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I’m not a fan of alternative music, but these guys rock! (La musica nelle serie TV, pt.2)

Aprile 18th, 2012 in Televisione Musicale by Gianni Sibilla

Cose belle che si scoprono preparando lezioni, in questo caso per un piccolo corso sull’uso della musica nella serie TV che ho appena terminato allo IULM. Una scena che ritratte una band insospettabile nel drama più popolare degli anni ‘90. Da lì si è capito che anche una band “indie” poteva funzionare in TV. Da lì è partito l’uso massiccio di band e musica alternative nelle serie.

Questa scena è del 1995 e una giovane “music supervisor”  suggerisce di far suonare i Flaming Lips in “Beverly hils 90210″, nella scena che racconta il “prom”, il ballo di fine anno: “She Don’t Use Jelly”.

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Fantastico il dialogo alla fine: “Hey, come sono questi Flaming Lips?” “Di certo non sono Michael Bolton” “Questo è sicuro”. E poi ancora “I’m not really a fan of alternative music, but these guys rock!”

(Michael Bolton?) (Michael Bolton!)

La music supervisor che ha portato i Flaming Lips in Beverely Hills 90210 è Alexanda Patsavas, che poi sarebbe diventata una delle responsabili dell’uso sistematico di band semi-sconosciute nelle serie, e di fatto una delle persone più potenti del music business. Il suo lavoro in The O.C., Grey’s Anatomy, Gossip Girl rimane un esempio, e ha permesso di far conoscere artisti fino ad allora ignorati.

Altra scoperta, scavando su YouTube per queste lezioni: da vecchio appassionato di rock, mi sono intenerito trovando questa scena di Hazard, con un imbarazzatissimo Roy Orbison, che canta “Pretty Woman” mentre la cugina Daisy gli agita le tette sotto il naso:

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L’anno scorso avevo fatto un po’ di playlist su YouTube, raccogliendo un po’ di spezzoni musical-seriali e divindole  per generi. Le ho aggiornate con un po’ di materiale fresco o recuperato di recente; eccole qua.

L’uso cinematografico della musica (“Lost”/Damien Rice,”Mr. Fantasy” dei Traffic,”Californication”) e alcuni memorabili finali di stagione (West Wing, Brothers & Sisters, Californication):

http://www.youtube.com/view_play_list?p=B88607F9EA70CB8E

Le scene di culto (con un occhio di rigurado a quelle curate da Alexandra Patsavas e della sua Chop Shop Music per The OC e Grey’s Anatomy)

http://www.youtube.com/view_play_list?p=0D2A5A40E6C81150

Le sigle: soprattutto quelle della HBO (il capolavoro “Boardwalk empire, “The wire”, con la stessa canzone in cinque cover diverse, “Games of Thrones”).

http://www.youtube.com/view_play_list?p=90D97BBA2E203367

Glee e i suo  figliocci, soprattutto il  The MusicEvent di Grey’s Anatomy, senza dimenticare la bellissima traduzione italiana di cui ho parlato qualche tempo fa.

http://www.youtube.com/view_play_list?p=90FCA2FDD1538547

iYacht

Aprile 16th, 2012 in Apple by Gianni Sibilla

La notizia sarebbe stata di quelle ghiotte: due grandi menti del design assieme su un progetto “rivoluzionario”.

Si, va bene: la parola “rivoluzionario” è abusata, usata spesso a sproposito. Ma se viene accostata al nome Apple nessuno si stupisce. E nessuno si stupisce se viene accostata al nome di Philippe Starck, architetto e designer francese tra i più noti e stimati al mondo (e famoso, come la Apple, per il suo tocco minimalista). Starck ha già lavorato su oggetti Apple, anche se indirettamente, come questo supporto che trasforma l’iPad in una lampada, il “De-Light”

In un’intervista ad una radio francese è stato Starck a dire di essere al lavoro su un “prodotto rivoluzionario” con la casa di Cupertino,e che questo prodotto sarebbe in arrivo già tra 8 mesi. Apriti cielo: nei giorni scorsi tutti a pensare cosa potrebbe essere. Blog e fan impazziti, con la supposizione più diffusa è che si trattatasse della nuova TV Apple, il progetto che Steve Jobs avrebbe lasciato in eredità alla sua azienda.

Chi segue le cose Apple sa che la questione è più una bella suggestione che una possibilità concreta. Perché gli oggetti Apple portano una bella scritta “Designed in California”, e perché il designer Jonathan Ive – che pure è inglese – è un vanto, se non IL vanto della Apple, tanto che qualcuno sostiene sia l’erede naturale di Jobs.

Infatti, puntuale è arrivata la smentita della Apple, interpellata da AllThingsD, sezione tecnologica del Wall Street Journal. Che suggerisce quale potrebbe essere il progetto su cui in effetti è (o era) al lavoro Starck, il motivo per cui il designer si è visto regolarmente con Jobs: stava lavorando al suo yacht.

Welcome to the jungle

Aprile 15th, 2012 in Industria Musicale, Reunion by Gianni Sibilla

Insomma, dopo tutte le polemiche, la cerimonia della Rock ‘n’ Roll Hall of Fame è stata noiosa, si legge tra le righe dell’articolo del New York Times. I Guns ‘n’ Roses si riformano. No, non si riformano. Forse sì, però. Ma Axl non vuole. Axl non viene ed è incazzato. Axl scrive una lettera e insulta tutti. Almeno lo avesse fatto durante la serata, di fronte alle telecamere…

In realtà, la R ‘n’R Hall of Fame è molto più che un baraccone di gossip e notizie fatte per attirare attenzione. E’ una macchina da soldi, ed arrivarci (ci vogliono 25 anni di carriera dal primo disco, e poi essere scelti da una giuria di 500 addetti ai lavori) vuol dire rilanciare una carriera, o farla decollare, con indotti da manicomio: lo racconta bene questo bellissimo articolo di qualche tempo fa del NYT, che spiega tutti i meccanisimi e i retroscena che si mettono in moto ogni anno. Le cerimonie in sé, poi, sono spettacoloni dove gli artisti suonano, cantano assieme, duettano come se non ci fosse un domani (ne han tratto dischi e DVD con performance davvero memorabili).

Un genere a parte di queste cerimonie sono gli “induction speech”, i discorsi in cui gli artisti ammessi nella Hall of Fame vengono presentati e celebrati da artisti più giovani, che sono loro debitori. E’ in uno degli speech di quest’anno che è venuta fuori una cosa bella, poche parole in grado di dare un senso alla serata.  Billie Joe Armstrong ha presentato i Guns ‘N’ Roses, che erano presenti tutti tranne Axl. E ha celebrato Slash, così

“The opening riff of ‘Welcome to the Jungle’ is a descending trip into the underworld of Los Angeles. Misfits, drug addicts, paranoia, sex, violence, love and anger in the cracks of Hollywood.”
“It was a breath of fresh air”.
Ora provate a riascoltarvi quella canzone (andate al 1° minuto di questo video) e ditemi se questa definizione non è bellissima.
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Sketches of Spain

Aprile 10th, 2012 in Nuova musica by Gianni Sibilla

Ogni vero appassionato di musica si sente un po’ più figo degli altri, perché conosce (o crede di conoscere) e scopre (o crede di scoprire) musica e band per primo. E queste “scoperte” spesso vengono tramandate come un segreto, che è meglio non rivelare troppo alle masse.

Oggi, con i social network,  l’oscurità musicale non è più un valore. Lo diceva  un bell’articolo del New York Times: con la condivisione continua, quelli che “I listen to bands that don’t even exist yet” sono degli sfigati.  Per me lo sono sempre stati, anche prima di Twitter e Facebook, ma questa è un’altra storia.

Tutto questo preambolo per tirar fuori una band più o meno oscura che mi è ritornata addosso di questi tempi. E’ di quelle che conosciamo in pochissimi: probabilmente io e qualche amico, tra cui quello che qualche tempo fa ha condiviso su Twitter il loro nuovo singolo, dando a me e a un po’ di altra gente la notizia del loro ritorno.

Sono gli Spain, la band di Josh e Petra Haden,  figli di Charlie.

(“Charlie chi?”) (“Il grande contrabbassista jazz, quello della Liberation Music Orchestra”) (“Ahhh”).

Negli anni ‘90 esordirono con un piccolo grande gioiello che è rimasto un grande disco oscuro, “The blue moods of Spain”. Ebbero una piccola botta di notorietà grazie a “Spiritual”,  che venne rifatta da Johnny Cash (e anche in versione soft jazz dal padre assieme a Pat Metheny, ahinoi). Ma la mia canzone preferita di quell’album era e rimane “Untitled #1″. Lo intervistai anche, Josh Haden: suona(va) il basso ed era (è) quasi identico al padre. Ma non spiccicava parola tanto era timido. Poi uno dice che avere padri famosi non genera complessi.

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Fecero ancora un paio di dischi, che non si filò quasi nessuno, e l’oscurità divenne ancora più fitta. Però gli Spain son tornati, dicevamo. C’è solo Josh, Petra fa una comparsata. Pubblicheranno un disco, “The soul of Spain”, tra qualche settimana. Lo sto ascoltando, ne parlerò a tempo debito: fanno sempre la stessa musica iperrallentata, soffusa e ipnotica. Rimarranno oscuri, probabilmente. Ma se vi piace la musica notturna, in questo caso l’oscurità rimane un valore.

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Anatre all’arancia

Aprile 5th, 2012 in Industria Musicale by Gianni Sibilla

Volevo fare un’analisi semiotica di quelle che mi hanno insegnato all’università, e che per anni ho inflitto ai miei studenti. Avevo trovato l’oggetto perfetto: il nuovo spot antipirateria. Sai che bello scomporre il tutto, analizzando il ruolo dei tesitmonial, le persone giuste per far capire il problema al target; spiegare perché il linguaggio è quello giusto, perché il concetto è corretto, non mischia cose diverse ma anzi è espresso in maniera coerente e lineare. Sottolineare il ruolo  dell’atmosfera e della giusta dose di mistero suscitata dall’arancia che ha in mano una delle protagoniste.

Insomma, mi sarei potuto esercitare in una bella scomposizione linguistica e tutte quelle cose lì, su cui potrei scrivere lenzuolate accademiche.

Ci ha pensato PopTopoi, tirando in ballo pure il diagramma di Venn, per cui mi limito a linkare il suo post ed embeddare l’imperdibile video.

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They can’t take that away from me

Marzo 20th, 2012 in Concerti by Gianni Sibilla

La carriera di Ivano Fossati finisce qualche minuto dopo la mezzanotte di quello che è ormai il 20 marzo: sul palco del Teatro Strehler di Milani è circondato dai suoi musicisti – quelli attuali e qualcuno di quelli passati, salito per l’occasione. Tutti lo abbracciano, mentre lui sorride. Sul palco svolazza ancora qualche coriandolo luccicante: sembrano tante piccole piume di Forrest Gump. Il pubblico è in piedi e applaude commosso, più commosso di Fossati, si direbbe. Il sipario si chiude.

Fossati ha appena terminato “Dolce acqua”, uno strumentale dei Delirium, non previsto in scaletta. Non ha saputo resistere a suonare ancora,  dopo “Buontempo”, ultima canzone ufficiale: perché è evidente che voleva chiudere la carriera con un brano allegro, festeggiando. E infatti l’unica concessione allo spettacolo sono sono stati i coriandoli luccicanti sparati in quel momento, che coprono tutto e tutti per qualche istante, anche a favore delle telecamere – lo show è stato ripreso e diventerà un DVD a fine anno.

Emozione, tanta. Ma pochissima autocelebrazione – anche nel backstage dopo il concerto, in un piccolo aftershow party in cui Fossati ha una parola e un sorriso per tutti quelli che lo vengono a salutare: qualche collega, discografici, collaboratori, giornalisti. O semplici fan intrufolati (“Ivano, ti ricordi di me? Mi hai firmato un biglietto agli Arcimboldi!”, gli dice un ragazzotto che gli consegna il suo CD, mentre contestualmente si fruga il naso con le dita. Ivano abbozza, sorride, prende il CD e lo mette in una sacchetta che ha con sé).

La serata finisce come era cominciata: in festa, senza fronzoli. Perché è stato un concerto come altri – solo con un portato emotivo decisamente più alto.

La scelta dello Strehler è ottima: la quarta data milanese in 5 mesi si svolge in un Teatro più piccolo, più raccolto, dall’acustica nettamente migliore e dall’atmosfera più calda di quella un po’ freddina dei dispersivi Arcimboldi.

La scaletta è quella consolidata: la prima parte del concerto va via dritta e tirata, senza interruzioni e praticamente senza parole. Qualche canzone assume nuovi significati, come la bellissima e struggente “Settembre”: “Questa è la pioggia che deve cadere sulle piccole scene di addio”.

Nella seconda parte Fossati si lascia andare un po’ di più – anche se in qualche momento  la voce non appare in formissima; ma sono dettagli ampiamente compensati dalla tensione della serata. Arriva la presentazione della band, eseguita con autoironia, e con la finta stanchezza di dover ripetere le stesse battute ogni sera. Ma a quel punto è la band a fargli una sorpresa, eseguendo “The end” dei Beatles senza che ne lui fosse avvisato, e tirandolo dentro nella jam. Le parole della canzone sono le più appropriate della serata: “and in the end the love you take is equal to the love you make”.

L’ultima canzone nella scaletta, prima del bis è introdotta da parole significative: Fossati spiega che per lui la funzione delle canzoni è quella di dare un po’ di speranza, e spera che qualcuna delle sue canzoni anche tra qualche tempo abbia ancora questa funzione. E la canzone è ovviamente “I treni a vapore”.

Arrivano i bis, anche qualche canzone per l’occasione che qualcuno si poteva aspettare non c’è e non ci sarà: niente “La mia banda suona il rock”, ma neanche “Vola”, per dire. C’è invece quella che è forse la sua canzone più bella, “Una notte in Italia”, c’è “La costruzione di un amore”, subito seguita dalla più consapevole e serena “Il bacio sulla bocca”.

E poi c’è il finale del concerto e della carriera. Mai dire mai, uno spera che Fossati tra qualche tempo ci ripensi. Ma, stasera come nelle interviste rilasciate da quando la decisione è stata comunicata – Fossati è sembrato sereno, contento, quasi sollevato di poter finalmente girare pagina.

Sia quel che sia: grazie. Le canzoni che ci lascia, quel modo lucido, tagliente e appassionato di usare le parole come strumento per leggere  le relazioni e la realtà. Quello, come diceva una canzone, “They can’t take that away from me”.

Ti piace vincer facile

Marzo 13th, 2012 in Uncategorized by Gianni Sibilla

Usare una canzone degli Snow Patrol su Grey’s Anatomy – una roba banale, forse. Sicuramente un po’ consolatoria, visto quanto la band e la serie devono a quella famosa scena con “Chasing cars”.

Però le due puntate di Grey’s Anatomy andate in onda lunedì scorso e ieri su Sky hanno lavato via le numerose e recenti cadute di stile della serie. Han fatto dimenticare persino il  trash (in)volontario di quella puntata-musical dell’anno scorso, quella con le canzoni ricantate dai personaggi (e doppiate terribilmente in Italiano).

Lì stavo per mollare la serie, lo ammetto. Ma aver tenuto duro è stato ripagato dalla tensione e la bellezza di queste due puntate, culminate in un finale di puntata ancora più bello, con “New York” – dal trascurabilissimo “Fallen empires” degli Snow Patrol. Un esempio di come una buona canzone accoppiata ad una bella scena producano un qualcosa che va oltre il valore iniziale degli elementi stessi.

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Wrecking Ball

Marzo 6th, 2012 in CD, Nuova musica by Gianni Sibilla

Della (presunta) morte dell’album si è detto e scritto molto, troppo. Per non parlare delle strategie di sopravvivenza del CD. Però su una cosa sono più o meno tutti d’accordo: per invogliare a comprare un album fisico rispetto ai file digitali (ottenuti legalmente e non) bisogna aggiungere valore: packaging, bonus, quant’altro. Le inevitabili deluxe-super-ultramegaedition.

Così, da buon fan, questa mattina mi son recato in FNAC a comprare l’edizione speciale di “Wrecking ball”. Il disco è in rete da tempo, ma insomma, volevo l’oggetto.

Già a vederla negli scaffali sono rimasto male: un quadratone di carta, un CD fuori misura che ti fa pensare alla fatica di farlo entrare negli scaffali che avevi fatto fare su misura al falegname. Aperto, la delusione non scema: un libretto, con qualche pagina e foto in più rispetto all’edizione standard. Certo, vuoi mettere leggerei i testi su carta… Ma sarebbe questa l’edizione speciale? Identica a quella ugualmente brutta di “Working on a dream”, che almeno aveva un DVD in più (qua ci sono “solo” due canzoni).

Arrivato in ufficio, per non farmi mancare niente, ho comprato pure la “special edition” digitale su iTunes. Che è un iTunes LP, il tentativo (mezzo fallito) di Apple di recuperare su computer la fisicità dell’LP, con un’interfaccia interattiva. Ecco, poi capisci perché se ne vendono di più: costa 7 euro di meno, non hai l’oggetto fisico. Ma c’è tutto quello che c’è nel CD, e qualcosa di più: una fotogallery, una bella pagina tributo a Clarence con tutto il discorso pronunciato in occasione del suono funerale (sul libretto ce n’è solo una parte). E pure qua ci sono le due canzoni bonus.

Insomma: la strategia di lancio di “Wrecking ball” è stata bella articolata, con anteprime, streaming, video, interviste, memorabili passaggi in TV.

E, certo, il disco da solo vale la pena: il mio commento scientifico è “Bruuuuuuuuceee!”. (Quello reale: un bel disco, grandi testi, bel sound, più originale degli ultimi due album).

Ma insomma, fare un bel disco, con una bella strategia oggi può non essere abbastanza per venderlo nel formato fisico… Ed è un peccato che il boss sia inciampato proprio lì.

Impressioni di Febbraio

Ffebbraio 19th, 2012 in Uncategorized by Gianni Sibilla

Sanremo è quella cosa che finche c’è, sembra la più importante del mondo. O, almeno, sembra che te lo ricorderai. Le canzoni sembrano belle (o almeno memorabili). Le polemiche sembrano importanti, i personaggi sembran persone vere destinate a durare.

Invece, finito Sanremo, ti dimentichi di tutto. Non solo canzoni non le ascolti mai più, la maggior parte le rimuovi proprio, come se non fossero mai esistite. Il 99% dei personaggi che girano attorno al Festival tornano nelle loro celle di ibernazione, pronti ad essere congelati per altre 51 settimane, e scongelati in tempo per la prossima edizione.

Non capita spesso di assistere ad un Festival che produca una cosa memorabile, anche una sola, di quelle che ricorderai finché campi. Come quella volta che Springsteen o Madonna feceri ospitate indimenticabili, quella volta che Vasco rubò il microfono, quella volta che  Bono & The Edge cantarono voce e chitarrra.

Beh, questa volta, una cosa del genere abbiamo avuto la fortuna di vederla: il duetto tra Patti Smith e i Marlene Kuntz. Hanno vinto loro, che sono riusciti non solo a portarla in Italia (dove è ogni due per tre, da qualche anno a questa parte), ma a farle fare un doppio duetto davvero emozionante. Riguardatelo, finché potete (la RAI fa sparire in fretta da YouTube i video della trasmissione)

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Altri pensieri sparsi:

1)La serata dei duetti internazionali è stata una bella occasione, persa. Due grandi ospiti (memorabile anche Brian May, ovviamente), e tanti ospiti medi, per non dire mediocri. Immaginatevi una serata tutta con gente del livello di Patti Smith e Brian May…

2)Livello delle canzoni bassino. Si, è vero, lo diciamo tutti gli anni… Ma le canzoni-canzoni sono poche: Arisa (bravissima, davvero cresciuta), Noemi, Samuele Bersani, Marlene, Renga…

3)Livello dei giovani. Bah. Ci ricorderemo di “Carlo, Carlo” (gran bel tormentone), forse. Guazzone ha avuto una delle migliori idee del festival: suonare in giro per la città, ovunque, le canzoni degli altri giovani: ha la stoffa. Casillo: tutti a dire che ha vinto grazie ai fan su Facebook. Ma non dimentichiamo che quei fan li ha presi grazie alla cara vecchia TV (“Io canto”).

4)Sul versante televisivo:è stata abbandonata ogni velleità di far qualcosa che assomigli non dico ad un programma ma almeno ad una scaletta. Si è dato carta bianca ad uno che gioca a spararla grossa. Ma a parte tutto questo, vogliamo parlare della regia sulle esibizioni musicali? Sembrava che il regista non avesse mai ascoltato le canzoni, tanto si perdevano spesso passaggi fondamentali, le telecamere si impallavano o andavano su dettagli inutili.

5)La rete. Se non ci fosse Twitter, il Festival sarebbe molto, molto meno divertente.

6)Infine: il momento più divertente di tutta la manifestazione. Comici? Nah. Soliti idioti? Ma figuratevi.. Chi è Siani?

No, lo strepitoso passaggio di venerdì di Gigi D’Alessio e Loredana Berté remixati in versione Unz-Unz da DJ Farggeta. Un momento di grande TV… E chissene se era in playback…

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MusicForTheMorningAfter

Ffebbraio 15th, 2012 in Sanremo by Gianni Sibilla

Io al Festival di Sanremo ci vado volentieri. Tra commenti di chi un po’ mi invidia (“Vai a Sanremo? Davvero?”) e tra chi mi piglia per pazzo (“Ma che ci vai a fare”?).  Quando mi capita, provo a spiegare perché andarci è divertente, interessante, formativo, utile e tutte quelle cose lì.

Quest’anno, poi, c’è in gara una band che seguo dagli esordi, che stimo enormemente, a cui sono molto legato affettivamente e musicalmente, e che sto seguendo per la testata per cui lavoro.

Provo anche a difenderlo, Sanremo, da chi dice che ormai la musica  conta poco. E’ televisione, dico, ed è giusto che sia così: le canzoni reggono uno spettacolone.

Però io, a memoria, non mi ricordo uno spettacolo così brutto come quello della prima serata di ieri sera. Non noioso, non scandaloso.

Proprio brutto.

Privo di ritmo, di scaletta, di narrazione, delle parole giuste dette al momento giusto, per presentare chi sta entrando. Insomma, di tutte quelle cose che dovrebbero fare un programma TV.

E’ normale, in TV, costruire un programma su qualcosa che fa discutere e parlare, su qualcosa che  punta a generare audience stratosferiche. Però, dai, il fine non giustifica i mezzi. Soprattutto se per arrivare a quel fine si usano mezzi che spianano tutto il resto (le canzoni, gli artisti, gli altri sketch) come un bulldozer. E soprattutto se quei mezzi sono brutti, ma brutti davvero.

Ps: Provo anche a spiegare come funziona la sala stampa dell’Ariston. Ma c’è un bel disegno che Makkox ha fatto per Il Post, che lo spiega meglio di qualunque altra cosa.

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