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Archivio per la ‘Cinema’ Categoria

Sound City (L’uomo più r’n'r dell’universo)

Domenica, Ffebbraio 3rd, 2013

C’era un posto, nella “valley” di Los Angeles. Era uno studio di registrazione. Non è neanche dei più famosi. Esiste dalla fine degli anni ’60: è lì che si sono formati i Fleetwood Mac – la seconda versione, quando Mick Fleetwood incontrò Lindsey Buckingham, lo convinse ad entrare nella band e il chitarrista si portò dietro la sua fidanzata.

Quello studio è, da fuori, un brutto capannone in una zona semi-industriale il cui parcheggio spesso si allaga. Dentro fa schifo, è un casino. Ma in quello studio c’è una console fantastica, una Neve. C’è una stanza che ha un suono perfetto per la batteria. Le chitarre le fai suonare bene ovunque, dice Rick Rubin, ma la batteria…

E c’è la magia. In quello studio hanno inciso da Tom Petty, a Johnny Cash (il primo disco degli “American Recordings” con Rick Rubin), ai Rage Against The Machine, ai Nirvana.

Già, i Nirvana: è lì che venne inciso “Nevermind”. E’ da lì, da quel viaggio in furgone nel ‘91 verso L.A., che nasce il rapporto di Dave Grohl con quello studio. Un rapporto che si è trasformato in un documentario – “Sound City”.

Del film si è parlato soprattutto per  i Sound City Players: il gruppo estemporaneo di musicisti messo in piedi da Grohl – che ha debuttato al “Sandy relief concert” lo scorso dicembre. Venne spacciata per una reunion dei Nirvana (Grohl con Novoselic e Pat Smear + Paul McCartney alla voce). Ma era invece un’anticipazione della colonna sonora/album legati a questo film. L’album uscirà a marzo. Grohl sta suonando spesso con i suoi amici musicisti in questo periodo – forse anche al SXSW, dove è “Keynote speaker”. Ma intanto ecco il film: si può comprare o nolleggiare su iTunes (in inglese ma con i sottitoli italiani, a questo indirizzo)

Ci sono due cose da dire su questo film. La prima è emotiva: “Sound city” è una bella storia. Una di quelle “micro storie”, di persone o luoghi apparentemente minori del mondo rock, che però sono rappresentative, paradigmatiche. Un po’ come la biografia di un discografico o la storia di una scena musicale, la storia di Sound City è la storia del rock in piccolo.  Dal boom degli anni ’60, quando bastava un singolo azzeccato per diventare ricchi, allo stardom, al passaggio al digitale, ad oggi.

La seconda è più razionale e riguarda il film.  Grohl ha messo in piedi un cast di primissimo piano: dai Fleetwood Mac a Trent Reznor, nel film ci sono tutti quelli che sono passati da questo studio. Il film è costruito bene, la storia raccontata come si deve, ricca di aneddotti memorabili e materiali di archivio rari o inediti. Forse il tono è un po’ nostalgico, anzi retromaniaco. Del genere “si stava meglio quando si stava peggio” – tipo quando si racconta il passaggio alla registrazione digitale, a come dopo venne rifiutata dallo studio per diverso tempo – e di come il software Pro Tools ha costretto alla chiusura molti studi di registrazione, tra cui lo stesso Sound City. Infine, il montaggio, spesso troppo frenetico (la regia ggiovane!), spezza un po’ la storia: diciamolo Grohl ha tanti pregi, ma non è proprio un regista di esperienza.

Ma a parte questo, “Sound City” è da vedere, poche storie.

Il finale, l’ultima mezz’ora che racconta quello Grohl ha fatto con quella console, dopo la chiusura dei Sound City, nel 2011.

Il finale che giustifica la colonna sonora in uscita a marzo.

L’ennesima dimostrazione che Dave Grohl è l’uomo più r ‘n’r dell’universo.

(Ma, Dio mio, tutto questo spazio a Rick Springfield?)

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Teoria e tecniche del rockumentary

Martedì, Ottobre 25th, 2011

Nel weekend ho visto due film che bisognerebbe far studiare o usare come libri di testo per capire quel genere particolare che è il “Rockumentary”. Genere affermato, persino troppo, che negli ultimi tempi ha avuto un boom di produzioni e visibilità. Ma  oggetto difficilissimo da maneggiare, anche per i registi più affermati, con il rischio concreto e incombente che da documentario si trasformi in un’agiografia noiosa.

Il primo è “Living in the material world”, ovvero George Harrison raccontato da Martin Scorsese. La cui visione  ha risvegliato dall’inconscio la mia anima cattedratica, che ogni tanto prende il sopravvento e rischia di farmi partire in analisi pallose quanto i film/dischi che vorrei spiegare. E non è un bene che un film faccia quest’effetto.

Ora: Scorsese è un regista incredibile (è uno dei miei registi preferiti, per la cronaca). Ha fatto grandi cose con la musica, che frequenta da tempi immemorabili. Sua è la regia di “The last waltz”, forse il più bel rock-film di sempre. Recentemente, anche il film-concerto dedicato agli Stones era un gioiello. Ma “Living in the material world” è una delusione su tutta la linea. Detto in termini accademici: una palla gigantesca, fatto con la mano sinistra e senza cuore. Una messa in fila diligente di materiali d’archivio, nulla più, con errori clamorosi (come non mettere neanche i sottopancia a certi personaggi intervistati). E nonostante sia stato realizzato dalla HBO, che in materia di produzioni TV attualmente non ha praticamente rivali.

Lo ammetto, non sono riuscito a vederlo tutto, e me ne vergognavo anche un po’. Mi sono fatto molti scrupoli a scrivere queste righe, finché non ho letto la recensione che avevo commissionato a Franco Zanetti - che invece se l’è visto da capo a coda. Leggetela, e capirete perché il film è una delusione.

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Poi, con un po’ di ritardo, ho finalmente visto “PJ Twenty”, il documentario diretto da Cameron Crowe sui Pearl Jam. Uno che conosce bene la band e la loro storia, avendola vissuta in prima persona; uno che, a differenza di Scorsese, su questo lavoro  ci ha messo la faccia – anche un po’ troppo, visto che racconta tutto in prima persona come voce narrante.

Ma soprattutto Crow ci ha messo il cuore e la tecnica: il racconto è perfetto, avvincente, completo, con soluzioni di regia che ti tengono incollato allo schermo. La storia è completa: c’è tutto quello che ci deve essere ed è affascinante a tutti i livelli, sia che la conosciate già, sia che dobbiate ancora scoprirla. Perché Crowe è riuscito ad andare oltre l’agiografia e a spiergare perché la parabola di questa band vale molto di più della storia per i fan. E’ uno spaccato di costume americano.

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Ecco: se volete capire cos’è il rockumentary, guardatevi in fila questi due film. Poi correte a rivedervi “This is Spinal Tap”. E se non l’avete mai visto, vergognatevi un po’ e rimediate in fretta. Non ripresentatevi al prossimo appello d’esame prima di averlo visto, eh.

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The Crazy Heart of Tron Lebowsky

Lunedì, Ggennaio 17th, 2011

Nel giro di pochi giorni ho visto tre film: una cagata pazzesca, un capolavoro e un bel film, anche se fatto di luoghi comuni.  Tutti con Jeff Bridges. Che non è riuscito a salvare “Tron Legacy” (a cui va esteso il giudizio che Fantozzi diede alla “Corazzata Potemkin”, nonostante tutta la stampa che ha avuto e  nonostante la colonna sonora dei Daft Punk).

Poi, il ho rivisto “Il grande Lebowsky” e “Crazy heart”, che mi ero perso all’uscita. Nessuno come Bridges  riesce a recitare la parte dello sfattone americano. La sua interpretazione di The Dude (“Drugo” in italiano: misteri della traduzione cinematografica) si meritava già al tempo quell’oscar che si è preso un anno fa per la parte di Bad Blake, in un film molto più consolatorio del libro di Thomas Cobb da cui è tratto. Però è incredibile come Bridges riesca a rendere memorabile un personaggio che alla fine è fatto solo di stereotipi – il cantante country con cappello e stivali, un ubriacone a fine carriera in pieno blocco dello scrittore, salvato dall’amore di una donna.

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E canta pure bene, nel film. Poi certo, sono tutti bravi se la musica te la produce uno come T Bone Burnett…Immagine anteprima YouTube

Bruuuuce! La presentazione romana di “The promise”

Martedì, Novembre 2nd, 2010

(Da Rockol)

L’immagine della serata arriva quando tutto deve ancora cominciare: un manipolo di fan, assiepati lungo le transenne del “Red Carpet” che conduce alla Sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma. Sono lì da diverse ore, incuranti della pioggia battente, solo perché Bruce Springsteen percorrerà il tappeto rosso per andare alla prima di “The Promise: The Making of Darkness on the Edge of Town”, il film diretto da Thom Zimny sul suo storico album del 1978, ripubblicato il 16 novembre in un lussuoso box zeppo di inediti di cui abbiamo parlato in abbondanza. < Poco prima delle 9 Bruce arriva. Anticipato dal manager Jon Landau, che si ferma a chiacchierare con qualche telecamera. Bruce, giacca di pelle, stivaloni e occhiali da sole nonostante sia già buio si barcamena tra i fotografi che lo reclamano a gran voce, i fan ai quali si avvicina per qualche stretta di mano. Dopo 3 minuti è già finita la prima parte dello show: Bruce entra, e finalmente la sala viene aperta anche a chi ha il biglietto per vedere il film.Immagine anteprima YouTube Dentro, è quasi il caos: la sala era occupata da un’altra proiezione fino a poco prima – il tutto si svolge all’interno della Festa del Cinema – il pubblico che cerca di entrare si scontra con quello che esce. Appena entrati in sala c’è giusto il tempo di prendere posto, di sentire una breve introduzione e il film inizia. E che film. “The promise” racconta la parabola di Springsteen tra il ’75 e il ’78, dallo smaltimento della sbornia del successo di “Born to run” alle beghe legali con l’ex manager Mike Appel (intervistato per il film, dopo una recente riappacificazione) che gli impedirono di registrare musica, fino al caos creativo che diede vita ad un disco più adulto e scarno.

In sala, sembra di  essere ad un concerto: il pubblico applaude le scene, le canzoni e le facci,  soprattutto quelle del compianto Danny Federici e dell’amatissimo Clarence Clemons. Il film scorre via con un ottimo lavoro di costruzione narrativa del regista, che si divide tra interviste recenti e immagini d’epoca recuperate e restaurate. Il finale è da brivido, con un montaggio tra i volti di 32 anni fa e quelli attuali, e con una intensa versione di “Darkness on the edge of town” suonata in un teatro vuoto l’anno scorso (fu suonato tutto il disco, ed è uno dei DVD bonus del box). Finito il film le luci rimangono spente, mentre gli inservienti portano ben sei sedie: sul palco salgono alcuni giornalisti,  Landau, Zimny e, buon ultimo, il boss.

Qualcuno, in giornata, ne lamentava il divismo, vistro che non erano previsti incontri con la stampa. Ma i divi sono quelli che la stampa la incontrano, la fanno aspettare per ore, e poi danno risposte elusive a domande precise, senza guardare in faccia chi le fa.  Springsteen non è venuto per la stampa; è una serata cinematografica, cui Springsteen si presta di buon grado: è loquace, risponde in maniera precisa a domande spesso un po’ lunghe (quelle del critico cinematografico di turno). Stravaccato su una poltrona rossa, scherza: “Se ci fossimo accorti all’epoca di come stavamo bene così magri lo avremmo sfruttato di più, mi dice sempre Steve”, riferendosi ovviamente a Little Steven, uno dei veri protagonisti del film.  Poi passa a parlare del film. “Come si capisce dalle immagini, ho un carattere ossessivo compulsivo. Volevo fare qualcosa di essenziale con quel disco, e ci voleva pazienza, bisognava saper aspettare; era importante saper catturare il momento giusto quando si presentava, e questo non era sempre facile. Stavo cercando di capire chi sono, ma non so ancora adesso chi sono… La musica per me è uno strumento d’indagine, a cui sono legato in maniera molto profonda. Ero molto confuso, e questo era il mio modo di capire. Siamo tutti addetti alle riparazioni, in qualche modo”. Prende in giro il suo manager, che risponde in maniera eccessivamente lunga ad una domanda – anche se la traduttrice se la cava benissimo senza perdere una parola. E scherza sull’inclusione nel box di una replica del suo quaderno di appunti – altro protagonista del film: “Nessuno mi ha detto che l’avrebbero usato, se no  l’avrei impedito. Scrivo malissimo…”. Poco più di mezz’ora di chiacchiere, ed è tutto finito. Due strette di mano ai fan e una battuta per finire: “La chitarra? La prossima volta, sarà di sicuro più facile cantare….”

Domani, invece, Jon Landau incontrerà i giornalisti – per presentare in anteprima i contenuti del box, che uscirà il 16 novembre.

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Kathryn Bigelow, regista di videoclip (bruttissimi)

Lunedì, Marzo 8th, 2010

Sono contento che Kathryn Bigelow abbia vinto l’Oscar. Non ho visto il film premiato, ma “Point break” e “Strange days” sono due dei miei film preferiti di sempre; solo quelli da soli valgono molto di più di una statuetta.

Anche i più grandi registi hanno qualche scheletro nell’armadio: non sapevo per esempio che la Bigelow avesse diretto anche dei videoclip. Amo questa band alla follia, ma questo video l’ho sempre reputato uno dei più brutti mai prodotti. Guardare per credere. La qualità non è granché, ma forse è meglio così.

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Questa scoperta – grazie a TwentyFourBit – mi conferma un’altra mia teoria: salvo rare eccezioni, i registi di cinema non sanno proprio girare videoclip. Ma questa è un’altra storia, e ne parlerò un’altra volta

This is it, really?

Sabato, Ottobre 31st, 2009

Ieri sera sono andato a vedere “This is it”, il film di Michael Jackson: la sala era deserta (davvero sta facendo incassi record?), ma non è questo ciò che mi ha colpito di più.

Mi ha ricordato la mia tesi di dottorato, soprattutto: che era sul rapporto tra racconto e retorica. In soldoni: ogni storia cerca di intrattenerci, ma in realtà – più o meno esplicitamente – ci vuole convincere di qualcosa. Vuole rendere credibile un mondo, venderci un’idea o una visione.

Molto si è detto del film – rimando al resconto di un mio collega di Rockol. Ma la cosa che mi ha colpito è la sottigliezza retorica – fatta di montaggio, scelta dei materiali da una quantità di “girato” enorme – con cui si cerca di ridare dignità a Jacko, di dimostrare allo spettatore che, pur magrissimo, era lucido e in ottima salute. Sembra quasi che tutto il film sia un’unica, lunga accusa verso i suoi presunti assasini, il medico e i media che non facevano altro che sbeffeggiarlo.

“This is it” è un racconto che nasconde la sua retorica dietro l’ “effetto di realtà” che danno le immagini documentaristiche, che sembrano quasi rubate.

Nessuno di noi saprà mai quale è il vero Michael Jackson, perché il “vero” Michael Jackson  non esiste. Di certo anche “This is it” è uno dei tanti tasselli – non necessariamente il più “vero” – di una storia tra le più complesse del mondo dello spettacolo.

Ora siamo tutti qui a lodare Jackson – giustamente – per il suo impatto sulla cultura popolare degli ultimi 30 anni, e a lodare quello che stava per fare. Ma nessuno mi leva dalla testa il pensiero che se “This is it” fosse andato in scena, l’avrebbero massacrato comunque. Forse riusciremo ad essere lucidi su Michael Jackson solo tra qualche tempo, quando l’onda emotiva della sua morte sarà esaurita.

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Stop Making Sense!

Mercoledì, Ottobre 14th, 2009

Un bell’articolo di Wired dice che “Stop making sense” dei Talking Heads, girato da Jonathan Demme è il miglior “Concert film” di tutti i tempi. L’occasione dell’articolo è la ripubblicazione in Blu-Ray.

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Musica e diavolerie digitali varie: il blog di Gianni Sibilla