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Archivio per la ‘Concerti’ Categoria

Il banchetto della musica

Lunedì, Novembre 14th, 2011

Ci sono concerti a cui vai quasi per caso – e ringrazierai quel caso per il tempo a venire.
Quasi per caso ho scoperto che questa domenica c’era Cyro Baptista a Milano all’Aperitivo In Concerto a Milano. Baptista è brasiliano, ma trapiantato a New York, e fa parte della variopinta banda che gravita attorno a John Zorn. L’Aperitivo in Concerto è una rassegna storica milanese, si svolge la domenica mattina ed ha un cartellone di jazz molto tradizionale – ma ha l’indubbio merito da anni a questa parte di portare con regolarità il giro dell’avanguardia newyorchese: lo stesso Zorn, Marc Ribot, Don Byron… Concerti sempre affollati, con un pubblico strano, un mix di signore della vecchia borghesia milanese che scappano al primo acuto del sax di Zorn e di integralisti del jazz: l’anno scorso, ad una maratona dedicata alla musica di Zorn, ho sentito pronunciare questa frase, che ancora mi fa venire i brividi: “Marc Ribot ormai è diventato troppo pop”.

Baptista è una bestia strana in questo giro, perché unisce la leggerezza delle sue origini sudamericane con la profondità di pensiero e la sperimentazione dell’avanguardia musicale newyorchese. Si è presentato con i Banquet Of Spirits (formazione con cui aveva suonato anche l’anno scorso alla Maratona Zorn, sempre al Manzoni) e il programma prevedeva che suonasse una parte del Book Of Angels, opus magnum di oltre 300 composizioni di Zorn dedicate alle radici dell’ebraismo, che il sassofonista ha affidato all’interpretazione dei suo amici.

Suona pesante? Zorn è un genio, ma la sua musica a volte, lo è, eccome.
Ma Baptista è un onnivoro musicale, fin dal nome della sua formazione e rigurgita tutto in maniera divertente, senza perdere niente in profondità, in pensiero. E’ un percussionista, uno che ha suonato con mezzo mondo. Ma è uno che ti entra in scena, accende una radio, prende un frammento di FM disturbato, lo mette in loop, lo fa diventare musica. Perché nelle sue mani, ogni cosa è musica: si mette a lato, circondato da ogni possibile aggeggio oltre e a quelli più tradizionali. E lo suona, con naturalezza, con divertimento, e con un gusto musicale che non ha pari.
Mentre i suoi colleghi (uno strepitoso Brian Marsella alle tastiere, e Shanira Blumenkranz e Tim Keiper alla sezione ritmica e strumenti vari) producevano l’ossatura delle composizioni, lui le dirigeva, le colorava, ballando con il corpo e con la testa. Nelle quasi due ore di musica c’è stata una fusione di stili, dal rock al jazz, dal klezmer ad ogni possibile forma di world, e ci sono state ironia, profondità, intelligenza e divertimento: caratteristiche difficili da trovare tutte assieme.
Non è difficile capire perché uno come Zorn – esigentissimo, scontroso, iper-intellettuale – si sia musicalmente innamorato di Cyro Baptista, che per certi versi è il suo opposto.
E non è difficile capire perché chiunque dovrebbe innamorarsi della sua musica, e perché dovrebbero farla studiare come esempio: la dimostrazione che la musica può essere intelligente senza essere pesante, leggera senza essere soltanto intrattenimento.
Uno dei concerti dell’anno.

http://www.vimeo.com/20583956

Per niente facile – Ivano Fossati live @ Teatro degli Arcimboldi, Milano, 8/11/2011

Giovedì, Novembre 10th, 2011

“Traditore!”. La voce arriva, netta, dalla galleria. Gli Arcimboldi di Milano non sono il Newport Folk Festival e Ivano Fossati non è Dylan, che all’accusa di essere un Giuda del folk, rispose “non ti credo”. Fossati, semplicemente, abozza un sorriso.

L’accusa a Fossati arriva non perché abbia iniziato il concerto con le chitarre elettriche e con un piglio rock. Ma perché dal Teatro milanese parte il suo ultimo tour, dopo il recente annuncio di ritiro dalle scene, dato in contemporanea alla pubblicazione del suo (ultimo) album “Decadancing”. Un annuncio che ha generato disperazione tra i fan e gli appassionati  – che sono consci di perdere una delle voci più lucide e poetiche della musica italiana – e feroci critiche da chi lo ha accusato di usare la cosa per scopi promozionali.

A questi ultimi, Fossati aveva un solo modo di rispondere: un concerto poco celebrativo, messo in scena come se fosse un tour “normale”, non un tour d’addio. E quel modo è arrivato, con uno spettacolo teso, intenso, elettrico. Con molti classici in scaletta e molte soprese, e poche, pochissime parole tra un brano e l’altro. “Parlaci!”, gridano dalla platea a metà concerto, forse la stessa persona di prima. Fossati, anche lì, sorride. E tira dritto.

E’ solo l’anteprima del tour: arriva dopo una data zero in toscana mentre il tour vero e proprio inizierà tra un paio di settimane. Fossati tornerà a Milano in altre due date: a dicembre e a febbraio (la data del 25 sempre agli Arcimboldi è l’ultima fissata del tour – per ora?). Ma c’è l’aria delle grandi occasioni. L’inizio è spiazzante, per chi pensa di essere venuto ad un funerale della musica del cantautore: “Viaggiatori d’occidente” e “Ventilazione”, seguiti da “La decadenza”, con un suono teso, compatto. Una sorpresa solo per chi non ha visto gli ultimi tour, in cui la dimensione elettrica è sempre stata presente.

C’è una scena che spiega questa atmosfera, e arriva nel secondo tempo, quando Fossati presenta la band, e racconta di essersi accorto che il suo palco è diviso in due. Alla destra la sezione ritmica (il figlio Claudio alla batteria, l’ottimo bassista Max Gelsi  – già visto nella band di Elisa) e il fido chitarrista Fabrizio Barale. Cosa suonereste, gli chiede? E loro attaccano “Whole lotta love”. Alla sua sinistra la violoncellista Martina Marchiori, il chitarrista Riccardo Galardini e Pietro Cantarelli (tastiere e direzione musicale). Fa la stessa domanda, e loro attaccano un brano di musica da camera. Poi chiede al pubblico: io dove devo stare, di qua o di là? Il pubblico tentenna, lo spinge a restare al centro. Ma a Fossati scappa un “io preferirei da questa parte”, quella elettrica.

La dimensione rock prende spesso il sopravvento, ma quella più tranquilla c’è, eccome, quando Fossati si siede al piano, magari accompagnato da una chitarra (per una bellissima versione di “Mio fratello che guardi il mondo) o in totale solitudine (per esempio per la sempre devastante “La costruzione di un amore” o per “Settembre”, canzone dell’ultimo disco che ne sembra il seguito ideale, per certi versi). Anche quando canta i grandi classici lo fa senza enfasi, come ne “La musica che gira intorno”, meno urlata del solito nel finale corale. La chiusura è per “Una notte in italia”, quella che con il tempo è diventata la sua canzone simbolo, ancora più di altre. Mancano molti brani famosi all’appello, magari salteranno fuori più avanti nel tour, magari no.

Sta di fatto che il “Decadancing tour”, a partire da questa anteprima, si dimostra come uno dei tour dell’anno e non per il portato emozionale dell’abbandono dalle scene del suo interprete. Semplicemente perché è un’occasione per ascoltare uno dei nostri più grandi interpreti musicali in una forma splendida, senza fronzoli, diretta, lucida, tagliente come una lama. Un concerto per niente consolatorio, come solo la grande musica sa essere.

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Church Music – Glen Hansard live @ St Pauls Within The Walls, Roma, 26/9/2011

Martedì, Settembre 27th, 2011

Che certi concerti saranno speciali lo capisci al primo istante in cui entri un posto, perché quel posto da solo fa già metà del lavoro. Il posto è St. Pauls Within The Walls, una chiesa anglicana di Roma del 1800, la prima non cattolica-romana costruita entro le mura della città, leggerò poi.

Non una chiesa qualsiasi. E’ una chiesa piccola, bellissima e aggraziata nelle sue decorazioni. Ma rimane comunque una chiesa: “This place is intimidating”, dice Glen Hansard a inizio concerto. E’ in tour da solo, dopo la serie di date in apertura a Eddie Vedder in America. E’ sulla strada con un furgone, la sua solita chitarra scassata, un’altra elettrica, un road manager che sa cantare e un cantante che di volta in volta gli apre le serate (in questa c’è l’amico irlandese Oliver Cole). Glen sta provando le nuove canzoni, quelle che finiranno sul primo disco solista dopo anni con i Frames e dopo il periodo con la Swell Season, che gli è valso un Oscar e quella meritatissima fama che inseguiva da anni.

La chiesa fa metà del concerto perché Glen è davvero intimorito: quando cita, come fa spesso, “Sexual healing” di Marvin Gaye lo fa quasi sottovoce per rispettare la sacralità del luogo, e quando la canzone richiede una parolaccia, fa il segno della croce. E’ un intrattenitore, lo fa con ironia, ma non sta scherzando più di tanto.

E soprattutto adegua la sua musica al posto. Canta voce e chitarra, con i suoi crescendo, ogni tanto esplode come in “Leave”, ogni tanto la sua intensità assume un tono più basso e contenuto, rimane più compressa creando ancora più tensione. I due esempi estremi sono i due video che vedete qua: “Leave”, con il crescendo.

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E una emozionante e tesa “What happens when the heart just stops”, una delle poche canzone suonate alla chitarra elettrica, una delle tante in cui invoca il pubblico a cantare, e ne viene fuori un coro che l’acustica della chiesa, piena di riverbero, fa sembrare un inno religioso.

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La maggior parte della serata, Glen la passa con la chitarra acustica: ed è uno dei rarissimi artisti che non annoia in quella veste. Reggere un concerto così è impresa ardua anche per gente come Springsteen o Vedder (non sto dicendo un’eresia: il tour di “The ghost of Tom Joad” aveva diversi momenti di stanca, l’ultimo tour di Vedder, documentato da “Water on the road”, correva lo stesso rischio).

Ad un certo punto, Glen si fionda sull’organo, ma non funziona. Allora si dirige sul piano a coda in una delle navate laterali (che, per inciso, si trova a 1 metro da dove è seduto il Vostro…) e attacca un nuovo brano, incurante dei flash di cerca di scattargli una foto. Ogni tanto suona l’elettrica, ricordando il suono e la carica del suo allievo Jeff Buckley al Sin-é ( a cui Jeff arrivò grazie a Glen: al tempo era il suo roadie, e Glen – erano i primi anni ‘90- girava per i locali irlandesi grazie alla popolarità derivata dalla sua apparizione in “The committments”). Ogni tanto avanza nelle navate e canta senza amplificazione, divertendosi a fare cover, come suo solito (“Astral weeks”, “You ain’t going nowhere”: Van Morrison e Dylan..,).

Perché Glen ha sempre l’animo del busker. Anche quando propone le canzoni nuove quasi timidamente (“Non diffodetele su internet, per favore, le sto ancora provando”), anche quando chiude il set con una spettacolare versione  di “Forever young”, con il suo supporter Oliver Cole e con il suo roadie, che ha l’aspetto dell’impiegato delle poste ma ha una voce profonda e bellissima che lascia tutti di stucco.

E ha l’animo del busker anche quando dopo il concerto esce per strada e sta per un’ora a chiacchierare con i fan rimasti ad aspettarlo: ha un sorriso e una parola per tutti. Racconta che l’acustica del posto lo ha un po’ messo in difficoltà, chiacchiera, spiega e soprattutto ascolta. Mi dice di ricordarsi di quella volta che ha suonato per me a Milano, con quella spettacolare versione di Drive All Night, un regalo che io non ho mai dimenticato. “Dovremmo rifarlo, mi dice”. Ma chissa se è vero che se lo ricorda, chissa se è solo gentile: se anche fosse così, non ha nulla di quella paraculaggine di certi artisti, né sul palco né fuori. E’ semplicemente uno a cui piace fare il suo lavoro, è grato di poterlo fare, lo fa bene, benissimo.

La presenza di artisti come Hansard mi ricorda che c’è vita musicale oltre lo scioglimento della tua band preferita.

Una cosa che ovviamente so bene, ma questi erano i giorni giusti perché qualcuno come Glen Hansard me lo ricordasse.

The silence of the lambs

Martedì, Agosto 30th, 2011

“Round here we talk like lions, but then we sacrifice like lambs”

Questa canzone è poetica ed intensa  quanto “Thunder Road”, per me.

E’ forse una delle canzoni più belle degli anni ‘90, e fa a gara con “Mr. Jones”, che era nello stesso, bellissimo disco, guarda caso.
I Counting Crows hanno appena pubblicato un CD/DVD, in cui rifanno live tutto  quel disco, “August & Everything After”, uno dei migliori esordi rock di sempre e uno dei miglior album di quel periodo.

Da quel DVD Hanno messo in rete il video di  “Round here”, quella canzone, quella che apriva il disco, in una versione straordinaria di 11 minuti.

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(Ps: quand’è che si decidono a tornare in Italia, e a fare un disco nuovo)?

Summertime, and going to a concert is not easy

Venerdì, Luglio 22nd, 2011

C’è una cosa che non ho mai capito dei concerti jazz: gli applausi dopo gli assoli. O, meglio, la capisco bene, ma mi infastidisce parecchio, perché nel jazz  si tende a esaltare il virtuosismo, io preferisco – ovunque, nella musica – l’intensità.

Al concerto dello Standards Trio di Keith Jarrett agli Arcimboldi il pubblico era così intimorito che il primo applauso ad un assolo è arrivato dopo 5-brani-5.

Erano diversi anni che Jarrett non passava da Milano con Gary Peacock e Jack DeJohnette, con cui si è pero spesso presentato in Italia ultimamente.  Entrando agli Arcimboldi l’aria era subito difficile. Si veniva accolti da minacce contro l’uso dei cellulari in sala, che venivano distribuite su foglietti al pubblico, in maniera ancora più dettagliata (la vedete nella foto qua di fianco). Avvertimenti ripetuti dalla voce di sala, due volte. La prima volta il pubblico ha applaudito (??). La seconda volta, nell’intervallo, è scattato un boato di disapprovazione quando la voce ha avvertito che “Non si possono scattare foto durante il concerto. Se verranno scattate foto, non verranno eseguiti i bis”. Addirittura.

Poi, i bis ci sono stati. Jarrett è entrato, vistosa camicia rossa e pantaloni neri, assieme ai due compari. I tre hanno fatto un inchino  (del genere: angolo  90° tra gambe e schiena, braccia distese fino ai piedi, come se fosse un esercizio di stretching), ha inforcato gli occhiali scuri. E’ calato improvvisamente un silenzio irreale – interrotto solo da qualche sparuto colpo di tosse (chi ha osato?).  Si è seduto al piano, suonando  tutta la sera spalle al pubblico, come al solito, con i suoi ormai famosi balletti e gridolini. Unica concessione, nel secondo tempo, ha accennato un brindisi al pubblico porgendo il bicchiere da cui beveva, sempre rimanendo di schiena.

Insomma, lui è davvero irritante. Ma il pubblico lo adora. E fa bene: perché ha offerto un concerto davvero ipnotico di riletture degli standard jazz, genere che frequenta da decenni, ma ogni volta è come se fosse la prima. Nessuno come lui e i suoi compari sa rileggere, stravolgere improvvisare sulle melodie del grande canzoniere americano. Ha suonato una versione di “Summertime” di Gershwin che me la ricorderò finché campo.  Chi è stato anche al concerto di Napoli dell’altro giorno, dice che quello di Milano è stato più melodico. Sicuramente, un solo brano è stato un po’ più avventuroso nella struttura, l’ultimo prima dei bis, negli altri c’era molto lirismo.

Però una delle cose più belle di questi concerti è sentire i commenti dei puristi. Per dire, una volta ad un concerto di John Zorn ho sentito dire che Marc Ribot ormai era troppo pop…. Ieri sera, c’era anche chi si lamentava sul quel brano finale di Jarrett: “Non so, secondo me prima del bis si è involuto: proprio quando poteva aprirsi è tornato indietro”, dicevano all’uscita  due che sembravano saperla lunga.

Sia quel che sia: gran concerto a prescindere. Dicevo che preferisco l’intensità nella musica: ecco, pochi ne hanno come Keith Jarrett. Altro che tutti i suoi presunti epigoni del piano-solo-jazz-classico-pop-etc-etc.

I Black Crowes, Mellencamp e il concerto breve

Domenica, Luglio 10th, 2011

Uno aspetta un artista o una band per anni, va a vederlo, vede un concerto bellissimo. Ma è iniziato tardi ed è durato un’ora e mezza scarsa. E’ successo l’altra sera con i Black Crowes e pare che le lamentele siano state un bel po’; il promoter del concerto, Claudio Trotta di Barley Arts, ha postato una nota su Facebook spiegando cosa era successo.

Il fatto che un artista suoni o abbia suonato in altre parti del mondo o anche in Italia e in altre occasioni set più o meno lunghi non significa in automatico che lo faccia  o lo voglia  o lo possa fare sempre.

Nel caso specifico dei Black Crowes a Dieci Giorni Suonati io avevo offerto alla band la possibilità di suonare anche 3 ORE,anche i due set acustico e elettrico come faranno in clubs a londra e amsterdam. E’ stata una loro scelta quella di suonare un ora e 30, credo determinata da alcuni fattori anche di itinerario europeo(avevano un aereo per Bilbao la mattina dopo alle 8 …)artistico(prima di questo “run” di date in europa era da sei mesi che non suonavano insieme)vocale(paura di “spezzare la voce alla prima del tour europeo).

Claudio, giustamente, conclude dicendo che quello che conta è l’intensità, e l’intensità c’è stata, eccome.

L’intensità c’è stata  anche ieri sera da John Mellencamp, prima data italiana in assoluto. Però anche lì si è ripetuta la storia: prima un documentario di un’ora (annunciato), poi un concerto di 93 minuti, dritto dritto e senza bis. In questo caso, la scaletta era identica a quella di altri concerti europei quindi uno se lo poteva aspettare, ma il pubblico era comunque un po’ innervosito. E anche qua il promoter non c’entra: scelte (discutibili) dell’artista, che peraltro è stato impeccabile musicalmente (qua c’è la recensione del mio collega Alfredo Marziano), regalando un gran concerto, con una grande band e un grande suono: ecco due video…

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Lou Reed, le rughe, il caffé freddo e il sassofono

Sabato, Luglio 9th, 2011

Lou Reed è invecchiato. E neanche troppo bene: ha 69 anni, la faccia solcata dalle rughe. Lo portano sul palco quasi di peso. E beve caffé freddo macchiato (latte freddo, non schiumato), come vedete dalla foto con intruso qua a fianco. Ma cosa volete che beva uno a quell’età, dopo la vita che ha fatto?

E sul palco se la cava ancora egregiamente. Ieri l’ho intervistato, poi sono andato a vederlo all’Arena Civica. L’ho visto un sacco di volte: da solo, con John Cale, nella reunion con i Velvet Underground, in trio con John Zorn e Mark Ribot… Gli ho visto fare concerti così così. Ma ieri sera ha portato a casa la serata con dignità.

Ho letto un po’ di commenti impietosi in giro, scritti da gente che leggo e stimo (qua e qua). Se la prendevano soprattutto con il sax: Lou Reed è in tour con una formazione estesa di 7 elementi, con il fido Rob Wasserman e un po’ di altri musicisti giovani. E sì, c’è anche il sax. Che Lou usò in “The bells”, criticatissimo disco di fine anni ‘70, da cui sono stati ripescati la title tracks e “All through the night”. Che, invece, secondo me sono stati due dei pezzi migliori della serata (la seconda la si può ascoltare qua sotto, nella versione “reharsal” postata sul suo sito). Insomma, dai, non è la prima volta che lo usa, il sax. Non mi sembra una roba così tragica.

Vero, la band funziona solo a sprazzi, ma in almeno un paio di casi (la bella versione di “Ecstasy” e “Small town”, da “Songs for Drella”) girava bene. E, contro ogni aspettativa, la scaletta è stata notevole, dopo che nel pomeriggio aveva raccontato che avrebbe scelto solo pezzi dimenticati.

Insomma, sì: Lou non è più quello di una volta. Ma a 69 anni non ha deciso di dimettersi da rockstar, e fa bene. Con una classe del genere se lo può permettere.

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Il concerto dell’anno

Venerdì, Luglio 8th, 2011

C’è una strana tendenza, quella di fare non solo le classifiche di fine anno, ma quelle di metà anno.

Io, comunque, ho già un’idea abbastanza precisa su quale sarà il concerto dell’anno: quello dei Black Crowes di ieri sera a Vigevano. Sicuramente, la versione di 20 minuti di “Wiser time” è valsa non solo le decine di punture di zanzare, ma molto molto di più. Non l’ho registrata, ma in compenso ho fatto un video di “Sting me”. Enjoy.

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Big Man

Lunedì, Giugno 20th, 2011

Molto è già stato scritto su di lui, tra ieri e oggi e anche io ho fatto la mia parte, con un po’ di video condivisi su Twitter e su Facebook.

Però volevo che un ricordo rimanesse anche qua. Il primo concerto della mia vita è stato San Siro, giugno 1985: un vero e proprio battesimo rock, anzi più una cresima visto che avevo 14 anni. L’officiante era Bruce Springsteen, ma il vero “priest” era lui, il Big Man.

Da qualche parte ho ancora la videocassetta VHS che girava al tempo, da cui è tratto questo video. Tutti dicono che il suo assolo più bello è “Jungleland”. Per me se la gioca con questo di “Bobby Jean”, che poi è una canzone, LA canzone, sull’amicizia.

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Più che triste sono contento di averlo incontrato musicalmente, di avere iniziato la mia “carriera” di ascoltatore musicale con la sua musica, che mi ha accompagnato per un quarto di secolo e mi accompagnerà ancora a lungo. Perché Clarence c’è ancora, poche balle.

A proposito di festival

Lunedì, Giugno 13th, 2011

In questi giorni si è parlato parecchio di festival, a seguito del flop del Jammin’ di Venezia. Repubblica ha scritto un pezzo intervistando diversi promoter che spiegavano perché il modello non funziona da noi (Vorrei conoscere il titolista: “Addio allo spirito di Woodstock”? Ma è mai esistito da noi?). Claudio Trotta di Barley Arts ha continuato la discussione su Facebook, Luca Castelli ha scritto un bel post sul suo blog.

Certe volte le immagini valgono più di mille parole. Così riposto questo video, che gira dall’anno scorso, e racconta una giornata al Coachella. L’avevo visto su Twitter e la didascalia era: “Qual è la differenza tra un festival in Italia e uno in America”. In questo video non si capisce chi stia suonando, ma si percepisce l’atmosfera. La differenza è tutta lì.

http://www.vimeo.com/15596222

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Musica e diavolerie digitali varie: il blog di Gianni Sibilla