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Archivio per la ‘File Sharing’ Categoria

A proposito di bootleg, discografici stupidi e musicisti che amavi ed ora sono scemi

Sabato, Dicembre 1st, 2012

Qualche giorno fa parlavi di bootleg, dell’amore per.

C’è un blog. Si chiama “The indipendent of power trucking”. Ha una (piccola) missione. Tira fuori registrazioni disperse nei cassetti, le ripulisce, le condivide con i i fan.

Qualche tempo fa ha messo in rete la prima cassettina dei R.E.M. Sì, un demo, inciso prima ancora che la band firmasse contratto. Una casa discografica, che non aveva nessun diritto su quelle registrazioni, fece un’ingiunzione e riuscì a farla levare dalla rete.

Da qualche tempo, su quel sito, vengono riscoperti e rimasterizzati live dei New Order e dei Joy Division. Live innocui, che non avrebbero avuto mai circolazione commerciale. Ed è successo di nuovo: la casa discografica (la Warner), ha fatto rimuovere dalla rete un live dei Joy Division.

Vabbé. Succede.

Senonché il gestore del sito, uno che si fa chiamare Analog Loyalist, ha ricevuto una mail, da uno che si fa chiamare Hooky. Si, lui. Peter Hook. Bassista dei Joy Division. Dei New Order.

Leggete questa mail.

“From my point of view you must stop this now. If you want to help us and your listeners let’s submit it to Warners get permission off the band and let people download it OFFICIALLY even if it’s for a nominal sum, this is a much better way of doing it. You get the job done and the recognition and do not get the aggro! They are clamping down on people like you. I suggest you go legit, your hooky“.

Certo, bisogna aspettare una casa discografica per pubblicare un bootleg. Certo, bisogna andare a vedere la tua anonima band che suona per intero i dischi dei Joy Division (Retromania, anyone?), Hooky, mentre tu ti lamenti del fatto che i New Order senza di te non dovrebbero esistere.

I miti crollano, ogni tanto. Un grande bassista può essere una grande testa di basso.

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20enni contro 40enni

Mercoledì, Giugno 20th, 2012

Nei giorni scorsi ha fatto parecchio discutere una lettera aperta di una stagista della NPR – la radio pubblica americana: Emily White è la fotografia di come ragionano certi giovani 20enni rispetto alla musica. La tesi, riassunta brutalmente è questa: “Ho 11mila canzoni sul mio iPod, non scarico musica illegalmente, ma ho comprato solo 15 CD in vita mia”. Tradotto: il possesso non interessa a questa generazione, ed è il caso di farsene una ragione. Vogliono l’accesso. L’abbonamento, quando non scaricano illegalmente. Sono cresciuti così, e non cambieranno.

Apriti cielo: che abbia torto o ragione, la lettera aperta ha suscitato una quantità di reazioni che levati. La più interessante è quella di David Lowery (chi è David Lowery?) (E’ il fondatore dei Camper Van Beethoven e dei Cracker) (ah be) (No, davvero: due band stimatissime nel rock americano) (ah be) (Ora insegna pure all’Università) (ah be).

Lowery fa due cose: snocciola dati, spiega la posizione della sua generazione, di chi la musica la fa e prova a camparci. E si lamenta, come si lamentano molti musicisti della sua (e della mia) generazione. Il digitale ci ha tolto il pane di bocca, dice.

Ho sentito tanti musicisti lamentarsi del digitale, in questi termini. Il “sudiamo facendo dischi e quelli ce li rubano” è una frase classica, verissima per descrivere quello che sta succedendo. Ma anche molto ideologica – nel senso di “parte per il tutto”, perché il problema non è solo quello.

Lowery però va oltre questa ideologia: arriva a collegare (indirettamente, ma lo fa), il suicidio di due grandi artisti con la crisi finanziaria musicale causata dal digitale: Vic Chesnutt e Mark Linkous degli Sparklehorse. A proposito invito a leggere il bel commento di Fabio De Luca, che dice tutto quello che c’è da dire su questo ignobile collegamento.

E poi c’è questo commento di Digital Music News, che invece snocciola i problemi sollevati da questo botta e risposta. Li riassumo:

  • Gli artisti non possono semplicemente andare in tour e vendere magliette
  • Le registrazioni oggi valgono zero
  • Spotify non funziona per gli artisti
  • Il crowdfounding funzionerà, ma solo per pochi artisti
  • Il Do It Yourself funziona poche volte
  • Molti artisti stanno peggio ora dell’era fisica
  • I giovani non comprano la musica, ma comprano l’hardware e l’accesso
  • I più anziani comprano meno musica di prima e comprano più hardware e accesso
  • Google è una grande parte del problema
  • Voi (noi) siete (siamo) una grande parte del problema
  • Google e gli internet providers hanno vinto
  • Tutti mentono a proposito del rubare
  • Il meccanismo successo di massa continuerà a funzionare per una quota ristretta di artisti
  • Questo non è il miglior momento per l’industria musicale
Tutto necessiterebbe di paginate e paginate di discussione che vi risparmio: prendetelo per quello che è, una lista della spesa di problemi irrisolti, di ferite aperte che la nuova situazione ha creato (e che peraltro non riguardano solo la musica).
Ma ancora una volta manca il punto centrale: lamentarsi e rimpiangere il passato non serve a nulla.
Caro Lowery, tirare in ballo i morti è la stessa cosa che fanno i discografici quando usano i terremotati per far sentire una merda chi scarica canzoni per beneficenza (è successo ai tempi di “Domani”, la canzone incisa per L’Aquila, giuro).
Non è così che si ragiona su cose serie, spostare il problema su questo piano non serve.
Quello che so è che dopo una lettera del genere ascolterò molto meno volentieri i Cracker, anche se hanno scritto una delle mie canzoni preferite: “Turn On, Tune In, Drop Out With Me”.

Music Matters

Lunedì, Marzo 29th, 2010

Music Matters è una campagna  a favore della musica digitale legale lanciata da un collettivo formato da discografici, musicisti e operatori del settore. Anche banale, se vogliamo: un bollino che dovrebbe identificare e certificare i servizi di distribuzione della musica, offrendo una scelta etica alla pirateria.

Due cose mi piacciono di questa campagna. Il messaggio positivo, incentrato sulla riscoperta del valore della musica; sembra banale, ma ricordiamoci che arriviamo da anni di “retorica della pirateria”, repressione indiscriminata e demonizzazione del digitale. E soprattutto mi piacciono questi brevi video, che raccontano storie di musicisti, la loro ispirazione e quindi, appunto, il valore della loro musica. Qua sotto ne vedete due, su Nick Cave e Sigur Ros. Sul sito ce ne sono diversi altri.

Fake plastic beach

Lunedì, Marzo 1st, 2010

Un uomo che morde un cane fa notizia, non un cane che morde un uomo.

Segno dei tempi: fa notizia che un disco importante NON sia ancora finito in rete, a pochi giorni dall’uscita;  fino a questa mattina, le copie che circolano in giro di “Plastic beach” dei Gorillaz erano dei fake: il che ha una certa ironia, pensando al titolo del disco e all’immagine virtuale della band.

Se non volete perdere tempo a scaricare una raccolta di lati b, remix e quant’alto – e magari scambiarla per il disco vero, e magari recensirla (è successo, anche su riviste autorevoli) – fate la cosa giusta: andate ad ascoltare il disco in streaming sul sito della National Public Radio.

Una brutta storia del terrore (digitale)

Martedì, Ggennaio 26th, 2010

Cliccate questo link solo se siete pronti a non farvi spaventare:  troverete una storia dell’orrore, anzi del terrore, raccontata in maniera diretta, semplice, ma in modo assai documentato (146 note: ok, anche queste potrebbero spaventare qualcuno…).

E’ la storia della RIAA, l’associazione americana dei discografici. Ma soprattutto è la storia  di un tentativo di suicidio, che dura da 10 anni: la pistola, armata a suon di denunce e minacce, sembra  puntata contro il pubblico. Ma in realtà spara contro la stessa industria, che con le sue battaglie legali sta alienando il proprio mercato di consumatori, senza ottenere risultati concreti.

Questa storia ce la racconta la Electronic Frontier Foundation. riaa-paper-pdf

Altrove l’ho chiamata “Retorica della pirateria”. Ogni tanto ce ne dimentichiamo, da queste parti, ma in America è ben più che un esercizio di stile comunicativo; è una pratica con obbiettivi repressivi ben precisi.

Beninteso: la pirateria digitale è illegale ed è un problema serissimo. Ma questo saggio dimostra come la si sia combattuta nella maniera sbagliata, e con pratiche magari corrette dal punto di vista legale, ma sbagliatissime sia eticamente (leggetevi il paragrafo IV, se pensate che stia usando questo aggettivo a sproposito), sia in termini strategici:

The RIAA’s lawsuit campaign against individual American music fans has failed. It has failed to curtail P2P downloading. It has not persuaded music fans that sharing is equivalent to shoplifting. It has not put a penny into the pockets of artists. It has done little to drive most filesharers into the arms of authorized music services. In fact, the RIAA lawsuits may well be driving filesharers to new technologies that will be much harder for the RIAA’s investigators to infiltrate and monitor.

(Via Gerd Leonhard. Il saggio si può scaricare in PDF anche a questo indirizzo).

Pirateria e privacy

Venerdì, Ggennaio 22nd, 2010

Il Corriere di oggi spara, in prima pagina e sul sito, un articolo su un servizio di navigazione anonima lanciato da quelli di PirateBay. “Per fare il pirata on-line si paga l’abbonamento”, strilla.

E’ una  semplificazione  bella e buona: no, non è solo una questione di pirateria. La navigazione anonima è una questione di privacy.

Lo dimostra il recente caso della Federazione Antipirateria Audiovisiva, che ha presentato una denuncia citando dati di navigazione di milioni di italiani. Come spiega  ManteBlog: o si li è inventati, quei dati, oppure per averli ha violato la privacy di milioni di persone.

Il riassunto di questa brutta vicenda sul blog di Stefano Quintarelli.

…E poi dicono che la musica costa troppo

Lunedì, Novembre 16th, 2009

scorresenna09L’altro giorno sono andato in libreria a comprare un “nuovo” libro di una delle mie autrici preferite, Fred Vargas. Mi sono ritrovato in mano 3 racconti di 7-8 anni fa, 96 pagine scritte a caratteri cubitali (in condizioni normali sarebbero 50 o giù di lì). Il tutto a 13 euro.

13 euro, per 96 pagine lorde.

Uno degli errori storici dell’industria musicale è stato di avere prezzi alti e fissi, laddove i libri avevano un prezzo variabile. Una lezione che la discografia ha imparato duramente: oggi un disco intero oggi si può comprare a 10 euro, seppure in digitale, per competere con il gratis del file sharing.

Certo, il prezzo dei libri dipende anche da altri fattori (quantità e qualità della carta, per esempio). E, certo, i libri non scompariranno, come dice Umberto Eco in un suo recente volume, e neanche gli ebook e Kindle faranno perdere il piacere della lettura su carta.

Però casi come questo dimostrano che certe volte si esagera, e che l’industria culturale tutta farebbe bene ad imparare dai suoi errori.

Non ti supporto più: requiem per i DVD musicali

Venerdì, Novembre 6th, 2009

Paul McCartney, Laura Pausini, R.E.M., Gianni Morandi, Jack Johnson, Vinicio Capossela, Swell Season, Giovanni Allevi, Raf, Ligabue, Marlene Kuntz: cos’hanno in comune questi artisti tra di loro assai diversi per stile musicale?
Hanno pubblicato – o stanno per pubblicare -  un CD+DVD. Non CD, non un DVD. Un CD+DVD. E non si tratta neanche di ristampe. Ma di dischi nuovi, per lo più live.
Stiamo assistendo alla morte di un altro supporto: il DVD musicale. C’è stato un tempo in cui era in crescita esponenziale, qualche anno fa. Era una (relativa) novità, e stava succedendo quello che avvenne anni prima con il CD: tutti a ripubblicare opera storiche (film, raccolte di clip, concerti) nel nuovo e più fedele supporto digitale, con qualche bonus. E tutti a realizzare nuovi DVD.
Fare raccolte di clip oggi ha poco senso, con YouTube. E  una veloce occhiata alle classifiche FIMI ci dice che di DVD nuovi se ne producono pochi. Io stesso, che gestisco l’area DVD di Rockol, faccio una gran fatica a trovarne da recensire. E i dati dicono che il DVD musicale è in crisi nera.
La risposta è, appunto, il CD+DVD. Fisicamente, la confezione è quella quadrata di un CD. Il contenuto è quasi sempre lo stesso concerto, in versione audio e video.  E’ l’ennesimo contraccolpo  della pirateria: al consumatore bisogna offrire qualcosa di più.
Mi sbaglierò, ma ad una prima impressione mi sembra che siano soprattutto gli artisti italiani a pubblicare a raffica e un po’ compulsivamente in questo formato. Mi sembra anche che la stessa FIMI sia abbastanza confusa al riguardo: qualche uscita (come quella di Ligabue) viene inclusa sia nelle classifiche dei DVD che in quelle degli album.
Nel frattempo, in America sono già da un’altra parte: iTunes USA ha aperto una sezione dedicata ai film musicali.

UPDATE: da qualche ora, sullo store italiano di iTunes sono in vendita i videoclip. Sullo store americano erano in vendita da anni.

Pirati o esploratori?

Lunedì, Novembre 2nd, 2009

Una nuova ricerca inglese, di cui parla l’Indipendent e ripresa dal Corriere, dice quello che molte altre ricerche hanno detto in passato: chi scarica musica compra più musica di chi non la scarica.

Insomma: i “pirati” sono spesso degli esploratori, che usano il file-sharing per “provare” la musica, scaricando canzoni e artisti che non comprerebbero a scatola chiusa.

Poi è chiaro che di ricerche – più o meno scientifiche, più o meno attendibili  – se ne sono viste molte, troppe da Napster in poi. Ed è ancora più chiaro che i quotidiani  si butteranno a pesce sulla prossima ricerca anche se sostiene esattamente il contrario di quella precedente.

Però siamo davvero sicuri che i pirati siano sempre e soltanto dei ladri, come ci sentiamo ripetere da 10 anni a questa parte? Ci vogliamo rendere conto che il file-sharing è un fenomeno un poco più complesso – in termini di motivazioni, tipologie, usi, forme sociali – di come ce lo rappresentano media e industria?

UPDATE: NME segnala un’altra notizia che va contro molti luoghi comuni sul file sharing: la chiusura temporanea di “The Pirate Bay”  – il sito di torrent da tempo nel mirino delle varie associazioni anti pirateria – ha portato ad un incremento del 300% nella nascita di nuovi siti “pirati”. Forse oscurare i siti non è la strategia migliore.

Il gadget musicale dell’anno

Venerdì, Ottobre 23rd, 2009

Qualche tempo fa si era aperto questo blog parlando del gadget musicale dell’anno, le corna luminose degli Ac/Dc.

Ma “Backtracks”, il box CD di rarità in uscita tra qualche settimana, è ancora meglio: è fatto a forma di amplificatore per chitarre. Ed è un amplificatore per chitarre, da 1 watt.

Mettere in commercio edizioni e packaging lussuosi è ormai un espediente consolidato per combattere la pirateria, ma con questo box la band ha spostato l’asticella più in alto, come nota Wired.

Sul sito ufficiale ci sono dei video di Angus Young che suona usando il Box. E su YouTube c’è un video di un ragazzino – “Young Angus” – che lo usa per strada.

Immagine anteprima YouTube

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Musica e diavolerie digitali varie: il blog di Gianni Sibilla