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Milano, 15 giugno 1989 (il mio primo concerto dei R.E.M.)

Maggio 14th, 2013 in Concerti by Gianni Sibilla

Questa settimana esce la ristampa di Green dei R.E.M. – ne ho parlato in maniera più o meno seria qua. La band ha fatto una sorta di concorso su Facebook chiedendo di postare ricordi del tour dell’89 – quello da cui è tratto il bonus CD della ristampa. ho avuto la fortuna di vederli a Milano, al Palatrussardi, nel 1989 – uno dei concerti più belli della mia vita – ed è stata l’occasione per rinvangare un po’ di ricordi, compresa la maglietta comprata al concerto, saltata fuori magicamente dall’armadio proprio in questi giorni….

il 1988 e 1989 sono gli anni in cui mi sono innamorato davvero dei R.E.M.

Ho iniziato ad ascoltarli nel 1986, ma “Green” e il Green World Tour li hanno resi la mia band preferita.

Ero al penultimo anno di liceo, al tempo, e vivevo a Cuneo. Quando vennero annunciate le date italiane, chiesi ad un amico che studiava a Milano -lo stesso che mi aveva fatto conoscere il gruppo -  di prendermi i biglietti.

Quando portò il biglietto un sabato mattina all’uscita da scuola, ero felice come un bambino la mattina di Natale – provai anche a far vedere il mio trofeo a qualche amico, che non capiva l’entusiasmo: i  R.E.M. non erano ancora molto famosi in Italia. Non ancora.

Comunque, il primo tour italiano venne programmato direttamente per i palazzetti – una buona partenza per l’amore reciproco tra i R.E.M. e l’Italia – che sarebbe diventata con gli anni uno dei posti preferiti del gruppo.

Presi il treno il giorno del concerto – poco dopo la fine della scuola. Incontrai il mio amico in Largo Gemelli, fuori dall’Università Cattolica – era la prima volta che vedevo quel posto – e fu un’altra prima volta importante. L’autunno dell’anno dopo avrei iniziato a frequentare quei chiostri come studente. 24 anni dopo li frequento ancora, come docente.

Il concerto, in realtà, non me lo ricordo in dettaglio. Mi ricordo le sensazioni. Mi ricordo di essere riuscito ad infilarmi in prima fila, alla sinistra del palco, sotto alla postazione di Mike Mills. Mi ricordo i Go-Betweens, che aprirono il concerto. E mi ricordo che all’uscita comprai tutto quello che potei al merchandising: una maglietta, una felpa, un cappellino, il programma.

Mi ricordo bene che suonarono praticamente tutte le canzoni che amavo, dalle prime alle più recenti, compresa “Turn you inside-out” ancora oggi la mia preferita da “Green” e una delle mie preferite in assoluto. Suonarono pure un po’ di cover: “Crazy” dei Pylon e “Ghost rider” dei Suicide, uscite solo su 12″. Stipe era spiritato e teatrale, Buck saltava tutto il tempo. Qualche tempo dopo, da quel tour sarebbe uscita una videocassetta che avrei consumato, “Tourfilm”.

Per tornare a casa dovetti farmi una notte in treno: 6 ore per poco più di 200 km, arrivando alle 6 di mattina a Cuneo – ma ne era valsa la pena: fu il primo dei miei 21 concerti dei R.E.M..

Amo praticamente tutto quello che hanno fatto (sono un fan, no?). Ma se dovessi scegliere il mio concerto preferito dovrei dire: Dublino, luglio 2007 all’Olympia Theatre. E Milano, 15 giugno, 1989 Palatrussardi.

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Lezioni di trash (o di grottesco?)

Maggio 9th, 2013 in videoclip by Gianni Sibilla

E così, in questo periodo, arriva  la fine delle lezioni al Master in Comunicazione Musicale. La mia ultima lezione, da qualche anno, è dedicata ad un’attività semi-ludica di fine corso, dedicata ai videoclip “trash”: ogni studente sceglie un clip, la classe vota, si elegge il vincitore.

In realtà in gara finisce di tutto un po’, non solo trash. Che dovrebbe essere  l’imitazione mal riuscita  di un modello “alto” – in questo caso il videoclip “classico”, mainstream e ad alto budget.

Ma orma la rete è piena di video musicali fatti “per il LOL”, che imitano il trash, cercando volutamente la viralizzazione attraverso la risata, la ridicolizzazione estrema di se stessi. Il trash inconsapevole e senza ironia, in questo senso, è sempre più difficile da trovare. Si finisce più facilmente nel grottesco consapevole.

Insomma, l’impressione che ho avuto vedendo i video quest’anno è che sia difficile definire il trash videomusicale nell’epoca di YouTube.  E lo dico anche perché guarda caso, il vincitore è di quest’anno – come spesso è capitato negli anni passato è un video “LOL Rap”.

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Ecco, il LOL Rap: da Truce Baldazzi a Spitty Cash… A farlo apposta, l’altro giorno, prima della lezione, ho visto questo bellissimo documentario girato da Andrea Girolami per Wired – che spiega il fenomeno del LOL Rap con molta attenzione, molto rispetto e senza giudicare. Noi, invece, vediamo questi video con l’atteggiamento: “guarda che sfigati”, ci sentiamo superiori… Forse è quello che vogliono questi rapper: concederci superiorità in cambio di attenzione. O forse no: un amico mi faceva notare il momento in cui Truce Baldazzi racconta in maniera disarmante di non riuscire a credere a chi gli fa i complimenti…

La lezione è che dietro a questi fenomeni, spesso, non c’è solo l’esibizionismo, l’imitazione mal riuscita e senza ironia, l’incapacità di fare una cosa bella. Il trash è molto di più di una risata. Però, se volete, cominciate con quella. Poi correte a vedere il documentario di Wired.

#NowListening – i postumi del Record Store Day

Aprile 23rd, 2013 in Nuova musica by Gianni Sibilla

Nelle rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate in giro, questa settimana si parla di Record Store Day: alcune considerazioni a freddo, alcune delle cose che sono uscite per l’occasione

Sabato 20 era il Record Store Day, ne abbiamo parlato in abbondanza su Rockol (qua la bella intervista del mio collega Alfredo Marziano al fondatore dell’iniziativa, Michael Kurz). C’è chi ne parla come se fosse Natale: arriva una volta l’anno, e porta con sé dei bei regali, sotto forma di pubblicazioni inedite per l’occasione. E c’è chi lo bolla come l’ennesima giornata per qualcosa (ormai c’è una giornata per tutto), rimarcando che ormai la musica passa da altre parti, non dai negozi di dischi.

Il Record Store Day, per quello che mi riguarda, mette assieme due cose.

1)Il collezionismo. Facile fare ironia – ho letto battute della scrittrice Catlin Moran sul marito che esce la mattina per comprarsi il vinile n° 50.000. Ma il collezionismo è una cosa trasversale, che va dai dischi ai gadget (quelli che fanno le code per un iPhone) a quelli che fanno a botte ai primi giorni di saldi a quelle che hanno non so quante paia di scarpe in casa, religiosamente conservate in un armadio con un foto attaccata alla scatola. E’ il bello dell’amante di musica: il possesso dell’oggetto unico.

2)Il consumo. I negozi di dischi sono luoghi di cultura e di formazione del gusto. Quelli della mia generazione hanno un negozio in cui sono cresciuti musicalmente. Ma oggi la musica si ascolta altrove. Io stesso sabato sono uscito felice come un bambino a comprare i miei dischi (vedi sotto). Poi uno l’ho digitalizzato, l’altro l’ho ascoltato su Spotify in palestra.

Il fatto è che il Record Store Day esiste per le esclusive, e così deve essere per i negozi di dischi in generale, oggi: luoghi dovi trovi cose particolari.

Non ti può succedere, come mi è capitato sempre sabato, di fare un giro in un negozio e trovare una copia vecchia e usatissima di un famoso  album, venduta come se fosse nuova, a 20€ – in rete la trovi versione rimasterizzata  con inediti a 5€. Tutto il resto è troppo facile da recuperare e le esclusive sono quelle che gli appassionati vogliono: i lati B, gli inediti, i singoli, le outtakes, le cover, i dischi dal vivo.

Gli artisti, per anni prima del boom digitale, hanno nicchiato su questo terreno: solo qualche briciola sui singoli. Poi hanno iniziato a darle ad iTunes, a venderle sui propri siti (vedi i bootleg ufficiali). Da qualche tempo hanno deciso di stamparle per il Record Store Day. Ben arrivati. Quindi non diamo la colpa della crisi dei negozi di dischi solo ad iTunes, alla pirateria, al digitale etc. Lo scenario sta cambiando (è cambiato), e se davvero pure gli artisti tengono ai negozi di dischi, devono trattarli come trattano iTunes: un luogo dove vendere esclusive. Non solo per il Record Store Day.

R.E.M. – Live in Greensboro

Sabato entro da Psycho, a Milano. Vedo un po’ di 7″ esposti. Chiedo: “Cosa ti è arrivato, anche qualche CD?” “Solo quello dei R.E.M.” “Lo voglio!”, quasi urlo. 5 canzoni dal vivo, della mia band preferita, nel loro periodo più bello (1988-1989). 5 canzoni che anticipano la ristampa di “Green”, in uscita a metà maggio – (dove ci sarà il resto del concerto).

Pazienza che sono pezzi abbondantemente circolati (alcuni usati sui lati b del periodo Out Of Time, altri in “Tour Film”, film concerto del periodo). Pazienza che a “King of Birds” abbiano tagliato l’intro con “We the people”. Suonano da dio – sono stati rimasterizzati; l’oggetto in sé è bello, riprende la grafica del periodo, quella di “Green”. C’è pure una rara performance dal vivo di “Strange” dei Wire – che avevano inciso per “Document”. Sono pubblicazioni come queste che ti fanno amare il Record Store Day.

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Fuzztones – Oil Snake

Questo l’ho preso un po’ per senso di colpa: IL CD dei R.E.M, un 7″ di Dylan per mio padre, e poi mica volevi fermarti lì? Metto gli occhi su una raccolta di brani rari dei Fuzztones, con il loro garage-horror-rock, che se lo ami non smetteresti mai di ascoltare. Ho fatto bene e ho fatto male. Poi sono andato in palestra e l’ho ascoltato su Spotify: psicopatologia della vita digitale.

Ho fatto bene a comprarlo: nella versione fisica ci sono i dettagli delle canzoni e le copertine dei dischi da cui arrivano la canzoni – la grafica “pulp” dei Fuzztones è una delle loro cose più belle. Ho fatto male perché metti su certi dischi e ti incazzi, vorresti averli ascoltati prima di comprarli: in questo caso le 36 canzoni sono infarcite da spot radiofonici e spezzoni di interviste che non si possono saltare.  Un bene e un male che riassumo pregi e difetti del consumo fisico e del consumo digitale.

Big Country – The Journey

Questo l’ho preso per nostalgia. Non è una pubblicazione da Record Store Day, ma è una di quelle band che ho scoperto per caso nel negozio di dischi in cui sono cresciuto (Muzak, di Cuneo). Rock scozzese, chitarre usate come cornamuse: negli anno ‘80 erano tra i nomi grossi, assieme agli U2 (Irlanda), Alarm (Galles) e Simple Minds (ancora Scozia). Poi il loro leader ha fatto una brutta fine (si è suicidato nel 2001). La band si è riformata con Mike Peters degli Alarm alla voce. Una roba ipernostalgica e un po’ triste, così come questo disco, che sembra una parodia della band originale. Girare alla larga, pure per i nostalgici della mia generazione.

Infine ecco un po’ di cose belle uscite per il Record Store Day. Cose che avrei voluto comprare sabato, ma che non ho trovato e che adesso – contraddizioni del consumo digitale – si trovano tranquillamente in rete. BuzzFeed ha una lista con altre cose ancora.

Nick Cave, “Animal X” (inedito dalle sessioni di “Push the sky away”, uscito su 7″)

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I Pulp remixati dai Soulwax, com un tocco di Kraftwerk

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Sharon Van Etten con i Shearwater che rifanno Tom Petty & Stevie Nicks, “Stop draggin’ my heart around”

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Garbage & Screaming Females per una bella e intensa cover di Because The Night

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#NowListening: e alla fine si torna sempre a contare i corvi

Aprile 15th, 2013 in Nuova musica by Gianni Sibilla

La rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate in giro, oltre a quella di cui parlo di solito qua.

Al solito, i titoli sono link a spotify (o ad altre forme di streaming). Sempre su Spotify c’è una playlist a cui ci si può iscrivere, con il meglio della musica segnalata nella rubrichetta.


Counting Crows – Echoes from the Outlaw Roadshow

Tuttu noi ascoltatori compulsivi abbiamo qualche gruppo per cui perdiamo il senno. Però persino quei gruppi ti fanno cadere le braccia. E’ più o meno quello che ho pensato quando ho sentito che i Counting Crows – una delle mie band preferite stavano pubblicando un disco dal vivo. Il settimo della loro carriera, se ho contato bene. Dopo un disco di cover. Reazione: bah.

Poi il fan ha prevalso e pur pensando che fosse un “disco da Spotify”, l’ho comprato. Ho fatto bene. Una raccolta di diverse performance dello scorso tour, scelte non banali, con alcune gemme assolute: una cover da brividi di “Girl from the north country” (non compresa sull’album dell’anno scorso). L’ennesima stupenda versione di “Round here” (che questa volta cita Van Morrison). Un tiro e una passione che….

Alla fine si torna sempre a casa, dai nostri gruppi preferiti, e non è un male.

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Bill Janovitz – Walt Whitman mall

Una cosa che non mi sono mai spiegato è perché J. Mascis sì e Bill Janovitz no. Perché i Dinosaur JR e il loro leader sono – giustamente – icone dell’indie rock e i Buffalo Tom non se li fila quasi nessuno. Arrivano dalla stessa città (Boston), dallo stesso periodo. I Buffalo Tom hanno fatto dischi anche migliori… Comunque, il loro leader torna con un gran bel disco, dopo aver pubblicato negli ultimi anni oltre 100 cover al ritmo di una a settimana. “Walt Whitman Mall” è un disco di rock/folk melodico, scritto da dio (un viaggio nelle memorie suscitate dai luoghi: il titolo originario era “Long Island of the Mind) e cantato con quella voce un po’ roca… Persino meglio delle ultime cose dei Buffalo Tom, che si sono riformati nel 2007 (Janovitz, nel frattempo, fa l’agente immobiliare: “part time man of rock”, si definisce). (Il disco si trova solo su BandCamp o su Pledge Music: è stato finanziato con il crowdfunding)

Artisti Vari – Love for Levon

Levon Helm. La Band. Quella voce, quelle canzoni. Lo scorso ottobre un po’ di amici si sono ritrovati a cantarle, in sua memoria in New Jersey. C’erano Don Was e Kenny Aronoff a suonare, a cantare Roger Waters, i My Morning Jacket, John Hiatt, John Mayer,  Mavis Staples, Gregg Allman, Jakob Dylan. E poi appunto ci si sono quelle canzoni. La versione finale di “The night they drove ‘ol dixie down” d i Waters e My Morning Jacket fa venire il piangerone.

Californication Season 6 OST

Nei giorni scorsi, complici le lezioni allo IULM su Musica e serie TV, mi è ripartita la scimmia per Californication, di cui avevo un po’ di puntate in arretrato. Ho visto una puntata in cui usano “Strange religion” di Mark Lanegan. Niente, è una delle serie migliori, se non LA migliore, nello scegliere e/o commissionare canzoni e metterle in scena. La sesta serie, quella appena finita in America, ha una album/colonna sonora davvero notevole: cover e (Marilyn Manson che rifà “Personal Jesus”, Ryan Adams alle prese con gli Iron Maiden tra le altre) e brani inediti e scelte dal passato da intenditori. E nomi nuovi, come Lissie (cantautrice alle prese con una splendida versione minimale di “Nothing else matters”) e Beth Hart (la sua “My California” è il season finale).

Lo trovate solo su iTunes, su Spotify ci sono quelli delle passate stagioni – Qua invece ho raccolto un po’ di canzoni in una playlist su Spotify.

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Le canzoni sono serie

Aprile 12th, 2013 in Televisione Musicale by Gianni Sibilla

Da qualche anno, in questo periodo mi trovo a preparare delle lezioni sulla musica nelle serie TV per un corsetto che faccio alla IULM. Accumulo visioni e scene per tutto l’anno, poi le rivedo e le metto in ordine sul computer e creo delle playlist YouTube. E ogni anno (ri) scopro cose belle, per non dire fantastiche, per non dire fantasticamente trash.

Ma andiamo con ordine: ad uso e consiumo dei miei studenti: qua, su Slideshare, ci sono le slide del corso.

Ecco un po’ di playlist su YouTube (metto i link perché per qualche motivo questo blog non riesce ad embeddarle)

Qua ho raccolto un po’ delle sigle che abbiamo visto a lezione (da Mad Men a Happy Days, con tutto quello che c’è in mezzo, soprattutto le sigle della HBO, The Wire su tutti)

Qua ci sono scene di culto, riferimenti musicali, finali di stagione (Grey’s Anatomy, Californication, The O.C,, Chuck, Fringe, etc).

Qua ci sono le canzoni “diegetiche” (ovvero i cantanti che appaiono in scena nelle serie, da Roy Orbison ad Hazzard, ai Flaming Lips a Beverly Hills, ai R.E.M. a Boston Public).

Proprio in quest’ultima categoria segnalo una riscoperta notevole: i New Order ai Baywatch (forse i miei giovani studenti non capiranno tanto stupore, ma vedere una delle band con cui sei cresciuto sulla scena di uno dei telefilm più trash della storia… Ecco, un po’ di stupore lo genera).

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E poi la serie musicale dell’anno, quella riassume tutti gli usi possibili della musica in una serie: Nashville. Ne ho parlato diffusamente in questa recensione della colonna sonora. Qua embeddo due video, due delle performance più belle.

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E infine, il mio personalissimo premio al più bell’uso di una canzone in una serie, nell’ultimo anno: la scena di The Newsroom in cui arriva in redazione la notizia dell’attentato a Gabrielle Gidfords, con “Fix you” dei Coldplay.

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#NowListening (13): dischi da Spotify e ritorni inaspettati

Marzo 22nd, 2013 in Nuova musica by Gianni Sibilla

La rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate in giro, oltre a quella di cui parlo di solito qua.

Al solito, i titoli sono link a spotify (o ad altre forme di streaming). Sempre su Spotify c’è una playlist a cui ci si può iscrivere, con il meglio ella musica segnalata nella rubrichetta.

Black Crowes – Wiser For The Time

Esiste la categoria “Dischi da Spotify”? Quelli che non vale la pena comprare e neanche scaricare, ma avere a portata di streaming? Eccone uno. Avevano detto che si sarebbero presi una pausa a tempo indeterminato, e dopo due anni son di nuovo qua. Per fortuna. E tornano con un album live, l’ennesimo, metà elettrico e metà acustico. Nulla toglie e nulla aggiunge, anzi ci sono dei live migliori. Bella la cover di “Willin’ ” dei Little Feat, criminale l’assenza di “Wiser time”, la canzone più bella della band (che dà il titolo album, peraltro).

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Replacements – Songs for Slim

Un colpo al cuore, a vedere riformati i Replacements, per chi è cresciuto con il loro rock ‘n’ roll sghembo e viscerale. Vabbé, ci sono solo Paul Westerberg e Tommy Stinson, che hanno inciso un po’ di cover per Slim Dunlap, il loro chitarrista che non sta bene. “I’m not sayin’” da sola vale l’EP.

Hey Marseilles – The line we trace

Uno dei miei pusher più fidati di musica dice che è il disco dell’anno. Arrivano da Seattle, “The lines we trace” è il loro secondo disco a quattro anni dal precedente. Pop-rock orchestrato e mai banale, che a tratti ricorda Midlake e Decemberists. “Bright hearts burning” è una delle canzoni più belle che ho sentito quest’anno. Da ascoltare, assolutamente.

Widower – Fool Moon

Un altro cantautore classico, anche questo scoperto grazie a Fuel/Friends come Tyler Lyle di cui parlavo al giro precedente: un gioiello di album di canzoni delicate, arrangiate benissimo con begli intrecci tra chitarre acustiche ed elettriche. Si trova solo su Bandcamp (cliccate sul titolo)

Jack Jaselli – I need the sea because it teaches me

Un nuovo EP per questo bravo cantautore italiano di cui su Rockol si è parlato già più volte, ai tempi di “It’s gonna be rude, funky, hard”. Una manciata di canzoni acustiche registrare in una caverna di fronte al mare, tra cui una spettacolare cover di “Closer” dei Nine Inch Nails. La soavità con cui Jack canta “I want to fuck you like an animal” da sola vale il disco.

Viva Lion – The Green Dot

Strani casi della vita: ti arriva un comunicato stampa di un EP. Incuriosito, lo ascolti perché c’è una cover di una canzone che ha segnato la tua adolescenza. “Footlose” di Kenny Loggins, colonna sonora dell’omonimo film, qua splendidamente trasformata in una cupa canzone giocata su chitarre e campionamenti. Poi indaghi un po’ e scopri che dietro lo pseudonimo si cela una persona che conosci bene e che non senti da tempo: manco sapevi neanche che cantasse. Daniele Cardinale, romano, che ha inciso questo EP per la Cose Comuni, etichetta dei Velvet, che partecipano al disco. 5 belle canzoni cantate in inglese, un cantautorato dalle scelte sonore mai banali.

La storia del rap, secondo Justin Timberlake

Marzo 16th, 2013 in Storia del rock, Televisione Musicale by Gianni Sibilla

Oops, they did it again: Justin Timberlake è ovunque in questi giorni, prima dell’uscita del nuovo disco. Ma siccome promuovere l’album non è abbastanza, mentre era dal suo amichetto Jimmy Fallon ha fatto una nuova puntata di una delle cose musicali più belle viste in televisione negli ultimi anni: la storia del rap concentrata, reinterpretata da lui medesimo con Fallon e suonata dai Roots (che sono la house band del programma TV).

Ho raccolto le quattro lezioni, con tanto di scalette dei brani. Buono studio!

Parte uno

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The Sugarhill Gang – Rappers Delight
Run DMC – Peter Piper
Beastie Boys – Paul Revere
Digital Underground – The Humpty Dance
Snoop Dog and Dr. Dre – Ain’t nuthin’ but a G thang
2Pac – Calafornia Love
The Roots – The Seed(2.0)
Eminem – My Name Is
Missy Elliot – Work It
Fuck Soulja Boy
TI ft. Rihanna – Live your life
Kanye West – Gold Digger

Parte due

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The Breaks – Kurtis Blow
The Message – Grandmaster Flash
Express Yourself – N.W.A.
Bring the Noise – Public Enemy
It Takes Two – DJ EZ Rock & Rob Base
Push It – Salt-N-Pepa
Ice Ice Baby – Vanilla Ice
The Choice Is Yours (Revisited) – Black Sheep
Insane In the Brain – Cypress Hill
Let Me Clear My Throat (Old School Reunion Remix ’96) – DJ Kool
Party Up (Up in Here) – DMX
Hot in Herre – Nelly
In da Club – 50 Cent
Hey Ya! (Radio Mix/Club Mix) – Outkast
A Milli – Lil Wayne
All I Do Is Win (feat. T-Pain, Ludacris, Snoop Dogg & Rick Ross) – DJ Khaled
Teach Me How to Dougie – Cali Swag District
BMF (ft. Rick Ross, Styles P.) – DJ Rell
Just a Friend – Biz Markie
The Breaks – Kurtis Blow (One more time)

Parte tre

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King of Rock – Run-DMC
Mama Said Knock You Out – LL Cool J
Parents Just Don’t Understand – D.J. Jazzy Jeff & The Fresh Prince
Me, Myself & I – De La Soul
Supersonic – J.J. Fad
Baby Got Back – Sir Mix-a-Lot
Bust a Move – Young MC
Jump Around – House of Pain
It Was a Good Day – Ice Cube
Gangsta’s Paradise – Coolio
Killing Me Softly With His Song – The Fugees
Sabotage – Beastie Boys
I Just Wanna Love U (Give It 2 Me) – Jay-Z
Ms. Jackson – Outkast
Drop It Like It’s Hot – Snoop Dogg & Pharell
Stronger – Kanye West
Super Bass – Nicki Minaj
Hip Hop Hooray – Naughty by Nature

Parte quattro

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Sugarhill Gang – Apache (Jump On It) – 1981
Grandmaster Melle Mel – White Lines (Don’t Do It) – 1983
Kurtis Blow – Basketball – 1984
Fat Boys – The Fat Boys – 1984
Run DMC – Its Tricky – 1987
Beastie Boys – No Sleep Till Brooklyn – 1987
LL Cool J – Going Back to Cali – 1988
Slick Rick – Children’s Story – 1989
2 Live Crew – Me So Horny – 1989
Public Enemy – Fight the Power – 1989
A Tribe Called Quest – Scenario – 1991
Cypress Hill – Hand on the Pump – 1991
Wreckx-N-Effect – Rumpshaker – 1992
Salt N Pepa – Shoop – 1993
Snoop Doggy Dogg – Gin and Juice – 1993
Busta Rhymes – Woo-Ha! Got You All In Check – 1995
The Notorious B.I.G. – Hypnotize – 1996
Missy Elliot – Get Ya Freak On – 2001
Jay-Z – Izzo (H.O.V.A.) – 2001
Nelly – Ride Wit Me – 2001
50 Cent – P.I.M.P. – 2003
Chamillionaire – Ridin Dirty – 2006 // Wiz Khalifa – Black and Yellow – 2010
Trinidad James – All Gold Everything – 2012
Macklemore and Ryan Lewis – Thrift Shop – 2013
Eminem – Lose Yourself – 2002

#NowListening (12)

Marzo 1st, 2013 in Uncategorized by Gianni Sibilla

La rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti torna dopo una giustificata assenza.

La solfa è la solita: musica alternativa oltre a quella di cui parlo di solito qua. E ce n’è tanta, di roba buona in giro in questo periodo…

Josh Ritter – “The beast in its tracks”

Su NPR c’è in streaming il disco intero di Josh Ritter, che esce il 5 marzo. Per me è il miglior cantautore classico di questa generazione e un primo ascolto lo conferma. “Joy to you baby” (scritta dopo il divorzio, cercando di venire a patti con la separazione) mi commuove.

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Mark Kozelek – Like Rats

Kozelek è inarrestabile, pubblica dischi a raffica, da solo o con i Sun Kil Moon. Ad Aprile esce un disco collaborazione con Album Leaf, poi c’è un “Live in Melbourne”. E questo “Like rats”, un disco di stralunate cover come solo lui sa fare. Io lo preferisco con la chitarra elettrica che con quella spanish guita con cui indugia da tempo. Ma la cover di “I got you babe” vale un ascolto. Qua ho fatto una playlist con le cover più strambe della sua carriera

10.000 Maniacs – Music from the motion picture

Sì, quei 10.000 Maniacs. Primo disco in 13 anni. Robert Buck, il chitarrista, è mancato nel 2000. Natalie Merchant fa la solista da 20 anni ma la la sua sostituta Mary Ramsey ha una voce (quasi) identica. Un tuffo nel passato: pop rock d’altri tempi.

Tyler Lyle – Expatriates

Altro cantautore classico, scoperto grazie a Fuel/Friends: Heater Browne, la titolare, ha un gran gusto nel pescare artisti di questo genere. Un Ep, ascoltabile e acquistabile su Bandcamp a 5$ che è un vero gioiello, e che non smetto di ascoltare. I 12 minuti di “Ithaca” sono una sorta di “Desolation row” contemporanea (hai detto niente).

Bobby Long – Wishbone

Ne avevo parlato tempo fa, dopo avere sentito il primo singolo “Devil moon”. Ora è uscito il disco (10$, sul sito), ed è anche meglio: ballate cantautorali su chitarre elettriche tese e affilate come coltelli. Gran disco, ne riparleremo con calma

E poi, in chiusura, se non l’avete ancora visto, una cosa di cui vado orgoglioso: la settimana scorsa è passato in redazione Glen Hansard e l’ho praticamente costretto a suonare “Wishlist” dei Pearl Jam.

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#NowListening (pre-Sanremo edition)

Ffebbraio 5th, 2013 in Nuova musica by Gianni Sibilla

La rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate da queste parti, questa volta in veste sanremese.

Dovevo andare  in riviera per la settimana. Mi ero scelto un po’ di musica di salvataggio, oltre a quella di cui parlo di solito qua.

Poi il menisco ha fatto crack (mentre andavo ad un concerto, per la cronaca). Così guarderò il Festival in TV (non sono normale, lo so: sono dispiaciuto di non poter passare una settimana in quella gabbia di matti che è la Sala Stampa dell’Ariston)

Ma il senso di queste cose non cambia: musica alternativa per la settimana più intasata di musica di tutto l’anno.

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Nick Cave – “Push the sky away”

Il disco esce il 19 febbraio, la recensione completa arriva su Rockol tra qualche giorno. Basti sapere che è uno dei dischi dell’anno: tagliente, inquietante, lirico. E con le due canzoni migliori di questi primi mesi del 2013: “Jubilee street” e soprattutto “Higgs Boson Blues”, che già solo il titolo…

Chris Stamey – “Lovesick Blues”

Metà dei Db’s, gruppo storico del power pop americano. L’altra metà è Peter Holsapple (che ha suonato nei R.E.M. dall’89 al ‘92). Assieme hanno fatto molte cose belle, ma da solo pure: un disco di pop-rock folkeggiante piacevole come solo i grandi autori di canzoni sanno essere. Il mondo è quello lì: R.E.M., Go-Beetweens, Teenage Fanclub. Anche la classe è quella.

Chiara Galiazzo – Un posto nel mondo

Ma non doveva essere musica di salvataggio, anti-Sanremo?  Beh, sapere che una che è appena uscita da X Factor fa subito un disco di inediti così presto, con autori di questo livello… Molti dei migliori nomi in gara quest’anno non avranno un album per qualche mese. Silvestri, gli Elii, gli Almamegretta usciranno tutti più in là. Nel frattempo Chiara c’è, le canzoni ci sono, la voce è fantastica. Devo ancora ascoltarlo bene, capire se ha trovato il suo genere oltre alle canzoni. E son curioso di sentirla sul palco.

Andrea Nardinocchi – Il momento perfetto

Uno che seguiami da tempi pre-sanremesi e non sospetti. Andrea fa qualcosa che non fa nessun altro, in Italia: soul elettronico, con incursioni nel pop e nel rap. E lo fa bene, benissimo. Il disco vale la pena – anche questo lo recensirò con calma, anche dopo avere visto cosa combinerà con le sue loop station sul palco dell’Ariston. Ottima musica, a prescindere dal Festival, ed è bello che ci sia anche lì.

Buckingham Nicks

Un disco che ho riscoperto grazie a “Sound City”, il documentario di Dave Grohl: fu uno dei primi album incisi in quegli studi e da lì nacquerò i Fleetwood Mac nella loro incarnazione più famosa. Il disco è del 1973, è da tempo fuori catalogo – non si trova ufficialmente da quasi nessuna parte, ne circolano versioni in MP3 rippate dai vinili originali (paradossi della vita digitale). Ma se lo trovate (non è difficile, dai) vale la pena: pop rock di altissima classe.

Grateful Dead – Dave’s Pick 5: 11/17/73, UCLA

Troppo tardi: l’ultimo “bootleg ufficiale” dei Grateful Dead, stampato in 13.000 copie numerate, è andato esaurito in un mese. Come tutti i dischi dal vivo dei Dead. Questo l’ho comprato soprattutto perché le note di copertina le ha scritte Bill Walton, leggenda del basket NBA (Blazers e Celtics nei ‘70-’80) e “deadhead” fino al midollo: ha visto più di 650 (seicentocinquanta!) concerti della band. Sul sito c’è ancora un estratto, una spettacolare jam su “Here come sunshine”. La musica dei Dead è terapeutica, almeno lo è stata per me in questi giorni. Andrebbe prescritta dai dottori. (Per la cronaca, io ho beccato un ortopedico fan dei Marlene Kuntz: “ma lei è di Cuneo? Conosce i Marlene Kuntz? Rilassi il muscolo, pensi a “Sonica” – come se “Sonica” fosse la canzone giusta per rilassarsi…)

Ah, poi se volete vedere un bel rockumentary, guardate quello qua sotto. E’ della serie “Classic albums” (sempre sia lodata) è dedicato ad “Anthem of the sun” e soprattutto ad “American beauty”, il miglior disco di studio dei Grateful Dead. Ma soprattutto, racconta la scena di San Francisco nella seconda metà degli anni ‘60 e le differenze/difficoltà nel fare musica dal vivo e in studio: “Fare musica in studio è come costruire una nave in una bottiglia. Suonare dal vivo è come remare su una zattera in mezzo all’oceano”.

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Buon festival!

Sound City (L’uomo più r’n'r dell’universo)

Ffebbraio 3rd, 2013 in Cinema by Gianni Sibilla

C’era un posto, nella “valley” di Los Angeles. Era uno studio di registrazione. Non è neanche dei più famosi. Esiste dalla fine degli anni ’60: è lì che si sono formati i Fleetwood Mac – la seconda versione, quando Mick Fleetwood incontrò Lindsey Buckingham, lo convinse ad entrare nella band e il chitarrista si portò dietro la sua fidanzata.

Quello studio è, da fuori, un brutto capannone in una zona semi-industriale il cui parcheggio spesso si allaga. Dentro fa schifo, è un casino. Ma in quello studio c’è una console fantastica, una Neve. C’è una stanza che ha un suono perfetto per la batteria. Le chitarre le fai suonare bene ovunque, dice Rick Rubin, ma la batteria…

E c’è la magia. In quello studio hanno inciso da Tom Petty, a Johnny Cash (il primo disco degli “American Recordings” con Rick Rubin), ai Rage Against The Machine, ai Nirvana.

Già, i Nirvana: è lì che venne inciso “Nevermind”. E’ da lì, da quel viaggio in furgone nel ‘91 verso L.A., che nasce il rapporto di Dave Grohl con quello studio. Un rapporto che si è trasformato in un documentario – “Sound City”.

Del film si è parlato soprattutto per  i Sound City Players: il gruppo estemporaneo di musicisti messo in piedi da Grohl – che ha debuttato al “Sandy relief concert” lo scorso dicembre. Venne spacciata per una reunion dei Nirvana (Grohl con Novoselic e Pat Smear + Paul McCartney alla voce). Ma era invece un’anticipazione della colonna sonora/album legati a questo film. L’album uscirà a marzo. Grohl sta suonando spesso con i suoi amici musicisti in questo periodo – forse anche al SXSW, dove è “Keynote speaker”. Ma intanto ecco il film: si può comprare o nolleggiare su iTunes (in inglese ma con i sottitoli italiani, a questo indirizzo)

Ci sono due cose da dire su questo film. La prima è emotiva: “Sound city” è una bella storia. Una di quelle “micro storie”, di persone o luoghi apparentemente minori del mondo rock, che però sono rappresentative, paradigmatiche. Un po’ come la biografia di un discografico o la storia di una scena musicale, la storia di Sound City è la storia del rock in piccolo.  Dal boom degli anni ’60, quando bastava un singolo azzeccato per diventare ricchi, allo stardom, al passaggio al digitale, ad oggi.

La seconda è più razionale e riguarda il film.  Grohl ha messo in piedi un cast di primissimo piano: dai Fleetwood Mac a Trent Reznor, nel film ci sono tutti quelli che sono passati da questo studio. Il film è costruito bene, la storia raccontata come si deve, ricca di aneddotti memorabili e materiali di archivio rari o inediti. Forse il tono è un po’ nostalgico, anzi retromaniaco. Del genere “si stava meglio quando si stava peggio” – tipo quando si racconta il passaggio alla registrazione digitale, a come dopo venne rifiutata dallo studio per diverso tempo – e di come il software Pro Tools ha costretto alla chiusura molti studi di registrazione, tra cui lo stesso Sound City. Infine, il montaggio, spesso troppo frenetico (la regia ggiovane!), spezza un po’ la storia: diciamolo Grohl ha tanti pregi, ma non è proprio un regista di esperienza.

Ma a parte questo, “Sound City” è da vedere, poche storie.

Il finale, l’ultima mezz’ora che racconta quello Grohl ha fatto con quella console, dopo la chiusura dei Sound City, nel 2011.

Il finale che giustifica la colonna sonora in uscita a marzo.

L’ennesima dimostrazione che Dave Grohl è l’uomo più r ‘n’r dell’universo.

(Ma, Dio mio, tutto questo spazio a Rick Springfield?)

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