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Archivio per la ‘Concerti’ Categoria

Milano, 15 giugno 1989 (il mio primo concerto dei R.E.M.)

Martedì, Maggio 14th, 2013

Questa settimana esce la ristampa di Green dei R.E.M. – ne ho parlato in maniera più o meno seria qua. La band ha fatto una sorta di concorso su Facebook chiedendo di postare ricordi del tour dell’89 – quello da cui è tratto il bonus CD della ristampa. ho avuto la fortuna di vederli a Milano, al Palatrussardi, nel 1989 – uno dei concerti più belli della mia vita – ed è stata l’occasione per rinvangare un po’ di ricordi, compresa la maglietta comprata al concerto, saltata fuori magicamente dall’armadio proprio in questi giorni….

il 1988 e 1989 sono gli anni in cui mi sono innamorato davvero dei R.E.M.

Ho iniziato ad ascoltarli nel 1986, ma “Green” e il Green World Tour li hanno resi la mia band preferita.

Ero al penultimo anno di liceo, al tempo, e vivevo a Cuneo. Quando vennero annunciate le date italiane, chiesi ad un amico che studiava a Milano -lo stesso che mi aveva fatto conoscere il gruppo -  di prendermi i biglietti.

Quando portò il biglietto un sabato mattina all’uscita da scuola, ero felice come un bambino la mattina di Natale – provai anche a far vedere il mio trofeo a qualche amico, che non capiva l’entusiasmo: i  R.E.M. non erano ancora molto famosi in Italia. Non ancora.

Comunque, il primo tour italiano venne programmato direttamente per i palazzetti – una buona partenza per l’amore reciproco tra i R.E.M. e l’Italia – che sarebbe diventata con gli anni uno dei posti preferiti del gruppo.

Presi il treno il giorno del concerto – poco dopo la fine della scuola. Incontrai il mio amico in Largo Gemelli, fuori dall’Università Cattolica – era la prima volta che vedevo quel posto – e fu un’altra prima volta importante. L’autunno dell’anno dopo avrei iniziato a frequentare quei chiostri come studente. 24 anni dopo li frequento ancora, come docente.

Il concerto, in realtà, non me lo ricordo in dettaglio. Mi ricordo le sensazioni. Mi ricordo di essere riuscito ad infilarmi in prima fila, alla sinistra del palco, sotto alla postazione di Mike Mills. Mi ricordo i Go-Betweens, che aprirono il concerto. E mi ricordo che all’uscita comprai tutto quello che potei al merchandising: una maglietta, una felpa, un cappellino, il programma.

Mi ricordo bene che suonarono praticamente tutte le canzoni che amavo, dalle prime alle più recenti, compresa “Turn you inside-out” ancora oggi la mia preferita da “Green” e una delle mie preferite in assoluto. Suonarono pure un po’ di cover: “Crazy” dei Pylon e “Ghost rider” dei Suicide, uscite solo su 12″. Stipe era spiritato e teatrale, Buck saltava tutto il tempo. Qualche tempo dopo, da quel tour sarebbe uscita una videocassetta che avrei consumato, “Tourfilm”.

Per tornare a casa dovetti farmi una notte in treno: 6 ore per poco più di 200 km, arrivando alle 6 di mattina a Cuneo – ma ne era valsa la pena: fu il primo dei miei 21 concerti dei R.E.M..

Amo praticamente tutto quello che hanno fatto (sono un fan, no?). Ma se dovessi scegliere il mio concerto preferito dovrei dire: Dublino, luglio 2007 all’Olympia Theatre. E Milano, 15 giugno, 1989 Palatrussardi.

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Guardare negli occhi le prime file

Lunedì, Luglio 30th, 2012

Se credete che sia soltanto rock ‘n’ roll, ricredetevi. Che vi piaccia o no, Springsteen passa per l’autentico, quello che sale sul palco e spacca tutto, quello che cambia 15-20 canzoni a serata, quello che tira su un cartello con una richiesta dal pubblico e suona.

Probabilmente non avete idea della quantità di pensiero, di progettazione e professionalità che c’è dietro un show come quelli del “Wrecking Ball Tour”. Che non sarà uno spettacolo iper-prodotto tipo quelli di Madonna, Rolling Stones & co, ma insomma. Tutta la produzione dello show è fatta per essere invisibile, per far dimenticare al pubblico le barriere che lo separano da Springsteen.

Qualche giorno fa, il New Yorker ha pubbblicato un lungo ritratto dedicato a Springsteen, in cui il giornalista lo ha seguito  durante le prove del tour, raccontando che la band passa ore non tanto a provare le canzoni, ma le sequenze, le possibili combinazioni nelle scalette, di modo da poter gestire l’umore del pubblico con consapevolezza. E senza trucchi: non ci sono basi pre-registratate, nel tour, se si eccettua la batteria di “We take care of our own” (“Troppo complicata da riprodurre live”).

Ma questo non significa che la produzione dello spettacolo sia meno importante. LiveDesign ha pubblicato una serie di articoli dedicati alla produzione dello spettacolo, intervistando Jeff Ravitz, storico stage designer di Springsteen e anche di questo tour.

Si scoprono cose interessante, leggendoli. Per esempio, che la produzione è iniziata quando non era ancora chiara la formazione della E Street Band che sarebbe salita sul palco, si sapeva solo che ci sarebbero state delle coriste. In queste circostante, Ravitz ha disegnato il palco (ne vedete uno schizzo qua di fianco) tenendo a mente alcune cose.

Il palco deve essere più aperto possibile, permettere una visione ampia da ogni punto di vista. Per questo, da tempo nei tour di Springsteen, le spie sono incassate nel pavimento e le luci e le casse stanno il più in alto possibile.

Un discorso a parte meritano i megaschermi, a T rovesciata per permettere inquadrature sia a panorama che a ritratto. Sono posizionati in maniera tale per cui chi è nelle prime 20 file non riesca a vederli – per esplicita richiesta di Bruce che vuole vedere il suo pubblico negli occhi, senza distrazioni. E poi c’è la regia, di Chris Hilson, che usa 11 telecamere, con il preciso scopo di mostrare al pubblico le relazioni tra i membri della band. L’avevo detto già in un’altra occasione: la regia video è una delle cose migliori di questo tour. Ne avete un esempio nel video ufficiale di “Drive all night” – probabilmente una delle cose più toccanti di questo tour: un piccolo trattato di come andrebbe sempre ripresa la musica dal vivo.

Insomma, Springsteen è un grande improvvisatore, un grande showman ma un ancora più grande professionista, e con lui tutte le persone che lavorano dietro le quinte per rendere un suo concerto un’esperienza da godere nel miglior modo possibile.

Poi, certo, ha le sue manie:  un giornale inglese ha “rivelato” che c’è una guardia del corpo solo per la sua chitarra (come dargli torto? Valore inestimabile, e se pensate che negli ultimi anni sono state rubate chitarre a Peter Buck e Tom Petty, riottenute solo con lauti riscatti). Nel “rider” di Springsteen ci sono 18 stanze, due stanze separate per lui (con 12 candele ed incenso) e la moglie Patti Scialfa. E poi la richiesta di posate vere, non di plastica, per magiare il tacchino per 90 persone ordinato prima del concerto ad Hyde Park.

(Non) E’ solo rock ‘n’ roll, ma con un certo stile.

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Tangled up in Barolo

Martedì, Luglio 17th, 2012

Bob Dylan sta a mio padre più o meno come i R.E.M. o Bruce Springsteen stanno a me. Lo segue da sempre. Quando ero piccolo me lo faceva ascoltare e io lo chiamavo Zio Bobo. (Poi capite perché sono venuto su in questo modo).

Trovarselo quasi sotto casa, in un posto come Barolo, era un’occasione troppo ghiotta non solo per i cuneesi, ma per i dylanologhi tutti. Così è andato al concerto  - mi ha detto che era già lì ad aspettarlo tre ore prima  - e stamattina mi ha mandato questa recensione, che pubblico con sommo piacere.


Come al solito è difficile giudicare un concerto di Dylan. A differenza di altri spettacoli Bob è disponibile, si offre al pubblico, più volte mostra che la musica viene dal cuore: non sembra triste come talora gli capita e cerca una sintonia con gli spettatori. Il contesto anche psicologico quindi sembra favorevole, la voce è buona … e la musica?
Il sound è quello degli ultimi dischi, da “Modern times” in avanti, con la ricerca delle proprie radici e in particolare della sua anima blues.  In questo Dylan è coerente e crede con il “cuore” e con tutto se stesso in questo modo di suonare; anche il suo look e quello della sua band è in armonia con l’immagine di una blues band bianca di annata.
Ma il problema è sempre la musica. È possibile rivedere le sue canzoni, anche quelle più note in questa nuova visione espressiva, senza snaturarle? In tanti dylanologhi della prima ora non abbiamo riconosciuto molte delle canzoni, anche quelle più note e l’individuazione avveniva di solito sui testi e raramente per la musica. Le nuove versioni musicali sono discontinue, con punte di eccellenza per “Ballad of thin man” e versioni dubbie per molti classici (“Hard rain’s a-gonna fall”, “Simple twist of fate”). Su “Like a rolling stone” Dylan e la band s’incasinano e non sembrano trovare il bandolo per concludere.
Molto più coerenti e compatte le canzoni recenti che sono in sintonia con il suono che Dylan sente come suo in questi ultimi anni.
Dylan, che ha sempre voluto sostenere la sua ambiguità e il rifiuto di qualsiasi etichetta, sembra un prigioniero della sua coerenza e del sentire come un impegno totale essere fedele al suo credo musicale attuale; forse “Tangled up in blue”, cantata con grande passione, è la canzone che descrive il Dylan visto a Barolo:
Alcuni sono maestri dell’illusione
Altri sono ministri del commercio
Tutti con grandi delusioni
Sfatti tutti i loro letti
Io ancora cammino in direzione del sole
(Alberto Sibilla)


Il professionista della felicità musicale

Venerdì, Giugno 8th, 2012
Le facce. Per raccontare un concerto come quello Springsteen a San Siro, bisogna partire non dalla musica, ma dall’effetto che fa sulla gente.  Cose che si sono viste nella serata allo stadio milanese: bambini cantare le canzoni come se seguissero Springsteen da più tempo dei loro anni,  uomini dimenticarsi di problemi fisici e ballare, che fossero su una carrozzina elettrica fatta danzare sul prato o che fossero su una gamba sola, mentre una stampella veniva usata come una air guitar. E poi sorrisi, pianti di felicità, danze sfrenate. L’immagine più bella del concerto, almeno per me, è il volto trasfigurato, la felicità pura, immacolata e totale sul volto della bambina appena scesa dal palco dopo aver ballato su “Dancing in the dark” con Springsteen, e speculare a quella del volto di suo padre.
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In nessun altro posto come ad un concerto di Springsteen vedi così tanta gente contenta, tutta assieme. E in nessun altro posto questo effetto è amplificato come lo stadio di San Siro: “This place is special for us, siete i migliori”, dice ad un certo punto Springsteen: non è la solita frase di circostanza, ma una verità che racconta il rapporto viscerale che c’è tra il Boss e il suo pubblico, in particolare quello italiano, in particolare quello di questo luogo.
I dati dicono che il quarto concerto di Springsteen a San Siro (“Ormai ha più presenze di Pato in questo stadio”, scherzava qualcuno nel pomeriggio in rete) è stato il secondo più lungo della sua carriera, dopo un concerto di capodanno del 1980 al Nassau Coliseum: un uomo di 62 anni che ha suonato 3 ore e 40, 33 canzoni filate senza interruzione.
La serata inizia con un po’ di ritardo, verso le 8 e 40. La prima parte dello spettacolo parte con la sequenza iniziale quasi standard del tour: alcuni brani da “Wrecking ball” mischiati con qualche vecchio classico. La  voce fatica un po’ a scaldarsi, ma Springsteen – da uomo di spettacolo consumato qual è – compensa facendosi aiutare dal pubblico,  alternando mosse teatrali consolidate (la giga su “Death to my hometown”) a improvvisazioni, calandosi tra il pubblico, concedendo spazi alla E Street Band, come il primo assolo di sax, su Badlands: Springsteen osserva Jake Clemons, tributandogli una vera e propria investitura, che lui ripagherà per tutto lo show come se fosse posseduto dallo spirito di suo zio.
Dopo un’ora ha suonato solo sei canzoni ma è da “Candy’s room” in poi che lo show si apre, decolla: Springsteen molla gli ormeggi, inizia a pescare nel repertorio brani noti e notissimi, inizia a dirigere la E Street Band come un’orchestra. Non ci sono grandissime “chicche” nella serata, se si eccettua la versione piano e voce di “The promise” (“Ho sempre molte richieste per questa canzone”, quasi si giustifica), ma una sequenza interminabile di canzoni che conoscono anche i sassi, almeno a San Siro: spiccano una bella versione full-band di “Johnny 99″, la sequenza mozzafiato “The promise”-”The River”-”The rising”. Le pur belle canzoni di “Wrecking ball” sembrano quasi abbassare la tensione, in cotanto contesto; ma poi c’è il finale in cui Springsteen sembra non voler scendere mai dal palco: non c’è interruzione per i bis, la messa in scena dell’uscita e rientro non serve; la band attacca “Rocky ground” (solitamente il primo encore) senza allontanarsi, e poi va avanti per altre 10 canzoni. Uno spettacolo nello spettacolo, un altro greatest hits, che dovrebbe terminare con “10th avenue freeze out” e invece va avanti ancora, anche dopo il silenzio dedicato a Clarence Clemons (“When the Big Man joined the band” e Springsteen ammutolisce lo stadio guardando una foto del sassofonista sul megaschermo). Ancora due canzoni, ancora “Twist and shout” come nel 2008: questa volta altro che quei 22 minuti di sforamento che costarono al promoter una denuncia penale da parte degli abitanti del quartiere…
Springsteen, alla fine, è un professionista della felicità musicale, e San Siro è il suo cantiere preferito, un luogo in cui costruisce questi effetti meglio che altrove; nel mettere in piedi uno spettacolo così non ci vuole solo un’enorme carica, ma un’esperienza e una sapienza altrettanto grandi: dirigere una band con un cenno del capo, capire come e quando allungare un brano, quale canzone chiamare reagendo alle emozioni del pubblico, alternare scenette teatrali provate, discorsi riprovati con improvvisazioni e interazioni con il pubblico – troppi episodi da citare, troppi sceglierne per  uno, ma tutti documentati in maniera magistrale dalle telecamere sui tre megaschermi che incorniciano il palco.
In sostanza: un altro show memorabile a San Siro, un altro di quei concerti che fanno la storia, anche solo quella storia piccola che è il rock, che però è enorme per tanta gente e certamente lo è per chi era a San Siro questa sera. Ancora una volta, vale la famosa frase: il mondo degli appassionati di musica si divide tra chi ama Springsteen e chi non lo ha mai visto dal vivo.
SETLIST
“We take care of our own”
“Wrecking ball”
“Badlands”
“Death to my hometown”
“My city of ruins”
“Spirit in the night”
“The E Street shuffle”
“Jack of all trades”
“Candy’s room”
“Darkness on the edge of town”
“Johnny 99″
“Out on the street”
“No surrender”
“Working on the highway”
“Shackled and drawn”
“Waiting on a sunny day”
“Promised land”
“The promise”
“The river”
“The rising”
“Radio nowhere”
“We are alive”
“Land of hope and dreams”
“Rocky ground”
“Born in the U.S.A.”
“Born to run”
“Cadillac ranch”
“Hungry heart”
“Bobby Jean”
“Dancing in the dark”
“10th avenue freeze out”
“Glory days”
“Twist and shout”

What do you expect from the musicians you work with? Foot Washing!

Lunedì, Maggio 21st, 2012

Scartabellando in rete ho trovato questa bella intervista a Prince fatta nei giorni scorsi via mail da un quotidiano australiano, il Melbourne Sunday Herald e riportata da questo sito (io l’ho scovata grazie a Gianni Santor0). Prince  spiega come gestisce i suoi concerti, le sue scalette, la sua band, con piglio da dittatore, con metodo scientifico – e con grandissima precisione.

Una lettura divertente (non solo perché anche nelle mail usa i vari “4″ al posto di “for” e “2″ al posto di “to” o perché piglia per i fondelli Robin Thicke – come dargli torto?) – ma anche utile per capire come funziona il concerto di un grande artista: dietro il carisma c’è sempre un grande lavoro.

How do you compose a set list for a show?
Prince: Good question, the set list selection is initially chosen by the length of time that has passed since we’ve last played a particular market. Then many other factors take hold: the size and average age of an audience; bigger, younger crowds like the party songs played immediately, so we generally comply. Hosting parties offstage in a private setting 4 larger crowds has trained us well in dancefloor management, if u will.
How many songs do you have on call (rehearsed and ready if you want to slot them into the show)?
Prince: Roughly 200-300 songs with variations 4 each of them. 4 example: based upon crowd response any song can b lengthened or shortened with a simple cue: Raspberry Beret’s second verse and bridge can b added if the audience sings louder than r lead singer. Also depending upon the diversity of the crowd we can quickly seque in 2 Cool, The Time’s theme song. An urban audience knows all the words to that song whereas folks from Helsinki… well, u get the picture.
How do you view your catalogue of B-sides, which to some fans are as important as your hits?
Prince: The concerts r tending 2 skew younger these days so once folks know they r on familiar ground, we can play some rarities. U don’t put kids in the deep water until u make sure they can swim.
How do you approach those classic super-high notes these days?
Prince: By hitting higher ones.
What are the three most important things on your tour rider, and why?
Prince: Riders r the least important thing on tour.
As a band leader, what do you expect from the musicians you work with?
Prince: 1. Foot washing 2. Locks of hair 3. Per diem.
You have said in interviews that you impose a basketball team type discipline on your band. What does that mean?
Prince: That they play 2 win. Otherwise they’ll b back-up dancing 4 Robin Thicke.
Live, what does the NPG give to your pre-NPG catalogue, especially the Revolution material?
Prince: Every band is different. Most Revolution concerts stuck 2 setlists. In contrast, all past and present lineups of the NPG r based upon a collective conscience. In other words, they play like eye would if in their position.
Britney Spears has done two world tours lip-syncing her show. Your thoughts?
Prince: Different strokes 4 different folks.
What do you think of 360 deals?
Prince: They r great… 4 me 2 poop on. :/
What do you think about the album in this iTunes culture (and the ability to buy single songs)?
Prince: It’s cool cuz we usually buy books by the chapter. When we rented Avatar, we watched 5 scenes every weekend til it was finished.
How has iTunes ruined or saved music
?
Prince: Personally not a fan of digital music. Happy 2 say we grew up with the record player. Altho this current generation experiences the world differently – neither better nor worse, just different. It’s not up 2 the past 2 dictate. That said, the decision 2 turn analog music in2 numerical data was not made by a musician. It was made by a music consumer. We all got dragged unwittingly 2 this well and r now paying the cost. When hipping a young artist 2 Joni Mitchell’s canon of work, we don’t direct them 2 iTunes. We sit them down and play the music chronologically. Finally, we would like 2 say how excited we all r 2 come back 2 Australia 2 show everybody what they’ve been missing all this time. Get ready 2 dance!

They can’t take that away from me

Martedì, Marzo 20th, 2012

La carriera di Ivano Fossati finisce qualche minuto dopo la mezzanotte di quello che è ormai il 20 marzo: sul palco del Teatro Strehler di Milani è circondato dai suoi musicisti – quelli attuali e qualcuno di quelli passati, salito per l’occasione. Tutti lo abbracciano, mentre lui sorride. Sul palco svolazza ancora qualche coriandolo luccicante: sembrano tante piccole piume di Forrest Gump. Il pubblico è in piedi e applaude commosso, più commosso di Fossati, si direbbe. Il sipario si chiude.

Fossati ha appena terminato “Dolce acqua”, uno strumentale dei Delirium, non previsto in scaletta. Non ha saputo resistere a suonare ancora,  dopo “Buontempo”, ultima canzone ufficiale: perché è evidente che voleva chiudere la carriera con un brano allegro, festeggiando. E infatti l’unica concessione allo spettacolo sono sono stati i coriandoli luccicanti sparati in quel momento, che coprono tutto e tutti per qualche istante, anche a favore delle telecamere – lo show è stato ripreso e diventerà un DVD a fine anno.

Emozione, tanta. Ma pochissima autocelebrazione – anche nel backstage dopo il concerto, in un piccolo aftershow party in cui Fossati ha una parola e un sorriso per tutti quelli che lo vengono a salutare: qualche collega, discografici, collaboratori, giornalisti. O semplici fan intrufolati (“Ivano, ti ricordi di me? Mi hai firmato un biglietto agli Arcimboldi!”, gli dice un ragazzotto che gli consegna il suo CD, mentre contestualmente si fruga il naso con le dita. Ivano abbozza, sorride, prende il CD e lo mette in una sacchetta che ha con sé).

La serata finisce come era cominciata: in festa, senza fronzoli. Perché è stato un concerto come altri – solo con un portato emotivo decisamente più alto.

La scelta dello Strehler è ottima: la quarta data milanese in 5 mesi si svolge in un Teatro più piccolo, più raccolto, dall’acustica nettamente migliore e dall’atmosfera più calda di quella un po’ freddina dei dispersivi Arcimboldi.

La scaletta è quella consolidata: la prima parte del concerto va via dritta e tirata, senza interruzioni e praticamente senza parole. Qualche canzone assume nuovi significati, come la bellissima e struggente “Settembre”: “Questa è la pioggia che deve cadere sulle piccole scene di addio”.

Nella seconda parte Fossati si lascia andare un po’ di più – anche se in qualche momento  la voce non appare in formissima; ma sono dettagli ampiamente compensati dalla tensione della serata. Arriva la presentazione della band, eseguita con autoironia, e con la finta stanchezza di dover ripetere le stesse battute ogni sera. Ma a quel punto è la band a fargli una sorpresa, eseguendo “The end” dei Beatles senza che ne lui fosse avvisato, e tirandolo dentro nella jam. Le parole della canzone sono le più appropriate della serata: “and in the end the love you take is equal to the love you make”.

L’ultima canzone nella scaletta, prima del bis è introdotta da parole significative: Fossati spiega che per lui la funzione delle canzoni è quella di dare un po’ di speranza, e spera che qualcuna delle sue canzoni anche tra qualche tempo abbia ancora questa funzione. E la canzone è ovviamente “I treni a vapore”.

Arrivano i bis, anche qualche canzone per l’occasione che qualcuno si poteva aspettare non c’è e non ci sarà: niente “La mia banda suona il rock”, ma neanche “Vola”, per dire. C’è invece quella che è forse la sua canzone più bella, “Una notte in Italia”, c’è “La costruzione di un amore”, subito seguita dalla più consapevole e serena “Il bacio sulla bocca”.

E poi c’è il finale del concerto e della carriera. Mai dire mai, uno spera che Fossati tra qualche tempo ci ripensi. Ma, stasera come nelle interviste rilasciate da quando la decisione è stata comunicata – Fossati è sembrato sereno, contento, quasi sollevato di poter finalmente girare pagina.

Sia quel che sia: grazie. Le canzoni che ci lascia, quel modo lucido, tagliente e appassionato di usare le parole come strumento per leggere  le relazioni e la realtà. Quello, come diceva una canzone, “They can’t take that away from me”.

Il banchetto della musica

Lunedì, Novembre 14th, 2011

Ci sono concerti a cui vai quasi per caso – e ringrazierai quel caso per il tempo a venire.
Quasi per caso ho scoperto che questa domenica c’era Cyro Baptista a Milano all’Aperitivo In Concerto a Milano. Baptista è brasiliano, ma trapiantato a New York, e fa parte della variopinta banda che gravita attorno a John Zorn. L’Aperitivo in Concerto è una rassegna storica milanese, si svolge la domenica mattina ed ha un cartellone di jazz molto tradizionale – ma ha l’indubbio merito da anni a questa parte di portare con regolarità il giro dell’avanguardia newyorchese: lo stesso Zorn, Marc Ribot, Don Byron… Concerti sempre affollati, con un pubblico strano, un mix di signore della vecchia borghesia milanese che scappano al primo acuto del sax di Zorn e di integralisti del jazz: l’anno scorso, ad una maratona dedicata alla musica di Zorn, ho sentito pronunciare questa frase, che ancora mi fa venire i brividi: “Marc Ribot ormai è diventato troppo pop”.

Baptista è una bestia strana in questo giro, perché unisce la leggerezza delle sue origini sudamericane con la profondità di pensiero e la sperimentazione dell’avanguardia musicale newyorchese. Si è presentato con i Banquet Of Spirits (formazione con cui aveva suonato anche l’anno scorso alla Maratona Zorn, sempre al Manzoni) e il programma prevedeva che suonasse una parte del Book Of Angels, opus magnum di oltre 300 composizioni di Zorn dedicate alle radici dell’ebraismo, che il sassofonista ha affidato all’interpretazione dei suo amici.

Suona pesante? Zorn è un genio, ma la sua musica a volte, lo è, eccome.
Ma Baptista è un onnivoro musicale, fin dal nome della sua formazione e rigurgita tutto in maniera divertente, senza perdere niente in profondità, in pensiero. E’ un percussionista, uno che ha suonato con mezzo mondo. Ma è uno che ti entra in scena, accende una radio, prende un frammento di FM disturbato, lo mette in loop, lo fa diventare musica. Perché nelle sue mani, ogni cosa è musica: si mette a lato, circondato da ogni possibile aggeggio oltre e a quelli più tradizionali. E lo suona, con naturalezza, con divertimento, e con un gusto musicale che non ha pari.
Mentre i suoi colleghi (uno strepitoso Brian Marsella alle tastiere, e Shanira Blumenkranz e Tim Keiper alla sezione ritmica e strumenti vari) producevano l’ossatura delle composizioni, lui le dirigeva, le colorava, ballando con il corpo e con la testa. Nelle quasi due ore di musica c’è stata una fusione di stili, dal rock al jazz, dal klezmer ad ogni possibile forma di world, e ci sono state ironia, profondità, intelligenza e divertimento: caratteristiche difficili da trovare tutte assieme.
Non è difficile capire perché uno come Zorn – esigentissimo, scontroso, iper-intellettuale – si sia musicalmente innamorato di Cyro Baptista, che per certi versi è il suo opposto.
E non è difficile capire perché chiunque dovrebbe innamorarsi della sua musica, e perché dovrebbero farla studiare come esempio: la dimostrazione che la musica può essere intelligente senza essere pesante, leggera senza essere soltanto intrattenimento.
Uno dei concerti dell’anno.

Per niente facile – Ivano Fossati live @ Teatro degli Arcimboldi, Milano, 8/11/2011

Giovedì, Novembre 10th, 2011

“Traditore!”. La voce arriva, netta, dalla galleria. Gli Arcimboldi di Milano non sono il Newport Folk Festival e Ivano Fossati non è Dylan, che all’accusa di essere un Giuda del folk, rispose “non ti credo”. Fossati, semplicemente, abozza un sorriso.

L’accusa a Fossati arriva non perché abbia iniziato il concerto con le chitarre elettriche e con un piglio rock. Ma perché dal Teatro milanese parte il suo ultimo tour, dopo il recente annuncio di ritiro dalle scene, dato in contemporanea alla pubblicazione del suo (ultimo) album “Decadancing”. Un annuncio che ha generato disperazione tra i fan e gli appassionati  – che sono consci di perdere una delle voci più lucide e poetiche della musica italiana – e feroci critiche da chi lo ha accusato di usare la cosa per scopi promozionali.

A questi ultimi, Fossati aveva un solo modo di rispondere: un concerto poco celebrativo, messo in scena come se fosse un tour “normale”, non un tour d’addio. E quel modo è arrivato, con uno spettacolo teso, intenso, elettrico. Con molti classici in scaletta e molte soprese, e poche, pochissime parole tra un brano e l’altro. “Parlaci!”, gridano dalla platea a metà concerto, forse la stessa persona di prima. Fossati, anche lì, sorride. E tira dritto.

E’ solo l’anteprima del tour: arriva dopo una data zero in toscana mentre il tour vero e proprio inizierà tra un paio di settimane. Fossati tornerà a Milano in altre due date: a dicembre e a febbraio (la data del 25 sempre agli Arcimboldi è l’ultima fissata del tour – per ora?). Ma c’è l’aria delle grandi occasioni. L’inizio è spiazzante, per chi pensa di essere venuto ad un funerale della musica del cantautore: “Viaggiatori d’occidente” e “Ventilazione”, seguiti da “La decadenza”, con un suono teso, compatto. Una sorpresa solo per chi non ha visto gli ultimi tour, in cui la dimensione elettrica è sempre stata presente.

C’è una scena che spiega questa atmosfera, e arriva nel secondo tempo, quando Fossati presenta la band, e racconta di essersi accorto che il suo palco è diviso in due. Alla destra la sezione ritmica (il figlio Claudio alla batteria, l’ottimo bassista Max Gelsi  – già visto nella band di Elisa) e il fido chitarrista Fabrizio Barale. Cosa suonereste, gli chiede? E loro attaccano “Whole lotta love”. Alla sua sinistra la violoncellista Martina Marchiori, il chitarrista Riccardo Galardini e Pietro Cantarelli (tastiere e direzione musicale). Fa la stessa domanda, e loro attaccano un brano di musica da camera. Poi chiede al pubblico: io dove devo stare, di qua o di là? Il pubblico tentenna, lo spinge a restare al centro. Ma a Fossati scappa un “io preferirei da questa parte”, quella elettrica.

La dimensione rock prende spesso il sopravvento, ma quella più tranquilla c’è, eccome, quando Fossati si siede al piano, magari accompagnato da una chitarra (per una bellissima versione di “Mio fratello che guardi il mondo) o in totale solitudine (per esempio per la sempre devastante “La costruzione di un amore” o per “Settembre”, canzone dell’ultimo disco che ne sembra il seguito ideale, per certi versi). Anche quando canta i grandi classici lo fa senza enfasi, come ne “La musica che gira intorno”, meno urlata del solito nel finale corale. La chiusura è per “Una notte in italia”, quella che con il tempo è diventata la sua canzone simbolo, ancora più di altre. Mancano molti brani famosi all’appello, magari salteranno fuori più avanti nel tour, magari no.

Sta di fatto che il “Decadancing tour”, a partire da questa anteprima, si dimostra come uno dei tour dell’anno e non per il portato emozionale dell’abbandono dalle scene del suo interprete. Semplicemente perché è un’occasione per ascoltare uno dei nostri più grandi interpreti musicali in una forma splendida, senza fronzoli, diretta, lucida, tagliente come una lama. Un concerto per niente consolatorio, come solo la grande musica sa essere.

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Church Music – Glen Hansard live @ St Pauls Within The Walls, Roma, 26/9/2011

Martedì, Settembre 27th, 2011

Che certi concerti saranno speciali lo capisci al primo istante in cui entri un posto, perché quel posto da solo fa già metà del lavoro. Il posto è St. Pauls Within The Walls, una chiesa anglicana di Roma del 1800, la prima non cattolica-romana costruita entro le mura della città, leggerò poi.

Non una chiesa qualsiasi. E’ una chiesa piccola, bellissima e aggraziata nelle sue decorazioni. Ma rimane comunque una chiesa: “This place is intimidating”, dice Glen Hansard a inizio concerto. E’ in tour da solo, dopo la serie di date in apertura a Eddie Vedder in America. E’ sulla strada con un furgone, la sua solita chitarra scassata, un’altra elettrica, un road manager che sa cantare e un cantante che di volta in volta gli apre le serate (in questa c’è l’amico irlandese Oliver Cole). Glen sta provando le nuove canzoni, quelle che finiranno sul primo disco solista dopo anni con i Frames e dopo il periodo con la Swell Season, che gli è valso un Oscar e quella meritatissima fama che inseguiva da anni.

La chiesa fa metà del concerto perché Glen è davvero intimorito: quando cita, come fa spesso, “Sexual healing” di Marvin Gaye lo fa quasi sottovoce per rispettare la sacralità del luogo, e quando la canzone richiede una parolaccia, fa il segno della croce. E’ un intrattenitore, lo fa con ironia, ma non sta scherzando più di tanto.

E soprattutto adegua la sua musica al posto. Canta voce e chitarra, con i suoi crescendo, ogni tanto esplode come in “Leave”, ogni tanto la sua intensità assume un tono più basso e contenuto, rimane più compressa creando ancora più tensione. I due esempi estremi sono i due video che vedete qua: “Leave”, con il crescendo.

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E una emozionante e tesa “What happens when the heart just stops”, una delle poche canzone suonate alla chitarra elettrica, una delle tante in cui invoca il pubblico a cantare, e ne viene fuori un coro che l’acustica della chiesa, piena di riverbero, fa sembrare un inno religioso.

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La maggior parte della serata, Glen la passa con la chitarra acustica: ed è uno dei rarissimi artisti che non annoia in quella veste. Reggere un concerto così è impresa ardua anche per gente come Springsteen o Vedder (non sto dicendo un’eresia: il tour di “The ghost of Tom Joad” aveva diversi momenti di stanca, l’ultimo tour di Vedder, documentato da “Water on the road”, correva lo stesso rischio).

Ad un certo punto, Glen si fionda sull’organo, ma non funziona. Allora si dirige sul piano a coda in una delle navate laterali (che, per inciso, si trova a 1 metro da dove è seduto il Vostro…) e attacca un nuovo brano, incurante dei flash di cerca di scattargli una foto. Ogni tanto suona l’elettrica, ricordando il suono e la carica del suo allievo Jeff Buckley al Sin-é ( a cui Jeff arrivò grazie a Glen: al tempo era il suo roadie, e Glen – erano i primi anni ‘90- girava per i locali irlandesi grazie alla popolarità derivata dalla sua apparizione in “The committments”). Ogni tanto avanza nelle navate e canta senza amplificazione, divertendosi a fare cover, come suo solito (“Astral weeks”, “You ain’t going nowhere”: Van Morrison e Dylan..,).

Perché Glen ha sempre l’animo del busker. Anche quando propone le canzoni nuove quasi timidamente (“Non diffodetele su internet, per favore, le sto ancora provando”), anche quando chiude il set con una spettacolare versione  di “Forever young”, con il suo supporter Oliver Cole e con il suo roadie, che ha l’aspetto dell’impiegato delle poste ma ha una voce profonda e bellissima che lascia tutti di stucco.

E ha l’animo del busker anche quando dopo il concerto esce per strada e sta per un’ora a chiacchierare con i fan rimasti ad aspettarlo: ha un sorriso e una parola per tutti. Racconta che l’acustica del posto lo ha un po’ messo in difficoltà, chiacchiera, spiega e soprattutto ascolta. Mi dice di ricordarsi di quella volta che ha suonato per me a Milano, con quella spettacolare versione di Drive All Night, un regalo che io non ho mai dimenticato. “Dovremmo rifarlo, mi dice”. Ma chissa se è vero che se lo ricorda, chissa se è solo gentile: se anche fosse così, non ha nulla di quella paraculaggine di certi artisti, né sul palco né fuori. E’ semplicemente uno a cui piace fare il suo lavoro, è grato di poterlo fare, lo fa bene, benissimo.

La presenza di artisti come Hansard mi ricorda che c’è vita musicale oltre lo scioglimento della tua band preferita.

Una cosa che ovviamente so bene, ma questi erano i giorni giusti perché qualcuno come Glen Hansard me lo ricordasse.

The silence of the lambs

Martedì, Agosto 30th, 2011

“Round here we talk like lions, but then we sacrifice like lambs”

Questa canzone è poetica ed intensa  quanto “Thunder Road”, per me.

E’ forse una delle canzoni più belle degli anni ‘90, e fa a gara con “Mr. Jones”, che era nello stesso, bellissimo disco, guarda caso.
I Counting Crows hanno appena pubblicato un CD/DVD, in cui rifanno live tutto  quel disco, “August & Everything After”, uno dei migliori esordi rock di sempre e uno dei miglior album di quel periodo.

Da quel DVD Hanno messo in rete il video di  “Round here”, quella canzone, quella che apriva il disco, in una versione straordinaria di 11 minuti.

(Ps: quand’è che si decidono a tornare in Italia, e a fare un disco nuovo)?

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