazz può cambiarti la vita (Feltrinelli, 165 pagg. 14 euro). L’unicità di ciascuno, la capacità di ascoltare e di improvvisare direttamente dalla propria anima in presenza di altri, la schiavitù e la malinconia del blues. Il racconto di un trombettista geniale e sensibile si mescola nelle pagine a un universo musicale dove gli opposti si riconciliano. Gradevole e scritto con veemente stile, il jazz secondo Marsalis è un pianeta affascinante e misterioso, dove l’aria che si respira si chiama passione.

I segreti del corallo. Tritolo e piuma d’oca per Moltheni

Aprile 6th, 2009 in Reports by Francesco Lo Dico

La copertina dell'album

La copertina dell'album

Soffuso di malinconica asprezza, tiepido ma rilucente di bagliore lirico. Ecco I segreti del corallo, ultima fatica discografica di Moltheni. In perenne crossover, le strade del cantautore marchigiano incrociano anche in quest’album il folk e il rock a ogni crocicchio, conferendo al suono una gamma emotiva che svaria dal minimalismo più metodico alla potenza più dirompente e massiva delle percussioni. Tritolo puro, e piuma d’oca, che Moltheni, al secolo Umberto Giardini, alterna sempre con tempismo sopraffino. Una tela tessuta a perfezione dagli intarsi di Pietro Canali al piano, Barbara Adly nella sezione vocale e Carmelo Pipitone alla chitarra elettrica. Registrato e mixato in analogico, tradizionale e fresco insieme, I segreti del corallo è un lavoro asincrono e atipico, che non mancherà di risollevare gli animi dopo i postumi sanremesi.

Ciao mondo!!

Aprile 6th, 2009 in Reports by Francesco Lo Dico

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Nothingman Cronache musicali di Francesco Lo Dico
some words when spoken…can’t be taken back…