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Archivio per la ‘Concerti’ Categoria

A proposito di festival

Lunedì, Giugno 13th, 2011

In questi giorni si è parlato parecchio di festival, a seguito del flop del Jammin’ di Venezia. Repubblica ha scritto un pezzo intervistando diversi promoter che spiegavano perché il modello non funziona da noi (Vorrei conoscere il titolista: “Addio allo spirito di Woodstock”? Ma è mai esistito da noi?). Claudio Trotta di Barley Arts ha continuato la discussione su Facebook, Luca Castelli ha scritto un bel post sul suo blog.

Certe volte le immagini valgono più di mille parole. Così riposto questo video, che gira dall’anno scorso, e racconta una giornata al Coachella. L’avevo visto su Twitter e la didascalia era: “Qual è la differenza tra un festival in Italia e uno in America”. In questo video non si capisce chi stia suonando, ma si percepisce l’atmosfera. La differenza è tutta lì.

http://www.vimeo.com/15596222

Panic in the streets of Milan

Mercoledì, Giugno 1st, 2011

La settimana scorsa sono andato a vedere una mia vecchia fissa, Pete Yorn.

Nel pomeriggio prima del concerto, ho girato per Rockol un paio di canzoni in acustico. Questa è venuta particolarmente bene, direi. Una bella cover degli Smiths, “Panic”

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E poi c’è anche “Precious stone”:

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My Morning Jacket appreciation society

Giovedì, Aprile 21st, 2011

Se sei fortunato e se sei appassionato di musica, qualche volta nella tua vita di ascoltatore ti capita di andare ad un concerto, ascoltare un artista che non conoscevi e capire in un istante che lo amerai per sempre.

A me è capitato qualche volta. Per esempio,  con un ancora sconosciuto Damien Rice, ad un concerto al Rainbow di Milano nel novembre 2003, dove andai quasi per caso invitato dalla casa discografica, che aveva pubblicato in sordina “O”. Una cover di “Creep” (si, una cover: non c’è nulla di male, sai Vasco?) che mi fa venire i brividi al ricordo. E poi le sue canzoni, un’intensità che ho visto poche volte.

E, soprattutto, mi è capitato nel settembre 2006, con i My Morning Jacket, che aprivano per i Pearl Jam. Li vidi a Milano, e a colpirmi fu “One Big Holiday”, con quell’arpeggio che dura quasi un minuto, e poi esplode con potenza, con loro che fanno headbanging senza essere una band di heavy metal…. Amore a prima vista: me lo ricordo come se fosse ieri. Poche altre band sanno coniugare la tradizione rock classica con la voglia di sperimentare come i MMJ.

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Ne parlo adesso, perché tra poco – a fine maggio – uscirà il nuovo disco, “Circuital” (qua si può ascoltare la title-track, una delle cose migliori del disco). E, nell’attesa, consiglio di andare a riscoprire tutto quello che han fatto, magari partendo da “Okonokos”, il live uscito qualche anno fa, che li rappresenta al meglio.

I MMJ sono una delle migliori band live che vi possa capitare di vedere (anche se dalle nostre parti sono passati pochissimo: a memoria, solo con i Pearl Jam). E, sì, su disco rendono  di meno che sul palco (anche se “Z”, il loro album del 2005, è un mezzo capolavoro; anzi intero). E sì, Jim James ha una voce particolare. Però avercene di band come queste, che se ne inventano sempre di nuove. Vorrei fondare una “MMJ: appreciation society”. Anzi, ci hanno già pensato loro: assomiglia ad un fan club, si chiama “Roll Call”. E oltre alle solite cose tipiche del fan club (prevendite dei biglietti etc), promette musica inedita sotto l’etichetta “self hypnosis”. Il modo in cui i MMJ spiegano l’iniziativa dice molto dello spirito che anima la band:

The Self-Hypnosis Series will begin an exploration into the core of each individual heart, mind, body, and soul that joins the Roll Call fan club. Based on a desire to help each individual fan reach a state of emotional bliss, a new algorithm was recently developed at Removador HQ. It can sense listeners temperature and emotional climate at the time of listening-thru any listening device, be it speakers or headphones, and cater a listening experience truly unique for each listener. MMJ will carefully handcraft and carve pieces of music that will provide a vehicle for the listener to enter a new gateway of self exploration and understanding based on their current state of mind at the time of each listen. The Self-Hypnosis Series will start with a piece entitled “Octoplasm” which will be available via download immediately upon joining Roll Call. New titles in the Self-Hypnosis series will appear randomly, or on a strict schedule and will be available only to Roll Call members. We hope you are to enjoy!”

Di qua e di là dell’oceano

Venerdì, Marzo 11th, 2011

Dialogo (realmente accaduto) tra un giornalista italiano e un amico americano che lavora nella musica, oltreoceano.

Esterno notte, Piazzale Cantore, Milano, di fronte alla gigantografia della band inglese che copre un palazzo.

Amico americano: “Chi sono quelli?”

Giornalista Italiano: “Sono i Take That.”

Amico Americano: “Davvero? Ma sono ancora assieme?”

Giornalista Italiano: “Sì, si sono tornati assieme già da un po’”

Amico Americano: “Davvero? Credevo non esistessero più le boy band…E hanno successo?”

Giornalista Italiano: “Beh, in Inghilterra hanno venduto un sacco di dischi. Poi adesso che è rientrato Robbie Williams…”

Amico Americano: “Robbie Williams…. Qual è dei cinque?”

Giornalista Italiano: “Il secondo da destra”

Amico Americano: “Uh, proprio non lo riconoscevo. E suonano in uno stadio in Italia? Non ci posso credere.”

Giornalista Italiano: “….”

E uscimmo ad ascoltar le stelle

Giovedì, Marzo 3rd, 2011

C’è un posto, a Milano, dove tutti dovrebbero andare almeno una volta: il Planetario. E’ un posto dove un proiettore ti riproduce le stelle del cielo, cosi come apparirebbero in qualsiasi momento e senza l’inquinamento luminoso che offusca le nostre città.

Ieri sera, mentre il resto del mondo guardava l’ennesima risurrezione di Steve Jobs e la nascita dell’iPad 2, qualche centinaio di persone ha guardato le stelle al Planetario ascoltando la musica di una nuova band, i Deproducers; ovvero Vittorio Cosma, Gianni Maroccolo, Max Casacci, Riccardo Sinigallia.

Non è la prima volta che dei musicisti usano quel luogo: Vinicio Capossela e Jovanotti, negli anni passati, hanno presentato lì dei loro dischi. E anche la connesione tra astronomia e musica non è nuovissima: Joan As Police Woman ha intitolato il nuovo disco “The Deep Field” citando una regione di cielo esplorata dal telescopio Hubble che contiene diverse galassie che ci appaiono giovani. E, anche dal lato astronomico, il legame è forte: consiglio “La musica del big bang” di Amedeo Balbi, astrofisico romano (e divulgatore sul bel blog Keplero). Però nessuno aveva pensato di fare un disco e un tour a partire dai planetari.

Ora, io ho una passione neanche troppo segreta per l’astronomia. Una volta sono andato al Planetario e, superata la cervicale che mi hanno causato le scomodissime sedie (sono le stesse di 80 anni fa, quando Hoepli lo donò alla città), sono tornato talmente incantato da tutto che mi sono messo a leggere un po’ di libri sulla questione, anche se ho sempre avuto un’allergia per la matematica e per la fisica. Quando ho ricevuto l’invito per la serata, ho fatto un salto sulla sedia: musicisti che stimo raccontano il cosmo.

Non sono rimasto deluso: i quattro – con l’aiuto di Howie B – hanno fornito un’anticipazione di quello che sarà un disco che uscirà in estate, e un tour nei teatri e nei planetari: musica tra rock ed elettronica,  suonata al buio, guardando il cielo muoversi, le costellazioni apparire sulla volta, filmati che spiegano le dimensioni del Cosmo. La vera sopresa è stata la presenza di quello che loro chiamano frontman: Fabio Peri, astrofisico, direttore del planetario, raccontava storie delle stelle, tra un brano strumentale e l’altro: un bravo affabulatore, con una bella voce, concetti chiari e suggestivi.

Insomma, bello davvero. Ho visto amici che non erano mai stati al planetario uscire dallo spettacolo con gli occhi sgranati dalla meraviglia. Fate un giro al Planetario, una volta. Se poi ci saranno i Deproducers, lo spettacolo sarà assicurato.

Una cosa divertente che non farò mai più

Venerdì, Ggennaio 7th, 2011

In rete ho letto di molti amici che raccontavano qual era la prima canzone che avevano ascoltato quest’anno. Io ho iniziato l’anno ascoltando l’hully gully. Nel continente nero. Paraponziponzipò.

Sono andato a rilassarmi in un meraviglioso paesino della Val D’Orcia. In un hotel “Wellness & charme”, con una SPA (che vuol dire “Salus per acqua”, ho scoperto), con tanto di piscina termale.  Vacanza bellissima, e posto scelto anche per evitare tutta la noiosa liturgia del capodanno. Ma avrei dovuto capire subito che c’era qualcosa che non quadrava in quel’hotel. Qualche trascuratezza nei confronti dei clienti. E poi la musica: alta, in quasi ogni luogo. Soprattutto nel ristorante (ottimo, peraltro).

Jazz di pessima qualità a cena, e pessima musica la mattina a colazione; seriamente: chi, ha voglia di ascoltare “Candle in the wind” o “All by myself” appena alzati? Per non parlare della musica nelle aree relax della sauna, anche se lì te lo aspetti. Diffusa con un avanzatissimo sistema Sonos, era quella banalizzazione della già banale ambient music di Brian Eno, tutta piano e rumori di animali. Una volta ho provato a carpire il titolo di un brano e l’ho messo su iTunes, e ho scoperto che “Balancing” è un’espressione usatissima nella musica new age e da meditazione e compare in almeno 50 titoli diversi.

Poi, eccola lì la  conferma del lato trash di quel posto apparentemente raffinato. La sera di capodanno c’è il cenone. Inizia con un aperitivo a bordo piscina. Tutti sono impegnati ad accettare il fatto che passeranno la sera del 31 con una manica di sconosciuti. E per semplificare la situazione, nell’angolo ci sono due tastiere, una cassa e due persone.

Il. Piano. Bar.

In quel momento ho sentito davvero la mancanza di David Foster Wallace (a cui ho immeritatamente rubato il titolo di questo post), che una cosa del genere avrebbe saputo raccontarla, tirando fuori qualche frase come quel “They did some serious twirling” per descrivere un raduno di majorette.

Ecco, quei due “did some serious singing”, o almeno ci provavano: una coppia, anche abbastanza giovane, lei che suona le tastiere e canta – ogni tanto guardando l’orologio, anche durante un acuto, per vedere se sta rispettando i tempi della serata. Lui in piedi a fianco a lei, provando a fare qualche controcanto. L’aperitivo è scivolato via tra un “Paese mio che sei sulla collina” e qualcos’altro che ho rimosso, tutto regolarmente seguito da un applauso. (che poi un applauso al piano bar è come un applauso al cinema o all’atterraggio di un aereo, diciamolo…).

Il piano bar ha anche una sua dignità. Una sua tradizione. Ma non c’è nessuna canzone che resiste ad un piano bar pretenzioso, con assoli stonati, pessime basi che sembrano MIDI da balera degli anni ‘80.

Il meglio è venuto dopo mezzanotte, comunque: l’hully gully o “Mi vendo” hanno aperto le danze. E lì si è vista gente che riusciva a prendere persino sul serio il piano bar: c’è l’inevitabile donna belloccia che si sente super-sexy e si muove come se lo fosse davvero. C’è chi balla come non ci fosse un domani. C’è chi prova a far partire il trenino, sull’immarcescibile sequenza meu-amigo-CharlieBrown-AEIOU-Y e quelle cose lì. Io mi sono consolato vedendo un tipo, che era il sosia di un mio stimatissimo collega rockettaro, che ballava l’hully gully. Pensare al mio collega che ballava il piano bar (secondo me l’avrebbe fatto davvero) mi ha consolato del fatto che io non ce l’ho fatta. Solo qualche passo, giuro. Poi è stato più forte di me.

Per il resto, tra un giro in macchina, una bicchiere di vino e un bagno nelle terme mi sono letto la bellissima autobiografia di Keith Richards: forse mi faceva illudere di essere un po’ più rock ‘n’ roll. Dovrebbero renderlo libro di testo, per tutte le storie che racconta, e per come le racconta.  La sera del piano bar, oltre a DFW, sarebbe servito Keef, la sua chitarra e la Malaguena: un paio di accordi ed è fatta.


La Telecaster leopardata di Prince – live in Milano

Giovedì, Novembre 4th, 2010

La prima sorpresa è all’entrata del Forum: alle 9 la platea è mezza vuota. Prince non viene in Italia da 8 anni ed era lecito aspettarsi un po’ di gente in più. Tempo che il concerto inizi, e la platea un po’ si riempie, ma rimangono larghi spazi vuoti: 8000 persone circa, diranno gli organizzatori.

Non sarà l’unica stranezza: alle 9 e mezza passate la band sale sul palco alla spicciolata e inizia a suonare, a luci accese. Poi arriva lui: di nero vestito, con una mantella e occhiali a specchio. Entra con la chitarra sul brano  strumentale che la band ha attacato, a cui segue un medley di classici (Sly & The Family Stone, Jackson 5). Sempre a luci accese. Sarà di cattivo umore, penso, memore di quel concerto di Dylan di qualche anno fa: innervosito da una sigaretta lanciata sul palco, tenne le luci puntate sul pubblico per tutta la serata, per dispetto.

Invece,  è semplicemente un modo diverso per iniziare la serata, per scardinare la struttura tradizionale del concerto. Per dire, a Nizza qualche mese fa, aveva aperto di botto con la canzone più famosa, “Purple rain”.

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Dopo i primi due brani, si spengono le luci, e la festa comincia. Manca vistosamente Sheila E., annunciata alla vigilia e mai arrivata in Italia. Ma la band gira a mille, con un suono potente, pieno. E funk, tanto funk. Prince infila subito un paio di classiconi per scaldare la platea, tra cui “1999″. Seguita da un’altra strepitosa versione di “Little red corvette”, in cui Prince fa quello che gli riesce meglio, il dio della chitarra, con assoli scenografici e intensi, che ripeterà più tardi anche in una versione chilometrica ed emozionante di “Purple rain”, di cui potete vedere un pezzetto nel video sopra.

La differenza tra lui e Springsteen, mi viene in mente è tutta lì, in quella chitarra: quella del boss è una Telecaster vintage, quella di Prince è leopardata. Più tardi la getterà al pubblico, in un gesto tanto teatrale quanto un assolo.

In mezzo c’è tanta roba, anche un po’ sfrangiata e priva di forma: Prince concede spesso troppo spazio alle coriste, per esempio. O certe canzoni le acenna soltanto, come nel medley centrale: “Raspberry beret” è poco più che un riff  di chitarra, con la prima strofa che viene fatta cantare al pubblico. Poi si passa subito ad altro, in un flusso quasi ininterrotto di musica, spezzato solo dalle lunghe pause tra i bis.

Alla fine della serata, decide di non rispettare la scaletta, di fare un po’ come gli pare. Così dopo una “A love bizarre”, forse eseguita per compensare l’assenza di Sheila E., se ne va e si accendono le luci. Il pubblico inizia ad uscire dal Forum. Dopo un quarto d’ora, Prince decide di continuare a stupire, torna sul palco e suona altre canzoni, di nuovo a luci accese mentre la gente sta tornando dentro. Genio e sregolatezza, si potrebbe dire, se non fosse uno stereotipo trito e ritrito.

Volessi fare il pignolo, dovrei dire che è stato un concerto meno intenso e più freddo di quello che ho visto qualche mese fa a Nizza, con una scaletta meno compatta e con diversi momenti di stanca. Ma sarei ingeneroso, perché è stata una serata da ricordare: Prince è di un altro pianeta. Speriamo che non passino altri 8 anni prima di rivederlo in Italia.

Jon Landau, ‘The promise’: “L’album che Springsteen avrebbe pubblicato nel ‘77′

Martedì, Novembre 2nd, 2010

(Da Rockol)

E’ l’uomo della famosa frase: “Ho visto il futuro del rock ‘n’ roll e il suo nome è Bruce Springsteen”. E’ Jon Landau, che dopo aver scritto quella frase divenne il suo manager e lo è ancora, a 36 anni di distanza. Dopo la presentazione del film “The Promise” ieri sera alla Festa del Cinema, Landau questa mattina ha incontrato la stampa – da solo, senza Springsteen, reduce dal bagno di folla di ieri sera.
tutto su: Jon LandauLandau è una di quelle figure leggendarie che stanno dietro le quinte, come alcuni produttori e altri  manager come Paul McGuinness degli U2. Appena entrato alla Casa del Cinema a Roma – la sala è piena non solo di giornalisti, ma anche di fan che ingannano l’attesa parlando ovviamente di Bruce – inizia raccontando un paio di aneddoti. “Io e Bruce stavamo parlando ieri sera, ricordando la prima volta in cui non suonammo in Italia”, esordisce. “Era il primo tour importante, nel 1980: ci dissero che i promoter italiani erano disorganizzati. Ma suonammo in Svizzera: i fan italiani ci inseguirono per darci una petizione per venire in Italia. Tornammo in Italia nell’85 per il famoso concerto di Milano: fu uno dei nostri migliori concerti di sempre, forse il pubblico migliore che abbiamo mai avuto. E Bruce mi disse: ‘non andremo mai più in tour senza passare dall’Italia’. Poi gli viene chiesto della famosa frase: “Quando ho scritto quella frase, conoscevo già un poco Bruce. Era in difficoltà, sembra stesse per essere scaricato dalla casa discografica, e io ero molto considerato – ero tra i critici più famosi del periodo. Scrissi quella frase sull’onda dell’emozione di un concerto e per aiutarlo, perché volevo sentire il suo prossimo disco”.
Quindi si inizia a parlare di “The promise”, e Landau spiega: “Sono due uscite diverse: c’è un cofanetto; e poi c’è un CD di 21 canzoni inedite. Qualcuna è nota o è circolata in qualche bootleg,  molte Bruce le scrisse e le incise senza terminarle. Al tempo si stufava in fretta… Quest’estate Bruce le ha terminate e la abbiamo messe insieme come se fossero un disco vero. Non è una raccolta di outtakes, ma un album che rimarrà parte della discografia vera e propria di Bruce: speriamo che rimanga a lungo, non scomparendo come spesso capita ai box. Volevamo rendere il tutto disponibile ad un prezzo accessibile”.
Le 8 canzoni che vengono fatte ascoltare alla platea – a luci spente, con i testi proiettati sullo schermo – confermano l’idea espressa da Landau: si parte con una versione alternativa di “Racing in the streets”, proseguendo con “Gotta get that feelin”, “Outside looking in”, “Someday (We’ll be together)”, “Because the night”, “Ain’t good enough for you”, “Talk to me”. Si chiude ovviamente con “The promise”, il santo graal di ogni fan – per dire, quando uscì il cofanetto “Tracks” nel 1998, prima la escluse, poi scelse di reinciderla da capo, facendo arrabbiare i fan. “The promise” è ancora oggi, una delle più belle canzoni mai scritte da Springsteen, una ballata malinconica sulla fine dell’innocenza. Il suono è “vintage Bruce” – “è il suono del disco che avrebbe pubblicato tra ‘Born to run’ e ‘Darkness’, spiega Landau – con brani volutamente diversi tra loro per rappresentare l’album, e con un tono decisamente più romantico rispetto all’introspezione delle canzoni poi scelte per “Darkness on the edge of town” .
“Bruce ha lavorato da solo alle canzoni, e non mi ha voluto dire quanto è intervenuto sulla musica originale. Ha l’impressione di avere realizzato una commistione tra passato e presente e vuole che sia considerato come un tutt’uno”, spiega Landau.Si passa quindi alla visione dei materiali video: un estratto dal concerto a porte chiuse dell’anno scorso, in cui venne risuonato per intero “Darkness on the edge of town”  – di cui colpisce il suono, furioso e chitarristico – ed alcuni estratti dal concerto del ’78 di Houston e dai video d’archivio inclusi nel terzo DVD del box: “Volevamo un filmato della E Street Band oggi, per fare un paragone con il materiale d’archivio. Nell’ultimo tour abbiamo riproposto diversi dischi per intero, ma le riprese davano un’atmosfera che non era in linea con il progetto. L’idea di risuonarlo in quel modo, a porte chiuse, è stata di Bruce; ma il merito va anche a Thom Zimny, il regista, le cui luci e fotografia catturano perfettamente l’austerità e la durezza del disco originale”, spiega Landau.
Le ultime battute sono sul personale: “Conosco Bruce dal ’74. Abbiamo lavorato assieme, ma in 36 in anni di conoscenza devo dire che è il miglior amico. Ho avuto tanti dubbi su molte cose in questi anni, ma non ho mai dubitato di continuare a lavorare con lui”. E poi un inevitabile domanda sul futuro delle attività: “Non abbiamo progetti al momento, e non posso dire quando li avremo. Ma come dicevo prima, quando andremo in tour passeremo dall’italia. Decide il Boss, non io…” Nei prossimi giorni pubblicheremo una videointervista a Landau, in cui racconta il “Making of” di “The promise”, nonché il metodo di lavoro di Springsteen e che cosa sta facendo in questo periodo.

Milano Fault Line – Steve Wynn & friends live

Venerdì, Ottobre 22nd, 2010

Songwriter così non ne fanno più: questo penso alla fine del concerto di Steve Wynn. Poco prima che iniziasse il concerto – alle 6.30, l’ora dell’aperitivo: un bell’esperimento al Teatro Dal Verme di Milano che va sotto il nome di Music Club – mi sono comprato un suo CD dal vivo. Nella copertina Wynn racconta che quando va in viaggio si porta poca roba, e 400 canzoni che ha scritto. Ogni tanto ci litiga, dice, ma è solo quando le suona acustiche che riesce a farci la pace.

E’ dai tempi dei Dream Syndicate che Wynn ha un bel rapporto con l’Italia. Ma, incredibile, sono anni che non passa da Milano. L’occasione è ghiotta, e infatti la sala del teatro è già piena. Pubblico agé, per la verità: 40something come il sottoscritto e anche oltre. Gente cresciuta con i Dream Syndicate. La prima sopresa, per chi si aspettava un concerto acustico, è vedere il palco vuoto, ma con tre microfoni.

Wynn entra e si mostra in ottima forma: una brillante camicia rosa, sempre la stessa faccia da ragazzo, sotto capelli che mostrano un colore un po’ innaturale (siamo gli unici a non tingerli, mi dirà un collega…). E’ sempre un grande intrattenitore, racconta storie e spiega subito che questa sera lo accompagnerà Rodrigo D’Erasmo, il violinista in forza agli Afterhours con cui ha già fatto un tour. Ma intanto inizia da solo, ed è lì che viene fuori il songwriting: il tocco sulla chitarra acustica non è dei più delicati, ma quando canta canzoni come “The side I’ll never show”, è lì che capisci cosa vuol dire scrivere canzoni che reggano al tempo e alle diverse forme che possono assumere.

D’Erasmo entra dopo un po’, su un’altro capolavoro, “Tears won’t help”, anticipato dal racconto del tour assieme e da aneddotti sui vari tentativi di metterlo in difficoltà suonando canzoni nuove, ma niente. Ci mette un paio di strofe ad ingranare, ma quando entra con il violino elettrico, la canzone decolla. E il tutto diventa ancora meglio quando si aggiunge il contrabassista dei Miracle 3 (la sua backing band più rock, con cui ha inciso “Northern aggression”, in uscita a novembre).

Il repertorio si divide equamente tra materiale solista e brani dei Dream Syndicate (quelli accolti con più calore, ovviamente) e tutto si conclude in festa, con l’ultimo bis con i tre che si spostano a centro sala per cantare “Manhattan Faul Line”, raggiunti da un coro formato da Manuel Agnelli, Cesare Basile, Hugo Race e altri, ovvero tutti i membri del progetto collettvo  “Songs with other strangers”, in giro in Italia in questi giorni.

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La festa continua, dopo il concerto, con un aperitivo per tutto il teatro, e Steve Wynn che si ferma a parlare: ha un sorriso e un autografo per tutti.

Il miglior video musicale dell’anno?

Venerdì, Ottobre 8th, 2010

…Non è un videoclip, ma questo, in cui mi sono imbattuto ieri: non riesco a smettere di guardarlo. E’ stato girato al Coachella, festival americano su cui ho scritto già tempo fa: è stato girato con la tecnica della “miniaturizzazione“, che tanto va di moda anche nelle foto.

“Qual è la differenza tra un concerto in Italia e uno negli USA”, si diceva nel tweet che lo accompagnava. Guardatelo, ma credo che la “colpa” non sia tanto dei promoter nazionali, ma di noi pubblico – che ci muoviamo solo se c’è Vasco, i Pearl Jam o qualche headliner forte, e non per andare ad un festival. Poi, certo, se le condizioni ogni tanto fossero migliori…

Comunque in questo video credo ci sia molto di più di una semplice differenza culturale: c’è la storia di come si va e si fa un festival rock. Da vedere rigorosamente in alta definizione.

http://www.vimeo.com/15596222

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